"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"
SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

lunedì 19 novembre 2018

Chiudersi fuori


Senza chiavi si è schiavi, e si rimane chiusi fuori. Senza intelligenza (nel suo originale significato di intelligere) non si gustano i Romanzi. Quando, in “Quattro soli a motore”, mettendo in scena le atmosfere di certe messe vespertine del mese di maggio, scrivo “le vecchie che non volevano morire”, il lettore un po’ sprovveduto pensa che l’impertinente Corradino stia dicendo “non sarebbe ora di schiattare?”, mentre invece ne sto descrivendo l’isterica e invasata pretesa di resurrezione e Paradiso – madre di tutte le superstizioni popolari, di tutti i fanatismi e di tutte le paure fomentate dal potere – l’abbarbicato voler persistere di ogni piccolissimo, meschino, peloso Ego in un sempiterno Io-Proprio Io-Sempre Io, con quel preciso corpo, quel preciso nome da difendere con le unghie, quel preciso codice fiscale, contrapposto al desiderio di dissolversi e sparire (o alla serena accettazione di provvisorietà e non individualità) di molti spiriti maggiori, anche quando profondamente religiosi.

Quindi, al di là di questo minuscolo esempio, stimolate e coltivate la curiosità per la lettura e la scrittura fin da ragazzini, perché è il Linguaggio il vero dono degli dèi all’umanità. 
O resterete chiusi fuori. 
A grufolare con un videogioco in mano, come quegli infermieri che torturavano i pazienti psichiatrici, beccati dalle telecamere a ribaltare una donna su sedia a rotelle per poter giocare più tranquilli. 
Forse, se avessero letto e capito Ken Kesey (per dirne uno), a quella donna avrebbero voluto bene. Forse, se avessero letto e capito Ken Kesey, la loro anima non sarebbe diventata una scorreggia, e il loro dna, con la sua doppia elica, non avrebbe virato come un elicottero rotto verso quello del più ritardato fra gli scimpanzé.


venerdì 16 novembre 2018

Edgar Hilsenrath - NOTTE


Marzo 1942. Sul ghetto di Prokov - città ucraina occupata dalle truppe romene, alleate con i nazisti - è sempre notte.

540 pagine di pugni nello stomaco. 
540 crude pagine che ogni persona intelligente dovrebbe trovare il coraggio di leggere. Un libro imperdibile, grandioso, terrificante, quasi intollerabile. E assolutamente necessario. Per capire dove possano arrivare l’abbrutimento e l’orrore. E per riuscire a scovare persino in essi una debolissima scintilla di speranza e umanità. Lo consiglio in particolare a Francesco Spinoglio, il buongustaio scrittore-blogger di Barcellona che apprezza Hilsenrath, Selby junior, Bukowski, Dan Fante, Pollock, Pezzoli (ma quest’ultimo nome fate finta di non averlo visto: è solo un intruso e un fallito), e grazie al quale ho potuto conoscere, qualche anno fa, questo splendido e geniale Scrittore, dalle nostre parti quasi totalmente ignorato (che strano…). “Nacht” è il suo romanzo d’esordio, che in Italiano arriva solo ora, con più di mezzo secolo di ritardo, grazie all’editore Voland, e allo splendido lavoro di traduzione di Roberta Gado.

(E sempre siano lodati gli editori che preferiscono le postfazioni alle prefazioni: quella scritta per questo romanzo da Paola Del Zoppo è molto interessante, e tutt’altro che superflua. Perché se è pur vero che nessuno ti impedisce di leggerla “dopo” anche se è una prefazione, o di leggerla “prima” anche se è una postfazione, a me le prefazioni appaiono sempre come un’invadente mancanza di rispetto, e di gusto, e di amorevole senso estetico nei confronti dell'entità Libro, del Testo e del suo Autore.)

«La vista sul Nistro era idilliaca. Al crepuscolo il colore dell'acqua si sfumava a metà tra il giorno e la notte, grigio e nero e marrone digradanti in un modo speciale; pareva persino che il fiume scorresse più placidamente. Nell'ora in cui il giorno volgeva al termine si aveva la sensazione che il Nistro fosse infinito, non provenisse da nessun luogo e scorresse verso il nulla, quasi fosse solo un fluire indistinto in un paesaggio silente e trasognato.
Due cadaveri galleggiavano pian piano verso valle: un uomo e una donna. La donna precedeva l'uomo. Sembrava un gioco amoroso, con l'uomo che cercava e cercava di raggiungere la compagna senza riuscirci. A un certo punto la donna virò di lato e presentò la faccia all'uomo. Questi ricambiò con la propria. La superò, il suo corpo urtò quello di lei.
I due cadaveri presero a mulinare, rimasero attaccati quasi volessero congiungersi e ripresero infine a galleggiare placidamente. Faceva sempre più buio. I due corpi erano lambiti dal vento che li accarezzava con la stessa dolcezza che riservava all'acqua, alla riva e ai campi di granturco sulla sponda romena.»



venerdì 2 novembre 2018

GIOCHIAMO A UN GIOCO (MA GIOCHIAMOCI BENE)


Da bambino, coi miei cuginetti, con soldi finti o anche senza soldi, per ingenua imitazione del mondo degli adulti si giocava “al negozio”. Un tavolo da giardino, un muretto, una panca di pietra, e ognuno aveva la sua bottega di mercanzie assortite: con foglie, sterpaglie e ciuffi d’erba diventavi il fruttivendolo, con sassolini e conchiglie il gioielliere o l’antiquario, mentre con giornali vecchi e Topolini avevi il più bello dei negozi: l’edicola. Se una bottega rimaneva troppo a lungo non frequentata, il titolare piagnucolava con gli altri cugini: «Dài, però facciamo che tu VENIVI, a comprare da me!»
Nel mondo adulto ho conosciuto, sia di persona che sui social, librai meravigliosi e libraie meravigliose. Gente sapiente, appassionata, piena di spirito d’iniziativa, vogliosa di organizzare eventi, incontri, presentazioni, col negozio pieno di titoli deliziosi e introvabili e la capacità di ordinarne al volo mille altri, e che non si lascia infestare la vetrina con troppo morchiume da classifica. Gente che mi piacerebbe facesse i soldi a palate, o almeno riuscisse a tirare avanti in modo più che dignitoso e con piena soddisfazione. 
Accanto a loro, parecchi librai inqualificabili, pigri, che di tutte queste cose non fanno nulla, che pretendono di campare sui dieci merdseller del momento, e che addirittura fanno ostruzionismo per ordinare su richiesta libri di editori piccoli ma ottimi, e ben distribuiti (gente che ha definito difficilissimi se non impossibili da ordinare i miei romanzi Neo, guarda caso distribuiti dal distributore più grande che c’è). Eppure questi sono sempre i primi a indispettirsi se poi il lettore, per fare presto, per avere più scelta, per risparmiare soldi, preferisce fare i suoi acquisti su internet (il babau ibs, il babau amazon…) È come se si mettessero a piagnucolare: «Dài, però facciamo che tu VENIVI, a comprare da me!» 
Te lo puoi scordare, cocco.
E quando sarai costretto a chiudere, non aspettarti la mia retorica scribacchina sulle librerie che scompaiono, o le mie lacrime di coccodrillo per il tuo strameritato fallimento. Perché a me è successo molto prima di te. Anche per colpa di gente come te.



sabato 27 ottobre 2018

PROPAGANDARE LA LETTURA? MAH: IO VADO CONTROCORRENTE PURE QUI

IO LEGGO (con o senza cancelletto del cazzo, ma direi proprio meglio senza) PERCHÉ mi nutre l’anima e la mente, e perché mi piace da impazzire, e chi non gli piace peggio per lui, e anzi, forse se non leggessero in troppi sarebbe pure meglio: si eviterebbe di pubblicare certa merda per speculare sugli orripilanti gusti della "ggggggente"…

domenica 7 ottobre 2018

Nicola Pezzoli - COMMIATO DEGLI UOMINI BUONI

Una delle proposte più carine e originali nel panorama narrativo europeo 2018 è questo libriccino di 79 pagine, contenente un microromanzo, un racconto e due poesie. Considerato anche il prezzo ridicolo (l’ebook costa come un caffè, il cartaceo poco più di due quotidiani da buttare via il giorno dopo) io non me lo lascerei scappare. Ma decidete voi, naturalmente.

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alle anime senza prezzo, né scadenza


«L'aria irrompe e scioglie tutto».
(Thomas Bernhard, Amras)


«Non era un sogno, né un film in bianco e nero, ma un nitido frammento di stupore bambino. Prodigio di tenebre inondate di panna, come una stalla a finestre murate trasmutata in cisterna di latte, in cui annegare, in cui rinascere. 
L’immagine era vera, era lì, davanti a quello che lui era stato settantanove anni prima, quando sullo stradone sotto casa aveva visto arrancare nella tormenta uno spartineve trainato da buoi. 
Dodici pariglie di buoi. 
Se solo riusciva a ricreare abbastanza oscurità e pace nel turbinio dei pensieri, se li vedeva passare accanto ancora adesso, quei muti fantasmi. Perché avere ottantaquattro anni nel buco del cuore del Secolo Cretino, pensò Bernhard Löwe, significava anche questo: vivere in un mondo ipertecnologico e becero, ma ricordarsi di uno spartineve trainato da una fila interminabile di spettri a quattro zampe dentro una valle pietrificata nel silenzio, proprio ora che in alcune città si sperimentava lo sgombero dei viali e delle arterie principali mediante spazzini robot.

Gli spazzaneve meccanizzati erano molto efficienti. Ma le dodici pariglie di buoi avevano gli occhi. Quarantotto occhi. Che lo guardavano. Perché il bambino stava lì, a pochi passi dallo spartineve, dalla fila di bovini e dai carrettieri che li guidavano, quattro o cinque uomini a piedi, stava lì perché aveva disobbedito al divieto della madre di uscire a giocare con quel vento e quella neve, e nel vederli sbucare dal nulla era diventato una statua vivente. Una statua di stupore. Non solo i buoi lo avevano guardato coi loro quarantotto occhi (gli occhi dei carrettieri non contavano, questo gli era chiaro) ma lui era sicuro che il coro a infrasuoni di quelle iridi pazienti e sovrannaturali – le sole vere luci di tutta quella scena – avesse voluto dirgli qualche cosa. 
Non aveva capito cosa. 
O non lo ricordava più».

giovedì 20 settembre 2018

Lieto e orgoglioso di annunciare...



Prossimamente


Su questo


Canale


Una nuova


Strepitosa


Autoproduzione


Del più pazzo


Generoso


Scomodo


Atipico


Ispirato


Coraggioso


Originale


Autentico


Strano


Talentuoso 


Outsider


Mai


Esistito.


Mantenetevi


A tiro


Di voce!

venerdì 7 settembre 2018

LE DITA SUL TASTO CHE SCOPPIA - Dichiarazioni di guerra ai profanatori dei templi dell’Arte

QWERTYUIOP… BUUMM!!

[Avvertenza d'obbligo per i cervelletti più piccini: qui ovviamente si scherza e si provoca: da queste parti la violenza e i violenti sono da sempre considerati un paio di gradini al di sotto della merda.]

UNO
Niente è più blasfemo della cattiva scrittura. Niente è più maledetto del Verbo balbettante di una mezzasega ambiziosa e raccomandata. Il mio sogno? Penne, matite, tastiere intelligenti e spietate, che esplodano in mano a chi scrive male ma pubblica "bene". 
Piazza pulita, e disinfestazione usurpatori.
Per essere più chiaro: le troverei giuste e sacrosante anche se scoppiassero, o si difendessero con scariche elettriche, mentre scrivo IO.
L’arte della scrittura esige (dovrebbe esigere) Rispetto. E divieto assoluto ai mediocri.

DUE
Uno scrittore moscio, convenzionale e politicamente corretto è come un pugile non-violento: può fare strada se il manager è coglione, il match truccato, i giudici corrotti e il pubblico ubriaco.

TRE
Ma se Silvio Muccino non mi è mai piaciuto come attore e regista (che almeno è il suo mestiere), perché mai dovrei dargli credito come “scrittore”? 
(E visto che oggi da noi i romanzi li fanno scrivere ai registi – che almeno dovrebbero essere un po’ meglio dei cuocuzzi e dei cantanti, zio cantante – un altro editore risponde con la Comencini. Qualcosa di nuovo? Nein: coppiettismo etero in crisi, miliardesima puntata. 2 maroni.)

(TRE BIS)
Il calciatore è tutto un altro paio di natiche. Il calciatore è uno dichiaratamente incapace di scrivere, e il suo libro è dichiaratamente opera di un ghostwriter o di un cronista sportivo. Per cui quando entro in libreria non mi capita mai di pensare al calciatore “autore” di bestseller come a un USURPATORE. Cosa che invece penso di molti, molti, moltissimi altri.

QUATTRO
Tutte quelle personcelle senza ispirazione e senza talento, che scrivono romanzetti “a tema” svolgendo prima la loro brava ricerchina sull’argomento, e poi per far vedere che hanno fatto i compiti (come a scuola) impestano le pagine di astrusi termini tecnici del tutto inutili (anzi nocivi) alla narrazione: perché non lasciano perdere?
(Ancor più deprimente il pensiero che dietro possa esserci un editor che non ha posto rimedio, o peggio ancora ha incoraggiato/imposto tale scempio.)
Documentarsi è spesso utile, a volte indispensabile. Ma se sei uno Scrittore, da quel lavoro di ricerca devi saper ricavare un prezioso succo concentrato, non una cascata di termini precisini, saputelli e irritanti. (Vedasi la parte medico-ospedaliera di “Non ti muovere”, uno dei libri più brutti e sgraziati che abbia mai letto).

CINQUE
A dispetto del bellissimo titolo (che infatti fu deciso dall’editore) “La solitudine dei numeri primi” è uno dei libri più brutti, balbettanti e malscritti che abbia mai avuto la sventura di leggere. A dispetto del bruttissimo titolo (che infatti fu deciso dall’editore) “Quattro soli a motore” è uno dei romanzi più belli mai scritti e pubblicati. C’è bisogno che vi ricordi quale dei due abbia vinto il premio strega, quale dei due abbia dominato le classifiche, quale dei due abbia consentito all’autore di scrivere articoli sui giornali e di vivere di scrittura, e quale dei due invece non sia arrivato a vendere mille copie, e ad avere uno straccio di recensione sulle grandi testate? C’è bisogno che vi ricordi come si chiama l’unico vergognoso paese al mondo in cui una cosa simile poteva succedere?

TROPPO
L’intellettualozzo italico odierno è un fanatico feticista del brutto, un seguace (spocchiosissimo) della noia programmatica elevata a filosofia scorreggiona, della mosciaggine insipida elevata a (im)potenza. 
Se il tuo libro ha un bellissimo incipit, lui ti dirà che è “TROPPO scolpito”. Se c’è un paragrafo di travolgente brillantezza e comicità, lui sentenzierà che è “TROPPO compiaciuto”. Se esprimi un concetto con forza e chiarezza, lui sdottorerà che il tutto è “TROPPO detto”. Se c’è la descrizione di un paesaggio, o di un’emozione, meravigliosamente poetica, la liquiderà come “TROPPO letteraria”. Se ci sono neologismi geniali, ti accuserà di “TROPPO virtuosismo”. E via TROPPando. 
Spesso gente così è responsabile delle pubblicazioni di grandi case editrici, purTROPPO. E i risultati si vedono fin TROPPO. 
In questo paese, se hai talento sei di TROPPO. 
E io mi sono TROPPO rotto il cazzo.






domenica 2 settembre 2018

dal mio romanzo inedito "IL VOLO INTERROTTO DEGLI ANGELI"

[Stavolta non si tratta di mia madre, né di quella del mio alter ego Corradino, ma della mamma di un altro bimbo, che a distanza di anni ci torna sopra col ricordo. Ma la riflessione che ne scaturisce è tutta vera, e tutta mia.]

VOSTRA SORELLA 
UN PAIO DI CAZZI

«Oggi, mattina presto di sabato, è capitato l’incredibile. Stavo litigando con la Madonna. Un po’ come mio padre che parlava con la stufa. No, non è questa la cosa incredibile. Lo sconforto può giocare brutti scherzi. L’avevo riesumata dal fondo di un cassetto, e ci stavo litigando. Le rinfacciavo tutte le mie rimostranze sull’inganno e la puzzonaggine delle istituzioni religiose. La cocente delusione della prima messa in ricordo della mamma a un anno esatto dalla morte. Avevo nove anni. Mi dissero vèstiti e andiamo che c’è la messa per la tua mamma. Potrò leggere una poesia per lei, dissi. No, ci pensa già il signor curato, disse mio padre. “Per la tua mamma”. E ci avevo creduto! Non pretendevo uno show in suo onore, con i canti e l’incenso, e la sua icona al posto della Vergine. Ma due paroline del prete apposta per lei. Dedicate proprio a lei. Davvero per lei. Un pensiero. Un ricordino. Una riflessione. Una cosetta durante la predica. Niente. Sapete come funziona, no? Venne nominata di striscio con burocratica freddezza al momento predeterminato. Quando nel rituale c’è una casella vuota e il sacerdote ci sbatte dentro il nome di chi è morto quel giorno un anno prima. Di chi è morto quel giorno tutti gli anni prima. Il 13 settembre mica era morta soltanto lei. Ricordati di nostra sorella Lucia. E di nostra sorella Giovanna. E di nostro fratello Mario… Una palata di nomi. Nella casella vuota. Che diavolo me ne poteva fregare, del loro “nostra sorella Lucia” nella casella vuota? Nel mio cuore sì, che c’era un vuoto. Spaventoso e indicibile. Dio, se c’era! Lucia era mia mamma, pensavo. Non era vostra sorella. Mia mamma adesso potrebbe essere mille cose. Un angelo, una goccia di pioggia, un bel sogno, l’amore che arde nel mio petto, la Donna di cuori nel mazzo di carte di un bambino, un bocciolo di rosa in oriente… Quello che solo so per certo è che cosa lei non è: lei non è nessuna cazzo di “nostra sorella Lucia” sbiascicata per quattro beghine dal nuovo pretonzolo che nemmeno la conosceva. Vostra sorella un paio di cazzi! Lo gridai, piangendo. In chiesa. Così forte che l’eco della mia indignata voce bambina sarà lì ancora adesso che rimbalza tra le navate, in cerca di un’uscita. Non mi arrivò nessuno schiaffo. Anzi, mi parve di indovinare sul viso di mio padre un mezzo sorriso. Forse il primo della sua vita.»


sabato 25 agosto 2018

Quindici anni senza Te



E a volte io ancora ti cerco, e a volte quasi quasi ti trovo, dentro un sogno confuso, dentro il battito ferito del mio cuore, nelle parole delle tue canzoni preferite. 
Come “Azzurro”. Come l’Angelo Azzurro che eri quando arrivavi in spiaggia con la tua biciclettina.

«E allora, io quasi quasi prendo il treno e vengo, vengo da te»





mercoledì 22 agosto 2018

SCRIVANI, SCRIBACCHINI, SCRITTORI & AFFINI (POCO AFFINI)


EFFETTI CONTRARI

[La mattina del 14 gennaio avevo preso questo appunto, dimenticando poi di postarlo. Poco male: va così più o meno sempre…] 

Poi mi diranno che sono il solito brontolone, o declineranno ancora la menata dell'"invidia", ma in questi giorni sul Corriere Cultura mi sono beccato prima una paginata intera che aveva il solo scopo di comunicarci che un certo scrittore (mai sentito nominare) ha cambiato editore (e sticapperi?) e che nel 2020 uscirà un suo capolavoro che “indagherà la coppia” (non vedo l’ora! sono argomenti di cui si sente la mancanza!) e “sarà scritto in terza persona” (molto interessante), e poi, oggi, l’ennesimo lancio in grande stile (posso definirlo spudoratello, o magari esagero?) dell’ennesimo giallozzo sfornato da uno dei tanti giornalistucoli che in questi anni si sono scoperti Dostoevskij (o quantomeno Simenon). Incuriosito alla rovescia, cioè fondamentalmente irritato, dal tizio che nel 2020 indagherà la coppia in terza persona cambiando editore, faccio una breve e svogliata ricerca sul web, e trovo una perla assoluta: in un’intervista dice di scrivere solo calzando scarpe inglesi, perché con le scarpe da tennis si sente troppo comodo e non riesce a tenere a bada gli aggettivi. 
Bene, mi dico allora (sforzandomi di tenerli a bada anch’io): visto che riesco a scrivere benissimo anche in ciabatte o a piedi nudi; visto che trovo ispirazione passeggiando con vecchie scarpe da tennis che cambierò solo quando si saranno rotte (com’è giusto che sia); visto che le scarpe inglesi mi stanno sulle balle; visto che degli sdottoramenti sulla “coppia” m’importa ‘na sega; e visto che questo modo di elargire spazi sui giornali provoca in me un effetto di ripulsa, la mia Corte Interiore delibera che non leggerò mai e poi mai nulla di scritto da costui. 
Quanto al giornalista Dostoevskij-Simenon, più di una volta me lo sono trovato ospite di una trasmissione SPORTIVA. Appena tiravano fuori il suo libro spegnevo la tv e me ne andavo a dormire. 
Le chiamano “impennate di share”.


sabato 7 luglio 2018

RINGRAZIAMENTI


Non sono mai stato un amante di quelle pagine coi ringraziamenti in fondo ai libri. 
Quando si dilungano molto, poi, finisco col trovarle fra l'inutile, l'esibizionistico e il leccaculeggiante. (Per non parlare di quando gli autori ringraziano plotoni infiniti di cani&porci, che ti viene da chiederti se, con tutti quegli infiniti contributi esterni, il libro non sarebbe stato in grado di scriverlo un qualsiasi robot...) 
Finora, avevo ritenuto giusto e doveroso metterli solo al termine di "Quattro soli a motore", mentre nei romanzi per i quali non sentivo tale sincera urgenza ho preferito lasciar perdere, e addirittura in occasione del libro "Il bambino che sbagliava le parolacce" ho optato per l'ironia scherzosa di un lapidario e - lo ammetto - un po' sbruffonesco «Grazie/Prego». Ma i Ringraziamenti che ho deciso di esprimere per iscritto alla fine di "Agonia di una Fata e altri sfaceli" sono per me talmente significativi da decidere di riprodurli anche qui. Eccoli:


Ringrazio Paolo Zardi per avermi più volte esortato a riprendere in mano questo materiale così incandescente e doloroso.

Ringrazio Luisa Traina e Giacinta Moliterni per l’amorevole pazienza con cui lessero precedenti versioni, comunicandomi preziosi dubbi e costruttive perplessità.

Ringrazio Francesco Spinoglio per avermi indicato la nuova strada, bellicosa necessaria e ribelle, dell’autoproduzione.

Ringrazio Alice Pezzoli per il progetto grafico del gabbiano blu.

Ringrazio ogni singola Lettrice e ogni singolo Lettore di questo Romanzo.



venerdì 22 giugno 2018

Frammento n°238 (e ultimo)

Gli ultimi tempi avevo bisogno di “uscire a fumare”, come un militare in pausa spaccio. Ti sono stato tanto vicino, ma alla fine era più forte di me – esausto, esaurito, disperato – allontanarmi un po’. E mi è difficile perdonarmi per questo. Se era umano, allora la mia umanità mi fa schifo.

Per te è stato meglio così. 
Eppure come sono pentito di aver invocato Falla guarire o falla morire
Perdonami perdonami perdonami perdono.

Ma a mandarmi il magone alle stelle è la premonizione della domanda che mi salirà alla gola, lo so, giovedì mattina. 
Che cosa mi metto, Mamma? 

venerdì 25 maggio 2018

Paolo Zardi - TUTTO MALE FINCHÉ DURA

Feltrinelli, 174 pagine, € 15
voto: 9

I grandi scrittori ti spiazzano. I grandi scrittori (rare bestie in via d’estinzione) non riscrivono ogni volta lo stesso libro, variando solo i nomi dei personaggi e delle vie di una Tedio Town che rimane sempre quella, o il temino scolastico di base (“Ma che bravino, ha parlato dell'anoressia!”, “Ma che bravino, ha parlato del probbblema della dddroga!”). Un grande scrittore come Paolo Zardi può passare agevolmente (poiché scrivere gli è naturale) da pagine che parevano create da un Cechov postmoderno a questo frizzante, divertente, scoppiettante e un po’ strampalato romanzo, che pare fluito dalla tastiera magica di un Martin Amis particolarmente in vena. (Gustatevi, tanto per dirne una, questa spietata ed esattissima definizione della web-irrilevanza videopornoerotica del made in Italy: «Gli italiani, invece, non si erano mai liberati dall’inclinazione bucolica e un po’ pecoreccia che si portavano dentro da secoli: romagnoli con braccialetti d’oro che non smettevano mai di parlare, pugliesi pelosi, mogli grasse e culone con il viso nascosto. A livello mondiale non se li cagava nessuno.»)

Non so dirvi se questa sia in assoluto l’opera migliore di Paolo Zardi, perché sono stato a suo tempo troppo impressionato sia dalle meravigliose raccolte di racconti Antropometria e Il giorno che diventammo umani (entrambe edite dalla Neo, cui andrà per sempre il merito di aver scommesso con intelligente lungimiranza su questo autore) sia dal fulgido nitore della storia brevissima Il signor Bovary (Intermezzi). Ma è di sicuro, a mio parere, il suo miglior romanzo. E stiamo parlando di uno scrittore che con altri bei romanzi ha saputo deliziarci e stupirci, e con uno in particolare (XXI secolo) approdare alla dozzina dello Strega, per quanto debba confessare che la premiopoli italiota rimane per me un radar infallibile per individuare nella nebbia i libri da NON leggere (e infatti il suo, che era il più bello, non arrivò a piazzarsi nella cinquina finale).
E in un periodo oscuro che vede trionfare i preservativi di bronzo con cui le suorine del politically coglion sterilizzano l’Arte della Narrativa, lasciatemi dire che un’altra buona notizia è che in questo libro troverete parecchie bellissime parolacce (ma solo dove e quando ci vogliono: né l’autore né i personaggi soffrono di sindrome di Tourette).

C’è chi ritiene che l’intonazione zardiana sia qui divenuta troppo caricaturale (come se fosse un difetto, poi). A me non sembra. Certo, al contrario di tante odierne lagne documentaristiche e militanti (e scritte con le natiche) questo romanzo è divertentissimo (basti pensare alle improbabili storielle che il balordo protagonista inventa per riconquistare le figliole che aveva abbandonato: «un giorno aveva mangiato una sacher decorata con delle note musicali di glassa e dopo averla digerita era riuscito a suonare quel motivetto scorreggiando») ma al tempo stesso gronda verità e umanità, e vera umana sofferenza, quasi da ogni riga.
Molto bello anche il titolo, di un pessimismo a metà strada fra il minaccioso e il disincantato che mi ha riportato al primo Woody Allen, a quello spezzone in cui sostiene che la vita si divide in Orribile e Miserrimo, e se tu rientri “solo” nella categoria Miserrimo devi ringraziare la fortuna.

Un libro che si divora in poche ore di felice libidine febbrile. C’è ancora chi si ostina a sostenere che questo non sia un pregio, e invece oggi, credetemi, LO È! Perché la più urgente lezione calviniana si chiama Leggerezza, e la complessità DEVE essere gestita e mitigata dal Talento. Tutto il resto è greve e pretenzioso pastrocchiume, tutto il resto sono uomini e donne senza Qualità, secchioncelli che invece di parlarvi scatarrano catarro più o meno saccente, e ve lo fanno pure pagare. Questi invece sono i soldi meglio spesi, perché capaci di comprare l’unico tipo di Piacere in grado di essere anche edificante, consolatorio, rinfrancante: la buona lettura, la bella Arte.

Insomma, se in genere i noiosi nani sbadigliati fuori dalla moribonda e suicida narrativa italica odierna mi fanno passare del tutto ogni voglia di leggere (e di scrivere in questa fantastica Lingua) un gigante come Zardi, con tutti i suoi difetti (perché la vetta della creatività umana si chiama ancora Imperfezione, e la perfezione assoluta l’avremo quando anche in questo campo la truffa chiamata “intelligenza artificiale” verrà a seppellirci sotto coltri di merda asfittica) un gigante come Zardi, dicevo, ti fa rimpiangere di non avere davanti mille anni di vita, e centomila libri come questo da leggere.
Non fatemi incazzare, porco d’un cazzo.
Parola di Scriba.

domenica 4 febbraio 2018

Nicola Pezzoli - AGONIA DI UNA FATA E ALTRI SFACELI


Corradino è adulto. E sua madre sta morendo.

Io sono come una rana in uno stagno asciutto.
(Maitri-upanisad, I, 4)

La forma di questa Persona è come una veste color zafferano, 
come lana bianca, come una lucciola, come un fiore di loto, 
come il balenio di un lampo improvviso…
(Brhadaranyaka-upanisad, II, 3,6)


Un figlio trentaseienne, “scrittore fallito e sceneggiatore mancato”, accudisce la madre malata nei suoi ultimi quattro mesi di vita. Una storia d’amore e dedizione, tratta da uno struggente diario scritto con lacrime e sangue nell’estate del 2003, la più calda e maledetta di sempre. Un romanzo che non è soltanto intimo e poetico, ma diviene anche un lucido, impietoso catalogo delle macerie di un mondo al collasso – intellettivo, climatico e morale. Più di quattrocento pagine che riescono a emozionare, indignare, commuovere, ma che rifuggono dai lamentosi cliché del pietismo ricattatorio e della pornografia del dolore: ci si ritroverà anzi, più volte, a ridere di gusto, con quel senso di spiazzante stupore dato dall’impossibilità di scorgere netti confini fra le partiture comiche e quelle tragiche. Come sempre succede allorquando ci si ritrova al cospetto di un vero scrittore. 

Incipit

Poserò qui, come sopra un altare, le inadeguate parole del mio amore per te. Poiché ultime a svanire saranno sempre loro: quelle dolci come “mamma”, quelle orrende come “cancro”, quelle sbagliate come “oxiliplatino”.
Oxiliplatino era una bella parola intesa male: fantomatica nuova chemio sperimentata in Francia cui sentii accennare una sola volta – per te era comunque troppo tardi – e che mi riempì di emozione, perché il suono “oxili” richiamava “ossigeno” e “ausilio”. Mentre “oxali” (scoprii per caso, molto più avanti, che il termine giusto era “oxaliplatino”) mandava un tanfo d’ossa marce e di tomba.
Una parola che non esiste per curare un male che non si può curare: non riesco a immaginare disperazione più grande.


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