"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"

SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

lunedì 19 settembre 2011

Stronkabukko Show – parodia (neanche troppo) di tipica recensione italiota: “Ma come scrive bene Annarita Falloide!”



Rece apparsa vaffandì 32 cinquembre duemilaekualkosa sul Supplemento Cultura del Gazzolino Puttano, firmata a quattro zampe da Assunta Lecchini Servidei e Piercinzio Lu Macaco Cammeriere.

La bravissima Annarita Falloide (che secondo i maligni pubblicherebbe libri solo perché figlia di un padre sottosegretario ai bombardamenti, e stronzo, e di una madre che scrive su autorevoli testate, e vacca) felicemente giunta, sulle ali del successo dei precedenti bestsellers Zia Crostina crede ancora nelle fave (meritato Premio Fattucchiera, sta per uscire il film) e Scendi mò dal motoculo che t’incarro (meritato premio Maga Magò, stanno per uscire il videogioco per bambini e la sit-com per lobotomizzati) giunta, dicevamo, al suo ventottesimo romanzo a soli ventisei anni, e sole ventisei operazioni plastiche per rifarsi la figura, ci regala una storia talmente squisita, originale, ben scritta (La contessa Stocca Gandolfi Gliolo è di nuovo incinta, Il Pizzino Editoriale, € 28 a pagina) da essere di certo destinata a dominare, con merito, le classifiche, e questo indipendentemente dalle lenzuolate di pubblicità gratuita (se l’editore possiede anche giornali, che male c’è?) e dai premi sacrosanti che le verranno assegnati (tanto per rispondere ai prevedibili lazzi invidiosi dei soliti rozzi e non autorizzati outsider alla Pezzoli – chi diavolo è costui?)
Come sempre ben assistita e consigliata dalla bravissima Mizzy Confettucci d’Abatjour, sua editor e agente, la penna magica di Annarita Falloide ancora una volta non ci risparmia originalità, preziosismi e colpi di scena. Leggendo questo ennesimo grande romanzo italiano ci si commuove fino alle lacrime (pag. 138: “Oh amore, amore mio, quanto ti amo!”), si muore di paura (pag 244: “Ah! Aiuto! Un topo!”), ci si scompiscia (pag 434: “Un uomo entra in un caffè. Splash.”), si riflette con intelligenza sui problemi del mondo (pag 601: “Cioè, voglio dire, ah, ok, io voglio assolutamente la pace!”), si piange a dirotto (pag 852: “Trisnonno, trisnonnino mio, perché te ne sei andato a soli 119 anni? Non hai pensato al nostro dolore, brutto egoista?, al vuoto che lasciavi?, tutti uguali questi uomini!”) ci si sorprende per l’incredibile genialità del finale (pag 1.033: “E vissero insieme felici e contenti”).
Ah, quasi dimenticavamo: da domani non perdetevi per niente al mondo (allegato al Gazzolino Puttano con un piccolo supplemento di prezzo di soli 3 euro) l’inedito di Annarita Falloide, di sette pagine un po’ sgrammaticate (la d’Abatjour stava in vacanza) Stamatina mi ho lavata la facia”, me-ra-vi-glio-sa descrizione psicopoetica del lavandino di casa sua, scritto – è questa la trovata divina! – immaginando di non saper scrivere. Di non avere neanche un po’ di talento.


Grazie alla strategia del marketing pubblicitario, di premi controllati e recensioni pilotate (cioè usando il proprio capitale e la propria forza per consolidare posizioni di già assoluta preminenza), e grazie anche, diciamolo, alla passività, credulità e pigrizia di un'ampia fetta di lettori, la grande editoria italiota è riuscita nel tempo a imporre il proprio presepietto fisso di scribacchini più o meno mediocri, cui negli ultimi tempi offre persino, per farli meglio entrare nelle teste della gente, continue comparsate giornalistiche da opinionisti (patetici) o da espertoni letterari (inadeguati), o da autori (presunti) di esercizietti a pagamento con cui far finta di insegnare scrittura creativa ai paguri e alle marmotte. Un presepietto talmente fisso da arrivare, oramai, a spacciare in allegato ai quotidiani persino gli inediti, spesso illeggibili, di questa gente qua. Come dire: “Raschiamo il fondo del barile, perché tanto è chiaro che altri autori non ce ne sono, non ce ne sono! – gli scrittori sono questi che vi diciamo noi, a cui abbiamo dato la patente noi!”… Siamo infatti giunti all’assurdo di una marea di gente disposta a sganciare soldi per leggere inediti di poche paginette e di nessun valore scritti dalle belle statuine del presepietto editoriale, quando su blog tipo Grafemi, tanto per dirne uno, si possono trovare GRATIS racconti di livello eccelso, o comunque di gran lunga, ma veramente di gran lunga, migliori. Un presepietto che in ultima analisi permette a lorsignori di risparmiare il tempo, i soldi, la fatica, la passione e la competenza necessari all’onesta RICERCA di veri nuovi talenti… ricerca che a ‘sto punto è contro il loro interesse, perché se malauguratamente sbucassero fuori delle figure d’altri tempi e che loro speravano estinte (cioè degli Scrittori), poi magari qualcuno si accorge della Differenza e… gli salta per aria il presepietto! Sapete che vi dico? Che sarebbe istruttivo e divertente se saltasse fuori qualche bella Intercettazione anche da quell’ambiente lì…

E mò me so’ rott’u caz.


J. Stronkabook

mercoledì 14 settembre 2011

Chiamalo Grande Romanzo



Henry Roth
Chiamalo sonno
Garzanti
Pagine 512
Euro 17.60 (molto ben spesi)
Voto 9½

Ho conosciuto un bambino di nome David, partorito dalla talentuosa penna di uno Scrittore che dopo questo romanzo si bloccò, e volle smettere di scrivere, per decenni. David all’inizio della storia sta per compiere 6 anni, ed è un bambino ebreo di origini polacche immigrato dall’Austria nella New York di un secolo fa, dove, quattro anni prima, ha raggiunto il padre insieme a una mamma dolcissima che ama alla follia. David è terrorizzato da questo padre collerico, ostile e incapace di affetto – un onestuomo, in fondo, che si guadagna da vivere come tipografo e in seguito come lattaio, ma con troppa negatività che gli rode dentro e lo corrode, e lo rende pericoloso. Ma David è oppresso da tante altre paure. David ha paura della porta della cantina e delle scale oscure, ha paura dei morti nelle bare, ha paura delle torbide e incomprensibili avances di una ragazzina più grande. David trema per l’improvvisa intuizione che le carrozze degli sposalizi sono le stesse dei funerali. “Tutto apparteneva allo stesso buio. Coriandoli e bare”. David sa che dovrà trovare il modo di vincerle, le paure: “E allora, o trovava un solvente per le sue paure, oppure era perduto”.

L’America d’inizio secolo (scorso) dipinta con le ciglia degli occhi di un bimbo: descrizioni bellissime, atmosfere d’intimità domestica evocate con maestria impressionante, pennellate di poesia, personaggi che non si lasceranno dimenticare, strade in cui ci sembra di camminare anche noi.
Peccato solo per la traduzione un po’ anticheggiante, che richiederebbe (a mio molesto parere, è naturale) una rispolverata: “il desinare” al posto di “pranzo”, e “impiantito” per “pavimento”, e “non posso venire costà” invece di “non posso venire lì da te”, le sfilze di “egli” e di “ella”. Ma può darsi sia una scelta voluta (e discutibile) per restituire i sapori dell’epoca (il romanzo, ambientato a inizio Novecento, è stato scritto nel ’34, ma la traduzione è del ’64, poi riveduta nell’86). Se potete, concedetevi di leggerlo in lingua originale, anche per gustare i continui cambi di registro, e i salti dallo yiddish all’inglese impossibili da rendere in altri idiomi. Molto inflazionata (e, come spesso capita, a sproposito) una delle espressioni-jolly che più mi stanno sulle palle quando un romanzo ne è disseminato: “Si strinse nelle spalle”, forse la più inutile del mestiere di scrittore (o traduttore, perché continuo a sospettare sia tradotta male – chi lo dice mai, in italiano, stringersi nelle spalle?). Ma sarebbe assurdo dilungarsi sui difetti, perché piacevolissima è la lettura di questo romanzo meraviglioso scritto nell’anno in cui nacque mio padre. Se ne ho sottolineato piccole magagne, è solo per dimostrare che la mia non è cieca infatuazione, ma un’esaltazione lucida, onesta e convinta davanti a un capolavoro di Scrittura che mi spinge a inginocchiarmi e a dare un bacino alla copertina.

Come sempre accade al cospetto dei Grandi, non mancano i lampi di umorismo, come nel prologo, quando la madre, appena approdata col figlioletto a Ellis Island, non riconosce il marito (che della cosa si secca parecchio…), o in questa descrizione di giovane zia sgraziata e grassoccia: “Le gambe le piombavano nelle scarpe senza beneficio di caviglie”. Perché quella di Henry Roth è proprio una penna multigusto, come piacciono a me: lo zucchero e il fiele, il miele e il vetriolo. Le penne monogusto (insipido, fra l’altro) le lascio tutte alla premiopoli italiana: a me hanno rotto il cazzo.

La seconda delle quattro parti (o “libri”) è dedicata a questa zia, sorella della madre ma diversissima da lei, malsopportata (dal cognato) e ingombrante ospite (vera bomba-zizzania a innesco linguacciuto) della già non serena famigliola, finché non riuscirà ad accalappiare un vedovo scialbotto e molliccio con cui sistemarsi. La terza parte parla invece dell’iniziazione religioide di David presso un rabbino manesco, prodigo di insulti e colorite maledizioni (quasi mai per lui, più intelligente degli altri marmocchi), ma tutto sommato non cattivo d’animo. La quarta e ultima è forse la più bella, più varia e più struggente, la più emozionante e densa di accadimenti, quella in cui lo stile osa più sperimentazioni, e quindi non ne parlerò, per non levarvi nemmeno un briciolo di godimento. Siete ancora qui? Non fatemi incazzare, è ora di precipitarsi in libreria! Di Roth scrittori, nella mia ignoranza, conoscevo solo l’esistenza di Philip e Joseph. Sia benedetto colui che mi ha fatto conoscere Henry. Sono sicuro che anche quelli fra voi che non lo conoscevano mi saranno grati per questo consiglio.
Parola di Scriba.

venerdì 26 agosto 2011

Piccolo Spazio Pubicità



hotspots (futili suggerimenti commerciali)


1) MENTEKATTIN FORTE
protagonista unico, in primo piano. Più un portatovagliolo a forma di paperella.
«Avevo dei seri problemi.
Parlavo tutto il giorno col mio portatovagliolo di legno a forma di paperella» (mostra la paperella) «che naturalmente non mi rispondeva mai».

«Mi sentivo solo, alienato, sull’orlo della follia».

«Allora ho provato MENTEKATTIN FORTE, supposte al rabarbaro» (mostra confezione)

«MENTEKATTIN FORTE, suppostone al (deglutisce) rabarbaro,
ha risolto i miei problemi!!!»

«Adesso il portatovagliolo mi risponde!» avvicina a sé la paperella e le parla sottovoce
«Vero Rebecca? Spiegalo anche tu ai signori».

Voce velocissima fuori campo
«È un medicinale con prezzo da ladri, verificare che il vostro medico sappia a memoria il giuramento di Ippocrita, e leggere attentamente le avvertenze in aramaico per non rischiare di lasciarci le penne nel qual caso sono cazzi vostri. Nelle migliori edicole»


2) PULI PULI

due adulti del genere scimpanzorla-neanderthal, più sporchi e malconci che si può.

Voce fuori campo
«Abbiamo lavato questi due zozzoni.
Uno con semplice acqua e sapone, l’altro con PULI PULI, il nuovissimo lavazzozzoni»

Jingle:

«Puli puli / Pulisciti un po’ l’ano
Te devi lavà / Non è mica un fatto strano»


«Uno è morto, perché era allergico al sapone» visione di cadavere in camera ardente
«L’altro fa più schifo di prima, perché il detersivo PULI PULI è una grandissima Bip!
(non più fuori campo ma in primo piano, si deve vedere il labiale “cagata”)


RIFIUTATI DAI COMMITTENTI !*



(*che si sono pure incazzati, ma guarda te che gente…)



lunedì 22 agosto 2011

Poesie del poeta pentito (7) - altri versi adolescenziali (per chi non si fosse stufato dei precedenti)








DEDICA



Per tutti quelli che non sognano
Per tutti quelli che non piangono
E per tutti quelli che non amano

A tutti quelli che non hanno un amico lontano
A tutti quelli che non capiscono, mai
E a tutti quelli convinti che Uomo sia più di Bambino

Perché cambino






VORREI CHE TU FOSSI QUI



Grigie sono queste strade
Come il ponte sulla ferrovia
Le ciminiere e il fumo che ne esce
Grigio è questo cielo
Ricoperto di polvere e foschia
E quelle nuvole che vengono…

Senza colore
Sono ormai gli occhi miei
Dimenticati dal tuo dolce sorriso
E scolorita è anche questa lacrima
Che porta alle labbra il suo triste sapore
Dopo aver percorso il mio viso

Vorrei che tu fossi qui
Voleremmo insieme felici
A dipinger di mille colori
Il cielo, i ponti, le strade
E planeremmo su di un mondo di fiaba
Eterno giardino degli spiriti amanti

Vorrei che tu fossi qui
Per sostituire al tempo l’oblio
Per trasformare in ruscello di gioia
Di luminescenti riflessi scintillante
Come dorata dolcissima cascata di luce
Quella lacrima che ancora ti chiama

Vorrei non essere più






FANTASMA DEL FUTURO



Cammini disperso nel freddo
Di un giorno in bianco e nero
E non riesci a capire se il vento
Ti carezza o ti schiaffeggia
Mentre un pensiero s’intestardisce
A vagare nel tuo cuore vuoto

Sei tu la tua poesia
Anche se non la stai scrivendo, ora
Sono i tuoi passi sulla tua strada,
Umida e strana
Sono i tuoi occhi nell’orizzonte,
Misterioso e lontano
Sei tu

Ti accendi una sigaretta
E per un attimo ti sfiora il desiderio
Di sparire come lei
Bianco fumo nell’aria violenta.
Per un anno straniero in questa città
Immagini di vedere il tuo sguardo
Che nessun altro sta guardando adesso
Mentre il tuo fiato diventa più spesso del fumo

Sei tu la mia poesia
Anche se non ci stai pensando, ora
Sono i tuoi occhi sulla tua strada,
Nebbiosa ed insicura
Sono i tuoi passi verso l’orizzonte
Sei tu, fantasma del futuro






MARGHERITE ROSSE



Un ragazzo si è gettato dalla Tour Eiffel
Una margherita rossa è nata poco dopo
Ha guardato verso la torre, ignara e inconsapevole.
I benpensanti coltivano la loro noia
La innaffiano coi loro aridi commenti
La nutrono con le loro insipide argomentazioni.
Cosa diranno oggi camminando lungo la Senna?
Parleranno male di quell’essere stupendo
E ignoreranno come sempre la margherita.



domenica 14 agosto 2011

Pazze chiavi di ricerca (secondo round): per quali strane vie la gente arriva qui…


BUSSATE E VI SARA’ APERTO. (Il culo)


1 farsi scoppare dal proppio cane [ma sei proppio un gennio!]

2 nipote lava i piatti lo zio la ciula

3 porno film gratis individui timidi e vergognosi

4 porno racconti con cacca

5 psicopatologie con lista [la stiamo appunto compilando qui…]

6 cazzate di maurizio compagnoni

7 film porno gay avvocato incula il suo amico nel suo studio [se è nell’ascensore non va bene?]

8 purtroppo internet non è immune al pecoronismo [eh no…]

9 mette i petardi negli slip del marito [il mondo è pieno di scassaminchia]

10 video bisex scopano a gran voga a sborrano

11 inculata

12 elenco film sulle zie troie

13 massaggi luix luix pene

14 racconti erotici gratis

15 video porno in cucina lei prepara lui porco sulla scala [?]

16 letture gratis storie erotiche nipote e zia [“gratis” e “zia” sono le parole che ricorrono più spesso: sarà la stessa persona, leggermente tirchia e leggermente fissatella?]

17 misteri scul incorregibili

18 inculata gay di marinai

19 si chiamava friedrich capitoli

20 scatolo stivali mou

21 giogattoli erotici anali

22 ingravidare moglie altrui

23 mia moglie scopa con gli sconosciuti

24 como inserire il codici de un anuncio nella cabina telefonica [questo merita un premio, anche se fa pure un po’ pena]

25 mario monnicelli [e commencini dovve lo metiammo?]

26 “il manuale di nonna papera” download megaupload

27 gasbà

28 troiette

29 suore teste di pezza

30 significato dedica fatta da ammaniti a sua sorella

31 tutti eroi o il piave o tutti accoppati [eh?]

32 donne fra i 20 e i 50 italiane con mariti contemplativi

33 nonni gay

34 mi dispiace di averti illuso

35 gnocca pazzesca

36 auguri pei i 44 anni [azzo che spontaneità! E il poveraccio che riceve gli auguri magari crede sia un pensiero genuino pensato apposta per lui…]

37 biglietto auguri per 44 anni [azzo che intelletto! Avete il computer e internet e ancora vi serve Totò lo scrivano che vi scriva la lettera!]

38 canzoni dedicabili a un ragazzo [anche tu non scherzi: non vorrei mai essere quel ragazzo]

39 nicky-boy bisex [cercavi muà? :D]

40 cane che caga [nel mio blog?! Almeno usa la paletta, spurcaciùn!]



venerdì 22 luglio 2011

Assaggi di romanzi inediti - da IL VOLO INTERROTTO DEGLI ANGELI: sproloquio omofobo di Rufo dentro un bar.



Me lo sta facendo diventare un ricchiunemmerda, quella ròia, t’è capì? Ghe n’è minga de stòri. Me l’ha rovinato fin da piccolo. Con gli sbaciucchiamenti. Con gli sbaciucchiamenti, cazzo. Vabbè, dopo due o tre mesi ci è passato l’entusiasmo e non lo guardava neanche più, come ha sempre fatto in vita sua con le bambole, i cuccioli, le scarpe e le borsette da 500 euro dopo un giorno che le ha comprate, la ròia. Dopo due o tre mesi ci viene a noia passata la novità ed è già tanto se non lo schiaffa nella lavatrice, il pupo. Ma ormai il danno è fatto. Il maschio non si sbaciucchia, t’è capì o te l’è mia capì, ziocane?! Il maschio lo si tempra a pedate nel culo! Ci si insegna a fare la lotta. Lo si indirizza a andare affiga, deve fare degli stupri già all’asilo nido, a mio modo di vedere, no chiuso in cameretta col computer a farsi delle seghe come un frocetto! O i libri, certo! Peggio! Il maschio dev’essere macho, o in questa giungla ti asfaltano l’ano, hai capito o no? Queste patatine fanno cagare, cristo.
Tutti quei ricchiunemmerda. Sfilano, loro! Che cazzo ti sfili? Ammàzzati! Un ombrello nel culo bisognerebbe infilarci. Come? Noo! Chiuso! Dopo, aprirlo. Ghe n’è minga de stòri. Solo che così rischi di farci un piacere, rischi!
A ‘sti uomosessuali e tram sessuali ricchiunazzi bisognerebbe infilarci un ombrello nel culo e poi aprirlo, l’ombrello. Altro che ghei praid. Un bell’ombrello nel culo. E poi aprirlo. Lo so che l’ho già detto. Mi piace ripetere quando tiro fuori un insegnamento, t’è capì, qualcosa di intelligente. Sennò la gente non afferra, quando parli. Un ombrello nel culo, e poi aprirlo. Ségnatela, questa cosa. Prendi appunti. Ghe n’è minga de stòri. Ascoltami a me: ombrello in culo. E poi… Alter che. E invece quella me lo vuol fare diventare un ghei praid, un parrucchiere, il figlio mio delle mie balle quadre. Ma io un giorno di questi ci infilo un bell’ombrello e…
Solo dentro questo bar. No, dico. Guardati attorno. Una volta era pieno di uommini. Se ce n’era uno così stronzo da profumarsi era acqua velva, o denim al muschio e taleggio, colonia all’afrore di cazzo di cane in calore. Adesso sanno tutti di violetta! Mi fanno vomitare! Le mammole! Ce ne saranno sette o otto, di ricchiunemmerda solo qua dentro. Che bisogna camminare col culo ben rasente al muro. Guarda guarda quello appoggiato al bancone. Ma guardalo! Con l’orecchino e i colpi di sole, guarda che culandra! Culandra! Non dovrebbero farle entrare. Non dovrebbero servirci da bere. Ombrello in culo. E dopo aprirlo. Ghe n’è minga de stòri. Salute.

Me lo sta rovinando il mio Mattia. Che già quel nome da culandra gliel’ha messo lei, cosa credi? Io Rocco lo volevo chiamare. Così poi diventava Rocky per gli amici. Già bell’e pronto per il primo round sul ring! Dico almeno chiamiamolo Matteo cazzo, che è più masculo e ha pure scritto dei cosi, quei salmì sulla Bibbia. Mattia pare femmina. Niente! Gliela davo sempre vinta! Era talmente ffiga! O gliela davo vinta o non me la dava! Il ricatto! Me lo ha levato anche dall’ora di Religione, la ròia. Ma dove andremo a finire? Bisogna credere, dioboia! Bisogna avercela una fede, diocane! T’è capì o no? L’uomo è stato creato per andare affiga. E c’è rimasto soltanto la Chiesa a portare avanti questi Valori qua, ghe n’è minga de stòri. C’è rimasto solo loro a dire che fanno bene gli arabi a impiccare i ricchiunemmerda. (Cioè non lo dicono ma lo lasciano capire!) Altro che i Radiculi che li difendono! Via! Via! Facciamo pulizia! Secondo me a Ràzzinghe se potrebbe lo farebbe anche lui. O al rogo, che è meglio! Un bell’arrostino in Piazza San Pietro tutte le domeniche, con la diretta tivù! Gran Papa, questo! Signor Papa! Ma ha le mani legate dall’infrocimento cristianino. T’è capì! Ma aspetta che questi invasori beduini diventano la maggioranza, e poi ce li riportano loro i veri Valori. Ridi ridi culandra al bancone. Che noi non abbiamo fretta. Prepariamo le corde e un giorno di questi… Quando ne appendono sei o sette in piazza in Fankulistan i Radiculi piangono. Piangono, loro. Io brindo. Facciamocene portare altri due e brindiamo alle culandre appese! E patatine un po’ meno di merda, grazie. Ghe n’è minga de stòri. No, su questo ti sbagli, noo, ascoltami a me, io ci credo nei beduìtt! Anche se ci hai ragione, sono un po’ inferiori come razza, e parlano come se la gola è piena di catarro verdone, e pregano col cu per aria che vien voglia di darci una pedata. Ma i Valori e come tirare su i figli ce lo imparano loro! Ascoltami a me! Ce lo dobbiamo far insegnare da loro! Ghe n’è minga de stòri. E la ròia me l’ha levato da Religione. Ricchioncello vuole farmelo diventare mio figlio. Parrucchiere! T’è capì. Ma io ce lo porto via! Ah, io giuro che ce lo porto via! Quantevvero il nome di nomineporcozzio (guarda non farmi incazzare anche te, cazzo ti ridi), lo porto a vivere con me, e lo iscrivo daccapo a pugilato nella palestra nuova su a Monza, e stavolta non pianta lì frignando dopo la prima ora di lezione! Ci faccio mangiare i guantoni, ci faccio mangiare! E tutti i sabati sera, figa obbligatoria, ziocane. Non rientri in casa se non mi fai vedere la mutandina strappata! Così diventi uommo! Chiavatore e pugile diventi! La mutandina mi deve portare, ghe n’è minga de stòri! Se non trivelli la passerina, non fai colazione la mattina, t’è capì!
Tanto quella manco se ne accorge se ce lo porto via. Si è rincoglionita con ‘sta Finestra sul porcile! Una volta ci è venuto fuori 790 euro di bolletta telecom perché non voleva che ci eliminavano il Gughy, non voleva, e chiamava tutto il santo giorno per votarlo a ‘sto Gughy ricchiunazzo! Che se staressimmo ancora insieme la ammazzavo! Anch’io guardo La finestra sul porcile, ma certo, ma ovvio, tutti la debbeno guardare. Ma tre o quattro ore al giorno dovressero bastare, no? E non c’è bisogno di lasciarci mezzo stipendio per il televoto, dio svizzero! Cin!

E sempre con quella cazzo di tartaruga, il frocetto! Come se io non lo saprei cosa mi rappresenta la tartaruga! Io la guardo sempre quella gran gnocca di psicofigologa in tivù! Me l’ho imparato il simbulismo della tartaruga! Non sono un gnurantone! Ghe n’è minga de stòri! Quel collo lungo puzzolente rugoso che viene fuori da lì! Il rettile erettile e retrattile! Come un fungo di cazzo che spunta dal smutandamento di cugliuna! Come se non saprei che tocchi quella perché ti piacerebbe maneggiare il cazzo dei tuoi amichetti! Ma compragli un rothwailer, troia! Un bel pitbull! Ricchiunemmerda me lo vuole far diventare, quella… E quando ci vai a fighette, se passi le ore chiuso in camera a parlare con la tartaruga? Sìììì! Un giorno l’ho beccato che ci parlava! E così mi è toccato avvelenarcela, la tartaruga del mio cazzo! T’è capì! Ghe n’è minga de stòri! (Che non viene fuori questa cosa, che non viene fuori hai capito cazzo?) E guarda, sembra già che abbiamo ottenuto l’effetto. La ròia mi dice che adesso certi pomeriggi lo stronzetto sparisce misteriosamente, s’inventa delle balle e non c’è verso di sapere indove vadi. Magari si è svegliato fuori e va a fighette. Meglio tardi che mai. No, non va a tartarughe. Se ne ricompare una in casa, guarda stavolta invece di avvelenarcela pianpiano ci schianto il guscio a mazzate, dio lupo. Ghe n’è minga de stòri. Chissà indove va, lo stronzetto. Uno di questi giorni mi piacerebbe seguirlo, cazzo. Se scoprirei che mi va a sbocchinare maschi lo ammazzo vivo.
Eh, ma ci sono un po’ di cose da mettere apposto, in quella casa. A me presempio non mi sta mica tanto bene che lei scoperebbe con chi ci pare solo perché io me ne sono andato via. T’è capì?! Lei sarà sempre la mia donna, se lo deve cacciare benbene in quella testolina cretina. Ghe n’è minga, de stòri. E il primo che trovo ancora che ci ronza intorno alla sottana giuro che lo ammazzo di botte. Ci taglio via il tartarugo di cazzo, ci taglio. Ghe n’è minga… Dài, butta giù e poi andiamo via, da ‘sto frociaio. Viva la figa e chi la mastìga!!

venerdì 8 luglio 2011

Il nuovo pazzesco record di Nicola Pezzoli: IL TACCUINO ROSSO DI WOLFSBURG recensito da INEDITO!!


ECCE

SCRIBA

Per uno come me, abituato a strabiliare e a essere strabiliato, può anche sembrare una cosa normale, ma non lo è. Sto parlando del mio ennesimo primato come autore incompreso, e destinato, oramai lo si sarà capito, a far la fine di Guido Morselli (nella foto in alto, scattata ai tempi del mio primo romanzo, l’immagine di eterna giovinezza che ho scelto per la lapide: vi piace?).

Dopo che il mio primo libro pubblicato, censurato e fatto passare sotto silenzio da mezza italiA, ebbe a stabilire il record galattico di avere la sua prima recensione in Spagna (!!), ecco che al Taccuino rosso di Wolfsburg tocca in sorte una bellissima recensione da inedito (!!!). E oltretutto firmata da un fior di scrittore: Paolo Zardi, brillante autore di Antropometria, che ne parla nel suo splendido blog Grafemi e lo definisce “un capolavoro”. Una cosa che al tempo stesso mi esalta e mi amareggia, mi gratifica e mi umilia. Se vi interessasse, cliccate sulla paroletta blu e fateci un salto. Se non per me, per conoscere Paolo, che lo stramerita.

p.s. quella della lapide è ovviamente una battuta: le mie ceneri verranno sparse in natura. Ma con calma: prima, ho ancora qualcosolina da raccontarvi…

domenica 19 giugno 2011

RACCOLTA DIFFERENZIATA (21) - vecchi racconti inediti del Nick




Fraseggio



Erano quasi le otto del mattino. Era inverno. E soprattutto era domenica. L’acqua aveva cominciato a venir giù poco prima dell’alba, sferzata contro le tapparelle da un vento gelido e insistente. Nei tre palazzi gemelli della nuova periferia residenziale una luce soltanto era accesa, lassù al quinto piano della costruzione di destra. Una lucina arancione tenue tenue che vista da fuori e dal basso non squarciava il grigiopioggia neanche un po’. Era la cucina di Loffante, l’allenatore di basket.
Con movimenti felpati, per non svegliare moglie e bambini, Loffante si era alzato al momento dovuto senza bisogno di puntare la sveglia, aveva ciabattato fino in bagno, aveva pisciato e scorreggiato, e adesso era lì in cucina a prepararsi il caffè. Non pisciava più ma scorreggiava ancora. Solo un altro paio di colpetti. Assestamento, poca roba. Peto, ri-peto. Altro petino. Basta.
Accese la radiolina e la depose sul tavolo. Regolò il volume scendendo a patti col concetto d’infrasuono. Captò il segnale orario delle otto. Alzò leggermente. Per essere l’unico giorno in cui avrebbe potuto dormire a piacimento, era una bella levataccia. Adesso il volume andava bene.
La squadra di seconda divisione che allenava due sere la settimana si trovava a Cuviago, qualcosa più di quindici chilometri dalla città, e quel che era peggio aveva la pessima abitudine di disputare le partite casalinghe di domenica mattina. Loffante aveva accettato di diventarne allenatore dopo aver giochicchiato in varie altre squadre fin quasi a cinquant’anni. Si era lasciato convincere a causa del suo grande amore per quello sport, e per aiutare una società di buoni amici che, a volerla dire proprio tutta, difficilmente avrebbe trovato un tecnico vero. Era un uomo altissimo e massiccio, i baffi appena appena sgrigiti. Stazzava oltre il quintale, ma nessuno che non cercasse guai gli avrebbe dato del ciccione.
Spillò dal rubinetto l’acqua necessaria a lambire la vite interna della sua moka, facendo attenzione. Poi inserì il filtro, e tolse il coperchio di plastica dalla scatola del caffè macinato. Mise ogni cura a non sbagliare la dose, e assestò colpi rapidi e leggeri col taglio del cucchiaino per non pressare troppo la miscela, che spandeva tutt’attorno il suo profumo. Infine avvitò la caffettiera, le diede una stretta possente con quelle sue mani simili a tenaglie, e accese il più piccolo dei quattro fornelli.
Loffante non aveva neanche il patentino federale, ma in tutto il campionato di seconda divisione c’erano solo due arbitri – quel vecchio pignolo di Corcugliati e l’odioso Rizzuto Caporalo, figlio di non meglio precisato poliziotto – che gl’impedivano di sedersi in panchina e lo facevano accomodare in tribuna, oppure al tavolo dei cronometristi. Tutti gli altri chiudevano un occhio. Forse intimiditi da quei suoi capelli corti e ispidi da istrice incazzato.
Mentre aspettava il caffè, sistemò sul tavolo una tazzina con dentro una zolletta di zucchero, e si sedette a sfogliare un giornale, proprio mentre Petunia, che si era svegliata nonostante le sue precauzioni, entrava in cucina con una vestaglia viola chiaro e un’espressione tirata da mattina presto, due fessure al posto degli occhi, e andava subito ad armeggiare con la macchinetta per l’espresso, ben sapendo che Loffante non avrebbe tardato più di un minuto a magnificare l’aroma superiore del caffè fatto con la moka. Petunia aveva ventisei anni, la metà di quelli del marito, e poteva sembrare sua figlia.
Il giornale radio locale stava parlando di una tizia che era entrata in ascensore al decimo piano di un palazzo. La porta si era aperta e lei era entrata. Ma l’ascensore non c’era. Sfracellata. Una fine orrenda. La donna usciva dallo studio di una cartomante che predice il futuro.
La moka si mise a borbottare. Loffante la sollevò dal fornello e si versò il caffè, non prima di aver annusato con ostentato rapimento dei sensi, come nel peggio recitato degli spot pubblicitari, il vapore che usciva dal beccuccio.
«C’è più gusto in questa nuvoletta che in tutta la tua tazza» disse a Petunia, che stava già sorseggiando l’espresso veloce sbrodolato fuori dalla sua Gaggia.
Per tutta risposta la moglie si limitò a sfoderare un sorriso assonnato, a denti stretti e occhi più cisposi di prima, seguito da un impercettibile scuotimento di testa.
«Hai visto sul Piccione Sera di venerdì?» chiese Loffante, quand’ebbe finito la sua degustazione. «SECONDA DIVISIONE MASCHILE. IL CUVIAGO DI LOFFANTE BALZA AL QUARTO POSTO.»
«Sono soddisfazioni» commentò Petunia con un velo, appena un velo, d’ironia.
La pioggia frustata dal vento veniva giù di traverso e tamburellava sui vetri. Di cielo non ce n’era più per nessuno.
Loffante non staccava lo sguardo dal microscopico trafiletto di sport locale di quel giornale di provincia, comprato soltanto da giocatori dilettanti di calcio e pallacanestro in cerca del proprio cognome, il più delle volte scritto sbagliato, e da certe vecchine che controllavano i necrologi. Per i primi era “il Pìcius”, per le seconde “ür giurnaal”. Morire sul campo da giovane atleta avrebbe comportato doppia fama, da quelle parti. Loffante stava pensando di ritagliare quel titolo e incorniciarlo, magari dopo averlo fatto ingrandire almeno un po’.
Alla radio le previsioni meteo prefiguravano un peggioramento. Sembrava una burla. Peggiorare quel tempo da lupi. Anche se al peggio, persino lui lo sapeva, non c’è mai stato limite alcuno.
Ad ogni modo l’allenatore del Cuviago, imperterrito, continuava a godersi la notizia delle sue gesta. Guardava l’articoletto e annuiva. Guardava l’articoletto e gongolava. Guardava l’articoletto e si grattava la nuca.
«Ti chiamano Lo Bue.»
Nella cucina, arancionata dal paralume acquistato all’Ikea, si diffuse una ventata di gelo. Nemmeno Petunia sembrava in grado di spiegarsi perché avesse buttato lì quella frase. Non l’aveva fatto con cattiveria. Aveva piuttosto l’aria di una madre che cerca, a malincuore, di risvegliare un figlio da illusioni sbagliate.
«Chi» domandò il marito.
«Soprattutto quel Pedersoli. Credo si chiami così. Quello alto alto magro magro che non gioca quasi mai. Ma temo anche gli altri.»
«Lo Bue?» ripeté Loffante. Impietrito. Non gli sembrava possibile.
«L’ho sentito io. Con le mie orecchie. Era in tribuna che guardava la partita con dei suoi amici. Non lo avevi nemmeno convocato per la panchina. Era lì vicino a me. Sarà stato tre settimane fa, quella volta che ho portato i bambini a vederti. Non poteva immaginare, che sono tua moglie.»
«Se sapesse che ho una bella moglie di ventisei anni, forse mi troverebbe molto meno bue» cercò di metterla sul ridere. Ma il suo era il tono di un uomo deluso. Quello che si dice un duro, ma era bastata quella rivelazione per farlo star male. Sentì una fitta alla bocca dello stomaco.
«Pensare» aggiunse con amarezza, «che ho dato io l’okkèi per accettarlo in squadra, e viceversa. Ma tu, perché me lo dici solo adesso?»
«Non volevo che ne soffrissi» disse la moglie. «Poi ci ho ripensato. Tu ci metti troppo cuore, in questa cosa. È ora che tu apra bene gli occhi.»
«Quel magrolino del cazzo» disse. «Solo perché lo faccio giocare poco. Solo perché lo tormento un po’ per il suo bene quando sbaglia in allenamento e viceversa. Gliela farò pagare.»
«Non è solo lui, se è vero quello che diceva agli amici.»
Loffante spense la radiolina picchiandoci sopra una manata rabbiosa, che fece tremare la superficie del tavolo.
«Piano, i bambini» disse Petunia.
«Scusa» si ricompose l’allenatore Loffante di seconda divisione. «Dimmi che altro c’è».
«A sentire lui, tutti nello spogliatoio ti prendono in giro, tutti ridono alle tue spalle. Alcuni dicono che non capisci niente di basket. Altri che più che un allenatore sei un participio presente, ma questa non l’ho proprio capita.»
«Alcuni chi.»
«I fratelli Conigliaro, per esempio.»
«Quelle tre gatte morte.»
Loffante si alzò in piedi, a contemplare la pioggia attraverso la finestra. La sua caffettiera ancora calda lo guardava perplessa da sopra il ripiano del lavandino, e lui sembrava uno che si sta chiedendo se non sia il caso di tornarsene a letto. Tacque per un lungo minuto, poi:
«Che altro si dice» domandò.
«Dicono che sei andato a spiare una squadra avversaria, che è una cosa che a questi livelli non fa nessuno, e che l’hai fatto per darti importanza con te stesso. Dicono che dopo esserti sorbito cento chilometri tra andata e ritorno per spiarla, ne hai ricavato come unica osservazione che il play e l’ala “fanno un fraseggio”, e pare che questa cosa li abbia fatti scompisciare dalle risate, e che sia diventata la frase tormentone dello spogliatoio. Mentre raccontava di questo fraseggio, per poco Pedersoli non scoppia dal ridere. Era piegato in due. Gli faceva male la pancia.»
«Ci penso io a piegarli in due, martedì sera. Vai avanti.»
«Devo proprio?»
«Devi. A questo punto devi. Hai cominciato e ora devi finire. E viceversa.»
Petunia si alzò a sua volta, e si avvicinò al marito. Gli mise una mano su una spalla, come a scusarsi di ciò che stava facendo, ma anche un po’ per consolarlo. Poi arretrò di un passo per inquadrarlo meglio, e proseguì:
«Dice che chiedi cose che non stanno né in cielo né in terra, come, che ne so, stoppare con due mani invece che con una sola. Che non conosci uno schema di gioco che sia uno. Che fanno di proposito il contrario di quello che ordini durante i time out, perché altrimenti gli faresti perdere le partite… Sai che c’è? Non mi va che ti trattino così. Non mi piace. Non lo meriti. Con tutti i sacrifici che ti costa allenarli. Gratis. Rimettendoci i soldi della benzina. E le mattine di domenica. Le mattine di domenica insieme alla tua famiglia.»
Altro peggioramento in arrivo.
Barometro coniugale.
«Lo faccio per passione, lo sai» si giustificò Loffante, allargando le braccia.
Per la prima volta da quando lo conosceva, a Petunia sembrò d’intuire la presenza della traccia di una lacrima su quel faccione burbero. Ma doveva essere un inganno della luce, e delle gocce d’acqua fredda che si rincorrevano sul vetro.
«È ora che vada» disse l’allenatore Loffante di seconda divisione. Praticamente Serie Zeta. Lo aspettavano qualcosa più di quindici chilometri sotto la pioggia. E qualcosa meno di un’esperienza umana gratificante.
«Hey » sussurrò la moglie quando fu sulla soglia di casa: «Sii paziente, con quei ragazzi.» Gli diede un bacio, e poi se ne stette lì a guardarlo, finché tutto quel corpaccione non sparì oltre la prima rampa di scale. Sii molto paziente, ripeté col pensiero Petunia, richiudendo la porta. E viceversa, aggiunse poi a mezza voce. Ma subito si pentì di averlo detto.
C’era da preparare la colazione ai bambini, fra poco.
Di sotto la vestaglia viola chiaro, sommesso e lieve partì un peto.



sabato 4 giugno 2011

Assaggi di romanzi inediti - da "gémenteseflentes": la panchina grigia e il pettinatino simpatico.




Dopo il film, che quella sera era adatto, dopo la fine dei titoli di coda, quando apparvero quei loghi che mio padre chiamava “i scatulìtt”, andai in camera per chiudere bene le persiane. Se mi attendevano visite notturne del vecchio K., non era il caso di facilitargliele. Il crepuscolo si attardava, placido e liquefatto di blu intensi, viola accesi e ori sparsi. Non era ancora sceso il buio. Sembrava non dover scendere mai. I mostri verdi erano lì, più minacciosi del solito. Non sembravano un cuscino di protezione fra me e K. Sembravano piuttosto avanguardie, di K. Forse sarebbe stato prudente provare a dormire a pezzetti: un quarto d’ora e poi sveglio, un quarto d’ora e poi sveglio, un quarto d’ora e poi sveglio… Quarti d’ora: non di più. Buttai uno sguardo oltre il granturco, il più fugace possibile, perché se K. fosse stato là, fermo in piedi a spiarmi, preferivo non vederlo. Ma non potei non pensare all’avventura di otto notti prima. A tutto quello che io e Gianni avevamo visto attorno a Villa K. A tutto quello che mi aveva colpito con la sua stranezza. Le panchine, ad esempio. Cosa ci facevano tutte quelle panchine di pietra in un posto dove non andava a sedersi mai nessuno? Strano.

Anche nel giardino della nonna e della De Ropp c’era stata, anni prima, una panchina di pietra così. Una sola. Un giorno erano venuti a trovare la De Ropp una signora riccona e il suo figlio pettinatino, che aveva la riga da parte e un paio d’anni più di me. Il pettinatino mi trovò lì ginocchioni, intento a rivestire la panchina di un altro colore che a me pareva più bello. Lo facevo con grande cura, picchiettandoci sopra lo spigolo estremo di un mattone tenero e friabile tenuto in mano di sbieco, che cedeva alla superficie grigia il suo bel rosso argilla, pigmento per pigmento, millimetro per millimetro. Un lavoro da certosino di cui andavo ogni minuto più fiero. «Sei diventato pazzo tutto insieme, o è stato un pvocesso gvaduale?» mi aveva chiesto il pettinatino. Non gli avevo badato più di quel tanto. Del mio rivestimento color mattone ero proprio orgoglioso, ma poi mentre eravamo distratti erano spuntate la De Ropp e la madre riccona del pettinatino, che aveva pensato bene di sedersi proprio lì con la sua gonna da venti milioni, e allora non dico di aver smesso di essere orgoglioso, ma di certo avevo diminuito un bel po’. Era un’eventualità a cui non avevo pensato, che sulla panchina qualcuno avrebbe potuto volersi sedere! Noi artisti siamo fatti così. La De Ropp aveva guardato molto male i miei capelli e stava per avventarglisi contro, ma la riccona era una donna con un suo insospettabile corredo di nobiltà d’animo, e l’aveva fermata. Aveva detto che non era niente, e che per una gonna in tintoria non era mai morto nessuno. Io alla fine al pettinatino avevo detto “Ciao” anche se la sua riga da parte mi stava leggermente sul culo, lui invece mi aveva risposto “Cavo debosciato a mai più”, e la madre aveva fatto finta di rimproverarlo, ma col sorriso. Poi la De Ropp mi aveva concesso due ore per far tornare grigia la panchina.

lunedì 30 maggio 2011

ERESIE IN SALSA ROSA - Giù le mani dalla zia Julia!




In un articolo apparso sul Corriere della sera di lunedì 23 maggio, lo scrittore Alessandro Piperno dichiara di essere “pazzo” per i grandi romanzi storici di Mario Vargas Llosa. Ovviamente, non solo questo è un suo pieno diritto, ma rivela anche ottimo gusto, perché Mario Vargas Llosa è a mio giudizio uno scrittore immenso, nonché uno dei più degni vincitori di Nobel per la Letteratura di ogni epoca.

Senonché, nel dire questa cosa, il buon Piperno arriva, ahimè, a premettere: “Temo [teme!] che i lettori tendano a prediligere la produzione più disimpegnata di Vargas Llosa: i deliziosi [e meno male che si salva in corner dicendo deliziosi!] romanzi ironico-picareschi come Pantaleòn e le visitatrici o La zia Julia e lo scribacchino”.
Ora, si dà il caso che La zia Julia e lo scribacchino sia, a mio molesto parere, un meraviglioso (e per fortuna ironico!, e per fortuna “disimpegnato”!) Romanzo, che io metto senza alcun dubbio fra i miei cinque preferiti di sempre. Non ho niente contro Piperno, ma posso dire che questo modo di sminuire un simile capolavoro è a dir poco assurdo, pacchiano e riprovevole?

Tale atteggiamento è ulteriormente indicativo, pur in modo indiretto, della cronica povertà (per non dire miseria) d’offerta nella narrativa italiana contemporanea. La nostra pseudo élite culturale, i nostri grandi editori, sembrano essersi fossilizzati su due soli tipi di proposte, che essendo antitetiche danno loro l’impressione di coprire tutto lo spettro di domanda dei lettori (mentre invece non è così, e chi vuole di meglio non può far altro che rivolgersi agli stranieri!): da un lato i raccomandatelli, le mogli d’arte, gli scarsoni politicizzati, le mezzeseghe sopravvalutate, la mediocrità pretenziosa e pompata, e la piaga del semianalfabetismo sciatto, banale e commercialoide (su cui stendiamo qui un peto veloso); dall’altro i secchioncelli più o meno eruditi e più o meno barbosi – l’accademia della muffa. Manca del tutto la via di mezzo. Questa via di mezzo si chiama: Scrittore. Avete presente? Stile, talento, inventiva, facilità e felicità di scrittura, uniti a freschezza, leggerezza, humor, capacità di esprimere e suscitare emozioni profonde, originalità (di temi, di idee e di linguaggio), passione straripante e sincera, dedizione, attitudine a osservare, penetrare, catturare, ricordare, e a produrre pagine ricche di polpa, di sugo e di midollo, nonché, naturally, qualcosa di vero e di urgente e di nuovo DA DIRE…
Da quanti decenni, oramai, se guardiamo i cataloghi della grande editoria nostrana, e i vincitori dei principali premi, ci tocca dedurne, con immensa amarezza, che “scrittore italiano” pare esser diventata, per autolesionistica scelta di ammiragli e timonieri, spesso a loro volta inadeguati, una patetica contraddizione in termini?


giovedì 26 maggio 2011

Poesie del poeta pentito (6) - nuova infornata di versi adolescenziali




SO FAR AWAY


Quando il sole se ne va
Sento che sei così distante da me...
E sfioro con le mie labbra
Un piccolo iceberg fatto a pezzi
Annegato in un mare di vodka triste





IO


Io
Che mi conosco
O forse no
E vedo nello specchio
Gli occhi miei bambini
Prigionieri di una maschera
Che non mi somiglia

Io
Che non mi conosco
O forse sì
E mi rincorro
Tra mille chimere

Se mi vorrai bene
Io sarò te





WAITING FOR (YOUR) LOVE


E' come


Aspettare


La pioggia


Di luglio


In Sicilia





NETTUNO CHIAMA


Urano di giada
Si masturba nel vuoto

Troppo grande e troppo bello
Per non essere solo

Forse da Nettuno
Qualcuno sta chiamando

Chissà





TUTTO NORMALE


Tutto normale

Ti sembra un gran sogno
Morire
Ma forse poi basta
Partire

Ti sembra un miraggio
L'amore
E in fondo poi basta
Pagare

Tutto normale

Vorresti un tuo mondo
Di sogno
Ma ti riduci a soddisfare
Un bisogno

E ti pare tanto urgente
Capire
Ma è sufficiente non starci
A pensare

Tutto normale

Ti piace fare solo ciò che è
Proibito
Ma ti hanno già quasi del tutto
Inibito

E dopo tutto sei un bravo
Ragazzo
Non lo sospettano che tu sia ormai
Pazzo

Da legare

Ma è tutto normale
Tutto normale





A ME STESSO


Veramente tu pensavi
Di poter trovare
Sangue nelle pietre
Un'anima nei superficiali
Lacrime negl'insensibili?

Hai voluto continuare
A inventare amicizie perfette
A immaginare amori meravigliosi
Elevare a Dèi degli esseri inferiori
Inferiori come te, ricordalo

Ma poi
Un giorno o l'altro
Finivi sempre col doverti arrendere
Arrendere all'evidenza
E lo facevi con lacrime amare

Perché continuare a sognare dolcezza infinita?
Scendi dal piedistallo, o dalle nuvole
E vivi!

Ma sto perdendo i contatti...

Perché volano tutti
Sempre così in basso?





PINKHOUSE IN THE EVENING


Che vi importi o no

Mi state perdendo


sabato 21 maggio 2011

Trattoria Toscana da Aldo - Viale Sarca 187 - 20126 Milano





Come promesso, ecco il mio piccolo contributo in favore di questa storica bottega, un pezzo di cuore della vecchia Milano che rischia di scomparire per sempre. Facciamo il possibile perché ciò non accada: parlandone, e soprattutto andandoci a mangiare!