"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"
SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

giovedì 19 novembre 2020

Qualche racconto in ordine sparso da "L'impozzibile dottor Pezz": LETTERATURA ANTIQUARIA

Dài rega, provatemi ‘sta lezione dei Compromessi sposi, che domani la stronza della Mungitopo ‘nterroga.

Cheppalle però. Non puoi ripeterla al tuo criceto?

Quello non capisce mica.

Perché noi invece…

In effetti…

Dài, scialla fra, giochiamo alla play.

No, dài, fatemela dire che ce l’ho tutta qui.

Vabbè. Allora sputa.

Bella zio, vai!

E niente, c’è questo pretozzo che invece di starsene in chiesa va in giro a gironzolare…

Ah, okkèi. Ma dove si ambienta?

Boh, su un ramo, salcazzo. No, cioè, aspè, a Como.

E dove minchia sta?

È inventato, fra.

Comunque a me i pretozzi mi stanno. Sarà mica un prete suini generis. Se va in cerca di regazzini non la voglio sentì.

Mannò fra, andrà in giro a fare quelle cose da preti, maledire le case, spaventare le vecchie, raccattare quattrini.

Vabbè.

E come si chiamerebbe ‘sto pretozzo?

Se mi lasci parlare. Si chiama Don Abbondio.

Ahah. Vabbè, ma così son capace anch’io.

Capace affà che?

A far ridere coi nomi buffi inventati.

Non è inventato, scemo. È un nome vero, se non lo sai. Anche una mia cugina si chiama Abbondio. Per dire.

Vabbè. Sarà.

Ma come si chiama ‘sto giornalista?

Avete la fissa, dei nomi! Si chiama Manzoni, va bene?

Ecco, vedi?

Vedi cosa?

Se non saresti ignorante, sapevi che Manzoni è uno che ha cagato in un barattolo, poi lo ha chiuso e ci ha scritto “merda” sull’etichetta per non confondersi con la nutella.

Quella sì che è una figata, fra. Altro che Compromessi sposi della mia minchia. Fai una ricerchina sul barattolo di merda, approfondisci le sfumature di oddore.

Rega, vorrei continuare…

E poi inciampa?

Chi.

Il pretozzo.

Non spoilerare, cazzo. La sai già?

No, ma mi piacerebbe se inciampa, lo stronzo.

In effetti in un certo senso inciampa, in due Bravi.

E che cazzo sono due Bravi.

Boh, tipo due picciotti di mafia. Tipo due facce da cazzo che mollami, tipo.

E allora perché non li chiamano picciotti di mafia?

Che ne so, al giornalista piace di più Bravi.

Te l’ho detto che è una roba da Zelig. Solo che tu non lo capisci.

Mavvà.

Umorismo demenziale, lasciati servire.

E invece è drammatica, vi dico. ‘Sti due Bravi lo aspettavano su questo cazzo di ponticello per minacciarlo.

Il prete.

Sì.

Certo che ne hanno di cose da fare.

Eh?

Minchia, è vero fra. Aspettare un cazzo di pretozzo su un ponticello per minacciarlo. Ma che cazzo di storia è?

Me la lasciate dire o no? Eddài.

Vabbè.

E niente, questi due lo minacciano di legnate e calci nel culo se il pretozzo non fa saltare il matrimonio di un certo Renzi Framartino.

E quest’artro da ’ndo cazzo spunta? Non è nemmeno più umorismo, è un cartone animato del cazzo!

Questo Renzi Framartino è un trafficante di capponi di sinistra che vorrebbe sposarsi a Lucia Caldarrosta.

Chiiii?

No, scusa fra, Lucia Mondella.

Daje.

Caldarrosta è come la pensavo io per fare associazione di idee.

Perché invece Mondella è normale. Sempre castagne cotte sono. Poteva chiamarla Lucia Lessa già che c’era.

Lucia Marronglasé.

Già, vero fra, che nomi del cazzo. E poi insisti che non è Zelig. Secondo me ‘sto Manzoni del barattolo ha voluto cagare un’altra volta. 

Dice la Mungitopo che in una prima versione era pure peggio. Renzi è la versione remix del burino dei capponi. Nell’originale si chiamava Fermo.

Ma vammorimmazzato! Ci pigli per il culo? Che minchia di nome sarebbe Fermo? Sembra Immobile che gioca n’aa Lazzio. Ecco cos’è che nun me quadrava! È ‘na storia de lazziali!

Lazziale e demenziale, insisto.

Vi dico che è traggica, invece. La Mondella se la vuole trivellare un porco di un delinquente, Don Rododendro, Don Rosicone, L’Incensurato, come cazzo si chiamava già ‘sto qua…

N’artro prete pervertito.

Macché prete. Si chiama “Don” così, per sport, come a Don Perignòn.

Don Bachi.

Don Lurio.

Donna Rouge.

Il fiume Don.

Sì ma questo è un cazzo di lago.

Domanmattina! Un ponticello su un lago! I ponticelli si fanno sui fiumi. Ripassala meglio, fra, accetta un consiglio.

Non volete proprio lasciarmi andare avanti. Volete che domani quella mi stanga.

E scialla, fra! Te non andarci domani a scuola!

Fra, vai tra! Datti morto!

Vero, non ci avevo pensato, rega. Posso fa’ssega.

Allora basta con ‘sta cazzo de storia de lazziali?

Okkèi, mò basta, mi sono stancato pur’io. Alla lunga ‘sti romanzi antichi annoiano.

Ah perché era pure antico?

1990, credo, o giù di lì.

Pieno Giurassico, cazzo. S’erano già estinti, i dinosauri?

Non c’erano neanche i cellulari, e la play, rega.

Allora vaffanculo.

‘A Lazzio ce stava, però.

Avoja.

Ma ci faranno anche la serie tv su netflixxe?

Speriamo de no.

Boh, se la fanno io me la guardo, rega. Le guardo tutte. Fanno diventare intelligenti.

Vabbè, torniamo alla normalità. Spinelli a gogo?

Spinelli a gogo, fra.

Trap a tutto volume?

Trap a tutto volume, rega.

Giochiamo alla play?

E che altro vuoi fà?

Stante la perdurante assenza di figa, vuoi dire.

Stante la latitanza di figa, rega.

Lucia Caldarrosta! Ma vaffanculo! Una lazziale co’ un nome così nun me la chiavavo neppure se saressi un prete.


© Nicola Pezzoli 2020



sabato 31 ottobre 2020

Qualche racconto in ordine sparso da "L'impozzibile dottor Pezz": ESEQUIE INDISTINTE

Un sindaco cicciottello era venuto a mancare.

Nel senso che insomma avete capito.

Il paese era affranto (non proprio tutti tutti, come sempre in questi casi. Però non si dice, dài, non sta bene).

Il sindaco era molto cicciottello e anche smodatamente basso.

Ma soprattutto cicciottello.

La bara era quadrata.

Per farcelo stare meglio gli avevano piallato via un pezzetto di prominenza panciuta (ma con rispetto) e (sempre col dovuto rispetto) gliela avevano infilata in tasca. 

Come una merendina per l’aldilà.


In chiesa le solite cose, il prete era molto ferrato e il suo lavoro lo sapeva fare. (Su tripadvisor lo portavano bene; i chierichetti erano pettinati come si deve, e solo due di loro facevano i giochini coi cellulari durante la funzione.) La bara quadrata gli parve una cosa strana, al prete, ma tutto sommato non blasfema, quindi perché rompere i coglioni? Aveva già in programma di devastarli parecchio e fragorosamente nell’omelia, per sollecitare offerte generose per i restauri di un paio di madonne o anche tre.

La navata centrale traboccava di fiori. Ai fioristi non dispiace quando le persone importanti vengono a mancare. Anche la navata di sinistra traboccava di fiori. Nella navata di destra c’era il fiorista che si fregava le mani. A sua insaputa, in quella di sinistra s’era già intrufolato un suo concorrente che gli stava fregando i fiori, per un funerale un po’ più in là. Se il fiorista numero uno se ne fosse accorto (cioè se il misfatto fosse avvenuto a sua saputa), avrebbe bestemmiato con la giusta moderazione e un minimo di rispetto dato il luogo in cui si trovava. Poi si sarebbe avventato sul fiorista numero due e lo avrebbe morsicato a morte. 


Anche dopo, fuori dalla chiesa, in piazza, le solite cose.

I conformisti dicevano Condoglianze alla vedova del sindaco.

I miopi, i distratti, gli imprecisi e i poco informati dicevano Condoglianze ad altre signore a caso.

La fila dei conformisti era più lunga, come sempre.

Un fissato dell’orgoglio gay diceva Condoglianze solo a maschi scelti a caso.

Gli fu detto di piantarla.

Un fiero e storico contestatore del sindaco fece il gesto dell’ombrello. Non una bella cosa, dài. Sei piccino, sei.

La banda attaccò a suonare. I fiati erano dei novantenni senza fiato. Il capobanda un centenne sfiatato. Ma c’erano anche un paio di baldi ottantottenni.

Sembrava l’armata dei Cazzochevecchi.

Abbassava la media un balanzone quattordicenne più largo che alto che ne dimostrava quaranta e che pestava con gran rimbombo e godimento sulla grancassa con la mano destra mentre con l’altra s’ingozzava di mars. 

Era il nipotino del sindaco. Un nipotone, vah.


Un uomo elegante e davvero commosso abbracciò la vedova dicendo Mi dispiace tanto, non ho parole. La vedova gli si avvinghiò addosso come se volesse copulare vestita. L’uomo elegante venne guardato malissimo da quelli che dicevano Condoglianze. Con ferocia mista a invidia, un paio di conformisti tentarono di avventarsi contro l’uomo elegante, ma vennero trattenuti da alcune notifiche in arrivo sui cellulari dai social.

Il consiglio, comunque, in questi casi, è non dire cose troppo strane o fuori dagli schemini. Potrebbero dar fastidio.

In certe zone si rischia il linciaggio per molto meno.

Non eravamo in certe zone.

L’uomo elegante, rendendosi conto del suo errore madornale, chiese scusa a tutti.

Però poi continuava a rifiutarsi di dire Condoglianze.

Allora cerchi guai.


Il corteo fluiva per la discesa, funebre e compatto. 

Qualcuno sudava. Qualcuno evitava di scapperarsi. Qualcuno parlava di calciomercato infervorandosi molto. Qualcuno si vergognava di far parte di un corteo al seguito di una bara quadra, e allora camminava basso, quasi rasoterra, come un soldato in missione. Ma quasi nessuno pensava più al cicciottello verticalmente svantaggiato in persona. Quando uno è andato è andato, inutile fare finta. I conformisti piuttosto si domandavano se una volta giunti al cimitero sarebbe stato il caso di ridire Condoglianze. Solo la banda perdeva colpi e rimaneva indietro. Al contrario, la station del becchino ogni tanto accelerava un po’ troppo e si allontanava oltemisura. Spariva dietro una curva. Ma dove cazzo va? Riappariva a marcia indietro. Travolgeva un paio di dolenti. Ripartiva. Bestemmie. Orapronobis. Riposimpace. Ma quello ha bevuto? Il mio piede, cazzo. Roba da matti. Il mio cazzo, piede. E via andare. A un bambino scappava la pupù. Tienila che la fai dopo, ammòre, sulla lapide di quella stronza, lo istruiva cristianamente la mamma. Lui era molto mammone e si preparava a obbedire. A un certo punto camminavano tutti ingobbiti sui cellulari. Sembravano zombi rancidi. Al confronto i Cazzochevecchi della banda (rimasti parecchio indietro) erano angeli di altri mondi. Se poi magari avessero smesso di suonare, l’ardita similitudine sarebbe parsa un filino più credibile.


Un uomo molto vigile che si chiamava Urbano si piazzò all’improvviso in mezzo alla strada per fermare il traffico e far attraversare il corteo. 

Non avrebbe dovuto farlo.

(Con questo non voglio insinuare che l’abbia centrato un furgone.

L’ha centrato quella cazzo di station del becchino).


L’appalto per le inumazioni l’aveva vinto una cooperativa umanitaria della grande città.

La grande città distava centottanta chilometri. Arrivarono con due ore di ritardo per via del traffico e per via che avevano sbagliato paese e cimitero un paio di volte e per via che erano delle povere teste di cazzo. Arrivarono poco prima della banda, che era rimasta indietro più del previsto (chi per problemi legati all’età e agli enfisemi polmonari, chi per fermarsi a far incetta di mars al minimarket). La cooperativa umanitaria, va detto, aveva messo a disposizione un camioncino anni settanta lievemente sgangherato e con emissioni tipo camera a gas ambulante che passava le revisioni solo perché siamo in Italia. Dal camioncino sgangherato della cooperativa umanitaria vincitrice di appalti zomparono giù un tossico, un afghano e un uomo molto anziano con la faccia da bidello. A nessuno dei tre era stato spiegato cosa dovesse fare. Già non capiscono un cazzo, se poi gli dici che devono fare delle inumazioni invece che delle sepolture… 

Parlagli apertamente del concetto di sepoltura, o ‘mbecille della cooperativa furbina!

Uno dei tre s’era portato un cacciavite a stella.

Un altro si era portato un giornale di ieri da far finta di leggere.

L’afghano non parlava italiano.

Il tossico neppure.

Badili niente.

Cioè, ce n’erano un paio mezzi rotti sul pianale del camion ma li lasciarono lì.


Molti degli astanti (quelli non impegnati col calciomercato) si misero a malignare all’indirizzo della bara quadrata del sindaco cicciottello morto per questa storia scandalosa dell’appalto alla cooperativa furbina della grande città.

Il sindaco cicciottello morto si vide costretto a uscire un attimo dalla bara per spiegare che non era colpa sua ma delle intelligenti leggi italiane che lo obbligavano a rispettare certe procedure di burinocrazia somarocratica e più o meno filomafiosa, a livelli a metà strada fra la combutta e il favoreggiamento.


La banda pensò bene di scegliere proprio quel momento per attaccare a suonare l’inno nazionale. Metà degli astanti, nonostante tutto, si mise la mano sul cuore (statisticamente, facevano quasi tutti parte del drappello dei conformisti). L’altra metà si mise le mani sulle orecchie per tapparle e attaccò a cantare a squarciagola l’inno austriaco, perché avrebbero preferito essere austriaci. Un paio di scaramantici si misero le mani sulle balle, non si capiva bene perché.


Il bambino gravido di prodotto interno lurido cercava pericolosamente la tomba deputata allo sganciamento, barcollando e tenendosi il pancino, pòra stèla.


Individuò il bersaglio e fece cacòty.


© Nicola Pezzoli 2020


mercoledì 7 ottobre 2020

Qualche racconto in ordine sparso da "L'impozzibile dottor Pezz": LA CARTA DEI DIRITTI

Non mi viene niente, disse Franklin.

Oggi proprio non mi sento ispirato, disse Jackson.

Sforzatevi. Spingete, li spronò Washington.

E se bevessimo qualcosa?, disse Wilson.

Io ho un preambolo, confidò Madison.

Un che?, si preoccupò Jackson. Si può curare?

Un preambolo alla Carta, spiegò paziente Madison.

Ah già.

E allora preamboleggia, lo incalzò Washington.

Madison si schiarì la voce.

Visto che nessuno pensa ai drink ci penso io, disse Wilson alzandosi.

Ecco, bravo.

Tutti gli uomini nascono uguali, sentenziò Madison.

Oddio, non proprio, eccepì Jackson. Hai presente quella testa di cazzo di…

Dài, non rompere, lo zittì Franklin. Si fa per dire. Ci tocca generalizzare, no?

Ci va la scorza di lime nel gin tonic?, domandò Wilson.

Il gin tonic… Sicuro che l’abbiano già inventato?, si accigliò Washington.

Lo sto inventando io.

Allora puoi metterci quel cazzo che ti pare.

Giusto.


C’è un problema, annunciò Franklin, l’unico sempre vigile sul web via cellulare.

Di già?, si allarmò/infastidì Washington.

Questa Jenny Pussyclosed, l’influencer femminista vegana, minaccia su twitter che se non mettiamo “gli uomini e le donne” tutte le donne del mondo faranno sciopero.

Vale a dire?

Vale a dire smetteranno di darla. Per un anno intero, dice. Ha già ottenuto 928.672 like. 

Oddio, guardate che da un punto di vista prettamente demografico non sarebbe neanche male, ammonì Jackson. Siamo già parecchie centinaia di milioni, su questo pianeta, e tutti caganti. Se va avanti a ‘sto modo la vedo male per il clima. Se diventiamo un miliardo sarà la fine.

Non cediamo!, esclamò col punto esclamativo Washington.

Non si arretra di un millimetro!, esclamò col punto esclamativo Jackson.

Fa’ assaggiare ‘sto gin tonic.

Toh.

Mmm… buono.

Ehi, minacciano anche di sospendere i pompini.

Sarà forse meglio approntare una modifica, si ammorbidì Washington.

Valutiamo varianti, convenne Jackson.


Va bene, disse Madison. Però “gli uomini e le donne” è ridondante, stucchevole, petulante, stupido e banale. Sarebbe come pretendere quote rosa fra di noi. Mica è colpa nostra se siamo Padri Fondatori e non Madri Fondatrici.

Non diciamo scempiaggini.

E se mettessimo i pompini fra i Diritti nella Carta?

Zitto.

Noi volevamo, riprese Madison, un termine collettivo che includesse ovviamente tutti e tutte. Se si impuntano su “uomini”, mettiamoci “esseri umani”.

Mi sembra ragionevole, osservò Franklin.

Ok, approvato, disse Washington. Metti “Tutti gli esseri umani” eccetera.

Metto scorza?

Metti gin.

Ok. Jackson?

Molto più gin, Wilson.

Franklin?

Togli la tonica.

Ok.

Dove eravamo rimasti?

Allora pompini niente?

Cosa?

I pompini à la carte.

Maddài.


Fanculo, proruppe Franklin con un pugno fragoroso e scassatavolo.

Che c’è, adesso?

Triturano la minchia pure su “esseri umani”. Pretendono “gli esseri umani e le esseresse umanesse”. Oltre un milione di like.

Sempre quella cazzo di Jenny Pussyclosed?

No, questa qui è un’altra. Sondra Bighorn, l’influencer femminista crudista.

Bisognerà farsi venire qualche altra idea, Madison.

Mò non esageriamo: ne ho già avute addirittura due, adesso magari toccherebbe un po’ anche a voi.

Stavo pensando di aggiungerci dei cetrioli, disse Wilson, meditabondo e visionario.

Alla Carta?

Al gin tonic.

Quello è il moscow mule, mi pare. Una roba così.

Non esageriamo. Secondo certi studi la verdura dà alla testa.

Siete sicuri? Secondo me nel moscow mule ci va lo zenzero.

Ma la Carta varrà anche per i cinesi e i russi?

Sì, se non fanno troppo gli stronzi.

E gli inglesi?

Naa, troppo stronzi.

Secondo me ci va anche il cetriolo, però.

E gli italiani?

Glielo insegni tu a leggere a quelli?

Franzusi?

Quelli ce la copiano.

O viceversa.

Eh?

Eh!

Bah.


Intanto la disputa su twitter s’era molto animata e divisa su due fronti che guerreggiavano fra loro. Jenny Pussyclosed e i suoi follower femmivegani contestavano vivamente a Sondra Bighorn (e ai suoi follower femmicrudisti) persino “esseresse umanesse”, perché umanesse conteneva pur sempre l’odiosa radice fallica “man”. Bisognava assolutamente virare su “esseri umani ed esseresse udonnesse”. Un milione e 171mila like. I commenti, poi, erano unanimi e concordi nel proporre l’inversione di precedenza: prima esseresse udonnesse e poi esseri umani, se non altro per una questione di cavalleria (“Non ci sono più gli uomini di una volta” ecc, commentavano alcune, incapaci di cogliere la contraddizione insita in questi formalismi veterosessisti di comodo). 

Radice fallica?, s’incazzò Jackson. Mi sa che queste di radici falliche non ne beccano su da un bel po’!

Zitto, lo zittì Washington, che poi i cacanotizie delle tv ci sputtanano coi fuori onda!


La disputa deflagrava, dilagava, andava alla deriva.

Sondra Bighorn chiese a Jenny Pussyclosed se non avesse per caso le sue cose. (635mila like)

Jenny Pussyclosed replicò “Sei scema o mangi i sassi?” (724mila like)

“Mangio i cazzi” replicò Sondra Bighorn. (2 milioni e 015 like, record mondiale assoluto per l’epoca). “Crudi, naturalmente”.


Un delirio!, riassunse la situazione Franklin sfruculiando lo smerdofono. Adesso alcune femministe boscimane avanzano critiche pure su “La Carta dei Diritti”. 

Quindi?

Quindi propongono “La Carta dei Diritti e delle Diritte”.

Però “Carta” gli va bene, alle stronze. Mica propongono “La Carta e il Carto”.

Versamene un altro, vah.

Ma perché non si fanno i cazzi loro? I boscimani non sono mica americani!

Non discriminare!

Li bombardiamo?

Lascia perdere.

Merda! E si stanno scatenando i cojoni da tastiera.

Cioè?

Insulti. Nei commenti.

Insulti a chi? Alle fighe di legno crudovegane?

A noi.

Roba pesante?

Il più gentile dice: Grandi Padri dei miei coglioni, andate a lavorare! Un altro imbecille propone: la Carta facciamocela noi e votiamola online, e la loro che se la metterebbero nel culo! Tutti gli altri commenti (decine di migliaia) sono semplicemente irripetibili.

Sapete che vi dico? Fanculo la Carta. Se la scrivano davvero loro, la Carta, se ne sono capaci.

Ma se la scrivono loro poi ci tocca espatriare in Islanda.

Dici?

Dico. Potrebbero metterci cose che neanche ti immagini. Il reddito di cittadinanza, per esempio. 

Mioddio.

Bisognerà organizzare una fuga dei cervelli. 

Tanto siamo pochi. Siamo sempre stati pochi. Basta noleggiare un paio di pedalò e via andare.

Fanculo la Carta. Se Islanda dovrà essere, Islanda sia.

Prosit.

Facciamoci una bella partita a biliardo.

Finalmente una proposta seria.

O a biliarda, scherzò amaro Jackson.

Versami un altro po’ di quel gin, Wilson.

È finito.


© Nicola Pezzoli 2020


venerdì 25 settembre 2020

Il mio "QUELLI CHE" letterario

Quelli che non ti leggono perché sei un maschio del nord

[ma una volta li hai fregati con lo pseudonimo Concettina Lo Licantropu]

 

Quelli che leggono solo Tolstoj

[tradotto in polacco]

 

Quelli che dopo dieci corsi a pagamento imparano davvero

[a pagare]

 

Quelli che “Se ha vinto quel premiozzolone ci sarà pure un motivo”

[certo che c’è, ma non sempre si può dire]

 

Quelli che “Come autore è pure bravo, ma troppo scatologico”

[capacissimi di leggere pupù per evitare la parola pupù!]

 

Quelli che leggono solo mmerda

[e se gli dici che il libro è scatologico: “No, mi hanno dato un sacchetto”]

 

Quelli che ti danno dello snob se non apprezzi le 150 sfumature di mm… (vedi sopra)

Quelli che leggono solo filosofi, per la metalibidine di non capirci una fava

Quelli che leggono fetecchie per farsi coraggio, così da sentirsi scrittori anche loro

Quelli che c’è già tutto nella Bibbia

 

AUF WIE-DER-SEHEN!

Lallallallalla-lallallaa…

 

Quelli che ripetono di continuo “Per non saper né leggere né scrivere”

[senza rendersi conto che stanno confessando]

 

Quelli che “Basta coi Maschi Bianchi Europei Defunti!”

[e allora: Donne Nere Americane Vive, o si smette direttamente di leggere? La seconda, direi]

 

Quelli che “Se è in cima alle classifiche ci sarà pure un motivo”

[certo che c’è: quelli come te!]

 

Quelli che “Due palle ‘sto libro, sono a pagina 3 e non è ancora morto nessuno”

[ma crepa tu e tua sorella, come disse Totò al giardiniere del sindaco]

 

Quelli che non ti leggono più perché vendi su Amazon

[che abbiano preso LaFeltrinelli per un’Opera Pia?]

 

Quelli che “Su questo argomento (o sul tale periodo) è già stato detto tutto”

[magari da quaranta stronzi senza talento, e che non ci avevano capito una mazza]

 

Quelli che non entrano nelle librerie per non disturbare

Quelli che entrano con un bigliettino che non sanno manco loro cosa cazzo c’è scritto sopra

Quelli che visto ciò che comprano farebbero meglio a non entrarci mai

Quelli come me che ci entravano, vorrebbero entrarci ancora, ma non ce la fanno proprio più

 

AUF WIE-DER-SEHEN!

Lallallallalla-lallallaa…


mercoledì 16 settembre 2020

Strepitosa recensione (non sollecitata e non a pagamento) de "L'IMPOZZIBILE DOTTOR PEZZ"

 AndreaConsonniWrong

«ogni volta che leggo le pagine di Nicola penso che lui sia uno splendido e folle scrittore, un birbante della letteratura»

Dedicato a tutte quelle persone, più o meno stronzettine e lecca-apparato, che snobbano un bel libro che potrebbe deliziarli e divertirli fino alle lacrime solo perché è autoprodotto, o perché venduto attraverso quel "cattivo babau" che è Amazon

Continuate pure a non farvi del bene. 

AND KEEP READING SHIT!


martedì 1 settembre 2020

Nicola Pezzoli - L'IMPOZZIBILE DOTTOR PEZZ


«Mi sento come un due di denari quando la briscola è ladri».

I Grandi Padri Fondatori contestati in diretta su twitter da femministe crudovegane. Le gesta televisive del veterinario più famoso del mondo rivisitate in chiave ferocemente comica. Tutti i cliché del dramma carcerario in una parodia di Fuga da Alcatraz che nessuno vedrà mai. L’esilarante diario di una depressa cronica incazzata col mondo. Un corso di Scrittura Creativa online così pazzesco da sembrare vero. Le rocambolesche esequie di un sindaco verticalmente svantaggiato. L’epopea neanche troppo inverosimile di un mafioso della mutua. Gli ossigenisti, ultimissima frontiera del moralismo applicato all’alimentazione. Le indagini di un ispettore petomane. Il mini Eden di sei metri per quattro creato da un dio molto minore. Una demenziale riunione di creativi pubblicitari. Uno studente del ventunesimo secolo alle prese coi Promessi Sposi. Tutto questo e molto, molto altro nei 26 “racconti da ridarella” de L’IMPOZZIBILE DOTTOR PEZZ.



Solo su Amazon

domenica 2 agosto 2020

Il 2 agosto 1980 nel romanzo IRRENHAUS (quinto capitolo e parte iniziale del sesto)



5

2 Agosto 1980

 
Quel giorno era ben soleggiato, la temperatura fresca e piacevole, così decidemmo di pranzare sul terrazzo, all’ombra del solitario ippocastano che prendeva slancio dallo spiazzo d’asfalto davanti all’atelier di Martina per gareggiare in altezza coi due piani più mansarda, vincendo di parecchie spanne. Sembrava illudersi di essere una sequoia, però più frondosa, e il suo fogliame era una perturbazione placida e benigna di nuvole verdescuro.
Quel giorno era un giorno come un altro, e di sicuro non ci sarebbe stato motivo di mandare a memoria una così insignificante data.
2 Agosto 1980: al massimo avrei potuto ricordarlo come il quarto giorno della mia prima vacanza elvetica, o come quello successivo alla mia prima festa nazionale degli svizzeri.
Il cugino Bernardo era stato lì lì per mettere in cantiere una grigliata di carni miste e salsicciotti, ma poi s’era deciso di rimandare e star leggeri, per via dei postumi della serata da Schnapsy.
Ripiegammo su una raclette: formaggio fuso con patate lesse, cetriolini, cipolle e altri contorni a volontà. Non poi così leggero, a essere sinceri.

Gli uccelli cinguettavano melodie d’amore, e avevamo acceso anche la radio, sintonizzata su un canale che trasmetteva musica sinfonica intervallata da notiziari flash. Niente pubblicità a guastare i maroni.
Gustando la mia raclette e bevendo il mio sidro, e pregustando una doppia razione di gelato, il caffè con panna, e una partita a qualche nuovo gioco, mi stavo rendendo conto di come questo così semplice momento della mia vita fosse vicino alla perfezione. Mi sentivo felice. Masticavo e sorridevo, il sorriso così scolpito, così fisso, da sembrare fesso, da sembrare un ebete congenito.
A furia di sorridere, sentivo male alle mandibole.
Ma poi, portato dalle onde radio, irruppe un notiziario strano, in orario non previsto, interrompendo brutalmente Chopin.
Pochi istanti, e vidi il cugino Bernardo sbiancare, vidi Martina Weckerli smettere di masticare e posare la forchetta, li vidi scrutarsi negli occhi, poi me poi ancora fra loro, con facce a lutto che parevano chiedersi e adesso chi glielo dice – sarà il caso di dirglielo?
La verità è che avevo già intuito tutto quello che c’era da intuire, perché nel mezzo degli “skrùmpfete” e “shtrònfete” e “shdrànfete” dell’ostica lingua germanica (a loro volta più concitati del solito) mi erano giunte all’orecchio due parole fin troppo comprensibili, entrambe ripetute più volte.
La parola “Bologna”.
E la parola “Explosionen”.
A quanto pareva, era saltata per aria la sala d’aspetto della stazione di Bologna. C’erano decine di morti. Una strage assurda, provocata da infami. E l’esplosione era stata così violenta, così micidiale, da mandare in mille pezzi un treno in transito su un binario vicino, allargando la carneficina ai suoi passeggeri.
In contemporanea con l’interruzione della musica e col notiziario, Damien s’era svegliato nella sua culletta portatile e s’era messo a piangere come un disperato, lui che non piangeva mai, come se avesse avuto cognizione di cos’era successo.

Come sempre accade con la cecità vigliacca dei bombaroli (gente che non andrebbe messa in carcere, ma fatta brillare analmente nei poligoni militari), non era stato colpito un consesso di potenti prepotenti. Era stata colpita una stazione zeppa di poveri cristi che andavano al Mare in treno invece che in macchina. Non potei evitare di pensare che sui vagoni ridotti a scatole di tonno bruciate di quel treno in transito avremmo potuto benissimo esserci io e la mamma, in un poco diverso e non certo impossibile destino che avesse semplicemente previsto, al posto dell’invito di Martina Weckerli, pochi soldi in più nel borsellino materno, e la scoperta dell’offerta speciale di una pensione economica a Rimini o a Riccione. Anche se poi, più avanti, avrei saputo che il convoglio distrutto procedeva in direzione opposta, ed era un treno con destinazione Svizzera: il diretto Ancona-Chiasso.
Il gelo e lo sgomento furono totali, ma sarei reticente e disonesto se non dicessi che passarono in fretta. Sembrava una cosa così lontana, così remota, pur in tutta la sua incredibile atrocità, ad ascoltarla da lì… In fondo, erano le inevitabili notizie di sciagure puntualmente in arrivo da paesi dimenticati, disgraziati, maledetti, sottosviluppati, facili prede di bastardi, di fascisti, di sciacalli, eterni teatri di massacri o cataclismi: Italia, Somalia, Cile, Bangladesh… che differenza faceva, lì sulle rive del paradisiaco Zugersee, non fosse stato per il sangue italiano che bene o male, volenti o nolenti, avevamo tutti nelle nostre vene, io (purtroppo) più di loro?
Nel mio triangolino di Nord Italia, il confine svizzero non stava solo sopra, ma te lo ritrovavi anche di fianco, a oriente e a occidente.
Se i confini li facessero dritti, mi dicevo certe volte, sarei nato svizzero italiano!
La Svizzera mi faceva sentire così lontano, e così al sicuro, che mi trovai a pensare con stupido, egoistico sollievo al fatto che la mamma, due settimane dopo, sarebbe venuta a prendermi a Lugano, e non su suolo italico. Perché in Svizzera le stazioni non saltavano per aria, e i treni neppure. E io per fortuna in quel momento mi trovavo a Zug, il più sicuro dei treni. Ma soprattutto mi trovai a sperare che quelle due settimane nella città che si chiamava Treno si dilatassero magicamente e durassero almeno una ventina d’anni. Pensieri leciti ma al tempo stesso disgustosi, per i quali probabilmente gli Dèi o chi per essi si apprestavano a processarmi e a punirmi. Per direttissima.
Tornammo alle nostre cose lentamente, ma ci tornammo.
Il sole, l’ippocastano, gli uccellini, la raclette, la vista sui bei palazzi di Zug, il ritorno della radio alla musica sinfonica (adesso era Gershwin)… tutto era lì per rassicurarci, per coccolarci, anche se quella musica, adesso, sapeva inevitabilmente di nenia funebre. I nostri occhi vedevano, le nostre vie respiratorie respiravano, le nostre papille gustative gustavano. Eravamo ancora abbastanza vivi, per quanto sconvolti, e piaccia o non piaccia dirlo o sentirlo dire era bello trovarsi nella Confederazione Elvetica, un posto dove perfino i fuochi artificiali erano sussurro lieve, decorazione silenziata, deflagrazione innocua da salotto, carezza colorata per l’anima, supernova per bellezza senza danni collaterali.
E ci fu il gelato. E ci fu il caffè con panna. Ci fu il ritorno, quasi per autodifesa, alle nostre più rassicuranti sciocchezze.
«Corradino» disse Dora: «“Kukicashli”».
Uffa. Non ci caddi e rilanciai: «Trentatré trentini entrarono a Trento tutti e trentatré trotterellando».
«Wie
«Trentatré trentini entrarono a Trento tutti e trentatré trotterellando», ripetei in tono di sfida.
«Trentattré trentri…»
«Nein!»
Tiè.

Sarei tornato a pensarci solo a tarda sera, nel mio giaciglio, il libro di Gianni Rodari ancora aperto fra le mani, davanti a me un racconto geniale che però non riuscivo a leggere (la vista rimbalzava sulle parole invece di comprenderle), perché troppo divertente, troppo leggero, troppo sereno, così poco italiano.
Quanto durerà ancora, mi chiedevo, questo nostro mondo umano? Quanto tempo prima che una nuova e migliore civiltà si sviluppi dall’evoluzione dei delfini, dei felini, dei corvi o delle api, sempre che non si finisca con lo sterminare anche loro come stiamo facendo coi rinoceronti?
Alcuni dicono “pochissimo”, pensando ai missili atomici sovietici.
Altri dicono “poco”, pensando alle guerre sante nucleari di quando (molto presto) le testate atomiche le avranno quei simpaticoni degli arabi.
Altri ancora rispondono “troppo”, pensando che il genere umano è una malapianta delle più infestanti, e che l’erba grama non muore mai.


6

Chiavi in meno


 Il 3 di agosto era domenica, e avemmo parecchi ospiti a pranzo. Qualche faccia già vista alla fattoria di Schnapsy (lui e la moglie non c’erano) e qualche altra no, ma solo coppie sul maturotto, niente ragazzini con cui giocare. Un noioso consesso di vecchi barbagianni (Bernardo e Martina erano stranamente molto più giovani di tutti i loro invitati) che parlavano solo in svizzerotto tedesco, e mi squadravano impietositi e furtivi come fossi stato una specie di profugo, e scopo della riunione raccogliere fondi per comprarmi vestiti, e scatolette di cibo per italiani. Se ponevano domande su di me, lo capivo dagli sguardi sospettosi (avrà mica bombe in tasca, il ragazzino?) e dai toni da cospirazione.
Per buona misura, alcuni di questi barbagianni terùn dei tùder (“terroni dei tedeschi”, come sentii dire una volta dallo zio Clemente Zancopè) continuavano a ripetere Bologna, Bologna, e ancora Bologna, sempre pronunciato a modo loro (“Und shtrìmpfete, und shtrùmpfete, Pullonie, shdràmfete…” o “italienish… Pullonie… kaputt…”), e nel farlo secernevano commiserazione, poraccio, sembravano dire in svizzerotto, viene da quei posti là, e mi guardavano come si guarderebbe un negretto che muore di fame in quei filmini pro Missioni.

Pare che nelle prime ore, in Italia, qualche spiritoso fosse riuscito a ipotizzare l’esplosione di una caldaia a causa di un semplice guasto. Le famose caldaie a tritolo. Depistaggio o imbecillità che fosse, ciò aveva rallentato l’abbrivio delle indagini di polizia, e concesso ai bastardi assassini ore e ore di vantaggio per dileguarsi e far sparire ogni traccia. Per certi aspetti, che potremmo chiamare onorabilità internazionale, essere italiano era pure un po’ peggio che essere un negretto che moriva di fame. Non avevano proprio tutti i torti, i barbagianni, a guardarmi così.
Che s’inculassero, però.


martedì 16 giugno 2020

Elogiare il libro e stroncare spietatamente l'insopportabile autore? Qualche volta si può!



Racconto storico (Praga, 27 maggio 1942, attentato alla belva nazista Heydrich ad opera di due paracadutisti, uno ceco e l'altro slovacco) interessante, avvincente, capace di emozionare a fondo, pieno di rivelazioni che mettono i brividi, anche se lontanuccio dal capolavoro assoluto per cui viene fatto passare, e che in troppe occasioni viene autosabotato dalla verbosità dell’autore, e dalle sue continue, assai irritanti spiegazioncine su documentazione, scelte di stile, libri letti o non letti o sul perché non li ha letti, e sulle cose che sa e che non sa e il perché non le sa, persino accenni alle belle ragazze che si è fatto, per non parlare delle insistite tirate realistiche e antinarrative (quando parla di “carattere puerile e ridicolo dell’invenzione romanzesca” lo prenderei a pedate nel culo), con tanto di ridiscussione degli errori arbitrariamente commessi nella pagina precedente (e qui si fatica a capire dove finisca l’autocritica e dove cominci un umorismo alla francese francamente stucchevole, sciocchino e saputello). Il suo parlarsi addosso, la sua vocina ipercritica, diventa per alcuni tratti insopportabile, e rovina ogni cosa, al pari dell’invadenza della sua vita privata mentre si documenta e scrive (anche se mi rendo conto del fatto che questo che per me è un grave difetto per altri potrebbe costituire la “marcia in più” della narrazione: vedere l’autore al lavoro, con tutte quelle annotazioni e parentesi e tutti quei distinguo, quelle continue puntualizzazioni e ripetizioni – magari a qualcuno piace così…). Quanto a me, raramente mi è capitato di provare così tanta simpatia per un libro, appassionante, toccante e commovente, e così tanta antipatia per il suo autore, presuntuoso, pedante e maniaco. Un bravo editor avrebbe tranciato via di netto i suoi commenti stronzetti contro i romanzi e i romanzieri. Stai scrivendo di Storia? E fallo, ma non romperci i coglioni con le tue fisime! Piuttosto balzana, poi, l’idea di scandire la scena finale con date di… giugno 2008. Ma a parte questo direi che è un libro da leggere, senza alcun dubbio. Anche se col suo autore non intendo avere più nulla a che fare. 7+



giovedì 7 maggio 2020

Piccolo assaggio da "IRRENHAUS - I sotterranei dell'Eden", il mio romanzo 2020 con le nuove avventure, tredicenni e svizzerotedesche, del magico Corradino


Per creare un’intesa con Dora, e coi suoi cugini di Engelwil che stavo per conoscere, sarebbero però bastati ancora i semplici suoni, i gesti, l’accennare e l’intuire, le analogie da indovinare come nel gioco dei mimi, con l’integrazione di quei pochi termini inglesi noti a tutti, di quel timido francese scolastico che ci accomunava, e delle parole-jolly italiane conosciute nel mondo come ciao, bravo, maccheroni, pianoforte, amore, andreotti e vaffanculo.
E anche i pochi, inevitabili malintesi, in fondo, non sarebbero stati altro che gustosi: avrebbero aggiunto divertimento, e teneri ricordi in proiezione futura, a questa amicizia internazionale per me così nuova.

Poi assistetti al prodigio. Andammo a trovare i cugini Roland e Vera, e il prodigio, a cui nessuno mi aveva preparato, era che le sorelle Martina e Sonia Weckerli erano gemelle. Si assomigliavano in modo impressionante, anche se non erano per nulla identiche: Sonia era più bella, e abbinava a capelli castani molto scuri degli occhi azzurri da principessa nordica, in un contrasto quasi sconvolgente. Però rispetto alla gemella parlava meno bene Italiano, come subito mise in chiaro lei stessa: 
«Ciau Coraddino! Scusi di mio no buono Italiano!»
I suoi strafalcioni erano buffi ma facevano tenerezza. Il lato più strampalato era il suo uso creativo dei vezzeggiativi. Quando disse che voleva farmi vedere “un canino”, Sonia Weckerli non intendeva mostrarmi la sua dentatura, ma il cucciolo di labrador che avevano regalato a Vera.
In genere le persone di parlata tedesca con l’Italiano fanno una gran confusione. Se parlare fosse camminare, sembrerebbero zoppi: s’inventano un sacco di doppie, e poi magari non le mettono quando ci vanno, ed è molto facile sentirgli dire cose come “cippoline” o “asparàggi”.

Roland e Vera erano biondi e abitavano in paradiso, e gli sembrava una cosa normale. Così scontata che forse neppure se ne accorgevano. Quando arrivammo da loro, nel primo pomeriggio, portati dalla solita docile duecavalli, era l’ora del bagno. Lo Zugersee si stendeva luccicoso e vasto sotto la loro casa – bisognava solo attraversare la strada – e loro, senza troppo stupore, mostravano di considerarlo una specie di vasca da bagno dilatata, una pertinenza dell’abitazione, una comodità che meritavano per nascita, una piscina dovuta. (La strada potevi attraversarla a occhi chiusi: ci passava una macchina ogni tre quarti d’ora, e sempre rispettando il bassissimo limite di velocità).
Si tuffavano da una sorta di trampolino, nuotavano a stile libero e a dorso, sguazzavano, si immergevano, riemergevano a rana, tornavano al trampolino, si tuffavano di nuovo producendo grandi spruzzi. Insomma si sollazzavano alla grande. Nessun adulto in sorveglianza: disinvoltura totale. Il problema era che non si toccava manco p’u cazzo, neppure a riva, per cui decisi fin da subito che avrei guardato e basta, mentre invece Dora si unì a loro, facendomi sentire l’unico rimminchionito fuori quadro. Io mi cagavo sotto con l’acqua di Mare, che notoriamente ti tiene un po’ su per via del sale, figuriamoci con quella di lago, fredda, infida e assassina. Naturalmente non la passai liscia: a gesti e mezze parole tutti e tre i cugini mi invitavano di continuo a buttarmi. A gesti e mezze parole mi trincerai dietro la scusa di non avere il costume. A parole e mezzi gesti si offrirono di prestarmene uno di quelli di Roland: bastava salire in “Haus” a prenderlo. Declinai con un messaggio quadrilingue: «Nein, bitte. La prochaine fois. Oggi no. Not today».
Al che Roland dimostrò di saper usare, per quanto in modo ancor più maldestro della madre, qualche parola italiana, perché di rimando mi gridò, cogliendo maledettamente nel segno: «Fiffona!»
«Maganotti» balbettai, anche se non c’entrava un put.
«Was?» urlò Roland, che si stava allontanando a dorso, per mettere maggior distanza fra lui e l’italiano cagasotto.
«Rien!» gridai.
La sua ultima risposta, mi parve di capire, fu una specie di pernacchia in Esperanto, che stridette non poco nella perfezione in panavision di quel pomeriggio azzurro anima.




 

martedì 14 aprile 2020

BE POPCORN!

65 anni

Ho provato a inscrivere in un cerchio tanti chicchi di mais quanti gli anni vissuti dalla mia adorata madre (65). Poi ho fatto lo stesso con un’ipotetica vita molto più lunga (90). Cos’hanno in comune questi due cerchi? Hanno in comune di essere piccoli: i chicchi sono, in entrambi i casi, dannatamente pochi. Appaiono quasi insignificanti, visti così. 
90 anni
Ma se tu li trasformi in popcorn, ne otterrai una gustosa ciotola gigante. I popcorn altro non sono che lo stesso mais trasformato dall’olio dell’intelligenza e dal burro della dolcezza, attivato dal fuoco dell’amore, con l’aggiunta del sale dell’anticonformismo, della passione e della curiosità.
La stupidità, la grettezza, la passiva mediocrità senza talento, il conformismo ottuso, l’avarizia sentimentale sono il gelido inferno che può rendere corte, sterili e squallide le nostre vite. La ricchezza di spirito, la dolcezza, la nobiltà d’animo, la creatività, la curiosità, l’amore incondizionato sono il caldo paradiso che può renderci, attimo per attimo, passo per passo, battito per battito, eterni.
Preoccuparci di quanto viviamo anziché di come viviamo ha lo stesso senso dell’interessarci alla portata idrica di un fiume anziché alla sua bellezza.
Questa non è una predica che faccio cadere dall’alto, ma un’ispirazione che mi è venuta per rivolgerla prima di tutto contro me stesso: troppo spesso mi ritrovo anch’io nei panni del gretto imbecille, accecato dalle indolenti piccine abitudini, dall’egoismo e dalla rabbia. E allora, anche se ve lo dice uno scrittore pazzo e fallito e non uno Steve Jobs, segnatevi ‘sta cosa: siate popcorn!



martedì 7 aprile 2020

Frammenti da "Diario laterale Codyo-20". (Forse un giorno diventerà un libro, o forse no).


Domenica 5 aprile

Solita chiarezza e unità d’intenti all’italiana: mentre il capo della protezione civile ribadisce l’inutilità della mascherina e dichiara di non indossarla neppure lui, la Lombardia stabilisce l’obbligo di uscire coprendosi naso e bocca con la suddetta, e in mancanza di essa con sciarpe o foulards (?!). Il colmo dei colmi è che di questo passo proprio gli amministratori più a destra e più integralisti cattolici finiranno con l’imporci… il burqa.

“Studenti e sindacati: «Impossibile Maturità online».”
E se fosse l’anno giusto per capire che l’esame di maturità, semplicemente, non serve a un tubo? Se ognuno si diplomasse con la sua cazzo di media acquisita, senza il costo di riti di passaggio anacronistici e pagliacciate posticce?

Non sono mai stato un tipo da ginnastica: a parte quel po’ di cyclette, e qualche infantile palleggio col racchettone da beach tennis contro il muro del garage, ogni tanto accenno qualche comico micromovimento di articolazioni alla Mister Bean.

Ogni volta che qualcuno usa la parola “record” riferendosi al numero dei morti, un testicolo di persona sensibile e intelligente si secca, si stacca e cade. 

Leggo che in India due colossali mentecatti hanno battezzato due gemelli Corona e Covid, “per rendere memorabile la giornata del parto”. Se basta una simile idiozia perché i cacanotizie ti regalino fama mondiale, aspettiamocene una valanga, di nascituri con ‘sti nomi. (O magari è una famiglia di imbecilli così, e i genitori e gli zii si chiamano Terremoto, Tsunami, Cancro e Aids...) 

Chi aveva già ben chiaro che il miglior viaggio è quello interiore continua a volare anche adesso.
Molti altri arrugginiscono, come tristi aeroplani costretti a terra.
L’intelligenza è un antiruggine.


mercoledì 1 aprile 2020

«Ccu tuttu ca fora si mori... stranizza d’amuri».

1. FLY

Cosa può darci e farci l’Arte: ascolto un concerto di Battiato, e il mio spirito vola via. Affacciato ai vetri vengo scosso da piacevoli lame di commozione silenziosa, e mi sorprendo a fissare con insolito rispetto un moscone posato fuori sull’intonaco bianco della cornice della finestra per riscaldarsi al tepore pallido del sole, e a domandare più volte intensamente col pensiero a quell’essere che in altri frangenti avrei ignorato, o addirittura ucciso: “E tu chi sei?” “E tu chi sei?” Lui, che stava immobile, si sposta in maniera appena percettibile verso di me, come attirato dalle onde telepatiche. Poi vola via a sua volta.



2. UOMINI DOPO

Non credo a quelli che vanno ripetendo che la catastrofe ci renderà migliori, ma nemmeno a quelli che sostengono ci renderà peggiori. Questa tragedia farà solo da amplificatore psicologico di ciò che già eravamo: chi aveva una filosofia esistenziale basata sulla lentezza, su una frugale selettività, sull’apprezzare le cose semplici e belle e sul godersi i piccoli piaceri, si riterrà ancor più incoraggiato a vivere in tal modo; chi metteva al primo posto empatia, solidarietà e amicizia lo farà ancor di più; chi odiava la vuotaggine diffusa e apprezzava la solitudine starà ancora più appartato, mentre chi la temeva non accetterà di rimanere solo con se stesso neppure per un attimo (forse inventeranno i doppi water per non sentirsi sperduti neanche al cesso); chi aveva in mente soltanto voli e viaggi diventerà una globotrottola impazzita; i rompicoglioni compreranno martelli per devastare sette minchie alla volta; quelli che se cadevi ti davano una mano per rialzarti te ne daranno due, e quelli che ne approfittavano per calpestarti si muniranno di scarponi più robusti; i silenziosi staranno ancora più zitti e i caciaroni urleranno più forte; chi viveva alla giornata vivrà al minuto, e chi faceva piani ventennali li farà cinquantennali; chi era libero e orgoglioso vorrà esserlo di più, e chi leccava mille culi si farà impiantare lingue supplementari per leccarne centomila; chi pregava aumenterà le preghiere e chi bestemmiava aumenterà le bestemmie; i previdenti faranno scorte di cibi a lunga scadenza e i fatalisti diverranno più spericolati; chi rispettava le regole le rispetterà ancor di più, e gli irresponsabili incivili le rispetteranno men che mai; chi viveva in funzione di carriera, successo e denaro si affannerà a sgobbare più intensamente per “recuperare il tempo perduto”, chi viveva per fregare gli altri vorrà fregarli il doppio o il triplo, e chi viveva per festeggiare, sballarsi e far casino si darà a uno sfrenato carnevale infinito.

giovedì 19 marzo 2020

FORZA VEGÉTT (forza vecchietti): VI VOGLIO BENE!!


Si sta facendo largo, qua e là, anche se per fortuna è minoritario, un nuovo strisciante razzismo, il razzismo contro gli anziani. Un razzismo (fatto di superficialità e mancanza di empatia) non solo odioso e vigliacco, ma anche parecchio stolto, visto che noi tutti tendiamo a diventare vecchi, e a quel punto non ci piacerebbe affatto, mentre siamo alla mercé di un virus assassino, dover anche sopportare imbecilli che con un’alzata di spalle ragliano: “Chi se ne frega, tanto muoiono (quasi) solo gli over 80!”
Che poi, visto che avete fondato la vostra società, la vostra vita e la vostra economia su quello che io chiamo RIGENITORAGGIO GERIATRICO OBBLIGATORIO, vorrò proprio vedervi, senza più nonni ad accudire i nipotini!
Un grande bacio (virtuale, e quindi rispettoso e sicuro) a tutte le anziane e a tutti gli anziani del mondo.
Che questa foto del mio vecchio padre sull’altalena al mare (scattata qualche estate fa, quand’era già ottantunenne) possa diventare il simbolo del vostro futuro, e portarvi fortuna.
Se siete sani, che possiate rimanere tali. Se siete ammalati, che possiate guarire.
Con affetto, anzi, con amore 💚

Nicola Pezzoli.

"Ma quanno ascimmo fora sarà primmavera"


mercoledì 4 marzo 2020

Nicola Pezzoli - IRRENHAUS (I sotterranei dell'Eden)

Corradino è tornato!!!!

Nella sanguinosa estate del 1980, per il tredicenne Corradino un’idilliaca vacanza nella Svizzera tedesca si trasforma in incubo kinghiano. 

«Con lei ti sentivi al sicuro: cosa poteva mai succedere a una duecavalli color panna guidata da una pittrice gentile, sbucata fuori da una fiaba?»





Romanzo. Pagine 177. Produzione Indipendente.
Copyright Nicola Pezzoli 2020.
In copertina: foto ed elaborazione grafica di Lucia Luce.
SOLO SU AMAZON



Non vi proteggerà dal carognavirus (*)
ma dal virus dei brutti libri sì.


(*) se non come talismano: Corradino is magic!