"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"

SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

venerdì 19 aprile 2013

UGUALOZZO È STUPIDO - maledizione delle mode e dell'omologazione

L'INSOSTENIBILE PESANTEZZA DELL'ESSERE TONTO
(E L'IMPAGABILE BELLEZZA DEL SAPER DIRE IO NO!)

A volte mi sgomenta il grado di omologazione degli attuali ragazzini (basti pensare alla recente piaga delle crestoline un po' cretine, tanto più odiosa in quanto precocemente sessista e ruolizzante: creste da galletto, cioè per soli minimacho cazzoncelli).**

Ma pure noi non scherzavamo.
O forse dovrei dire loro, i miei coetanei, non scherzavano.
Nella seconda metà degli anni Ottanta, quando frequentavo la quinta liceo, dilagò una moda fra le più insulse e imbecilli. Le mode sono quasi sempre insulse e imbecilli, ma quella lo fu in modo particolare: farsi il “risvolto” in fondo ai pantaloni. 
Vale a dire un semplice (e sciocco) arrotolarseli un paio di volte fino a lambire il polpaccio, come a voler proteggere gli orli dal fango in una giornata di neve bagnaticcia e paciugosa. 
L'idea di aderire a quella buffonata non mi sfiorò mai, neppure per un nanosecondo.
E non era nemmeno per fare il “di più” o il bastiancontrario. 
Semplicemente non vedevo il motivo di mettermi, d’un tratto, a fare una cosina così stupida e senza significato (e dall’effetto estetico discutibile, o comunque irrilevante!) solo perché la facevano tutti. Probabilmente mi “ribellai” per pigrizia: non ero ancora del tutto pronto a fare il Differente al quadrato del cubo.

Poi, a fine inverno, andammo in gita a Strasburgo. E lì, per le strade, i miei compagni notarono con esagerato e infastidito sconcerto come i coetanei francesi indossassero bei tranquilli i loro pantaloni come li indossavo io (però a tal proposito non mi nominavano mai: i dissociati interni li si ignora, perché provocano imbarazzo). Li indossavano così come usciti dal negozio, o dal grande magazzino, così come congedati dalla lavatrice e dal ferro da stiro della mamma, com’era ovvio e naturale che fosse. La cosa divenne argomento di accorata discussione a un tavolino di bar. Ebbene: nessuno dei miei compagni ipotizzò che del risvolto, ai francesi, potesse non importare un emerito cazzo, a differenza dei pecorozzi italioti. Furono tutti concordi nel sentenziare che quei tardoni dei transalpini erano di sicuro “più indietro”, e che la moda dei risvolti, da loro, per incredibile che potesse sembrare, “non era ancora arrivata”. (La differenza che notavo io era semmai in positivo: gli indumenti dei francesini erano in generale più semplici e alla buona, e al tempo stesso più carini, più colorati, più strani, e più differenti da ragazzo a ragazzo, da individuo a individuo).
Inutile dire che simili sciocchi discorsi mi fecero sentire, per qualche attimo, piacevolmente FRANCESE. Ma purtroppo il pullman della gita avrebbe riportato in lobotom-italy anche me.

E voi? Qual è la moda più cretina a cui avete soggiaciuto (magari per piacere a un ragazzo o a una ragazza, o per farvi “accettare” dal gruppo) e di cui siete (o anche non siete) pentiti? E una che invece avete rifiutato, perché proprio vi ripugnava?
E per chi di voi ha figli (perché questo m’incuriosisce ancor di più): ne avete qualcuno che si dissocia dalle mode omologanti dei coetanei, o davvero oggi, a causa del bombardamento mediatico sempre più scientifico e spietato, è diventato quasi impossibile?
Ce n'è qualcuno capace di osare eresie assolute, del tipo: "La playstation non è poi così divertente, anzi, cheppalle!"?

** Naturalmente non ce l'ho con le creste in quanto tali: ciò mi renderebbe un trombone conformista, esattamente come quelli che ce l'hanno coi capelloni, o che ti spaccano i maroni per l'orecchino o per i colpi di sole. Quando guardavo le partite e l'unico con la cresta era Marek Hamsik, per quella cresta provavo ammirazione e simpatia. Ma adesso le crestoline un po' cretine sono diventate uno dei tanti segni del conformismo dei giovani pedatori, come i tatuaggioni imbrattabraccia, lo sputare per terra, l'entrare in campo saltellando su un piede solo sventagliando segni della croce scaramantici e dicendo messa in latino, il ragliare su Cippicippi, l'unir le dita a disegnare vulve fingendo che siano cuori, e l'esibire in tribuna-scrocco le loro perfette e antipatiche bamboline.
E i ragazzini imitano questi "influenti" modelli. So di genitori che invece di pensare all'istruzione dei loro figlioletti di otto anni aggrediscono gli insegnanti, rei di proibire l'accesso in aula con la crestolina. (Ma anche qui, stesso discorso di prima: se vengono vietate in quanto "strane" verrebbe da dar ragione ai genitori. Se vengono vietate in quanto precoce conformismo stronzo-modaiolo hanno ragione gli insegnanti, che anzi meriterebbero medaglie). Mentre una preside di liceo ha dovuto scomodarsi a diffondere una circolare nella quale invitava i ragazzotti a non sputare per terra nei corridoi!! (Io quando vedo uno che scatarra per terra vengo preso dall'impulso di aprirgli il coperchio del cranietto per vedere cosa c'è dentro. Poi, non avendo trovato nulla, userei quello come sputacchiera. Ma farei molta fatica: nel mio albero genealogico non figurano lama.)



domenica 7 aprile 2013

ERRI DE LUCA - "Montedidio"







Erri De Luca
Montedidio
Universale Economica Feltrinelli
Voto: 8 





Aveva ragione chi me lo ha consigliato: semplicemente un gioiello. Erri De Luca è uno dei pochi scrittori italiani affermati a cui offrirei volentieri un caffè o un bicchiere di vino (o meglio ancora una pizza "gusto margherita" preparata da "Gigino ‘o fetente"), solo per il piacevole privilegio di stare in sua compagnia qualche minuto. Anche in silenzio: di cose belle mi bastano quelle che scrive. 

Montedidio: poco più di cento pagine. Ognuna è un capitolo a sé, la cui lunghezza è quasi sempre di mezza pagina, un terzo di pagina. Ma sono così sature di poesia, intelligenza, umanità, buona scrittura, vivide immagini, personaggi da non dimenticare, momenti di commozione intensa, che ti viene voglia di assaporarle al rallentatore, per gustarle meglio e di più. Sono paragrafi densi, opera di un vero e raro artista della parola scritta. Artista orafo e artigiano, poeta e falegname. Così ben intagliati e rifiniti con la pialla da rendere difficilissimo scegliere quali estrapolare per dare l’idea del livello del libro: si farebbe prima a ribatterlo per intero. 

Come spesso accade coi testi più magici e coinvolgenti, anche qui il mondo è visto con gli occhi di un ragazzino. Rarissimamente un romanzo così breve (concentrandolo in pagine “piene” potrebbero diventare poco più di 70) è un romanzo onesto. Questo lo è. Non è solo onesto: è bellissimo. 
Evidentemente, la napoletanità Artistica è destinata a entrare in sintonia con me, a guadagnarsi il mio affetto: dopo Eduardo e Totò, e dopo Ivan Cotroneo, ci voleva un secondo Scrittore. (Fra l’altro, grazie alla scena in cui i due ragazzini vanno a vedere proprio un film di Totò, ho imparato lo splendido modo napoletano – solo apparentemente spregiativo – di definire il cinematografo: “l’imbroglio nel lenzuolo”). Ho letto tardivamente il suo Montedidio a undici anni dalla pubblicazione. E adesso gli voglio bene, a Erri.



giovedì 4 aprile 2013

ERESIA FLASH - lobotom-italY: una testa, un vuoto.


Essendo gli anovotanti lobotomitalici il popolo più sensibile alle personalità mediatiche, l'unica possibilità per la sinistra di spuntarla sul berlusconismo e sul grillismo è candidare a Premier direttamente Benigni. Non lo dico perché lo auspico. Lo dico perché lo temo.
Una cosa è certa: se si ritornerà a votare con l'assurdo Porcellum, col rischio di un risultato identico all'ultimo, se non peggiore, io non mi renderò complice dell'ennesimo sperpero di milioni. Se vogliono il mio parere, mi chiamino come undicesimo saggio, ma non si aspettino di vedermi al seggio.
Che poi, diamo tutti per scontato che se cambieranno la legge la faranno davvero migliore... 
e invece, chissà cosa sono capaci di tirare fuori dal cilindro: un triplo turno carpiato alla coreana con presidenzialismo congo-bulgaro e superpremio di minoranza per chi arriva terzo ad Abbiategrasso...




giovedì 28 marzo 2013

Numa Sosa & the Guachos - "Artista"



Questa non è una recensione, perché io, tecnicamente, di musica non capisco un cazzo. Per esempio, manco sapevo dell’esistenza di un genere chiamato Latin Pachanga, che è per l’appunto quello a cui fanno riferimento i Numa Sosa & the Guachos.
Ma di questo giovane e interessante gruppo (di cui fa parte un ottimo musicista come Gregorio Arioli – da molti di noi conosciuto come il blogger Greg Petrelli) mi era già capitato di postare il video di “Non voglio te”, impreziosito dall’ottima animazione realizzata da Lucia Bulgheroni. Semplicemente perché mi era piaciuta e mi piace la loro proposta, che unisce musica gradevole e ben suonata a testi all'insegna di una accattivante mescolanza fra italiano, spagnolo e inglese, e soprattutto è in grado di emozionare, che è poi il fondamentale scopo per cui l’Arte esiste.
Sonorità sudamericane e buoni testi, dicevo, eppure di estrema semplicità: “Quel che so dell’Amor è che schiocca baci di bocca in bocca, libero da pudori e ipocrisia." Niente di troppo astruso o concettuale, ma tante frasi come questa che potrebbero fare da colonna sonora a tanti miei scritti.
Numa Sosa & the Guachos sono: Numa Sosa (voce e chitarre), Michele De Leo (chitarra solista), Jacopo Battaini (piano e tastiere), Gregorio Arioli (tromba), Giovanni Franzetti (sax tenore e voce), Francesco Marchese (basso), Stefano Marinucci (batteria e percussioni). La copertina dell'album è del pittore Kirka.
"Guachos" letteralmente sta per "orfani", ma significa anche e soprattutto scapestrati, sbandati, balordi, ragazzi cresciuti per strada.
Che altro aggiungere? Direi solo questo prezioso link, che vi permetterà il preascolto parziale di tutti i brani, e vi darà la possibilità, se vorrete, di acquistare sia l'intero album che i singoli pezzi.
Buon ascolto e buona vita. Rasserenata dagli Artisti. E da questo piacevole "Artista".

venerdì 22 marzo 2013

Assaggi di romanzi inediti - da "GIGOLÓ PER CLIENTE UNICA": prima metà del capitolo 3



3.

Gli incisivi della Jena



Ho avuto sedicianni, e ne sono uscito vivo. 
Il calendario diceva 1983, ed eravamo noi la fauna tracimata dagli steccati del liceo di Cuviate all’una meno venti, noi la sfilacciata e indolente processione che traversava i binari un quarto d’ora più tardi, come giocando alla roulette russa col sopraggiungere del treno. Non ci si crederebbe: già stanco di tutto, della vita avevo piene le tasche, ma ero solo un ragazzino. 
L’83, e ogni giorno feriale messo lì per dispetto dagli dèi dispettosi ci si trascinava placidi e afflitti lungo quell’ultimo tratto in pavé. Ci si inerpicava soppesando la sete e le borse di merda su per la scala col corrimano roso dalla ruggine. Ci si piegava per sgusciar sotto alla sbarra biancorossa del passaggio a livello. E ci si avventurava in apnea nell’approssimarsi di un brivido che non diventava paura, o forse sì: la curva era cieca e muta, e a vomitare la motrice dalle fauci d’acciaio sarebbe stata, da un momento all’altro, una tetra galleria. 
Abitudine pericolosa ma obbligata, tutt’altro che smargiassa: il treno proveniente da Varese fermava sul lato opposto, non esistevano sottopassaggi, e rimanerci non c’era ancora rimasto nessuno.

Sedicianni: ne sono uscito senza suicidarmi, e ancora non ci credo.
Settembre, e il branco che siamo, a prima vista uniforme, è quanto di più variegato si possa immaginare. 
Bambini sciamano spintonandosi allegri nella brezza di soffi lacustri al profumo d’uva: sono quelli del primo anno. I secondini li riconosci subito. Volendo sembrare grandi e seriosi, è facile coglierli a coppie filosofeggianti o a coppiette sospiranti. Queste ultime solo etero, come si conviene – stucchevoli, nella loro pedissequa obbedienza, e rese più pacchiane dall’essere teenagers: con tanta dovizia di assaggi e brividi omoerotici a portata di cuore, per la riproduzione animale c’è tempo. O no? Quelli di quarta e di quinta sembrano già uomini fottuti dalla vita. Tra loro c’è gente con la barba, e c’è perfino un tale, patetico e buffo, che per darsi un tono fuma la pipa. Fa parte di un quartetto che chiamiamo “i segalitici”. Noi che facciamo la terza siamo i più pecorecci e compatti. Più spossati dei primini, più numerosi dei quintini. È stata la nostra classe, due anni fa, a inaugurare una monca e derelitta sezione C. 
L’unica commistione di gruppi è data dalla presenza fra noi del quattordicenne Alessandro. Gliel’ho concesso io, il diritto di cittadinanza. La cosa è sotterraneamente malvista: sono ancora tempi di moderato nonnismo, e “far saltare” quei primini del cazzo continua a essere, specie nei giorni inaugurali, qualcosa più di un modo di dire. Ma posseggo quel non so che chiamato carisma, e aiuto troppa gente in certe ostili prove scritte, perché mi si possa rinfacciare a brutto muso la protezione del fanciullo. Più o meno tutti lasciano correre. L’unico che si sia provato a obiettare qualcosa è stato Jekko Macho Col Cappellino Americano Da Pirla. Dagli altri, di tanto in tanto, un timido insinuare ("Ma... quel primino...?") o una debole tirata d'orecchie ("Dovresti stare di più con noi, con quelli della tua età").

Chi sembra poco intenzionato a correre, per il momento, è il treno. Il suo ritardo è regola. Forse è per via del ritardo che sui binari non è stato ancora maciullato nessuno. La puntualità può uccidere. Oggi il mio protetto è furibondo per un compito in classe andato a ramengo. Si aspettava un 7. Si è beccato un 2. «Jena puttana», borbotta con quelle labbra che dovrebbero solo dar baci, o al massimo lasciarsi un po’ infiammare dalla polpa dei fichi stramaturi. «Dice che ho copiato l’articolo di un giornale».
«E invece?»
«Invece… boh… sì, l’ho un po’ scopiazzato. Ma quella zoccola mi ha dato 2 perché le sto indigesto».

Alessandro ce l’ha con Federica Sarti di Italiano. Unica insegnante su livelli di decenza di tutto l’ignorantificio, è stata a malincuore battezzata “Jena” dalla Commissione Soprannomi. Cioè da me. Sono io che appioppo ‘sti nomignoli, veri marchi indelebili. Appena arriva un prof nuovo, tac!, mi riunisco, mi consulto con me stesso e delibero. Le mie decisioni sono legge. A detta di tutti, il mio capolavoro è il Visòdano di storia dell’arte: grazie all’accento ingannevole, sulle prime non lo capisci, che vuol dire faccia di culo. La Jena è Jena per quel sorrisetto sardonico che le screpola il volto quando sta per stangar duro. Ogni volta, prima di stampare sul registro un 4, o di elargire un Impreparato, la Jena sghignazza, beffarda e carogna. Sghignazza e trema. Non può evitarlo. È più forte di lei. Con me non ci prova nemmeno. Scelto lo scientifico per diventare ingegnere come lo zio Oswald di Brema, ti arrivo in terza e l’Italiano è l’unica materia che riesca a sopportare. Se c’è una cosa che ho capito è che piuttosto che fare ingegneria preferirei buttarmi sotto quel treno, e sul conto della Jena non ho niente da ridire. Solo questione professionale se ho marchiato anche lei. Ed è solo perché sono innamorato stracotto degli occhi neri di Alessandro se resisto qui, mansueto, ad ascoltare i suoi insulti che durano ormai dalla fuga dalle aule, mentre un soffio appena percettibile sembra adesso scaturire dai solchi delle traversine, e sfrusciare via poco più che rasoterra in un turbinio riavvolto su sé stesso, quasi fosse il respiro mandato avanti dal treno ancor lontano. Qua e là, manifesti pubblicitari strappati o scarabocchiati raccontano di una stazione frequentata pressoché in esclusiva da questa irrequieta fauna che siamo noi.

Federica Sarti doveva aver girato da non molto la boa dei quaranta, ma dimostrava l’età di una nonna. Non aveva cura del suo aspetto. Non le importava. Spendeva nulla in cosmetici e messimpiega, poco più in abbigliamento da upim, e quasi tutto il resto in libri di narrativa. Che amava poi recensire per noi in chiusura di lezione. Non doveva comprare meno di tre romanzi nuovi a settimana. Ripensandoci adesso, più che Jena avrei dovuto chiamarla Erasma, in onore di Erasmo da Rotterdam, le cui priorità di spesa somigliavano molto alle sue. Per i miei compagni era solo una zitella inacidita, una tardona che leggeva per l’incapacità di vivere, che stangava duro per l’impossibilità di scopare. Io ero uno dei due o tre della classe interessati ai suoi consigli, sempre sommersi dal montante brusio pre-campanella (non sgridava mai nessuno ma era vendicativa, chi faceva più casino se lo segnava, e lo stangava il giorno dopo), e per afferrarli dovevi drizzar bene le antenne. Venne da lì una delle mie prime letture adolescenziali, spassosissima. Esercizi di stile, di Raymond Queneau. Dicevano tutti che portasse la dentiera. La Sarti, non Queneau. Aveva il tic di questa smorfia molto larga, a denti serrati, e nel farla si passava il pollice e l’indice distesi ai lati della bocca, dall’alto verso il basso, come un uomo che si alliscia il pizzetto, e in questa smorfia digrignava denti troppo bianchi e troppo uguali, secondo alcuni, per essere veri, e inoltre si diceva che il tic, la smorfia, originasse proprio da un senso di fastidio per l’ingombro della protesi.
Se devo dirla tutta, a me già fin da allora la Jena m’intrigava. Sul serio. Avevo certe fantasie sulla Jena Federica che non avrei ammesso nemmeno sotto tortura. Non che fossi un gerontofilo, non lo ero proprio per niente, e in genere sfogavo le mie intemperanze ormonali pensando quello a cui pensavano tutti – pensavo a Heater Parisi, a Sukia, a Zora la Vampira, pensavo ad Alessandro, a mia cugina Gloria, visualizzavo Carriolina di Monaco, Rita Dalla In Chiesa, la sorella del compagno di banco, le amichette delle medie, e poi Tina Turner, Nadia Cassini, Lilly Carati, il compagno di banco, Minni Tettaporca, me stesso vestito da troia, il/la cantante degli Sweets. 
Eppure quella donna non so come mi attizzava.

mercoledì 20 marzo 2013

Pausa pipì: TI SCAPPA D'INVERNO? TIENTELA!




Stavolta non verrò a deliziarvi, come altre volte ho fatto, con splendide immagini delle mie passeggiate lacustri. Vi propongo invece una foto un po’ scialba il cui titolo potrebbe essere “Che cosa manca?”. Già, perché dovete sapere che in questo preciso luogo e in alcuni altri, d’estate, quando il solleone rovente e satanico ti disidrata, e non riusciresti a fare una pisciatina neppure se ti pagassero cento euro a goccia, trovano alloggio, a gruppi di due, tre, a volte quattro, i coloratissimi vespasiani portatili. Che vengono rimossi puntualmente all’arrivo dell’autunno, in attesa del ripristino a primavera molto inoltrata. Il motivo, pare ovvio, sono le moltitudini di turisti stranieri che affluiscono nella bella stagione. Bisogna pur far credere, a costoro, che l’italiA sia un paese civile (quasi) quanto la confinante Svizzera… 
Ma d’inverno i turisti stranieri scarseggiano, e del gelo che stimola le vesciche dei viandanti autoctoni sempre numerosi (molte donne, moltissimi anziani) pare non fregare un accidente a nessuno. 
Davanti a cotanta intelligenza, il mio uccello, e gli apparati idraulici a esso collegati, sentitamente ringraziano!

sabato 16 marzo 2013

Ecco, se dici così mi piaci già un po' meno...



Caro fratello Francesco,
ci tenevo a farti sapere che io, da agnostico e da spirito libero, ti ho accolto con gioia. Se non altro per il significato del meraviglioso nome che hai scelto (io lo auspicavo da anni, un papa Francesco, e mi pareva una provocazione impossibile!). E poi per il tuo viso onesto, il tuo vissuto recente, la tua vicinanza ai poveri, il tuo modo di proporti, le tue prime parole. Adesso, però, comincio già a leggere cose non belle e un po’ sconcertanti a te attribuite, come questa assurda frase: “Chi non prega il Signore prega il diavolo”. (??!!) No, non ci siamo.
Io, mi dispiace, non prego nessun ca*** di Signore. Ma sono un Buon Diavolo, credimi, caro fratello. 
E ce ne sono tantissimi altri, come me.
Mi rendo conto che un linguaggio simile si addice alle tue umili pecorelle, specie quelle sudamericane, assediate da Sette che si esprimono proprio con tali spaventevoli castronerie da esorcista. E mi rendo conto che il mondo è strapieno di gente cattiva dedita al male, al potere, al denaro (equamente divisa, mi permetto di dire, fra chi prega il Signore, chi prega altro e chi non prega). Eppure non posso non sperare che queste tue parole siano state riferite in modo superficiale dai soliti imbrattacarte. Che in fondo hanno già riferito malissimo, com’era prevedibile, quel tuo pensiero della “fine del mondo”. Era solo un modo semplice e simpatico per dire che venivi da lontano, ma loro non hanno saputo resistere alla tentazione di ammantarlo di misteriosi sottintesi apocalittici. Cavolo, “fine del mondo”: come non farci un titolozzo cubitale per vendere di più?
Comunque sia, ti rinnovo il mio benvenuto. (Fra l’altro, mi diverte molto pensare che il papa Francesco sia arrivato quattro mesi dopo la prima visita dell’eretico Zio Scriba alla Città Eterna, con tanto di ascesa al Cupolone, e di omaggio a Giordano Bruno). Almeno, tu sembri migliore di chi ti ha lasciato il posto. Non che ci volesse molto, a essere meglio di uno che parlava dei fratelli e delle sorelle omosessuali usando parole simili a quelle di Himmler.
Tu, almeno questo, cerca di non farlo. Mi raccomando. Non c’è bisogno che sia io a ricordarti che quel tuo Gesù (per me umanissimo, per te divino) parlava di Amore. Infinito e indefinito Amore, non soltanto famiglismo riproduttivo (che guarda caso Egli, chiamato “Esempio” dai tuoi correligionari, non praticò, senza contare che il suo prediletto si chiamava Giovanni, e non Giovanna…). 
Che tutto l’Amore del mondo, fratello Francesco, possa essere con te, con me, con noi.
Ciao. E fa' il bravo.

martedì 5 marzo 2013

ROMAIN GARY - "Mio caro pitone"




Romain Gary
Mio caro pitone
Neri Pozza
Traduzione di Riccardo Fedriga
Voto: 9+





Un romanzo atipico, che sprizza tenerezza da ogni poro della carta. Tenerezza e genialità: espressiva, esistenziale (soprattutto esistenziale), umoristica. Anche se chi si è trovato a leggere prima, dello stesso autore, quel capolavoro che è La vita davanti a sé, si rende conto che qui ci troviamo, probabilmente, un (sottile) gradino più in basso. 
Ma c’è poco da sottilizzare, davanti ai migliori. E poco da dire di mio, se non lasciar parlare le loro Parole.

La donna prese a tremare, e poi cadde a terra, stecchita, e quando la innaffiai con un po’ di Evian prese a dimenarsi e ululare, gli occhi fuori dalle orbite, tanto che credevo in tutta sincerità che sarebbe morta senza neppure fare le pulizie.

Quando è uscito gli ho detto che, sì certo, ero proprio un atto contro natura, come chiunque soffra perché manca di qualcosa, e che ero orgoglioso di esserlo e che quando si respira, lo si fa per aspirare a essere qualcosa e che aspirare è un atto trasgressivo, contro natura (come anche i primi cristiani, del resto) e che della natura, io, comunque, ne avevo pieni i coglioni, con rispetto parlando, e che avevo bisogno di tenerezza e di affetto e di amicizia e vaffanculo la maggioranza.

Avevo un tale bisogno di un abbraccio che fui sul punto di impiccarmi.

Tornando a casa, andai, come al solito, a sedermi accanto a un uomo distinto che m’ispirava fiducia in me stesso. Parve a disagio; lo scompartimento era mezzo vuoto e lui mi disse: «Scusi, ma non potrebbe sedersi da un’altra parte? È pieno di posti, no?» Sapete, è l’imbarazzo, per via del contatto umano. Una volta è stato persino divertente, io e un signore distinto siamo entrati insieme in uno scompartimento per Vincennes completamente vuoto e ci siamo seduti uno di fianco all’altro. Abbiamo resistito un po’, e poi siamo andati a sederci su due sedili separati. È l’angoscia.

Continuo ad andare dalle mie belle puttane e voglio qui dichiarare apertamente che uso la parola “puttane” nel suo più alto senso di riconoscenza, di pubblica stima e di Ordine al Merito…

«E poi tu, almeno, hai uno sguardo. La maggior parte della gente non ha niente negli occhi, sai, come le macchine che s’incrociano di notte coi fari bassi per non abbagliare»

Del resto, il mio problema principale non è mai stato quello di essere solo nella mia propria casetta quanto l’esserlo nei luoghi degli altri. La strada… nella regione parigina ci sono dieci milioni di usurati, e si avverte con evidenza la loro non presenza, ma io, personalmente, ho a volte l’impressione che siano cento milioni a non esserci…

Quando si parla di mutilati si pensa sempre alla guerra, ma se ne fa benissimo a meno.

In Florida i moscerini paralizzano il traffico sulle strade perché vanno a spiaccicarsi sui parabrezza delle automobili che li sorprendono in piena danza nuziale. Perfino i camion sono costretti a fermarsi, perché hanno i parabrezza ricoperti da milioni di minuscoli amori. I camionisti non vedono più niente, sono abbagliati, accecati. Sono rimasto sconvolto dalla quantità d’amore che ciò rappresenta. Ho sognato tutta la notte un volo nuziale con la signorina Dreyfus. Verso mezzanotte mi sono svegliato, e poi ho cercato di afferrare di nuovo il sogno, ma non ho fatto altro che sognare camion.

Ma siccome continuava a trovarmi sul suo pianerottolo, il saluto si fece via via più brusco, e un bel giorno smise proprio di salutarmi, mi passava accanto con aria irritata… Evidentemente non ero un massacro… Lui era un uomo dai capelli grigi avvezzo alla tortura in Algeria, al napalm in Vietnam, alla carestia in Africa, e io non ero su scala… Vi sono persone che sanguinano solo a partire da un milione.

Del resto, non mi aspettavo affatto che mi mettesse un braccio intorno alle spalle rivolgendomi uno di quei “come va?” che permette alla gente di disinteressarsi di te in due parole e di pensare ai fatti propri.

… c’è mancanza di carezze. Del resto, gli scienziati sovietici credono che l’umanità esista e che ci invii messaggi radio attraverso il cosmo.

Non saprei dirvi di più sul mio stato di confusione, in ragione appunto di tale stato.

Fino a quel giorno i nostri rapporti erano stati cortesi, perché quando si abita uno sopra l’altro bisogna sapersi evitare.

«Sì, insomma, è un’opera di lungo respiro» disse il commissario, e dato che nessuno sapeva di cosa parlasse vi fu un momento di speranza.

Mi si obietterà che vi sono, ovvio, i poeti che lottano eroicamente per passare attraverso, ma non sono considerati pericolosi, per via delle tirature limitatissime e dei mezzi audiovisivi incaricati di evitarli.

Da ragazzino, nella cameretta dell'orfanotrofio, la notte chiamavo come Assistenza un grosso cane mansueto che avevo inventato io stesso a scopo affettivo e messo a punto con un naso nero, due grandi orecchie d'amore e uno sguardo da errore umano; veniva ogni sera a leccarmi la faccia, ma poi mi è toccato crescere e lui non ha potuto farci nulla. Mi domando che fine abbia fatto, perché lui sì, senza di me non poteva davvero farcela.

E poi ci sono le piccole cose da nulla. Una lampadina che si svita lentamente per via del traffico là fuori e che comincia a lampeggiare a intermittenza. Qualcuno che sbaglia piano e viene a bussare alla mia porta. L'amichevole e benevolo glu glu del termosifone. Il telefono che squilla e una dolce voce di donna, molto allegra, che mi dice: «Jeannot? Sei tu,tesoro?» e io che resto in silenzio per un lungo momento, a sorridere, senza rispondere, giusto il tempo di essere Jeannot, e tesoro.




giovedì 28 febbraio 2013

OGNI ROMANZO MALSCRITTO È TREMENDO






Susanna Tamaro
Ogni angelo è tremendo
primi due capitoli
Bompiani
Voto: 3-




Mi ero ripromesso indulgenza, magnanimità e profilo basso.
E soprattutto di parlare solo di quei libri che mi fossero piaciuti. E di Scrittori bravi. Stranieri, per lo più. Ma poi non ce l’ho fatta a trattenermi, davanti alla provocazione. Questo libriccino superfluo è come sempre edito da un grande editore. È finito in classifica un minuto dopo essere uscito. È incensato su pagine culturali da inamidati parrucconi. È pubblicizzato ovunque. E soprattutto ha osato invadere casa mia, tramite opuscolo riproducente le prime 17 pagine, allegato a non so quante decine di migliaia di copie (!!) di non so quale giornale acquistato dal mio incauto padre. Ed essendo io un lettore oltre che uno scrittore, la curiosità è stata troppo forte, insieme all’autolesionismo. E così mi sono fatto del male, e sono caduto in depressione.

Quali sono le caratteristiche dei libri scritti male? Non solo una scrittura che percepisci subito come debolissima, scolastica, stucchevole, pedante, pretenziosa, tristanzuola, banale, insipida, irritante, semidilettantesca, sciatta, prevedibile, mai all'altezza. Ma anche, e soprattutto, luoghi comuni a gogo. 
L’autrice, poiché ritiene ci interessi una sua autobiografia (e a giudicare dalle classifiche interessa eccome!) decide di usare il primo capitolo per darci l’interessantissima informazione di essere nata a Trieste. E quindi, alla riga numero tre, ecco spuntare la bora. A Trieste c’è la bora, signorina maestra. A Bologna invece ci sono i tortellini, e a Napoli Pulcinella.

Poi, tutto un florilegio di ovvietà e frasi fatte che ormai non si trovano più nemmeno negli articoletti delle ragazzine delle medie sui giornalini parrocchiali: “nove mesi nella pancia della mamma”, “le spalle ricurve come quelle di Atlante”, “tabula rasa”, “si può venire al mondo… in una villa sull’Aventino o in una baracca di Nairobi”, “abbandonati in un cassonetto”, “i tuoi genitori… sono loro la ragione del tuo esserci”, “palazzina di cemento armato… priva di qualsiasi frivolezza”, “i giorni splendenti del boom economico”, “la Storia con la S maiuscola”.
Uno scrittore vero è uno capace di dirti che la vita è (in tutti i sensi) uno scherzo del cazzo. Uno scrittore mediocre è uno che viene a spiegarti, serio serio, che i tuoi genitori… sono loro la ragione del tuo esserci! Per qualche strano cortocircuito, in italiA, editori, editors, agenti, critici, esperti, accademici, commentatori, librai, nonché migliaia di lettori sembrano preferire i secondi, e non considerare, o addirittura odiare, i primi.

Il giudizio è migliorato dal secondo capitolo, dove si trovano cose che lette in chiave comica potrebbero persino far scompisciare (ma trattasi, a quanto pare, di comicità involontaria: l’autrice non sembra in grado di NON prendersi maledettamente sul serio): “quando sento parlare di letteratura provo uno strano disagio”, “nessuno mi ha insegnato a scrivere”, “la scrittura resta per me un evento assolutamente misterioso”. Assolutamente!
“Per me davvero ogni libro era l’ultimo”. (Magari.)
Mamma mia. Meno male che l’assaggio non richiesto finisce a pagina 17. Non consiglierei a nessuno di proseguire oltre.

Come voto avevo anche pensato a un numero irrazionale, tipo radice di due. Magari con un "meno" davanti. In fondo, se a Philip Roth e Paul Auster e Jonathan Franzen posso dare solo fino a dieci, e non venti, trenta, trecento, non sarebbe così esagerato se per i prodottini della grande editoria commerciale si scomodassero i numeri negativi. Ma poi (a parte il fatto che in italiA si pubblica, e si premia, anche di molto peggio!) la cosa avrebbe avuto un sapore troppo goliardico. E invece qui la situazione è serissima. È tragica. Di sicuro non tragicomica: anche in queste pagine, come in tutte quelle che non meritano di essere lette, ironia, autoironia e umorismo sono del tutto inesistenti. Per questo piacciono ai parrucconi inamidati. Per questo non piacciono a me.
Ma naturalmente diranno che è tutta invidia.

p.s.
A scanso di bacchettate sdottrinanti sull'etica del buon recensire, ribadisco che questa minirece si riferisce dichiaratamente ai primi due capitoli del libro. Se un editore manda in giro migliaia di copie delle prime diciassette pagine, è evidente che le ritiene idonee a farsi un'idea (secondo loro in positivo) dell'opera intera. Be', io me la sono fatta. (E spero di averne il diritto, naturalmente). Se il livello dei primi due capitoli è questo, che dubbi dovrei avere? Dovrei pensare che i successivi glieli ha ispirati in sogno Shakespeare? Ma può anche darsi di sì, visto che una recensione "professional" che ho sbirciato da qualche parte riesce a terminare con le seguenti parole: "donare conforto a se stessa e ai lettori attraverso la tremenda bellezza della scrittura". Complimenti e auguri. E soprattutto grazie, italiA. Da un outsider orgoglioso di esserlo.


domenica 24 febbraio 2013

"Guariente": un elogio della passione, della generosità, del gusto e dell'amicizia, by Paolo Zardi.

Ho deciso di fare un'eccezione all'orgogliosa autonomia di questo blog, perché mi sembrava bello e giusto, col permesso di Paolo, avere questo pezzo in contemporanea sulle piattaforme Blogger e Wordpress. Nel postarlo ringrazio l'autore, nonché mio grande amico: non avrei saputo trovare parole migliori delle sue.

Guariente Guarienti declama un brano di Quattro soli a motore

Sai cosa mi piace? Camminare per Verona con Guariente e vedere la gioia nei visi di chi lo incontra. “Buongiorno Avvocato!”, gli dicono sorridendo. E Guariente si ferma, chiede come stanno a casa, o come si è risolta quella piccola faccenda, o fa i complimenti per i bellissimi nipotini di due nonni felici, e bacia la mano di una signora, o di sua figlia, con la delicatezza che dovevano avere i nobili di una volta, quando erano veramente nobili. I Beatles dicevano, nella loro ultima canzone “The end” (ok, dopo c’è anche “Her Majesty”, ma non conta), che l’amore che ricevi è uguale a quello che dai: facendo due conti, posso dire che Guariente è stato, per tutta la vita,  un distributore di affetto e gentilezze.


Sabato scorso, cioè ieri 23 febbraio 2013, Guariente Guarienti ha presentato il libro “Quattro soli a motore” di Nicola Pezzoli, edito dalla Neo Edizioni. 
Ho assistito alla presentazione dalla seconda fila, e ho riso, mi sono venute le lacrime agli occhi per la commozione, e sono stato felice. Il libro è bellissimo (ne ho parlato spesso, qui su Grafemi), ma non è così scontato che una persona che, l’ho visto con i miei occhi, al Salone del Libro veniva fermato dagli editori (ricordo il signor Keller e il signor Sellerio) che volevano omaggiarlo con la loro riconoscenza, dedichi così tanto cuore, e così tanta intelligenza, a un libro edito da una piccola casa editrice, che sgomita, con la sola forza della qualità, nell’affollatissimo mondo dell’editoria.

Guariente è generoso. Ma Guariente è anche uno che ha ancora il coraggio di dire di no. Parla solo delle cose che gli piacciono, che lo convincono, che sente vicine.  Ama la cultura – dimostra che il sapere non può essere disgiunto dalla passione. E soprattutto dimostra che la radice del verbo “sapere”, cioè “avere gusto”, significa ancora qualcosa.

Nicola Pezzoli e Guariente Guarienti alla Feltrinelli di Verona

E dopo la presentazione siamo andati a mangiare un boccone in una bellissima trattoria, in centro a Verona, e Guariente ci ha raccontato un po’ della sua vita – i suoi processi in veste di avvocato, la partecipazione al coro degli avvocati, i libri che sta leggendo e che ha scoperto, i sonetti d’amore in veronese che un suo amico ha scritto e che lui va a leggere in giro, e la partecipazione, come attore, in qualche piccolo film, e il teatro, e i suoi racconti – e tutto questo ce lo diceva minimizzando ogni cosa, e con gli occhi che gli sorridevano. 
Ci sono persone che, con la loro esistenza, rendono il mondo migliore: Guariente Guarienti, uomo di cultura, promotore instancabile dell’arte, amico, è innegabilmente una di quelle.

Paolo Zardi


martedì 19 febbraio 2013

Belle librerie amiche dello Zio


L'esterno, e la taverna-bar per eventi e presentazioni, dell'Altroquando
a  Roma, in via del Governo Vecchio, a pochi passi dal Pasquino.


On The Road a Montesilvano per un'intervista prima del Festival di Pescara.
Sopra la vetrina, sotto lo Zio Nick in posa con le due simpatiche libraie
Questo è invece l'ingresso del circolo pescarese che ha ospitato
la mia presentazione nell'ambito del Festival 

Libreria books in a Genova, in Vico del Fieno, vicino a piazza De Ferrari.
Questo è lo stand della Neo edizioni al Festival di Pisa


La Feltrinelli di Corso Moro a Varese: la vetrina, l'espositore degli editori
emergenti, le due poltrone (e la mia birra rossa) in attesa della presentazione

Inutile dire che, per chi abitasse in quei luoghi o si trovasse a passare, queste librerie, le migliori delle rispettive città, sono raccomandatissime e consigliatissime dallo Zio Nick.
Non fatelo incazzare.
Parola di Scriba.

p.s. e adesso, appuntamento a Padova (il 22) e Verona (il 23) per il Corradino-Tour "sul" Veneto! :)