"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"

SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

martedì 5 aprile 2016

Dieci buoni motivi per NON leggere "Mailand" :)


Ringraziando la cara amica Giuditta Casale per l’ospitalità offerta a me e a Corradino-Konrad nel suo simpaticissimo spazio letterario, vi invito a leggere i dieci scherzosi motivi per NON leggere il mio nuovo romanzo “Mailand”.
Per me si è trattato di un gradito ritorno sul luogo del delitto, perché avevo già avuto l’onore e il piacere di giocare a questo gioco ai tempi di “Quattro soli a motore”.






E per chi non è mai sazio, segnalo una splendida recensione apparsa sul mitico Blog dell'Alligatore.
Grazie Ally!


venerdì 1 aprile 2016

Da oggi in tutte le librerie "Mailand": eccovi la quarta di copertina e le due belle frasi in esergo.

CLICCARE SOPRA PER INGRANDIRE



«Libertà e perline colorate, ecco quello che io ti darò
E la sensualità delle vite disperate».

(PAOLO CONTE, Un gelato al limon)



«Comunicare è da insetti. Esprimerci ci riguarda».

(MANLIO SGALAMBRO)



martedì 22 marzo 2016

LA CAMPAGNA PLAXXEN: se ne parla (diffusamente e molto bene) anche su Grafemi!


«Nella produzione complessiva di questo autore coraggioso, che come cantava De André continua ad andare in direzione ostinata e contraria, l’esperimento de “La campagna Plaxxen” rappresenta una deviazione per certi versi necessaria: Pezzoli è anche questo, ed è importante che anche le cose più sperimentali, meno convenzionali, di più difficile inquadramento vedano la luce del sole.
E’ probabile che i lettori che hanno conosciuto Pezzoli attraverso i suoi romanzi si trovino (spero piacevolmente) spiazzati di fronte a questo lavoro; ma è sicuro che quelli che invece si sono avvicinati a lui attraverso il blog trovino tutto quello che hanno sempre amato.»

Stavolta la segnalazione non vi arriva, idealmente, da Corradino, bensì da una faccia nuova, Zio Pep, il blogger protagonista de La Campagna Plaxxen
A questo mio romanzo uscito a dicembre per il nuovo marchio di ARS EUROPA (Camaleo Publishing) in doppio formato ebook e print on demand, Paolo Zardi ha dedicato una bella e approfondita recensione sul suo seguitissimo blog Grafemi, una delle più autorevoli testate letterarie del nostro Paese. 
Sono arcinote la profonda stima e la sincera amicizia che mi legano a Paolo, ma proprio per questo non vi troverete di fronte a una marchetta pubblicitaria (lui non l’avrebbe scritta, io non l’avrei voluta!) ma ad impressioni di lettura sincere, affidabili e oneste. Se vi interessa potete valutare di persona, cliccando QUI.



mercoledì 16 marzo 2016

In libreria dal 1 aprile "Mailand", il mio nuovo strepitoso romanzo con le avventure del Corradino ventenne

Eccolo!



«Sullo sfondo di una Milano straniera e misteriosa, Nicola Pezzoli scrive il suo romanzo più dissennato, struggente e scandaloso, prendendo a piene mani dal cuore tragicomico della vita.»



Presentazione: 
Milano, Book Pride 2016, 
fiera dell'editoria indipendente
domenica 3 aprile ore 19




mercoledì 9 marzo 2016

Dal Marròfolo al Martòfolo


«Ciono Pessa Martuina»



Tre anni e tre mesi dopo la sorella, arrivò Marta. Purtroppo, anche se il bene che le voglio è naturalmente lo stesso che voglio alla maggiore, i ricordi legati a lei sono molto più rarefatti, perché la malattia e la morte di mia mamma le hanno impedito di crescere, come avvenne per Alice, qui con noi. Ma visto che oggi compie la bellezza di 14 anni (Auguri, tesoro!) mi pareva bello, anche per non fare ingiustizie, che pure lei avesse il suo piccolo post coi ricordi d’infanzia.

Uno dei primi è quello di me che costruisco per lei una torre con le tessere del domino, e poi le dico che quella è la torre della Principessa Martolina. E lei, felice, informa tutti della cosa: «Ciono Pessa Martuina!» (Ma poi divenne anche “Matta-Pessa”).

Uno dei ricordi più indelebili è il nonno che la tiene sulle ginocchia per fare “trot trot cavalòt”, e lei che lo fissa, fra l’incuriosito e il rapito, per poi saltar fuori a dirgli, con l’innocenza e la sincerità propria di tutti i bimbi: «Nonno, come cei blutto!» Ogni volta che lo ricorda, mio padre è lì lì per commuoversi.

Da piccolissima era calma, silenziosa e dormigliona a livelli quasi incredibili, e ragazzina tranquilla è ritornata adesso. Ma nel tempo di mezzo, fra i due e i cinque anni, si trasformò in un peperino irascibile preda di improvvise mattane e crisi di pianto, che mi portarono a inventare il verbo “immartolirsi”.

Divenne anche una sorta di “orsetto salutatore”. Salutava tutti. Su un aereo destinazione Spagna divenne la mascotte di bordo, “Martita”, e il pilota le mise in testa il suo cappello.


Qualche parola in breve:

Apè, Opè, o Yoppe erano gli ordini per farsi prendere in braccio.

Marta impara a contare: «… otto, nove, la mamma, dieci…»

Sul dondolo in giardino con le dita nel naso. Le dico: «Che schifo quel cappero, puliamo il ditino».
E lei subito dopo, imperterrita, riparte a esplorare la cavità: «Cerco un altro».

Vengo a mangiare da tu.

I poppodori.

Nonno, ti voglio bene come tutta la spiaggia. Di più, come la piscina!

Spiegazione dei primi due disegni fatti all’asilo (disegni che portava sempre a casa assurdamente spiegazzati, accartocciati, massacrati):
“Un re con la coda”.
“Una casa coi capelli”.

Ma il reperto che più mi intenerisce (ritrovato pochi minuti fa tra i suoi disegni!) è un testo scritto, forse il primo messaggio della sua vita. Quel giorno (ci era stata affidata per un paio d’ore) avevo detto due parolaccette a mio padre (nel modo sempre scherzoso che abbiamo noi di litigare senza litigare davvero, sfumatura difficile da cogliere per i più piccoli).
Dopo che se ne fu andata, scovai (appoggiato al portasapone del bidet!!) un bigliettino. 
È un dolcissimo ricordo che dovrei custodire con gelosia, ma la mia natura di scrittore mi ha portato a farne una scansione, e a metterlo qui sotto per voi:



domenica 28 febbraio 2016

Filologia del Marròfolo

"Il blu si è nascosto dietro la pera"

«Dov’è andata quella signora?»
«Quale signora?»
«Quella senza barba».

Lo confesso: a volte invidio un po’ quei divertenti e teneri post di mamme e papà che parlano dei simpatici strafalcioni linguistici dei loro figli piccoli. Chissà cosa potrebbe uscire dalla bocca dei pargoli di uno scrittore matòc come me, mi dico a volte. (Altro che quell’insulso “petaloso” che sta rimbalzando un po’ stucchevolmente tra sorcial network e Accademia della Crusca, con gente che ci si appassiona pure, fingendo di non capire che invenzioni così dai bambini ne provengono a migliaia, e che la sola differenza, lì, è stata l’esagerata intraprendenza di una maestra, assurdamente amplificata, poi, nientemeno che dallo sceriffo di Renzingham, vero radar vivente per la banalità moderna - e dico questo chiedendo scusa al bambino, che è, come sempre, l'unico innocente.)
Tranquilli: non ho nessuna intenzione di RAMMOGLIRMI.
Però, essendo Zio non solo di nome d’arte ma anche di fatto, voglio proporvi qualche stralcio di quando la mia prima nipotina era molto piccola. Non vado solo a memoria: ho ritrovato un prezioso file in cui ne segnavo alcuni (anche se poi la maggior parte sono presenti e indelebili dentro il mio cuore).

Alice è stata una delle poche bambine ad avere, fra i tanti nomignoli e soprannomi che sempre si appioppano agli infanti, una parola inventata da lei. Quella parola è Marròfolo. Scaturì da uno dei suoi tanti disegni. Aveva disegnato degli strani piccoli cosi, non si capiva se animati o no.
“Sono dei marròfoli”, aveva spiegato. “Quelli che camminano… animaletti che vivono nei cespugli e che si mangiano”.
Forse aveva fatto confusione fra i Ricci (che però nun se magnano) e gli altri ricci, quelli delle castagne: quei “marròfoli” somigliavano tanto a dei marron glacées, che aveva assaggiato giusto la sera prima… 
E così, oltre a Passerotto, Frugolo, Frugolpassero ecc, lei per me divenne anche “Marròfolo”. Quando, dopo la morte della nonna, il martedì sera veniva a cenare da noi e a guardare Pippi Calzelunghe, per stare con me e col nonno e per continuare a sentirsi “di casa” nella casa in cui era di fatto cresciuta (e facendo in bicicletta i pochi metri che allora separavano la sua abitazione dalla nostra, perché questo la faceva sentire una persona grande che va “a trovare” qualcuno) quella del martedì divenne ufficialmente “la serata Marròfolo”.

Un marrofoletto, fiore tra i fiori

Altra sua particolarità, fu il cominciare a imparare le parole sempre dal fondo. Io, per esempio, passato l’infantilissimo periodo in cui fui “Dada”, divenni dapprima “Ola”. Dopodiché “Cola”. In seguito, per un breve momento di passaggio, perfino “Icòla”. E poi finalmente “Nicola”.

Una volta, dopo che ebbe chiesto il motivo di certe macchie sulla pelle delle mani della nonna, e dopo che le fu spiegato che quelle macchie venivano alle persone anziane, disegnò una balena tutta maculata, con colori simili a quelli di un leopardo. A domanda rispose che si trattava, ovviamente, di “una balena anziana”.
Accanto a lei, un delizioso pesciolino di un giallo sgargiante. Disse che era “un pesce limone”.

Ma dicevamo della invenzioni linguistiche. Eccone alcune:

La barcalena (una sorta di nave spaziale costruita col lego, forse una fusione della parola “barca” e della parola “altalena”).

Il funestiere, o fonestiero, “che suona il piffero per far scappare i topi” (forse la fiaba del pifferaio magico un po’ modificata, per non dire capovolta), capace di unire le suggestioni di “fono”, “funesto” e “forestiero”.

Il gerinòfolo (uomo in costume folkloristico visto sul giornale)

Altri animaletti (che lei chiamava “gli aimaletti”) saltati fuori disegnando:

Un altro marròfolo?
No, questo è un dentipacchio che cammina piano.
E quest’altro?
Questo è un cerròfano, perché ha le gambe più corte.
E quello sulla lavagnetta in cucina?
Ho disegnato un corn flecco con cinque gambe.

Altre cose sparse:

Mi ha morsicata un cervello di muscolo.

Il coniglietto crocchia la carotina.

Ho sognato un mostro che mi mangiava di traverso… aiuto!… e poi un cacciatore brutto tagliava la pancia del fantasma

Gianni è nato in gennaio febbraio

Un bambino piccolo, appena nato. Appenanatissimo.

Guardo il cartone che mi ha imprestato Broccobaster.

La magnonese e i gurstel.

Questo si chiama il “simiciotto”: quando tutti i mostri vanno sotto le coperte e si sente il solletico.

Gli elefanti vivono nei negretti.

Ho sentito un cinghiale sul tetto.

Gli appendini [parapendii]

La rorecchia, la lorecchia

Momenti felici con la nonna Lidia


E le parolacce? Quanto ci inteneriscono le prime parolacce dei bambini? Alice era una bimba molto fine, non ne aveva mai detta mezza se non per sbaglio (una volta mi uscì di bocca l’imprecazione scherzosa “Perdindirindina Poffarbacco Cristo!”, ma lei la rielaborò al volo in un più innocuo “Dindibacco”). Quindi immaginare la scompisciosa sorpresa quando, un pomeriggio dopo i primissimi giorni all’asilo (guarda caso) nel giocare a palla con me nel nostro praticello si bloccò, rimase un po’ pensierosa, e poi, a tradimento, con una luce monella negli occhi, prese a inseguirmi dicendo: “Te la caccio in culo!”  

Qualcosa di più poetico (dalla prima favoletta inventata da lei, per ricambiare le mie "Storie di Gianni", le sue preferite):
“Il blu si è nascosto dietro la pera”

Da piccolissima, in gelateria: “Vuiiiii…[voglio] fragolina e… gusto tonno!”

A due anni e mezzo, in un paese vicino, volle a tutti i costi entrare a messa trascinandovi i genitori, salvo poi annoiarsi e tirare un pupazzetto addosso a un tizio, mancandolo d’un soffio.
Che si stesse già manifestando l’anticlericalismo… dello zio?

Dimenticavo: ti voglio bene, Marròfolo!



venerdì 19 febbraio 2016

Comunicazione di servizio...


ACHTUNG!
Per quelli di voi che vivono a Milano e dintorni, comincio a dirlo con sovrabbondante anticipo (per prevenire quel sempre temutissimo “Ah, mannaggia, se me lo dicevi prima…”): visto che il mio nuovo strepitoso romanzo che sta per uscire si intitola Mailand (Milano in Tedesco), PARE PROPRIO, anzi, è ormai quasi sicuro che la prima presentazione nazionale ufficiale si svolgerà nella vostra metropoli, domenica 3 APRILE alle ore 19, al culmine della giornata conclusiva del BOOK PRIDE 2016 (area “Base”, ex Ansaldo). 
Ovviamente, con la partecipazione dell’autore, affiancato dallo splendido Francesco Coscioni.
Avrete a breve notizie più precise. 
Nel frattempo, passate parola e… tenetevi liberi!


lunedì 8 febbraio 2016

EreZia integrativa: qualche altro sporco sassolino bigotto nella scarpa. Anzi, nello stivale.




"Il discepolo che lui AMAVA"


Sapete qual è il colmo, miei cari pseudocristianotti omofobi, zavorre della civiltà, diffamatori del nome di Cristo e del suo messaggio d’Amore universale? Che un paese che ha più rispetto per le reliquie che per l’Amore fra le Persone (e in cui le beduinaggini lapidatorie del levitico vengono citate più spesso del Comandamento Unico dell’Amore), non potrà MAI dirsi “cristiano”, con buona pace di mister Benedetto Croce. Voi che insultate milioni di esseri umani definendoli “malati” in virtù dei loro più limpidi e profondi sentimenti, voi che augurate il Male a una donna onesta attraverso onde radio scandalosamente infestanti, e forse pericolose per la salute pubblica, voi che affidereste un bimbo a un mafioso assassino purché scopafemmine (magari STUPRAfemmine?), voi siete l’esatto contrario di quegli “uomini di BUONA volontà” con cui vi riempite catechisticamente la bocca (mentre magari nel frattempo vi riempite le tasche con qualche buon appalto) e non meritate nemmeno quel po' di fiato che si sprecherebbe a maledirvi: è sufficiente dirvi, fra un sorriso e una pernacchia – e usando il mio dialetto perché non siete manco degni della troppo bella Lingua del Paese di Michelangelo e di Leonardo Da Vinci (assai malaticci pure loro, a quanto pare): VERGUGNÈVES!
Perché dirsi cristiani e sputare sull’Amore non è semplicemente una cosa “criticabile”: è una cosa da VOMITO. Gesù benedisse il Vino, non l'olio di ricino.
Come diceva il titolo di un mio vecchio post: “Ma un mondo intelliGENDER, che fastidio vi dà?”. Soffrite forse di… invidia dell’encefalo? (Oltre che del cuore?). 
Poracci
Se Dio esistesse, al momento opportuno si ricorderebbe di voi, e del vostro becero bullismo mascherato da devozione.
Peccato che non esista, mi vien quasi da dire…



martedì 2 febbraio 2016

Dopo l’Omophobic Taleban Day. ADÈSS PARLI ANCA MI (considerazioni sparse di un lombardo dissociato, perplesso e leggermente indignato)

Egoisticamente potrei sbattermene le palle, visto che non sposerei mai né una femmina né un maschio, e che non ho nessuna intenzione di riprodurmi in un mondo sovrappopolato, né tantomeno di adottare alcunchì. Ma lo spettacolo offerto da vatikalia lobotomitaly sulle unioni civili è a dir poco ripugnante. Ci siamo fatti bagnare il naso persino da un paese notoriamente religiosissimo come l’Irlanda, e ancora perseveriamo nell’offrire al mondo un’immagine da recalcitranti somarelli!

BACK TO THE FUTURE
FORWARD TO THE PAST

Immagine presa dal web

Il penultimo sabato di gennaio era il 2016 perfino in Italia.
Ma sette giorni dopo: Medioevo.
(O forse un po’ più indietro…)

Io ho un meraviglioso gatto. Mi piacciono da impazzire, i gatti.
Ma non mi sognerei mai di organizzare manifestazioni becere e bullesche contro chi preferisce i cani o le tartarughe.
Né tantomeno contro ipotesi di leggi civili volte a tutelare sia i gatti che i criceti, agitando davanti al popolino lo spettro di una “minaccia” per i Valori del Gattismo.
E non la chiamo neanche tolleranza. 
La chiamo intelligenza.

Manifestare a favore della famiglia ha un po’ lo stesso senso che manifestare a favore della lavastoviglie.
Ne hai una? Buon per te.
Ma che bisogno c’è di rompere i c******i?
Ma soprattutto: non ne possiedi l’esclusiva, né il copyright, né puoi pretendere che non ne esistano altre marche e altri modelli diversi dal tuo. E neanche si tratta di cancellarne i progetti: esistono GIÀ!
[che poi è un FAR FINTA di farlo “per la famiglia”, mentre in realtà si strepita contro i diritti di altre persone che non minacciano affatto nessuna “famiglia”!!]

Se tu mi dicessi;
“Non si danno bambini in adozione ai gay”.
E se io ti dicessi:
“Massì! Diamoli a quelle madri etero che li uccidono! Diamoli a quei padri etero ubriaconi, picchiatori e stupratori di bambine! O a quei mentecatti che li faranno crescere nel continuo terrore del castigo divino!”
Tu allora, di sicuro, mi risponderesti:
“Maddài, bisogna valutare caso per caso, singola persona per singola persona”.
E io ti risponderei:
“APPUNTO”.

Da nemico dichiarato delle pecorscimmie omofobe, sono convinto che un certo tipo di disonestà intellettuale sia molto peggio degli insulti omofobi diretti. Ho sentito dire che questo Omophobic Day non sarebbe stato altro che (fate attenzione alle parole!) “L’occasione di spiegare le ragioni di chi non vuole rinunciare ai suoi valori”. La frase corretta e sincera sarebbe stata ovviamente: “L’occasione di spiegare le ragioni di chi non vuole rinunciare AD IMPORRE a tutti i suoi [presunti e cosiddetti] valori”.

Direi che come figura di mer** internazionale, in settimana, bastava e avanzava quella delle statue nascoste…

Ma di cosa hanno paura, i talebani omofobi? Di non riuscire più a condizionare i PROPRI figli per farli diventare talebani omofobi come loro? Perché su una cosa devono mettersi il cuore in pace: i figli delle menti aperte, dei sensibili, degli autopensanti, degli spiriti liberi, leggi o non leggi, civiltà o non civiltà, cresceranno comunque intelligenti, sensibili, autopensanti e liberi. Alla facciazza loro.
Il mio Amico e Collega Paolo Zardi raccontava di aver provato a domandare ai suoi due bambini maschi (piuttosto svegli, simpatici e precoci) se pensassero fosse giusto riconoscere pari dignità e diritti a tutti i generi di Amore. Loro faticavano a capire il senso e la necessità della domanda: gli pareva così ovvia e scontata una risposta affermativa…
Ciò significa speranza per il futuro, persino nella sventurata e arretrata vatikalia-lobotomitaly, ostaggio delle proprie retroguardie e fanalino di coda d’Europa (non solo su questo argomento: vogliamo parlare di terapia del dolore o di testamento biologico?).
Quanto a voialtri là sul pulpito, io ringrazio solo di non essere vostro figlio, perché voi siete, molto semplicemente, persone cattive.

E a chi ragiona solo per citazioni bibliche (magari di terza mano, perché non sa leggere) andrebbe ricordato che in uno dei Vangeli, parlando di Gesù e Giovanni, ricorre più volte l’espressione “il discepolo che lui AMAVA”. Sta’ a vedere che i loro “testi sacri” li conosco meglio io che sono agnostico tendente all’ateo…

Ma lo slogan più viscido che ho visto è stato “QUI PER AMORE DEI NOSTRI FIGLI”. 
Primo, perché per amore dei vostri figli ve ne stavate a casa a giocare con loro, invece di farvi aizzare da porporati e politici bigotti.
Secondo, perché la scritta sincera, vera e onesta sarebbe stata semmai “QUI PER IMPEDIRE IL LIBERO AMARSI DI ALTRE PERSONE” (compresi, in futuro, quei vostri stessi figli a cui non doveste riuscire a fare il lavaggio del cervello…)

Osservazione acuta e intelligente del mio collega scrittore Alessandro Turati: i cripto-omofobi ripetono sempre la stucchevole frasetta “ho anche AMICI gay”. Solo al plurale! Perché le loro povere testoline bigotte hanno orrore del malinteso che potrebbe generare il dire “ho anche UN amico gay”…

Parole papestri (e fortuna che questo è uno “bono”): “… persone che vivono in uno stato oggettivo di errore”. E chi mai saranno? Forse i tre volte divorziati che ne hanno già trovata una quarta, in attesa della quinta, e nel frattempo si riproducono a raffica, incuranti di mettere al mondo degli sballottati infelici?

E comunque, la barzelletta dell’anno l’ha detta un arciporporozzo: “La Chiesa non ignora il condizionamento dell’UE sulla politica italiana”.
Eh??!! Chi condiziona COSA??!!

Possibile che la vescovaglia non si renda conto che tutta ‘sta prepotenza in Italia (e sempre solo QUI!) non fa che dimostrare la loro IMPOTENZA? Si considerano una forza “universale”, ma riescono a mantenere arretrato e troglodita solo questo povero, sventurato paesucolo. 

Eviterò di fare della (pur meritata) ironia sul presunto e molto pompato numero di queste belle persone. Perché il punto è che mi sarei vergognato di essere italiano (anzi, di essere UMANO) anche se fossero state solo sette o otto.

Ho quasi finito. Però alcune verità vanno, giustamente, ribadite:
la Terra è piatta, è stata creata QUATTROMILA anni fa con un colpo di bacchetta magica, e il sole è una ca**o di lampada che le gira disciplinatamente attorno.
Si è sempre detto così!
Ah, e chi mangia crostacei commette un abominio, e secondo il levitico dev’essere messo a morte.
Amen.
(AMENocché… non accendiamo, magari, i cervelli. Ad averceli, s’intende).

p.s. pare che nel vademecum con le istruzioni per i partecipanti all’Omophobic Day vi fosse l’invito a NON RISPONDERE AI GIORNALISTI. Precauzione comprensibile: meglio evitare che il grettume ignorante e la cattiveria bigotta venissero allo scoperto troppo ingenuamente, dopo una così grande fatica per mascherare il tutto da “spontanea festa delle belle famigliuole sante”…

Ultima ora: leggo che persino i Capi Scout cattolici, educatori dalla mente più aperta, moderna e civile di quanto non credessi, hanno disertato (spiegandolo in una nota ufficiale) l’Omophobic Day. Ma allora, di quali assurde cariatidi, rappresentanti di sé stesse o poco più, continuiamo a essere ostaggi?


sabato 30 gennaio 2016

AGONIA DI UNA FATA E ALTRI SFACELI - Dal diario dei tuoi ultimi giorni, la prima pagina.

Mia dolce Mamma, nel giorno del mio 49° compleanno,
il mio primissimo pensiero è tutto per Te.


«Io sono come una rana in uno stagno asciutto».
(Maitri-upanisad, I, 4)


LA SENTENZA (frammenti dal giorno più brutto della mia vita)


9 maggio 2003

Allora il rifiutarsi di germogliare delle mie portulache era proprio un segno, come l’orrendo nero senza faccia che vidi (o credetti di vedere?) per le vie di Varese, levigata e raccapricciante boccia di De Chirico orba d’organi sensoriali apparsami d’improvviso in lontananza sull’altro lato della strada, vicino a una fermata del bus, ebano liscio senz’occhi né orecchie né narici… Come la tua candela colorata di Pasqua, la cui fiamma era più debole delle nostre e vacillava? 

Bevendo il caffè papà scoppia a piangere, stavolta sono io a dirgli Non farti sentire! (Lei è di là sulla poltrona a guardare, ancora ignara della telefonata del dottore, un po’ di tv.) 

Poi vado a ritirare questo esito che già conosco. 

Camminando per Varese, disperato, sotto i portici le facce delle donne anziane mi fanno rabbia. Come hanno osato invecchiare, mentre mia madre sta morendo? Come si permettono di starmi attorno? Non lo capiscono, il pianto che mi urla dentro il cuore?
Una timida e ingenua vocina interiore tenta di placarmi, dicendo che comunque mia mamma non ha quarant’anni, ne ha sessantacinque. Poteva andare peggio. Poteva capitarmi da bambino. Perché, adesso cosa sono?

Mi danno un bustone giallo. Mi fanno firmare. Non pago niente, perché considerano i 65 anni come già compiuti prima della tac. Le piccole inutili fortune a cui rinunceresti volentieri. Mi accascio su una sedia di plastica nera, e tiro fuori la sentenza. 
La metastasi più grande è già di sei centimetri. 

Mi metto nei panni di uno che non sa ancora niente, e che sia venuto a ritirare i referti del proprio esame. Com’è possibile che si debba venire a saperlo così, da soli? Alla faccia del sostegno psicologico.

Quando arrivo e sto per mettere la macchina in garage, la mamma è fuori che sta salendo le scale. Si ferma, mi guarda, e mi sorride. Indossa la sua solita felpa verde e consunta, quella che mette per i mestieri di casa e giardino, e mi sorride stanca. 

E adesso chi glielo dice? 

Ma non sono cose che si dicono, che si possano dire. Le viene dato il bustone, e lei, con noi attorno, muti, si siede presso il tavolo in sala, inforca i suoi occhiali da lettura e da scala 40 e poi, in apparenza serena, si mette a rileggere il referto della eco, e a leggere quello della tac. 
In questi referti non si fanno mai le parole cancro o tumore. Si parla solo di “macchie”, di “lesioni”, di “formazioni”. 
Le ultime parole sono: “si consiglia visita oncologica”. 



venerdì 22 gennaio 2016

NEL LABORATORIO DELLO SCRITTORE – In attesa del nuovo romanzo, vi regalo un capitolo tagliato da “Chiudi gli occhi e guarda” (Neo. 2015)


[Devo dire che stavolta si è trattato di un taglio abbastanza indolore. Certo, il capitolo onirico aveva le sue suggestioni anche forti e i suoi bei significati (altrimenti non lo avrei scritto). Ma rispetto al romanzo era assai facile sospettarne un carattere superfluo, o quanto meno non necessario. 
Inoltre, sua collocazione logica sarebbe stata quella di ultimo capitolo, ma così avrebbe depotenziato l’attuale finale, che molti (fra cui muà) trovano struggente, bellissimo e poetico. Sono quindi contento di potervelo regalare qui, senza rimpianti, ma con l’orgoglio di un padre verso i suoi figli anche meno riusciti. Per chi (imperdonabilmente) non avesse letto il romanzo, aggiungo che la fine del sogno rappresenta una chiusura del cerchio rispetto all’incipit del libro (dove, nell’andare al Mare a bordo della 127 della mamma di Corradino, la gatta Ciopy si caga addosso per il trauma del suo primo viaggio autostradale.]

e adesso


E adesso stai sognando.
Aleggi sospeso nell’aria sopra un’autostrada sconosciuta. Sei semplicemente lì, come un elicottero molto basso o un gabbiano che si è perso, e guardi. Le macchine ti vengono incontro in direzione nord-sud spartite su due corsie, le più lente e piccoline alla tua sinistra, le più potenti e veloci alla tua destra. Alcune di queste ultime hanno la luce della freccia che lampeggia, altre no. Qualcuna ha i fari accesi, ma è giorno. Sono tante, eppure il traffico scorre fluido e tranquillo, e produce rumori ovattati a malapena percettibili. 
Ma d’improvviso succede qualcosa. Lassù, in lontananza, un abbaglio di polvere e luce annuncia l’incedere di qualcosa di portentosamente veloce, e forse spaventoso, mentre l’asfalto e il mondo cominciano a rimbombare di un suono incalzante di tamburi sovrapposto a un altro, ossessivo, di chitarre elettriche, suoni che anni dopo riconoscerai come tutt’altro che vaga premonizione dell’attacco della canzone degli Oasis intitolata Put yer money where yer mouth is.
Le auto potenti, con scarti docili e rispettosi, sottomessi, si portano ora sulla prima corsia, rientrando negli spazi vuoti fra un’utilitaria e l’altra, come cagnolini obbedienti al fischio del padrone. Quando tutte le macchine si sono spostate dalla corsia di sorpasso, loro arrivano, e nel vederli arrivare la cosa che più ti stupisce è che non provi neanche poi tanto stupore. Sono guerrieri antichi. Cavalcano destrieri lanciati al galoppo, un galoppo forsennato e sovrannaturale, a duecento all’ora sulla corsia di sorpasso dell’autostrada sconosciuta, eppure a tratti li puoi vedere come in fermo immagine, immobili e perfetti. I guerrieri formano un mucchio compatto. Hanno armature, hanno spade e lance, alabarde, scudi decorati che mandano bagliori. Anche i cavalli sono bardati e colorati, i loro finimenti scintillano, i loro occhi fanno paura, le loro narici schiumano e mandano fumo, i loro zoccoli nella corsa paiono non toccare neanche terra. La musica incalza e li trasporta, forte e assordante com’è. Da elicottero o gabbiano che continui a essere cominci a distinguere le singole sagome dentro il mucchio selvaggio e rilucente, vedi che alcuni di questi misteriosi guerrieri hanno il viso completamente celato dal metallo, da altri fuoriescono lunghissimi capelli biondogrigi o rossi e barbe, e sguardi fiammeggianti che divampano dalle visiere lasciate alzate. Quelli davanti sembrano sacri Re nordici. Il loro aspetto, nel sogno, ti fa pensare alle carte da gioco. Questo è il Re di Cuori, ti dici, e sai di non sbagliare. Lui invece è il Cavallo di Spade. Lui il Re di Picche. 
Il Re di Cuori, un angelo risplendente e tremendo che cavalca davanti a tutti, pare adesso accorgersi di te, ti guarda, ti fissa per un interminabile attimo e poi solleva la lunghissima spada e ti indica, e con la punta ti lambisce il viso, ma il suo non è un atteggiamento minaccioso, è più un’investitura, forse è venuto per dirti che non importa se ti senti confuso, che non devi avere paura, perché tu sei speciale e predestinato a cose grandi e belle, e non ti puoi arrendere. Non puoi. O loro ne resteranno delusi.
Poi, incredibilmente, in un nuovo bussare di tamburi, e ripresa di chitarre elettriche, adesso, come prima le auto di grossa cilindrata si sono fatte da parte per consentire il passaggio di questi spettrali feroci cavalieri dalla consistenza di tuono e di folgore, ecco che adesso sono loro, diligenti, disciplinati, che si fanno da parte sulla corsia di destra (la sinistra per te, sempre elicottero o gabbiano con lo sguardo verso nord) per lasciar passare qualcuno o qualcosa che con ogni evidenza è ancora più importante e superveloce di loro, più elevato nelle gerarchie cosmiche e nella forza propulsiva. Ecco che sopraggiunge. A velocità supersonica.
È la macchina dei gattini puzzolenti. Al volante lo zio cieco, che guida meglio di tutti.







giovedì 14 gennaio 2016

Nuovo raccontino appena scritto per voi


UNA INNOCUA GENTILEZZA


Era la serata più bella della sua cazzuta vita. Rincasando comprò pasticcini, caviale e una bottiglia del prosecco più costoso. E rose rosse per sua moglie dal filippino al semaforo. E lui era uno che quelli ai semafori di solito li insultava. Solo il giorno prima, col finestrino della sua arrogante Audi semiabbassato, aveva sibilato a una zingarella: “Ma perché invece di cagare il cazzo non lo succhi? Non sarebbe più onesto?”
“Amore, finalmente ce l’ho fatta!” annunciò. Grondava trionfo, e stritolò in un impeto abbracciante la delicata coniuge extra small, sbaciucchiandole con moderata bausciosa lascivia il lobo sinistro, vicino all’oro dell’orecchino d’oro. “Il posto di vicedirettore è mio!” sibilò.
“Oh, tesoro, sono fiera di te!” cinguettò lei guardandolo negli occhi, e imitando senza consapevolezza le imbecillesse dei film americani. (Le imbecillesse dei film americani si dicono sempre “fiere” di qualcuno almeno quattro volte al giorno: del marito, del figlio, del chihuahua… “Come sono fiera, di te!”)
“Cristo, cinque anni ho dovuto stargli dietro, a quel dannato barbagianni.”
“Non insultarlo, caro: se alla fine ti ha scelto, è evidente che il Direttore ti stima.”
“Non è proprio così: non gli sono mai piaciuto, a quello là, come lui non è mai piaciuto a me. Ma alla fine ha dovuto prendere atto, seppure controvoglia, del mio talento per gli intrallazzi e le porcate. E questa è la serata più bella della mia vita. Quel posto era diventato lo scopo unico della mia esistenza, lo sai.”
“Come sono felice, per te, e per noi due. E guarda, un po’ sono anche orgogliosa di aver contribuito, proprio un minuto fa, a rafforzare il gioco di squadra!” gli rivelò spalancando quel suo sorriso di alta odontoiatria Carta Platinum (quasi a zero, la card, in attesa di venire rivitalizzata dal nuovo stipendio).
“Che stai dicendo, cara?” Non era ancora rabbuiato, ma corrugato sì.
“È arrivata una mail del Direttore. Era indirizzata a te ma io stavo navigando, sai, su quei siti di shopping di lusso, e l’ho vista al volo, e, trattandosi di una gentilezza che non mi costava nente, ho risposto subito.”
“Cara, apprezzo le tue buone intenzioni, ma lo sai che non mi piace per niente questo modo di fare. La mia corrispondenza preferisco sbrigarla io. Devo rimettere la password? Così poi ricominciamo con le gelosie e le amanti immaginarie?”
“Oh, ma è stata solo una formalità, e rispondendo subito l’avrò fatto contento. Tranquillo, amore.”
“Mmm… Ma che voleva?”
“Chiedeva se per caso avevi delle buone foto sue da usare per la presentazione coi giapponesi, perché lui aveva cancellato per sbaglio dei file e non riusciva più a trovarle nei dischi di backup. Così ho visto che ce n’erano un paio in memoria nel tuo schedario, e gliele ho mandate.”
“Gliele hai… occristo…”
“Ma che succede, tesoro? Che ti prende? Non ti ho mai visto tremare così, e diventare così pallido. Io… Le ho guardate bene, le foto, erano belle, non ci avevi mica fatto nessuno dei tuoi scherzetti porno con photoshop!”
“Le avrai almeno rinominate?”
“Rinomi… ma cos’è adesso ‘sta menata? Di nuovo con queste tue manie da impeccabile perfettino elettronico?” pigolò lei. “Le foto si riconoscono dalla faccia, mica dal numero che gli dài. C’erano quelle due foto bellissime, in cui era venuto così bene, così sorridente, e allora io… è stata solo una gentil…”
“Dovrei ammazzarti, dannazione!” disse lui scuotendola come si scuote un meletto per far cadere le mele mature, ma così intensamente che sarebbero cadute anche quelle acerbe, e le tettine finte. “Era la più bella serata della mia vita!” La sua voce era adesso un composto misto e molto instabile di urlo, gemito e piagnisteo.
“Ma si può sapere che avrei fatto di male?”
“Cos’hai fatto di male? Nascere, tanto per dirne una! Sei una stramaledetta gallina! Mi hai rovinato, mi hai fottuto la carriera!”
“Ma caro…”
“Caro un cazzo! Care sono le pellicce di leopardo! Chi le paga adesso? Devo mandarti a battere ai semafori? Devo andarci io? D’io rospo! Parca dea!”
“Perché mi tratti così? Perché diventi così orribile? Ero così fiera di t…”
Scaraventata che ebbe la bottiglia di prosecco contro il muro (così prestigiosa e robusta che invece di infrangersi e sputacchiare spuma aprì una breccia nel cartongesso da mutuo milionario, traendone a livello sonoro un inaspettato “grund-stlokk”, prima di atterrare sulla moquette e rotolare verso la porta d’ingresso, come avesse subodorato che da lì era più conveniente uscire) lui si precipitò nello studio. Frignando, grugnendo e bestemmiando, chiuse la porta a chiave. Il pc era già acceso, e bastò assestare un nervoso scossone al mouse per far riapparire il desktop che il dispositivo salvaschermo aveva oscurato. 
C’erano due ultime, debolissime speranze. La prima era trovare nella posta in arrivo una di quelle mail con oggetto “Delivery System ecc” che annunciava il fallimento dell’invio (una delle cose che più lo facevano incazzare, e che invece quella sera gli avrebbe evitato il fallimento suo, e l’obbligo del suicidio mediante rivoltellata alla tempia). 
Nulla, naturalmente. 
La seconda era che nella memoria dell’archivio fotografico esistessero altre foto del Direttore di cui s’era dimenticato, e che la moglie avesse allegato un paio di quelle, e non le due che temeva lui.
No, dannazione. C’erano soltanto quelle due. E quelle due erano state inviate.
Quella che lui aveva rinominato testadicazzofiglioditroia.jpg. E quella che sempre lui aveva rinominato crepamerda.jpg.
Immaginò il Direttore che le riceveva, prima sbigottito, poi furibondo, poi quasi contento – no, molto contento – di avere un pretesto per riconsiderare la decisione sul nuovo vice. Per poi levargli anche le mansioni che aveva, e sbatterlo in mezzo alla strada con una vigorosa pedata nel culo. Già: in mezzo alla strada. Perché l’influenza del Direttore, uomo potente e vendicativo se ce n’era uno, di sicuro gli avrebbe precluso qualunque approdo di ripiego lavorativo. Lui sì che stava per essere rinominato: da vicedirettore a vicefilippino al semaforo.
Non rimaneva altro da fare che spararsi.


domenica 10 gennaio 2016

ereZie in ZalZa roZa

EKKEKKAZZO!

1. RASCHIANDO IL FONDO
Editors che pubblicano (brutti) libri scambiandosi editore, conduttrici di (nauseabondi) reality che diventano concorrenti del reality… Manca solo De Laurentiiiis protagonista del prossimo cinepurgone, o che Thohir scenda in campo con la maglia dell’Inter (questa sarebbe la meno assurda, perché peggio di Felipe Melo non può giocare, e risparmierebbe uno stipendio: pensaci Erick, pensaci!).
Una volta addomesticato un pubblico, puoi fare sostanzialmente quel cazzo che ti pare.

2. OSCARKEKKO? MAGARI ANCHE NO…
IL RICATTO (UN PO’ RAGLIANTE) DEL CONSENSO OBBLIGATORIO
Premetto che il fenomeno Zalone non mi entusiasma ma neppure mi scandalizza. E che non ho visto l’ultimo film. E che Zalone mi diventa MOLTO simpatico allorché dichiara: “Io voglio far ridere, non sono il sociologo degli italiani!” (Quanto hanno nauseato ‘sti professorini secondo cui il pubblico “ride liberatoriamente e autoironicamente di se stesso”, quando invece il più delle volte è solo perversamente compiaciuto nel vedere la propria banalità moderna rispecchiata, “giustificata “ e incoraggiata da un’opera di straripante sucesso?) 
Sicuramente, di questi tempi, gira di peggio. Ma tanto peggio. [Penso agli ex “soliti idioti”: ho visto un trailer in cui l’UNICA scena potenzialmente divertente era quella della forchettata sulla mano: peccato fosse copiata (citata?) da un vecchio film di Pozzetto (ecco, Lui rispetto a ‘sta gente qua era da Oscar!), e peccato che nel nuovo grossolano contesto non facesse neanche più ridere!] 
Ho trovato i precedenti film kekkiani (visti con comodo ritardo in dvd, da mio fratello, come forse succederà con questo, perché la coda nei multisala non la farei nemmeno in cambio di uno dei tanti milioni incassati) li ho trovati, dicevo, da 2 palle-2 palle e mezza, cioè tutto sommato onestamente divertenti ma tutt’altro che geniali, qualcosa più di un cinepurgone e qualcosa meno di un film che ti conquista e ti fa dire “lo voglio rivedere ancora”. La gente fa la fila? Vabbè. Meglio per questo che per le 50 flatulenze vaginali. Non mi dà nessun fastidio se le persone si svagano e si divertono attraverso quel tipo di comicità facile, stereotipata, sempliciotta e prevedibile imposta negli ultimi anni dal sapiente marketing Zelig: sinceramente, sono contento per loro.
Ciò che però mi ripugna è il ricattatorio e quasi bullesco martellamento operato da tutti quei nuovi intellettualozzi, divenuti tali alternando sgobbate universitarie e trash television, non solo proni e invasati nel celebrare sui giornali ogni qualsivoglia successo pop (Zalone al cinema, Volo in narrativa, Pausini in musica) ma sempre più aggressivi nel dirti (da opportunisti Cantori della Mediocrità – a partire dalla propria, ovviamente) che se tu non ti mostri addirittura GRATO a Zalone per i suoi film, a Volo per i suoi libri, alla Pausini per le sue canzoni, tu allora sei automaticamente un antipatico snob, un invidioso, un noioso, un ignorante economico e un disfattista antipatriottico.
Non è mancato neppure il solito politico becero e populista, pronto ad annunciare, sulle ali degli incassi e quindi di un cavalcabile e sfruttabile “consenso” plebiscitario, che il bravo guitto di successo sarà Ministro della Cultura nel suo “futuro governo” (touch the balls!!). Massì, continuiamo a farci del male: in fondo, attualmente, siamo “soltanto” la nazione di gran lunga più somara d’Europa!
Io non credo che Zalone, Volo e la Pausini siano il diavolo, e rispetto chi li apprezza.
Ma posso ancora dire, mi è ancora permesso di pensare, che i miei Gusti sono differenti (e non sto parlando di Corazzate Potemkin, di Tolstoj e di Puccini: sto parlando di Woody Allen, Eastwood, fratelli Coen, di Narrativa Americana contemporanea, sto parlando di Beatles e di Depeche Mode e di sano poprock!), posso dire che se il cinema fosse SOLO Zalone, se la narrativa fosse SOLO Volo, se la musica fosse SOLO la Pausini, io molto probabilmente, e da un bel pezzo, non guarderei più film, non leggerei libri e non ascolterei canzoni? Che troverei più proficuo per la mia anima andare a pascolare capre in cima a una montagna? Posso dirlo? Posso? Grazie!



sabato 2 gennaio 2016

ereZia di kapodanno: l’insostenibile scandalo del suinteista tecnoglionito…

CAZZO, CHE DANNO!

Lobotom-italy, alba del 2016: la notizia NON è l’incredibile, sconcertante esistenza di migliaia di persone disposte a pagare una modica tariffa per vedere il proprio insulso sms scorrere sul video, sovrimpresso a una deprimente trasmissione fatta per dire al popolo telespettatore quando finiva l’anno (a quanto pare, o almeno così ho letto, con un buon fantozziano minuto d’anticipo!) 
E nemmeno che per la maggior parte questi sms saranno stati probabilmente scritti in orripilante bimbominkiese sgrammaticato.

No, la Notizia, a tutta pagina su tanti giornalozzi nazional-parrocchiali, è che durante questa sarabanda interpassiva del partecipazionismo tecnoglionito, il povero addetto, travolto da una tale mole di banal messaggiume, non sia stato in grado di scovare e censurare al volo alcune parolaccette, e addirittura UNA bestemmiola, tra l’altro fra le più scialbe, comuni e ordinarie che si possano immaginare. 

[Più sotto nella pagina: soliti stucchevoli e dozzinali articolozzi a nastro, pezzetti di costume sorcio-antropoILlogico, col solito inaccettabile e offensivo abuso del pronome “noi”: con fregnacce del tipo “ABBIAMO bisogno di accendere il televisore”, “Il contdown alla tv fa da garante e CI dà sicurezza”, “La tv è un rassicurante caminetto 2.0”, e giù banalità ortofrutticole che paiono riciclate dagli anni Ottanta con la sola aggiunta della scorreggetta magica “2.0”… (anche a casa mia quel “caminetto” era acceso, ma per gustarci due vecchi dvd – Witness e Provaci ancora, Sam – mangiando dolcetti e bevendo Moscato, e tentando di tranquillizzare il povero micio Isidoro traumatizzato dalle esplosioni della fecciolina là fuori, cominciate alle ore 23!!) perché, a volerla dire tutta, un altro non trascurabile scandaletto sta nel fatto che ci sia gente che guadagna SOLDI per scrivere “caminetto 2.0”…]

E la Notizia è che questo povero addetto è stato prontamente punito per aver “sbagliato”. A lui va naturalmente la mia solidarietà, non tanto e non solo per l’assurda punizione, ma per l’aver dovuto sottostare, per vivere, a una simile mansione: presiedere all’insulsa messa in onda di insulsi messaggini durante l’insulsa trasmissione dell’insulsa rete televisiva “bubbliga” di questo insulso paese. 
Queste sì sono bestemmie. Contro l’intelligenza umana.