"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"

SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

mercoledì 21 dicembre 2011

I TENERI AMICI DI CASTELBELLO – la mia favoletta per bambini, e per voi.


Foto: l’atmosfera natalizia ai tempi della Mamma.

Le favole per bambini non sono il mio mestiere, e probabilmente non lo saranno mai. Ma un paio d’anni fa, trovandomi a corto sia di soldi che di idee regalo, ne scrissi una per le mie adorate nipotine. Poi confezionai per loro due libri gemelli, in cartoncini formato A4 ben rilegati, con la copertina colorata, la dedica e delle pagine bianche tra un pezzo di fiaba e l’altro perché potessero farci dei disegni. Così, adesso, mi è sembrato un pensiero carino regalare anche a voi questa favoletta senza pretese: magari, se ne avrete voglia e se non vi sembrerà troppo brutta, potrete leggerla ai vostri figli o nipoti. O ai vostri gatti. Buona lettura, allora. E perdonate le lacune: come potrebbe dirmi un protagonista del Grande Lebowski: “Non è il tuo campo, Nick”.
L’importante è saperlo…
Un abbraccio grande grande. E i miei più dolci Auguri a tutti voi!


I teneri amici di Castelbello


Il negozio di animali TENERI AMICI ha una bella insegna colorata e tanti bei cuccioli in vetrina, e si trova nel paesino di Castelbello, in vicolo Bentivoglio al numero 7. Sembra quasi un posto inventato, come tutte le cose troppo simpatiche e carine che esistono solo nella fantasia.
Invece esiste per davvero. Ed è un negozio davvero speciale, perché il negoziante, che si nasconde dietro il finto nome di Michele Campovecchio, in realtà è un Mago. Ma un mago di quelli buoni, forse l’ultimo rimasto: il suo unico scopo nella vita è vedere felici i bambini, e rendere felici insieme a loro i cuccioli degli animali, che come tutti sanno non chiedono altro che essere amati e accuditi dal tenero cuore di un bimbo. Michele Campovecchio dimostra cinquant’anni, ma in realtà ne ha quasi quattromila.


Il mago buono indovinava sempre la bestiolina adatta per ogni bambino. Se uno andava al negozio e chiedeva l’animale sbagliato, il mago Michele non se ne preoccupava: sapeva che sarebbe bastato far incontrare gli occhi dell’animale giusto e quelli del bambino, e allora il bambino se ne sarebbe innamorato e avrebbe detto: “No, ho cambiato idea: voglio quello”. Come il piccolo Filippo che voleva un gattino, ma il Mago alla fine gli vendette per pochi centesimi (a lui non importava arricchirsi) una piccola tartaruga acquatica. Il Mago sapeva che la tartaruga era la bestiola adatta per lui, perché Filippo era un bambino scontroso e solitario che non si fidava di nessuno. Il Mago sapeva che grazie alla tartaruga, anche lei sospettosa e guardinga, ma che di lui si sarebbe fidata eccome, anche Filippo avrebbe imparato a fidarsi, e sarebbe così guarito dalla solitudine. Fidarsi, ma non di tutti. Solo di quelli giusti. Così come la tartaruga (che avrebbe poi chiamato Mordimordi, perché ogni tanto gli mordeva per gioco i ditini) si fidava, ma solo di lui, anche Filippo avrebbe imparato che le persone non sono tutte uguali. Che bisogna sapersi difendere da chi potrebbe farti del male, ma che se incontri un amico vero devi saperlo riconoscere e donargli il tuo cuore.
Della tristezza del gattino rimasto senza padrone il Mago non si crucciò: sapeva già che il giorno dopo l’avrebbe venduto a Valentina, venuta a chiedere dei pesciolini rossi ma subito conquistata dallo sguardo del micino, che era il cucciolo perfetto per lei.
Fu molto bella anche la storia di Piero: voleva un pappagallo, ma il Mago gli vendette un cagnolino che alcuni anni dopo, diventato uno splendido cane lupo, gli avrebbe salvato la vita mentre rischiava di annegare nel fiume.


Quando si sparse la voce che a Castelbello i bambini erano troppo felici, al mago cattivo Paonazzo Brubrù, che viveva in un vecchio e freddo castello in cima al Monte Nero, venne un colpo per la rabbia. Come sua abitudine in questi casi, si mise davanti allo specchio e cominciò a sputacchiare a se stesso, e a strapparsi via con molto dolore i peli duri come fil di ferro che gli uscivano a ciuffi dalle orecchie, usando le dita dei piedi.
“I bambini non possono, non devono essere felici!”, ripeteva furioso il mago Paonazzo Brubrù al sé stesso nello specchio. “Come si permettono questi qui di Castelbello di non avere mai paure né tristezze, né malattie né rimpianti né lacrime? Il mondo, il mio mondo, ha tanto bisogno di lacrime di bimbi!”
E sptù!, e sptù!, si sputacchiava in faccia nello specchio tutto sputacchio. E stràp, e stràp, si strappava i peli duri dalle orecchie con le dita puzzolose dei piedi.

Allora un brutto giorno il mago cattivo Paonazzo Brubrù arrivò a Castelbello, per indagare sul motivo di tanta fastidiosa felicità. Non ci mise molto a scoprire che la colpa era tutta del negozio di animali TENERI AMICI di vicolo Bentivoglio. Decise dunque di fare del male al mago buono e a tutti i suoi animali: micini, cagnolini, criceti, porcellini d’india, conigli, e uccellini e topini e marròfoli. Così tutti i bambini sarebbero finalmente ridiventati tristi.

Ma invece: sorpresa! Il mago buono non dovette far altro che far incontrare lo sguardo di Paonazzo Brubrù con quello del coniglietto azzurro. Era l’animale giusto per lui, e stava da più di cent’anni nel retrobottega in attesa del suo padrone ideale, che non veniva mai. Allora il coniglietto, vecchissimo, fece un sospiro di contentezza, e poi morì soddisfatto. Allora (chi non l’ha visto non ci crederà mai) il mago cattivo prese fra le sue mani il corpicino senza vita del coniglietto azzurro e si mise a carezzarlo teneramente. Come tutte le persone cattive, Paonazzo Brubrù non era mai stato capace di piangere in vita sua. Ma per la morte del coniglietto azzurro il mago cattivo si sorprese a distillare una lacrima: un’unica, solitaria, densa lacrima azzurra che fuoriuscì dal suo occhio sinistro (molto timidamente, come se pensasse di dover chiedere “permesso” prima di uscire).
E questa lacrima che pianse per il suo coniglietto lo trasformò per sempre in un mago buono.
Così i due maghi divennero amici, e si misero in società per ingrandire il negozio e fare ancor più felici i bambini.


Queste cose succedono solo a Castelbello, e una volta ogni quattordici secoli.
Ma l’importante è che succedano.
Poi Castelbello sparisce, persino dalle carte geografiche, e ridiventa per molto tempo un paese nascosto. Così che nessuno, né buono né cattivo, possa andarci a ficcanasare.
Perché da quelle parti amano tanto gli animali e tantissimo i bambini.
Ma non sopportano i curiosi.

martedì 20 dicembre 2011

Eresia flash – La banalizzazione dei Sentimenti: “Tradire fa bene all’amore”? Io direi proprio di NO!


Ma perché gli italioti debbono sempre e su tutto essere i più banali e conformisti del mondo? Eterni cantori della più grigia e squallida ipocrisia? Di scempiaggini rasoterra tipo quella secondo cui “tradire fa bene all’Amore”? Ma quando mai? C’entrerà, come al solito, il bieco cattolicesimo, quella salsina rancida e furbetta in cui vengono incarpionati da piccoli? Quella religioncina di comodo che li convince del fatto che puoi anche rubare e ammazzare, basta che poi ti confessi, e fai una bella offerta per restaurare la chiesa?
Il celebrato regista Pupi Avati dice: “Ho tradito, ma credo nel matrimonio”.
Be’, io nel matrimonio non ci credo neanche un po’. Ma il tradimento e i traditori mi fanno proprio schifo. Uno schifo da conati di vomito. È più forte di me.
Ormai lo si sarà capito: io sono italiano soltanto per capriccio anagrafico (e per l’uso di questa Lingua che ritengo Meravigliosa), ma il mio molesto parere è il seguente:
chi sceglie di essere libero, libero sia, con gioia (il che vale tanto per i single cosiddetti “farfalloni” quanto per le coppie, per loro decisione, “aperte”).
Ma chi, per scelta non imposta da nessuno, è coppia, abbia il cuore, l’anima, il cervello e le palle per essere coppia!

lunedì 12 dicembre 2011

Tre poesie dei giorni rubati (1989-1990)



PARANAJA 223



Scheisse-Stadt

Ville de merde
Quattro case e una kasèrm

Here tu ne peux be pas youself
Qui you can't etre a real man

Solo in sonno sogni freedom
La sfiori in walkman television

Qu'est-ce que c'est suicide temptation
I don't know se è la solution

E mi sento down down down
Perché vorrei volare but

I'm intrappoled dan' this
SHIT TOWN






ROSSANA



Mia cara Rossana
Non era impossibile, sai
In quella notte bugiarda e sincera
Cambiare la mia e la tua vita

Caserma Rossani
Da mesi qui dentro oramai
Prigioniero di questa bandiera
Pensando fra poco è finita

Rossana
Rossana
Rossana

Ma poi chi sarà la mia vita?






GUARDIA NOTTURNA IN PORTA CARRAIA



"Altolà
Chi va là
Passi al largo"
Forse sono
Già pazzo
Ma non
Me ne accorgo

"Ufficio
Addestramento
Geniere Pezzoli"
E in fondo
Erano tutti
Peccati
Veniali

Forse sono
In catene
Soltanto
Per sbaglio
O per poca
Fortuna

E mi trovo
A inseguire
Distratto
Quei raggi
Di luna



Pattugliando
E vegliando
Sul sonno
Dei mezzi
M'illudo
Di poter ignorare
I miei nervi
Ormai a pezzi

Stare soli
Con un fucile
E dei colpi
E' cosa assai dura
E quando mi specchio
Nel cielo mi faccio
Paura

Ma non devo
Lasciarmi
Scappare
Di mano
La speranza
Che scivola

E continuo
A inseguire
Distratto
Quei raggi
Di nuvola




sabato 10 dicembre 2011

Non solo stroncature. Consigli per le feste, per provare a difendervi dall’editoria ecospurgo-natalizia che mirerà a CONCIARVI, per le feste…. (3)



Martin Amis
L’informazione
Einaudi
Pagg 436 € 12.50
Voto:

Quella di partenza è una situazione che ricorre spesso nella narrativa moderna: il rapporto perverso fra due amici scrittori, con quello semisconosciuto e fallito (che però si ritiene più dotato, e forse lo è) a macerarsi nell’invidia per il successo commerciale e mondano (ai suoi occhi clamorosamente immeritato) dell’altro, che percepisce sempre più come individuo fortunato, superficiale e fasullo, arrivando al punto di desiderarne, e addirittura progettarne in modo concreto, la distruzione persino fisica.
Non qualcosa di particolarmente nuovo, dunque, ma nessuno l’aveva mai resa con la verve geniale e travolgente di questo riuscitissimo romanzo, pienamente comico in alcune sue trovate, pienamente tragico nel descrivere la disperazione di un uomo portato dalla sua lucida ipersensibilità, ma anche da un’ambizione smisurata e frustrata, sull’orlo della follia.

Vulcanico e talvolta un po’ arruffone, ricco, originale e generoso fino all’incasinamento, elettrico ai confini del cortocircuito, Martin Amis è un certamente ottimo scrittore, ma forse di quelli da prendere a piccole dosi non consecutive: diciamo che un paio di suoi libri all’anno potrebbe essere la giusta posologia. Piacevoli comunque il suo umorismo corrosivo, l’inventiva, il sarcasmo, la perfidia. Amis non è un amante della sintesi, almeno non qui (più di quattrocento pagine a caratteri molto minuti, altrimenti sarebbero state settecento), quindi ogni tanto un po’ di noia, ma poca poca, ve l’assicuro.

E poi, come non amare uno capace di riversare ironia al vetriolo persino sui pianeti e i loro satelliti? [pag. 66: “E ora Plutone. Non bisognerebbe mai prendere in giro gli afflitti, naturalmente, ma Plutone è davvero un disgustoso pezzetto di merda. Giove non ce l’ha fatta a diventare stella; Plutone non ce l’ha fatta nemmeno a diventare pianeta. Atmosfera rarefatta, una crosta di ghiaccio spessa 500 chilometri, e poi roccia. La massa di Plutone è circa un quinto della massa della nostra luna, e la sua luna, Caronte (altro cesso) è ancora la metà.”]

Chi non sa, o non vuol sapere (perché non gli conviene) cosa sia uno Scrittore, accusa Martin Amis di essere troppo virtuosistico, pirotecnico e autocompiaciuto. In altre parole, lo accusa della grave e imperdonabile colpa di essere troppo bravo.
Be’, che devo dirvi: se vi piacciono sciatti e mosci, come certi nostri balbettanti e presuntuosi coglioncelli, come certi nostri scolaretti politicizzati e omogeneizzati e pompati che non sarebbero degni di pulirgli una ciabatta con la lingua (o, per fare un esempio cinematografico, se preferite cinepurgoni e mediocri checchizaloni a Woody Allen), non leggete Martin Amis.
Ma se vi piacciono bravi e talentuosi, avrete già indovinato cosa sto per dirvi: non fatemi incazzare.
In ogni caso, questo è un romanzo da regalare solo a chi ama davvero leggere, che siate voi stessi o una persona a cui volete bene. Se ama solo leggiucchiare di tanto in tanto, potrebbe non apprezzare un simile dono. Questo mi pareva corretto dirvelo.
Parola di Scriba.

domenica 4 dicembre 2011

Non solo stroncature. Consigli per le feste, per provare a difendervi dall’editoria ecospurgo-natalizia che mirerà a CONCIARVI, per le feste…. (2)



Paul Auster
La notte dell’oracolo
Einaudi
Pagg 207 € 11
Voto: 10+

Dopo l’ottimo thriller di Collins di tre giorni fa, oggi vi voglio parlare di un romanzo per palati ancor più sopraffini.
Questo è un libro da regalare innanzitutto a voi stessi, per farvi del bene, per gratificarvi, premiarvi, coccolarvi. Oppure da regalare a qualcuno che sapete particolarmente innamorato dell’Arte Narrativa (ma in questo caso dovrete essere ben sicuri di non fare un doppione, perché se è innamorato dell’Arte Narrativa è abbastanza probabile che La notte dell’oracolo sia già da tempo presente tra gli scaffali della sua libreria).
Si tratta forse del più bel romanzo scritto dal mio autore preferito, un romanzo talmente geniale che francamente non saprei che altro dire, quindi non fatemi incazzare eccetera eccetera.
L’unica cosa che posso aggiungere è che, se non l’avete ancora letto e pensate di leggerlo, non potrò far altro che invidiarvi, nel ricordo dell’irripetibile emozione che provai, qualche anno fa, al cospetto di questo libro, e di tutti i successivi di Paul Auster che divorai in rapida successione (dovendo fare una classifica, gli altri migliori sono per me, nell’ordine: Il libro delle illusioni, Trilogia di New York, Moon Palace, Follie di Brooklyn, Timbuctu, tutti con voto fra 9 e 10 – e sapete quanto sia cattivello, io, coi voti – ma consiglio anche la sceneggiatura di Smoke, o il dvd dello splendido film).
Parola di Scriba.


venerdì 2 dicembre 2011

Eresia flash: vatikaliA-lobotom italY colpisce ancora!



ASINO CHI NON LO DICE

Amici miei, quando l’ho letto non ci volevo credere: ieri, 1 dicembre, giornata mondiale contro l’AIDS (il cui vero significato per certi simpatici bigotti sembra continuare a essere Auspicato Intervento Divino Sanzionatore), è circolata in RAI una direttiva (qualcuno dice di origine ministeriale, ma al ministero negano) che ordinava, come ai tempi della peggiore censura fascistoide, di NON PRONUNCIARE mai, nemmeno una volta, per tutto il giorno, la parola tabù “profilattico”.
Lo riporta stamattina in prima pagina il Corriere della Sera, che riferisce di un’email “con priorità alta” mandata dalla tv di Stato a conduttori e giornalisti di Radio 1:
“Il ministero [della Salute!!!!] ha ribadito che in nessun intervento deve essere nominato esplicitamente il profilattico; bisogna limitarsi al concetto generico di prevenzione nei rapporti sessuali…”
Da notare che Radio 1 aveva per l’appunto in programma (guarda caso) un lungo speciale sull’argomento. Sarebbe un po’ come vietare ai radiocronisti di “Tutto il calcio” di pronunciare la parola “palla”: ne saranno usciti pazzi, quei poveracci…

Ricordando che qualcuno ha già sulla coscienza milioni di africani, per essere andato a dirgli non tanto di non pronunciarlo, quanto proprio di non usarlo (!), e in attesa di circolari che proibiscano anche “intelligenza”, “pensiero”, “onestà”, “libertà” e “civiltà” (tutte cose che comunque in vatikaliA-lobotom italY sono state già da tempo abolite di fatto), approfitto della mia fortuna di NON lavorare per la RAI per scrivere un paio di volte, o qualcosolina di più, il nome del Benedetto Coso che può salvarci doppiamente la vita, poiché agisce come barriera protettiva sia nei confronti delle malattie sessualmente trasmissibili, sia nei confronti della bomba atomica demografica destinata a spazzarci via nel giro di pochi decenni. Giuro e certifico di averlo digitato ogni singola volta, perché si tratta di una questione troppo seria, per banalizzarla con un copia e incolla:
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Mi sono stancato (l’ho scritto solo, simbolicamente, una volta per ogni anno della mia vita).
Ma potete andare avanti voi, se volete.



giovedì 1 dicembre 2011

Non solo stroncature. Consigli per le feste, per provare a difendervi dall’editoria ecospurgo-natalizia che mirerà a CONCIARVI, per le feste…. (1)



Michael Collins
Morte di uno scrittore
Neri Pozza
Pagg 464 € 19
Voto: 8

Lo ammetto: nei confronti della letteratura cosiddetta “di genere” ho sempre avuto atteggiamenti un po’ snob, che mi han portato ad arricciare il naso persino davanti allo sdoganamento (meritato) e alla successiva glorificazione (esagerata) di Simenon.
Ma è innegabile che quando a sfornare, in via eccezionale, una storia con delitto-indagine è uno scrittore coi controfiocchi, non solo le cose cambiano, ma addirittura si giunge a qualcosa di indicibilmente gustoso, si giunge al prodotto ideale da abbinare all’ideale situazione di umano relax poltrona-gatto che fa le fusa-fuoco nel camino-mentre fuori nevica.
“Ma la situazione ideale è fare l’amore!”, verrà subito a dirmi il solito guastafeste, impaziente di rovinarmi il bel quadretto. Allora facciamo così: domani hai appuntamento con una splendida ragazza appena conosciuta, e ieri, per non farti mancare niente, ti sei spaciugato un bel transettino brasiliano ventenne (se sei un vecchio modello monosessuale, scegline pure solo uno dei due). Ma stasera poltrona, libro, gatto e camino, e non rompere i maroni! O ti spedisco fuori a spalarla, la neve.
Non giro l’esempio al femminile perché so che voi ragazze ne siete già tutte consapevoli, del fatto che il sesso è (quasi sempre) sopravvalutato, e la lettura poltronesca sottovalutata…
Come al solito non svelo la trama, che per chi volesse è a portata di un paio di clic sui mille siti che si occupano di libri.
Dico solo che in questo romanzo atipico (rispetta poco gli schemi e gli stereotipi, anche se qualcuno inevitabilmente c’è) e mai noioso (malgrado la lunghezza), il delitto, anzi, i delitti, hanno risvolti inconsueti, il contesto psicologico e culturale è al tempo stesso atroce e stimolante, i personaggi sono tutti interessanti e tutt’altro che monodimensionali, le descrizioni originali e accurate, con qualche bello sprazzo poetico-visionario.
La scrittura è di medioalto livello, sapiente ma semplice, fluida (e non so perché ci abbia messo quel “ma”: se la scrittura è di medioalto livello e sapiente, è ovvio che sia anche semplice e fluida, ormai l’abbiamo capito che i barbosi sono persone che non sanno scrivere…).
Questo è decisamente il mio consiglio come regalo natalizio, quindi non fatemi incazzare e provatevi a seguirlo. E se non volete seguire il mio (e se non avete la fortuna di avere un amico libraio davvero appassionato), vi scongiuro almeno di seguirne altri di cui vi fidate, o comunque di andare a fare i vostri acquisti con le idee chiare e un bel foglietto con autori e titoli già scritti, altrimenti, in quella babele dell’ecospurghi in cui si trasformano le grandi librerie trash-commerciali in occasione delle feste, finiranno col rifilarvi le peggio cose…
Io vi ho avvertiti. Poi non venitevi a lamentare se il bestseller che vi ha appioppato la commessa faceva talmente vomitare che l’amico a cui l’avete regalato vi ha tolto il saluto, dopo aver barattato il vostro regalo da classifica italiota con una scatoletta di cibo per cani.
Parola di Scriba.


lunedì 28 novembre 2011

Eresia flash: voti pesanti o voti pensanti?



RATTOCRAZIA

Leggo di questa assurda idiozia che prende sempre più piede (come del resto TUTTE le idiozie, che paiono godere di corsie preferenziali…): l’ipotesi di far “pesare di più” i voti di chi è giovane e di chi fa un maggior numero di figli. Sempre nell’ottica, sempre sulla scia cretina e demente, di considerare valori positivi e irrinunciabili la cosiddetta crescita, il cosiddetto sviluppo, e la deflagrazione demografica destinata a spazzarci via tutti quanti (e mi riferisco alla funesta tendenza planetaria – non vuol essere, la mia, una sparata contro chi ha due o tre figli, quelli magari vorrei averli pure io: sono solo contro la glorificazione del riproduzionismo, l’apologia della proliferazione, l’arroganza panteganesca del “fate largo e me perché ho tanti bebè”…)

Non sono mai stato per la gerontocrazia, e mi scappa da ridere quando mi si dice che un vecchio è per forza un saggio, ma l’idea che il voto di uno zoticone semianalfabeta, di un coniglio affollamondo che a vent’anni ha già fatto cinque figli dovrebbe contare più di quello di un artista-scienziato-filosofo sessantenne celibe è così stolta e ripugnante, così gravida di putrida imbecillità, che non mi verrebbe neanche da chiamarla “idea”.
Semmai, mi sembra ovvio che dovrebbe essere L’OPPOSTO. Se proprio dobbiamo sconfessare la regola “una testa, un voto”, non dovremmo dare più peso alle teste pensanti, cioè più intelligenti (a patto di poterle riconoscere e misurare, cosa che non sarà mai possibile, il che forse è una fortuna, in un contesto in cui intelligenti è meglio esserlo di nascosto…) che non a lobotomizzate teste di minchia piene solo di testosterone e di televisione, ma con tanti bei muscoloni per lavorare e bei cazzoni per ingravidare?

L’imbecillità ha già abbastanza peso e fa già abbastanza danni, in democrazia, proprio perché i figli degli imbecilli saranno, un domani, imbecilli che votano. Vogliamo aumentare il danno facendoli già ragliare dal seggiolone, dalla culla? O vogliamo far passare la mentalità beota secondo cui chi fa meno figli è meno responsabile, e chi non ne fa per nulla è un irresponsabile, o un egoista cui non sta a cuore il futuro dell’umanità? Magari al sessantenne celibe il futuro sta a cuore semplicemente perché è altruista, o illuminato, o perché è un buddista che pensa di tornare a nascere, o ancora (per rimanere a questi discutibili moventi “di sangue”) perché ha dei fratelli che han messo al mondo dei nipotini che adora… Per non parlare del fatto che il saggio sessantenne celibe potrebbe essere portatore di un punto di vista più empatico-terrestre, e quindi più responsabilmente proiettato sul futuro collettivo, mentre tanti “bravi” genitori gretti e bigotti non vedono un centimetro più in là delle immediate ed egoistiche esigenze del proprio ristretto clan, e poco gli importerebbe di far vivere nove decimi di umanità ancor più a mollo nella povertà, nella fame, nell’inquinamento e nella schiavitù di quanto non ci vivano adesso, se questo favorisse il benessere materiale dei kompetitivi mostriciattoli che hanno scodellato (magari senza volerlo, perché la contraccezione “è peccato”…) E stronzi simili dovrebbero ipotecare il futuro di tutti, solo perché producono e si riproducono? Quale sarebbe il nuovo slogan: “Una testa, un vuoto”? “Il voto è in sé gretto?”

Ma se tu facessi la proposta (anche solo provocatoria) di premiare l’intelligenza verresti liquidato come elitario, radical-chic, razzista borghese o addirittura nazista. Mentre se fai quella di premiare la giovinezza (“Giovinezza”, vi ricorda qualcosa?) e la prolificità (tanti figli alla cagnA patriA, anche questa non mi è nuova…) passi per Giusto e moderno!
Già, l’intelligenza. Come diceva, l’immenso Arthur Bloch?
“La somma dell’intelligenza sulla Terra è costante.
La popolazione è in aumento”.
Le mie più sentite condoglianze.

sabato 19 novembre 2011

CI SENTO BENE MA VOI PREFERIREI NON SENTIRVI, GRAZIE



EEH??

Brutta notizia per i venditori di apparecchi acustici: il mio anziano padre ha tanti altri problemi, poverino, ma in compenso ci sente benissimo. Però, come tutti sanno, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. E così, imperterriti e mai disposti alla resa, dai call center della “misurazione gratuita dell’udito” (ma esisterà una paroletta più odiosa e disonesta di “gratis” e derivati?) ci subissano di chiamate. Alla faccia della Privacy – la Privacy vera, non quella dei manigoldi altolocati, la Privacy del Cittadino che non vorrebbe essere disturbato, o, come diceva il personaggio di un grandioso film, “non vuole essere rotto i coglioni”.

La fregatura è che non si qualificano subito, altrimenti sarebbe divertente prenderli in giro facendo finta… di non sentire quello che dicono, come lo Zio Storno di un mio romanzo che un giorno leggerete.
“Misurazione gratuita dell’udito”
“Cooosa? Parli più forte!”
“MISURAZIONE GRATUITA DELL’UDITO”
“Eeh??”…

Mi rendo conto che l’avere 77 anni fa di mio padre una succulenta potenziale preda, ma quella dell’altra mattina sarà stata la quarantesima chiamata in un anno (in fondo, nel breve intervallo di tempo, il problema prima inesistente potrebbe sempre insorgere… Tiè!). Inutile dire che noi qui ci siamo pure presi la briga di iscriverci al famosissimo e inutilissimo Registro delle Opposizioni (neanche ci illudessimo di vivere in Danimarca, e non in Lobotom-Italy), nella speranza di poter dire basta a tale sconcio. Ma questi signori, e non solo loro (vero, vodafone?), vanno avanti. Io che sono una persona mite, gentile e civile, non immaginate come mi debba trattenere, quando arriva la classica telefonata di persona sconosciuta che, guarda caso, esordisce soltanto col nostro cognome seguito da punto interrogativo, oppure col nome di mio padre perché è quello che figura nell’elenco, quanto mi debba trattenere dal mandarli dove meritano, questi disturbatori fuorilegge della quiete privata.
Sì, lo so, quello che chiama è solo uno sfruttato sottopagato che si arrabatta per guadagnare qualcosa, anche se quello che gli fanno compiere è un Reato bello e buono (anzi, brutto e antipatico). Ed è il motivo per cui, pur riattaccando sempre, cerco però di essere cordiale, arrivando addirittura a giustificarmi con frasi del tipo “Non voglio farle perdere tempo”, quando invece quello che sta perdendo tempo sono io. Ma se avessi per le mani i loro furbi padroncini…
Finirà mai, questo illegale e insopportabile schifo peculiarmente italiota?

giovedì 10 novembre 2011

DIARIO SGARUPPO - La genzìa Ansia mi spaventa à lu nonno

Tuti i giorni cè la genzìa Ansia che dice che alla borsa di Wallappiglia Stritt o di Pizza Affari anno bruciato i migliardi, che io allora dico ma invece di bruciarli pecchè nun me ne danno nu poco ammìa, quegli emmeriti fetentuna figliendrocchia e strunzemmerd?

Perchì nun tiene u compiuter o u tabblètt oltre alla genzìa Ansia ci stanno poi li giurnali, che sono un po’ come i tiggì ma con meno face da cazo e le notizie che stanno più ferme, e queli sono molto sconsilliabbili al nonno Artemio sclerotico, pecchè se ci legge sopra che i Ministronzi e i Tremorti je vogghiono fottere a pensiuna poi ci vengono le puzze al cuore, le colluttazzioni al collon e la palpitazione maleodorata. Eppoi danno notizie sbajate, che dicono che i politici sono bravi o nesti, opure chiamano scritori dei nalfabeti vaffabeti e dei giornalistozi cazzulli o racomandati, che il scritore vero Pezolly l’atro jorno se voleva sucidare.

Il zio Aristobecco lege sempre li serti salute e così ogni jorno se trova na nuova malatia, cheppoi ci scassa la mynchia a tuti, io inv’ece songo solo moderata mente lergico ai giancarli della polvere, perhò non scasso.

La zia Protozoa e la zia Pasquala inv’ece legeno solo il roscopo e lì stano bastanza tranquile e buonine, al masimo dicheno i brutti paroli se il roscopo è tristo, opure dicheno i brutti paroli dippiù se il roscopo è bello che alora sembra pigghià pou culo, scusa te il termine nu poco culestre.

Inv’ece il zio Mitocondrio segue solo lu sporc, e sicc’ome tifa u Napule rivolesse le apparizioni della Maradonna, e dice sempre che a Smazzarri nun capisce na mazza e bisognasse mazzularlo quando fa giocare a Scemàili e a Sfigheleff e a chillu catorcio de Fiat Pandev… perhò tiene molta fiduccia nel nostro presidente a De Laurentiiiis, che fa li brutti filme e quindi incassa miglionate ‘ncoppa a stupidità dell’agente, e dice che è sempre più megghio de Moratti Ambassador che tiene troppi denti da lavare o di Lavucato Gnello (perhò chillo vivo) che tratta male i perài, o i Della Balle che fano scarpe perhò non da palone e ci sarà pure nu motivo.

A me minteressa solo se cè le troie a colori a quatro zampe che fano pubicità ai rologi proffumi e gioieli e altre cazzate rotiche che alora almeno mi sparo una granseola (ma devo coprire i morti che stano nela stessa pagina senò mi si smolla), che doppo vado a confesarla a Don Purscé che mentre ce la raconto si sfruculia anco lui che il confesionale puza sempre strano e siamo tuti contenti, vah.


lunedì 7 novembre 2011

Eresia flash su buoni e cattivi maestri – Se Autogatto e Mototopo hanno la Laurea ad Honorem e pubblicano libri, e Socrate non lo conosce nessuno…

MEGLIO AVERE
UN PO’ MENO COGLIONI
(IN TUTTI I SENSI…)

Mi è tornato improvviso il ricordo di un incontro pomeridiano, facoltativo, al mio vecchio liceo scientifico. La piacevole e gratuita lezioncina (un’ora scarsa nell’aula di disegno) di un uomo che per me era un perfetto sconosciuto, ma si rivelò un vero Maestro di Vita (il suo nome, spero di ricordarlo giusto, era Maresca). Ci elargì, quasi con timidezza, tre piccoli, strani input psicologici e filosofici per la possible salvezza nostra e del nostro pericolante e rincretinito mondo. Il primo era “Fare ogni tanto un bagno di tomba”. Per riacquistare la giusta prospettiva. Era un’idea di Pablo Neruda. Distribuì fotocopie di quella sua poesia. Il secondo era “femminilizzare l’uomo”. Non necessariamente diventando tutti gay, volle aggiungere. Il terzo, bellissimo e geniale, era “imparare a FERMARSI COL VERDE”. Ovviamente in senso metaforico, non in senso strettamente semaforico. Altrimenti, sai i tamponamenti e le maledizioni…

Ebbene, ai nostri sciagurati e squallidotti giorni, in occasione della strombazzatissima uscita dell’autobiografia del calciatore Zlatan Ibrahimovic (in cui, fra le altre cose , il nostro eroe racconterebbe di aver minacciato di percosse un bravo allenatore e una persona squisita, Pep Guardiola, da lui poeticamente definito “senza coglioni”), i media hanno ritenuto opportuno e intelligente dar risalto alle sue illuminate parole: “Mi piacciono i tipi CHE PASSANO COL ROSSO”. E qualcosa mi dice che costui avrà molti più ascoltatori e discepoli, rispetto al buon professor Maresca, mio inaspettato buon maestro di 25 anni fa.

Se avessi dei figli, direi loro di appassionarsi liberamente a qualsiasi sport possano trovare affascinante. Ma gli direi pure che, nel caso in cui qualcuno avesse la pessima idea di regalargli un libro scritto da un atleta o da un pilota (o, come spesso accade, dal giornalista amico suo), magari zeppo di grotteschi aneddoti sul guidare come un pazzo la macchina a 325 all’ora lasciandosi dietro la polizia (e i neuroni), o di consigli sulla bellezza di andare in moto a 300, sul passare col rosso, sul fare a pugni con la gente, o sull’essere un machomacaco, o sul chiamare “trasgressiva” la più becera e bovinozza delle vite discotecare, non gli lascerei sfogliare nemmeno una pagina, e andrei di corsa (anzi, camminando adagio, adagissimo!) a svenderlo al Libraccio.



venerdì 4 novembre 2011

Il vostro poeta pentito ci ricasca, e dopo più di vent’anni torna a concepire qualcosa di almeno vagamente poetico!



Passeggiavo attorno al lago. A metà del cammino mi sono seduto su una panchina, scosso da qualcosa che accadeva nella mia testa, un misto di dolore e attacco di panico (assurdo, dato il luogo meraviglioso in cui stavo, e per questo ancor più spaventevole), e mi sono venute queste parole da scrivere sul mio piccolo taccuino nero. Sono solo strani pensieri, ma io provo a chiamarla poesia.


EFFIMERO BAGNO D'IRREALE



Sulla riva orientale un albero divelto
Mi mostra le ormai vane radici
Un suo fratello sussurra via foglie d'ocra
Le sparge su sciabordio e lamento di volatili

Seduto in solitudine io guardo
Canottieri improvvisi sorti dal nulla
Spettrali transumanze d'antico Canalgrande
Fantasmi gondolieri nel giorno dei morti

La maggior parte singoli in piccole canoe
In muto avanzare sparpagliato sull'acqua
A punteggiare di tenui colori il grigio palustre

Non pareva allenamento
Nella lattiginosa nebbia
Ma una pacifica
Processione di Caronti
Silenziosa
(Mi chiamavano?)

Finché il vento girando
Ha squarciato la patina
Di glassa ovattata
E mi ha portato le voci
Dell'istruttore al megafono
E degli atleti
Volgari e cretine
Han rovinato l'incanto
Disturbando i cormorani e me

Purtroppo erano veri
Purtroppo seguitavo a vivere



Lago di Varese, 2 novembre 2011, pomeriggio.

(Foto: MISTY LAKE, 2008)

mercoledì 2 novembre 2011

Il tragicomico Talento di Aleksandar Hemon


Aleksandar Hemon
Il progetto Lazarus
Einaudi
Pagg 305 € 21
Voto: 10-

Il commento più azzeccato e illuminante, fra quelli riportati in quarta di copertina, è di Cathleen Schine del New York Times: “Hemon prende la struttura formale dell’umorismo, la grammatica della commedia, il ritmo e il tempo degli scherzi, e li usa per rivelare la disperazione. Il progetto Lazarus è un libro pieno di divertimento e di battute, e allo stesso tempo indicibilmente triste”.
Non mi stancherò mai di ripeterlo: un grande scrittore è SEMPRE, istintivamente, intimamente, costituzionalmente – a volte perfino senza volerlo a livello consapevole – TRAGICOMICO, nell’accezione più estesa e totale del termine.
Ed è poi il motivo per cui oggi di Scrittori italiani ve ne sono pochini, e quei pochi sono semisconosciuti. Qui si preferisce, per funesta e autocastrante scelta editoriale, una netta distinzione, atta forse a non confondere, a non sballottare, a non traumatizzare certi piccoli e fossilizzati cervelli (a cominciare da quelli di chi queste “scelte” è chiamato, purtroppo, a operarle): o piagnucolosi, raffinatissimi, noiosissimi tromboni (pallosi, pallosi, pallosi!), o vuoti e pompati stupidelli da due soldi (banali, banali, banali!), gli uni e gli altri con meno talento di una zanzara sclerotica, di una larva di mosca. Ma finché i boccaloni vengono all’amo, finché preferiscono i cagnotti al caviale, che devo dire: buon pro gli faccia.
E tutti malati, questi cagnotti, di ripetitività (anzi, per meglio dare l’idea dovremmo dire: ripetitititititività): nel primo stentato (ma premiatissimo) libercolo sono già contenuti i trenta (o trecento…) successivi, inutile attendersi evoluzioni.
Ma noi qui ci occupiamo di caviale, cioè di tragicomico Talento.
In tal senso Hemon è stato per me una deliziosa sorpresa, una rivelazione.
Un esempio di questo cozzare fra toni diversi a produrre sublime stridore, fra i mille che potrete trovare in questo scrigno prezioso, è fra le pagine 98 e 100. Dove si passa dalla più pura e dura poesia del dolore (“L’alloggio è vuoto senza Lazarus, gli oggetti che la circondano sono estranei al suo mondo, insensibili alla sua pena: un catino vuoto, uno scialle appeso a una sedia, un’imperturbabile brocca d’acqua, la macchina da cucire, con la cinghia che a tratti tintinna. Olga non riesce a toccarli; ne fissa le forme, come in attesa del momento in cui si squarceranno rivelando il nocciolo duro di dolore che ogni maledetta cosa racchiude”) alla più dura e pura comicità della disperazione (“Cara mamma, Lazarus è morto e io sono impazzita. Per il resto stiamo bene e ti pensiamo tanto”).
Non fatemi incazzare: ci sarà una libreria abbastanza vicina a casa vostra, no?
Dimenticavo: una trama c’è, ma non sto neanche a dirla. A parte che volendo la troverete nel giro di un clic su ibs o dove vi pare, ciò che conta per me è che questo signore sia uno Scrittore, cioè uno che scrive da dio, e quindi in grado, all’altezza, di FARCI COMPAGNIA. Se avete altri (legittimi!) parametri o priorità, chiedete consigli a qualcun altro. Ma se la pensate come me, non perdetevi per niente al mondo Aleksandar Hemon.
Parola di Scriba.