"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"
SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

martedì 30 gennaio 2018

“Fai bene a guardare quel campo. Perché tu non ci metterai mai piede”

Fototessera adolescenziale, alcuni mesi fa


ANTROPODINAMICA SOCIALE


Mafia, bullismo, mobbing: a 16 anni provai sulla mia pelle queste belle cosine, tutte in una volta. Arrivai in una nuova squadra di calcio. Era il mio anno migliore, e nelle partitelle segnavo gol a grappoli: di sinistro, di destro, di testa, di tacco al volo alla Paulo Roberto Falcao, con tiri da lontano o entrando in porta col pallone dopo averne dribblati tre o quattro. 
L’allenatore passò da una prima fase in cui mi illudeva per pungolare il centravanti titolare scarso (“Dovrò far giocare quello nuovo: chèl lì el fa gol!”) a una seconda fase in cui prese a maltrattarmi sistematicamente, al limite del sadismo e della persecuzione, per spingermi ad andarmene. Ma io stupidamente non mi arrendevo, e continuavo a farmela in treno, più tre chilometri a piedi tutto solo al buio, per tre sere la settimana. 

Alla fine arrivò a emarginarmi facendomi svolgere tutto un allenamento in disparte, lontano, come succede soltanto nelle squadre professionistiche ai ribelli messi fuori rosa. Al rientro negli spogliatoi sbottai in un pianto irrefrenabile. Fu l’ultima volta che mi videro. 
Qualche settimana prima, il centravanti titolare scarso mi aveva raggiunto presso la rete che separava il campetto d’allenamento dal campo grande, e in un orecchio, con sfottente arroganza, mi aveva sibilato: “Fai bene a guardare quel campo. Perché tu non ci metterai mai piede”.

Ogni sera il centravanti titolare scarso arrivava e ripartiva in macchina con l’allenatore. Non sono ancora riuscito a perdonarli. Eppure dovrei essere grato, a quelle due belle personcine. Perché mi hanno aperto gli occhi sui tre pilastri su cui si basa l’antropodinamica sociale: mafia, bullismo, mobbing.

(Buon compleanno, Nick!)


giovedì 25 gennaio 2018

NEL LABORATORIO DELLO SCRITTORE - Assaggi da un romanzo prossimo venturo

[Estate del 1980: il tredicenne Corradino sta trascorrendo una vacanza nella Svizzera Tedesca, ospite di alcuni lontani parenti]


Dalla seconda parte del capitolo 6 ("Chiavi in meno"), l'episodio degli stronzi di pietra.


"Il culmine della mia giornata fu quando una specie di vecchia coi capelli biondi tinti irruppe nel bagno mentre tentavo di cagare. Perché l’unico difetto del cugino Bernardo e di Martina Weckerli era lo sfizio intellettuale – un misto di Woodstock e sessantottismo bohémien – di lasciar volutamente sprovvista di chiave la porta di quel così delicato localino, e questo era l’unico lato di loro che non solo non approvavo, ma proprio, con tutto me stesso, detestavo. La barbagianna intrusa si mise subito a pigolare «Ooh, scussi, scussi», con vocina stridula e imbarazzata, poi richiuse la porta e se ne andò. 
Ma intanto mi aveva inibito i complicati equilibri psicointestinali dell’evacuazione.

Questi svizzeri erano proprio incomparabilmente più civili, checché ne dicano i brubrù italici amanti dei rifiuti nei boschi, degli sputi per terra, delle cacche di cane sui marciapiedi e dei pacchetti vuoti di marlboro gettati dalle auto in corsa. Solo che a volte certi aspetti di civiltà possono rivelarsi controproducenti. Per esempio questi svizzeri di cui ero ospite non usavano chiavi. Proprio da nessuna parte. L’unica chiave da loro conosciuta era quella per avviare la duecavalli color panna. Se le macchine fossero partite in altro modo, quello di “chiave” sarebbe stato presso di loro un concetto sconosciuto, o quantomeno superato. Tenevano sempre tutto aperto. La porta d’ingresso, il portone da basso, perfino l’atelier che era zeppo di opere d’arte e materiali costosi. E se l’essere senza chiave della porta d’ingresso di casa può darti la piacevole impressione di stare davvero in un posto tranquillo, in un luogo di fiaba dove niente di male ti potrà mai accadere, dove i ladri o non esistono o si sono beccati l’ergastolo preventivo dopo la prima merendina rubata all’asilo, e dove gli attentatori bombaroli vengono individuati e strozzati in culla da Alexander Schwartz, lo stesso non si può dire dell’assenza della maledetta chiave nella maledetta toppa interna di quella cazzo di porta del cesso.

Non che la vecchia pigolante mi avesse visto nudo: quando stai assiso su quel trono coi pantaloni arrotolati non si vede mica niente, ma da quel momento in poi rimasi terrorizzato dal possibile prodursi di altre irruzioni consimili e violazioni mangiacrauti della mia intimità, e a un certo punto maturai la decisione che per qualche giorno avrei potuto benissimo tenerla.
Ma quando fai così per troppi giorni, poi finisce che gli stronzi (nel senso di “pezzi di sterco”, come il vocabolario di casa mia definiva l’unica parolaccia che vi si potesse reperire all’epoca) diventano vendicativi e fanno le rappresaglie. Le rappresaglie degli stronzi consistono nel fatto che diventano di pietra. Dicono, questi stronzi: “Non mi hai lasciato uscire quando volevo? E allora io adesso divento di pietra e non esco mai più, fino a quando non crepi intossicato!”

E allora, a metà della settimana successiva, ci fu una mattina in cui il cugino Bernardo ci portò al piccolo rigoglioso parco che stava in cima alla via, la lunghissima Non So Più Che Cazzen Strasse che ci ospitava. Luogo incantevole e mattina incantevole, non fosse stato che io avevo gli stronzi di pietra vendicativi nel colon che mi davano il mal di pancia e le allucinazioni mistiche, tipo dromedari che si arrampicavano in cima agli alberi al posto degli scoiattoli, cigni fosforescenti appollaiati sui rami invece che nel loro laghetto, e nel laghetto elefanti marini che felici emanavano fagotti di feci enormi e scivolosi come tonni vivi.
Tenerla non si poteva più: nella pancia avevo ormai una pietraia. Non che tecnicamente mi scappasse: era quello il dramma, gli stronzi di pietra mica scappano, non sono vigliacchi, sono pigri, stanno benissimo comodi nella pietraia, loro. Solo che il mal di pietraia ti fa capire che o trovi il modo di dar luogo allo sgombero, di farli smammare, oppure schiatti, scoppi, muori. Ero lì lì per chiedere a qualcuno di aprirmi il ventre con un coltellaccio, dal male che mi faceva: una provvidenziale cagata cesarea.
Vicino a un liriodendro gigante c’era un piccolo svizzerissimo cesso (bello, pulito, profumato, con la chiave per chiudersi dentro) e io mi ci rifugiai in cerca di salvezza, mentre il cugino Bernardo, Dora e Damien nel suo carrozzino vagolavano per il parco che già conoscevano come le loro tasche e avrebbero voluto far conoscere a me, e si armavano di umana pazienza per far passare, senza troppo farmeli pesare, i cinque, dieci, quindici, venticinque minuti necessari al mio arduo, possente, doloroso sforzo di travaglio escrementizio.

Ora, dovrò dire che la parlata svizzero-tedesca è di solito qualcosa di ritmico-incalzante-ferroviario (a maggior ragione in una città come Zug che vuol dire anche "treno"), ma molto pacifico e quasi muliebre, del tipo “Telerùnfete-stròmfete-rànkete, likka-lokka, kùuuet”… (il parlante-tipo che bisogna immaginare è un Sigfrido alpestre vagamente effeminato, con le gote paonazze e la barba marroncina, e un piccone che usa solo per scalare le rocce, previa autorizzazione scritta). 
Ma se tu stai chiuso barricato tre quarti d’ora al cesso pubblico monotazza del parco per via che hai gli stronzi di pietra, e fuori qualcuno ha bisogno, quello non si metterà a dire “Kùuuuet” in modo pacifico e muliebre: si metterà invece a inveire-smadonnare in modo piuttosto teutonico e viepiù minaccioso, non più da rossocrociato terùn dei tùder, ma proprio da tedesco di quegli altri là di sopra, e a comportarsi come un rastrellamento. 
Vien da pensare che se gli dicessi qualcosa in Italiano, o peggio ancora un timido “Eine moment!” con inconfondibile e facilmente smascherabile accento italienish, dentro quel cesso potrebbero piovere granate. Allora taci, e raddoppi gli sforzi, e preghi quegli stronzi degli stronzi di pietra di smetterla di fare gli stronzi, e di venire fuori, se ne hanno il coraggio.

Nel momento clou, in cui ormai mi giocavo la vita, mi aggrappai con le mani ai polpacci, stringendoli forte, mentre sentivo la testa implodere: stavo spingendo anche con le meningi. Lo sforzo sia con te, Corradino!

Alla fine, dunque, ci riesci. 
E quando alla fine esci da quel cesso, sotto gli occhi truci della gestapo pisciona teutonica che non t’incenerisce solo perché ha dimenticato a casa il lanciafiamme (e perché per fortuna si tratta a occhio e croce di un ottantacinquenne), hai le membra sfinite, il viso tirato e l’anima felice della donna che abbia appena partorito.
Sì, quegli stronzi di pietra svizzeri erano stati i miei primi figli."



venerdì 19 gennaio 2018

L'EUTANASIA NON È UN CAPRICCIO


1 A chi su certi argomenti continua a non voler capire, provo a consigliare tre film (anche se so che trattasi di causa persa: l’ottusità umana è quasi sempre un muro inscalfibile): “Mare dentro”, “Le invasioni barbariche” e “Million dollar baby”. 
Ci sarebbe pure “You don’t know Jack”, che poi nella traduzione italiana diventa alquanto pedestremente (e poco onestamente) “Il dottor morte” (il titolo originale ha un doppio significato: voi non conoscete Jack e voi non capite un cazzo), con uno strepitoso Al Pacino nei panni dell’angelico Jack Kevorkian, ma quello è un film introvabile, e un po’ troppo intelligente, un po’ troppo “oltre”. L’angelo Jack, che oggi ne avrebbe avute sia per gli italioti neocavernicoli (costretti a considerare un luminoso progresso l’essere approdati, nel 2017, a un biotestamento monco e aggirabile da fanatici obiettori, in cui le parole Eutanasia e Suicidio Assistito restano tabù) sia per gli esosi svizzerotti (migliaia di vergognosi euro per farsi aiutare a morire dignitosamente!) «NON CI SI PUÒ’ FAR PAGARE UNA COSA DEL GENERE. CHE DOMANDE SONO». Ascoltatelo:



2 (LOBOTOM)ITALIAN WAY
La legge sul Biotestamento rappresenta un passo avanti verso la Civiltà: un passo notevole anche se al tempo stesso MINUSCOLO e deludente. Non sono previste né Eutanasia né suicidio assistito, ma del resto non siamo un Paese del Nord Europa, siamo la vatikalia. Per quei malati terminali che sono ancora coscienti, e che soffrendo in modo dilaniante e indicibile vogliono potersene andare in pace e dignità, resteranno sempre le (tristissime) strade di adesso: la fuga clandestina nell’esosa Svizzera (si parla di diecimila euro, e non tutti ce li hanno) o la soluzione fai da te, alla Mario Monicelli (e qui ne approfitto per mandarti un bacio, meraviglioso Artista!) 
Per non parlare del pericolo di finire intrappolati in una struttura dove sono tutti simpatici obiettori (già: il biotestamento italian way NON sarà vincolante per il medico).
Ma che dire di chi riesce ad opporsi perfino a questo minimo, davvero minimo compromesso di nuove norme compassionevoli, intelligenti e umane?
Stendiamoci sopra un peto veloso!



3 IL MIO TESTAMENTO
Se un giorno dovessi soffrire troppo, ma fossi ancora cosciente e autosufficiente, mi procurerei da solo, in un modo o nell’altro, la mia dolce, dignitosa e sacrosanta Eutanasia. 
In caso contrario, non consegnerò inutilmente il mio Testamento alla truce e inaffidabile società vatikaliota dei fanatici obiettori e dei Paladini del Dolore (altrui), ma lo consegno ai miei Amici più cari e più veri: 
AIUTATEMI VOI. (E sia maledetto per sempre chi dovesse impedirvelo).


giovedì 11 gennaio 2018

IO E PAUL AUSTER: MERAVIGLIE E MISTERI DELLO SCRIPTORIUM COSMICO




 

Di sicuro si tratta solo di misteriose e affascinanti coincidenze (e non lo dico in senso ironico). Coincidenze che mettono un po’ i brividi. Ma mi piace immaginare (proprio nel senso di fantasticare) di aver magicamente contribuito a far rifiorire l’ispirazione del grandioso Paul Auster, il mio scrittore preferito, che negli ultimi anni sembrava essersi irrimediabilmente inaridita.
Nel 2012 pubblicai “Quattro soli a motore”. Il libro recava una doppia dedica: “A mio padre. E a Paul Auster”. Una cosa che non si fa quasi mai, dedicare un romanzo a un altro autore (in seguito l’avrei fatto anche per Paolo Zardi), ma a lui mi sentivo legato da un legame invisibile, difficile da spiegare.
L’ho sempre considerato un fratello maggiore (anche se, avendo 20 anni più di me, tecnicamente potrebbe essermi padre) un po’ perché ne adoro la scrittura, e un po’ per il fatto che pure lui ha esordito molto più tardi di quanto meritasse, dopo aver rischiato addirittura, incredibilmente, di non farcela. (Anche se le rispettive voci sono assai dissimili, come ben esemplificato dalle nostre autoproduzioni adolescenziali: lui un giornalino serio che imitava i giornali veri, io… L’Inkazzo Periodiko!)
Su una copia di Quattro soli scrissi una seconda dedica di mio pugno, e decisi di spedirgliela. Non riuscendo a procurarmi il suo indirizzo di New York, su suggerimento della mia splendida amica Giacinta, anche lei innamorata della scrittura di Paul, domandai all’ufficio stampa del suo editore italiano (Einaudi) il favore di inoltrargliela. Cosa che probabilmente non è mai stata fatta, o in ogni caso non è andata a buon fine, altrimenti penso che uno come Lui mi avrebbe mandato, o fatto mandare da una segretaria, due righe di ringraziamento.
Non so neppure se Paul Auster sia in grado di leggere un testo in Italiano. E comunque. Ho da poco finito di leggere il suo nuovo, mastodontico “4 3 2 1”.

In “Quattro soli a motore” c’è un bambino che rischia di morire strozzato da una caramella che gli è andata di traverso, e la madre lo salva prendendolo per i piedi e scrollandolo a testa in giù.
Anche in “4 3 2 1” c’è un bambino che rischia di morire strozzato da una caramella che gli è andata di traverso, e la madre lo salva prendendolo per i piedi e scrollandolo a testa in giù.
In “Quattro soli a motore” il protagonista non riesce a essere triste al funerale di zia Trude, perché era una persona ottusa, orrenda e cattiva che lo trattava male.
In “4 3 2 1” il protagonista non riesce a essere triste al funerale del cugino Andrew, perché era una persona ottusa, orrenda e cattiva che lo trattava male.
In “Quattro soli a motore” si parla dei misteri dell’infinitamente piccolo, a proposito di una certa astronave «grande come la capocchia di uno spillo di un mondo racchiuso dentro un altro spillo che stava dentro un altro spillo che stava dentro un altro che stava dentro un altro ancora…»
Anche in “4 3 2 1” si parla dei misteri dell’infinitamente piccolo, a proposito di un particolare gioco di immagini sulle etichette delle confezioni di due diversi prodotti, burro e fiocchi d’avena: «un mondo che era dentro un altro mondo, che era dentro un altro mondo, che era dentro un altro mondo…»
In “Quattro soli a motore” il protagonista scrive sul Taccuino rosso di Wolfsburg una potente maledizione contro chiunque gli abbia fatto un torto.
In “4 3 2 1” verso la fine leggiamo: «Il taccuino scarlatto contiene una violenta maledizione contro chiunque mi abbia fatto un torto». (Ma qui devo dire che alla fascinazione per i “taccuini” il buon Paul è arrivato MOLTO prima di me).
E il mio Corradino di Quattro soli si mostrerà eccessivamente protettivo nei confronti della madre rimasta vedova: 
«le donne che scelgono uomini sbagliati sono portate a ripetere l’errore. E io non avrei mai permesso che la mia fata finisse con un altro Videla, o in custodia da qualche femmimaschio lampadato del circolo tennistico». 
Anche una delle diramazioni-Ferguson del “4 3 2 1” di Auster si mostrerà eccessivamente protettivo nei confronti della madre rimasta vedova: 
«era sempre stata la paura più grande di Ferguson, vedere la madre perdere la testa per un buffone che la riempiva di paroline dolci e poi svegliarsi una mattina scoprendo di aver commesso l’errore della sua vita». 

Quello che vorrei dirti, Paul, se tu fossi in ascolto, è che anche nella remota ipotesi che tu avessi scopiazzato qualcosa, io non lo considererei un plagio o una grave scorrettezza, ma un onore, e ne sarei orgoglioso e lusingato. Perché ti voglio bene. Perché sono io a sentirmi in debito con te, per aver potuto leggere i tuoi più meravigliosi romanzi (dalla “Trilogia di New York” a “Moon Palace”, dal “Libro delle illusioni” a “Follie di Brooklyn”, dalla “Notte dell’oracolo” a “Timbuctù”) nel periodo più difficile e oscuro della mia vita, più di dieci anni fa, quando la mia strada di scrittore sembrava essersi interrotta ancor prima di cominciare davvero. E perché forse siamo davvero in contatto con gli stessi Dèi della scrittura: forse siamo anime sorelle.
Ma c’è soprattutto un altro sconvolgente accadimento, che mi fa sentire in debito. 
Tanto, tanto tempo fa, mentre abitavo nel cuore febbrile del cantiere del romanzo che sarebbe diventato “Quattro soli a motore”, chiesi espressamente agli Dèi della Scrittura “un’idea alla Paul Auster” che mi mancava per quella storia. La domandai prima di immergermi nell’acqua della mia vasca da bagno in un tardo e buio pomeriggio di novembre. Quella vasca che a volte chiamavo “il mio piccolo Gange di purificazione”, che forse è anche un Portale verso dimensioni a contatto diretto col Logos, e dentro cui un giorno, quando sarà venuto il momento, potrei annegarmi per trovare la Pace. 
Tenni le luci spente e, tra i vapori del bagno caldissimo, mentre un’oscurità protettiva si faceva largo attorno a me, facendo sembrare luminoso il crepuscolo gelido che c’era oltre la finestra, quell’idea, puntualissima, venne. Una delle più geniali mai usate in un mio libro: la scena in cui Corradino si addentra in una sconosciuta, immensa biblioteca in cui lo attende la rivelazione di un prodigio che lo riempirà di terrore e sgomento: migliaia di libri tutti uguali, piccolissimi, dalla copertina rossa come il suo portentoso Taccuino di Wolfsburg, su ognuno di essi un’etichetta col nome “Corradino” e una data, e dentro ognuno, scritta a matita, la cronaca minuziosa di un giorno della sua vita. Passata e futura. E pagine bianche per tutti i giorni di vita potenziale in cui lui sarà già morto. Non aggiungo altro, per non rovinare il piacere a chi non avesse ancora letto un libro così bello. [Aggiungo però che poi, in “4 3 2 1”, scopro che ci sono pagine bianche al posto dei capitoli in cui il protagonista, in quelle diramazioni della sua quadrupla vita, è già morto, e allora da un lato mi ritornano i sospetti, mentre dall’altro mi convinco che io e Paul Auster attingiamo veramente allo stesso Portale intellettivo/emotivo d’ispirazione psicocosmica!]

Mettiamola così: anche se sono (VOGLIO essere) sicuro della tua buona fede, se “4 3 2 1” fosse uscito prima di “Quattro soli a motore” la scoperta di queste coincidenze mi avrebbe fatto sentire un poco in imbarazzo. Essendo uscito 5 anni prima “Quattro soli a motore”, per la mia parte posso essere sollevato, mentre per la tua posso augurarmi (o addirittura sperare) di essere stato fonte d’ispirazione per te. Anche se so che non è stato così, e che non ne avevi nessun bisogno.

Chiudo con l’ultima coincidenza da brivido, con l’ultimo segno. 
Stavolta coincidenza pura, riguardante la vita e non le scritture.
A capodanno dell’anno in cui avrei insperatamente trovato un editore per il romanzo che sarebbe diventato “Quattro soli a motore”, a mezzanotte mi trovavo solo in casa con mio padre, lontani anni luce dalla spetardante cagnara, e brindai insieme a lui. Caso più unico che raro, festeggiammo con una bottiglia di champagne, perché qualcuno ce l’aveva regalata per Natale. Inavvertitamente urtai la bottiglia appena stappata, e rovesciai alcune gocce di champagne, che andarono a spruzzare la copertina di un libro. 
Quel libro era “Sunset Park”. Di Paul Auster.

Dimenticavo: “4 3 2 1” è un libro meraviglioso. (Tranne forse le parti un po’ noiosette, risapute e inevitabilmente “già lette” in cui parla dei primi baci alle ragazze: forse Paul avrebbe fatto meglio a ispirarsi al bacio mancato fra Corradino e Cristina dopo la consegna del latte alla Marilù del bosco. Poi per fortuna spunta anche una sconvolgente esperienza gay, in seguito alla quale “Ferguson 3” si scoprirà, grazie al cielo, bisex – e meno male: sarà questo, non sarà questo, ma la terza diramazione-Ferguson è di gran lunga la più dolce, interessante e originale del romanzo). 
Nel complesso, “4 3 2 1” non ha proprio niente a che vedere con “Quattro soli a motore”. 
Se non li avete letti, fatevi del bene e regalateveli entrambi.



giovedì 4 gennaio 2018

UOMINI CHE MERITANO DI ESSERE RICORDATI

Jean Jaurès

Jean Jaurès, pacifista francese, nel 1914 tentò di convincere gli operai francesi, tedeschi, inglesi, austriaci e russi a rifiutarsi di combattere. 
Come spesso accade ai pacifisti e ai non violenti ogni volta che diventano “pericolosi”, Jaurès fu assassinato da un imbecille patriottardo, per la gioia di politici boia, cinici generali granmaiali e industriali fabbricanti di armi. 
Di sicuro non sarebbe comunque riuscito a impedire la Prima Guerra Mondiale, ma la sua morte può essere considerata come simbolico “via libera” a centinaia di migliaia di giovani per farsi beatamente sbudellare in nome e per lurido conto delle rispettive Cagne Patrie, trasformando una folle disputa di cortile fra stronzi parentucoli (lo Zar di Russia, il Kaiser tedesco e il Re d’Inghilterra erano CUGINI!!!) in un’apocalisse mai vista prima. Sarebbero crepati a milioni, sotto i colpi di pallottole, bombe, armi chimiche, fame e malattie. Ma gli erano state inculcate immagini così romantiche e all’acqua di rose, sulla guerra, che tutti quei poveri disgraziati cantavano entusiasti ed eccitati sui treni che li portavano al macello. Persino la migliore gioventù canadese e australiana venne convinta ad arruolarsi volontaria, per diventare carne putrefatta ramazzata via a tonnellate dal tabellone del risiko dei porci.

Ricordate insieme a me questo nome: Jean Jaurès.
Dopo averlo casualmente conosciuto (confesso la mia precedente ignoranza) grazie a un documentario su National Geographic, mi chiedo se un personaggio come Jaurès non avrebbe dovuto occupare un lungo capitolo di ogni libro scolastico di Storia che si rispetti. 
Non so come vada oggi, ma a me e ai miei compagni, ancora negli anni Settanta e Ottanta (cioè l’altroieri!) si preferiva invece imporre l’orgogliosa e sanguinaria visione patriottarda, facendoci imparare a memoria, e cantare a squarciagola, “La leggenda del Piave”. 
NON PASSA LO STRANIERO, ZUMZUM!

Be’: la prossima volta che qualche mascalzone vi dirà di trucidare o di lasciarvi trucidare nel nome di qualche bandierina (e del suo conto in banca), ricordatevi di J.J., e di come il Cuore e il Cervello, se usati, avrebbero potuto, nel 1914, salvare le vite di centinaia di migliaia di poveracci.