"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"

SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

venerdì 19 ottobre 2012

QUATTRO SOLI A MOTORE – Il nuovo romanzo di Nicola Pezzoli da oggi in libreria!




“…una storia totale, esilarante e tremenda come solo l’adolescenza può essere.” “Quattro soli a motore è un romanzo corale toccante e avvincente. È l’archetipo del romanzo di formazione a tinte noir. È il capolavoro di un autore in evidente stato di grazia.”

(dalla quarta di copertina)


“Il sublime non è un bello-molto-bello: è un’altra dimensione estetica, attorno alla quale si aggirano i vari Nabokov, Flaubert, Franzen, Wallace, Kafka, Roth, Dickens, Amis… Ecco, con il dovuto rispetto per i mostri sacri della letteratura, il talento di Pezzoli è più vicino a questi giganti dell’arte che a quello degli scribacchini che occupano i primi dieci posti nelle classifiche di vendita in Italia…” “… uno stile che continua a oscillare tra il grottesco e lo struggente, il malinconico e il dissacrante, italiano fino in fondo, senza assomigliare (per fortuna?) a nessun italiano.”

(Paolo Zardi, Grafemi)


“Avevo una voglia matta di leggere un bel romanzo di formazione italiano, ambientato negli anni della mia infanzia, che fosse un avvincente romanzo pieno di enigmi e di misteri, ma al tempo stesso divertente, originale, profondo, irriverente, spiazzante. E in cui riecheggiassero, con la loro forza e le loro suggestioni, le grandi storie adolescenziali della narrativa americana, da Twain a Salinger, da La sottile linea scura di Lansdale a Panino al prosciutto di Bukowski, fino al racconto di King The body, da cui venne tratto il meraviglioso Stand by me. Avevo una voglia matta di leggerlo. Così me lo sono scritto da solo.”

(Nicola Pezzoli)


“Emozionante, spassoso, tenero, terrificante, commovente, sconvolgente: tra i più bei romanzi italiani di sempre. Imperdibile per chiunque sia stato bambino negli anni Settanta. Imperdibile per chiunque sia stato bambino in un momento e in un luogo qualsiasi della vita di questo Universo”.

(J. Stronkabook)


Per chi volesse saperne di più, o lo volesse acquistare al volo senza nemmeno passare in libreria, vi rimando al sito della NEO.




domenica 14 ottobre 2012

CONTO ALLA ROVESCIA – Sembra che da queste parti qualcosa di miracoloso stia per accadere…





Mi dicono che il magico scriba qui sopra ritratto sia finalmente in procinto di dare alla luce il suo secondogenito narrativo…
Pare che manchino pochissimi giorni.
E voi, siete pronti a correre in libreria?
Com’è quel sottofondo da stadio per rendere il senso dell’attesa?
“Oooooooooooooooooooooooooooo…”

[Foto by Fausto Crepaldi, Blumediart]


lunedì 1 ottobre 2012

GUEST STAR: oggi mi trovate anche su Grafemi



Comunicazione di servizio. 
Oggi, in via eccezionale, potrete leggermi anche su Grafemi, uno dei migliori blog in circolazione, che mi fa l'onore di ospitare il mio racconto "il twist nel momento più inadatto". Per teletrasportarvi su Grafemi, ed essere anche voi graditi ospiti dell'amico e collega scrittore Paolo Zardi, cliccate QUI.


mercoledì 19 settembre 2012

INTERMEZZO – Zitto e scrivi, grazie (sempre se ne sei capace…)


DUE MARONI

Per me non c’è mai stato niente di più noioso degli scrittori (o peggio ancora degli aspiranti scrittori) che parlano tutto il tempo di se stessi in quanto scrittori: quante stracavolo di cartelle si costringono a sbrodolar fuori ogni giorno, e se si impongono orari fissi da impiegati, e se scrivono con la stilografica o a macchina o con lo scalpello, e se per i loro dialoghi pedestri preferiscono i trattini o le virgolette da sergente (io consiglierei le manette dell’appuntato, per il reato di minchia infranta…)

Uno scrittore deve parlarmi con le sue opere, non coi documentari su come le fa (o NON le fa.)

Di ancor più stucchevole c’è soltanto l’attitudine di certi giornalisti “culturali” a riciclare all’infinito un’insulso articolozzo (che avrò già adocchiato cento volte in tutte le sue minime varianti) su cosa fanno certi “scrittori” italioti ufficiali per propiziarsi quell’Ispirazione che non gli verrà mai. Due maroni: chi si sciampa sei volte al giorno, chi fa free clymbing sulle piastrelle del cesso, chi prepara polpettoni al tamarindo e muffa, chi si spara quarantaquattro seghe una dietro l’altra… Tutto fuorché scrivere, fanno. E si capisce: non ci sono portati.
Avete provato con l’elettroshock? Magari due parolette in croce un po’ originali vi vengono in soccorso… Dovreste iniziare con frasette semplici: “D’autunno cadono le foglie” (sempre meglio che le balle). Mio fratello in prima elementare faceva così. Pagine e pagine di foglie da rastrellare. Non è diventato uno scrittore, però è un ottimo giardiniere.

E voi? Preferite come me un puro e diretto rapporto col Testo (possibilmente ben scritto, e auspicabilmente privo di prefazioni professorali, note erudite, postfazioni sociologiche, filosofiche o fruttivendolistiche) o ambite a entrare a curiosare nel laboratorio dell’autore?

martedì 4 settembre 2012

Fumo nel cielo, goccia nel fiume: ho sognato un tuo bacio, e profumava di rose.

Oggi sarebbe stato il quarantasettesimo anniversario di matrimonio dei miei splendidi genitori.
Anzi, non “sarebbe stato”: lo è.
Ti voglio bene ogni giorno di più, cara mamma perduta.
Chissà che ne è stato delle particelle di fumo che quel giorno di fine agosto si involarono dal crematorio, verso un cielo azzurro che più azzurro non poteva essere.
Forse qualcuna è diventata acqua, e scorre proprio adesso nell’Orinoco, o nel Danubio.

martedì 28 agosto 2012

ARS GRATIA ARTIS. Beata inutilità: il servire lasciamolo ai servi! – risposta a un ragazzotto sulla letteratura che (per fortuna!!) non “serve”.



Raramente riciclo commenti miei lasciati altrove per scriverci dei post. Lo faccio stavolta perché mi pareva significativo, e soprattutto perché quando lo feci NON dette origine a infuocati dibattiti (in quei casi si rischia di dare la sgradevole idea di riparlarne in casa propria per “avere ragione”).
Era la mia risposta (indiretta) a uno studentello che sbatteva in faccia con arrogante sicumera, a una mia Amica insegnante, il fatto che secondo lui la letteratura “non serve”.
L’ho naturalmente preso in parola, e mi sono quindi concentrato sulla visione utilitaristica e meschinamente materiale del “servire”, senza addentrarmi in più elevati discorsi sul servire al cuore, alla mente, all’anima ecc…
La riporto (quasi) pari pari:

Se quello sciocchino si degnasse di venir qui a leggere, gli direi che fra le cose che (per fortuna!) non "servono a nulla" ci sono la Letteratura, il Cinema, la Pittura, la Musica, ma anche il Gioco, e il saper contemplare le Bellezze naturali, e persino i Sentimenti! Cos'è che "serve"? Serve essere bravi schiavi della produzione, della riproduzione e del consumo, serve essere conformisti e nonpensanti. In definitiva SERVE ESSERE SERVI. Le mie condoglianze a questo servo del futuro. I Padroni e il Dio Denaro staranno già brindando alla stoltezza sua e dei suoi miseri consimili. (A meno che, avendo la fortuna di un'insegnante come Te, non sia ancora in tempo a salvarsi e a svegliarsi...)

Aggiungo solo una citazioncina del professor Keating, meraviglioso protagonista dell’Attimo fuggente (probabilmente un film “che non serve”, per quel povero ragazzotto dall’anima in pericolo):
“Noi non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore, sono queste le cose che ci tengono in vita.”

[Essere Scrittore in quest’epoca assurda è comunque, me ne rendo conto, come essere un Cavaliere con l’armatura al tempo del treno, dell’automobile e dell’aereo. È una follia romantica, ma io sono orgoglioso e felice di incarnarla!]

p.s.
Uno dei pochi motivi per cui valga ancora la pena di sentirsi con orgoglio italiani è la nostra splendida Lingua. Ma le recenti genuflessioni tipo Politecnico di Milano davanti all’angloide danno da pensare. Dopo la Narrativa, metteremo in disarmo anche la nostra Lingua? Perché non lecca abbastanza? Come si può rinunciare alla propria Lingua nelle proprie Università? Anche l’Italiano non serve più, perché non abbastanza SERVO?
Ahi serva italiA…

[Su questo argomento ho sempre ammesso di avere una posizione abbastanza schizoide: se mi avessero insegnato l’inglese nella culla, oggi, ne sono sicuro, sarei uno scrittore felice. Perché l’Italiano è meraviglioso, ma il sistema-italiA è uno schifo.]


lunedì 13 agosto 2012

Raccontini adolescenziali rinvenuti in fondo a un cassetto - (4) Non eravamo soli


Un miniracconto di poche pretese, scritto ai tempi del liceo. Ma visto che le esplorazioni marziane sono tornate in questi giorni di grande attualità, ho pensato di rispolverarlo.


Non eravamo soli

 
Che superficiali, i nostri vicini terrestri.
E non poteva essere altrimenti, dal momento che vivevano SULLA SUPERFICIE del loro pianeta.
Cercavano di scoprire se c’era vita su Marte, i poveri sempliciotti, mentre noi eravamo, e siamo tuttora, DENTRO Marte.
Si sono spinti in vane ricerche oltre la Galassia, ai confini dell’Universo, quando noi, gli unici altri esseri viventi del Cosmo, eravamo qui, sotto il loro naso, NEL pianeta vicino al loro.
E adesso si sono estinti, senza aver potuto scoprire, e neppure immaginare, il nostro segreto.
Anzi, ora che ci ripenso, almeno a immaginarlo qualcuno ci arrivò.
Fu un giovanissimo scrittore, con un raccontino breve intitolato “Non eravamo soli”.
Nessuno ci fece caso.


giovedì 2 agosto 2012

Micropost di cazzeggio estivo


Ritorno a voi, che mi leggete e mi volete bene più di quanto non meriti, con imperdonabile ritardo. E ritorno a voi col più leggero e stupidino dei post: ogni tanto ci vuole. 
È che mi sono tornati in mente quegli improbabili nomi inventati di personaggi stranieri, più o meno esotici, con cui ci si divertiva ai tempi della mia infanzia. Ce n'erano alcuni di davvero carini. I miei preferiti erano:

il campione di nuoto giapponese

SUNKIKE NEGHY (per i non lombardi: "son qui che annego")

e la lottatrice russa

TIMENA SETISKOVA

E voi? Ne ricordate (o volete inventarne) qualcuno, per arricchire la collezione-revival? 

 

domenica 1 luglio 2012

ROMAIN GARY - "La vita davanti a sé"


Romain Gary
La vita davanti a sé
Neri Pozza
Voto: 10

A volte scrivere una recensione può essere la cosa più facile del mondo. Perché davanti a certi Artisti non c’è da fare altro che inchinarsi, ringraziarli, e proporre una piccola degustazione del loro Capolavoro, così, tanto per far venire l’acquolina in bocca…


Per molto tempo non ho saputo che ero arabo perché non c’era nessuno che mi insultava. L’ho saputo soltanto a scuola. Ma non facevo mai a botte, fa sempre male picchiare qualcuno.

Ero io che mi occupavo degli altri marmocchi, soprattutto per pulirgli il culo, perché Madame Rosa faceva fatica a chinarsi a causa del suo peso. Era completamente senza vita e le chiappe le si congiungevano direttamente con le spalle. Quando camminava sembrava un trasloco.

Con gli altri marmocchi non ci giocavo, erano troppo piccoli per me, eccetto che per confrontarci il pistolino e Madame Rosa si arrabbiava perché aveva orrore dei pistolini a causa di tutto quello che aveva dovuto vedere nella vita. Continuava anche ad avere paura dei leoni di notte, roba da non crederci, quando si pensa a tutte le altre buone ragioni che ci sono per avere paura, che uno se la prenda coi leoni.

Mi sono sdraiato per terra, ho chiuso gli occhi e ho fatto degli esercizi per morire, ma il cemento era freddo e avevo paura di prendermi una malattia. Nel mio caso conosco dei tipi che s’imbottiscono con certe dosi di polvere, ma io alla vita non voglio mica leccargli il culo per essere felice. Io alla vita non voglio mica dargli il belletto, io ci caco sopra. Noi due non abbiamo niente da spartire.

Ho dato una leccata al gelato. Ero giù di morale e le cose buone sono ancora meglio quando si è giù di morale. L’ho notato tante volte. Quando si ha voglia di crepare, il cioccolato è ancora più buono del solito.

Io mi dicevo che sarebbe proprio una buona cosa se il signor Hamil sposasse Madame Rosa, perché erano giusti di età e si potevano deteriorare insieme che è una cosa che fa sempre piacere.

Madame Lola badava alla casa e aiutava Madame Rosa a tenersi pulita. Non voglio farle dei complimenti, ma non ho mai visto un senegalese che sarebbe stato una madre di famiglia migliore di Madame Lola, è davvero un peccato che la natura si sia opposta. Lui è stato oggetto di un’ingiustizia e così si sono persi dei bambini felici. Non aveva nemmeno il diritto di adottarne perché i travestiti sono troppo diversi e questo non te lo perdonano mai. A volte Madame Lola ne aveva il cuore gonfio.

I ragazzi per dire l’eroina dicono tutti “la merda” e c’è stato un bambino di otto anni che aveva sentito dire che i ragazzi si facevano delle punture di merda e che era una sciccheria e lui aveva cagato su un giornale e si era schiaffato una puntura di merda vera, credendo che fosse quella buona, e così è morto.

Quando sono tornato su, ho trovato insieme a padre André il rabbino di rue de Chaumes, vicino alla drogheria kasher del signor Rubin, che probabilmente aveva saputo che c’era un parroco che gironzolava intorno a Madame Rosa e ha avuto paura che facesse una morte cristiana. Non aveva mai messo piede in casa nostra, dato che conosceva Madame Rosa da quando era puttana. Padre André e il rabbino, che aveva un altro nome ma non me lo ricordo più, non volevano dare il segnale della partenza e se ne stavano lì su due sedie vicino al letto con Madame Rosa. Hanno anche parlato della guerra del Vietnam perché era un terreno neutro.

“Non è possibile, l’eutanasia è severamente punita…”
Mi faceva ridere. Vorrei sapere che cos’è che non è severamente punito, soprattutto quando non c’è niente da punire.

“Ah. Sei un ragazzo molto intelligente, molto sensibile, addirittura troppo sensibile. Spesso ho detto a Madame Rosa che tu non sarai mai come gli altri. Certe volte vengono fuori dei grandi poeti, degli scrittori, e certe altre…”
Ha sospirato.
“… e certe altre, dei ribelli. Ma tranquillizzati, questo non significa affatto che non sarai normale”.
“Lo spero bene che non sarò mai normale, dottor Katz, solo i porci sono sempre normale”.
“Normali”.
“Farò di tutto per non essere normale, dottor…”


Come dico sempre, e a maggior ragione stavolta: 
non fatemi incazzare.
Come dico sempre, e a maggior ragione stavolta: 
parola di Scriba.

sabato 30 giugno 2012

ERESIA FLASH: Ci stanno facendo due balotte così!

A me tutta questa retorica balotellistica di giornalistozzi e capoclasse civici sta facendo girare le balotte, e mi dà fastidio (quasi) quanto il razzismo.
E capire una buona volta che siamo tutti terrestri, invece di menarla spargendo mamelate deamicisiane e nauseabonda melassa sugli italiani marroni, i tedeschi olivastri, gli svizzeri gialli?
Intanto, per colpa dei festeggiamenti insensati e imbecilli dopo la semifinale, una bambina di dieci anni s’è beccata una pallottola vagante, e sta rischiando la vita. E per cosa? Per una partita del campionatuzzo europeo più brutto e noioso di sempre. (Anch’io, rientrando da una cena a casa di mio fratello, ho rischiato autoscontri con parecchi coglioncelli esagitati e sbandierosi).
Se il muscoloso supereroe avesse fatto un bel paio di autogol, e avesse vinto la Germania, quella povera piccola sarebbe andata a nanna sana e salva.

martedì 12 giugno 2012

ERESIA FLASH: uova e farina, però manca il sale (in zucca)




Di solito non amo cavalcare la retorica dei “bambini che muoiono di fame”. Ho sempre ritenuto assurdo, esagerato, sbagliato, sgridare e far sentire in colpa un figlio o un nipote che avanza nel piatto un boccone di carne grassa e nervosa, perché non gli piace, perché non riesce a masticarla, perché è già sazio (o perché in lui c’è un futuro vegetariano), come se mandar giù a forza quel pezzo di cibo potesse risolvere i problemi di chi cibo non ha, anziché produrre semplicemente qualche grammo di escremento in più.
Ma i vuoti stronzetti che celebrano l’ultimo giorno di scuola con la vergognosa, stupida, indegna, becero-conformista battaglia della farina e delle uova, sprecando quintali di ottimi alimenti, loro no, loro non possono non farmi pensare ai bambini che muoiono di fame. E allora io quei vuoti stronzetti li condannerei a un anno di lavoro socialmente utile. Ma non qui. Nel cuore dell’Africa.




lunedì 4 giugno 2012

BOHUMIL HRABAL - "Una solitudine troppo rumorosa"


BOHUMIL HRABAL
Una solitudine troppo rumorosa
Einaudi
Voto:

Dalla quarta di copertina: “A Praga, nelle viscere di un vecchio palazzo, un uomo, Hanta, lavora da anni a una pressa meccanica trasformando libri destinati al macero in parallelepipedi sigillati e armoniosi, morti e vivi a un tempo, perché in ciascuno di essi pulsa un libro che egli vi ha imprigionato, aperto su una frase, un pensiero…”

Mi piacciono i libri leggeri che posso leggere con la mano a leggìo, la sinistra, sdraiato sul dondolo coi cuscini di rinforzo dietro la testa, e la mano che regge senza fatica il libro leggero, il pollice e il mignolo davanti, le tre dita centrali che spariscono dietro. I libri come questo, leggeri di peso ma pesanti di poesia e pensiero geniale come un sole concentrato in un’unica goccia, come tutte le stelle e le lacrime dell’universo pressate in un unico punto da una pressa chiamata Scrittura.
A volte uno Scrittore ti colpisce così a fondo che ti assale la paura di non riuscire a trovare le parole adeguate per comunicare agli altri quanto è bravo, quanto ha impreziosito la tua vita e corroborato la tua anima con le sue, di parole. Questo è uno di quei casi, in cui capisco che devo sperare che vi limitiate a cogliere l’onestà e l’urgenza del mio consiglio, e a credere in me a occhi chiusi. Vi dico questo: dopo averlo letto, mi vorrete bene per avervelo consigliato. Dopodiché mi faccio da parte e vi propongo qualche estratto preso quasi a casaccio, ché tanto ovunque l’occhio cada, cade bene.

“… non urto contro i lampioni né contro i passanti, soltanto cammino e puzzo di birra e di sporcizia, ma sorrido, perché in borsa porto libri dai quali mi aspetto che a sera da loro apprenderò su me stesso qualcosa che ancora non so.”

“… mi sono raggomitolato e rannicchiato su me stesso, come un gattino d’inverno, come il legno di una sedia a dondolo, perché io mi posso permettere quel lusso di essere abbandonato, anche se io abbandonato non sono mai, io sono soltanto solo per poter vivere in una solitudine popolata di pensieri, perché io sono un po’ uno spaccone dell’infinito e dell’eternità e l’Infinito e l’Eternità forse hanno un debole per le persone come me.”

“… perché Leonardo già quella volta sapeva che i cieli non sono umani e che l’uomo che si occupa del pensiero non è umano neanche lui.”

“Io, se facessi il bagno, io mi ammalo subito, io con l’igiene devo andarci cauto e graduale, perché lavoro solo a mani nude, così a sera mi lavo le mani, io lo so, se mi lavassi le mani più volte al giorno, allora mi si screpolano i palmi, ma a volte, quando mi prende il desiderio dell’ideale greco del bello, mi lavo un piede e a volte anche il collo…”

“… la invitai a una gita, avevo vinto al lotto cinquemila corone e siccome non mi piacevano i soldi, allora volevo rapidamente farli sparire dal mondo, per non aver problemi col libretto di risparmio.”

“E poi si è allontanata da me quella servetta, perché ieri mentre pagavo mi è saltato fuori dalla manica un topo.”

“Ventuno girasoli erano accesi nell’oscuro rifugio del magazzino e alcuni topi che tremavano dal freddo perché in nessun luogo c’era più carta, uno di quei topi si avvicinò e mi attaccò, il topo piccolino saltava contro di me sulle zampe posteriori e voleva uccidermi con un morso, o forse rovesciarmi, forse voleva soltanto ferirmi, con tutta la forza del suo corpicino di topo saltava e mi mordeva la suola umida, ogni volta lo spostavo teneramente, ma il topo si gettava di nuovo contro la mia suola, per sedersi infine tutto sfinito in un angolo e guardarmi, mi guardava negli occhi e io presi a tremare, vidi che in quegli occhi di topo c’era in quel momento qualche cosa di più che il cielo stellato sopra di me, di più che la legge morale dentro di me.”

“… una luce ricciolina che nasceva dalla morte del legno.”

“Ma qui era incominciata una nuova era con nuovi uomini e nuovi procedimenti di lavoro, una nuova epoca che durante il lavoro beve latte, sebbene ciascuno sappia che una vacca crepa magari di sete piuttosto che bere latte.”

“… sbigottivo di fronte alla fede di quel venditore, che un monco si sarebbe comprato uno scarpino col calzino viola, il venditore credeva che da qualche parte esistesse uno storpio con la sola gamba destra e col numero quarantuno e col desiderio di recarsi a Stettino a comprare una scarpina e un calzino che accrescesse il suo fascino… come s’era chiuso il cerchio, quella mia scarpina e quel calzino viola, come avevano girato il mondo per frapporsi al mio cammino come un rimprovero.”

“… e se ne andò infelice, sognante, forse era quella stessa persona che un anno prima, vicino al mattatoio di Holesovice, m’aveva puntato contro a notte un coltello finlandese e dopo avermi costretto in un angolo aveva estratto un foglio e mi aveva letto una poesia sul bellissimo paesaggio di Ricany e poi si era scusato, che un modo diverso di costringere la gente ad ascoltare la sua poesia finora non lo conosceva.”

“… guardai la macchina con quel sorriso spasmodico e poi sentii lo scatto della macchina che non aveva mai avuto nelle sue viscere la pellicola, così compresi che al mondo non dipende proprio nulla da come le cose finiscono, ma tutto è soltanto desiderio, volere e anelito…”


La seconda parte del quinto capitolo, che narra dell’amore per una piccola zingara poi uccisa dai criminali nazisti, è Poesia allo stato Puro, che più puro non si può, che più triste e più tenera e dolce non si può. Eppure accanto a essa troverete, in questo Gioiello di ottantasei pagine (che si assapora all’inizio con voracità, e poi sempre più centellinando, nella speranza di farlo durare di più), anche tanta, tanta Intelligenza. E tanto Umorismo. Come succede coi veri Scrittori. E florilegi di microstorie che improvvise sbocciano e appassiscono, ognuna un piccolo grande romanzo di una pagina e mezza, a volte meno. Che meravigliosa, tardiva scoperta è stato in questi giorni per me mio Fratello Bohumil Hrabal. Sono quelle scoperte di cui sei grato alla vita, grato con le lacrime agli occhi, di quel genere di gratitudine che ti fa capire che vivere, comunque vada, valeva la pena.
Non fatemi incazzare. Non fatevelo mancare. Vi fareste non dico del male, ma di sicuro del non-bene.
Parola di Scriba.

p.s.
solita avvertenza: questa è Ambrosia per degustatori della Scrittura, non per i fissati della trama. In questo incantevole libriccino non troverete serial killer, indagini, autopsie, effbiài, cia, banda bassotti, mafia, clarabella e quiquoqua. Per fortuna. L’ultimo capitolo mi ha strappato lacrime di piacere e gratitudine, e questa scoperta è stata una gioia che non potevo non condividere con chi la merita: vedrete, verrà voglia anche a voi di continuare a frequentarlo, questo nuovo amico!
Buona lettura, e buona vita.

mercoledì 30 maggio 2012

A VOLTE VORREI GUARIRE DALLA MIA TROPPA GENTILEZZA


Vorrei essere capace di comportarmi come il tizio del video. Camminare incurante (o inculante?) di tutto e di tutti, travolgendoli al mio passaggio. Io sono sempre stato il tipo del ragazzo gentile: mi fermo, cedo il passo, mi faccio da parte, tengo aperte le porte, distribuisco sorrisi. Se sono in macchina, faccio di tutto per agevolare gli altri automobilisti, e mi fermo per lasciar attraversare sulle striscie anche gente che non ha ancora deciso di attraversare. Sulla ciclopedonabile, metto i piedi nell’erba pur di non intralciare un ciclista. Se cedo il passo a una persona, non è certo perché mi reputi di rango inferiore a lei, né perché qualcuno mi abbia inculcato quel comportamento quand’ero piccolo (bastiancontrario e ribelle come sono, avrei fatto l’opposto). E nemmeno perché io sia più “buono” della media degli altri esseri umani. Lo faccio, egoisticamente, per la splendida sensazione di sentirmi un Signore (e anche per sentirmi benvoluto e apprezzato dagli altri: ne ho bisogno come un bambino, e voi miei lettori lo sapete). Ma ci sono dei casi in cui vorrei tanto non esserlo. Gentildonne griffate che se ne vengono avanti in coppia affiancata, e pensano che il fatto di avere la vulva (neanche la Volvo, la vulva) debba far sentire te, maschiaccio, in dovere si scendere dal marciapiede per farle passare. E se per caso tu scendi (come sempre faccio io, rischiando anche di farmi arrotare…) non aspettarti di veder comparire un mezzo sorriso di ringraziamento sulle labbra serrate di quel grugno da stronza. Ecco, in quel caso bisognerebbe proprio esser capaci di belle spallate mooolto contundenti. Senza chiedere scusa, è ovvio: la simpaticona non lo merita. E poi quelle odiose famigliole a ventaglio (minimo sette componenti) che riescono a occupare con ottusa prepotenza l’intero marciapiede anche quando è più largo di un’autostrada a tre corsie: genitorozzi al telefono, nonna rincoglionita che mangia il gelato con le orecchie, un paio di passeggini, almeno due altri marmocchi più grandi a testa bassa sui nintendo. Sembra quasi che lo scopo della loro manovra a tenaglia sia di catturarti per poi cucinarti per cena, e allora immagini che da un momento all’altro uno di loro (probabilmente il cazzofamiglia) si metta a gridare “Sparviero!”, come in un vecchio gioco della mia infanzia. Qui le spallate non bastano: la situazione richiederebbe sapienti colpi di arti marziali particolarmente assassine (risparmiando magari, se proprio si vuol essere magnanimi, la nonna, e quelli più piccoli dentro i passeggini). Infine, se il marciapiede è stretto assai e su esso si affaccia la vetrina di una cazzo di boutique, immancabile sarà l’assembramento-bivacco di quattro o cinque carampane, che per studiarsi bene la vetrina impediranno per secoli il passaggio di chiunque. In quei casi sono sempre tentato di ripetere la battuta del grande Totò: “Cos’è, una dogana, un posto di blocco…?”, ma non lo faccio mai, perché di sicuro non capirebbero la citazione, e sconcertate mi darebbero del maleducato, loro a me, che sono tanto cavaliere. Insomma, la mia patologica gentilezza mi fa perdere mille occasioni di trattare certa marmaglia nel modo che merita. Non ce la farò mai, va troppo contro la mia natura. Ci sarà una cura?