"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"
SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

sabato 23 marzo 2019

MALEDIZIONE DEFINITIVA DEL POLITICALLY STRONZETT - parte prima

GIÙ LE ZAMPE DAI DWEM

Miniquiz. Sapete cosa sono Isaac Newton, Albert Einstein, Enrico Fermi, Stephen Hawking agli occhi dei razzistelli alla rovescia del politically stronzett? Null’altro che DWEM (maschi bianchi europei defunti). Ora, se nelle facoltà statunitensi di Fisica si pretendesse, con una smorfia sprezzante, di condannarli, liquidarli e accantonarli in quanto tali, e di studiare esclusivamente teorie enunciate da “femmine nere americane vive”, la cosa apparirebbe a chiunque una paradossale ridicolaggine (il che non significa che quell’ultima categoria non possa annoverare a sua volta nuove menti geniali, intendiamoci). Ebbene, nelle facoltà umanistico-letterarie sta già succedendo qualcosa di molto simile, e non solo nell’aberrante America.

All’università di Manchester c’era una poesia di Kipling (la famosissima “If”) scritta su un muro. È stata cancellata, e sostituita coi versi di un’autrice cosiddetta “di colore” (espressione, questa sì, fra le più brutte e più stupide che siano mai state concepite: quale cazzo di colore? E gli altri cosa sono, trasparenti?). Il motivo? Kipling è accusato dallo studentame iconoclasta e burino di essere stato “colonialista e razzista”. Come se non fosse altrettanto (o anche più) razzista decidere che la nuova poesia debba PROPRIO essere, guarda caso, opera di un’autrice “di colore”… Ma così, ai loro occhi miopi e imbecilli, giustizia è stata fatta. E mai come in questo caso io trovo sublime il fatto che nella mia Lingua “giustizia sommaria” e “giustizia SOMARA” siano espressioni spietatamente contigue…

Forse il Politically Stronzett non è che una delle tante facce di quel triste fenomeno dei nostri tempi che potremmo definire come virulento revanchismo degli zucconi, degli ultimi della classe, dei bocciati, dei somarelli infingardi, dei velleitari semianalfabeti e misalfabeti. 
Già, perché studiare (dalla tastiera m’era uscito “stupidiare”) i testi di un manipolo di agguerriti bulletti contemporanei (la cui smania di correggere tutto e tutti potrebbe fargli meritare l’appellativo di “correggioni”, con o senza “s” davanti) in fin dei conti, SARÀ ANCHE MOLTO PIÙ FACILE che sgobbare sui polverosi testi di tutti quegli altri cattivoni imperialisti e patriarcali.

Come quasi tutti sanno (o dovrebbero sapere), per i parametri odierni risulterebbe PROFONDAMENTE razzista persino l’illuminato presidente Abraham Lincoln. E allora cosa facciamo, lo sbattiamo nel girone degli infami criminali dell’umanità equiparandolo a Hitler? Oppure, tanto per fare una cosina davvero nuova e un po’ diversa, proviamo a usare il cervelletto? 

Niente è più stupido e sciagurato di un’interpretazione troppo estensiva, permalosa, arrogante, maniacale e totalitaria dell’idea di “Rispetto”.  
Certi malati di mente sarebbero capaci di costringerci ad abolire il sostantivo “destrezza” e gli aggettivi “sinistro” e “maldestro” nel nome del “Rispetto” dovuto ai mancini!!
E se uno si chiama Ammazzalorso di cognome? Lo obblighiamo a chiamarsi Rispettalorso?

Il giorno in cui capirete che “RISPETTARE SEMPRE TUTTO E TUTTI” equivale, se portato alle estreme conseguenze, a NON POTER DIRE PIÙ UN CAZZO DI NIENTE, sarà sempre troppo tardi. 

E per chiudere in bellezza questa prima parte, direi di divertirci a sparare a un bersaglio grosso, cioè nienteippopotamodimeno che a sua maestà “l’insulto sessista”.
Nessuno sembra rendersi conto di come l’espressione “insulto sessista” sia spesso un pleonasmo, una ridondanza, una menata stucchevole, un meme automatico e non pensato, caratteristico di quest’epoca petulante che ha sostituito ai pensieri una social sarabanda di riflessi condizionati burattineschi, di etichettine accusatorie da applicare con la bava alla bocca e il cervello in stand by. (Come tutto ciò che è politically stronzett, del resto). Un insulto è un insulto. È qualcosa di violento, greve, gratuito, volgare, infamante, cattivo, che dovremmo far di tutto per evitare, sempre. Ma è anche qualcosa a cui ti lasci andare quando sei fuori dalla cosiddetta graziadidio. E, quando ci vuole (ammesso che qualche volta ci voglia) dev’essere il più duro e sporco e “liberatorio” possibile. Se saltasse fuori che la maestra d’asilo del vostro adorato bambino è un’aguzzina violenta e una sadica torturatrice, voi, sinceramente, la chiamereste “scemotta” o ci andreste giù (tutti, maschi e femmine) un po’ più pesantelli, scomodando omonimie zoologiche con l’antica città di Ilio?

(Fine prima parte – continua)


giovedì 7 marzo 2019

Milan Kundera - L'INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL'ESSERE

voto: 9

(pag 106)
"Il rumore mascherato da musica la insegue fin dalla prima giovinezza. Quando studiava all’Accademia di Belle Arti doveva passare tutte le vacanze in un cosiddetto cantiere della gioventù. Abitavano in camerate comuni e lavoravano alla costruzione di un’acciaieria. La musica strepitava dagli altoparlanti dalle cinque del mattino alle nove di sera. Lei aveva voglia di piangere, ma la musica era allegra e non si poteva sfuggirle da nessuna parte, nemmeno al gabinetto, nemmeno a letto sotto le coperte, gli altoparlanti erano dappertutto. La musica era come una muta di cani lanciati contro di lei.
A quel tempo pensava che quella barbarie della musica regnasse solo nel mondo comunista. All’estero, ha scoperto che la trasformazione della musica in rumore è un processo planetario che fa entrare l’umanità nella fase storica della bruttezza totale. La bruttezza si è manifestata dapprima come onnipresente bruttezza acustica: le automobili, le motociclette, le chitarre elettriche, i martelli pneumatici, gli altoparlanti, le sirene. L’onnipresenza della bruttezza visiva non tarderà a seguire."

(pag 114)
"Un paio d’anni dopo aver lasciato la Boemia, si trovò del tutto casualmente a Parigi proprio nell’anniversario dell’invasione russa. Si teneva una manifestazione di protesta e lei non poté fare a meno di parteciparvi. I giovani francesi sollevavano il pugno urlando slogan contro l’imperialismo sovietico. Quegli slogan le piacevano, ma all’improvviso scoprì con stupore di non essere capace di gridare insieme agli altri. Non resistette nel corteo che pochi minuti.
Confidò quell’esperienza agli amici francesi. Ne furono stupefatti: «Ma allora tu non vuoi lottare contro l’occupazione del tuo paese?» Lei voleva dir loro che dietro il comunismo, dietro il fascismo, dietro tutte le occupazioni e tutte le invasioni si nasconde un male ancora più fondamentale e universale, e che l’immagine di quel male era per lei un corteo di gente che marcia levando il braccio e gridando all’unisono le stesse sillabe. Ma sapeva che non sarebbe riuscita a spiegarglielo."

(pag 271)
"In una società dove coesistono orientamenti politici diversi e dove quindi la loro influenza si annulla o si limita reciprocamente, possiamo ancora in qualche modo sfuggire all’inquisizione del Kitsch; l’individuo può conservare la sua individualità e l’artista può creare opere inattese. Ma là dove un unico movimento politico ha tutto il potere, ci troviamo di colpo nel regno del Kitsch totalitario.
Quando dico totalitario voglio dire che tutto ciò che turba il Kitsch è bandito dalla vita: ogni espressione di individualismo (perché ogni discordanza è uno sputo in faccia alla fratellanza sorridente), ogni dubbio (perché chi comincia a dubitare di una piccolezza finirà col dubitare della vita in quanto tale), ogni ironia (perché nel regno del Kitsch ogni cosa deve essere presa con assoluta serietà), e inoltre la madre che ha abbandonato la famiglia o l’uomo che preferisce gli uomini alle donne, minacciando in tal modo il precetto divino: «crescete e moltiplicatevi».
Da questo punto di vista, possiamo considerare il cosiddetto gulag come una fossa settica dove il Kitsch totalitario getta i suoi rifiuti."

Il motto a caratteri cubitali verdi che domina dall’alto il mio blog (DUBITARE, DISOBBEDIRE, DISERTARE) non vuol essere soltanto un semplicistico (e doveroso) slogan antifascista, ma si applica anche agli imperativi di precettazione delle rivoluzioni dei Buoni & Giusti & Perfetti (che tali, alla resa dei conti, non si rivelano quasi mai, per non dire MAI). Kundera ci ricorda che le voci delle menti più dotate, intelligenti, originali e oneste sono sempre state e sempre saranno fuori da ogni coro. PARECCHIO fuori.
Per tornare all’Insostenibile leggerezza dell’essere, quello che rifiuto è ciò che Kundera genialmente designa come “il Kitsch della Grande Marcia”.
Mi scopro insomma in sintonia con questo grandissimo autore di cui avevo solo sbiaditi ricordi di vaghe suggestioni adolescenziali.
Lettura (o rilettura) che consiglio appassionatamente a tutti.

venerdì 22 febbraio 2019

L’eretico recidivo (flambé): se le penso, le dico.

ERESIE ALLA GRIGLIA
E L'ACCIDENTE CHE VI PIGLIA

UN
Di solito scrive maluccio ma in compenso declama da dio, con molte smorfie e spasmi, gesticolando e drammatizzando ogni sillaba, lui sì che sa donare spessore e giusta quantità di saliva a ogni preposizione, nobilitare una pausa, valorizzare con navigato istrionismo un peto sfumato o un punto e virgola appena sfornato. La resa televisiva è superba! Ah, non averci pensato prima! Raschiato il fondo del barile dei registi, del paiolo dei cuocuzzi e del badile dei cantanti, è adesso decisamente lui, l’attore di cinema, la nuova miniera autoriale nel Paese Che Odia Gli Scrittori.

DUE
Vedo che ultimamente tutti parlano dell’ennesimo famosoide gossipparo cavalcato da certa editoria senza vergogna. Be’, ragazzi, io sono alto quasi due metri e soffro di problemini di schiena, e non mi va più di abbassarmi troppo. Quindi perdonatemi se stavolta non scenderò giù a vedere. (Uno dei miei detti latini preferiti è “Aquila non captat muscas”. Letteralmente, l’aquila non cattura le mosche. E di certo non si cura dei gusti escrementizi di queste ultime.) 

TRE
Agli scrittori-bussola continuo a preferire gli scrittori scombussolati. Se diventano edificanti esempi di felice e disciplinata normalozzità conformista anche gli artisti (e le loro opere), siamo veramente alla frutta. Marcia.

PEPPEREPPÈ
Un paio di domeniche fa, sul giornale comprato da mio padre, buttai un occhio all’anteprima di un nuovo (e già precocemente superpompato) romanzo italiota. Un paio di lenzuolate di pagine culturali, neanche si trattasse di Dostoevskij. Non chiedetemi di chi invece si tratti: non mi va di fare pubblicità involontaria, in questi casi si dice il pescato ma non il pescatore (ne accennai tempo fa: è il tizio che si vantava di scrivere solo calzando scarpe inglesi, nuovo discutibile pupillo dei signorotti della cultura, in rampa di lancio tra squilli di tromba preregistrati). Comunque, dopo qualche minuto risollevo l’occhio ferito, non saprei dire se più per la bruttezza dello stile o per la banalità degli argomenti, per l’esordio squallidotto della storia (un professore sposato “si fa” una studentessa, ovviamente nelle latrine dell’università; poco più avanti la prode mogliettina già sottopone la ragazzuola a un molto stucchevole interrogatorio) o per l’insipida pretenziosità dei dialoghi che mi rendono ogni personaggio antipatico al volo. Risollevo l’occhio annoiato da tanto déja vu (s)coppiettistico, dall’introspezione saccente tipo manualetto di antroposociologia sessuale, sconcertato e deluso da tanta celebrata pochezza, dalla presunzione di voler aggiungere parole “colte” e originali su miserie trite e ritrite come la psicologia del tradimento nel matrimonio contemporaneo. (Il registro attualmente in auge qui da noi pare essere l’insulso-erudito: dire cose risapute e dozzinali ma farle dire da personaggi-professorini capaci di costruirci sopra irritanti elucubrazioni, personaggetti in fregola che potresti ritrovarti in qualsiasi reality che si mettono a sdottorar liturgie sui propri cazzi perché loro – purtroppo, in questi casi bisogna dire purtroppo – hanno letto libri, basti pensare alla mogliettina agente immobiliare che subito si mette a citare a tambur battente nientemeno che un trancio dell’incipit di Lolita, banalizzandolo per sempre.) 
Ma scrivere male è diventata una moda? Senza dir nulla hanno imposto una “scrittura moderna” che (volutamente!) sta alla buona Narrativa come “l’arte moderna” (Cattelan & Company) sta a Michelangelo? Fortuna che in altre parti del mondo sembrano non essersene accorti: forse il colpo di stato della mediocrità si è verificato soltanto in certe nostre redazioni. Me ne torno a stragodere il mio caro José Eduardo Agualusa (se ancora non lo conoscete, leggetelo!), tutto contento e soprattutto zitto zitto, prima che magari avvertano anche lui. Lo avvertano di che? Che scrivere bene, divertire il lettore e dire qualcosa di nuovo non si usa proprio più.

E BUM!
Perché dovrei leggere uno come il celebratissimo Javier Marìas, se sostiene che i suoi libri gli sembrano “abbastanza brutti"?
Come dovrei considerarla: untuosa falsa modestia? Perfezionismo fuori luogo? Sconcertante sincerità?
Già le recensioni negative che ho trovato in giro (poche, per essere onesto, ma che paiono ben calibrate sui miei gusti e sulle mie allergie) non mi invogliavano per nulla (accusato di essere prolisso, pedante, noioso, eruditoide, di non avere niente di nuovo da dire, niente di diverso da indagare che il solito coppiettismo etero in crisi, insomma tutto ciò che NON amo in un romanzo e in uno scrittore…)
Ma se poi devo sentirmi dire che sono abbastanza brutti pure per te che li hai scritti, leggiteli tu!

CONDIRE, E GIRARE L’ERETICO SUL LATO ANCORA CRUDO
Se certi nostri illustri personaggetti editoriali si fossero occupati di pittura ai tempi di Vincent Van Gogh, probabilmente gli avrebbero suggerito, non senza arroganza, di essere più accurato nel disegno e di usare colori più tenui. “O non diventerai mai un pittore!”. Dopodiché si sarebbero messi loro medesimi personalmente di persona a dipingere quadri bruttissimi. E premiatissimi.


lunedì 4 febbraio 2019

Michel Houellebecq - SEROTONINA

voto: 8

Se non è il miglior Houellebecq di sempre ci va molto vicino. Coraggioso, corrosivo, (auto)ironico, visionario, incline a provocare e a scioccare, spietatamente lucido (giustamente spietato con gli uomini persino più di quanto non lo sia – sempre giustamente – con le donne), capace di continui guizzi dal tetro all’esilarante e dall’esilarante al tetro, e sempre (malgrado la parte finale sia di una tristezza agghiacciante, assoluta e depressiva) sempre tragicomico (o mesto-umoristico) fino al midollo: tutte qualità senza le quali si può anche essere banali scriventi o noiosi scribacchini, ma non si potrà mai essere Scrittori. Lui lo è. 
(Con tutti i suoi limiti, e penso per esempio a certe parti storico-architettonico descrittive abbastanza superflue, e che paiono prese pari pari da wikipedia, o da un dépliant per turisti della domenica. In generale la sua scrittura produce in me uno strano e movimentato grafico con picchi elevatissimi, alcune cadute in una sciattonaggine probabilmente funzionale e voluta, e molto piattume, anche se per essere certo che non si tratti di pecche nella traduzione dovrei trovare il tempo di affrontare la versione originale. Mentre lo leggo, con la mia mania forse un po’ stupida, da quel maestrino che non sono e non vorrei mai essere, di dare voti ai libri, oscillo più volte dal 10 al 6, e si tratta forse dell’unico autore con cui sempre mi capita una reazione simile, e non riuscirò mai a decidere se tutto ciò, se questo essere perennemente disorientato al suo cospetto, sia segno di una sua assoluta grandezza o di irrisolta e irrimediabile incompiutezza – in ogni caso ecco spiegato il motivo per cui alla fine decido di assegnargli una media di 8).

«È sbagliato che due persone che si amano parlino la stessa lingua, è sbagliato che possano davvero capirsi, che possano comunicare con le parole, perché la vocazione della parola non è creare amore bensì divisione e odio, la parola separa man mano che avviene, laddove un informe balbettio amoroso, semilinguistico, il parlare alla propria donna o al proprio uomo come si parlerebbe al proprio cane, crea la condizione di un amore incondizionato e duraturo. Se almeno ci si potesse limitare a concetti immediati e concreti – dove sono le chiavi del garage? a che ora viene l’elettricista? – potrebbe ancora andar bene, ma più in là inizia il regno della discordia, del disamore e del divorzio.»

«Il suo passato la relegava nel settore culturale, e si trattava di un malinteso, perché il suo sogno era lavorare nel cinema d’evasione, lei stessa andava a vedere solo film immediatamente accessibili a tutti, aveva amato Le grand bleu e ancor di più Les visiteurs mentre il testo di Bataille le era sembrato “totalmente idiota”, e la storia si ripeté con un testo di Leiris nel quale fu coinvolta poco dopo, ma il peggio fu senza dubbio la lettura di un’ora di Blanchot per France Culture, mi disse che non avrebbe mai immaginato che potessero esistere stronzate del genere, mi disse che era incredibile che si avesse il coraggio di proporre al pubblico idiozie simili. Per parte mia non avevo alcuna opinione su Blanchot, ricordavo solo un divertente passo di Cioran nel quale spiega che Blanchot è l’autore ideale per imparare a battere a macchina, perché non si è mai “disturbati dal senso”.»

«Dio è uno sceneggiatore mediocre, è questa la convinzione che quasi cinquant’anni di esistenza mi hanno portato a maturare, e più in generale Dio è un mediocre, nella sua creazione non c’è niente che non abbia il segno dell’approssimazione e dell’insuccesso, quando non quello della cattiveria pura e semplice, ovviamente ci sono eccezioni, ci sono per forza eccezioni, la possibilità della felicità doveva sussistere già solo in quanto esca…»



lunedì 14 gennaio 2019

Tarzan e il Reddito di Cheeta Dinanzi


Tarzan aveva mangiato pesante (ippopotamo fritto) ed ebbe un bruttissimo incubo.
Il Reddito di Cheeta Dinanzi gli aveva permesso di sposare Jane. Ma quella, trasformatasi da amante selvaggia in mogliettina-tipo, aveva preso subito a scassare: e perché non si vestiva come diceva lei, e perché non aiutava a pulire bene la casa sull’albero, e perché i soldi non bastavano mai, e perché non riusciva a metterla incinta malgrado lo stesse obbligando a copulare diciotto volte al giorno, distruggendolo. Ma questa era solo la più piccola delle seccature arrecategli dal meccanismo del Reddito di Cheeta Dinanzi, che gli stava sconvolgendo la vita e anche corrodendo un pochettino la minchia. Ogni santo giorno il sindaco della Giungla lo convocava per un’oretta di lavoro volontario per la pulizia del sottobosco della medesima, e quasi sempre l’oretta diventava due ore e tre quarti. Ogni porca mattina doveva presentarsi al Collocamento Forestale per dei noiosissimi corsi obbligatori, in cui tentavano di insegnargli cose che non gli interessavano, e per le quali non era portato: tenere la contabilità in un ufficio, vendere aspirafoglie di ramo in ramo, protocollo dei call center. Ogni tanto riceveva le visite a domicilio di un fastidioso ispettore incaricato di accertare, con minuziose misurazioni, che la metratura della casa sull’albero non comportasse decurtazioni dell’assegno del Reddito di Cheeta Dinanzi, e già che c’era ficcava il naso nelle sue scorte di frutta e di crodino. Tarzan cominciava a non poterne più. Era esasperato e anche parecchio incazzato. Non ci capiva più niente: se il reddito era di Cheeta, perché non se lo teneva quella dannata scimmia, e non se la faceva sconvolgere lei, la vita? 
Nel rispetto del meccanismo del Reddito di Cheeta Dinanzi cominciarono ad arrivargli le proposte di lavoro. La prima proposta prevedeva che andasse a vendere assicurazioni ai gorilla a novanta chilometri di distanza. Tarzan rifiutò la prima proposta. La seconda proposta prevedeva che andasse ad abbattere piante e a liberare la foresta dalle liane a duecento chilometri di distanza, nell’ambito del nuovo piano di Crescita “asfaltiamo la giungla, che bello”. Tarzan rifiutò la seconda proposta. La terza proposta prevedeva che se ne andasse a mille chilometri di distanza a fare il minatore moribondo. Tarzan rifiutò anche la terza proposta e finalmente l’incubo finì. Si svegliò, e tutto era come prima: Jane lo deliziava del suo amore ma non scassava mai, nessuno veniva a dirgli cosa dovesse fare o non fare, lo stomaco aveva ripreso a funzionare, e Cheeta, com’era giusto che fosse, non percepiva nessunissimo assegno ricattatorio. Tarzan sorrise, mollò una piccola scorreggia d’assestamento e sospirò di sollievo. Era di nuovo libero, com’era sempre stato. 


mercoledì 2 gennaio 2019

Compatisco

Compatisco (ma bonariamente, lo giuro, bonariamente) chi non conoscerà mai il potere delle parole scritte. Adoro il cinema (arte sublime ed emozionante) e guardo in media un film al giorno, spesso con estrema soddisfazione e goduria, ma coloro i quali qualche decennio fa sostenevano che i film erano destinati a sostituire i romanzi (come se ne rappresentassero una semplice “evoluzione” tecnica) erano dei poveri fresconi che non capivano un beato cazzo. 
Il potere evocativo e magico delle parole scritte: ne fai cozzare una contro l’altra anche solo due o tre, ed ecco sprigionarsi scintille capaci di creare un nuovo mondo a sé stante, in cui ti puoi immergere, bearti, estasiarti, perderti, spaventarti, commuoverti, consolarti. Una semplice combinazione di venti o trenta parole particolarmente energica, originale, geniale, può farti rimanere imbambolato, incantato per tutto il tempo che vuoi, a leggerle e rileggerle e riguardarle e ripensarle e trarne ispirazione per una durata superiore all’intera scena di un film, all’intera puntata di una serie tv diluita nella furba insulsaggine come vino annacquato da un vinaio imbroglione. 
Ultimamente leggo molto di più (e leggevo già parecchio) e cerco di scrivere meno, ma meglio, sempre meglio. (Quanto a riuscirci, non starà a me giudicare). In un mondo con miliardi di libri, di cui il 99,99% è fuffa per non dir di peggio (e lo stesso vale, purtroppo, per i film), si dovrebbe scrivere solo in uno stato di grazia e di ispirazione esaltata e semidivina, per contribuire a creare nuovi mondi meravigliosi, e se in quel dato momento o in quel dato periodo non ti trovi in tali condizioni, se non sei all’altezza di concepire un capolavoro o almeno di provarci, tanto vale ricaricare le batterie e nutrirsi di ambrosia infuocata leggendo i mondi creati dalle migliori scintille degli altri, tanto vale fermarsi un attimo nell’ozio benedetto e fecondo, piuttosto che diventare impiegatucci della parola semitruffaldini, che scagazzano la loro ulteriore insulsa superflua diarrea di pagine da spacciare per letteratura presso gente che non capisce un cazzo, o che non vuole, preferisce, ha convenienza a non capire un cazzo, per bassi, sempre più bassi e deprimenti motivi commerciali, di convenienza più o meno mafiosa o di personale vanagloria. 
Non mi stancherò mai di ripeterlo: proprio perché le Parole possiedono un potere evocativo e magico, non c’è bestemmia peggiore dell’usare parole deboli o mediocri. (E perder tempo a leggerle è forse pure peggio, a meno che non capiti per sbaglio, e non troppo spesso). 
Perché anche le parole deboli o mediocri hanno il potere di creare mondi. Mondi di merda. Aborti imperdonabili.

Naturalmente parlo per me. Da artista individualista quale sono, non ho nessun interesse a propormi come leader di un nuovo movimento o di una nuova corrente, né tantomeno come uno stronzo capo cosca o capo conventicola, con la pretesa di dire agli altri cosa debbano fare. (Quale altro stramaledetto “ismo” dovrei mai fondare? Il perfezionismo? A volte la perfezione è noiosa. E poi chi la definisce, la perfezione? Io no di certo). È solo una pura questione di coscienza personale. E di spietata onestà autocritica: se in un certo campo mi sentissi un bluff o un mediocre, cercherei di fare qualcos’altro, perché la vita è breve, e peggio del passarla a prendere per il culo gli altri c’è soltanto il passarla a prendere per il culo se stessi. Fino a qualche mese fa ero convinto che bastasse essere bravi, avere qualcosa da dire e fare del proprio meglio (chi vuole, colga pure della grande ironia in quel “bastasse”, vista la mediocrità imperante che ci ammorba, neanche il titolo per la nostra Era fosse “Colpo di Stato dei mediocri”!) Adesso ho capito che essere molto bravi non basta – e più quest’aspirazione a eccellere suonerà in controtendenza col mondo, più mi ci avvinghierò! – ho capito che con me stesso dovrò essere molto, molto, molto più esigente. Ma nessuno è costretto a seguirmi. Per carità. Anche perché mi è ben chiaro che io, per uno strano e misterioso destino (potrei chiamarlo Destino-Morselli), resterò un fallito (inascoltato, incompreso e deriso) anche il giorno in cui dovessi riuscire (e non è detto vi riesca) a diventare il più bravo di tutti. Tutto è vano. Tutto è inutile. Ma ci sono inutilità meravigliose come galassie luminescenti. La grande scrittura è una di queste. E se qualcuno preferisce scorreggiare nel buio, in cambio dei disgustosi applausi (e dei disgustosi soldi) di qualche stupido imbecille, affari suoi. Gli affari sono affari. E, come tutti sanno, nel mondo di oggi non vi è affare più redditizio della spazzatura.

Le mie migliori letture nel periodo pre e post natalizio: consigliatissime!