"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"

SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

lunedì 30 gennaio 2023

Papà

Caro, meraviglioso papà: oggi è il mio compleanno, ma non potevo aspettare che venisse il tuo, il 26 maggio, per parlare di te. E allora voglio farmi questo regalo: ricordarti con qualche pensiero da far leggere agli amici.

"Igi", il mio teppistello 
 all'età di 12 anni

Il 16 novembre 2022, verso le quattro e mezza del pomeriggio, mi succede una cosa che credevo potesse esistere solo tra fratelli gemelli, non tra padre e figlio. Dopo un paio d’ore di passeggiata lacustre sto salendo verso il parcheggio per tornare alla macchina, quando all’improvviso avverto uno strano dolore alla parte superiore della gamba destra, di un’intensità e di un genere mai provati, che mi fa procedere con una certa fatica. Per brevi attimi mi paralizza proprio. Devo fermarmi sul marciapiede, la gamba rigida non mi risponde più. Poi la sensazione svanisce. Penso a un problemino muscolare (ma anche se morde come un crampo non sembra esattamente un crampo, è di natura completamente diversa), e do la colpa alla lunga passeggiata, un’abitudine che avevo perso, e che ho ripreso oggi nella speranza di mettermi a posto con lo stomaco. E invece proprio in quel momento, a pochi chilometri di distanza, mio papà cadeva sull’asfalto nella strada davanti a casa (era uscito in mia assenza per fare una cosa che gli avevo sempre proibito di fare) e si rompeva il femore. Della gamba destra. Ma quando arrivo, ignaro di tutto, devono averlo portato via da poco, e lì ad aspettarmi non c’è nessuno, dando così origine a minuti da incubo. Eravamo d’accordo che con due colpi di clacson sarebbe sceso ad aprirmi lui, ma dopo aver suonato aspetto e aspetto e il portone non si apre, resta chiuso. Scendo dalla macchina. Ho le mie chiavi, e sarebbe stato meglio non averle. Apro la porta sull’incomprensibile e sul terrorizzante. Vedo per terra del cotone insanguinato. Una sdraio sbattuta in mezzo al garage (penso per farmi capire di non entrare con la macchina, in realtà l’avevano usata come barella) e altre cose fuori posto. Sembra la scena di un’aggressione. Corro chiamandolo e già quasi piangendo, prima verso la lavanderia, poi su di sopra, dove a parte il gatto sul cuscino grande in sala non c’è nessuno, proprio nessuno. Sconvolto, ritorno fuori in strada. Vado al cancelletto. Nessuno in giardino. Nessuno nei dintorni. Nella cassetta delle lettere le sue chiavi di casa. Finalmente la voce di un vicino. In breve mi racconta della caduta, dell’ambulanza, del codice verde. Mi precipito al pronto soccorso (l’ospedale di Cittiglio, dove siamo nati io e mio fratello e dove è morta la mamma, dista meno di un chilometro).

Sto un po’ accanto a te. Sei disorientato, e hai paura di venire sgridato per la cavolata che hai fatto, e che mi hai appena confessato subito dopo esserti inventato un’altra panzana. Ma io ti accarezzo la testolina e dico che sei già perdonato. Dalla sala d’attesa affollata in cui m’hanno fatto tornare, tendendo l’orecchio capto le parole “ghiaccio e antinfiammatorio”. Ma non stavano riferendosi a te, sarebbe stato pretendere troppo. Insomma rottura del collo del femore. E dopo tre giorni l’operazione, andata benissimo. Ma poi…

Giovane uomo innamoratissimo della sua Lidia

Diciannove anni fa, negli ultimi suoi giorni, la mamma era preoccupata per i nostri caratteracci: “Questi due senza di me si scannano”. E invece, mese dopo mese, anno dopo anno, un crescendo di concordia e di giorni sereni e felici, con tutti gli alti e bassi dell’umana debolezza. Quanto affetto, quanta tenerezza, quanto divertimento (più invecchiavi e più diventavi simpatico e spiritoso, ti adoravano tutti, avevi subito conquistato anche le infermiere dell’ospedale, tranne una su cui stendiamo un velo pietoso), e quanta compagnia ci siamo fatti: eri mio padre e mio amico, mio alleato e mio fratello, ma eri anche il mio bambino, che accudivo e coccolavo e proteggevo (non abbastanza, a quanto pare). Quando stava per iniziare un film e appariva la dicitura “bambini accompagnati” io scherzosamente alzavo la mano e dicevo “Ci sono qua io”, e tu annuivi e sorridevi. Quanti bei momenti insieme: le passeggiate, i film, i documentari e le partite alla tv, i tuoi appassionanti racconti dei tempi lontani, e poi leggere gli stessi libri (lo chiamavi “il pacco libri” quello che ogni anno facevamo arrivare da ibs attorno a San Nicola, stracolmo di romanzi e dvd). E poi la casa da mandare avanti insieme, e il gatto Isidoro che in apparenza ti andava poco a genio, ma poi eri proprio tu a dargli i vizi come i bocconcini di prosciutto cotto durante le nostre frugali e intime cenette. E le indimenticabili vacanze al mare, dove fino a 85 anni, circa tre e mezzo prima della fine, ancora ti facevi le tue nuotate e poi corricchiavi sulla passerella per andare alle docce, il nostro amato stabilimento balneare, sempre lo stesso, dove ogni giorno si pranzava guardando il mare luccicoso e il verde della pineta, e dove eri la mascotte di tutti, benvoluto da tutti, tranne quelle rarissime eccezioni che sempre ci saranno nell’umana varietà. Ricordo un non simpaticissimo cameriere che un giorno sparlò di noi non accorgendosi che io ero seduto lì vicino e gli davo le spalle: “Quelli che sembrano due froci”. Proprio a te, papà, che avevi sposato una delle più belle ragazze di tutta la provincia. Finsi di non aver sentito. Ci rimasi malissimo e provai uno stupido imbarazzo, e invece, ripensandoci adesso, che splendido involontario complimento ci aveva fatto quel piccolo uomo!

Lungi da me dare tutte le colpe ai medici, o diventare una di quelle persone che fanno causa agli ospedali. Ma nitida è in me l’impressione che questi soggetti, pur quasi tutti umanamente ottimi, stessero sempre due o tre passi indietro rispetto all’emergenza. Subito dopo l’operazione mi dicevo preoccupato per tutta quella tosse e tutto quel catarro, e loro mi rassicuravano dicendo che si trattava delle vie respiratorie “alte”. Alte un cazzo. Polmonite. Ma stavi lottando per farcela, contro quella brutta bestia, e stavi per essere trasferito nel centro per la riabilitazione. E poi, la mattina del 29 novembre, quel tampone fatto solo perché prescritto dalla prassi prima di un trasferimento. Positivo. Sia te che il nuovo compagno di stanza. Non si saprà mai chi ha infettato chi. La mazzata finale. Già quasi una sentenza. Diciamo così: se ti avessero mandato un killer, costui non s’è presentato armato di coltello, ma di mitra, bazooka e bombe a mano, mio povero papà. Altri nove giorni…

Quegli ultimi giorni mi hanno fatto far pace con la tecnologia, con quelli che avevo sempre definito “smerdòfoni”. Un’infermiera, più angelica che umana, ha stabilito un contatto tra noi e te attraverso delle videochiamate, che ci hanno permesso di non farti sentire completamente abbandonato in quella che era diventata una camera sigillata dove entrava solo personale medico vestito da astronauta, ci hanno dato modo di coccolarti a distanza, rincuorarti, persino farti sorridere…. Alla fine delle videochiamate ci si mandava i bacini. Mio fratello dice sempre che nelle due fatte con loro (io stavo in autoisolamento a casa nostra) era sempre me che cercavi, sempre di me che chiedevi. Per le chiamate con me veniva qui una delle mie fantastiche nipoti (proteggendosi con la mascherina, ma lei era abbastanza tranquilla perché negativizzata da poche settimane). L’ultimo contatto risale al 6 dicembre. Frammenti di dialogo: “Papà, sai che giorno è oggi? È San Nicola. Come regalo voglio solo che tu guarisca”. “Sei splendido”. “No, sei tu splendido! Ti voglio bene papà!”

La prima foto con me

Che magnifici anni mi hai regalato, meraviglioso e generoso padre! Tu non sei mai stato tipo da complimenti e smancerie, ma almeno un paio di volte mi hai detto che con l’essere sempre lì con te e per te ti avevo allungato la vita, e che senza di me non avresti saputo come fare. La verità è che sei stato tu ad allungare la mia, e che sono io che senza di te non avrei saputo come fare. 

Il prossimo 26 maggio avresti compiuto 89 anni. E allora com’è che sono straziato come se avessi perso un ragazzino?  Eri così vispo, così arzillo, così lucido. Eri così sicuro di tornare a casa che mi davi istruzioni su questo e su quello. “Oh, per quando torno…”

Per farci soffrire il più possibile, il destino ti ha portato via, di botto, proprio nel momento in cui avevamo ricominciato a sperare, a illuderci. Eravamo stati pronti a perderti sei notti prima. Quella sera, fra il primo e il due dicembre, mi aveva chiamato l’anestesista di guardia dicendo che avevi avuto una crisi, che il livello di saturazione nel sangue era bassissimo, che non tolleravi e rifiutavi il casco per respirare, accettavi solo la maschera dell’ossigeno e pure quella malvolentieri, e che se l’ipossia fosse aumentata avrebbe potuto solo aiutarti con una piccola dose di morfina. Io lo avevo ringraziato (non prima di avergli chiesto un altro vano tentativo per convincerti a mettere quel casco), immaginando che almeno te ne saresti andato facendo dei bei sogni, magari chissà, ritornare in viaggio di nozze a Positano con la mamma, dentro oceani di luce e di amore. Passai la notte con le luci accese, a vegliarti a distanza, senza dormire un solo minuto, appuntandomi l’ora esatta del prodursi di determinati segni, come il canto funereo di un uccello notturno. E invece ce l’avevi fatta, e a partire dal giorno dopo avevi cominciato a riprenderti in maniera prodigiosa. Ogni mattina chiamavo presto in ortopedia per informarmi su come avevi passato la notte. 

Sapevo che a casa tenevi una sorta di diario di bordo in cui segnavi meticolosamente su dei blocchetti, con tanto di orario, le cose che succedevano nelle tue giornate, compreso l’inizio della pioggia o il ritorno di un pallido sole. Ho sempre rispettato la tua privacy e non sono mai andato a curiosare (e per ora continuo a non farlo: lo troverei troppo doloroso). Ho fatto un’eccezione per le ultime righe di quel 16 novembre, in cerca di qualche indizio, di qualche spiegazione. Le ultime parole erano: “Alle 14.30 Nicola parte per Gavirate per fare una bella camminata”. Già, proprio una bella camminata. Potrò mai perdonarmi?

Il mio vecchiettino nei nostri giorni felici al mare

Alla fine ti ha ucciso Sant’Ambrogio. Ero andato a dormire alle dieci e mezza di sera, distrutto, sicuro di farmi una corroborante, lunga dormita, rinfrancato e fiducioso, perché anche se la situazione era grave sembravi davvero potercela fare. Se non tu, mio highlander, chi altri? In corridoio avevo lasciato accesa una plafoniera propiziatoria, perché trovavo magico e protettivo il bianco arco di luce che disegnava, illusoriamente, fuori da una finestra della sala. E invece, nel dormiveglia, il momento più brutto della mia vita: lo squillare di quello stronzo telefono. Il cellulare, che per anni e anni avevo sempre tenuto spento, il cellulare che l’infermiera ha scelto di chiamare perché al numero di casa temeva avrebbe risposto “la moglie”, mentre invece avrei risposto sempre io… “Purtroppo le devo dire che suo padre è deceduto”. Almeno, a quanto pare, ti sei come addormentato, senza accorgerti e senza soffrire. Solo dieci minuti prima le avevi chiesto dei fazzolettini di carta. Tutto questo pochi minuti prima che finisse il 7 dicembre. La maledizione del numero 7 nelle date di morte di tutto il nostro ramo Pezzoli. Nel mio ingenuo ottimismo pensavo che nel tuo caso il 7 sarebbe stato contenuto nel 2027. Una ragionevole dilazione. E invece…

Fin troppo prevedibile, fin troppo scontato, ch’io mi metta a parlare della tortura degli oggetti, e dei ricordi da loro veicolati. Ma così è. La tua lente d’ingrandimento, con cui t’aiutavi quando l’occhietto superstite era stanco. Il tuo berretto verde scuro, che ti preoccupavi fosse andato perso sulla scena della caduta e invece avevo recuperato ed era qui che ti aspettava a casa. Il ventaglio viola della mamma, che con gioia usavo, come lo schiavo di un sultano, per darti sollievo dalla calura estiva che soffrivi più di me (l’espressione felice e beata che ti si dipingeva in volto, ma bastavano pochi secondi e poi dicevi “Bene così, grazie”). Le tue pipe, anche se da tanti anni non le fumavi più. Il piccolo gufo di legno che tenevi sul comodino. Il tuo pennello da barba. I guanti gialli con cui a 88 anni e mezzo pretendevi di essere sempre e solo tu a lavare i piatti (io facevo da mangiare, ma tu volevi apparecchiare, lavare i piatti e preparare il rito del caffè per due con la moka grande, così come ci tenevi a occuparti della raccolta differenziata e persino di stendere i panni dopo che io avevo fatto andare la lavatrice, caricata piano piano da te un indumento alla volta, come facendo l’appello).

A renderti unico erano anche i tuoi mantra rassicuranti, come li chiamavo io. Sotto la doccia ti si sentiva chiamare a raccolta i tuoi cugini della Mirabella, tutti scomparsi da tempo perché come età sembravano più zii che cugini (mio nonno era l’ultimo di sette fratelli): “E il Luisìn, e il Giuanìn, e il Pasqualìn, tutti tutti in compagnia…” Dopo un po’ che ripetevi ‘sta cosa entrava improvvisa una voce diversa, simpaticissima, da cartone animato, con la quale dicevi: “Luisìn basta! Basta coi Luisìtt!”, dopodiché smettevi.

Una foto che fa male: il lieto fine pareva certo

Un pensiero che mi consola è il rapporto sereno, tranquillo, disincantato, di piena accettazione che hai sempre avuto con la morte, con l’evidenza del fatto che prima o poi dobbiamo andarcene tutti, da qui. La volta che ci spaventasti con quel malore il giorno di Natale (un fatto di cinque anni fa) con due svenimenti in rapida successione, subito dopo, sdraiato su un divanetto in attesa dell’autolettiga, eri sorridente, quasi lieto, dicevi che se è ora è ora, e poi ti mettesti a intonare filastrocche dialettali, come un vecchio pellerossa che canta la propria nenia funebre, con la differenza che le nenie dei pellerossa sono tristi e lugubri, mentre le tue filastrocche erano briose e divertenti, un Pippirimerlo (se non addirittura un Ciao!) alla signora morte, vista non come interruzione o rottura ma come parte naturale della vita (la parola virte, unione di vita e morte, che io stesso inventai tanti anni fa?) Per non parlare di quando, nei tuoi foglietti promemoria, se ti segnavi un appuntamento per una visita medica da fare di lì a qualche mese aggiungevi sempre sotto, tra parentesi, “se campo” (e non era scaramanzia, ma lucido realismo), o di quando ripetevi, col tuo spirito un po’ macabro, che il tuo prossimo indirizzo sarebbe stato “il loculo 47”, accanto al 46 della mamma – non fosse che nel frattempo la burocrazia ti ha pure fatto lo scherzetto di rinumerarli, e il mitico 47 è diventato 139. Ma è sempre lì, di fianco alla tua Lidia, e lì ti ho deposto il 20 dicembre, dopo aver dato un ultimo bacio all’urna con le tue ceneri, dopo averla cullata stretta stretta fra le braccia per tutta la semplice ma toccante cerimonia privata (da persona specialissima quale eri, non hai voluto un vero e proprio funerale).

Col fatto che per via dello spietato protocollo covid non ti abbiamo potuto vedere dopo morto, neppure da lontano, è come se tu fossi solo misteriosamente svanito, partito per un lungo viaggio senza avvertire. E così, alla struggente tristezza della perdita, si aggiunge la struggente e torturante speranza di una permanenza (che nel mio cuore comunque sarà tale finché avrò a mia volta respiro), di un dolcissimo ritorno. Come cantavano gli Alphaville in “A victory of love”: Hoping for your/sweet, sweet/return (rintocco di campana su “return”).

Mi manchi, papà.

Tutte le sere, prima di ritirarti nella camera matrimoniale, dopo la buonanotte aggiungevi quell’altra tua parolina, “Nucét” (la traducevi con “nottina”, anzi “nottino”, al maschile, nel senso di una dolce confortante notte di sonno profondo e ricolmo di bei sogni). Probabilmente andrò avanti a sussurrare “Nucét”, ogni sera prima di addormentarmi, finché non sarà giunto il momento di seguirti.

Pierluigi Pezzoli 
26 maggio 1934 - 7 dicembre 2022


venerdì 4 novembre 2022

Chi ha amato Corradino amerà Kevin

Per chi temeva (e per chi si augurava?) il contrario, vengo in punta di piedi a sussurrarlo: da un po' di tempo mi sono rimesso a scrivere. Con più voglia, entusiasmo, ispirazione, piacere e passione di prima. Perché il sistema cultural-mediatico italioso sarà pure un canadair spegnitutto, ma nel mio cuore arde una scintilla inestinguibile. Perché scrivere è per me qualcosa più di un mestiere, di un discutibile talento, di una velleità, o d'una coazione a ripetere: scrivere è la mia religione vitale, il mio modo di venerare e di rendere grazie, la mia grazia ricevuta, il mio atto d'amore e di guerra, la mia pernacchia all'esagerata energia dei buchi neri, il respiro più profondo e segreto, la chiamata monacale a cui si deve rispondere "Sì", il mio ancoraggio (forse anche involontario e controvoglia) all'esistenza. Ecco. L'ho detto. Ora torno al mio lavoro silenzioso e febbrile. Ci risentiamo fra qualche mese. O giù di lì.


lunedì 25 aprile 2022

domenica 30 gennaio 2022

Scusate

 


Scusate se sono troppi.

Scusate se sono belli.

Scusate se sono troppo belli.


lunedì 6 dicembre 2021

GLI ORIZZONTALI E I VERTICALI (NON È UN CRUCIVERBA)

Esiste una modalità d’espansione dell’arte e della letteratura che è orizzontale, piana, di superficie: essa progredisce (si fa per dire) per aggiunte successive a macchia d’olio, a puzzolente puzzle, per accumulo e saturazione di tessere tutte uguali, che ingigantiscono e ingrigiscono, che affollano e asfissiano senza portare nulla di veramente nuovo, ad opera di gente limitatella e avara di idee (ma furba), di un opaco esercito di epigoni, mestieranti, imitatori e copisti i cui balbettii danno forma a un vocìo indistinto che puzza di noia e nulla dice, perenne sterile replica di un dejà vu che però rassicura fruitori abitudinari, critici imbalsamati e operatori mediocri, e stende sui pavimenti dell’anima un unico tappeto ipertrofico, brutto, peloso, polveroso e odoroso di muffe (ma assai costoso e redditizio). E poi esiste una modalità verticale e fiammeggiante, innescata e fatta divampare dai pochi veri autori di genio capaci di creare qualcosa di emozionante e originale, grazie al fuoco che si portano dentro (non per merito ma per destino) fin dalla nascita.

Spesso gli “orizzontali”, numerosi come locuste e gerarchizzati come iene, si organizzano in sindacati del (loro) comune interesse, corporazioni dell’andar di corpo, accademie dove nulla accade, club del pompino strategico, movimenti paralitici, botteghe oscure, scuderie di ronzini, e se spunta in lontananza l’inquietante profilo di un “verticale” fanno di tutto per tenerlo alla larga (ed essendo lui, sempre, un cavaliere solitario avranno facilmente buon gioco): diranno che è un miraggio, un minaccioso inganno, qualcosa di inconsistente e privo di valore, un valore che soltanto loro hanno il potere, e l’arroganza, di attribuire o negare, in quanto branco cinosuino di intercambiabili e interpremiabili. (Il loro allarmarsi è comprensibile: quel fuoco potrebbe bruciare il tappeto di merda). A volte, tutti presi dallo stabilire a priori come dovrebbero scrivere gli altri per conformarsi alle loro cazzate (meno sanno scrivere e più defecano teoremi sulla scrittura, molti addirittura la insegnano!) gli “orizzontali” si spingono persino a elaborare contorti meteorismi intellettualoidi contro l’originalità, la forza innata e sovrannaturale, la brillantezza, il talento, qualità che considerano pericolose e “nemiche”, perché loro non le hanno mai avute e mai le avranno.

Insomma c’è chi compone nuove sinfonie e chi recita risapute filastrocche, con l’aggravante di spacciarle per nuove. 

Di questi tempi e da queste parti, vengono chiamati scrittori non i primi, ma i secondi.

Se uno scrittore talentuoso è un incendio vivente, il sistema editorial-mediatico italiano è, con ogni evidenza, un Canadair.



martedì 2 novembre 2021

Poche piccole perle (o, per chi le preferisce, ghiande) dal mio ultimo lavoro “No Anthropos 365”

 [15 marzo 2020]

Tutta ‘sta gente su ‘sti cazzo di balconi, a cantare l’inno di mameli, a suonare il piffero, a esporre arcobaleni con scritto CE LA FAREMO, a dedicare applausi (giusti, per carità) al personale medico. Immagino di dover rispettare il bisogno dei “normali” di non sentirsi soli, di farsi coraggio a vicenda sentendosi massa omologata e fratella e mal comune tarallucci e gaudio ecc, e quindi non ironizzerò mai troppo apertamente su tutto ciò. Ma non posso non dirmi, in totale sincerità, che io sul balcone potrei al massimo uscire a fare una bella scorreggia offline, o a esporre uno striscione che dice GNAFFÒ!, oppure potrei cantare un’unica, lunghissima, accoratissima e accordatissima bestemmia.

[18 marzo]

Cerco di rilassarmi con un metodo di meditazione autoipnotica imparato grazie a un documentario: ripetersi ossessivamente “Pace pace pace pace pace pace pace…” Pace un cazzo.

[4 aprile]

Penso a quelle due povere persone accoltellate a morte in Francia: convinte come tutti che in questo periodo l’unica sciagura da temere fosse il virus, sono state ammazzate da qualcosa di ancora più piccolo e meno intelligente: un fanatico religioide.

[6 aprile]

Qualcuno dovrà pur avvertire i miei signori colleghi scrittori: “la luce che bagna”, “il sole che bagna”, “il chiarore che bagna”, a causa dell’uso e dell’abuso non sono ormai più poesia descrittiva, ma irritanti cliché.

[8 aprile]

Vedo per me un futuro simile a quello del soldato giapponese rimasto a presidiare l’isola deserta vent’anni dopo che la seconda guerra mondiale era finita. Iorestoacasa è uno slogan che potrebbe continuare a calzarmi benissimo. Mi avete rotto il cazzo, fondamentalmente.

Se fossi una mossa degli scacchi, sarei l’arrocco.

[19 aprile]

Idea balzana del solito balzano Franceschini: “Una Netflix della cultura… cultura a pagamento su una piattaforma collegata a raitre…” Ora, a parte che coi soldi che ci fregate col canone per vedere un beato caspio (nel nostro caso proprio zero, letteralmente zero, si paga da sempre ma da un paio di decenni abbondanti non si guarda mai niente – fosse per noi Vespa e Fazio sarebbero dei disoccupati, per dirne solo due) la cultura potreste pure avere il buongusto di divulgarla gratis, mi pare abbastanza ovvio che chi di arte e cultura già si nutre non sente nessun bisogno di una nuova piattaforma televisiva dedicata, mentre il popolino bue mangiawrestling la eviterà come fosse la peste (a pagamento, poi…) A quale record di abbonati contate di arrivare? Dodici persone? Quattordici? Valuterei almeno la possibilità di dargli un bel nome autoironico: Netflop.

[21 aprile]

I tedeschi annullano fin da ora l’Oktoberfest. Gli italiani strepitano per andare al mare in agosto, in discoteca a luglio e a farsi inculare entro giugno. (Ma alcuni anche per festeggiare in piazza il 25 aprile e il primo maggio, per non parlare di tutti quelli già in giro, più o meno illegalmente, a fa' dané, magari con carichi traboccanti di tronchi massacrati). Poi dice che i popoli sono tutti uguali. Io invece dico che intelligere e (saper) discriminare sono praticamente sinonimi.

[25 aprile]

“Alle 15 flash mob nazionale, si canta Bella Ciao alla finestra o sul balcone”? Io, antifascista, ovviamente diserterò. Odio gli imperativi, e il pronome greggesco “si”. Non farei parte di un coro istigato da altri neppure se cantasse “Gloria a Nick”, e mi pagassero un tanto al secondo. I fuoriclasse sono tali anche perché non obbediranno mai ai capoclasse.

[10 maggio]

Fra le tante iniziative-minchiata che attecchiscono di questi tempi, c’è quella denominata “scrittori a domicilio”. Ma per me gli scrittori sono sempre stati a domicilio. Sotto forma di libri, ovviamente. Gli scrittori in carne e ossa (o peggio ancora in video) non servono a nulla, annoiano a morte e rompono i coglioni. E lo dico da scrittore.

[11 maggio]

Certo che sono un tipo ben strano. Uno scrittore italiano ma originale, che vuole, pretende di pensare con la propria testa, formatosi su modelli americani (ma che si rifiuta di scrivere “si strinse nelle spalle”), e con idee da persona semplice. Uno scrittore italiano che non dice “paradigma”, “in qualche modo” e “nella misura in cui”, ma soprattutto che, pur sentendosi cittadino di un unico mondo (o forse proprio per questo) non si schiera per partito preso dalla parte di africani, islamici, palestinesi e cosiddetti “migranti”. 

[14 maggio]

Quando a qualcuno, sorpreso dalla mia avversione per il salone del libro, spiego che “non è il mio ambiente”, costui, o costei, magari pensa ch’io intenda dire che non mi sento più uno scrittore. E invece è esattamente l’opposto.

[17 maggio]

Giuro che non l’ho inventata io: c’è un pretozzo a Detroit che in guanti e mascherina benedice i fedeli usando una pistola ad acqua. Li attende sul sagrato, loro arrivano in macchina, accostano senza scendere e lui gli spara un getto. “Una sorta di drive-in spirituale” si legge nella notizia. Il drive-in lo vedo, ma lo spirituale unnè? Dopo una simile grottesca buffoneria (dove per non rinunciare al potere magico-stregonesco dell’acqua santa si finisce col ridurla a barzelletta demenziale, cancellandone per sempre ogni vestigia di dignità morale), sarà inutile continuare a dire che la religione rischia di venir uccisa dagli eretici, dagli atei, dai bestemmiatori, dai relativisti, dai gay, dagli agnostici, dai consumisti o dai materialisti: la religione (e intendo quella brutta roba istituzionalizzata, non il sentimento dei singoli, per il quale avrò sempre rispetto, e che con vostra grande sorpresa potrebbe abitare persino in me) sa benissimo come fare a suicidarsi. Si può provare venerazione per una fogliolina verde appena germogliata, non certo per una pistola di plastica che sputacchia acqua benedetta: non lo insegnano ai corsi di teologia? (Come aveva visto lungo il lucido e incompreso Andres Serrano con la sua “scandalosa” opera Piss Christ!)

[2 giugno]

Tra i diciannove e i ventisei anni, la mia full immersion nella società umana, come universitario, militare, piazzista porta a porta, informatore scientifico e impiegato in prova in un posto assurdo. Bastò a decidere che c’era una sola contromossa intelligente, per quanto folle, rinunciataria e temeraria: STARNE FUORI. Come un arrocco, ma fuori scacchiera.

Un vorticoso stormo di uccelli neri in modalità battaglia aerea, e una coppia di alianti così traslucidi da sembrare fatti di sogno, di vecchi e dimenticati sogni diluiti in un blu a sua volta scolorito, mentre ascolto Secret messages degli Electric Light Orchestra, uno dei miei album preferiti quando avevo quindici anni. E per qualche magico istante mi sento come se fossi ancora quel ragazzino, ma esattamente lui in tutto e per tutto. Forse, a parte un po’ di barba e di disavventure in più, e un po’ di capelli e d’illusioni in meno, non ho mai smesso di esserlo. E comunque, almeno ancora per oggi, io ci sono. Sono qua. Che guardo e ascolto. Che mi commuovo e amo e chiedo spiegazioni al mio sangue. Che però ha promesso di serbare il segreto.

[9 giugno]

Sindaca trans in Francia: “Io simbolo di normalità”. Mannò! Mannò! Mannò! La normalità è merda! Se non lo capiscono più nemmeno i trans…

[quasi un anno dopo]

Lunedì 3 maggio 2021. All’ennesimo ritorno (momentaneo?) della zona gialla mi regalo una piacevole passeggiata in Valcuvia. L’essere più intelligente e più bello che incontro è un meraviglioso cavallo bianco in mezzo a un prato fiorito. Lo fotografo, sperando di non disturbarlo. Il più cretino e brutto è un sottocoglione a pedali che mi fa il verso della pecora perché mi vede alzare la mascherina per proteggermi da lui. (…) Il verso della pecora. A me. Che da una vita vado più controcorrente di un salmone in Alaska. Non essendo un collezionista di ritratti di stronzi, non lo fotografo.


“Una creatura elusiva, che spesso fugge via alla vista degli umani”.

Di chi parlavano?

Di alcuni magnifici bisonti, a rischio di estinzione, che vivono in Polonia.

Ma avrebbero potuto benissimo parlare di me.



domenica 24 ottobre 2021

Intermezzo zioscribesco scemidemenziale: qualche recente cazzatina leggera, direttamente dal mio file "Frammenti"

2422 E siccome di "movimenti" ce n'erano pochi, alcune vergini puritane hanno fondato i No Caz.

2425 La chiacchieratissima moglie di Plinio il Becco.

2431 «Cosa pensi del tale scrittore/scrittrice?» «Preferisco lassativi più blandi».

2433 Nemo profeta inter pirlas.

2434 "Pincopallo vuole aggiungerti a Link Cretyn. Accetta/Ignora/Fanculizza Pincopallo".

2436 Contrarre il sacro virus (il sarcovirus) del matrimonio.

2437 Giornalistozzi: "Rapina un distributore di benzina e fugge". Sì, perché dovete sapere che di solito, i rapinatori, dopo la rapina, stanno lì. A prendere un caffè e a fare due chiacchiere.

2438 Ieri ho provato per scherzo a mettermi a parlare come certi telecronisti mongolini: «In qualche modo ha tra virgolette pagato dazio». Giuro, mi ha guardato male anche il gatto!

2439 La precipitosa fuga da Mantova a Venezia di Speedy Gonzaga.

2443 Ho sempre dimostrato come minimo dieci anni meno. Quando ne avevo nove venivo spesso scambiato per uno spermatozoo.

2445 Di cognome faceva Del Cesso. Pensarono bene di chiamarla Catena.

2447 «Era un porco!» «Non si parla male dei morti». «Hai ragione: pace all'anima su... ina».


sabato 4 settembre 2021

Fuori programma. Per chi avesse ancora voglia di leggermi.

 

HOMO HOMINI VIRUS

«Se fossi una mossa degli scacchi sarei l'arrocco»

Una finestra d'autore sul pandemonio pandemico
 lucidata col vetriolo anziché col vetril.

(Marzo 2020) «Demenziale il balletto del “chissà se sarà pandemia” e “non è ancora pandemia”. Ovvio che era già da un bel pezzo pandemia. Ma il mondo in generale e quello della finanza in particolare hanno avuto bisogno di un tizio con la faccia da fesso (lo stesso portavoce dell’OMS che continuava a blaterare “Bene l’Italia, bene l’Italia”… Bene l’Italia un beato cazzo!) che annunciasse ufficialmente: “Ok, è pandemia”. Mi ha ricordato L’aereo più pazzo del mondo, quando la scritta “No panic” diventa “Ok, panico”.»

ebook o cartaceo SOLO su Amazon




mercoledì 11 agosto 2021

Tre libri per l'estate. (Per palati fini).


Peter Cameron

Cose che succedono la notte 

Adelphi

(Traduzione di Giuseppina Oneto)

Voto 9

Il contatto con un così delizioso narratore non significa solo godimento, compagnia, consolazione e conforto, ma può costituire un salutare bagno di umiltà. Perché anche se ti chiami Nicola Pezzoli, e credi (probabilmente a ragione) di essere uno dei più originali scrittori europei, anche se ritieni (sicuramente a ragione) che certi stronzetti tuoi connazionali ti abbiano sottovalutato, per non dire ignorato, in maniera clamorosa e imperdonabile, leggendo uno come Peter Cameron ti sorprendi a pensare che scrivere COSÌ TANTO BENE potrebbe risultare difficile persino per te.


Edgar Hilsenrath

Jossel Wassermann torna a casa

Marsilio

(Traduzione di Lorenza Cancian) 

Voto 9-

Che quest’uomo non abbia mai vinto il Nobel per la Letteratura non fa che dimostrare quanto poco, o nulla, valgano i premiozzi conferiti agli scrittori. L’anno in cui premiarono Bob Dylan, io fui tra quelli che, a denti stretti e dopo vari ripensamenti, finirono col dire: massì, forse può starci, in fondo certi suoi testi possono essere considerati poesia… Ma più passa il tempo e più cambio idea. Nobel per la Letteratura a Dylan (e a Dario Fo) e non a Edgar Hilsenrath, a Philip Roth, a Milan Kundera, a Paul Auster, a Cormac McCarthy, a Peter Cameron, a Martin Amis? Allora abolitelo, e premiate il miglior centrino lavorato con l’uncinetto!

Romanzo meraviglioso, pungente, divertentissimo, tremendo. 


Richard Ford

Rock Springs 

Feltrinelli

(Traduzione di Vincenzo Mantovani)

Voto 8

Dieci buonissimi racconti americani, ambientati in un Montana freddo, cupissimo e selvaggio, che mi hanno fatto riscoprire e apprezzare Ford. Chissà perché, in seguito a svagati assaggi lontani nel tempo, lo ritenevo inferiore a Cheever e persino a Carver, mentre probabilmente è migliore di entrambi. Anche se forse sono un po’ sopravvalutati tutti e tre. Peccato per le solita, immancabile incuria e sciattoneria editoriale italiana: addirittura, in un racconto, gli indiani Assiniboin diventano, assurdamente, “abissiniboin”! Che cazzo sarebbero, gli abissiniboin, pellerossa neri?



sabato 31 luglio 2021

La scuola in assenza prefigurata nel 1986 da uno studente monello

35 anni fa, con la “strissia” n°34 (la seconda di quest’accoppiata) anticipai senza saperlo la scuola in assenza. (E devo ammettere che più che un incubo mi pareva un sogno).


(cliccare sull'immagine per ingrandire)


giovedì 8 luglio 2021

JEG ELSKER DIG DANMARK!

Jeg elsker dig Danmark. I love you Denmark.

Grazie lo stesso, ragazzi. Siete stati semplicemente favolosi.

Per poco non ripetevate il miracolo del ’92. E ancora una volta portandovi dietro una toccante storia umana: allora fu la tragedia della povera bambina di Vilfort, stavolta è stato Christian Eriksen, strappato alla morte dentro il suo stadio annichilito e commosso (e per fortuna è successo a Copenaghen e non fra le steppe eurasiatiche, tanto per ringraziare monsieur Platini e la sua, speriamo ultima, idea balzana: l’Europeo itinerante ad cazzum).



E adesso in finale mi toccherà tifare per la nazionale italiana (quella che canta quell’inno bruttino, che mi obbliga ad ammutolire l’audio per evitare imbarazzo e disagio: “l’elmo di Scipio”, “schiava di Roma”, “iddio”, “pronti alla morte”… per non parlare di quello “stringiamci a coorte” che gli urlanti semianalfabeti storpiano regolarmente in “stringiamoci a corte”, neanche fosse un inno monarchico.)

Perché non voglio che il campionato Europeo venga vinto da quei caproni antieuropei degli angloidi. (Come sarebbe stata bella una brexit sancita dai danesi, come fecero gli islandesi cinque anni fa! Ma qui eravamo a Wembley, con tanto di arbitrello casalingo: quando attaccavano i caproni valeva tutto, anche i due palloni in campo vicino all’azione, anche i tuffi, le gomitate in faccia, le simulazioni, il recupero dopo il novantesimo allungato a piacimento nella speranza che segnassero…)

E a chi fosse scandalizzato dal mio tifare, da sempre, per i danesi, dico solo questo: io mi sento europeo, e tra i Fratelli d’Europa sono libero di scegliere di voler bene a chi più mi aggrada. Si chiamano “affinità elettive”. (Non è un’idea alla portata di tutti, me ne rendo conto).

Viva la Danimarca! Viva l’Europa!




mercoledì 16 giugno 2021

Demenze artificiali crescono: lo strano caso dei famosi scrittori Stia Atermana e Ubertà Sebo.

In un mio testo in fase di lavorazione compare un elenco di scrittori. Mi sono divertito a guardare come li avrebbe modificati il cosiddetto “correttore” word, se magari fossi stato così scemo da lasciargli campo libero mettendolo in modalità automatica. Per Saramago propone Maramao; per Kristof Ariston; per Amis Mais; per Rulfo Rullo; per Bellow Yellow; per Hrabal Araba; per Stig Dagerman Stia Atermana; per Lodge Lode; per Heim Heidi; per Malamud Malaguti; per Vargas Llosa Vagai Loca; per Coe Boe; per Yates Gates; per Hamsun Samsung; per Hines Ines; per Saki Kaki; per Bioy Casares Boy Gasare; per Hubert Selby Ubertà Sebo.

A occhio e croce, il genialoide che programma ‘sta roba non dev’essere un grande fan della Narrativa internazionale…

E a (s)proposito di queste “intelligenze” artificiali (che domani probabilmente ci schiacceranno, ma oggi sono ancora poco più che burlette – e per fortuna, aggiungerei): dopo l’ultimo temibile “aggiornamento”, quel cretinetti del mio portatile mi propone, sulla barra degli strumenti in basso, un ridicolo e superfluo bollettino meteo in tempo reale, ovviamente non richiesto, con tanto di temperatura del luogo dove io, secondo loro, mi troverei. Peccato che non ci pigli un cazzo, essendo settato (come tutte le cagate di questo genere) sulla sede del mio provider internet o come si chiama, distante da me svariate decine di chilometri (come quando su Fessobukko mi dicono di non scordare l’ombrello, perché a Brugugnate di Sotto sono previsti acquazzoni: ma io Brugugnate di Sotto non ho la minima idea di dove diavolo sia!). Non solo, ma mi mette pure ansia, visto che dall’inizio di giugno non fa che riproporre di continuo un’allarmante “ALLERTA GIALLA”. Devo aspettarmi di veder spuntare per strada carri armati cinesi?

Scassassero meno la mjnkhya, fondamentalmente.

A ben vedere, l’unico progresso tecnologico degno di tal nome, e davvero auspicabile, era il cosiddetto smart working. Ma perché smettesse di essere una promessa non mantenuta (una presa per il culo, per dirla in modo più oxfordiano) c’è voluta una stramaledetta pandemia…