Anche se con un giorno di ritardo, voglio segnalarvi la presenza del mio raccontino "Il mistero di Marlboro Betlemme" sul blog Tutta colpa della maestra, nell'ambito della simpatica iniziativa "In fuga dal Presepe".
martedì 17 dicembre 2013
sabato 14 dicembre 2013
L'Era della pubblicità invasiva e pueril-semitruffaldina
COMPLIMENTI, NON HAI VINTO UN CAZZO
Un paio di volte la settimana accendo e rispengo il mio telefonuzzo da 39 euro, per controllare, in modalità silenziata, se ci sono messaggi, o se mi ha cercato una delle due o tre persone a cui non entra in testa che con me si comunica via posta elettronica, e non con uno stupido oggettino disturbatore che si mette a suonare. Ultimamente, trovo sempre almeno un fastidioso sms mandato da qualche maleducato bamboccio furbetto che, dandomi del tu, mi dice cose del tipo: “Sei fortunato! Il tuo numero è stato sorteggiato per…”. Naturalmente elimino al volo, spesso aggiungendo una o più parolaccette, o moti a luogo coloriti. Cancello senza proseguire nella lettura, senza remore né pentimenti. Prima di tutto perché mi dà sui nervi quel tipo di approccio che mi prende per stupido (difficile immaginare qualcosa di più odioso e indisponente di chi manda milioni di messaggi uguali che dicono “sei stato sorteggiato!”). In secondo luogo, perché anche se fosse qualcosa di davvero vantaggioso, anche se fosse un qualche credito gratuito distribuito per incentivare il chiasso telefonistico globale, anche se non nascondesse trappole di servizi o abbonamenti cui aderisci in automatico rispondendo al messaggetto, in ogni caso la cosa non mi interesserebbe, perché di quel credito supplementare “a tempo” non saprei che farmene. Io il telefonuzzo lo tengo solo per le emergenze, e la telefonia coatta la odio da sempre. La odio da quando cominciarono a bombardarci i maroni, una ventina d’anni fa, con la pubblicità del tizio condannato a morte a cui una lunga telefonata permette di temporeggiare bertoldescamente davanti ai fucili del plotone d’esecuzione, un tormentone concepito per pre-condizionare il popolino bue e convincerlo a bruciare in futuro miliardi di miliardi con la telefonia, dicendogli che una telefonata “allunga la vita”.
Io facevo il tifo per i tizi del plotone. E sparate, stronzi!
Io facevo il tifo per i tizi del plotone. E sparate, stronzi!
Ma qui non è di telefonia che voglio parlare. Voglio parlare della deriva del linguaggio pubblicitario, uno dei principali e più evidenti sintomi del livellamento IN BASSO dei nostri decerebrati tempi. Da un lato abbiamo i presunti e sé dicenti “Creativi”, ormai capaci soltanto di vangarti i maroni a colpi di “SCOPRI”: scopri i vantaggi, scopri la novità, scopri l’offerta, scopri l’esclusiva (quale minchia di “esclusiva”, se ti rivolgi a cento milioni di potenziali gonzi?), scopri il gusto, scopri la formula, scopri lo sconto, scopri ‘sto cazzo che ti balla in culo. Dall’altro, ci sono i nuovi genialoidi della presa per i fondelli puerile. Lo stesso livello comunicativo del compagnuccio d’asilo stronzetto che cercava di fregarvi la merenda: sei stato sorteggiato, hai vinto, anzi, sei stato sorteggiato per poter (forse) vincere, tu, proprio tu, non è uno scherzo! Non arrivano solo via sms, queste minchiate irritanti, ne spuntano ormai su tutti i principali siti del web, anche sui grandi portali d’informazione, avete presente quegli odiosi quadratini tratteggiati e lampeggianti, che con l’intelligenza del bambino quattrenne di cui sopra ti dicono “Non è uno scherzo! Sei il milionesimo visitatore! E quindi hai vinto, cioè, potresti venire sorteggiato per vincere…”. Quello che dà fastidio, e che ovviamente dovrebbe essere illegale, è proprio il venire trattati da fessi, da imbecilli: se te ne vai da quel sito e ci ritorni sei ore dopo, sarai ancora il milionesimo (Complimenti!), e continuerà a “non essere uno scherzo”… E se vanno avanti a farlo, vuol dire che molti ci credono, e a frotte ci cliccano sopra!
Naturalmente la risposta a manovella che mi si darebbe, da parte dei politici, in questo come in mille incresciosi casi simili, è che ci sono “cose più importanti a cui provvedere” (dev’essere per questo che non provvedono mai a un cazzo, e se provvedono peggiorano le situazioni: questa “importanza” delle cose li paralizza!), ma io lo chiedo lo stesso: basterebbe una leggina di due righe per bandire per sempre questo odioso modo di fare dal web e dalle nostre già bistrattate vite (aggiungendo magari il divieto di disboscare l’Amazzonia per riempirci la casella della posta di volantini destinati alla pattumiera, visto oltretutto che i SAC, Servizi di Accattonaggio Comunale, si preparano a farci pagare i rifiuti un euro al milligrammo, con tanto di microchip spioni!).
Certo, poi sarebbe anche ora che la gente si svegliasse.
Reagissero tutti come me, l’avrebbero piantata da un bel pezzo. Invece, se ascolti il popolino parlare, quando non sono rimostranze imbestialite per il messaggino pubblicitario che li ha svegliati alle tre di notte (e spegnilo, cazzo!) non parlano d’altro che di questo: o si raccontano i geniali spot televisivi (“Scopri…”) o si fanno venire l’infarto dalla rabbia nel riferire disavventure coi call-center che a quanto pare occupano dalle due alle cinque ore di tutte le loro interessanti giornate: “Mi aveva detto che risparmiavo mezzo centesimo nei messaggi verso tutti inviati nei minuti dispari, e invece mi hanno fatturato un servizio in abbonamento di suonerie con rutto scelte dalla mia top model preferita…” Ma allora te le meriti, le trombate!
Se la gente si svegliasse e dicesse in blocco Basta, magari si ritroverebbe anche con qualche soldarello in tasca in più, e magari non andrebbe a ingrossare le fila di proteste piazzaiole più o meno facinorose, più o meno populiste, più o meno corporativistiche e più o meno fascio-mafiose.
venerdì 13 dicembre 2013
lunedì 9 dicembre 2013
Quelli che “io non sono omofobo ma il Gay Pride signora mia è una carnevalata che rende antipatici i gay”.
Non sono mai stato un tipo da piazza, né un amante delle manifestazioni di qualsivoglia tipo. Ma è innegabile che quanto avviene “nelle piazze” (laddove si permette che “avvenga”) sia il perfetto specchio politico, sociale, civile e culturale di quanto accade in un certo momento in un certo luogo, e più in generale nel mondo. Guarda caso, i coloratissimi Gay Pride (che a volte sembrano odiati proprio per questioni cromatiche, quasi che certi normalozzi ci tenessero a sottolineare il loro essere, mestamente, GRIGI) sono forse le uniche manifestazioni sempre, e da sempre, pacifiche: nessun lancio di pietre o bottiglie incendiarie, nessun assalto ai poliziotti, niente vetrine sfondate né auto danneggiate o bruciate, niente negozi sfasciati, niente slogan inneggianti alla stronza violenza… Così pacifiche da aver spesso bisogno, come recentemente accaduto per il primo Gay Pride del Montenegro, svoltosi a Podgorica il 20 di ottobre, di imponente protezione da parte delle forze dell’ordine, per impedire che queste persone così inermi, così colorate, così "fastidiose", possano venire assalite, pestate e fatte a pezzi da torme di bruti pezzi di merda trogloditi ancora convinti che onore e merito, su questo pianeta sovrappopolato, siano costituiti non dall’intelligenza e dal talento, non dalla bontà e dall’apertura mentale, non dalla tenerezza e dalla libertà, non da gentilezza, onestà e nobiltà d'animo, ma dall’inserire disciplinatamente il pene nella vagina.
È quindi utile che tutto questo succeda, e si veda.
Perché ci dimostra che il mondo ha un problema. E che il problema NON sono i gay.
![]() |
| Primo Gay
Pride in Montenegro: la polizia deve difendere (a malincuore?) i pacifici manifestanti dai violenti attacchi della stolida feccia inferiore. |
p.s
E intanto leggo che a Milano, presunta "Metropoli Europea", altre sottoscimmie, altra pericolosa feccia di fogna (che si "combatte" con provvedimenti come arresti domiciliari e denunce a piede libero, in attesa di napolitanesche amnesie e insulti, pardon, amnistie e indulti) si diverte a massacrare di botte persone appartate nei giardinetti. Troppi Gay Pride? In un paesE arretrato e zavorra della civiltà come il nostro, che a causa di tare cazzon-religioidi non prevede aggravanti per aggressioni omofobiche squadriste, ce ne vorrebbero di più. Uno al giorno, ce ne vorrebbe, fino a sopraggiunta estinzione di feccia.
venerdì 6 dicembre 2013
Vicolo Cannery bis - L'Alpe del Tedesco
Lo splendido blog di Vicolo Cannery torna a offrirmi ospitalità, pubblicando un mio racconto del tutto inedito. Trattasi di una vera chicca: nientemeno che un breve estratto del nuovo romanzo!
mercoledì 4 dicembre 2013
Eresia flash - SCEMOCAZZIC BOMB
“L'aspirazione a disfarsi di questo sistema spietato per sostituirlo con uno nuovo (e magari, lavorandoci molto, anche migliore) non è più questione di orientamento ideologico, ma piuttosto una necessità per la sopravvivenza della specie umana".
(Naomi Klein, da un articolo su New Statesman)
Le menti ristrette e irresponsabili (o in malafede) che ancora predicano il disastro della Krescita infinita, ne risponderanno ai posteri. Se ci saranno posteri.
Io posso modestamente vantarmi di esserci arrivato da adolescente, ben prima degli attuali guru della Decrescita.
Quasi trent’anni fa scrivevo:
“Se qualcuno vi parla con insistenza di Crescita & Sviluppo, assicuratevi che si stia riferendo a crescita di alberelli e sviluppo di pellicole fotografiche. Altrimenti spernacchiatelo, o prendetelo un po’ a calci”.
Non c’era bisogno di essere economisti o climatologi, basta-va l’intuito di un ragazzino per avere in sana antipatia certe deliranti sciocchezze.
Ancora prima, da bambino, mi illuminò un racconto di Zio Paperone sugli “scompensi della Terra” provocati da sfrutta-menti, cementificazioni e bombe demografiche: tifoni al posto del vento, alluvioni al posto della pioggia, deserti al posto dei boschi, piantagioni pietrificate, alberi da frutto sterili, grandine extra large al posto della neve. Più profetico di un trattato catastrofista. Direi che adesso ci siamo.
Oggi, le sole cose NON in aumento sulla Terra sembrano essere la libertà, l’intelligenza e l’aria respirabile.
(Se l'Intelligenza è una malattia, sta per essere debellata!)
(Se l'Intelligenza è una malattia, sta per essere debellata!)
Probabilmente è già troppo tardi.
Ma intanto, prepariamoci al rito dei dati istat di fine anno, che i giornalistozzi titoleranno, pappagallescamente giulivi: “il numero degli italiani aumenta ancora GRAZIE agli immigrati”.
Grazie al cazzo. (In tutti i sensi).
lunedì 2 dicembre 2013
BRIAN DI NAZARETH (Life of Brian, 1979): ***** (5/5)
Poco da dire, su uno dei film più divertenti e intelligenti di sempre. Non a caso, sdoganato in vatikaliA parecchi, ma parecchi anni dopo l'uscita nelle sale inglesi (la bellezza di 12 anni!). Del resto, siamo un paese che è riuscito a non distribuire, a non programmare neanche in una singola sala, il recente esilarante capolavoro, sempre inglese, "Infedele per caso"...
giovedì 28 novembre 2013
IL SESTO ASSAGGIO
Per chi non fosse ancora sazio dopo i 5 assaggi di Quattro soli a motore qui sotto proposti, ne segnalo un sesto che viene oggi ospitato sul bellissimo blog letterario "Tutta colpa della Maestra".
sabato 23 novembre 2013
Quattrocento Soli fa, la più bella emozione. (Superpost, chiedo scusa, autocelebrativo...)
Riceviamo dal nostro J. Stronkabook e ovviamente pubblichiamo, perché non siamo mica pirla.
CÈKKICCIÀ 4 SOLI
CÈKKICCIÀ 4 SÒLE
A 400 giorni dall'uscita del Romanzo "Quattro soli a motore", di Nicola Pezzoli, desideravo proporre e condividere con voi (per farli rivivere a chi li ha letti, per farli desiderare a chi deve ancora farlo) 5 brani fra i miei preferiti del libro. Curiosamente, nessuno di questi è stato mai citato nelle tante bellissime recensioni apparse sul web, che però ne hanno scelti in gran quantità e tutti altrettanto belli. A ulteriore dimostrazione dell'immensa ricchezza e generosità di questo straordinario e originale Romanzo, vero forziere pieno di cose preziose, imperdonabilmente IGNORATO dalla critica italiosa più incallita.
"I magna furmagìtt"
«Non capisco perché te la prendi così» mi fece a un tratto Gianni, squadrandomi con sospetto nell’oscurità di via Roccolo. «Non era mica l’Italia!»
Non gli dissi che io per l’Olanda avevo tifato già prima, quando aveva battuto quella che ai miei occhi era solo juventinaglia d’azzurro vestita, introdotta da una mamelata d’inno brutto come il peccato, grazie a due poderose bombe da lontano che avevano fatto fesso Dino Zoff.
Anche se Gianni era mio amico, preferii non confessarglielo.
Non sono cose che si possano confessare a cuor leggero. Sono cose gravi, imperdonabili – cose per cui potrebbero picchiarti, cose per cui potrebbero chiamarti Scrofa. Anche se sul versante Scrofa con Gianni mi ritenevo abbastanza tranquillo. C’era una specie di tacito accordo, fra noi due: lui non mi chiamava Scrofa, e io non lo chiamavo Spalone.
«Insomma che te ne frega» disse, «di quei magna furmagìtt?»
Non risposi. Io tenevo all’Olanda per lo sgargiante colore arancione delle loro casacche. Tenevo all’Olanda perché giocavano tutti all’attacco, compreso lo stopper che nelle altre squadre era solo un mastino, uno scarpone, un maniscalco, un rozzo mazzulatore. Tenevo all’Olanda perché già allora consideravo gli olandesi più civili degli italiani. Tenevo all’Olanda per i bei capelli lunghi e biondi che rendevano i loro terzini e le loro mezz’ali simili a guerrieri vichinghi. Tenevo all’Olanda, in ultima analisi, perché la mia era una scelta – una semplice, libera, scelta. E per questo capivo che era meglio star zitto.
Però, porcudìghel, io li amavo e stravedevo per loro, e lui, il mio migliore amico, me li chiamava “magna furmagìtt”. Mi faceva venir voglia di chiamarlo Spalone.
"Gelosia"
La decisione era presa: l’avrei sposata, e gliel’avrei messo dentro diciannove volte, e le sarei marcito addosso febbricitante di passione prima di decidermi a tirarlo fuori, e saremmo morti di febbre e di fame noi e i nostri diciannove figli come nei film con gli irlandesi conigli. Ma lei si divertiva a tenermi sulle spine con la tortura della gelosia. Mi raccontava che sul Veneto aveva un fidanzato che la stava aspettando e che si chiamava Alberto, e per farmi impazzire aveva chiamato un pulcino Cristinalbert e io per la rabbia una sera che non mi vedeva nessuno tranne il Cane Nero lo avevo preso a calci sotto il portico e il pulcino era diventato tutto strano e s’era messo a pedalare con le zampette verso l’alto e le orbite come albumi, e io m’ero sentito in colpa e avevo invocato aiuto, “Venite a vedere, il Cristinalbert fa degli strani movimenti”, e il Cane Nero abbaiava così forte che avrebbe potuto ammazzarmi di paura e soprattutto denunciarmi, ma siccome abbaiava sempre così nessuno si accorse della differenza. E poi, per fortuna, il povero pulcinetto che non c’entrava niente e mica lo sapeva di chiamarsi Cristinalbert non era morto e, anche se ci aveva impiegato un po’ di giorni di convalescenza dentro uno scatolone con la paglia, alla fine si era ripreso – che sollievo! – altrimenti sarei diventato non solo un assassino ma un assassino stronzo e vigliacco, che è pure un pochettino peggio. Come un cattivo di Tex che aveva sparato a un pulcino in un ranch per fare il gradasso e dopo Tex quando lo rincontrava lo disprezzava e gli diceva: “Toh, chi si rivede, il giustiziere di pulcini”.
"Gelosia"
La decisione era presa: l’avrei sposata, e gliel’avrei messo dentro diciannove volte, e le sarei marcito addosso febbricitante di passione prima di decidermi a tirarlo fuori, e saremmo morti di febbre e di fame noi e i nostri diciannove figli come nei film con gli irlandesi conigli. Ma lei si divertiva a tenermi sulle spine con la tortura della gelosia. Mi raccontava che sul Veneto aveva un fidanzato che la stava aspettando e che si chiamava Alberto, e per farmi impazzire aveva chiamato un pulcino Cristinalbert e io per la rabbia una sera che non mi vedeva nessuno tranne il Cane Nero lo avevo preso a calci sotto il portico e il pulcino era diventato tutto strano e s’era messo a pedalare con le zampette verso l’alto e le orbite come albumi, e io m’ero sentito in colpa e avevo invocato aiuto, “Venite a vedere, il Cristinalbert fa degli strani movimenti”, e il Cane Nero abbaiava così forte che avrebbe potuto ammazzarmi di paura e soprattutto denunciarmi, ma siccome abbaiava sempre così nessuno si accorse della differenza. E poi, per fortuna, il povero pulcinetto che non c’entrava niente e mica lo sapeva di chiamarsi Cristinalbert non era morto e, anche se ci aveva impiegato un po’ di giorni di convalescenza dentro uno scatolone con la paglia, alla fine si era ripreso – che sollievo! – altrimenti sarei diventato non solo un assassino ma un assassino stronzo e vigliacco, che è pure un pochettino peggio. Come un cattivo di Tex che aveva sparato a un pulcino in un ranch per fare il gradasso e dopo Tex quando lo rincontrava lo disprezzava e gli diceva: “Toh, chi si rivede, il giustiziere di pulcini”.
"Un prete poco lucido"
Il fatto di essere non rachitico ma quasi, a propulsione più nervosa che muscolare, aveva completato il mio ridimensionamento.
E poi, c’era il fatto che a Cuviago la mia personalità aveva subito il suo bel disinnesco religioso. Sì, perché dovete sapere che a Lavinia la religione era stata soltanto andare a Messa con la mamma ogni sabato sera alla chiesa del Ponte. Dove c’era un prete di duecento anni che stava messo male con la lucidità ma gli lasciavano celebrare la Messa lo stesso perché altri più a posto non ne trovavano. E così questo duecentenne non più molto lucido che però non andava in pensione passava tutta la Messa a barcollare e caracollare e biascicare uggiolii e lamentii e tremolio tremens e frasi incomprensibili che capiva solo lui, sempre ammesso che le capisse. Il momento peggiore era quando se ne stava in piedi per venti minuti di fila a ciancicare e pencolare, e quella era l’omelia o l’omelette che dir si voglia. Durante l’omelia, che sbiascicava a se stesso con vocina stridula e impastata, come se la stesse ripassando mentalmente davanti a uno specchio poco lucido, a un certo punto s’inclinava e pendeva e avevi paura che cadesse ma non cadeva mai, era come l’Ercolino Sempreinpiedi però conciato peggio, e alla fine la mamma diceva sempre Ma poverino, non lo dovrebbero far soffrire così, e io credevo che intendesse abbatterlo come i cavalli feriti nei Tex, e mi rappresentavo la scena, e in fondo non la trovavo neanche poi così tanto sbagliata.
L’unico momento bello era se c’erano i canti, perché allora potevo sentire la voce della mamma, così intonata e dolce che certe persone si voltavano a guardare anche se voltarsi in chiesa era peccato.
"Donna o istituzione?"
Ma ancora oggi, se chiudo gli occhi e penso “chiesa”, la prima cosa che mi viene in mente è don Gioele con la sua bellissima voce da baritono, e un brivido mi percorre da capo a piedi nel risentirlo cantare, fremendo di commozione, quella strana, lunga, disperata parola: “Geementesefleeentes…” che sta nel cuore del Salve Regina. Sono sicuro che in quei frangenti, su quegli acuti, lui ci facesse l’amore, con la sua Regina. Guardandolo intuivo che l’amore puro era qualcosa che poteva esistere veramente, che gli angeli asessuati non erano degli esseri con qualcosa di meno, ma con qualcosa di più. Ma gli ignorantoni del paese queste cose non potevano capirle, e spettegolavano che don Gioele si scopava (che schifo) la De Ropp.
La De Ropp vista da noi non era una donna, ma un’istituzione come il catechismo, l’acquedotto, il passaggio a livello. Non era roba che si potesse scopare.
"La spugnetta"
Affrontai la scala a pioli esterna e montai su per quella interna. Gianni era già lì che mi aspettava. O forse no, non mi aspettava per niente. Aveva portato con sé una radiolina, piccola e nera, da cui usciva una canzone che faceva grosso modo “Gud babburèscion”. Mi avvicinai a lui. Aveva uno sguardo strano. Una luce malandrina negli occhi. Io non vedevo l’ora di sentire il proseguimento della storia dei dieci pianeti. Mi sedetti poco distante e aspettai che la spegnesse. Ma lui invece del quaderno nero tirò fuori il piccio. Cosa diavolo aveva in mente? Pisciare sul fieno? Però non si alzava a pisciare. Rimaneva seduto. Prese a strofinare, mentre quella cavolo di radiolina continuava a fare Babburèscion Babburèscion, senza molti guizzi di fantasia. Restai stupefatto da quel che stava accadendo. Mica lo sapevo che si potesse fare anche a mano. Io, che della cosa ero un neofita assoluto, quelle poche volte, in gabinetto, sistemavo una spugnetta per terra, mi sdraiavo a pancia in giù, e poi ci davo di addominali. Era più realistico, ma faticoso. Sfiancante. Io con gli addominali ero debole da fare schifo. Forse perché mi nascondevo sempre quando in palestra si facevano determinati esercizi. Finito lo stupore, pensai bene di imitarlo. «Per piacere, metti via quel cetriolo» mi sfotté lui. «Che mi viene da ridere». In effetti le misure non erano comparabili. Io però ero più piccolo di un anno, e a quell’età un anno fa tutta la differenza del mondo. Il bagno me lo faceva ancora la mamma, e quando me lo lavava lo chiamava Pirillino, e io non ci trovavo niente da obiettare. Però non ci pensavo nemmeno, a quel punto, a rimetterlo via. La faccia di Gianni si faceva sempre più stranita. Era come se stesse guardando un film che gli piaceva ma gli metteva paura, e continuava a darci dentro di polso. Non capivo perché invece di metterlo via non mi avesse chiesto di andare via. Non erano cose da farsi in privato, quelle? Credetti fosse una cosa che aveva inventato lui, che fosse il primo al mondo a sperimentarla, e per la prima volta. Io come ho detto mi rinchiudevo e mettevo la spugnetta rosa per terra e me la scopavo. Poi la risciacquavo ben bene. Di certo non avevo mai creduto potesse essere una cosa per comitive. Anzi. Le poche volte che m’ero dato da fare a mettere incinta la spugnetta, ero convinto d’essere l’unico al mondo in preda a tali perversioni, e dopo, ogni volta, promettevo a Dio di non caderci mai più.
E ora, in regalo per voi, un po' di "oggettistica" del romanzo. Stavo per aggiungervi le fotografie di qualche location, ma poi ho deciso di non farlo, per non interferire con le vostre fantasie di Lettori e con le magie evocative della Parola Scritta.
![]() |
| Il libro di Saki |
![]() |
| La cartolina del signor Vecchio |
![]() |
| La Ciopy |
![]() |
| Il Salve Regina di Francesco Suriano |
Che altro dirvi, miei cari? Non fatevi sfuggire, e non fate mancare ai vostri amici, la magia di Quattro soli a motore. E alla larga, nello scegliere i regali, dalle solite quattro sòle!
Con affetto,
J. Stronkabook
mercoledì 13 novembre 2013
Eresia Flash: NON C'INDURRE IN RELIGIONE
"C'è sempre la possibilità che qualche stronzo si possa offendere"
(Clint Eastwood, Fuga da Alcatraz)
Dalle nostre parti, un calciatore del Livorno è stato squalifi-cato perché una stupida telecamera spiona e kattoinkuisito-ria lo ha sorpreso a dire FRA SÉ E SÉ una bestemmiola dopo aver sbagliato un gol.
(Che poi qualcuno dovrebbe spiegare a questi genialoidi castigamatti, patetici decrittatori del labiale altrui, che uno potrebbe pure dire, in un impeto autocritico, “Porco d’Io”: come lo capisci se nel labiale c’è l’apostrofo??!!)
In russiA, la kiesa ortodossa è il principale sponsor dell'omofobia di Stato, perché i gay offenderebbero l'Altissimo (che giuro non sono io, anche se misuro 1,94).
In russiA, la kiesa ortodossa è il principale sponsor dell'omofobia di Stato, perché i gay offenderebbero l'Altissimo (che giuro non sono io, anche se misuro 1,94).
In Norvegia, furibonde polemiche perché un sottile, minuscolo, quasi invisibile gioiello a forma di croce indossato da una giornalista televisiva (costretta naturalmente a “scusarsi”, e nel frattempo sospesa dal servizio!) avrebbe “offeso” i simpaticoni islamici.
(Che non si capisce cos’altro facciano nella vita, visto che praticamente passano tutto il tempo a “offendersi”)
Io non voglio spingermi a dire che le fanfaluche mitologico-superstiziose dovrebbero esser dichiarate fuorilegge dalla moderna civiltà (anche se forse sarebbe ora).
Ma chi si “offende” in base a esse per futili motivi, e vuol trasformare in oppressione altrui la propria permalosità codina basandosi unicamente sulla prepotenza del numero (perché la mamma degli intelligentoni, si sa, è sempre incintissima), ha veramente devastato il cazzo.
sabato 9 novembre 2013
Intermezzo sgaruppo fresco di jurnata
LA BRAGAMUTANDA
Il mio corpo umano dal sputo di vista organistico contiene delle cose unpo brutte dette anche con rispetto parlando “fetenzìe”, e in grecolatrino “prudenda”. Il Signore Progettista però he stato assai Eugenio e le a raggruppate tutte nella stessa zona malfamata del corpo, così per coprirle moltobene basta na cosa chiamata bragamutanda. Esse sono (duepunti elenca bene le fetenzìe) i peli pubblici, l’occiello e un par de cojoni, che in certi putacasi arrivano a somare 3 col proppietario. Poi ci sta lu bucoduculo, che però essente brutto e spuzzuloso he diventato timido e si he messo un po sconduto da laltra parte ma sempre a tiro di bragamutanda, e il nonno Artemio sclerotico dice sempre che sto bucoduculo bisogna averlo a senso unico da stare atentissimi con vigilanza urbana pecchè he meglio che di stronzi ne escono parecchi ma non ne entra nisciuno, o soccazzi (in tutti i sensi, dice sempre lui). Eppoi la Pubicità a diciuto che un fetentone su cinque s'offre di inculazione precoce, che sono scherzi coi fiammiferi 'int'u culo per vendere appiù medicine e si finisce drittifilati in galera, eppoi drittifilati si usce pecchè ci stanno l'Amnesia e l'Insulto.
In copp’a l’occiello ci sta na pellicina svergognata che si chiama “pretuzzo”, che la prozzia Carboidrata m’a diciuto che si appella accussì pecchè he la parte di noi regazini preferita da molti prevveti, però mica tutti, presempio il nostro, Don Purscé, preferisce scupacchiarsi li fimmini spusati, che qui non conviene mai dire a qualcuno per strada “figlio dun prete”, che poi magari he vero e si offende a roncolate, opure ti spara un po a dosso.
Da l’occiello anco se il buco he piccolo possono uscire per magia molte varie cose come piscio, panna sborata, malatie, renella, spiattole, adsl, spermi di zoo e spuzza. Se invece esce sputacaso lu catarro vi conviene farlo controllare.
Poi ci sono le glande che non ho caputo ‘ndostanno (ma fare atenzione ai maiali e ai cingolati che ne vanno ghiotti e diventa pericoloso, specce le scrofe coi latticini che gli gira sempre la madonna, dice la zia Protomartira).
La bragamutanda he una venzione molto comoda, pecchè uno può tenere la stessa per coprire tutte chiste fetenzìe anche per molti mesi, fino a quando lei non si scoccia di essere sempre lei a farsi il culo in quei pustàzz, e allora prende a diventare gialla e marrone, che he un sistema elettronico del tessuto tecnologico per segnala-re che fra unpo he ora di cambiarla, però con comodo.
Poi ci stanno le recchia (piussù), che mi raccomando dovete sempre misurarle tutti i giorni che non diventano troppogrosse, pecchè mio patre a diciuto chiaro che se divento orecchione mi disarreda. Per non farmi disarredare a cazzotti e spranga e darci le soddi sfazioni debbo diventare nu Vero Uomo, che in gergo si dice anco “Pregiuddicato” (e deve tenere le urecchie piccole).
Limportante nzomma he non diventare a Dumbo. Un mio amico da piccolo aveva i recchioni però a una recchia sola e he ito a lospedale dove l’ornitorinco lhà ringoiata. Il poveretto he rimasto unpo zoppo di recchia: una normale e una unpo monca, ma tanto mica ci deve caminare.
Le prossime cose del mio corpo umano magari ve le dico natra vota, che adesso m’aggia nupoco rott’ecazze. Che a scrivere troppobene si stanca la minchia. E poi se lo viene a sapere la Strega ti “premmia”, che devessere una cosa molto brutta.
giovedì 17 ottobre 2013
Paolo Zardi - IL GIORNO CHE DIVENTAMMO UMANI
Paolo Zardi
Pagine 203 € 14
Voto: 9
Attendevo il nuovo libro di racconti di Paolo Zardi con la stessa impazienza con cui un bambino, la mattina di Natale, aspetta di scoprire i doni sotto l’albero. Me lo sono divorato avidamente, e non ne sono rimasto deluso. Anzi, è riuscito a stupirmi in positivo, cosa che non ritenevo più possibile. Inutile malignare: io non dico che Paolo scrive bene perché è mio amico fraterno (come farebbe l’intellettualozzo italiota medio). Semmai è vero il contrario: Paolo è diventato mio amico fraterno proprio perché scrive divinamente bene (mi ci vedete amico fraterno di Moccia? O della tizia delle 50 flatulenze vaginali – e relative imitatrici?)
Pochissimi sono oggi gli scrittori italiani (e gli artisti in generale) all’altezza dei loro corrispettivi internazionali, dai quali, come squallida e deprimente conseguenza dell’essere un paese meritofobico, raccomandereccio, imbecille e mafioso, ci separa una voragine sempre più spaventosa a livello di talento, intuizione, brillantezza, originalità, professionalità, passione, dedizione, ispirazione, vocazione vera. Paolo Zardi è uno di quei pochissimi. Lo capiresti già leggendo un pezzo a caso sul suo blog, grafemi, al confronto del cui delizioso, prelibato livello intellettuale tante redazioni culturali di grandi giornali dovrebbero esporre il cartello: “chiuso per vergogna”. (Della tv e di chi la considera buona consigliera, perdonate il mio snobismo, non mi abbasserò a parlare).
Vi dico subito che non sarà (per fortuna) una lettura spensierata o futile. Siamo di fronte a un libro cupo e duro, pur se qua e là venato di quella leggerezza cui solo i grandi sanno attingere, nel quale Paolo Zardi affronta il dramma della condizione umana senza fare sconti, e senza voler elargire, né a sé stesso né al lettore, comode quanto illusorie speranze. Uno dei punti di forza, che spinge a desiderare che il libro non finisca mai, è dato dalla varietà: di personaggi, di argomenti, di situazioni. Ogni racconto è un mondo, o più mondi, e anche i finali, pur se in genere amari, sono poco apparentabili fra loro: a volte atroci, a volte ironici, a volte tragici, a volte lirici e struggenti (immagini di cani sotto il sole che “aspettano di diventare sabbia”), e quasi tutti aperti. Paolo sa che per fare lo speleologo nelle viscere dell’animo umano (cioè per fare lo Scrittore, che nel 2013 non può essere soltanto un canta-storie tramute o un menestrello del cazzo) bisogna essere pronti a trovare, e sperimentare dentro sé stessi, di tutto: pericoli, orrori, infezioni, ignominie, e in special modo puzze: l’afrore chimico del desiderio, il tanfo putrido del conformismo, il fetore della schiavitù, le acri esalazioni della malattia, i miasmi di galera delle vite standard (penso alla diabolica, spietata, esilarante ESATTEZZA di Addio al celibato). Eppure l’Autore non si tappa il naso, né fa nulla per confondere i nostri con artificiosi olezzi di lavanda. Ma al tempo stesso riesce a venire a capo dell’incubo per raccontarne con levità e commosso stupore, senza mai calare la mannaia di un giudizio definitivo o preconfezionato (o peggio ancora adulterato da quegli sciocchi schemini ideologici di seconda mano che nello Stivale vanno sempre per la maggiore). Non biasima le debolezze dei suoi personaggi, ma nemmeno ne fa quell’apologia facilona, adesiva e banale che fanno tanti altri: semplicemente dà loro VOCE. Magari lascia trasparire il suo sgomento, ma non li condanna per quella che è la loro, cioè la sua, cioè la nostra, infinita fragilità, e anzi cerca, per quanto possibile, di amarli. Sì, di amarli. Tutti, o quasi. Perché sa che ognuna di quelle follie, ognuno di quei baratri, in qualche modo, lo riguarda e ci riguarda, in quanto parte dell’es-sere, ci piaccia o no, umani.
Ho fin qui parlato di odori sgradevoli che promanano dall’umano. Ma sarei impreciso se non dicessi che in questi racconti ci sono anche gli inebrianti profumi della tenerezza e dell’amore, soprattutto verso i figli: non c’è riga in cui non si percepisca che chi scrive è un Padre, e che i suoi sono bambini fortunati.
Non mi dilungherò sui singoli racconti per non levarvi il piacere della scoperta. Dico solo che ho trovato geniale il terzo, Fiat Duna, che scandaglia in profondità, con coraggio e acume disarmanti, il senso di colpa di un uomo che si rende conto di provare vergogna per la bruttezza della moglie e della figlia, e di vergognarsi (non abbastanza?) con sé stesso per tale vergogna. Vicino alla mia idea di perfezione è poi La stella marina, in cui un professore di zoologia con un tumore al cervello scoperto per caso arriva a formulare questi pensieri sulla vita:
“Le piante erano una curiosa escrescenza carbonica della crosta terrestre, i celenterati sacchetti di succhi gastrici con una bocca e un buco del culo; i pesci sembravano automi semoventi incapaci di intendere e volere, e le formiche cellule ottuse di un organismo molto più grande, e altrettanto ottuso. Una vita a forma di leone mangiava una vita a forma di antilope: cosa moriva, sotto la ferocia di quegli attacchi? Aveva incentrato la tesi di laurea sulle tenie, lunghe strisce di cellule che crescevano nell’animale che le ospitava: guardandole, chi avrebbe potuto pensare che la vita fosse un miracolo, o almeno qualcosa di importante?”
Maestro inarrivabile anche nell’uso del linguaggio scientifico per dare l’idea della paurosa assurdità delle dinamiche, naturali o sociali, cui soggiaciamo (a volte sembra di sorseggiare un Leopardi corretto Houellebecq), coi suoi lucidissimi e terrificanti racconti Zardi ci dimostra, forse senza volerlo e di sicuro senza presunzioni, che la Scrittura, quando giunge alle sue vette più eccelse, è Miracolo altrettanto bello, inspiegabile e importante della vita stessa, se non di più.
![]() |
| Paolo Zardi |
Lui non lo dirà mai, perché è un uomo generoso verso tutti, pieno di bontà e di umiltà, ma se Paolo Zardi vivesse in America, scriverebbe (se ne avesse voglia) sulle pagine letterarie del New York Times, i suoi libri sarebbero in classifica, e avrebbe vinto già qualche premio. In italiA, paese delle conventicole di petomani accademici, non lo conosce quasi nessuno, e questo è un peccato mortale.
Grazie anche a un giornalismo di livello men che modesto, sfacciatamente al servizio dei più squallidi imperativi commerciali (o politici), e che ormai non fa nemmeno più finta di compiere il suo mero dovere – quattro righe per informare del fatto che certi libri belli onesti e meravigliosi ESISTONO – il suo precedente capolavoro, Antropometria, splendida raccolta di racconti con cui ha esordito nel 2010, sempre con la Neo edizioni, è passato inosservato (e stiamo parlando di uno degli esordi più promettenti del panorama europeo e mondiale: come se Cechov e Carver si fossero reincarnati in una persona sola), al pari del successivo romanzo La felicità esiste (Alet, 2011).
E tutto ciò fa rabbia, perché basterebbe un minimo, ripeto, di informazione (magari negli spazi di cui lorsignori abusano per renderci partecipi, a mo’ di marameo, dei premiozzi rastrellati quotidianamente dai loro vicini di scrivania Fufy, Boby e Bubu: l’uncinetto letterario d’oro, il tartufo poetico d’argento, l’escremento narrativo di bronzo) per raggiungere, e rendere felici, tantissimi potenziali lettori ed estimatori: non certo i milioni che comprano le patacche cazzofigacee vendute a rotoli nei supermarket, ma alcune migliaia sicuramente sì, migliaia di ottimi lettori italiani defraudati della possibilità di sapere che certi romanzi e certi racconti, ogni tanto, anche in italiA, grazie a editori come la Neo, si stampano!
E allora l’informazione, porca puttana, proviamo a farla NOI. È noto che, purtroppo, quando si parla di successi basati sul passaparola, quasi sempre si tratta di passaparola artificiosi, alimentati ad arte dal mercato del pesce mediatico-editoriale, sempre più infallibile, bullesco e devastante, mentre quelli spontanei, tristemente, si arenano. Ma se un giorno dovessimo riuscire, per magia, a decretare il successo di un buon onesto libro davvero soltanto col nostro parlarne e poi riparlarne e poi ancora parlarne, quello sarebbe un giorno di vittoria e di esultanza, perché da quel giorno potremmo finalmente porre le basi per provare a mandarli a casa tutti: gli usurpatori, i mercanti nel tempio, i costruttori di templi abusivi e i loro muscolosi (ma al tempo stesso mummificati) buttadentro dall’alito mefitico.
Proviamo a cominciare con questo?
In un'epoca in cui dire "scrittore italiano" suona strano quanto dire "sciatore ugandese", incontrarne uno sul proprio cammino è sempre, credetemi, una gioia immensa, che confina con la commozione. Anzi, ci sconfina dentro, vi irrompe, alla grande, provocando lacrime di gioia e d’incredulità. Quindi, quando capita, non siate egoisti o pigri: fatelo sapere anche agli ALTRI.
Insomma: se v’interessa l’Eccellenza, sapete cosa fare. Se invece v’interessa scoprire, dopo 500 pagine di piattume (o di pattume), chi ha trafugato la supposta radioattiva da cacciare in culo al maggiordomo (che ovviamente è una spia russa eptagiochista) sapete dove andare (o dove vi mando io).
E sopra ogni altra cosa, nei secoli dei secoli, tenete presente il monito da cui potrebbe dipendere la vostra salvezza: non fatemi incazzare.
Parola di Scriba.
martedì 8 ottobre 2013
UNA LINGUA MADRE È MOLTO PIÙ DI UN REQUISITO PER IL LAVORO: NO ALL’AUTOSTUPRO A FINI DI LUCRO, NON LASCIAMOCI COLON-IZZARE!
FILM DOPPIATI? SÌ, GRAZIE!!
Un recente intervento della ministra Carrozza, condivisibile sotto vari altri aspetti, si è concluso con un auspicio che mi ha lasciato piuttosto perplesso: la graduale diminuzione, sino a giungere magari alla totale eliminazione, di doppiaggi italiani per film e programmi stranieri, affinché i bambini, i ragazzini, e con loro la popolazione intera, possano essere facilitati nell’apprendimento delle lingue originali, e in particolare dell’utilissimo e indispensabile inglese.
Davanti a teorie di questo tipo, la mia reazione non riesce mai a essere univoca.
Da un lato non posso non pensare che se padroneggiassi l’inglese (o il francese) al livello di una vera lingua madre, potrei già da tempo essere felicemente scrittore in paesi più intelligenti e civili, affrancato da meritofobie, politicizzazioni, favoritismi, nepotismi e puttanismi italiosi. In altre parole, se per liberarci dalla prigione italiA e dalle sue stupide cosche dobbiamo (parzialmente?) liberarci dall’Italiano, anche se è una delle lingue più ricche e più belle del mondo, magari è giusto provare a farlo. (Spassoso però lo spettacolo di giornalistozzi-scrittorelli che frignano perché l’italiA è “fuori mercato” per i Talenti, fingendo che nel LORO campo vada tutto come deve andare!)
Al tempo stesso, non posso non scorgere in tali atteggiamenti gli schifosi virus del gregariato mentale, del provincialismo, della sottomissione volontaria, del servilismo, della leccaculaggine. Tipo quelli che in una nuova tassa italiana che gli italiani dovranno pagare al fisco italiano c’infilano la paroletta angloide “service”, come se una nuova tassa non fosse già abbastanza antipatica di suo, senza bisogno di aggiungerci un nome sciocco e fuori luogo e culturalmente autostuprante. O quelli che invece di dire “mobile” dicono “mobàil” perché l’hanno imparato dall’odiosa pubblicità radiofonica e televisiva. Movaff… O quei patetici cronistelli che all’estero non saprebbero ordinare un caffè in un bar, però nei servizi per le tv italiane credono di farsi belli farfugliando “sold out” invece di “tutto esaurito”, o “rumors” al posto di “voci”.
Forse, se la lingua mondiale del profitto, della politica, del tecnoglionimento, dell’economia iperconsumista, dello sfruttamento e dello schiavismo anziché l’approcciabile inglese fosse il più ostico e astruso cinese (e non è detto che non lo divenga, presto o tardi), oppure il giapponese, il russo o l’arabo, certi capoclasse saputelli e faciloni sarebbero un po’ meno zelanti nell’auspicare genuflessioni mentali e linguistiche. L’orgoglio di una nazione – la Francia insegna – si vede da queste cose, non dall’inquinare il cielo con le frecce tricolori.
p.s. approfitto per dire comunque Grazie ai bravissimi Doppiatori italiani, che col loro stupendo e superprofessionale lavoro mi hanno permesso per tutta la vita di stragodermi i più bei film tradotti magistralmente nella mia lingua. Così bravi che spesso gli attori sembrano parlare italiano persino nel labiale! [Almeno un paio di famosi attori americani hanno dichiarato di preferirsi di gran lunga doppiati in italiano: per la bravura del doppiatore, per il timbro della sua voce, per la bellezza fonetica della nostra meravigliosa lingua.] Che la mia sia solo pigrizia? Benissimo. L’ho sempre detto lo Zio è il padre dei vizi, e che Pigro è bello (oltre che cosa buona e giusta, nostro piacere e fonte di salvezza)! E poi, visto che si parla sempre (e spesso a sproposito) di difesa dei posti di lavoro, perché mai rompere i coglioni a eccellenti lavoratori come doppiatori, traduttori e interpreti? Un lavoro che non inquina e ci migliora e abbellisce e facilita la vita, e tutti a dargli contro. E tutti a strepitare invece per la riapertura di fabbriche venefiche…
ERESIA SUPERFLASH
Un intero stadio CHIUSO per colpa di alcuni "cori" a malapena udibili e cantati, in trasferta, da frange minoritarie di fecciolina ultrà. (Ho visto la partita e non ho captato nulla, mentre ho sentito i tifosi di casa, in soverchiante maggioranza, imperversare coi loro slogan da Lord: "Ci sentiii?! Pezzo di merdaaa...") Chiuso a TUTTI, anche a chi ha fatto sacrifici per pagarsi un abbonamento.
La psicotica fregola antirazzista delle autorità calcistiche non solo sconfina (oltre che nel patetico) nell'illegale e nell'incostituzionale, e nella violazione dei più elementari diritti individuali (e del buon senso) ma ha talmente devastato i testicoli da farmi venir voglia di DIVENTARE razzista per provocazione. E a proposito: ma se io scrivo che i napoletani mi stanno simpatici, compio una grave "discriminazione in base ad appartenenza territoriale"? Mavaff...
A quando retrocessioni in serie D per un "arbitro cornuto" sussurrato da un singolo vecchietto, ma col labiale intercettato da qualche fanatico piedipiatti del bon ton da stadio? E intanto petardi, bombe carta e fumogeni continuano a farla da padroni, a rendere inguardabili le partite e pericolosi i luoghi in cui si svolgono. Complimenti vivissimi.
"RESPECT" è la parolina magica che manda in visibilio gli accigliati e irreprensibili professorini di etica pallamutandara della Fifa (gli stessi che hanno assegnato i mondiali 2022 al Qatar, per motivi sportivi e culturali, suppongo). Ma anche castigare pesantemente chi non c'entra per nulla denota mancanza di rispetto. Oltre che d'intelligenza.
ERESIA SUPERFLASH
Un intero stadio CHIUSO per colpa di alcuni "cori" a malapena udibili e cantati, in trasferta, da frange minoritarie di fecciolina ultrà. (Ho visto la partita e non ho captato nulla, mentre ho sentito i tifosi di casa, in soverchiante maggioranza, imperversare coi loro slogan da Lord: "Ci sentiii?! Pezzo di merdaaa...") Chiuso a TUTTI, anche a chi ha fatto sacrifici per pagarsi un abbonamento.
La psicotica fregola antirazzista delle autorità calcistiche non solo sconfina (oltre che nel patetico) nell'illegale e nell'incostituzionale, e nella violazione dei più elementari diritti individuali (e del buon senso) ma ha talmente devastato i testicoli da farmi venir voglia di DIVENTARE razzista per provocazione. E a proposito: ma se io scrivo che i napoletani mi stanno simpatici, compio una grave "discriminazione in base ad appartenenza territoriale"? Mavaff...
A quando retrocessioni in serie D per un "arbitro cornuto" sussurrato da un singolo vecchietto, ma col labiale intercettato da qualche fanatico piedipiatti del bon ton da stadio? E intanto petardi, bombe carta e fumogeni continuano a farla da padroni, a rendere inguardabili le partite e pericolosi i luoghi in cui si svolgono. Complimenti vivissimi.
"RESPECT" è la parolina magica che manda in visibilio gli accigliati e irreprensibili professorini di etica pallamutandara della Fifa (gli stessi che hanno assegnato i mondiali 2022 al Qatar, per motivi sportivi e culturali, suppongo). Ma anche castigare pesantemente chi non c'entra per nulla denota mancanza di rispetto. Oltre che d'intelligenza.
martedì 1 ottobre 2013
COME AS YOU ARE
DOVE C’È AMORE C’È CASA
Sia chiaro che il mio condividere questo ormai vecchio spot francese (col ragazzino innamorato del compagno di classe ma pronto a regalare un sorriso di indulgente compassione all’antiquato e poco fantasioso padre che per lui auspica, manco a dirlo, “una ragazza”) non vuole essere un atto contro Barilla. Ma semmai una parziale giustificazione di Barilla. E mi spiego.
Lo spettatore italiota medio, quello che da mattina a sera s’imbeve il cervellino di tv (e radio) commercialoidi e si rincitrullisce di spot pubblicitari, è notoriamente (ditemi se sbaglio, o se sbaglio di molto) persona bigotta, ignorante e criptofascista (criptobalilla?). Nel caso sia di sesso maschile, è un machoide belluino affolla-mondo, un bullo omofobo, eroticamente inabile e sentimentalmente avaro, capace di arrivare a guardare con sospetto persino l’invito alla Tenerezza di Papa Francesco. E la pubblicità deve mirare al bersaglio grosso e grossolano, giusto?
E allora (premettendo che per me uno spot pubblicitario è sempre e comunque qualcosa di fastidiosissimo, e mi stimola pruriti di boicottaggio), se i signori di McDonald (ma credo sia capitato a tanti altri) ne mandano in onda uno intelligente e coraggioso nella civile Francia, ma si guardano bene (per cinismo? per puro realismo? per calcolo? per ipocrisia? per paura?) dal fare lo stesso nell’arretrata italiA, cosa pretendiamo dal povero Barilla, che si limita a fare come tutti gli altri ma è così ingenuo da dirlo?
Siamo un paese martoriato dalle mafie, rovinato dai politicanti e culturalmente senza speranza, ultimo in Europa per acquisto di romanzi e primissimo al mondo per telefonozzi pro capite e stupid-app scaricate per puro cazzeggio. Dove un gay seduto su una panchina a scrivere su un taccuino può essere aggredito e sfigurato da un vile energumeno (che sia stato proprio l’atto di SCRIVERE l’aggravante che ha fatto scattare la DOPPIA INVIDIA nella testa vuota del cerebrolesso inferiore?) Un primo, timido passo potrebbe essere smettere TUTTI di guardare ogni tipo di spot. O almeno smettere di parlarne come se fossero cose importanti. E nel frattempo, speriamo solo che non arrivi qualche tacchino del politically correct a invocare le quote gay nella pubblicità, o rischierò di scrivere un pezzo (apparentemente) omofobo persino io…
Iscriviti a:
Post (Atom)















