"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"

SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

lunedì 25 aprile 2022

domenica 30 gennaio 2022

Scusate

 


Scusate se sono troppi.

Scusate se sono belli.

Scusate se sono troppo belli.


lunedì 6 dicembre 2021

GLI ORIZZONTALI E I VERTICALI (NON È UN CRUCIVERBA)

Esiste una modalità d’espansione dell’arte e della letteratura che è orizzontale, piana, di superficie: essa progredisce (si fa per dire) per aggiunte successive a macchia d’olio, a puzzolente puzzle, per accumulo e saturazione di tessere tutte uguali, che ingigantiscono e ingrigiscono, che affollano e asfissiano senza portare nulla di veramente nuovo, ad opera di gente limitatella e avara di idee (ma furba), di un opaco esercito di epigoni, mestieranti, imitatori e copisti i cui balbettii danno forma a un vocìo indistinto che puzza di noia e nulla dice, perenne sterile replica di un dejà vu che però rassicura fruitori abitudinari, critici imbalsamati e operatori mediocri, e stende sui pavimenti dell’anima un unico tappeto ipertrofico, brutto, peloso, polveroso e odoroso di muffe (ma assai costoso e redditizio). E poi esiste una modalità verticale e fiammeggiante, innescata e fatta divampare dai pochi veri autori di genio capaci di creare qualcosa di emozionante e originale, grazie al fuoco che si portano dentro (non per merito ma per destino) fin dalla nascita.

Spesso gli “orizzontali”, numerosi come locuste e gerarchizzati come iene, si organizzano in sindacati del (loro) comune interesse, corporazioni dell’andar di corpo, accademie dove nulla accade, club del pompino strategico, movimenti paralitici, botteghe oscure, scuderie di ronzini, e se spunta in lontananza l’inquietante profilo di un “verticale” fanno di tutto per tenerlo alla larga (ed essendo lui, sempre, un cavaliere solitario avranno facilmente buon gioco): diranno che è un miraggio, un minaccioso inganno, qualcosa di inconsistente e privo di valore, un valore che soltanto loro hanno il potere, e l’arroganza, di attribuire o negare, in quanto branco cinosuino di intercambiabili e interpremiabili. (Il loro allarmarsi è comprensibile: quel fuoco potrebbe bruciare il tappeto di merda). A volte, tutti presi dallo stabilire a priori come dovrebbero scrivere gli altri per conformarsi alle loro cazzate (meno sanno scrivere e più defecano teoremi sulla scrittura, molti addirittura la insegnano!) gli “orizzontali” si spingono persino a elaborare contorti meteorismi intellettualoidi contro l’originalità, la forza innata e sovrannaturale, la brillantezza, il talento, qualità che considerano pericolose e “nemiche”, perché loro non le hanno mai avute e mai le avranno.

Insomma c’è chi compone nuove sinfonie e chi recita risapute filastrocche, con l’aggravante di spacciarle per nuove. 

Di questi tempi e da queste parti, vengono chiamati scrittori non i primi, ma i secondi.

Se uno scrittore talentuoso è un incendio vivente, il sistema editorial-mediatico italiano è, con ogni evidenza, un Canadair.



martedì 2 novembre 2021

Poche piccole perle (o, per chi le preferisce, ghiande) dal mio ultimo lavoro “No Anthropos 365”

 [15 marzo 2020]

Tutta ‘sta gente su ‘sti cazzo di balconi, a cantare l’inno di mameli, a suonare il piffero, a esporre arcobaleni con scritto CE LA FAREMO, a dedicare applausi (giusti, per carità) al personale medico. Immagino di dover rispettare il bisogno dei “normali” di non sentirsi soli, di farsi coraggio a vicenda sentendosi massa omologata e fratella e mal comune tarallucci e gaudio ecc, e quindi non ironizzerò mai troppo apertamente su tutto ciò. Ma non posso non dirmi, in totale sincerità, che io sul balcone potrei al massimo uscire a fare una bella scorreggia offline, o a esporre uno striscione che dice GNAFFÒ!, oppure potrei cantare un’unica, lunghissima, accoratissima e accordatissima bestemmia.

[18 marzo]

Cerco di rilassarmi con un metodo di meditazione autoipnotica imparato grazie a un documentario: ripetersi ossessivamente “Pace pace pace pace pace pace pace…” Pace un cazzo.

[4 aprile]

Penso a quelle due povere persone accoltellate a morte in Francia: convinte come tutti che in questo periodo l’unica sciagura da temere fosse il virus, sono state ammazzate da qualcosa di ancora più piccolo e meno intelligente: un fanatico religioide.

[6 aprile]

Qualcuno dovrà pur avvertire i miei signori colleghi scrittori: “la luce che bagna”, “il sole che bagna”, “il chiarore che bagna”, a causa dell’uso e dell’abuso non sono ormai più poesia descrittiva, ma irritanti cliché.

[8 aprile]

Vedo per me un futuro simile a quello del soldato giapponese rimasto a presidiare l’isola deserta vent’anni dopo che la seconda guerra mondiale era finita. Iorestoacasa è uno slogan che potrebbe continuare a calzarmi benissimo. Mi avete rotto il cazzo, fondamentalmente.

Se fossi una mossa degli scacchi, sarei l’arrocco.

[19 aprile]

Idea balzana del solito balzano Franceschini: “Una Netflix della cultura… cultura a pagamento su una piattaforma collegata a raitre…” Ora, a parte che coi soldi che ci fregate col canone per vedere un beato caspio (nel nostro caso proprio zero, letteralmente zero, si paga da sempre ma da un paio di decenni abbondanti non si guarda mai niente – fosse per noi Vespa e Fazio sarebbero dei disoccupati, per dirne solo due) la cultura potreste pure avere il buongusto di divulgarla gratis, mi pare abbastanza ovvio che chi di arte e cultura già si nutre non sente nessun bisogno di una nuova piattaforma televisiva dedicata, mentre il popolino bue mangiawrestling la eviterà come fosse la peste (a pagamento, poi…) A quale record di abbonati contate di arrivare? Dodici persone? Quattordici? Valuterei almeno la possibilità di dargli un bel nome autoironico: Netflop.

[21 aprile]

I tedeschi annullano fin da ora l’Oktoberfest. Gli italiani strepitano per andare al mare in agosto, in discoteca a luglio e a farsi inculare entro giugno. (Ma alcuni anche per festeggiare in piazza il 25 aprile e il primo maggio, per non parlare di tutti quelli già in giro, più o meno illegalmente, a fa' dané, magari con carichi traboccanti di tronchi massacrati). Poi dice che i popoli sono tutti uguali. Io invece dico che intelligere e (saper) discriminare sono praticamente sinonimi.

[25 aprile]

“Alle 15 flash mob nazionale, si canta Bella Ciao alla finestra o sul balcone”? Io, antifascista, ovviamente diserterò. Odio gli imperativi, e il pronome greggesco “si”. Non farei parte di un coro istigato da altri neppure se cantasse “Gloria a Nick”, e mi pagassero un tanto al secondo. I fuoriclasse sono tali anche perché non obbediranno mai ai capoclasse.

[10 maggio]

Fra le tante iniziative-minchiata che attecchiscono di questi tempi, c’è quella denominata “scrittori a domicilio”. Ma per me gli scrittori sono sempre stati a domicilio. Sotto forma di libri, ovviamente. Gli scrittori in carne e ossa (o peggio ancora in video) non servono a nulla, annoiano a morte e rompono i coglioni. E lo dico da scrittore.

[11 maggio]

Certo che sono un tipo ben strano. Uno scrittore italiano ma originale, che vuole, pretende di pensare con la propria testa, formatosi su modelli americani (ma che si rifiuta di scrivere “si strinse nelle spalle”), e con idee da persona semplice. Uno scrittore italiano che non dice “paradigma”, “in qualche modo” e “nella misura in cui”, ma soprattutto che, pur sentendosi cittadino di un unico mondo (o forse proprio per questo) non si schiera per partito preso dalla parte di africani, islamici, palestinesi e cosiddetti “migranti”. 

[14 maggio]

Quando a qualcuno, sorpreso dalla mia avversione per il salone del libro, spiego che “non è il mio ambiente”, costui, o costei, magari pensa ch’io intenda dire che non mi sento più uno scrittore. E invece è esattamente l’opposto.

[17 maggio]

Giuro che non l’ho inventata io: c’è un pretozzo a Detroit che in guanti e mascherina benedice i fedeli usando una pistola ad acqua. Li attende sul sagrato, loro arrivano in macchina, accostano senza scendere e lui gli spara un getto. “Una sorta di drive-in spirituale” si legge nella notizia. Il drive-in lo vedo, ma lo spirituale unnè? Dopo una simile grottesca buffoneria (dove per non rinunciare al potere magico-stregonesco dell’acqua santa si finisce col ridurla a barzelletta demenziale, cancellandone per sempre ogni vestigia di dignità morale), sarà inutile continuare a dire che la religione rischia di venir uccisa dagli eretici, dagli atei, dai bestemmiatori, dai relativisti, dai gay, dagli agnostici, dai consumisti o dai materialisti: la religione (e intendo quella brutta roba istituzionalizzata, non il sentimento dei singoli, per il quale avrò sempre rispetto, e che con vostra grande sorpresa potrebbe abitare persino in me) sa benissimo come fare a suicidarsi. Si può provare venerazione per una fogliolina verde appena germogliata, non certo per una pistola di plastica che sputacchia acqua benedetta: non lo insegnano ai corsi di teologia? (Come aveva visto lungo il lucido e incompreso Andres Serrano con la sua “scandalosa” opera Piss Christ!)

[2 giugno]

Tra i diciannove e i ventisei anni, la mia full immersion nella società umana, come universitario, militare, piazzista porta a porta, informatore scientifico e impiegato in prova in un posto assurdo. Bastò a decidere che c’era una sola contromossa intelligente, per quanto folle, rinunciataria e temeraria: STARNE FUORI. Come un arrocco, ma fuori scacchiera.

Un vorticoso stormo di uccelli neri in modalità battaglia aerea, e una coppia di alianti così traslucidi da sembrare fatti di sogno, di vecchi e dimenticati sogni diluiti in un blu a sua volta scolorito, mentre ascolto Secret messages degli Electric Light Orchestra, uno dei miei album preferiti quando avevo quindici anni. E per qualche magico istante mi sento come se fossi ancora quel ragazzino, ma esattamente lui in tutto e per tutto. Forse, a parte un po’ di barba e di disavventure in più, e un po’ di capelli e d’illusioni in meno, non ho mai smesso di esserlo. E comunque, almeno ancora per oggi, io ci sono. Sono qua. Che guardo e ascolto. Che mi commuovo e amo e chiedo spiegazioni al mio sangue. Che però ha promesso di serbare il segreto.

[9 giugno]

Sindaca trans in Francia: “Io simbolo di normalità”. Mannò! Mannò! Mannò! La normalità è merda! Se non lo capiscono più nemmeno i trans…

[quasi un anno dopo]

Lunedì 3 maggio 2021. All’ennesimo ritorno (momentaneo?) della zona gialla mi regalo una piacevole passeggiata in Valcuvia. L’essere più intelligente e più bello che incontro è un meraviglioso cavallo bianco in mezzo a un prato fiorito. Lo fotografo, sperando di non disturbarlo. Il più cretino e brutto è un sottocoglione a pedali che mi fa il verso della pecora perché mi vede alzare la mascherina per proteggermi da lui. (…) Il verso della pecora. A me. Che da una vita vado più controcorrente di un salmone in Alaska. Non essendo un collezionista di ritratti di stronzi, non lo fotografo.


“Una creatura elusiva, che spesso fugge via alla vista degli umani”.

Di chi parlavano?

Di alcuni magnifici bisonti, a rischio di estinzione, che vivono in Polonia.

Ma avrebbero potuto benissimo parlare di me.



domenica 24 ottobre 2021

Intermezzo zioscribesco scemidemenziale: qualche recente cazzatina leggera, direttamente dal mio file "Frammenti"

2422 E siccome di "movimenti" ce n'erano pochi, alcune vergini puritane hanno fondato i No Caz.

2425 La chiacchieratissima moglie di Plinio il Becco.

2431 «Cosa pensi del tale scrittore/scrittrice?» «Preferisco lassativi più blandi».

2433 Nemo profeta inter pirlas.

2434 "Pincopallo vuole aggiungerti a Link Cretyn. Accetta/Ignora/Fanculizza Pincopallo".

2436 Contrarre il sacro virus (il sarcovirus) del matrimonio.

2437 Giornalistozzi: "Rapina un distributore di benzina e fugge". Sì, perché dovete sapere che di solito, i rapinatori, dopo la rapina, stanno lì. A prendere un caffè e a fare due chiacchiere.

2438 Ieri ho provato per scherzo a mettermi a parlare come certi telecronisti mongolini: «In qualche modo ha tra virgolette pagato dazio». Giuro, mi ha guardato male anche il gatto!

2439 La precipitosa fuga da Mantova a Venezia di Speedy Gonzaga.

2443 Ho sempre dimostrato come minimo dieci anni meno. Quando ne avevo nove venivo spesso scambiato per uno spermatozoo.

2445 Di cognome faceva Del Cesso. Pensarono bene di chiamarla Catena.

2447 «Era un porco!» «Non si parla male dei morti». «Hai ragione: pace all'anima su... ina».


sabato 4 settembre 2021

Fuori programma. Per chi avesse ancora voglia di leggermi.

 

HOMO HOMINI VIRUS

«Se fossi una mossa degli scacchi sarei l'arrocco»

Una finestra d'autore sul pandemonio pandemico
 lucidata col vetriolo anziché col vetril.

(Marzo 2020) «Demenziale il balletto del “chissà se sarà pandemia” e “non è ancora pandemia”. Ovvio che era già da un bel pezzo pandemia. Ma il mondo in generale e quello della finanza in particolare hanno avuto bisogno di un tizio con la faccia da fesso (lo stesso portavoce dell’OMS che continuava a blaterare “Bene l’Italia, bene l’Italia”… Bene l’Italia un beato cazzo!) che annunciasse ufficialmente: “Ok, è pandemia”. Mi ha ricordato L’aereo più pazzo del mondo, quando la scritta “No panic” diventa “Ok, panico”.»

ebook o cartaceo SOLO su Amazon




mercoledì 11 agosto 2021

Tre libri per l'estate. (Per palati fini).


Peter Cameron

Cose che succedono la notte 

Adelphi

(Traduzione di Giuseppina Oneto)

Voto 9

Il contatto con un così delizioso narratore non significa solo godimento, compagnia, consolazione e conforto, ma può costituire un salutare bagno di umiltà. Perché anche se ti chiami Nicola Pezzoli, e credi (probabilmente a ragione) di essere uno dei più originali scrittori europei, anche se ritieni (sicuramente a ragione) che certi stronzetti tuoi connazionali ti abbiano sottovalutato, per non dire ignorato, in maniera clamorosa e imperdonabile, leggendo uno come Peter Cameron ti sorprendi a pensare che scrivere COSÌ TANTO BENE potrebbe risultare difficile persino per te.


Edgar Hilsenrath

Jossel Wassermann torna a casa

Marsilio

(Traduzione di Lorenza Cancian) 

Voto 9-

Che quest’uomo non abbia mai vinto il Nobel per la Letteratura non fa che dimostrare quanto poco, o nulla, valgano i premiozzi conferiti agli scrittori. L’anno in cui premiarono Bob Dylan, io fui tra quelli che, a denti stretti e dopo vari ripensamenti, finirono col dire: massì, forse può starci, in fondo certi suoi testi possono essere considerati poesia… Ma più passa il tempo e più cambio idea. Nobel per la Letteratura a Dylan (e a Dario Fo) e non a Edgar Hilsenrath, a Philip Roth, a Milan Kundera, a Paul Auster, a Cormac McCarthy, a Peter Cameron, a Martin Amis? Allora abolitelo, e premiate il miglior centrino lavorato con l’uncinetto!

Romanzo meraviglioso, pungente, divertentissimo, tremendo. 


Richard Ford

Rock Springs 

Feltrinelli

(Traduzione di Vincenzo Mantovani)

Voto 8

Dieci buonissimi racconti americani, ambientati in un Montana freddo, cupissimo e selvaggio, che mi hanno fatto riscoprire e apprezzare Ford. Chissà perché, in seguito a svagati assaggi lontani nel tempo, lo ritenevo inferiore a Cheever e persino a Carver, mentre probabilmente è migliore di entrambi. Anche se forse sono un po’ sopravvalutati tutti e tre. Peccato per le solita, immancabile incuria e sciattoneria editoriale italiana: addirittura, in un racconto, gli indiani Assiniboin diventano, assurdamente, “abissiniboin”! Che cazzo sarebbero, gli abissiniboin, pellerossa neri?



sabato 31 luglio 2021

La scuola in assenza prefigurata nel 1986 da uno studente monello

35 anni fa, con la “strissia” n°34 (la seconda di quest’accoppiata) anticipai senza saperlo la scuola in assenza. (E devo ammettere che più che un incubo mi pareva un sogno).


(cliccare sull'immagine per ingrandire)


giovedì 8 luglio 2021

JEG ELSKER DIG DANMARK!

Jeg elsker dig Danmark. I love you Denmark.

Grazie lo stesso, ragazzi. Siete stati semplicemente favolosi.

Per poco non ripetevate il miracolo del ’92. E ancora una volta portandovi dietro una toccante storia umana: allora fu la tragedia della povera bambina di Vilfort, stavolta è stato Christian Eriksen, strappato alla morte dentro il suo stadio annichilito e commosso (e per fortuna è successo a Copenaghen e non fra le steppe eurasiatiche, tanto per ringraziare monsieur Platini e la sua, speriamo ultima, idea balzana: l’Europeo itinerante ad cazzum).



E adesso in finale mi toccherà tifare per la nazionale italiana (quella che canta quell’inno bruttino, che mi obbliga ad ammutolire l’audio per evitare imbarazzo e disagio: “l’elmo di Scipio”, “schiava di Roma”, “iddio”, “pronti alla morte”… per non parlare di quello “stringiamci a coorte” che gli urlanti semianalfabeti storpiano regolarmente in “stringiamoci a corte”, neanche fosse un inno monarchico.)

Perché non voglio che il campionato Europeo venga vinto da quei caproni antieuropei degli angloidi. (Come sarebbe stata bella una brexit sancita dai danesi, come fecero gli islandesi cinque anni fa! Ma qui eravamo a Wembley, con tanto di arbitrello casalingo: quando attaccavano i caproni valeva tutto, anche i due palloni in campo vicino all’azione, anche i tuffi, le gomitate in faccia, le simulazioni, il recupero dopo il novantesimo allungato a piacimento nella speranza che segnassero…)

E a chi fosse scandalizzato dal mio tifare, da sempre, per i danesi, dico solo questo: io mi sento europeo, e tra i Fratelli d’Europa sono libero di scegliere di voler bene a chi più mi aggrada. Si chiamano “affinità elettive”. (Non è un’idea alla portata di tutti, me ne rendo conto).

Viva la Danimarca! Viva l’Europa!




mercoledì 16 giugno 2021

Demenze artificiali crescono: lo strano caso dei famosi scrittori Stia Atermana e Ubertà Sebo.

In un mio testo in fase di lavorazione compare un elenco di scrittori. Mi sono divertito a guardare come li avrebbe modificati il cosiddetto “correttore” word, se magari fossi stato così scemo da lasciargli campo libero mettendolo in modalità automatica. Per Saramago propone Maramao; per Kristof Ariston; per Amis Mais; per Rulfo Rullo; per Bellow Yellow; per Hrabal Araba; per Stig Dagerman Stia Atermana; per Lodge Lode; per Heim Heidi; per Malamud Malaguti; per Vargas Llosa Vagai Loca; per Coe Boe; per Yates Gates; per Hamsun Samsung; per Hines Ines; per Saki Kaki; per Bioy Casares Boy Gasare; per Hubert Selby Ubertà Sebo.

A occhio e croce, il genialoide che programma ‘sta roba non dev’essere un grande fan della Narrativa internazionale…

E a (s)proposito di queste “intelligenze” artificiali (che domani probabilmente ci schiacceranno, ma oggi sono ancora poco più che burlette – e per fortuna, aggiungerei): dopo l’ultimo temibile “aggiornamento”, quel cretinetti del mio portatile mi propone, sulla barra degli strumenti in basso, un ridicolo e superfluo bollettino meteo in tempo reale, ovviamente non richiesto, con tanto di temperatura del luogo dove io, secondo loro, mi troverei. Peccato che non ci pigli un cazzo, essendo settato (come tutte le cagate di questo genere) sulla sede del mio provider internet o come si chiama, distante da me svariate decine di chilometri (come quando su Fessobukko mi dicono di non scordare l’ombrello, perché a Brugugnate di Sotto sono previsti acquazzoni: ma io Brugugnate di Sotto non ho la minima idea di dove diavolo sia!). Non solo, ma mi mette pure ansia, visto che dall’inizio di giugno non fa che riproporre di continuo un’allarmante “ALLERTA GIALLA”. Devo aspettarmi di veder spuntare per strada carri armati cinesi?

Scassassero meno la mjnkhya, fondamentalmente.

A ben vedere, l’unico progresso tecnologico degno di tal nome, e davvero auspicabile, era il cosiddetto smart working. Ma perché smettesse di essere una promessa non mantenuta (una presa per il culo, per dirla in modo più oxfordiano) c’è voluta una stramaledetta pandemia…


lunedì 1 marzo 2021

Nicola Pezzoli - IL TESTAMENTO CANGIANTE


Giuliano è un fascinoso e attempato funzionario, sosia dell’attore uruguayano George Del Hoyo (protagonista del semisconosciuto film “Dead letter office”) che colleziona scritti di nessun valore sottratti nelle case dei morti senza eredi di cui si occupa sul lavoro. Esmeralda è una pendolare poco avvenente ma dalla bellissima voce, che registra di nascosto tutto ciò che viene detto attorno a lei mentre finge di dormire sul treno, per poi accumulare i nastri in uno sterminato e folle archivio. Gisella Valentino è una giovane autrice talentuosa, divisa fra la narrativa e quella che considera come sua più impellente vocazione: la neurochirurgia pediatrica. E infine il di lei marito, scrittore fallito di fantascienza, conosciuto grazie a un corso a pagamento da lui tenuto (e che fra sé e sé definiva con cinismo “di frittura creativa e storytruffing”), un lupo solitario nichilista, misantropo e antiriproduzionista convinto che d’improvviso, e in età molto avanzata, si ritrova innamorato e padre.

Quattro indimenticabili personaggi per un romanzo sulla solitudine e l’alienazione, e su un’umanità che si accinge alla più irrimediabile delle bestemmie: il tradimento della parola scritta.

“Il testamento cangiante” è il mio nuovo libro. Probabilmente il migliore. Di sicuro il più sorprendente. E forse l’ultimo (ma non è detto). SOLO su AMAZON (sia ebook che cartaceo).

«Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno, Urano, Nettuno, Plutone sono i pianeti sani del sistema solare. La vita è un’infezione».


E-BOOK FORMATO KINDLE, € 6,99

VERSIONE CARTACEA, 193 PAGINE, € 16


domenica 14 febbraio 2021

ultimo assaggio da "L'impozzibile dottor Pezz" (poi magari compratevi il libro): ESCAPE FROM ROCCA DUCAZZA

Un kolossal (forse).

Una co-produzione franco-svizzero-irpina (se si fa).

Prossimamente nelle migliori sale (a patto che nessuno si metta a fare lo strunz).


L’idea genialoide era girare un dramma carcerario ad Alcatraz e avere come attore protagonista Clint Eastwood. Ma non c’erano abbastanza soldi. Si ripiegò su una palestra in disuso a Brugugnate di Sotto, e sul caratterista dialettale svizzero Pier Crotto Impallomeni Bernasconi. 


In realtà i soldi a un certo punto erano pure saltati fuori (strani magheggi e acrobazie fiscali, voi fatevi gli affari vostri), ma purtroppo nel frattempo Alcatraz era stata demolita, e quanto a Clint Eastwood, pare si rifiutasse categoricamente di interpretare la parte di uno che si chiama Peppuzzo Mascarpone detto U Fetente. Per l’Impallomeni Bernasconi, invece, non sussistevano problemi. Aveva da starci dietro al mutuo, tra l’altro.


Stereotipo dell’arrivo (1): Peppuzzo Mascarpone detto U Fetente arriva a Rocca Ducazza in una notte di tempesta. Naturalmente. Ne avete mai visto uno arrivare col bel tempo? È stato trasferito a Rocca Ducazza (massima sicurezza) perché negli altri posti aveva rotto i coglio…ehm… aveva combinato dei casini. Pare rubasse le figurine agli altri detenuti e facesse scherzi di cattivo gusto in mensa (un paio erano morti avvelenati, ma di striscio). Al suo arrivo le guardie esibiscono delle gran brutte facce. Forse per via della tempesta. Forse perché il Napoli ha perso per un rigore che non c’era. Forse perché per vivere gli tocca fare le guardie carcerarie a Rocca Ducazza. La faccia di Peppuzzo Mascarpone è se possibile ancora più brutta. Fanno a gara, diciamo. Diciamo che pareggiano.


Da Rocca Ducazza (massima sicurezza) non è mai evaso nessuno.

Anche perché si mangia abbastanza bene.

Ci hanno provato un paio di pirla o tre. Un paio li hanno seccati dalla torretta coi fucili di precisione. O tre è annegato.


Il Direttore è uno stitico, sadico e represso. Quando riesce a liberarsi è più contento. 

Ma ciò accade raramente. Pare abbia anche l’alito molto molto cattivo. (Inquadrare per un fuggevole istante la foto della moglie sulla scrivania, per spingere il pubblico a pensare: poveraccia, speriamo per lei che sia almeno già morta da un pezzo e non soffra più.)


Stereotipo dell’arrivo (2)

Uno sgherro con la faccia da settantenne (ma quando vanno in pensione?) ordina al nuovo arrivato di svuotarsi le tasche.

Sono già vuote.

Ad eccezione di: una gomma più volte masticata, un fazzoletto imbrattato di moccio, uno stronzo di gomma. (Speriamo non lo veda il Direttore, o potrebbe favoleggiare allusioni e impermalirsi).

Uno sgherro con la faccia da ottantenne (ma quando vanno in pensione?) ordina al nuovo arrivato di firmare un documento.

Ma lui è analfabeta.

Metti una croce.

Non la so fare.

Mi prendi per il culo?

No, sono anche discrocico. È scritto lì.

Fai un puntino.

Sono dispuntico. È scritto lì.

Come fai a sapere cosa c’è scritto lì se sei analfabestia?

Insomma, stiamo qua fino a domani mattina o la pianti?

Va bene la pianto.

Se vuoi faccio un disegno di tua mamma che me lo succhia. Quello lo so fare.

Lo sgherro non raccoglie la provocazione.

Si è addormentato.

Uno sgherro con la faccia da novantenne (ma quando vanno in pensione?) gli ispeziona le balle in cerca di piattole e altri parassiti minchiali e i capelli in cerca di pidocchi. Trova sia gli uni che gli altri. I parassiti minchiali sono così tanti che lo sgherro gli spara per legittima difesa una badilata di calce viva. I pidocchi sono talmente grassi che lo sgherro si spaventa, gli prende un colpo e muore. (Aveva davvero novant’anni).


Altri stereotipi carcerari assortiti. La conta dei detenuti. Le guardie sanno contare piuttosto bene: il primo mattino devono rifare la conta solo cinque volte, e alla fine i conti tornano. Cioè ne manca uno ma si è impiccato. Succede. 

Risse in sala mensa: poca roba, un accoltellato con la forchetta e via (si dice afforchettato o non sta bene?). Succede. Non è mica colpa mia. 

Gerarchie e clan a Rocca Ducazza (impararle subito bene per non avere guai): nel tombino in mezzo al cortile nell’ora d’aria possono sputare soltanto i camorristi. I neri (si dice i neri) possono scorreggiare liberamente, ma tenendosi ad almeno quattro metri dal suddetto tombino. Per i lituani (lituani si può dire?) c’è un muretto apposta dove possono sedersi e chiacchierare di faccende lituane. Non ci sono lituani. Gli assassini si siedono dove vogliono. Gli altri è meglio se si spostano. Molto meglio.


Stereotipo della doccia. Ci sarà il solito omone laido mezzo pelato e peloso che tenterà d’inchiappettarsi Peppuzzo Mascarpone detto U Fetente col trucco della saponetta. Qui il regista insiste per un colpo d’originalità geniale e rivoluzionaria, cioè a suo modo di vedere l’omone laido se lo inchiappetta, e senza problemi. Ma gli stereotipi vanno rispettati: un protagonista di dramma carcerario che si rispetti non può prenderlo nell’ano. L’omone laido le prende. Poi vorrà ovviamente vendicarsi. Ovviamente le prenderà un’altra volta. Ovviamente Peppuzzo Mascarpone finirà dritto in isolamento anche se non è colpa sua. Eccetera. (Se il regista insiste con ‘sto fatto dell’originalità anale, sostituirlo col regista in panchina).


Il Direttore riunisce tutti per un discorsetto a tradimento. Lo fa per usare impunemente la parola feccia, che chissà perché gli piace molto.

Feccia? Aspetta e spera, sussurrano beffardi quelli al corrente di quel certo suo problemino.


Scena clou. (Serie di scene clou). Nottate solitarie in cella. (La cella di Peppuzzo Mascarpone, quella fissa, dopo l’isolamento e le solite, inevitabili – in tutti i sensi – scrosciate d’acqua contundente che ci si becca in isolamento. Due maroni). 

Prima notte. Peppuzzo Mascarpone è insonne. A un tratto vede uscire dalla griglia dell’aerazione in fondo alla cella una specie di blatta. La osserva corrucciato e pensieroso.

Seconda notte. Peppuzzo Mascarpone è insonne. A un tratto vede uscire dalla griglia dell’aerazione in fondo alla cella un porcellino d’india però abbastanza nano. Lo osserva corrucciato e pensieroso.

Terza notte. Peppuzzo Mascarpone è insonne. A un tratto vede uscire dalla griglia dell’aerazione in fondo alla cella un fagiano tutto arruffato. Lo osserva corrucciato e pensieroso. Vuoi vedere che…

Quarta notte. Peppuzzo Mascarpone ronfa della grossa. Cazzo, eran tre notti che non dormiva. 

Quinta notte. Peppuzzo Mascarpone è insonne. A un tratto vede uscire dalla griglia dell’aerazione in fondo alla cella un tapiro e un cervo. Leggermente obesi. Li osserva corrucciato e pensieroso. Il suo corrucciato pensiero è: minchia, vuoi vedere che c’è spazio per scavare un passaggio e allontanarsi nella notte stando attenti alle fucilate e alle acque tempestose e gelide, lasciando un pupazzo di cartapesta al mio posto sulla branda, che tanto le guardie sono anzianotte e tengono problemi di cataratta?

Sesta notte. Peppuzzo Mascarpone sente dei rumori. Sono gli operai mandati dal Direttore a tappare eventuali falle nella situazione cunicolare. Tutte quelle bestie in giro avevano finito col dare nell’occhio.


Stereotipo delle sigarette. Fra i detenuti si paga tutto in sigarette: debiti di gioco, favori, pompini, mercato nero (di pacchetti di sigarette). Nessuno fuma, a parte un paio di pirla. Alla fine le sigarette occuperanno ogni interstizio di Rocca Ducazza, rischiando di farla scoppiare.


Fra i guardiani vigeva una sorta di nonnismo arrotolato su se stesso. Come il gioco carta pietra forbice. Le guardie ottantenni mettevano sotto le guardie settantenni. Le guardie novantenni mettevano sotto le guardie ottantenni, ma erano messe sotto dalle guardie settantenni, più che altro per motivi scheletrico-articolar-muscolari. Alcuni erano esentati dal subire nonnismo. Per esempio quelli sulle torrette coi fucili di precisione. E comunque è un fatto: come sostiene il sorciologo Ratthausen nel famoso saggio “Non sono io che so tutto, siete voi che non capite un cazzo”, gli stronzi esseri umani cercano di continuo qualcuno da angariare. 

E lo trovano.


Nel frattempo non succede granché. Solito trantran. Un macedone zoppo distribuisce giornali vecchi, libri di Tolstoj e pornazzi con un carrello della spesa. (Mentre un libraio/giornalaio/pornaio claudicante vorrebbe distribuire macedonia, ma gli viene negato il permesso di farlo). Perché un carrello della spesa? Che ne so. Sono stereotipi. Un poverazzo urla in preda agli incubi tutte le notti (è inevitabile). Ci sono due o tre ammazzatine. (Capita). Il Direttore devono essere sei o sette giorni che non si libera. Meglio non contraddirlo.


Ora dovete sapere che a Rocca Ducazza è ospite per una mezza dozzina di ergastoli anche un pittore. Il pittore (come stereotipo comanda) è un buon vecchietto simpatico che vuol solo dipingere. Ma allora (come ogni stronzo domanda) perché si è beccato sei ergastoli? Che ne so. Avrà strozzato qualcuno per distrazione. Gli avranno rotto un po’ troppo le balle mentre dipingeva, cose così. Che vuoi che sia. Comunque questo vecchio pittore va dicendo in giro a tutti che sta dipingendo un ritratto del Direttore. Ma tutti quelli che lo vedono all’opera si rendono conto che quello che sta dipingendo è un gigantesco pene con le orecchie. Finirà male, ma che ve lo dico affà? E il bello è che gli manca una settimana per scontare la pena (in Italia gli ergastoli sono per finta). Qualcuno prova ad avvertirlo. Dopo che hanno provato ad avvertirlo, il pittore dipinge il pene ancora più grande e con la faccia da stitico. Tiè.


Giorno di visite. A trovare un detenuto vengono gli Addams al completo. A trovare altri detenuti arriva gente messa pure peggio. Famiglie parecchio disagiate. A trovare Peppuzzo Mascarpone non viene un accidente di nessuno. Anche perché la famiglia lui l’ha sterminata preventivamente fino all’ottavo grado un giorno che non sapeva cosa fare. Per allenarsi. Per tenersi allenato. O magari per assicurarsi di non dover subire in un futuro questa minchiata deprimente delle visite.


Intanto, si registra il quarto tentativo d’evasione nella storia di Rocca Ducazza.

Un topo d’appartamenti nano (figlio di putnana per parte di madre) era scappato dal buco del gatto. 

Era poi caduto nello strapiombino.

Porcodù.

Il Direttore s’era mangiato i pezzetti a colazione.

Poi prugne su prugne.

Ma niente: anche stamattina la cacca si farà domattina. Dannazione.

Questo complicava i piani di fuga.

Le guardie diventarono nervose.

Quello sulla torretta lucidava il fucile.

Con amore.


E lo strapiombino da dove diavolo salta fuori?, si tormentava Peppuzzo Mascarpone. Dettò a sé stesso un promemoria mentale: oltre alle fucilate e alle acque tempestose e gelide, fare attenzione pure al maledetto strapiombino. Vaffanculo.


A volte il Direttore si chiedeva se una stitichezza così molesta non costituisse (costipasse? costicazzi?) un reato da confessare.

Dimmi i tuoi peccati, figliuolo.

Son tre giorni che non cago.

Non ti sento abbastanza pentito.


Stereotipo dell’ispezione a sorpresa nelle celle. 

Suspense! Peppuzzo Mascarpone suda merda come se gli avessero tirato in testa una granita al tamarindo, ma le guardie non si accorgono di niente: il tunnel che Peppuzzo sta ri-scavando con un pettine e mangiandosi i detriti (da cui una stitichezza da far concorrenza a chi sappiamo) è ormai largo da farci passare una Grandepunto con una piccola roulotte, ma l’ingresso è molto ben occultato da un mezzo rotolo di carta igienica. 

Bestie per fortuna in quel momento non ne arrivano.

Nella cella del vecchio pittore si è appena installato il Direttore in persona. Aria pesante. Tragedia imminente.

E quello che cazzo sarebbe?

Un autoritratto, prova a salvarsi in corner il vecchio pittore, in un rigurgito di viltà conservativa.

Chi credi di ingannare, testa di cazzo? Si vede benissimo che quel pene è stitico. Te la farò pagare.

Dopodiché… Come? Cooome?!


Ecco, lo sapevo. Nel frattempo la sovvenzione regionale se l’è pappata un’altra produzione più ammanicata. ‘Sto film non si fa più.


Peccato.