"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"

SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

sabato 9 novembre 2013

Intermezzo sgaruppo fresco di jurnata

LA BRAGAMUTANDA

Il mio corpo umano dal sputo di vista organistico contiene delle cose unpo brutte dette anche con rispetto parlando “fetenzìe”, e in grecolatrino “prudenda”. Il Signore Progettista però he stato assai Eugenio e le a raggruppate tutte nella stessa zona malfamata del corpo, così per coprirle moltobene basta na cosa chiamata bragamutanda. Esse sono (duepunti elenca bene le fetenzìe) i peli pubblici, l’occiello e un par de cojoni, che in certi putacasi arrivano a somare 3 col proppietario. Poi ci sta lu bucoduculo, che però essente brutto e spuzzuloso he diventato timido e si he messo un po sconduto da laltra parte ma sempre a tiro di bragamutanda, e il nonno Artemio sclerotico dice sempre che sto bucoduculo bisogna averlo a senso unico da stare atentissimi con vigilanza urbana pecchè he meglio che di stronzi ne escono parecchi ma non ne entra nisciuno, o soccazzi (in tutti i sensi, dice sempre lui). Eppoi la Pubicità a diciuto che un fetentone su cinque s'offre di inculazione precoce, che sono scherzi coi fiammiferi 'int'u culo per vendere appiù medicine e si finisce drittifilati in galera, eppoi drittifilati si usce pecchè ci stanno l'Amnesia e l'Insulto.

In copp’a l’occiello ci sta na pellicina svergognata che si chiama “pretuzzo”, che la prozzia Carboidrata m’a diciuto che si appella accussì pecchè he la parte di noi regazini preferita da molti prevveti, però mica tutti, presempio il nostro, Don Purscé, preferisce scupacchiarsi li fimmini spusati, che qui non conviene mai dire a qualcuno per strada “figlio dun prete”, che poi magari he vero e si offende a roncolate, opure ti spara un po a dosso.

Da l’occiello anco se il buco he piccolo possono uscire per magia molte varie cose come piscio, panna sborata, malatie, renella, spiattole, adsl, spermi di zoo e spuzza. Se invece esce sputacaso lu catarro vi conviene farlo controllare. 

Poi ci sono le glande che non ho caputo ‘ndostanno (ma fare atenzione ai maiali e ai cingolati che ne vanno ghiotti e diventa pericoloso, specce le scrofe coi latticini che gli gira sempre la madonna, dice la zia Protomartira).
La bragamutanda he una venzione molto comoda, pecchè uno può tenere la stessa per coprire tutte chiste fetenzìe anche per molti mesi, fino a quando lei non si scoccia di essere sempre lei a farsi il culo in quei pustàzz, e allora prende a diventare gialla e marrone, che he un sistema elettronico del tessuto tecnologico per segnala-re che fra unpo he ora di cambiarla, però con comodo.

Poi ci stanno le recchia (piussù), che mi raccomando dovete sempre misurarle tutti i giorni che non diventano troppogrosse, pecchè mio patre a diciuto chiaro che se divento orecchione mi disarreda. Per non farmi disarredare a cazzotti e spranga e darci le soddi sfazioni debbo diventare nu Vero Uomo, che in gergo si dice anco “Pregiuddicato” (e deve tenere le urecchie piccole). 
Limportante nzomma he non diventare a Dumbo. Un mio amico da piccolo aveva i recchioni però a una recchia sola e he ito a lospedale dove l’ornitorinco lhà ringoiata. Il poveretto he rimasto unpo zoppo di recchia: una normale e una unpo monca, ma tanto mica ci deve caminare.

Le prossime cose del mio corpo umano magari ve le dico natra vota, che adesso m’aggia nupoco rott’ecazze. Che a scrivere troppobene si stanca la minchia. E poi se lo viene a sapere la Strega ti “premmia”, che devessere una cosa molto brutta.


giovedì 17 ottobre 2013

Paolo Zardi - IL GIORNO CHE DIVENTAMMO UMANI


Paolo Zardi
Pagine 203 € 14
Voto: 9 

Attendevo il nuovo libro di racconti di Paolo Zardi con la stessa impazienza con cui un bambino, la mattina di Natale, aspetta di scoprire i doni sotto l’albero. Me lo sono divorato avidamente, e non ne sono rimasto deluso. Anzi, è riuscito a stupirmi in positivo, cosa che non ritenevo più possibile. Inutile malignare: io non dico che Paolo scrive bene perché è mio amico fraterno (come farebbe l’intellettualozzo italiota medio). Semmai è vero il contrario: Paolo è diventato mio amico fraterno proprio perché scrive divinamente bene (mi ci vedete amico fraterno di Moccia? O della tizia delle 50 flatulenze vaginali – e relative imitatrici?) 
Pochissimi sono oggi gli scrittori italiani (e gli artisti in generale) all’altezza dei loro corrispettivi internazionali, dai quali, come squallida e deprimente conseguenza dell’essere un paese meritofobico, raccomandereccio, imbecille e mafioso, ci separa una voragine sempre più spaventosa a livello di talento, intuizione, brillantezza, originalità, professionalità, passione, dedizione, ispirazione, vocazione vera. Paolo Zardi è uno di quei pochissimi. Lo capiresti già leggendo un pezzo a caso sul suo blog, grafemi, al confronto del cui delizioso, prelibato livello intellettuale tante redazioni culturali di grandi giornali dovrebbero esporre il cartello: “chiuso per vergogna”. (Della tv e di chi la considera buona consigliera, perdonate il mio snobismo, non mi abbasserò a parlare).

Vi dico subito che non sarà (per fortuna) una lettura spensierata o futile. Siamo di fronte a un libro cupo e duro, pur se qua e là venato di quella leggerezza cui solo i grandi sanno attingere, nel quale Paolo Zardi affronta il dramma della condizione umana senza fare sconti, e senza voler elargire, né a sé stesso né al lettore, comode quanto illusorie speranze. Uno dei punti di forza, che spinge a desiderare che il libro non finisca mai, è dato dalla varietà: di personaggi, di argomenti, di situazioni. Ogni racconto è un mondo, o più mondi, e anche i finali, pur se in genere amari, sono poco apparentabili fra loro: a volte atroci, a volte ironici, a volte tragici, a volte lirici e struggenti (immagini di cani sotto il sole che “aspettano di diventare sabbia”), e quasi tutti aperti. Paolo sa che per fare lo speleologo nelle viscere dell’animo umano (cioè per fare lo Scrittore, che nel 2013 non può essere soltanto un canta-storie tramute o un menestrello del cazzo) bisogna essere pronti a trovare, e sperimentare dentro sé stessi, di tutto: pericoli, orrori, infezioni, ignominie, e in special modo puzze: l’afrore chimico del desiderio, il tanfo putrido del conformismo, il fetore della schiavitù, le acri esalazioni della malattia, i miasmi di galera delle vite standard (penso alla diabolica, spietata, esilarante ESATTEZZA di Addio al celibato). Eppure l’Autore non si tappa il naso, né fa nulla per confondere i nostri con artificiosi olezzi di lavanda. Ma al tempo stesso riesce a venire a capo dell’incubo per raccontarne con levità e commosso stupore, senza mai calare la mannaia di un giudizio definitivo o preconfezionato (o peggio ancora adulterato da quegli sciocchi schemini ideologici di seconda mano che nello Stivale vanno sempre per la maggiore). Non biasima le debolezze dei suoi personaggi, ma nemmeno ne fa quell’apologia facilona, adesiva e banale che fanno tanti altri: semplicemente dà loro VOCE. Magari lascia trasparire il suo sgomento, ma non li condanna per quella che è la loro, cioè la sua, cioè la nostra, infinita fragilità, e anzi cerca, per quanto possibile, di amarli. Sì, di amarli. Tutti, o quasi. Perché sa che ognuna di quelle follie, ognuno di quei baratri, in qualche modo, lo riguarda e ci riguarda, in quanto parte dell’es-sere, ci piaccia o no, umani. 
Ho fin qui parlato di odori sgradevoli che promanano dall’umano. Ma sarei impreciso se non dicessi che in questi racconti ci sono anche gli inebrianti profumi della tenerezza e dell’amore, soprattutto verso i figli: non c’è riga in cui non si percepisca che chi scrive è un Padre, e che i suoi sono bambini fortunati.

Non mi dilungherò sui singoli racconti per non levarvi il piacere della scoperta. Dico solo che ho trovato geniale il terzo, Fiat Duna, che scandaglia in profondità, con coraggio e acume disarmanti, il senso di colpa di un uomo che si rende conto di provare vergogna per la bruttezza della moglie e della figlia, e di vergognarsi (non abbastanza?) con sé stesso per tale vergogna. Vicino alla mia idea di perfezione è poi La stella marina, in cui un professore di zoologia con un tumore al cervello scoperto per caso arriva a formulare questi pensieri sulla vita: 
“Le piante erano una curiosa escrescenza carbonica della crosta terrestre, i celenterati sacchetti di succhi gastrici con una bocca e un buco del culo; i pesci sembravano automi semoventi incapaci di intendere e volere, e le formiche cellule ottuse di un organismo molto più grande, e altrettanto ottuso. Una vita a forma di leone mangiava una vita a forma di antilope: cosa moriva, sotto la ferocia di quegli attacchi? Aveva incentrato la tesi di laurea sulle tenie, lunghe strisce di cellule che crescevano nell’animale che le ospitava: guardandole, chi avrebbe potuto pensare che la vita fosse un miracolo, o almeno qualcosa di importante?” 
Maestro inarrivabile anche nell’uso del linguaggio scientifico per dare l’idea della paurosa assurdità delle dinamiche, naturali o sociali, cui soggiaciamo (a volte sembra di sorseggiare un Leopardi corretto Houellebecq), coi suoi lucidissimi e terrificanti racconti Zardi ci dimostra, forse senza volerlo e di sicuro senza presunzioni, che la Scrittura, quando giunge alle sue vette più eccelse, è Miracolo altrettanto bello, inspiegabile e importante della vita stessa, se non di più. 

Paolo Zardi

Lui non lo dirà mai, perché è un uomo generoso verso tutti, pieno di bontà e di umiltà, ma se Paolo Zardi vivesse in America, scriverebbe (se ne avesse voglia) sulle pagine letterarie del New York Times, i suoi libri sarebbero in classifica, e avrebbe vinto già qualche premio. In italiA, paese delle conventicole di petomani accademici, non lo conosce quasi nessuno, e questo è un peccato mortale.
Grazie anche a un giornalismo di livello men che modesto, sfacciatamente al servizio dei più squallidi imperativi commerciali (o politici), e che ormai non fa nemmeno più finta di compiere il suo mero dovere – quattro righe per informare del fatto che certi libri belli onesti e meravigliosi ESISTONO – il suo precedente capolavoro, Antropometria, splendida raccolta di racconti con cui ha esordito nel 2010, sempre con la Neo edizioni, è passato inosservato (e stiamo parlando di uno degli esordi più promettenti del panorama europeo e mondiale: come se Cechov e Carver si fossero reincarnati in una persona sola), al pari del successivo romanzo La felicità esiste (Alet, 2011). 
E tutto ciò fa rabbia, perché basterebbe un minimo, ripeto, di informazione (magari negli spazi di cui lorsignori abusano per renderci partecipi, a mo’ di marameo, dei premiozzi rastrellati quotidianamente dai loro vicini di scrivania Fufy, Boby e Bubu: l’uncinetto letterario d’oro, il tartufo poetico d’argento, l’escremento narrativo di bronzo) per raggiungere, e rendere felici, tantissimi potenziali lettori ed estimatori: non certo i milioni che comprano le patacche cazzofigacee vendute a rotoli nei supermarket, ma alcune migliaia sicuramente sì, migliaia di ottimi lettori italiani defraudati della possibilità di sapere che certi romanzi e certi racconti, ogni tanto, anche in italiA, grazie a editori come la Neo, si stampano!
E allora l’informazione, porca puttana, proviamo a farla NOI. È noto che, purtroppo, quando si parla di successi basati sul passaparola, quasi sempre si tratta di passaparola artificiosi, alimentati ad arte dal mercato del pesce mediatico-editoriale, sempre più infallibile, bullesco e devastante, mentre quelli spontanei, tristemente, si arenano. Ma se un giorno dovessimo riuscire, per magia, a decretare il successo di un buon onesto libro davvero soltanto col nostro parlarne e poi riparlarne e poi ancora parlarne, quello sarebbe un giorno di vittoria e di esultanza, perché da quel giorno potremmo finalmente porre le basi per provare a mandarli a casa tutti: gli usurpatori, i mercanti nel tempio, i costruttori di templi abusivi e i loro muscolosi (ma al tempo stesso mummificati) buttadentro dall’alito mefitico. 
Proviamo a cominciare con questo? 
In un'epoca in cui dire "scrittore italiano" suona strano quanto dire "sciatore ugandese", incontrarne uno sul proprio cammino è sempre, credetemi, una gioia immensa, che confina con la commozione. Anzi, ci sconfina dentro, vi irrompe, alla grande, provocando lacrime di gioia e d’incredulità. Quindi, quando capita, non siate egoisti o pigri: fatelo sapere anche agli ALTRI.

Insomma: se v’interessa l’Eccellenza, sapete cosa fare. Se invece v’interessa scoprire, dopo 500 pagine di piattume (o di pattume), chi ha trafugato la supposta radioattiva da cacciare in culo al maggiordomo (che ovviamente è una spia russa eptagiochista) sapete dove andare (o dove vi mando io).
E sopra ogni altra cosa, nei secoli dei secoli, tenete presente il monito da cui potrebbe dipendere la vostra salvezza: non fatemi incazzare.

Parola di Scriba.



martedì 8 ottobre 2013

UNA LINGUA MADRE È MOLTO PIÙ DI UN REQUISITO PER IL LAVORO: NO ALL’AUTOSTUPRO A FINI DI LUCRO, NON LASCIAMOCI COLON-IZZARE!

FILM DOPPIATI? SÌ, GRAZIE!!

Un recente intervento della ministra Carrozza, condivisibile sotto vari altri aspetti, si è concluso con un auspicio che mi ha lasciato piuttosto perplesso: la graduale diminuzione, sino a giungere magari alla totale eliminazione, di doppiaggi italiani per film e programmi stranieri, affinché i bambini, i ragazzini, e con loro la popolazione intera, possano essere facilitati nell’apprendimento delle lingue originali, e in particolare dell’utilissimo e indispensabile inglese.

Davanti a teorie di questo tipo, la mia reazione non riesce mai a essere univoca.
Da un lato non posso non pensare che se padroneggiassi l’inglese (o il francese) al livello di una vera lingua madre, potrei già da tempo essere felicemente scrittore in paesi più intelligenti e civili, affrancato da meritofobie, politicizzazioni, favoritismi, nepotismi e puttanismi italiosi. In altre parole, se per liberarci dalla prigione italiA e dalle sue stupide cosche dobbiamo (parzialmente?) liberarci dall’Italiano, anche se è una delle lingue più ricche e più belle del mondo, magari è giusto provare a farlo. (Spassoso però lo spettacolo di giornalistozzi-scrittorelli che frignano perché l’italiA è “fuori mercato” per i Talenti, fingendo che nel LORO campo vada tutto come deve andare!)

Al tempo stesso, non posso non scorgere in tali atteggiamenti gli schifosi virus del gregariato mentale, del provincialismo, della sottomissione volontaria, del servilismo, della leccaculaggine. Tipo quelli che in una nuova tassa italiana che gli italiani dovranno pagare al fisco italiano c’infilano la paroletta angloide “service”, come se una nuova tassa non fosse già abbastanza antipatica di suo, senza bisogno di aggiungerci un nome sciocco e fuori luogo e culturalmente autostuprante. O quelli che invece di dire “mobile” dicono “mobàil” perché l’hanno imparato dall’odiosa pubblicità radiofonica e televisiva. Movaff… O quei patetici cronistelli che all’estero non saprebbero ordinare un caffè in un bar, però nei servizi per le tv italiane credono di farsi belli farfugliando “sold out” invece di “tutto esaurito”, o “rumors” al posto di “voci”.

Forse, se la lingua mondiale del profitto, della politica, del tecnoglionimento, dell’economia iperconsumista, dello sfruttamento e dello schiavismo anziché l’approcciabile inglese fosse il più ostico e astruso cinese (e non è detto che non lo divenga, presto o tardi), oppure il giapponese, il russo o l’arabo, certi capoclasse saputelli e faciloni sarebbero un po’ meno zelanti nell’auspicare genuflessioni mentali e linguistiche. L’orgoglio di una nazione – la Francia insegna – si vede da queste cose, non dall’inquinare il cielo con le frecce tricolori.

p.s. approfitto per dire comunque Grazie ai bravissimi Doppiatori italiani, che col loro stupendo e superprofessionale lavoro mi hanno permesso per tutta la vita di stragodermi i più bei film tradotti magistralmente nella mia lingua. Così bravi che spesso gli attori sembrano parlare italiano persino nel labiale! [Almeno un paio di famosi attori americani hanno dichiarato di preferirsi di gran lunga doppiati in italiano: per la bravura del doppiatore, per il timbro della sua voce, per la bellezza fonetica della nostra meravigliosa lingua.] Che la mia sia solo pigrizia? Benissimo. L’ho sempre detto lo Zio è il padre dei vizi, e che Pigro è bello (oltre che cosa buona e giusta, nostro piacere e fonte di salvezza)! E poi, visto che si parla sempre (e spesso a sproposito) di difesa dei posti di lavoro, perché mai rompere i coglioni a eccellenti lavoratori come doppiatori, traduttori e interpreti? Un lavoro che non inquina e ci migliora e abbellisce e facilita la vita, e tutti a dargli contro. E tutti a strepitare invece per la riapertura di fabbriche venefiche…

ERESIA SUPERFLASH

Un intero stadio CHIUSO per colpa di alcuni "cori" a malapena udibili e cantati, in trasferta, da frange minoritarie di fecciolina ultrà. (Ho visto la partita e non ho captato nulla, mentre ho sentito i tifosi di casa, in soverchiante maggioranza, imperversare coi loro slogan da Lord: "Ci sentiii?! Pezzo di merdaaa...") Chiuso a TUTTI, anche a chi ha fatto sacrifici per pagarsi un abbonamento.
La psicotica fregola antirazzista delle autorità calcistiche non solo sconfina (oltre che nel patetico) nell'illegale e nell'incostituzionale, e nella violazione dei più elementari diritti individuali (e del buon senso) ma ha talmente devastato i testicoli da farmi venir voglia di DIVENTARE razzista per provocazione. E a proposito: ma se io scrivo che i napoletani mi stanno simpatici, compio una grave "discriminazione in base ad appartenenza territoriale"? Mavaff...
A quando retrocessioni in serie D per un "arbitro cornuto" sussurrato da un singolo vecchietto, ma col labiale intercettato da qualche fanatico piedipiatti del bon ton da stadio? E intanto petardi, bombe carta e fumogeni continuano a farla da padroni, a rendere inguardabili le partite e pericolosi i luoghi in cui si svolgono. Complimenti vivissimi.
"RESPECT" è la parolina magica che manda in visibilio gli accigliati e irreprensibili professorini di etica pallamutandara della Fifa (gli stessi che hanno assegnato i mondiali 2022 al Qatar, per motivi sportivi e culturali, suppongo). Ma anche castigare pesantemente chi non c'entra per nulla denota mancanza di rispetto. Oltre che d'intelligenza.



martedì 1 ottobre 2013

COME AS YOU ARE



DOVE C’È AMORE C’È CASA

Sia chiaro che il mio condividere questo ormai vecchio spot francese (col ragazzino innamorato del compagno di classe ma pronto a regalare un sorriso di indulgente compassione all’antiquato e poco fantasioso padre che per lui auspica, manco a dirlo, “una ragazza”) non vuole essere un atto contro Barilla. Ma semmai una parziale giustificazione di Barilla. E mi spiego.
Lo spettatore italiota medio, quello che da mattina a sera s’imbeve il cervellino di tv (e radio) commercialoidi e si rincitrullisce di spot pubblicitari, è notoriamente (ditemi se sbaglio, o se sbaglio di molto) persona bigotta, ignorante e criptofascista (criptobalilla?). Nel caso sia di sesso maschile, è un machoide belluino affolla-mondo, un bullo omofobo, eroticamente inabile e sentimentalmente avaro, capace di arrivare a guardare con sospetto persino l’invito alla Tenerezza di Papa Francesco. E la pubblicità deve mirare al bersaglio grosso e grossolano, giusto?
E allora (premettendo che per me uno spot pubblicitario è sempre e comunque qualcosa di fastidiosissimo, e mi stimola pruriti di boicottaggio), se i signori di McDonald (ma credo sia capitato a tanti altri) ne mandano in onda uno intelligente e coraggioso nella civile Francia, ma si guardano bene (per cinismo? per puro realismo? per calcolo? per ipocrisia? per paura?) dal fare lo stesso nell’arretrata italiA, cosa pretendiamo dal povero Barilla, che si limita a fare come tutti gli altri ma è così ingenuo da dirlo? 
Siamo un paese martoriato dalle mafie, rovinato dai politicanti e culturalmente senza speranza, ultimo in Europa per acquisto di romanzi e primissimo al mondo per telefonozzi pro capite e stupid-app scaricate per puro cazzeggio. Dove un gay seduto su una panchina a scrivere su un taccuino può essere aggredito e sfigurato da un vile energumeno (che sia stato proprio l’atto di SCRIVERE l’aggravante che ha fatto scattare la DOPPIA INVIDIA nella testa vuota del cerebrolesso inferiore?) Un primo, timido passo potrebbe essere smettere TUTTI di guardare ogni tipo di spot. O almeno smettere di parlarne come se fossero cose importanti. E nel frattempo, speriamo solo che non arrivi qualche tacchino del politically correct a invocare le quote gay nella pubblicità, o rischierò di scrivere un pezzo (apparentemente) omofobo persino io…

domenica 22 settembre 2013

NEL LABORATORIO DELLO SCRITTORE: due pagine a caso di romanzo senza titolo - prima stesura

gabbiano ferito in controluce


Un sabato e domenica sono capitati a un ombrellone vicino al nostro una mamma e il suo bambino, un po’ più piccolo di me. Capivi subito che qualcosa non andava. Tristezza e tensione impregnavano quel cono d’ombra, aleggiavano mute sotto il loro spicchio di cielo in affitto. Il bambino si chiamava Alex. Era biondo. Era bellissimo. Aveva qualcosa di strano. Passava le ore sprofondato nella sdraio con lo sguardo perso non si sa dove. Poi d’un tratto lo sentivi strillare. Grida acute e insopportabili. Oppure sentivi strillare la mamma. Perché lui le dava i pizzicotti e le faceva male, e lei perdeva la pazienza. La mia, di mamma, cercò di spiegarmi. Aveva sentito qualcosa in proposito alla radio svizzera. “Vive in un mondo tutto suo” mi disse. “È come un pulcinetto che crede di essere ancora nell’uovo, o che vorrebbe tornarci, al riparo e protetto dal guscio. Tutto quello che sta fuori, e tutte le persone, sono o un fastidio o una minaccia: non gli interessano e lo terrorizzano. Le cose nuove lo sconvolgono”. 
Anch’io sono un po’ così, pensai. E a volte vorrei esserlo di più. Però alla mamma non lo dissi. “Ma potrei farci amicizia?”, le chiesi invece. 
“Forse nemmeno se ne accorge, di quello che fanno e dicono gli altri. Non siamo al centro della sua attenzione. Però, se vuoi, puoi provare”. 

Ero indeciso. Ammetto che un pochino mi metteva a disagio, mi faceva quasi paura. Lui se ne stava sempre lì su quella sdraio. Tranne quando veniva il momento di fare il bagno. Allora si trasformava, e correva a tuffarsi nel Mare con l’entusiasmo di tutti gli altri bambini, anzi, di più. Per il resto, solo una volta due sorelline provarono a giocare con lui. Ma lui non faceva che distruggere le torri di sabbia bagnata che loro provavano a fare coi secchielli, il castello che tentavano invano di erigere. Resistettero un po’, ma presto si arresero e andarono via. “È tutto scemo ‘sto Alex” borbottò una delle due. La mamma di Alex era a portata di voce. Sembrò trattenere a stento il pianto, ma non disse nulla. Un grumo di lacrime inghiottite a metà le serrava la gola. 
“Dovrebbero metterlo in un posto che vadi bene per lui”, sentii che sentenziava, nell’ombrellone dall’altra parte, il Sacco a Pelo alla moglie cornuta. Per fortuna almeno quello la mamma di Alex non lo sentì.

E meno male che l’altro scienziato dell’ombrellone davanti, quello con la testolona di cocomero, aveva già finito le ferie. O mi sarebbe toccato ascoltare pareri al riguardo anche da parte del grande capo Anguria Che Raglia, che come tutti gli idioti se ne sta sempre tutto il tempo a blaterare ad alta voce, per far sentire quant’è intelligente. Non va mai nemmeno a farsi un tuffo, per non perdere occasione di ragliar cazzate. Una mattina è saltato su a dire che ad Auschwitz facevano la dieta, e nessuno l’ha preso a calci in bocca. A volte mi dicono che dovrei avere più pietà e tutte quelle balle lì, per gente di quel tipo. Nel senso che si vedeva fin troppo bene che il poveretto non leggeva libri. E nemmeno fumetti. Anguria Che Raglia era un lavoratore padre di famiglia risparmiatore timorato di dio che leggeva la Gazzetta dello Sport, ma solo quella del bar per non doverla pagare, perché come tutti i veri stronzi era pure avarognolo. Poteva starsene in spiaggia un anno filato a blaterar cazzate a voce alta e a scroccare la Gazzetta senza comprarsi un cazzo di ghiacciolo. E prima di partire ha impedito al figlio novenne di salutarmi con un bacino. “I maschi non si baciano”. Il cervello di un vermetto di pozzanghera, a esagerare. L’autodeterminazione di una puleggia. Aveva ragione lo zio Dilvo. Piuttosto che diventare avaro, diventa cieco. E piuttosto che diventare imbecille? Ammazzarsi, direi. O non nascere. Fanculo la pietà indiscriminata. Bisogna meritarsela, la pietà.

Una volta, di pomeriggio, andai a fare il bagno da solo e Alex era già dentro che sguazzava e si divertiva come un matto. Aveva gli occhi felici, pieni di gioia e di luce. Gli altri bambini giocavano con cigni gonfiabili, materassini e palloni colorati. A lui sembrava bastare il conforto amniotico del Mare. Non so come andò, ma mi venne da avvicinarmi a lui. “Piove”, gli dissi sorridendo, e lo schizzai per gioco, ma poco, delicatamente, sollevando pochissima acqua col dorso di quattro dita. Sbirciai sua mamma che lo sorvegliava da vicino, in cerca di un cenno della sua approvazione, e lei annuì, anzi, parve ringraziarmi con un mesto sorriso. La cosa anche a lui piacque molto, e così io e Alex passammo forse mezz’ora forse un’ora a schizzarci, ridendo, giocosi come cuccioli di foca, immemori del tempo e dello spazio e delle cose tristi della vita – i brutti ricordi, le malattie, le menti pelose, la gente avara e cattiva. 
Avrei voluto uscire con lui anche la sera, e comprargli coi miei soldi una focaccia o un Bacio nel Cono.

Ma era il suo ultimo pomeriggio, anche se io non lo sapevo, e non l’avrei rivisto mai più, e purtroppo, come spesso mi accade in questa porca vita, l’ultimo mio ricordo di lui, e soprattutto l’ultimo suo di me, non sarebbe stato questo prolungato momento radioso e felice, come angeli fra le onde di un paradiso di spuma.

Andò che uscimmo ognuno per conto suo (lui non voleva uscire mai, io me ne ritornai un po’ prima all’ombrellone). Dopo aver fatto la doccia posai il mio telo sulla sabbia e mi distesi a farmi asciugare e coccolare dall’ultimo sole pomeridiano. Ero così stanco e contento per il lungo bagno che dovetti quasi appisolarmi dimentico di tutto. Nel bel mezzo di quello stato di spossato dormiveglia avvertii all’improvviso una mano fredda e bagnata che mi afferrava, come l’artiglio di uno zombi rapace, e sussultai, al momento la sorpresa fu così sgradevole e allarmante che dovetti avere uno scatto molto più evidente di quanto avrei voluto, fatto sta che si trattava di Alex, che fuori dall’acqua mi aveva riconosciuto eccome, mi aveva individuato, l’angelo degli spruzzi di poco prima, l’amico più grande, il delfino-compagno, ed era venuto da me, proprio da me, solo da me, per fare una cosa che non faceva mai con nessuno: era venuto a toccarmi. Non a pizzicarmi, a toccarmi dolcemente. Ma io mi ero spaventato, e il mio sciocco ritrarmi e spaventarmi aveva molto spaventato anche lui, che scappò al suo ombrellone, si precipitò a far ritorno al suo guscio. Mi sarei preso a martellate, anche se la mia era stata una reazione involontaria, ma ormai la frittata era fatta. Sua madre, che non aveva capito cos’era davvero successo, forse a sua volta ingannata dal mio sussultare, lo sgridò per avermi disturbato, lui si agitò con lei, le diede un paio di pizzicotti fortissimi, lei lo picchiò, e così io, vigliacco, non ebbi neanche il coraggio di correre lì ad abbracciarlo e baciarlo, a chiedergli scusa. Me ne rimasi come uno stupido a guardarlo e a sentirlo gridare per l’ultima volta, mentre il sole al commiato serale spremeva aranciata molto amara sul golfo argentato di luce. Li vidi andar via, con lei che piangeva più di lui.

Non siamo mai all’altezza di niente. Non siamo mai capaci di non deludere gli altri, e noi stessi. Non siamo mai all’altezza. Perdonami, Alex.

sabato 21 settembre 2013

L'INKAZZO FLASH

Qualcuno spiega ai nostri inadeguati giornalistucoli che se degli ostaggi innocenti vengono massacrati in un supermercato da assassini sanguinari non si può, PROPRIO NON SI PUÒ, usare il verbo "giustiziare"? Che definire quei poveracci "giustiziati" è come ri-ammazzarli? (Oltre ad ammazzare la povera lingua italiana?)
Grazie.

giovedì 19 settembre 2013

ERESIA FLASH

So bene che in tempi di Pensiero Unico e Corretto (e di Audience Oceanica Obbligatoria e Plaudente per tutto ciò che è anche lontanamente disastroso, macabro e/o funeralesco) essere sinceri e andare controcorrente è sempre più pericoloso, ed espone a linciaggi, figuracce e bacchettate bacchettone. 
Ma (con tutto l’ovvio rispetto che voglio riservare ai sentimenti di chi aveva dei propri cari dispersi ecc.) posso dire che non mi frega uno stracazzo del “raddrizzamento” di un relitto?
Gli italioti ringalluzziti (radd)rizzano gli uccelli e mostrano i muscoli al mondo. Come se non fossero millemila ALTRE le cosucce che abbiamo da raddrizzare. In silenzio.
Che poi vedo – anzi, intravvedo dai titoli d’agenzia e di giornale, che davvero mi bastano e avanzano! – che in questo raddrizzamento del raddrizzato orgoglio italico hanno avuto ruoli molto raddrizzanti e decisivi persone raddrizzatrici venute da luoghi raddrizzatori come Sud Africa, Germania, Belgio, Inghilterra, e chi più ne ha più corregga  - o raddrizzi, cazzo – il tiro stortignaccolo dell’orgoglio patriottardo fuori luogo.
(Di sicuro italianissimo era invece il Capitano - Capitano? - grazie a cui quel relitto è un relitto.) 
Che sia dunque questa la ricetta (che è poi quella che in modo semiserio vado auspicando da lungo tempo)? 
E se davvero aprissimo agli stranieri anche in politica e nelle istituzioni, per darci una bella raddrizzata? Raddrizzata parziale, è chiaro, perché purtroppo sono umani anche loro. Però… 

p.s.
Visto che viviamo in tempi in cui le cose scritte vengono poco lette e ancor meno CAPITE, ci tengo a precisare che non ho nulla contro le capacissime persone (anche italiane, lo so) che hanno compiuto l’impresa. Ce l’ho con le solite antipaticissime fanfare mediatiche, con la beotizzante spettacolarizzazione (di stampo, questo va detto, più americano che italiano) tipica dell’Era Sciacal-Beota in cui viviamo. Con lo strombettante e stridente trionfalismo di troppi giornalistoni. In un mondo intelligente, tutto ciò sarebbe stato sostituito da un (mesto) trafiletto telegrafico: “Recuperato, e in attesa d’esser condotto a demolizione, il relitto dell’assurda sciagura del Giglio”. Il resto è dolore privato.

sabato 7 settembre 2013

J.D. SALINGER - "Il giovane Holden"


J.D. Salinger
Il giovane Holden
Einaudi
Traduzione di Adriana Motti
Voto: 9 

"L'ala si chiamava così in onore di quel tale Ossenburger che aveva studiato a Pencey. Uscito da Pencey, si era fatto un sacco di quattrini con le pompe funebri. È stato lui a disseminare per tutto il paese quegli uffici di pompe funebri dove potete far seppellire tutta la vostra famiglia cavandovela con circa cinque dollari cadauno. Avreste dovuto vederlo, il vecchio Ossenburger. Quello è tipo da ficcarli in un sacco e buttarli a fiume. Ad ogni modo ha dato a Pencey un mucchio di soldi, e loro hanno chiamato la nostra ala col suo nome. (...) 
Disse che a Gesù lui parlava sempre. Perfino quando portava la macchina. Mi lasciò secco. Mi par di vederlo, quel bastardo d'un pallone gonfiato, che ingrana la prima e chiede a Gesù di mandargli un altro po' di salme. Il bello però venne a metà del suo discorso. Ci stava dicendo che fenomeno era lui, che uomo in gamba e compagnia bella, quando tutt'a un tratto il ragazzo seduto nella fila davanti a me, Edgar Marsalla, mollò una scorreggia tremenda. Certo fu un po' forte, in cappella eccetera eccetera, ma fu anche un vero spasso. Il vecchio Marsalla. A momenti faceva saltare il tetto."

"Quello che dovevo fare, pensavo, era di andare al Holland Tunnel e farmi dare un passaggio, e poi farmi dare un altro passaggio, e poi un altro e un altro, e in pochi giorni sarei arrivato nell'ovest, in qualche bel posticino pieno di sole dove nessuno mi conosceva e mi sarei trovato un lavoro. Pensai che potevo trovar lavoro in qualche stazione di rifornimento a mettere benzina e olio nelle macchine. Ma non m'importava che genere di lavoro. Fintanto che loro non mi conoscevano e io non conoscevo loro. Quello che dovevo fare, pensai, era far finta d'essere sordomuto. Così mi sarei risparmiato tutte quelle maledette chiacchiere idiote e senza sugo. Se qualcuno voleva dirmi qualche cosa, doveva scrivermelo su un pezzo di carta e ficcarmelo sotto il naso. Dopo un po' ne avrebbero avuto piene le tasche, e per il resto della vita non avrei più sentito chiacchiere. Tutti avrebbero pensato che ero un povero bastardo d'un sordomuto e mi avrebbero lasciato in pace. Mi avrebbero fatto mettere olio e benzina nelle loro stupide macchine, e in cambio mi avrebbero dato un salario eccetera eccetera, e con quei soldi io mi sarei costruito una capanna da qualche parte e ci avrei passato il resto della mia vita. Me la sarei costruita vicino ai boschi, ma non proprio nei boschi, perché volevo starmene in pieno sole tutto il tempo. Mi sarei fatto da mangiare io stesso, e in seguito, se volevo sposarmi o qualcosa del genere, avrei incontrato quella bella ragazza, sordomuta anche lei, e ci saremmo sposati. Sarebbe venuta a vivere con me nella mia capanna, e se voleva dirmi qualcosa doveva scriverlo su un maledetto pezzo di carta, come tutti gli altri. Se avessimo avuto dei figli li avremmo nascosti in qualche posto. Potevamo comprargli un sacco di libri e insegnargli a leggere e scrivere."

Un testo che sprizza intelligenza e humor persino dalle virgole e dai punti, ma capace anche di struggenti malinconie (questo proposito di fuggire da tutto e mettersi a fare un lavoro umile fingendosi sordomuto è a dir poco sublime, per non parlare dell'idea di avere figli e nasconderli). 

Peccato per quel cicinìn di grettume omofobico da macho-scimpanzorla (la carezzina sulla testa del brillo professor Antolini vissuta come Ripugnante Minaccia invece che come turbamento venato di dolcezza), condito con gratuite gentilezze contro "dannati pederasti e invertiti", altrimenti sarebbe stato il romanzo di formazione perfetto. 

E peccato anche per il titolo italiano orrendo: "ll giovane Holden" sa talmente di muffa (come del resto alcune parti della traduzione che avrebbero bisogno di una rinfrescatina, tipo "portare la macchina" al posto di "guidare") che da ragazzino lo vedevo sugli scaffali di mio padre e lì lo lasciavo, immaginandolo una robina barbosa. D'altra parte "The catcher in the rye", a dir poco un capolavoro di titolo, era davvero intraducibile. E forse il guizzo di genialità sarebbe stato tutto lì: non tradurlo affatto. Ma a quei tempi non si usava. In ogni caso, chi ancora non l'avesse letto è pregato di porre rimedio.
Non fatemi incazzare.

lunedì 19 agosto 2013

STANISLAW J. LEC - "Pensieri spettinati".


Stanislaw J. Lec
Pensieri spettinati
Tascabili Bompiani
Traduzione di Riccardo Landau
e Pietro Marchesani
Voto: 8

Una preziosa raccolta di aforismi: non tutti geniali, d'accordo, ma le perle, vi assicuro, sono tantissime. Per dirla con Umberto Eco: "Un libro di cui qualsiasi persona civile e pensosa dovrebbe leggere almeno tre o quattro righe ogni sera prima di prendere sonno". Meditate, gente, meditate. E, nel caso in cui non vi fidaste del tutto, nel caso in cui qualcuno di voi mi sospettasse attendibile quanto certi recensori cagnolini al guinzaglio del padrone (cioè attendibilità ZERO) eccovi qualche piccolo assaggio:

La minaccia del futuro: i monumenti parlanti.

Ci saranno sempre degli esquimesi pronti a dettare le norme su come devono comportarsi gli abitanti del Congo durante la calura.

La gente che non ha niente a che fare con l'arte, non dovrebbe avere niente a che fare con l'arte. Mi sono spiegato?

Le dita dei servi dovrebbero lasciare le impronte dei padroni.

Un consiglio agli scrittori: giunge il momento in cui bisogna smettere di scrivere. Anche prima di incominciare.

C'è stato chi per la smania di brillare è finito appeso ad un lampione.

Tutti gli dèi erano immortali.

Ho sognato questa pubblicità dei mezzi anticoncezionali: "I non nati vi benediranno".

Più d'uno zero è convinto d'essere l'ellisse lungo la quale ruota il mondo.

Ho visto gabbie che volavano, c'erano dentro aquile.

Il potere passa più spesso di mano in mano che di testa in testa.

Gli uomini hanno i riflessi lenti; in genere capiscono solo nelle generazioni successive.

Anche i cannibali salvano gli uomini dalle fauci dello squalo.

Aveva la coscienza pulita. Mai usata.

Molti nei loro curricula tacciono la propria inesistenza.

Non sono d'accordo con la matematica. Ritengo che una somma di zeri dia una cifra minacciosa. 

Disse lo sterco: "Vigliacco! Ha paura di toccarmi."

Frequentare i nani deforma la spina dorsale.

Di quello si potrebbe dire: "Persona non gratis."

Più d'un timoniere si circonda di zeri - assomigliano ai salvagente.

Chi porta il paraocchi, si ricordi che del completo fanno parte il morso e la sferza.

Temo sempre per i santi che li facciano a pezzi per ricavarne reliquie.

Neppure i dizionari vanno presi alla lettera.

Ogni parola è un pensiero; non si può dire lo stesso di ogni frase.

Tantissima gente fa sogni usati.

L'aureola talvolta non lascia arrivare nulla alla testa.

La banalità raccoglie migliaia di applausi. Da tutti i coautori.

I pensieri saltano da un uomo all'altro come pulci. Ma non li mordono tutti.

Speriamo che la letteratura di infimo livello diventi prima o poi elitaria. Per una ristretta cerchia degli ultimi semideficienti.

I grandi Don Chisciotte attaccano coscientemente i mulini a vento, perché non macinino gli orizzonti.

Esistono grandi parole così vuote che ci si possono imprigionare i popoli.

domenica 28 luglio 2013

Paolo Lizzenci Quizzer



Piccolo quiz-mistero per chi ha letto (o si appresta a leggere) Quattro soli a motore (pagg 74-76). (I due o tre a cui ne ho parlato direttamente sono pregati di astenersi...) *
Chi diavolo è, in realtà, Paolo Lizzenci?



* naturalmente non si vince un cazzo.

domenica 14 luglio 2013

PHILIP ROTH - "Il teatro di Sabbath"




Philip Roth
Il teatro di Sabbath
Einaudi
Traduzione di Stefania Bertola
Voto: 9½



Domanda: è possibile scrivere un libro (quasi) tutto basato sull’erotismo e la voglia sfrenata e inestinguibile di sesso, senza far pensare nemmeno per un istante alla banalità, alla stupidità oltraggiosa, alla goffa insulsaggine, alla sciatteria, alla noia delle 50 sfumature di stoca***?
Risposta: sì, se sei uno dei migliori Scrittori di sempre. Sì, se ti chiami Philip Roth. Sì, se farcisci la storia con una miliardata di sfumature d’intelligenza. Poi naturalmente la storia, e il suo protagonista, possono piacere o non piacere per una questione di gusti e di sensibilità (io stesso ho sempre compatito i figomani, quei poveracci convinti che l’unica cosa che conta nella vita sia il sesso, e se ogni tanto pensi anche a qualcos’altro ti danno del “poco sveglio”, loro a te!) ma non c’è dubbio che sia scritta da dio (e che comunque il protagonista sia molto più, di un semplice ottuso figomane).

In una delle scene clou del romanzo, l’ultrasessantenne Morris “Mickey” Sabbath, tornato a New York per il funerale di un amico suicida, si fa sorprendere nella vasca da bagno dal suo migliore amico Norman, che lo sta ospitando e gli ha appena offerto aiuto, con in mano una foto della giovanissima figlia di lui, e il pene eretto che spunta dall’acqua. Norman non gli fa nessuna scenata e non lo sbatte fuori. Norman capisce (o meglio, fa finta di non capire fino in fondo). Però si fa ridare la foto. “Sarebbe un peccato” dice Norman “se si bagnasse”. Dopodiché Mickey, rimasto solo, se ne va tutto sgocciolante a recuperare la foto nella camera della ragazza, ritorna a immergersi nella vasca e ricomincia da dov’era stato interrotto.

Un altro grande autore, Jonathan Franzen, che Roth non ha mai fatto mistero di considerare un suo “nemico”, dice di provare “tanta gratitudine” per questo romanzo così “intrepido e feroce”, citando proprio questa scena, e poi quella in cui Sabbath, ritrovandosi in mano un bicchiere di plastica, decide di umiliarsi andando a chiedere l’elemosina nella metropolitana. “Sono felice” dice Franzen nel suo ultimo (a sua volta meraviglioso) libro Più lontano ancora, “di indicare la crudele ilarità del Teatro di Sabbath come una correzione e un rimprovero al sentimentalismo di certi giovani scrittori americani e di certi critici non tanto giovani che sembrano convinti, a dispetto di Kafka, che fare letteratura significhi scrivere cose carine”.

Ma ci sono anche critici che capiscono qualcosa: Frank Kermode definisce il libro “spassosamente serio” (e io non smetterò mai di dire che questa caratteristica è comune a tutti i più grandi romanzi), mentre James Wood parla di romanzo “stupefacente, sferzante, uno dei capolavori narrativi più insoliti che mi sia capitato di leggere… Una vera delizia”.

Dal canto mio, mi limito ad aggiungere un piccolo collage disordinato di spezzoni, un concentrato di alcune fra le parti degne di nota che mi ero segnato con la matita durante la lettura: “…si ritrovò a immaginare che sua moglie in jeans fosse uno di quei graziosi ragazzini omosessuali del college amici del parrucchiere.” “Sabbath detestava condividere come le persone per bene detestano il vaffanculo. Non possedeva una pistola, pur abitando in quel luogo isolato, perché non voleva avere una pistola a portata di mano in una casa dove si aggirava una donna che parlava continuamente di «condividere»”. “… le notizie non gli dicevano nulla. Erano qualcosa di cui la gente parlava, e Sabbath, indifferente alla routine priva di trasgressioni delle esistenze normalizzate, non desiderava parlare con la gente.” “Con quanta tenacia si attacca alla vita! Alla giovinezza! Al piacere! Alle erezioni! Alle mutandine di Deborah! Eppure nel frattempo guardava giù dal diciottesimo piano, la distesa verde del parco, e pensava che era arrivato il momento di fare quel salto. Mishima. Rothko. Hemingway. Berryman. Koestler. Pavese. Kosinski. Arshile Gorky. Primo Levi. Hart Crane. Walter Benjamin. Una squadra senza pari. Niente di male ad arruolarsi fra loro.” “… erano stati in Giappone per Natale, e quando erano andati a far compere in un grande magazzino in una grande città, la prima cosa che avevano visto entrando era stato un gigantesco Babbo Natale in croce. – I giapponesi proprio non ci arrivano, - aveva detto Gus. E perché dovrebbero?” “Non credo di essere mai entrato nel tuo ano senza una prescrizione medica e il tuo permesso scritto.” “… rabbrividiva a pensare che tutto ciò che nella città risultava atroce in realtà mostrava l’umanità di massa come veramente desidera essere.” “… ossessionato dall’io pur essendone a malapena provvisto…” “Chiunque abbia un po’ di cervello è consapevole di vivere una vita stupida anche mentre la sta vivendo. Chiunque abbia un po’ di cervello sa di essere destinato a condurre una vita stupida perché non ne esistono di altro genere.” “ – Kathy, - le disse, e la stanchezza gli dava la sensazione di essere intermittente e deluminescente come una lampadina che si estingue. – Kathy, - le disse, e guardando la luna salire pensava che se solo avesse avuto la luna dalla sua parte le cose sarebbero andate molto diversamente, - fai un favore a tutti, e succhialo a Brian, invece.” “… non c’è bisogno di lavorare in un ospedale psichiatrico per sapere come vada tra mogli e mariti.” "E se fossero ancora tutti vivi, a casa di Nikki? Morty. La mamma. Papà. Drenka. Abolire la morte: un pensiero emozionante, anche se certamente non era lui il primo, in metropolitana o altrove, a formularlo, a pensarci disperatamente, a rinunciare alla ragione e pensarci come quando aveva quindici anni e voleva assolutamente che Morty tornasse. Mandare indietro la vita come si fa con l'orologio in autunno. Staccarlo dal muro e mandarlo indietro e poi ancora indietro fino a che tutti i tuoi morti non ricompaiono, come l'ora legale." "Il giudice può infliggermi fino a un anno per ogni condanna. Ma non è cattivo. Ormai sono quasi le quattro del pomeriggio. Deve presiedere ancora dodici udienze, o venti, e desidera soltanto, disperatamente, andare a casa a farsi un bicchiere. Ha l'espressione di uno che è a cinquecento chilometri dal bicchiere più vicino." 

Disperatamente bello anche il titolo della prima parte: “Non c’è niente che mantenga ciò che promette”. Ma certi grandi romanzi mantengono, eccome! E allora io dico: basta con l'essere complici delle classifiche cinosuinòfile, o potrei non rivolgervi più la parola.
Non fatemi incazzare.


venerdì 7 giugno 2013

CONFRONTI IMPIETOSI: Superstar Stronzetta VERSUS Zio Scriba


"Canterò mentre crepate, danzerò sulla vostra sporca carogna".
(HENRY MILLER, Tropico del Cancro)

Dopo una breve ma intensa esperienza di presentazioni, ho individuato le seguenti differenze fra quello che di solito succede con Zio Scriba (di qui in avanti ZS, colore blu) e quello che succede al cospetto della Superstar Stronzetta media (di qui in avanti SS, marrone). Che spesso non è neanche uno scrittore (giornalistozzi pompati, stronzettume televisivo, Very Important Pirla e chi più ne ha più se li tenga) ma in italiA questo non conta. 
Magari il confronto vi farà divertire. Magari vi farà incazzare.

La SS arriva in libreria con almeno 40 minuti di ritardo, quasi sempre voluti e calcolati: fa più figo.

ZS è già lì mezz'ora prima, per accogliere con un sorriso, e salutare, le Persone che gli hanno fatto l'onore di venirlo a sentire.

La SS sembra uno obbligato a stare lì, davanti a quella gente di cui non gli frega un cazzo. Se è in vena, piazzerà due o tre citazioni stantie (ma secondo lui molto brillanti). Se non è in vena, sembrerà di stare alla cerimonia finale di una di quelle sette del suicidio collettivo.

Alle presentazioni di ZS, malgrado lui sia emozionatissimo, sembra di stare a un ricevimento fra amici di vecchia data.

Dal libro della SS si fanno meno letture possibili. Forse si vergogna. Forse ha paura che la gente "se ne accorga".

Di solito i brani letti dal romanzo di ZS vanno da un minimo di tre a un massimo di dieci (potrebbero essere di più, ma a una cert'ora le librerie tendono a chiudere...)


Spesso la presentazione della SS è così deludente che gente venuta con la ferma intenzione di acquistare il libro (perché è in classifica) cambia idea, e se ne va via prima.

Quasi sempre a fine presentazione delle ragazze si avvicinano a ZS per dire: "Confesso che non pensavo di comprarlo, ma le letture e le cose che avete detto mi hanno convinto: mai vista una presentazione così!".

Molte volte la SS si fa presentare e affiancare da noiosi e pretenziosi parrucconi. Non che lo scelga: è la gente con cui ha a che fare nel mondo editoriale.

Chi accompagna ZS è, se possibile, ancor più entusiasta e appassionato di lui, in modo quasi contagioso. Se poi ci sono i reading di Francesco Coscioni, il pubblico sarebbe contento di star lì anche pagando il biglietto!

Questo non volevo dirlo, ma in italiA, patria della Meritofobia, il libro della SS, assai di frequente, fa cagare.

Non dovrei dire neanche questo, per via di quella menata del "chi si loda s'imbroda", ma il romanzo di ZS è bello da impazzire.

Il giorno dopo la presentazione della SS, un'altra vagonata di pilotate recensioni cartacee (e/o cartaigieniche) va ad assommarsi alle diecimila già scritte.

Su ZS, solito assordante silenzio assoluto da parte della simpatica servitù mediatica.