"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"
SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

giovedì 20 settembre 2018

Lieto e orgoglioso di annunciare...



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Strepitosa


Autoproduzione


Del più pazzo


Generoso


Scomodo


Atipico


Ispirato


Coraggioso


Originale


Autentico


Strano


Talentuoso 


Outsider


Mai


Esistito.


Mantenetevi


A tiro


Di voce!

venerdì 7 settembre 2018

LE DITA SUL TASTO CHE SCOPPIA - Dichiarazioni di guerra ai profanatori dei templi dell’Arte

QWERTYUIOP… BUUMM!!

[Avvertenza d'obbligo per i cervelletti più piccini: qui ovviamente si scherza e si provoca: da queste parti la violenza e i violenti sono da sempre considerati un paio di gradini al di sotto della merda.]

UNO
Niente è più blasfemo della cattiva scrittura. Niente è più maledetto del Verbo balbettante di una mezzasega ambiziosa e raccomandata. Il mio sogno? Penne, matite, tastiere intelligenti e spietate, che esplodano in mano a chi scrive male ma pubblica "bene". 
Piazza pulita, e disinfestazione usurpatori.
Per essere più chiaro: le troverei giuste e sacrosante anche se scoppiassero, o si difendessero con scariche elettriche, mentre scrivo IO.
L’arte della scrittura esige (dovrebbe esigere) Rispetto. E divieto assoluto ai mediocri.

DUE
Uno scrittore moscio, convenzionale e politicamente corretto è come un pugile non-violento: può fare strada se il manager è coglione, il match truccato, i giudici corrotti e il pubblico ubriaco.

TRE
Ma se Silvio Muccino non mi è mai piaciuto come attore e regista (che almeno è il suo mestiere), perché mai dovrei dargli credito come “scrittore”? 
(E visto che oggi da noi i romanzi li fanno scrivere ai registi – che almeno dovrebbero essere un po’ meglio dei cuocuzzi e dei cantanti, zio cantante – un altro editore risponde con la Comencini. Qualcosa di nuovo? Nein: coppiettismo etero in crisi, miliardesima puntata. 2 maroni.)

(TRE BIS)
Il calciatore è tutto un altro paio di natiche. Il calciatore è uno dichiaratamente incapace di scrivere, e il suo libro è dichiaratamente opera di un ghostwriter o di un cronista sportivo. Per cui quando entro in libreria non mi capita mai di pensare al calciatore “autore” di bestseller come a un USURPATORE. Cosa che invece penso di molti, molti, moltissimi altri.

QUATTRO
Tutte quelle personcelle senza ispirazione e senza talento, che scrivono romanzetti “a tema” svolgendo prima la loro brava ricerchina sull’argomento, e poi per far vedere che hanno fatto i compiti (come a scuola) impestano le pagine di astrusi termini tecnici del tutto inutili (anzi nocivi) alla narrazione: perché non lasciano perdere?
(Ancor più deprimente il pensiero che dietro possa esserci un editor che non ha posto rimedio, o peggio ancora ha incoraggiato/imposto tale scempio.)
Documentarsi è spesso utile, a volte indispensabile. Ma se sei uno Scrittore, da quel lavoro di ricerca devi saper ricavare un prezioso succo concentrato, non una cascata di termini precisini, saputelli e irritanti. (Vedasi la parte medico-ospedaliera di “Non ti muovere”, uno dei libri più brutti e sgraziati che abbia mai letto).

CINQUE
A dispetto del bellissimo titolo (che infatti fu deciso dall’editore) “La solitudine dei numeri primi” è uno dei libri più brutti, balbettanti e malscritti che abbia mai avuto la sventura di leggere. A dispetto del bruttissimo titolo (che infatti fu deciso dall’editore) “Quattro soli a motore” è uno dei romanzi più belli mai scritti e pubblicati. C’è bisogno che vi ricordi quale dei due abbia vinto il premio strega, quale dei due abbia dominato le classifiche, quale dei due abbia consentito all’autore di scrivere articoli sui giornali e di vivere di scrittura, e quale dei due invece non sia arrivato a vendere mille copie, e ad avere uno straccio di recensione sulle grandi testate? C’è bisogno che vi ricordi come si chiama l’unico vergognoso paese al mondo in cui una cosa simile poteva succedere?

TROPPO
L’intellettualozzo italico odierno è un fanatico feticista del brutto, un seguace (spocchiosissimo) della noia programmatica elevata a filosofia scorreggiona, della mosciaggine insipida elevata a (im)potenza. 
Se il tuo libro ha un bellissimo incipit, lui ti dirà che è “TROPPO scolpito”. Se c’è un paragrafo di travolgente brillantezza e comicità, lui sentenzierà che è “TROPPO compiaciuto”. Se esprimi un concetto con forza e chiarezza, lui sdottorerà che il tutto è “TROPPO detto”. Se c’è la descrizione di un paesaggio, o di un’emozione, meravigliosamente poetica, la liquiderà come “TROPPO letteraria”. Se ci sono neologismi geniali, ti accuserà di “TROPPO virtuosismo”. E via TROPPando. 
Spesso gente così è responsabile delle pubblicazioni di grandi case editrici, purTROPPO. E i risultati si vedono fin TROPPO. 
In questo paese, se hai talento sei di TROPPO. 
E io mi sono TROPPO rotto il cazzo.






domenica 2 settembre 2018

dal mio romanzo inedito "IL VOLO INTERROTTO DEGLI ANGELI"

[Stavolta non si tratta di mia madre, né di quella del mio alter ego Corradino, ma della mamma di un altro bimbo, che a distanza di anni ci torna sopra col ricordo. Ma la riflessione che ne scaturisce è tutta vera, e tutta mia.]

VOSTRA SORELLA 
UN PAIO DI CAZZI

«Oggi, mattina presto di sabato, è capitato l’incredibile. Stavo litigando con la Madonna. Un po’ come mio padre che parlava con la stufa. No, non è questa la cosa incredibile. Lo sconforto può giocare brutti scherzi. L’avevo riesumata dal fondo di un cassetto, e ci stavo litigando. Le rinfacciavo tutte le mie rimostranze sull’inganno e la puzzonaggine delle istituzioni religiose. La cocente delusione della prima messa in ricordo della mamma a un anno esatto dalla morte. Avevo nove anni. Mi dissero vèstiti e andiamo che c’è la messa per la tua mamma. Potrò leggere una poesia per lei, dissi. No, ci pensa già il signor curato, disse mio padre. “Per la tua mamma”. E ci avevo creduto! Non pretendevo uno show in suo onore, con i canti e l’incenso, e la sua icona al posto della Vergine. Ma due paroline del prete apposta per lei. Dedicate proprio a lei. Davvero per lei. Un pensiero. Un ricordino. Una riflessione. Una cosetta durante la predica. Niente. Sapete come funziona, no? Venne nominata di striscio con burocratica freddezza al momento predeterminato. Quando nel rituale c’è una casella vuota e il sacerdote ci sbatte dentro il nome di chi è morto quel giorno un anno prima. Di chi è morto quel giorno tutti gli anni prima. Il 13 settembre mica era morta soltanto lei. Ricordati di nostra sorella Lucia. E di nostra sorella Giovanna. E di nostro fratello Mario… Una palata di nomi. Nella casella vuota. Che diavolo me ne poteva fregare, del loro “nostra sorella Lucia” nella casella vuota? Nel mio cuore sì, che c’era un vuoto. Spaventoso e indicibile. Dio, se c’era! Lucia era mia mamma, pensavo. Non era vostra sorella. Mia mamma adesso potrebbe essere mille cose. Un angelo, una goccia di pioggia, un bel sogno, l’amore che arde nel mio petto, la Donna di cuori nel mazzo di carte di un bambino, un bocciolo di rosa in oriente… Quello che solo so per certo è che cosa lei non è: lei non è nessuna cazzo di “nostra sorella Lucia” sbiascicata per quattro beghine dal nuovo pretonzolo che nemmeno la conosceva. Vostra sorella un paio di cazzi! Lo gridai, piangendo. In chiesa. Così forte che l’eco della mia indignata voce bambina sarà lì ancora adesso che rimbalza tra le navate, in cerca di un’uscita. Non mi arrivò nessuno schiaffo. Anzi, mi parve di indovinare sul viso di mio padre un mezzo sorriso. Forse il primo della sua vita.»


sabato 25 agosto 2018

Quindici anni senza Te



E a volte io ancora ti cerco, e a volte quasi quasi ti trovo, dentro un sogno confuso, dentro il battito ferito del mio cuore, nelle parole delle tue canzoni preferite. 
Come “Azzurro”. Come l’Angelo Azzurro che eri quando arrivavi in spiaggia con la tua biciclettina.

«E allora, io quasi quasi prendo il treno e vengo, vengo da te»





mercoledì 22 agosto 2018

SCRIVANI, SCRIBACCHINI, SCRITTORI & AFFINI (POCO AFFINI)


EFFETTI CONTRARI

[La mattina del 14 gennaio avevo preso questo appunto, dimenticando poi di postarlo. Poco male: va così più o meno sempre…] 

Poi mi diranno che sono il solito brontolone, o declineranno ancora la menata dell'"invidia", ma in questi giorni sul Corriere Cultura mi sono beccato prima una paginata intera che aveva il solo scopo di comunicarci che un certo scrittore (mai sentito nominare) ha cambiato editore (e sticapperi?) e che nel 2020 uscirà un suo capolavoro che “indagherà la coppia” (non vedo l’ora! sono argomenti di cui si sente la mancanza!) e “sarà scritto in terza persona” (molto interessante), e poi, oggi, l’ennesimo lancio in grande stile (posso definirlo spudoratello, o magari esagero?) dell’ennesimo giallozzo sfornato da uno dei tanti giornalistucoli che in questi anni si sono scoperti Dostoevskij (o quantomeno Simenon). Incuriosito alla rovescia, cioè fondamentalmente irritato, dal tizio che nel 2020 indagherà la coppia in terza persona cambiando editore, faccio una breve e svogliata ricerca sul web, e trovo una perla assoluta: in un’intervista dice di scrivere solo calzando scarpe inglesi, perché con le scarpe da tennis si sente troppo comodo e non riesce a tenere a bada gli aggettivi. 
Bene, mi dico allora (sforzandomi di tenerli a bada anch’io): visto che riesco a scrivere benissimo anche in ciabatte o a piedi nudi; visto che trovo ispirazione passeggiando con vecchie scarpe da tennis che cambierò solo quando si saranno rotte (com’è giusto che sia); visto che le scarpe inglesi mi stanno sulle balle; visto che degli sdottoramenti sulla “coppia” m’importa ‘na sega; e visto che questo modo di elargire spazi sui giornali provoca in me un effetto di ripulsa, la mia Corte Interiore delibera che non leggerò mai e poi mai nulla di scritto da costui. 
Quanto al giornalista Dostoevskij-Simenon, più di una volta me lo sono trovato ospite di una trasmissione SPORTIVA. Appena tiravano fuori il suo libro spegnevo la tv e me ne andavo a dormire. 
Le chiamano “impennate di share”.


sabato 7 luglio 2018

RINGRAZIAMENTI


Non sono mai stato un amante di quelle pagine coi ringraziamenti in fondo ai libri. 
Quando si dilungano molto, poi, finisco col trovarle fra l'inutile, l'esibizionistico e il leccaculeggiante. (Per non parlare di quando gli autori ringraziano plotoni infiniti di cani&porci, che ti viene da chiederti se, con tutti quegli infiniti contributi esterni, il libro non sarebbe stato in grado di scriverlo un qualsiasi robot...) 
Finora, avevo ritenuto giusto e doveroso metterli solo al termine di "Quattro soli a motore", mentre nei romanzi per i quali non sentivo tale sincera urgenza ho preferito lasciar perdere, e addirittura in occasione del libro "Il bambino che sbagliava le parolacce" ho optato per l'ironia scherzosa di un lapidario e - lo ammetto - un po' sbruffonesco «Grazie/Prego». Ma i Ringraziamenti che ho deciso di esprimere per iscritto alla fine di "Agonia di una Fata e altri sfaceli" sono per me talmente significativi da decidere di riprodurli anche qui. Eccoli:


Ringrazio Paolo Zardi per avermi più volte esortato a riprendere in mano questo materiale così incandescente e doloroso.

Ringrazio Luisa Traina e Giacinta Moliterni per l’amorevole pazienza con cui lessero precedenti versioni, comunicandomi preziosi dubbi e costruttive perplessità.

Ringrazio Francesco Spinoglio per avermi indicato la nuova strada, bellicosa necessaria e ribelle, dell’autoproduzione.

Ringrazio Alice Pezzoli per il progetto grafico del gabbiano blu.

Ringrazio ogni singola Lettrice e ogni singolo Lettore di questo Romanzo.



venerdì 22 giugno 2018

Frammento n°238 (e ultimo)

Gli ultimi tempi avevo bisogno di “uscire a fumare”, come un militare in pausa spaccio. Ti sono stato tanto vicino, ma alla fine era più forte di me – esausto, esaurito, disperato – allontanarmi un po’. E mi è difficile perdonarmi per questo. Se era umano, allora la mia umanità mi fa schifo.

Per te è stato meglio così. 
Eppure come sono pentito di aver invocato Falla guarire o falla morire
Perdonami perdonami perdonami perdono.

Ma a mandarmi il magone alle stelle è la premonizione della domanda che mi salirà alla gola, lo so, giovedì mattina. 
Che cosa mi metto, Mamma? 

venerdì 25 maggio 2018

Paolo Zardi - TUTTO MALE FINCHÉ DURA

Feltrinelli, 174 pagine, € 15
voto: 9

I grandi scrittori ti spiazzano. I grandi scrittori (rare bestie in via d’estinzione) non riscrivono ogni volta lo stesso libro, variando solo i nomi dei personaggi e delle vie di una Tedio Town che rimane sempre quella, o il temino scolastico di base (“Ma che bravino, ha parlato dell'anoressia!”, “Ma che bravino, ha parlato del probbblema della dddroga!”). Un grande scrittore come Paolo Zardi può passare agevolmente (poiché scrivere gli è naturale) da pagine che parevano create da un Cechov postmoderno a questo frizzante, divertente, scoppiettante e un po’ strampalato romanzo, che pare fluito dalla tastiera magica di un Martin Amis particolarmente in vena. (Gustatevi, tanto per dirne una, questa spietata ed esattissima definizione della web-irrilevanza videopornoerotica del made in Italy: «Gli italiani, invece, non si erano mai liberati dall’inclinazione bucolica e un po’ pecoreccia che si portavano dentro da secoli: romagnoli con braccialetti d’oro che non smettevano mai di parlare, pugliesi pelosi, mogli grasse e culone con il viso nascosto. A livello mondiale non se li cagava nessuno.»)

Non so dirvi se questa sia in assoluto l’opera migliore di Paolo Zardi, perché sono stato a suo tempo troppo impressionato sia dalle meravigliose raccolte di racconti Antropometria e Il giorno che diventammo umani (entrambe edite dalla Neo, cui andrà per sempre il merito di aver scommesso con intelligente lungimiranza su questo autore) sia dal fulgido nitore della storia brevissima Il signor Bovary (Intermezzi). Ma è di sicuro, a mio parere, il suo miglior romanzo. E stiamo parlando di uno scrittore che con altri bei romanzi ha saputo deliziarci e stupirci, e con uno in particolare (XXI secolo) approdare alla dozzina dello Strega, per quanto debba confessare che la premiopoli italiota rimane per me un radar infallibile per individuare nella nebbia i libri da NON leggere (e infatti il suo, che era il più bello, non arrivò a piazzarsi nella cinquina finale).
E in un periodo oscuro che vede trionfare i preservativi di bronzo con cui le suorine del politically coglion sterilizzano l’Arte della Narrativa, lasciatemi dire che un’altra buona notizia è che in questo libro troverete parecchie bellissime parolacce (ma solo dove e quando ci vogliono: né l’autore né i personaggi soffrono di sindrome di Tourette).

C’è chi ritiene che l’intonazione zardiana sia qui divenuta troppo caricaturale (come se fosse un difetto, poi). A me non sembra. Certo, al contrario di tante odierne lagne documentaristiche e militanti (e scritte con le natiche) questo romanzo è divertentissimo (basti pensare alle improbabili storielle che il balordo protagonista inventa per riconquistare le figliole che aveva abbandonato: «un giorno aveva mangiato una sacher decorata con delle note musicali di glassa e dopo averla digerita era riuscito a suonare quel motivetto scorreggiando») ma al tempo stesso gronda verità e umanità, e vera umana sofferenza, quasi da ogni riga.
Molto bello anche il titolo, di un pessimismo a metà strada fra il minaccioso e il disincantato che mi ha riportato al primo Woody Allen, a quello spezzone in cui sostiene che la vita si divide in Orribile e Miserrimo, e se tu rientri “solo” nella categoria Miserrimo devi ringraziare la fortuna.

Un libro che si divora in poche ore di felice libidine febbrile. C’è ancora chi si ostina a sostenere che questo non sia un pregio, e invece oggi, credetemi, LO È! Perché la più urgente lezione calviniana si chiama Leggerezza, e la complessità DEVE essere gestita e mitigata dal Talento. Tutto il resto è greve e pretenzioso pastrocchiume, tutto il resto sono uomini e donne senza Qualità, secchioncelli che invece di parlarvi scatarrano catarro più o meno saccente, e ve lo fanno pure pagare. Questi invece sono i soldi meglio spesi, perché capaci di comprare l’unico tipo di Piacere in grado di essere anche edificante, consolatorio, rinfrancante: la buona lettura, la bella Arte.

Insomma, se in genere i noiosi nani sbadigliati fuori dalla moribonda e suicida narrativa italica odierna mi fanno passare del tutto ogni voglia di leggere (e di scrivere in questa fantastica Lingua) un gigante come Zardi, con tutti i suoi difetti (perché la vetta della creatività umana si chiama ancora Imperfezione, e la perfezione assoluta l’avremo quando anche in questo campo la truffa chiamata “intelligenza artificiale” verrà a seppellirci sotto coltri di merda asfittica) un gigante come Zardi, dicevo, ti fa rimpiangere di non avere davanti mille anni di vita, e centomila libri come questo da leggere.
Non fatemi incazzare, porco d’un cazzo.
Parola di Scriba.

domenica 4 febbraio 2018

Nicola Pezzoli - AGONIA DI UNA FATA E ALTRI SFACELI


Corradino è adulto. E sua madre sta morendo.

Io sono come una rana in uno stagno asciutto.
(Maitri-upanisad, I, 4)

La forma di questa Persona è come una veste color zafferano, 
come lana bianca, come una lucciola, come un fiore di loto, 
come il balenio di un lampo improvviso…
(Brhadaranyaka-upanisad, II, 3,6)


Un figlio trentaseienne, “scrittore fallito e sceneggiatore mancato”, accudisce la madre malata nei suoi ultimi quattro mesi di vita. Una storia d’amore e dedizione, tratta da uno struggente diario scritto con lacrime e sangue nell’estate del 2003, la più calda e maledetta di sempre. Un romanzo che non è soltanto intimo e poetico, ma diviene anche un lucido, impietoso catalogo delle macerie di un mondo al collasso – intellettivo, climatico e morale. Più di quattrocento pagine che riescono a emozionare, indignare, commuovere, ma che rifuggono dai lamentosi cliché del pietismo ricattatorio e della pornografia del dolore: ci si ritroverà anzi, più volte, a ridere di gusto, con quel senso di spiazzante stupore dato dall’impossibilità di scorgere netti confini fra le partiture comiche e quelle tragiche. Come sempre succede allorquando ci si ritrova al cospetto di un vero scrittore. 

Incipit

Poserò qui, come sopra un altare, le inadeguate parole del mio amore per te. Poiché ultime a svanire saranno sempre loro: quelle dolci come “mamma”, quelle orrende come “cancro”, quelle sbagliate come “oxiliplatino”.
Oxiliplatino era una bella parola intesa male: fantomatica nuova chemio sperimentata in Francia cui sentii accennare una sola volta – per te era comunque troppo tardi – e che mi riempì di emozione, perché il suono “oxili” richiamava “ossigeno” e “ausilio”. Mentre “oxali” (scoprii per caso, molto più avanti, che il termine giusto era “oxaliplatino”) mandava un tanfo d’ossa marce e di tomba.
Una parola che non esiste per curare un male che non si può curare: non riesco a immaginare disperazione più grande.


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martedì 30 gennaio 2018

“Fai bene a guardare quel campo. Perché tu non ci metterai mai piede”

Fototessera adolescenziale, alcuni mesi fa


ANTROPODINAMICA SOCIALE


Mafia, bullismo, mobbing: a 16 anni provai sulla mia pelle queste belle cosine, tutte in una volta. Arrivai in una nuova squadra di calcio. Era il mio anno migliore, e nelle partitelle segnavo gol a grappoli: di sinistro, di destro, di testa, di tacco al volo alla Paulo Roberto Falcao, con tiri da lontano o entrando in porta col pallone dopo averne dribblati tre o quattro. 
L’allenatore passò da una prima fase in cui mi illudeva per pungolare il centravanti titolare scarso (“Dovrò far giocare quello nuovo: chèl lì el fa gol!”) a una seconda fase in cui prese a maltrattarmi sistematicamente, al limite del sadismo e della persecuzione, per spingermi ad andarmene. Ma io stupidamente non mi arrendevo, e continuavo a farmela in treno, più tre chilometri a piedi tutto solo al buio, per tre sere la settimana. 

Alla fine arrivò a emarginarmi facendomi svolgere tutto un allenamento in disparte, lontano, come succede soltanto nelle squadre professionistiche ai ribelli messi fuori rosa. Al rientro negli spogliatoi sbottai in un pianto irrefrenabile. Fu l’ultima volta che mi videro. 
Qualche settimana prima, il centravanti titolare scarso mi aveva raggiunto presso la rete che separava il campetto d’allenamento dal campo grande, e in un orecchio, con sfottente arroganza, mi aveva sibilato: “Fai bene a guardare quel campo. Perché tu non ci metterai mai piede”.

Ogni sera il centravanti titolare scarso arrivava e ripartiva in macchina con l’allenatore. Non sono ancora riuscito a perdonarli. Eppure dovrei essere grato, a quelle due belle personcine. Perché mi hanno aperto gli occhi sui tre pilastri su cui si basa l’antropodinamica sociale: mafia, bullismo, mobbing.

(Buon compleanno, Nick!)


giovedì 25 gennaio 2018

NEL LABORATORIO DELLO SCRITTORE - Assaggi da un romanzo prossimo venturo

[Estate del 1980: il tredicenne Corradino sta trascorrendo una vacanza nella Svizzera Tedesca, ospite di alcuni lontani parenti]


Dalla seconda parte del capitolo 6 ("Chiavi in meno"), l'episodio degli stronzi di pietra.


"Il culmine della mia giornata fu quando una specie di vecchia coi capelli biondi tinti irruppe nel bagno mentre tentavo di cagare. Perché l’unico difetto del cugino Bernardo e di Martina Weckerli era lo sfizio intellettuale – un misto di Woodstock e sessantottismo bohémien – di lasciar volutamente sprovvista di chiave la porta di quel così delicato localino, e questo era l’unico lato di loro che non solo non approvavo, ma proprio, con tutto me stesso, detestavo. La barbagianna intrusa si mise subito a pigolare «Ooh, scussi, scussi», con vocina stridula e imbarazzata, poi richiuse la porta e se ne andò. 
Ma intanto mi aveva inibito i complicati equilibri psicointestinali dell’evacuazione.

Questi svizzeri erano proprio incomparabilmente più civili, checché ne dicano i brubrù italici amanti dei rifiuti nei boschi, degli sputi per terra, delle cacche di cane sui marciapiedi e dei pacchetti vuoti di marlboro gettati dalle auto in corsa. Solo che a volte certi aspetti di civiltà possono rivelarsi controproducenti. Per esempio questi svizzeri di cui ero ospite non usavano chiavi. Proprio da nessuna parte. L’unica chiave da loro conosciuta era quella per avviare la duecavalli color panna. Se le macchine fossero partite in altro modo, quello di “chiave” sarebbe stato presso di loro un concetto sconosciuto, o quantomeno superato. Tenevano sempre tutto aperto. La porta d’ingresso, il portone da basso, perfino l’atelier che era zeppo di opere d’arte e materiali costosi. E se l’essere senza chiave della porta d’ingresso di casa può darti la piacevole impressione di stare davvero in un posto tranquillo, in un luogo di fiaba dove niente di male ti potrà mai accadere, dove i ladri o non esistono o si sono beccati l’ergastolo preventivo dopo la prima merendina rubata all’asilo, e dove gli attentatori bombaroli vengono individuati e strozzati in culla da Alexander Schwartz, lo stesso non si può dire dell’assenza della maledetta chiave nella maledetta toppa interna di quella cazzo di porta del cesso.

Non che la vecchia pigolante mi avesse visto nudo: quando stai assiso su quel trono coi pantaloni arrotolati non si vede mica niente, ma da quel momento in poi rimasi terrorizzato dal possibile prodursi di altre irruzioni consimili e violazioni mangiacrauti della mia intimità, e a un certo punto maturai la decisione che per qualche giorno avrei potuto benissimo tenerla.
Ma quando fai così per troppi giorni, poi finisce che gli stronzi (nel senso di “pezzi di sterco”, come il vocabolario di casa mia definiva l’unica parolaccia che vi si potesse reperire all’epoca) diventano vendicativi e fanno le rappresaglie. Le rappresaglie degli stronzi consistono nel fatto che diventano di pietra. Dicono, questi stronzi: “Non mi hai lasciato uscire quando volevo? E allora io adesso divento di pietra e non esco mai più, fino a quando non crepi intossicato!”

E allora, a metà della settimana successiva, ci fu una mattina in cui il cugino Bernardo ci portò al piccolo rigoglioso parco che stava in cima alla via, la lunghissima Non So Più Che Cazzen Strasse che ci ospitava. Luogo incantevole e mattina incantevole, non fosse stato che io avevo gli stronzi di pietra vendicativi nel colon che mi davano il mal di pancia e le allucinazioni mistiche, tipo dromedari che si arrampicavano in cima agli alberi al posto degli scoiattoli, cigni fosforescenti appollaiati sui rami invece che nel loro laghetto, e nel laghetto elefanti marini che felici emanavano fagotti di feci enormi e scivolosi come tonni vivi.
Tenerla non si poteva più: nella pancia avevo ormai una pietraia. Non che tecnicamente mi scappasse: era quello il dramma, gli stronzi di pietra mica scappano, non sono vigliacchi, sono pigri, stanno benissimo comodi nella pietraia, loro. Solo che il mal di pietraia ti fa capire che o trovi il modo di dar luogo allo sgombero, di farli smammare, oppure schiatti, scoppi, muori. Ero lì lì per chiedere a qualcuno di aprirmi il ventre con un coltellaccio, dal male che mi faceva: una provvidenziale cagata cesarea.
Vicino a un liriodendro gigante c’era un piccolo svizzerissimo cesso (bello, pulito, profumato, con la chiave per chiudersi dentro) e io mi ci rifugiai in cerca di salvezza, mentre il cugino Bernardo, Dora e Damien nel suo carrozzino vagolavano per il parco che già conoscevano come le loro tasche e avrebbero voluto far conoscere a me, e si armavano di umana pazienza per far passare, senza troppo farmeli pesare, i cinque, dieci, quindici, venticinque minuti necessari al mio arduo, possente, doloroso sforzo di travaglio escrementizio.

Ora, dovrò dire che la parlata svizzero-tedesca è di solito qualcosa di ritmico-incalzante-ferroviario (a maggior ragione in una città come Zug che vuol dire anche "treno"), ma molto pacifico e quasi muliebre, del tipo “Telerùnfete-stròmfete-rànkete, likka-lokka, kùuuet”… (il parlante-tipo che bisogna immaginare è un Sigfrido alpestre vagamente effeminato, con le gote paonazze e la barba marroncina, e un piccone che usa solo per scalare le rocce, previa autorizzazione scritta). 
Ma se tu stai chiuso barricato tre quarti d’ora al cesso pubblico monotazza del parco per via che hai gli stronzi di pietra, e fuori qualcuno ha bisogno, quello non si metterà a dire “Kùuuuet” in modo pacifico e muliebre: si metterà invece a inveire-smadonnare in modo piuttosto teutonico e viepiù minaccioso, non più da rossocrociato terùn dei tùder, ma proprio da tedesco di quegli altri là di sopra, e a comportarsi come un rastrellamento. 
Vien da pensare che se gli dicessi qualcosa in Italiano, o peggio ancora un timido “Eine moment!” con inconfondibile e facilmente smascherabile accento italienish, dentro quel cesso potrebbero piovere granate. Allora taci, e raddoppi gli sforzi, e preghi quegli stronzi degli stronzi di pietra di smetterla di fare gli stronzi, e di venire fuori, se ne hanno il coraggio.

Nel momento clou, in cui ormai mi giocavo la vita, mi aggrappai con le mani ai polpacci, stringendoli forte, mentre sentivo la testa implodere: stavo spingendo anche con le meningi. Lo sforzo sia con te, Corradino!

Alla fine, dunque, ci riesci. 
E quando alla fine esci da quel cesso, sotto gli occhi truci della gestapo pisciona teutonica che non t’incenerisce solo perché ha dimenticato a casa il lanciafiamme (e perché per fortuna si tratta a occhio e croce di un ottantacinquenne), hai le membra sfinite, il viso tirato e l’anima felice della donna che abbia appena partorito.
Sì, quegli stronzi di pietra svizzeri erano stati i miei primi figli."



venerdì 19 gennaio 2018

L'EUTANASIA NON È UN CAPRICCIO


1 A chi su certi argomenti continua a non voler capire, provo a consigliare tre film (anche se so che trattasi di causa persa: l’ottusità umana è quasi sempre un muro inscalfibile): “Mare dentro”, “Le invasioni barbariche” e “Million dollar baby”. 
Ci sarebbe pure “You don’t know Jack”, che poi nella traduzione italiana diventa alquanto pedestremente (e poco onestamente) “Il dottor morte” (il titolo originale ha un doppio significato: voi non conoscete Jack e voi non capite un cazzo), con uno strepitoso Al Pacino nei panni dell’angelico Jack Kevorkian, ma quello è un film introvabile, e un po’ troppo intelligente, un po’ troppo “oltre”. L’angelo Jack, che oggi ne avrebbe avute sia per gli italioti neocavernicoli (costretti a considerare un luminoso progresso l’essere approdati, nel 2017, a un biotestamento monco e aggirabile da fanatici obiettori, in cui le parole Eutanasia e Suicidio Assistito restano tabù) sia per gli esosi svizzerotti (migliaia di vergognosi euro per farsi aiutare a morire dignitosamente!) «NON CI SI PUÒ’ FAR PAGARE UNA COSA DEL GENERE. CHE DOMANDE SONO». Ascoltatelo:



2 (LOBOTOM)ITALIAN WAY
La legge sul Biotestamento rappresenta un passo avanti verso la Civiltà: un passo notevole anche se al tempo stesso MINUSCOLO e deludente. Non sono previste né Eutanasia né suicidio assistito, ma del resto non siamo un Paese del Nord Europa, siamo la vatikalia. Per quei malati terminali che sono ancora coscienti, e che soffrendo in modo dilaniante e indicibile vogliono potersene andare in pace e dignità, resteranno sempre le (tristissime) strade di adesso: la fuga clandestina nell’esosa Svizzera (si parla di diecimila euro, e non tutti ce li hanno) o la soluzione fai da te, alla Mario Monicelli (e qui ne approfitto per mandarti un bacio, meraviglioso Artista!) 
Per non parlare del pericolo di finire intrappolati in una struttura dove sono tutti simpatici obiettori (già: il biotestamento italian way NON sarà vincolante per il medico).
Ma che dire di chi riesce ad opporsi perfino a questo minimo, davvero minimo compromesso di nuove norme compassionevoli, intelligenti e umane?
Stendiamoci sopra un peto veloso!



3 IL MIO TESTAMENTO
Se un giorno dovessi soffrire troppo, ma fossi ancora cosciente e autosufficiente, mi procurerei da solo, in un modo o nell’altro, la mia dolce, dignitosa e sacrosanta Eutanasia. 
In caso contrario, non consegnerò inutilmente il mio Testamento alla truce e inaffidabile società vatikaliota dei fanatici obiettori e dei Paladini del Dolore (altrui), ma lo consegno ai miei Amici più cari e più veri: 
AIUTATEMI VOI. (E sia maledetto per sempre chi dovesse impedirvelo).


giovedì 11 gennaio 2018

IO E PAUL AUSTER: MERAVIGLIE E MISTERI DELLO SCRIPTORIUM COSMICO




 

Di sicuro si tratta solo di misteriose e affascinanti coincidenze (e non lo dico in senso ironico). Coincidenze che mettono un po’ i brividi. Ma mi piace immaginare (proprio nel senso di fantasticare) di aver magicamente contribuito a far rifiorire l’ispirazione del grandioso Paul Auster, il mio scrittore preferito, che negli ultimi anni sembrava essersi irrimediabilmente inaridita.
Nel 2012 pubblicai “Quattro soli a motore”. Il libro recava una doppia dedica: “A mio padre. E a Paul Auster”. Una cosa che non si fa quasi mai, dedicare un romanzo a un altro autore (in seguito l’avrei fatto anche per Paolo Zardi), ma a lui mi sentivo legato da un legame invisibile, difficile da spiegare.
L’ho sempre considerato un fratello maggiore (anche se, avendo 20 anni più di me, tecnicamente potrebbe essermi padre) un po’ perché ne adoro la scrittura, e un po’ per il fatto che pure lui ha esordito molto più tardi di quanto meritasse, dopo aver rischiato addirittura, incredibilmente, di non farcela. (Anche se le rispettive voci sono assai dissimili, come ben esemplificato dalle nostre autoproduzioni adolescenziali: lui un giornalino serio che imitava i giornali veri, io… L’Inkazzo Periodiko!)
Su una copia di Quattro soli scrissi una seconda dedica di mio pugno, e decisi di spedirgliela. Non riuscendo a procurarmi il suo indirizzo di New York, su suggerimento della mia splendida amica Giacinta, anche lei innamorata della scrittura di Paul, domandai all’ufficio stampa del suo editore italiano (Einaudi) il favore di inoltrargliela. Cosa che probabilmente non è mai stata fatta, o in ogni caso non è andata a buon fine, altrimenti penso che uno come Lui mi avrebbe mandato, o fatto mandare da una segretaria, due righe di ringraziamento.
Non so neppure se Paul Auster sia in grado di leggere un testo in Italiano. E comunque. Ho da poco finito di leggere il suo nuovo, mastodontico “4 3 2 1”.

In “Quattro soli a motore” c’è un bambino che rischia di morire strozzato da una caramella che gli è andata di traverso, e la madre lo salva prendendolo per i piedi e scrollandolo a testa in giù.
Anche in “4 3 2 1” c’è un bambino che rischia di morire strozzato da una caramella che gli è andata di traverso, e la madre lo salva prendendolo per i piedi e scrollandolo a testa in giù.
In “Quattro soli a motore” il protagonista non riesce a essere triste al funerale di zia Trude, perché era una persona ottusa, orrenda e cattiva che lo trattava male.
In “4 3 2 1” il protagonista non riesce a essere triste al funerale del cugino Andrew, perché era una persona ottusa, orrenda e cattiva che lo trattava male.
In “Quattro soli a motore” si parla dei misteri dell’infinitamente piccolo, a proposito di una certa astronave «grande come la capocchia di uno spillo di un mondo racchiuso dentro un altro spillo che stava dentro un altro spillo che stava dentro un altro che stava dentro un altro ancora…»
Anche in “4 3 2 1” si parla dei misteri dell’infinitamente piccolo, a proposito di un particolare gioco di immagini sulle etichette delle confezioni di due diversi prodotti, burro e fiocchi d’avena: «un mondo che era dentro un altro mondo, che era dentro un altro mondo, che era dentro un altro mondo…»
In “Quattro soli a motore” il protagonista scrive sul Taccuino rosso di Wolfsburg una potente maledizione contro chiunque gli abbia fatto un torto.
In “4 3 2 1” verso la fine leggiamo: «Il taccuino scarlatto contiene una violenta maledizione contro chiunque mi abbia fatto un torto». (Ma qui devo dire che alla fascinazione per i “taccuini” il buon Paul è arrivato MOLTO prima di me).
E il mio Corradino di Quattro soli si mostrerà eccessivamente protettivo nei confronti della madre rimasta vedova: 
«le donne che scelgono uomini sbagliati sono portate a ripetere l’errore. E io non avrei mai permesso che la mia fata finisse con un altro Videla, o in custodia da qualche femmimaschio lampadato del circolo tennistico». 
Anche una delle diramazioni-Ferguson del “4 3 2 1” di Auster si mostrerà eccessivamente protettivo nei confronti della madre rimasta vedova: 
«era sempre stata la paura più grande di Ferguson, vedere la madre perdere la testa per un buffone che la riempiva di paroline dolci e poi svegliarsi una mattina scoprendo di aver commesso l’errore della sua vita». 

Quello che vorrei dirti, Paul, se tu fossi in ascolto, è che anche nella remota ipotesi che tu avessi scopiazzato qualcosa, io non lo considererei un plagio o una grave scorrettezza, ma un onore, e ne sarei orgoglioso e lusingato. Perché ti voglio bene. Perché sono io a sentirmi in debito con te, per aver potuto leggere i tuoi più meravigliosi romanzi (dalla “Trilogia di New York” a “Moon Palace”, dal “Libro delle illusioni” a “Follie di Brooklyn”, dalla “Notte dell’oracolo” a “Timbuctù”) nel periodo più difficile e oscuro della mia vita, più di dieci anni fa, quando la mia strada di scrittore sembrava essersi interrotta ancor prima di cominciare davvero. E perché forse siamo davvero in contatto con gli stessi Dèi della scrittura: forse siamo anime sorelle.
Ma c’è soprattutto un altro sconvolgente accadimento, che mi fa sentire in debito. 
Tanto, tanto tempo fa, mentre abitavo nel cuore febbrile del cantiere del romanzo che sarebbe diventato “Quattro soli a motore”, chiesi espressamente agli Dèi della Scrittura “un’idea alla Paul Auster” che mi mancava per quella storia. La domandai prima di immergermi nell’acqua della mia vasca da bagno in un tardo e buio pomeriggio di novembre. Quella vasca che a volte chiamavo “il mio piccolo Gange di purificazione”, che forse è anche un Portale verso dimensioni a contatto diretto col Logos, e dentro cui un giorno, quando sarà venuto il momento, potrei annegarmi per trovare la Pace. 
Tenni le luci spente e, tra i vapori del bagno caldissimo, mentre un’oscurità protettiva si faceva largo attorno a me, facendo sembrare luminoso il crepuscolo gelido che c’era oltre la finestra, quell’idea, puntualissima, venne. Una delle più geniali mai usate in un mio libro: la scena in cui Corradino si addentra in una sconosciuta, immensa biblioteca in cui lo attende la rivelazione di un prodigio che lo riempirà di terrore e sgomento: migliaia di libri tutti uguali, piccolissimi, dalla copertina rossa come il suo portentoso Taccuino di Wolfsburg, su ognuno di essi un’etichetta col nome “Corradino” e una data, e dentro ognuno, scritta a matita, la cronaca minuziosa di un giorno della sua vita. Passata e futura. E pagine bianche per tutti i giorni di vita potenziale in cui lui sarà già morto. Non aggiungo altro, per non rovinare il piacere a chi non avesse ancora letto un libro così bello. [Aggiungo però che poi, in “4 3 2 1”, scopro che ci sono pagine bianche al posto dei capitoli in cui il protagonista, in quelle diramazioni della sua quadrupla vita, è già morto, e allora da un lato mi ritornano i sospetti, mentre dall’altro mi convinco che io e Paul Auster attingiamo veramente allo stesso Portale intellettivo/emotivo d’ispirazione psicocosmica!]

Mettiamola così: anche se sono (VOGLIO essere) sicuro della tua buona fede, se “4 3 2 1” fosse uscito prima di “Quattro soli a motore” la scoperta di queste coincidenze mi avrebbe fatto sentire un poco in imbarazzo. Essendo uscito 5 anni prima “Quattro soli a motore”, per la mia parte posso essere sollevato, mentre per la tua posso augurarmi (o addirittura sperare) di essere stato fonte d’ispirazione per te. Anche se so che non è stato così, e che non ne avevi nessun bisogno.

Chiudo con l’ultima coincidenza da brivido, con l’ultimo segno. 
Stavolta coincidenza pura, riguardante la vita e non le scritture.
A capodanno dell’anno in cui avrei insperatamente trovato un editore per il romanzo che sarebbe diventato “Quattro soli a motore”, a mezzanotte mi trovavo solo in casa con mio padre, lontani anni luce dalla spetardante cagnara, e brindai insieme a lui. Caso più unico che raro, festeggiammo con una bottiglia di champagne, perché qualcuno ce l’aveva regalata per Natale. Inavvertitamente urtai la bottiglia appena stappata, e rovesciai alcune gocce di champagne, che andarono a spruzzare la copertina di un libro. 
Quel libro era “Sunset Park”. Di Paul Auster.

Dimenticavo: “4 3 2 1” è un libro meraviglioso. (Tranne forse le parti un po’ noiosette, risapute e inevitabilmente “già lette” in cui parla dei primi baci alle ragazze: forse Paul avrebbe fatto meglio a ispirarsi al bacio mancato fra Corradino e Cristina dopo la consegna del latte alla Marilù del bosco. Poi per fortuna spunta anche una sconvolgente esperienza gay, in seguito alla quale “Ferguson 3” si scoprirà, grazie al cielo, bisex – e meno male: sarà questo, non sarà questo, ma la terza diramazione-Ferguson è di gran lunga la più dolce, interessante e originale del romanzo). 
Nel complesso, “4 3 2 1” non ha proprio niente a che vedere con “Quattro soli a motore”. 
Se non li avete letti, fatevi del bene e regalateveli entrambi.



giovedì 4 gennaio 2018

UOMINI CHE MERITANO DI ESSERE RICORDATI

Jean Jaurès

Jean Jaurès, pacifista francese, nel 1914 tentò di convincere gli operai francesi, tedeschi, inglesi, austriaci e russi a rifiutarsi di combattere. 
Come spesso accade ai pacifisti e ai non violenti ogni volta che diventano “pericolosi”, Jaurès fu assassinato da un imbecille patriottardo, per la gioia di politici boia, cinici generali granmaiali e industriali fabbricanti di armi. 
Di sicuro non sarebbe comunque riuscito a impedire la Prima Guerra Mondiale, ma la sua morte può essere considerata come simbolico “via libera” a centinaia di migliaia di giovani per farsi beatamente sbudellare in nome e per lurido conto delle rispettive Cagne Patrie, trasformando una folle disputa di cortile fra stronzi parentucoli (lo Zar di Russia, il Kaiser tedesco e il Re d’Inghilterra erano CUGINI!!!) in un’apocalisse mai vista prima. Sarebbero crepati a milioni, sotto i colpi di pallottole, bombe, armi chimiche, fame e malattie. Ma gli erano state inculcate immagini così romantiche e all’acqua di rose, sulla guerra, che tutti quei poveri disgraziati cantavano entusiasti ed eccitati sui treni che li portavano al macello. Persino la migliore gioventù canadese e australiana venne convinta ad arruolarsi volontaria, per diventare carne putrefatta ramazzata via a tonnellate dal tabellone del risiko dei porci.

Ricordate insieme a me questo nome: Jean Jaurès.
Dopo averlo casualmente conosciuto (confesso la mia precedente ignoranza) grazie a un documentario su National Geographic, mi chiedo se un personaggio come Jaurès non avrebbe dovuto occupare un lungo capitolo di ogni libro scolastico di Storia che si rispetti. 
Non so come vada oggi, ma a me e ai miei compagni, ancora negli anni Settanta e Ottanta (cioè l’altroieri!) si preferiva invece imporre l’orgogliosa e sanguinaria visione patriottarda, facendoci imparare a memoria, e cantare a squarciagola, “La leggenda del Piave”. 
NON PASSA LO STRANIERO, ZUMZUM!

Be’: la prossima volta che qualche mascalzone vi dirà di trucidare o di lasciarvi trucidare nel nome di qualche bandierina (e del suo conto in banca), ricordatevi di J.J., e di come il Cuore e il Cervello, se usati, avrebbero potuto, nel 1914, salvare le vite di centinaia di migliaia di poveracci.