"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"

SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

lunedì 12 maggio 2014

E Johnny Daspo se la ride…

RI-VAFFANBÙ 
(effetto bù-merang)

Diciamolo: in un paese in cui la teppaglia da stadio (e non) effettua bombardamenti a tappeto a suon di razzi e pericolosi petardi, i peggiori cinghiali da stadio (e non) devastano impunemente bar, treni e autogrill, e la criminalità da stadio (e non) si mette addirittura a sparare, insomma un paese in cui la sottofeccia violenta, anziché produrre galeotti, produce al massimo tanti ridicoli Johnny Daspo, venir pagati per fare la spia sui CORI, gli STRISCIONI e i RUMORI dei tifosi è un mestiere abbastanza increscioso, col rischio, sempre dietro l’angolo, di cadere nel ridicolo. Proprio per questo andrebbe svolto con un minimo di equilibrio, competenza, intelligenza, senso del limite. Magari, visto che pur sempre in uno stadio ci si trova, capendo qualcosa del calcio e delle sue dinamiche. Ma siamo in italiA. E così arriviamo all’assurdo di multe salate e curve chiuse per i soliti (ormai noiosi, ma questo è un altro argomento) “bù” del cactus rivolti nel derby a un certo attaccante del Milan. Con arrogante ottusità, la procura federale parla di cori “senza possibilità di equivoco espressione di discriminazione per motivi di razza” (“ai minuti 1,4,18,26,33” – danno pure i numeri, quasi quasi me li gioco al lotto). Senza possibilità di equivoco? Siete voi, l’equivoco. Il campo era PIENO di giocatori con la pelle scura, cui nessuno ha rivolto mezzo fiato. (Così come contro la Lazio a nessuno è passato per la testa di “discriminare” Onazi o Keita, mentre ieri a Bergamo facevano – giustamente – “bù” a quel simpaticone di Mexes, e quindi adesso, per coerenza, qualche Einstein federale dovrebbe parlare di inequivocabile razzismo antibiondo e antifrancese…). Chi capisce qualcosina di calcio SA che i “bù” contro l’attaccante in questione sono dovuti esclusivamente al fatto che egli viene percepito dagli interisti come “traditore”, non solo per esser passato sull’altra sponda cittadina, ma anche per il fatto che quando giocava per l’Inter si rese protagonista del gesto di farsi fotografare con la maglia del Milan, e di quello ancor più riprovevole di gettare a terra la maglia nerazzurra. Sono quindi “bù” totalmente “tifosi” e totalmente calcistici, e ci sarebbero anche se l’attaccante fosse un cosiddetto “bianco” (successe, se non ricordo male, a Maurizio Ganz, e allora nessun fanatico antirazzista osò dire che a Ganz si faceva “bù”, senza possibilità di equivoco, per motivi razziali o territoriali). Il razzismo è una brutta bestia. Ma i piagnistei continui e strumentali, le permalosità untuose, l’ottusità castigatoria, gli spottini paternalistici, la malafede esibizionista e furbetta di certo fanatismo antirazzista rischiano di trasformarsi in boomerang (“bù”-merang?) per la causa che pretenderebbero di difendere.

p.s. il Daspo è un semplice provvedimento di esclusione (teorica) dagli stadi. Come ha intelligentemente fatto notare Mario Sconcer-ti, è come se in presenza di un rapinatore pericoloso e sanguinario ci si limitasse a proibirgli “severamente” l’accesso a banche, farma-cie e supermercati…

p.p.s. ma forse sbaglio argomenti, e le nostre autorità calcistiche sono semplicemente… tifoselle. Ogni volta che mi capita di assistere a una partita casalinga di una certa potente squadra torinese, rimango indignato e stomacato dagli insulti urlati contro chiunque per novanta minuti dalla sua bella tifoseria. Ebbene, quella curva è stata chiusa soltanto una volta, consentendo poi in extremis ai potenti torinesi di fare bella figura riempiendola di angelici bambini. Che hanno passato la partita a insultare il portiere avversario. (Che per fortuna era un cosiddetto “bianco”, altrimenti ci fratturavano la minchia col razzismo infantile…)


giovedì 8 maggio 2014

INKAZZO SPORADIKO VINTAGE - le mie cazzatine battute a macchina nel secolo scorso!

IL DIBATTITO

Pare (dico pare) che il dibattito televisivo sia stato inventato dagli Indiani d’America (che non hanno niente a che vedere con i Bulgari del Madagascar), che lo chiamarono provvisoriamente Gran Consiglio dei Capi.
    A differenza dei protagonisti degli attuali dibattiti televisivi, quei saggi capi avevano però il pudore e il buon senso di riunirsi in gran segreto, in modo che nessuno potesse sentire i cumuli di cazzate che si dicevano. 
    Ed è soltanto grazie ad alcuni segnali di fumo, rimasti impigliati per ventottaia d’anni tra un ramo di sequoia e un nido di schifocòttero o tapiro volante, che siamo venuti a conoscenza dei nomi dei partecipanti a uno di questi mitici dibattiti, che vi elenchiamo in disordine analfabetico:
    c’erano Aquila Marcia, Cane Cornuto, Toro Stravaccato, Orso Che Fa Le Uova, Nuvola Infingarda, Bisonte Andato a Male, Tacchino Che Non Si Lava e il valorosissimo capo Whenga Banga Ociobadabenga Sbonga (Uomo Che Inciampa In Uno Stronzo Del Suo Cavallo E Ci Resta Secco).
    Nulla invece sappiamo di cosa si siano detti, e forse è meglio così.
    Ma veniamo ai tempi nostri, e al fottuto dibattito televisivo. Ci occuperemo del dibattito prima maniera, perché i più recenti, con stronzetti e stronzette che parlano tutto il tempo dei cazzi loro e dei loro amoruzzi e di come s’ingroppano a vicenda, sono francamente troppo schifosi e oltraggiosi persino per scherzarci sopra.
    Secondo uno studio del noto sorciologo Rattoni, perché sia possibile lo svolgersi di un dibattito devono essere almeno presenti:
    un Moderatore (possibilmente armato), un Tuttologo, un Nientologo, il Presidente di un’Associazione Qualsiasi (meglio se finto-benefica), un Moralista, un Ciarlatano, Uno Che Passava Di Lì Per Caso e un Imbecille.
    Gli Imbecilli possono essere anche più di uno, anzi, più ce ne sono e meglio è. Qualcuno insinua che addirittura, in certi casi, gli Imbecilli vengano pagati per partecipare.
    Eccovi subito un esempio pratico, andato in onda sulla televisione hittita Telepinu la sera di piovedì zero zerembre millezerocentozerantazero, subito dopo il serial di successo “L’odore della famiglia”, la telenovela tragipuzzolente i cui protagonisti non amano autodetergersi.
    Vi partecipavano il Moderatore Scannamatti, pentasessuale e per di più mancino, il Tuttologo Margnifoni, il Margnifologo Biografoni, il Petologo tedesco Otto Scorringer, il professor Barbino Rimbambù (che è nato nel ‘700 e che ormai non muore più), docente di Arterio-Filosofia-Sclerotica e deficiente di Storia Contemporanea Del Nonno Di Suo Nonno, il Moralista Suscia-Balauster, il Bestemmiologo Sacramentoni, l’Imbecille Massimo Della Pizza e Don Dino Dondani d’Induno, il famoso prete suonato come una campana.
    Completavano la bella compagnia Kitty Spacca, campionessa di lotta libera e di palla prigioniera, ammanettata per motivi di sicurezza, il Guru Fangura, imbavagliato per motivi fiscali, il baritono Orazio Strazziacazzio, imbavagliato per ovvi motivi, e infine un pistola coi baffi che passava per la strada, messo lì con la forza come elemento decorativo perché nessuno dei presenti aveva i baffi (tranne Kitty Spacca che ne esibiva un cicinino) e, come disse il filosofo Pirlazio Perla mentre stava cagando, «uno coi baffi ci vuole sempre». Qua e là, lo studio era decorato da prostitutine in costume da bagno (fuori minaccaiva neve, anche se era piovedì).
    Durante tutto il dibattito, il povero pistola coi baffi venne continuamente fatto oggetto di una scarica di «lei mi dirà», «lei m’insegna», «come lei ben sa», «lei sa meglio di me», e il malcapitato pistola coi baffi non riusciva a capire cosa cazzo volessero da lui tutti quegli esagitati. Fu probabilmente in quei frangenti che lo sventurato pistola coi baffi maturò l’irrevocabile decisione di tagliarsi… i capelli.
    Il primo a prendere la parola, precedendo ovviamente il Moderatore, fu l’Imbecille, che se ne uscì con un paio di dotte citazioni che c’entravano come i cavoli a colazione. Tutti lo fulminarono con lo sguardo (lo Scorringer lo fulminò con una loffa da combattimento) e l’Imbecille non chiese scusa ma quasi. Dopo alcuni istanti d’imbarazzato silenzio, rotto solo da una slorchia fox trot a ripetizione sincopata dello Scorringer, riattaccò di nuovo l’Imbecille, che di nuovo parlò a sproposito (altrimenti che Imbecille della mutua sarebbe stato?). Ciò diede modo al Bestemmiologo Sacramentoni di dare prova della sua preparazione, urlando qualcosa che ci rifiutiamo di ripetere (non è che ci rifiutiamo, è che la censura ci fa un kulo kosì), ma subito il Moderatore lo mise a tacere intimandogli di moderare i termini, mentre il Moralista Suscia-Balauster ebbe una colica nasale.
    Qualche secondo più tardi fu il Tuttologo Margnifoni a indispettire gli astanti con un paio di esempi fuori luogo, e il Margnifologo Biografoni si scusò per lui dicendo che quando fa così è perché vuole uno yogurt al carciofo di collina radioattivo.
    Allora il Moderatore fece portare da una prostitutina in costume da bagno (fuori nevicava) una confezione di due yogurt al carciofo di collina radioattivi al prezzo di tre, gentilmente offerti dallo sponsor figlio di puttana. Il Moralista Suscia-Balauster volle a quel punto far notare che anche lo yogurt al carciofo di collina radioattivo è un chiaro e preoccupante sintomo di corruzione dei sensi e di rilassatezza dei costumi, riuscendo così nel miracolo di mettere d’accordo tutti i presenti, nel senso che furono tutti d’accordo nel mandarlo coralmente affankulo.
    Non solo, ma un po’ per far dispetto al bigottello, un po’ perché ingolositi dalla vista del Margnifoni che si pappava il suo yogurt usando le dita dei piedi invece del cucchiaino, si fecero portare ciascuno la propria golosità preferita, e cominciarono a ingozzarsi come Strabuzzosauri. (Uno Strabuzzosauro corrisponde, come unità di sozzura, a settantasette porci e mezzo, ma puzza un po’ meno).
    In un baleno vennero servite, da un esercito di prostitutine in costume da bagno (fuori rasserenava, e quindi stava per gelare), incredibili prelibatezze:
    orecchie di topo trifolate, marmellata di vitello gobbo a rotelle, spremuta di unità cinofile da sbarco, grugno di porcopotamo alla coque, frullato di struzzo vivo, frittata di fermenti lattici morti e sepolti, brufoli agonizzanti in salsa escrementizia, verruca d’asino flambé e pâté di patate potate petit.
    Quando appiccarono fuoco all’asino vi furono attimi di panico, perchè la bestia in fiamme, riconoscendo negli astanti tanti suoi simili (rigorosamente raglianti) svolazzava qua e là invocando soccorso.
    Il Moralista, per la disperazione, decise di spararsi a un alluce, ma gli si inceppò la pistola, allora tentò di suicidarsi col gas dell’accendino e d’impiccarsi un’orecchia con le stringhe delle scarpe. Poi decise che era meglio lasciar perdere, e che si sarebbe ammazzato un’altra volta.
    Nel frattempo il dibattito era ripreso e si era fatto molto accanito (più che dei cani sembravano galline imbizzarrite) e ben presto degenerò in rissa. Nonostante le sapienti inquadrature della regìa, era praticamente impossibile capirci qualcosa. Nel mucchio si riuscirono a distinguere Kitty Spacca che prendeva a calci l’Imbecille, il Biografoni che morsicava una coscia al Rimbambù, e Don Dino Dondani d’Induno che sparava furibondi cazzotti nella bocca del Guru, mentre il Bestemmiologo Sacramentoni gridava a tutti delle cose irripetibili (in sovrimpressione appariva la pubblicità scorretta di Antiostiolin Forte e Sacramentin B12), e il pistola coi baffi inseguiva lo Scorringer che si difendeva come peteva, pardon, come poteva.
    Il Margnifoni, invece, aveva messo il piede sinistro (proprio quello che non si era lavato) in bocca al Moralista, ma stava perdendo l’equilibrio, ed era pertanto imbarazzato e indeciso sul da farsi. Il baritono Orazio Strazziacazzio, da parte sua, era sfortuna-tamente deceduto, perché gli addetti alla sicurezza lo avevano imbavagliato davvero troppo bene fino a soffocarlo. 
Il pubblico si sarebbe aspettato qualche sana schioppettata da parte del Moderatore (specie quando lo Scorringer prese ad agitare slealmente davanti alle telecamere il suo bestial seller Fart around, "Petegiando in giro"), ma lo Scannamatti non interveniva, perché era troppo occupato in una delicata cappero-estrazione con appendici pelose alla narice destra. Nel bel mezzo del guazzabuglio, il Moralista Suscia-Balauster, con in mano una schifezza che si era appena tolto di bocca e che risultò poi alla moviola essere il piede del Margnifoni, ordinò attraverso lo schermo alla moglie Disgraziata di mandare subito a letto le bambine e di spegnere la TV, poiché un padre integerrimo come lui non avrebbe mai permesso a Isabrutta e Mariabestia di assistere a simili sconcezze.
    Appena fu certo che Disgraziata avesse obbedito, con un balzo zompò addosso allo stuolo di prostitutine insulse in costume da bagno che decoravano lo studio (fuori spuntavano stalattiti di ghiaccio, o stalagmiti, faccio sempre confusione, da che parte s’inculano), e tentò uno stupro cumulativo, accompagnato dal potente urlo di battaglia «Vén scià ke te dupéri, lürida tröja!» ("vieni qui che ti adopero, non-pulita peripatetica"), ma nella foga inciampette e muorò.
    Il giorno dopo, quel dibattito venne fatto oggetto di un’interrogazione parlamentare, ma il parlamento non rispose perché non aveva capito la domanda.

domenica 4 maggio 2014

Assaggi di romanzi inediti - da "LA CAMPAGNA PLAXXEN": frammento centrale del capitolo 6

Per fortuna il mio razzismo non mi fa guardare 
quei programmi demenziali con tribune elettorali 
(Franco Battiato, Bandiera bianca)

Niente, agli occhi di una persona nobile e onesta, è più odioso 
di una campagna elettorale, perché in essa si fondono le due cose
 meno sincere del mondo: la politica e la pubblicità 
(Paolo Lizzenci, Bandiera stanca)

Vagolavo alla ricerca dell’albergo in questa zona della città a me del tutto sconosciuta, una brutta zona, se mi è consentito dirlo, che univa gli aspetti peggiori del centro e della periferia: del primo aveva gli ingorghi di traffico ma non i fastosi palazzi antichi, della seconda l’anonima desolazione ma non le vie di fuga in qualche risicato spicchio di verde, siringose aiuole a parte – e di entrambi uno smog che ti si appiccicava addosso come una cipria di fuliggine a presa rapida, capace di renderti in poche ore molto simile a uno spazzacamino. 
Anche qui erano spuntati da un giorno all’altro i manifesti più o meno abusivi per l’elezione a sindaco di Mike Morigerato. E anche qui erano stati concepiti su misura, diversi da come li avevo adocchiati in altri sottotipi di habitat urbano. La conferma che Morigerato aveva finito con l’adottare come proprio marchio la strategia di persuasione differenziata: se la Campagna per vendere il collutorio era stata articolata nei tempi, quella per vendere la propria personale immagine e acquisire voti lo era negli spazi. Non c’era zona della città in cui Morigerato non sbandierasse la sua ferma e sincera intenzione di diventare “IL SINDACO DEL TUO QUARTIERE” (e non degli altri, o comunque più del tuo che non di quello degli altri, tipica furbetteria pubblicitoide…) Inutile dire che per carpire la maggior quantità possibile di fiducia e preferenze, l’aspirante sindaco si mostrava in ogni “quartiere” con faccia, idee, slogan e intenzioni diverse. Persino in aperto, spudorato contrasto fra di loro. Confidava nel poco rimescolio interno, nel fatto che i suoi concittadini girottolassero poco da un compartimento all’altro. Nel centro storico zeppo di vecchie beghine (la città “bene”) compariva sui cartelloni nell’atto di ricevere l’ostia da un prete (ovviamente più basso di lui, come gli attori comprimari nei film con Tom Cruise), e lo slogan era SE NON SONO VOTI CRISTIANI, NON LI VOGLIO. Il sindaco che crede nei Valori. Mike Morigerato, il sindaco del tuo quartiere. Ma nei sobborghi a luci rosse, fortino della droga, della prostituzione e dei viados sudamericani, insomma nella città “pene”, aveva la faccia tosta di apparire in camicia hawajana, gran sorriso da magnaccia e occhiali da sole, per annunciare IN UNA GRANDE METROPOLI C’E’ POSTO PER TUTTI. Il sindaco che unisce. Mike Morigerato, il sindaco del tuo quartiere. Nelle zone 6 e 7, fitte di casermoni popolari ancora in prevalenza abitati da italiani del sud, divenuti quasi tutti leghisti o fascisti per reazione all’incombere sempre più massiccio degli immigrati, un nano nerovestito ma con calcolata cravatta verde prometteva RUMENI NELLA LORO TERRA E FINOCCHI SOTTOTERRA. Il sindaco che ripulisce. Mike Morigerato, il sindaco del tuo quartiere. E qui? In questa semiperiferia operosa di commerci e di affari, non doveva far altro che essere se stesso, e, in gessato grigio e con rolex al polso più grosso e pacchiano d’un orologio a cucù, annunciare MILIARDARIO IO, MILIARDARI ANCHE VOI. Il sindaco che arricchi-sce. Mike Morigerato, il sindaco del tuo quartiere.

mercoledì 23 aprile 2014

Eresia Flash: Non sparate sull'omino Michelin!

XXL IS NOT A KILLER

Il sensodicolpismo antioccidentale sta perdendo ogni ritegno. In preparazione della melassa terzomondista e pauperista che ci sommergerà in occasione di expo 2015, qualcuno è arrivato a veicolare messaggi di puro terrorismo morale del tipo “per ogni persona obesa ce n’è una che muore di fame”. Detto così, papale papale (papestre papestre). Uno slogan che mi è toccato vedere anche su riviste intelligenti come Internazionale.
Un modo decisamente brutale, irresponsabile e superficiale di far sentire in colpa delle persone innocenti, facendo addirittura balenare (ma guarda un po' che verbo grasso ho scelto) una relazione di causa-effetto.
Come se ogni obeso (che magari ha già problemi di salute suoi, e non sempre è obeso perché si abbuffi) fosse direttamente e automaticamente un assassino!  
Per non parlare della piaga dei bambini sovrappeso, vittime precoci di un sistema iperconsumistico e pubblicitario, vero DOPPIO killer degli obesi e degli affamati (e dei tecnoglioniti in fasce: i Dead Digital).
E nessuno che abbia il coraggio di far passare messaggi meno boldrineschi, più corretti e quindi più scomodi. Del tipo: se muori di fame e hai 42 fratelli, probabilmente l’assassino è tuo padre. (Magari in concorso con chi ha deciso che munirlo di smartphone fosse più urgente e più vantaggioso che munirlo di Preservativi).

Ma del resto è una strategia, un meccanismo perverso, che già conosciamo, lo stesso della "beneficenza" ricattatoria e dell'accat-tonaggio aggressivo, lo stesso della politica populistico-pauperista: gli straricchi (con gran faccia tosta) fanno il lavaggio del cervello ai poveri e ai semipoveri, per farli sentire in colpa nei confronti dei poverissimi. Così loro possono lavarsene le mani e la coscienza: da fautori dello scempio si trasformano in capoclasse.

Parliamoci chiaro: se il pianeta fosse all'insegna della cooperazione e della fratellanza, nessuno morirebbe di fame. Ma proprio per questo, perché scassare la minchia ai fratelli obesi, facendo incazzare anche me che sono magrissimo?

E adesso, come antidoto al dilagare del politistronzocally correct, gustiamoci un po’ di buon vecchio Totò. Buon appetito.







mercoledì 16 aprile 2014

Assaggi di romanzi inediti - da "LA CAMPAGNA PLAXXEN": capitolo 2

Troppi daiquiri, porca mattina. Residuo tragicomico di sbornia triste, col vostro Zio Pep a tentare d’infilarsi dalla testa pantalun-ghi di tuta grigia che nella penombra alcolica aveva scambiato per maglione. Mi son fatto sentire una capadicazzo, e tutto da solo. Le meningi che scoppiano. M’assale il ricordo di quel vecchio simpati-co, personaggio delle mie vacanze al mare d’infanzia, Giannino si chiamava, prigioniero di guerra in Grecia e poi piccolo imprenditore nel ramo umidificatori per caloriferi e approssimativo giocatore balneare di bocce (confondeva i colori, bocciava il punto del compagno, che in cambio diceva cose come dio cagnòn, ma poi si lasciava consolare da uno o più Campari). Ti arrivava in spiaggia, il Giannino, strascicando e inciampando (ciapando tupìk, lo chiamava lui) e ogni volta giustificandosi dietro un sorriso candido da bimbo col suo rituale Porca mattina, sono ancora ubriaco… 
Che bella cera che hai!, mi congratulo sorridendo a denti stretti nella specchiera del cesso. Mi sorprendo a pensare quanto si somiglino “specchiera” e “sputacchiera” in Italiano, la madre di tutte le lingue. Se mi guardo allo specchio poi mi sputo in un ecchio… In realtà mi sembro una cagata di piccione uscita pure storta, svogliata. (Non immaginatemi altissimo: sono un piccoletto coi capelli un po’ lunghi e la faccia fin troppo da buono. Dicono che somigli tantissimo al protagonista di Full Monty). 

Mi siedo davanti al notebook in salotto e mi accendo una Davidoff al mentolo. Sarà la terza o la quarta. Mia madre, l’Incombente-Onnipresente, me lo fa notare. Allora io le faccio notare che ho passato i quaranta e non deve rompermeli. Mi guarda malissimo, con quello sguardo da “Se hai passato i quaranta, com’è che sei ancora qui al riparo della mia sottana?”. Le chiedo scusa. Io chiedo sempre, scusa.
Porca mattina, già. Ma cento volte più porca l’infame serata di ieri.

Arrivo al ristorante che son già tutti lì. Il maledetto parentume di lei. Le sue amiche venefiche. Al mio apparire si spegne nell’ostile imbarazzo un commento a voce alta su me medesimo, di cui faccio in tempo a captare la coda mozzata delle parole “inadeguato a sostenere una fami…”, pronunciate da un nerboruto cuginastro della Mantide Livorosa, cugino di secondo grado scala Mercalli, un energumeno infestato di tatuaggioni imbrattabraccia che esibireb-be a manica corta anche nei giorni della merla, un affollamondo con cinque figli tutti intelligenti come lui, ognuno chino e cretino sul suo bel videogioco portatile. Mi prende subito da parte la Mantide Livorosa per una prima scenatina improvvisata sui miei quattro minuti di ritardo (e va bene, erano cinquanta e passa, non si trova mai un parcheggio e son finito a casa di dio, e poi vuoi farti almeno un martini o tre in un bar o due per darti coraggio, porco d’io?), e una seconda scenatina assai più premeditata, pianificata, articolata, di genere finanziario. Perché accetto di stare in mezzo a queste vipere laide? Perché è il compleanno, l’undicesimo, del mio bambino.

Un dolce bambino down dietro la sua torta che tenta di spegnere le candeline. Mentre il suo sciammannato padre tenta di staccare la corrente ai contatti che vanno dal cuore ai condotti lacrimali. Nessun cuginetto gli si stringe attorno, si fanno i cazzi loro coi videogiochi. Già tanto se stanno a tavola, probabilmente ricattati con nuove promesse di tecnologica strammerda (i virus inoculati da mister Jobs e genoria simile, più devastanti della meningite). Amichetti non ne ha. I nonni materni sono al mare in Sardegna, e mia madre non se l’è sentita di venire, come al solito. Con lui non è avara di affetto e di coccole, ma so che sotto sotto considera mio figlio Paolo un castigo del Cielo, e che adesso sarà in chiesa a piagnucolare e ad accendere una candela del cazzo, invece di stare qui a battere le mani per lo spegnimento di queste. Ma papà non piange, tranquillo baby mio. Ci manca solo di fargli vedere che sono un maschio che sa piangere, a questi ottusi neanderthaliani del profitto, a questi disciplinati scopamoglie pocosessuali ma muulto spendaccioni per lo shopping firmato delle loro alberodinatalizzate lei (ce n’è una che le mancano solo le lucine intermittenti e la cometa d’oro ‘n copp’a capa). Tutte addobbate di orecchini penduli monili profumi straccettisexy tacchialti trucco smalto braccialetti borsette collane – ma quanto costa una gallina modaiola, visto che poi queste qui sono tutte casalinghe o impiegate part time? Vabbè. Io li avevo già notati con fastidio da un bel pezzo, certi stronzetti adolescenti a un altro tavolo che me lo additavano e sghignazzavano con cattiveria, senza che i genitori li schiaffeggiassero o fucilassero sul posto. Ma quello no, arrivare fino a quel punto. Quello non me lo sarei aspettato. Uscendo, prima di chiudere la porta e scappare via da vigliacco, l’ultimo di loro, un biondino già sui quattordici, si gira verso mio figlio e gli grida: “Buon compleanno, mongoloide!”.

Per la paga le due figlie firmate dell’albero di natale sono scoppiate a ridere di gusto, non smettevano più. E l’albero di natale neanche una piega, nanca ‘n plissé.
Ora, voi crederete, o spererete, o addirittura ne sarete sicuri, che lui non abbia capito, non se ne sia accorto, non ne abbia sofferto. Ma si dà il caso che Paolo, per fortuna o purtroppo, sia uno di quei down molto, molto svegli. Seguitissimo, con cura intelligenza e amore (questo devo riconoscerlo anche alla signora Mantide) fin dai suoi primi giorni, sempre affidato alle menti più esperte, ai sistemi più avanzati (portato anche all’estero) e sempre, sempre, sempre amato e sostenuto e coccolato, e trattato ove possibile come un bambino del tutto normale, con tanto di lettura di favole prima del bacio della buonanotte. E così adesso è autocosciente. Così adesso se qualche fottuto bastardo lo chiama mongoloide, lui capisce.
E allora, come credete sia stato il dialogo in macchina, mentre lo portavo a casa di lei (sarebbe quella di cui pago il mutuo io, ma pazienza) dopo aver ottenuto la magnanima concessione di stare un po’ con lui almeno durante il tragitto? Credete mi abbia detto cose del tipo “Tu e la mamma non vi volete più bene perché io sono mongoloide, vero?”
Indovinato, ziocàn! Quando poi mi ha domandato “Ma tu mi vuoi bene papà?”, la corrente è tornata, i condotti lacrimali hanno ripreso a funzionare, e il vostro Zio Pep era lì, a guidare nel traffico della sera singhiozzando come un agnellino. “Non potrei volertene di più” gli ho detto. “Non potrei volertene di più”. “Cioè mi vuoi bene o no?”. Con lui bisogna essere semplici e diretti, a volte lo dimentico. “Ti voglio tanto bene. Te ne vorrò per sempre”. Appena fermi a un semaforo l’ho baciato, bacio impastrugnato di lacrime mie paterne sulla sua guanciotta bianca. Spero non mi fraintenderete se lo dico, ma in quel momento ci avrei fatto l’amore, per dimostrargli il mio Amore. E magari un minuto dopo avrei accelerato per sfracellarci contro un camion, per far tacere la mia disperazione. Solo che poi mi è toccato, cazzo, scoppiare a ridere: prima non mi ero reso conto di che zona stessimo attraversando, ma dopo aver baciato il mio bimbo lì fermi al semaforo, mentre lui s’era messo appoggiato con la tempia al finestrino, affacciato sul freddo niente di un mondo nemico, e io con un fazzoletto mi asciugavo le gocce salate, è venuto a bussare con le nocche al finestrino un tale che avevo già visto giorni prima, con la faccia da presidente iraniano. Ho fatto un gesto come quando si scaccia una mosca, e lui è sciancato via zoppicando brutto. Mancava solo ahmadinejad falsinvalido, in questa serata di merda.
Per far tornare la luce nei suoi occhi mi esibisco allora nel mio numero preferito: mollo il volante anche se siamo già ripartiti e mi metto a far scorregge musicali con le mani, petegiando nell’incavo dei palmi uniti la famosa risata di Woody Woodpecker: 
Spropropròòòòprot, Spropropròòòòprot, pro-pro-pro-pro-prot! E Paolo s’illumina. Sono un buffone meraviglioso. Il mondo mi dovrebbe amare. La vita mi dovrebbe aiutare. Mi dovrebbe sorridere. Ma basta e avanza che mi sorrida, adesso, lui. Rimetto le mani sul volante giusto in tempo per evitare, per un pelo, un cassonetto della spazzatura. Ridiamoci un contegno.
Papà! Diciamo le nostre parole magiche?
Quelle proibite?
Sii!
In coro?
Sii!
Uno, due, tre:
“Cristero-Peretta-Supposta-Siringa!”
Ogni suo sorriso mi arricchisce più di un lingotto d’oro. Allora diventa il mio Orsetto Felicetto. Che mi insegna a vivere. Lui a me.

Rimasto solo, nel fare rotta verso la vecchia-nuova casa, ci do dentro a squarciagola con le mie canzoni rivedute e scorrette: Cerco un centro di gravità permanente, che non mi faccia mai dimenticare quanto stronza è la gente

A casa non riesco a farmi venir sonno, così decido di mettermi davanti al notebook per distrarmi con una bella bloggatina. E così, sul sito dell’amico Moby Knight, non vado a imbattermi proprio quella sera nella più bella e struggente canzone dei Sigur Ros (Svefn-G-Englar), con quel video spaccacuore pieno di ragazze e ragazzi down vestiti di bianco, movenze di angeli nella vastità dello scenario selvaggio-mistico della natura islandese? Nella colonnina di destra del blog scopro anche una bellissima foto di bambini come il mio, cui il mio amico ha aggiunto il pensiero delicato di una scritta che dice “Un sorriso per i bambini down”. 
M’intenerisco, lascio un lungo e commosso commento, poi mi ricordo di avere in casa il lime, lo zucchero di canna e il ghiaccio da tritare. Da tritare piano per non svegliare mammà. E il rum di quello giusto, per la mia fuga verso nuovi strati d’incoscienza degni d’essere vissuti, e d’auspicabile disgregazione mentale.
Troppi daiquiri.



lunedì 14 aprile 2014

MANUALE DEL TELECRONISTELLO OMOLOGATO ITALIOTA (FATE TUTTI LA STESSA TELECRONACA E MI RACCOMANDO FATELA BRUTTA, BRANCO DI CLONI)



1 I quattro aggettivi della lingua italiana sono tre: “importante” e “fondamentale”.

2 Sui canali sportivi italioti, “stagggione” si deve pronunciare con almeno tre “g”. Vivamente consigliata la variante con quattro, consentite anche cinque.

3 Vietato dire che il difensore “salva un gol”: dovrete per forza dire che egli “si immola”. Vietato “cross pericoloso”: bisogna dire “cross interessante”. Vietato “mischia furibonda”: bisogna dire “la palla restalllì”.

4 Proibito anche dire banalmente “settimo minuto”, “trentaseiesimo minuto”: sempre “sette sul cronometro”, “trentasei sul cronome-tro”, scassare la minchia a sfinimento, con ‘sto cazzo di cronometro.

5 Se un pirla invece di crossare di sinistro s’intorcignaccola in giravolta col tacco interno destro per fare il fenomeno vanificando l’azione, non dite mai che ha fatto una cagata: bisogna chiamarla per forza (e con entusiasmo orgasmico!) “rabona”.

6 Analogamente, qualsiasi cazzata alla rovescia o all’indietro chiamarla “veronica”, anche se è il termine più stupido e più inutile della storia della lingua italiana.

7 Se un giocatore superstizioso entra in campo dicendo messa (per una partita!) e inanellando preghiere e scongiuri religioidi, strombazzare ed enfatizzare la cosa, come se fosse un esempio positivo e intelligente.

8 Il passaggio fatto a cazzo e senza guardare va chiamato “no look”, anche se il passaggio no look esiste e ha un senso solo nel basket. (Qualcuno poi lo spieghi ad Amauri, che è solito slogarsi il collo da una parte prima di sbagliare il passaggio dall’altra, credendo di farci una bella figura, per far vedere che lui fa i passaggi no look.)

9 Ripetere la geniale espressione “in qualche modo” almeno due volte in ogni singola azione.

10 Lo spettatore arde dal desiderio di venir tramortito da raffiche di statistiche insulse, di cui è avido e goloso. Per cui, ogni volta che si nomina un giocatore (anche uno in panchina) snocciolare senza criterio selettivo tutte le cifre e le informazioni che lo riguardano, compreso il numero medio di ruttini che faceva da neonato dopo il biberon. Molto interessanti anche il numero di tatuaggi, la fede religiosa dei prozii, e il nome della nuova gallina con cui fa le porcheriole.

11 Le risapute cazzate di rito sparate a manovella da ogni allenatore nelle noiose conferenze stampa pre partita vanno sempre per forza chiamate “le Dichiarazioni della Vigilia”. (Consentito anche “Vigggilia”).

12 Fate finta che gli inutili inviati a bordocampo (addirittura uno per panchina!) per riferire sui peti degli allenatori abbiano davvero una funzione essenziale [volevo dire importante, fondamentale], e non siano un modo di collocare e stipendiare altri vostri colleghi meno bravi a spese degli abbonati. Ricordatevi che un giorno potrebbe toccare a vostro figlio, o a vostra cugina (cugggina).

13 In caso di errori, fate pure i ganassa infamando a morte gli arbitri stranieri e le regie straniere, che tanto non vi sentono, ma guanti di velluto con gli arbitri italioti “che sono i migliori del mondo”, e mai una parola di biasimo per la regia italiota, neppure se si perde il gol decisivo [cioè importante, fondamentale] per mostrare un inutile replay o un imbecille che si scaccola in tribuna.

14 Ogni volta che un allenatore rivolge la parola al quarto uomo (o viceversa), chiamarlo “siparietto”.

15 Se qualcuno introduce un eufemismo idiota e stucchevole, adottatelo TUTTI come una massa di pecore pappagalle. Per esempio, ormai non si dice più “attaccare”: si dice “fare la partita”.

16 La parola magica dell’anno (pardon, della stagggione), da pronunciare almeno 50 volte a partita, è “imbucata”, da usarsi stupidamente per QUALSIASI passaggio in avanti nella metà campo avversaria.

17 Per sembrare più intelligenti e più “in”, chiamare “out” (che significa “fuori”) le fasce laterali.

18 Se un calciatore prima di diventare professionista ha lavorato, ad esempio, in una pasticceria, chiamare questa normalissima e insignificante cosa “aneddoto”.

19 Severamente vietata la troppo semplice parola “tiro”. Bisogna per forza specificare p(i)edantemente il piede: “Destroooo!”, oppure: “Sinistroooo!” Altrimenti lo spettatore non capisce il piede.

20 Se morite dalla voglia di far sapere a tutti che siete degli ignoranti che tentano di passare per alfabetizzati (i classici “villan rifatti”) usate di continuo a sproposito “il proprio” al posto di “il suo” o di “il loro”.

21 L’inferiorizzazione mentale del linguaggio è ufficialmente giunta al suo apice: da oggi avete il permesso di commentare un bel gol dicendo semplicemente “Wow!” (Uau!)

22 Se un contropiede è così veloce da produrre un tiro in porta dopo due secondi, impappinarsi lo stesso per dire il bruttissimo (e del tutto inutile) ma ormai obbligatorio scioglilingua “trasforma l’azione da difensiva in offensiva”. Magari in seguito ci occuperemo di come rendere meno offensiva la telecronaca. Per le orecchie del telespettatore. Pagante.

23 Per dissimulare la vostra appartenenza alle generazioni neoanalfabetine e tecnoglionite, usate con insistenza qualche stucchevole espressione dell’Ottocento. 
Per esempio, “claudicante” al posto di “zoppicante”, e “da tergo” al posto di “da dietro”.

24 Parlate sempre a mitraglietta e non fate mai una pausa: il nostro spettatore di riferimento ideale è il moderno teleimbecille che ha PAURA del silenzio (che è poi il motivo per cui, durante i minuti di silenzio, gli imbecilli applaudono), e a cui piace che la telecronaca venga confusa con la radiocronaca. 

25 Adesso che i nomi degli stadi sono sponsorizzati, ripetete almeno una volta al minuto dove si sta giocando. Se gioca in casa il Manchester City, dire di continuo “calcio d’angolo all’Etihad”, “uno a uno all’Etihad”, “sostituzione all’Etihad”… 
Chissà che qualcuno non vi allunghi una mancetta…

lunedì 7 aprile 2014

Eresia flash: progggeti d’i halfabbettizazzzione?



LA CARICA DEI MISALFABETI

Leggo sempre più spesso di (rovinosi) “progetti per giovani” fatti passare per intelligenti. Ad esempio: “Videogiochi in biblioteca”. Che per me è un po’ come dire “Dvd porno in chiesa”. Il diavolo e l’acqua santa, insomma. Gli opposti che NON si attraggono. Ma nemmeno un pochino. I soliti ingenui positivoni risponderanno che intanto così si attirano i gggiovani tecnoglioniti e dealfabetizzati in biblioteca, e che poi magari da cosa nasce cosa. Certo, se vogliamo continuare a prenderci in giro da soli… Anche distribuendo spinelli gratis in pinacoteca vi si attirerebbe marmaglia. Salvo poi stupirci perché invece di fermarsi a guardare i quadri quelli li rompono, li sfregiano o li rubano, o ci pisciano sopra… Ho già assistito a esperimenti simili: il solo risultato è che potete scordarvi l’idea di biblioteca come rassicurante oasi di sacro silenzio: adesso regna il casino anche lì. Dice “ma gli psicologozzi ufficiali hanno dato il nulla osta ai giochini, dicendo che sono altamente educativi e formativi, un’ottima ginnastica per la mente”. Ah be’, ma allora…

E a proposito del deprimente livello di dealfabetizzazione italiota: l’altro giorno mi sono messo casualmente a leggere (senza inten-zioni ciniche, lo giuro) i commenti a una tragica notizia di malasani-tà sul sito di una nota agenzia di stampa. Il primo commento era di un poveruomo che esordiva con «Chi fa’ questi errori…» e finiva con «… un’altro inpiego». Ma non è questa la cosa clamorosa. La cosa clamorosa è che un altro tizio, che oltre al proprio nome teneva a sbandierare l’appartenenza a una prestigiosa Università, non solo interveniva per fare il saputello correggendo “inpiego” con “impiego” (come se fosse stato quello il punto in un frangente simile) ma, cosa incredibile, correggeva SOLO «inpiego», come se persino in ambito universitario «chi fa’» e «un’altro» non costituis-sero un problema!!

Per non parlare di circuiti più plebei, tipo forum di tifosi. Su uno mi è capitato di leggere che un certo terzino “non c’è la fa”. Perché la doppia tristezza del neoanalfabeta è che egli (esso?) finisce squallidamente con lo sbagliare complicando le cose invece di semplificarle…

Vi propongo infine l’ennesimo neologismo zioscribesco (quando diverrà di moda, ricordate che l’avete letto per la prima volta qui): MISALFABETA! Sono infatti sempre più numerosi gli italioti che scrivono dappertutto, quotidianamente, pur non padroneggiando o addirittura apertamente DISPREZZANDO le regole della scrittura! Ma il guaio è che misalfabeti stanno diventando anche i cosiddetti “educatori”: basti vedere il triste destino delle materie umanistiche nelle nostre sqhuole, ormai volte a formare, anziché Uomini, solo schiavi efficienti e consumisti deficienti.

lunedì 31 marzo 2014

LE PEGGIORI LETTURE STRANIERE DELLA MIA VITA

Inutile ribadire che le più orripilanti, offensive e lassative esperienze di lettura della mia vita le ho avute al cospetto di scrittorucoli e scribacchiotte made in italY. Ma qualche fregatura me l'hanno rifilata pure gli strangers. Ecco le tre peggiori.

Voto: 2-

“Ma mi faccia il piacere! Se ne vadi!” direbbe il grande Totò. Per una volta avrei dovuto dar retta al sciùr D’Orrico e spendere meglio i miei soldi. Robetta frivola e dozzinale, che pare scritta con le terga da una personcina insulsa, mai all’altezza di un’idea di partenza, quella sì, davvero seducente. Un libercolo che sembra il precursore delle 50 flatulenze vaginali (non per l'erotismo: per la vuotaggine), con l'aggravante di esser mascherato da Narrativa Vera. Dopo le prime pagine, incredulo di tanta banalità, superficialità e pochezza, mi metto a piluccare saltabeccando qua e là per capire se sia il caso di continuare a infliggersi la lettura o non sia meglio buttare il libro nel cesso. Trovo l’irritante, fastidiosa, petulante espressioncina “convolare a giuste nozze”. Butto nel giusto cesso.

Voto: 2

Uno dei più meravigliosi e affascianti titoli di sempre per una zoppa, insulsa, oltraggiosa favoletta conformista e moralista, incentrata sulla presunta “redenzione” di un clochard a colpi di denaro, onore, lavoro e senso del decoro (io la chiamerei piuttosto “corruzione”). Il tutto, ovviamente, su un patetico sfondo provvidenzial-miracolistico che più goffo non potrebbe essere. Come se non bastasse, pare scritta da un bambino di sette anni, e neppure troppo sveglio, da tanto è zeppa di sciatterie, ripetizioni, ingenuità e melensaggini. In compenso l’editore si è fortemente adoperato per peggiorare la situazione, con tutta una serie di stucchevoli notarelle che ci spiegano non solo la geografia francese, ma addirittura che cosa diavolo sia un pernod! Non una sola riga degna di essere sottolineata e ricordata. Una storiella che pretende di essere edificante, ma si rivela demolitrice degli zebedei del lettore. Severamente sconsigliato ai minori. Severamente sconsigliato a chiunque. E immagino che di rimborsarmi il prezzo non se ne parli nemmeno. Solo sette euro, d’accordo. Ma era meglio berseli al bar.

Voto: 3

Pretenzioso, falso, furbetto, antipatico, intellettualoide, insulso, stereotipato, saputello, del tutto privo di autoironia (con quei ridicoli "pensieri profondi" considerati DAVVERO profondi!): è uno dei peggiori romanzi che abbia mai letto. Sulla totale odiosità delle due protagoniste, che la spocchiosa autrice vorrebbe a tutti i costi rendere simpatiche (e non era difficile: ci riuscirà benissimo, ad esempio, la regista del film, raro caso di pellicola che surclassa il romanzo da cui è tratta), hanno già riferito in molti. Allora mi limito a segnalare una delle (tante) magagne secondarie che ammorbano questo prodottino così venduto e così apprezzato: la stolida, indisponente, prefabbricata malagrazia delle troppe, estenuanti ripetizioni: alla ventesima volta, anche la povera "camelia sul muschio" incomincia a... puzzare. E a puzzare di brutto.


E voi? Vi è mai capitato fra le mani un libro così brutto da incazzarvi con voi stessi per averlo avventatamente com-prato, o con la persona che ve lo aveva consigliato?


lunedì 17 marzo 2014

LE SFINTERVISTE DEL LINKAZZO. Colloqui in profondità con un po’ di siero della vanità (2) – Natalì Mortalà, auto-autora di l’ibbri

il motto dell'Accademia di Svezia
"Snille och Smak" (Talento e Gusto)

"Chi ha fatto entrare i cani? Chi? Chi?"
(Martin Amis, Lionel Asbo)


NATALÌ MORTALÀ

Abbiamo sfintervistato per voi Natalì Mortalà, autrice del bestseller “O fattto un , l’ibbro!”, prima e-book con record di meppiacenzacco su Fessobukko e altri sorcial, poi edizione cartacea igienica Minonno Bukkini, da ieri in testa alle classifiche italiote di vendita nei discount, davanti a “Valorizza la tua fregna in venti lozioni”, della divina modella Sonna Purcella, e a “Scrotti giovanili” del deejay di successo Mongolfiero Bumm (Premio ferroviario Uàn stéscion Giuàn capostéscion del comune commissariato di Rocca Ducazzo in Culmine), nonché alla new entry – molto entry – “Aaaaahh, Sìììììì, Ancoraaaaa!” dell’inutile sciacquetta Foyana Fregula.
[Denominatori comuni di questi somari: un ego ipertrofico, e un talento delle dimensioni di un moscerino della merda, però nano.]
Stavolta la sfintervista è stata effettuata via posta elettronica. Nel pieno rispetto (si fa per dire) dell’intervistata (e del diritto di voi lettori a farvi una precisa idea su di lei) ci siamo guardati bene dal correggere o modificare alcunché.
Ci scusiamo altresì per gli insulti sessisti del nostro inviato, Prudenzio Grattalano. Ma non insultare questa qui sarebbe stato un insulto all’Intelligenza.

Natalì Mortalà, vuole spiegare ai nostri lettori che tipo di autrice si considera?

Autora plis. Autoautora,,hamo d’ire. Diciamo autora virgolette, erottica-glemmur; 2.0 oviamente

Ma non prova vergogna a scrivere cagate da semianalfabeta, e pubblicarle pure?

Gle dice cualcos l’a parola quatro miglioni di coppie? Brutte,bestie L indivia e il gnoranza. LOL!

Natalì Mortalà, di solito, chi scrive banali fetenzìe squallido-scoperecce come le sue, si vanta poi di aver migliorato la vita sessuale delle persone. Significa che la vostra fortuna è semplicemente un mondo incredibilmente zeppo di analfabeti erotici, oltre che, ma questo è ovvio, di analfabeti in senso stretto?

D’omanda tendolosa! Mi avvolgo nella faccoltà di nn risponde, e tenti ke vi querulo hal mio vocato ai capitto? Ah okei,.

(Questa fa orrori di grammatica anche quando scorreggia). Ma andiamo avanti: letture preferite?

Tropo inperniata a scrivere per, pure l’eggere. Come tute i genio, l’ho dico sempre. Pèro savasandì o letto i capponlavori virgolette clasici inperscindibili, tutti e i 3, savasandì

Tutti e tre cosa?

Ma le 150 sfummature no? Che; scherzi o sì gnoranto? Macche legete voi vekki, siamo anc’ora 1.0 a Scespir o Dante Alberghieri, o coso li, Mero? Legerai micca a Pezòlli! Sveliaaa!

Senti, stronza, ma perché non ti spari?

Consilio di sostituire stà domanda co una sula mia poettica. Risposta da incullare soto grazzie: “la gentge e stanco di, inutili lucubbrazzione sopratuto,: scritte da maschi bianchi caucazzi o virgolette ropei che anno skiatato. Le copie voliono aiutto pe scoppare. Eppoi adeso e 2.0, siamo nel 2.0 lovolete, capì!”

Sì, appena lo capiamo poi lo spieghiamo pure a te, cretina. Ma andarsene affanculo no?

Comavete fato a saper, il, titolo del mio prosimo libbro? Che ciavete li spii? Ma si scrive cosìi? Credevo ke a’fanc’ulo ci andrebbero un paia di postrofi; Tenchiu x la drittta (è com’uncue e brevetato cosi nn; fatte a skerzi

Ma crepa, stupida autroia

Creppi il l’upo grazzie,

Fanculo, lascia stare il lupo e strozzati per benino.

Follovvite la ,vostra Nattallì Mortala dove ve lo gia dèttto;
tutti i tuitti uazzanapp fèisbu sfinterest linketti cciao!

Cazzo ti spammi, guarda che la sfintervista era finita, vaccagareeee!

mercoledì 12 marzo 2014

GILA - Indelebile ricordo di una foto mai esistita


GILA
(Indelebile ricordo di una foto mai esistita)


Per molto tempo, dopo l’estate dei miei diciannove anni, avrei sofferto a causa della foto non venuta con Gila (da pronunciare Ghila) che mi abbracciava sotto il sole di mezzogiorno, la divina Gila che un attimo prima dello scatto mi sorprendeva abbandonandosi, affettuosa come una gattina, col viso sul mio petto. Non che la foto fosse riuscita male: s’era proprio bruciata la coda del rullino (era l’ultimo scatto rimasto, conservato per l’ultimo giorno di Gila). Odiai profondamente, per questo, l’amico e rivale che l’aveva scattata, e me stesso per averla affidata proprio a lui. L’aveva fatta usando la posa B, l’apertura manuale illimitata del diaframma che si usava per le foto notturne, e il mio più bel ricordo era diventato un rimpianto inghiottito nel nulla, oscurato dalla luce. Per mesi sospettai che l’avesse fatto apposta. Poi mi venne il dubbio di aver fotografato la luna (la stupida, insulsa, stronza luna) qualche notte prima, e di aver dimenticato io la mia Fujica sulla maledetta posa B. Di certo lui per l’inconveniente non si dispiaque granché. Mi pare ancora di vedere il suo ghigno.

A volte incontriamo, sfioriamo, persone così perfette, così aderenti alle immagini dei nostri sogni, che sembra ce le abbiano mandate gli Dèi come premio, o come beffa. Lei era davvero angelica: bellissima, dolce, simpatica. Quando sorrideva, il cielo s’ingelosiva. Ma era sfrontata e provocante il giusto: se non si fosse voltata a fissarmi, la prima volta che ci incrociammo su lati opposti di Viale Lazio, non mi sarebbe mai venuto il coraggio – lei era davvero uno schianto. E perfetto, alle mie orecchie, era il suo nome così nuovo e così raro: Gila. Perfetto il nome del suo paese germanico, Weinstadt, che in Italiano significava “Città del Vino”. Perfetto persino il suo indirizzo, che nella mia lingua suonava vagamente come “Via dell’Estate”.

L’estate del 1986 potrebbe esser portata a esempio di quello che è sempre stato il mio atteggiamento nei confronti dello studio, e nei confronti del Mare. L’anno della cosiddetta Maturità. Ma io con la testa ci stetti solo per gli scritti. Un tema sulla lettura che naturalmente strabiliò la kommissione (ero già il piccolo Zio Scriba). Un bastardo compito di matematica a malapena da 7, anche grazie a un viscido pezzetto di merda di un’altra sezione che mi soffiò la sedia di sotto il culo dopo che avevo già appoggiato le mie cose sopra un banco in posizione abbastanza periferica per consultare in pace bigliettini e formule, obbligandomi a ripiegare su una postazio-ne attaccata alla cattedra dov’era annidata la multigestapo ministeriale. Ma poi, in vista degli orali, non più di qualche mezz’ora a studicchiare sdraiato sul terrazzo, fra una partita dei mondiali di calcio in Messico e l’altra, sognando già la pineta e la spiaggia. Ognuno dei miei compagni, al momento del sorteggio della lettera per stabilire l’ordine d’interrogazione, pregava e smaniava di poter essere l’ultimo, nel bel mezzo del luglio infuocato. Fessi. Io speravo di sbrigarmela il prima possibile, con quella burocratica tortura cretina, e poi andarmene al Mare. E così fu. Sorteggiarono la nostra sezione (la C) e la M di Mare. Così la mia P mi permise di essere l’ultimo della seconda mattina.

Le arpie della kommissione si rivelarono così sadiche e lente, nel torchiare le ragazze prima di me, che passò, e di molto, l’ora di pranzo. La Kapa Kommissionen venne da me, con finto fare materno, per chiedermi se non preferivo andare a casa a mangiare, e ritornare dopo. Dissi di no. Non vedevo l’ora di farla finita (ma questo non lo dissi). Quando finalmente toccò a me, ero in crisi. Il calo di zuccheri e la voglia di lasciarmi alle spalle quella pagliacciata idiota furono tali che mi scordai persino di proporre il lavoro facoltativo (argomento psicologia) che mi ero preparato con tanta passione: avevo dimenticato libri e appunti nella zona d’attesa, e me ne resi conto solo nell’andarmene via!

Il giorno dopo ero in autostrada al volante della nostra vecchia Carolina, insieme a mamma e fratello (papà non aveva ancora le ferie, e ci avrebbe raggiunti in pullman col servizio Varese-Mare). Era la prima volta che guidavo io. Per l’emozione, bucai lo svincolo all’altezza di Bologna e mi ritrovai in direzione Firenze. Invertii la rotta a Sasso Marconi. Fregava niente, a me, né del punteggio d’esame né della cena finale coi nostri scalcinati “insegnanti”. Il Mare mi chiamava. Il resto poteva andare affanculo. Per la cronaca, una strage: l’anno prima erano volati i 60 per cocker e cinghiali – e ovviamente tutti promossi, come sempre avveniva quasi ovunque. La kommissione di arpie invece lasciò il segno (e quanto al nostro “membro interno”, mai come quella volta l’espressione sarebbe stata da intendersi nel suo secondo e più scurrile significato). Un paio di bocciati per sezione, il mio misero 44 terzo voto di tutto il liceo, e secchie che per cinque anni ave-vano vissuto in clausura, a crackers e topexan, solo e unicamente in funzione del 60, sull’orlo del suicidio per aver beccato dei 37 e dei 38… Proprio noi, che eravamo stati una classe modello, il gioiello di quella scuola!

E poi il Mare. E poi la libertà e la sinfonia della risacca. E poi tanto divertirmi come un pazzo con gli amici, vecchi e nuovi, e le sere a pedalare, a gustare pizze, a vedere film, a giocare al minigolf, a sbevazzare da Giorgio, a fantasticare sotto le stelle. E poi Gila. Gila, che mi sorpresi ad approcciare al suo ombrellone in Inglese, io che mi credevo timido, io che soprattutto avevo sempre studiato Francese. Gila che pareva non aspettare altro quando la invitai a bere una birra con me al bar dell’Oasi. Mascalzone e scorretto, fui, perché con l’amico-rivale s’era stabilito di provarci in tandem, per farci coraggio. Ma ancor più mascalzone si rivelò lui: la birra a tu per tu con Gila – meraviglioso idillio da coppietta – durò una quindicina di secondi. Poi ci piovve addosso lui, come una pioggia acida, e divenne una deprimente bevuta in tre: aveva corrotto un bambinetto stronzo perché facesse la spia, e corresse ad avvertirlo se mi avesse visto da solo con la tedesca. 

Non eravamo tanto svegli: con lei in quei giorni parlammo e basta, anche perché Gila – che era coi genitori e un’amica – si trattenne ancora per meno di una settimana. Scoprimmo che era parecchio più piccola di noi, anche se dimostrava vent’anni, ma questo non era un problema per cazzoni più intraprendenti, che arrivavano a frotte come mosche attirate dal miele, o da altra roba. Tre tedescotti del campeggio, incazzatissimi perché lei li aveva respinti, perché preferiva i fascinosi e gentili italiani (uno di loro lo chiamammo Topogigen, e poi facendo i bagni cantavamo tra i flutti canzoncine per l’appunto gentili del tipo “E Topogigen figlio di puttana, dando via il culo hai fatto tanta grana…”).
E tre sfacciatissimi veneti, cafoni oltre ogni sopportabile limite, calati da chissà quale altro stabilimento balneare: dicevano di essere dell’NCF (Nucleo Controllo Figa) e le rivolgevano sconcezze chiedendo a me di tradurle in Inglese. 
A loro volta, le ragazze italiane erano gelose di lei, e parlando con me la ridimensionavano chiamandola “svizzera”, pur sapendo benissimo che era tedesca.

Poi, la sciagura della foto. Nella prima delle tante lettere che le scrissi in seguito, me ne rammaricavo. Nella prima delle tante che mi spedì lei (in una busta rosa piena di cuoricini azzurri, che conservo ancora) volle porre rimedio, e per consolarmi me ne regalò alcune che le avevano scattato i suoi. Ma il ricordo più caro e indelebile resterà per sempre la foto mai vista, e materialmente mai esistita. Perché lì, e soltanto lì, io e lei eravamo insieme, sorridenti di radiosi sorrisi, l’uno stretto all’altra, come innamorati. Dentro un’estate, come tutte le cose davvero belle, irripetibile.

Gila, estate 1986
lo Zio Nick in quegli anni




lunedì 10 marzo 2014

LO “STANCA NO VISTA” È UN COGLIONE CHE NON LEGGE MAI UN LIBRO? – Energumeno escrementizio versus “cazzeggiatori”: elementi di antropologia lacustre.



Facciamo che sia un racconto di fantasia. Che è meglio.
Assaggio di rinascita primaverile, e ciclopedonabile del lago affolla-ta, fin troppo, per un giorno feriale d’inizio marzo. Bambini, cagnoli-ni, ragazze, mamme con passeggini, ciclisti, corridori, vecchietti simpatici (e qualche cane aggressivo senza museruola, ma siamo in italiA…)
E sconcertanti coppiette di pischellame born demenzial (aiutateli!), le protesi digitali da monchi volontari sempre attive, per non rischiare di intravvedere un centimetro di panorama e diventare assurdamente romantici, cosa ormai persino più out del non tenere i pantaloni abbassati per ostentare la marca stampata sull’orlo delle mutande di merda.
Due di loro (sui tredici, massimo quindici portati bene – bene si fa per dire), seduti per terra a sbocchinare un costosissimo telefo-nuzzo, offrono di passaggio al viandante il seguente spizzico di dialogo:
LEI Cioè cazzo qui non si vede, minchia, ma ti giuro che ha i capelli minchia lunghissimi, cioè
LUI Ma è il tipo che ti devi fare?
LEI (serissima) Cioè sì minchia
Ma non era questo il pezzo forte.
Poco più avanti, un quadretto leggermente più pregno di neuroni. Un discendente di Robert Louis Stevenson (o forse la sua reincarnazione) è seduto su una panchina, di fronte al tronco di un albero che si biforca come a voler accogliere dentro sé tutta la vista lacustre, e osserva con simpatia due giovani cicloturisti del Nord Europa (uomo e donna) che danno da mangiare a un cigno maestoso e a due folaghe. A un tratto, da una proprietà privata che sta dietro di loro, separata dalla pista da una rete e una siepe, si ode un terribile schianto, che li fa sussultare. Devono aver abbattuto un albero o tagliato un grosso ramo. Sulla pista per fortuna non arriva niente. E nessuno si lamenta. Ma da dietro la siepe, esplode lo stesso una voce incattivita e arrogante, che si mette a sproloquiare (non si sa se rivolta alla propria coda di paglia, o a un collaboratore che gli ha suggerito di prestare maggiore attenzione, e magari avvertire) in questi termini:
“Eh, cazzo, io sono qui a Lavorare, e mi devo anche preoccupare dei coglioni che cazzeggiano qua fuori?! Ma che stiano a casa, cazzo!... Non hanno niente da fare, e vengono qui a rompere il cazzo… Spero che se ne becchino una sulla capa, così poi se la portano a casa!”
Per fortuna del discendente (o reincarnazione) di Robert Louis Stevenson (L’isola del tesoro, ma anche un piccolo, splendido Elogio dell’Ozio) la siepe è alta e fitta, così non è costretto a vedere in faccia quel primate inferiore. Intravvede solo la sagoma di un Suv da gradasso. Per fortuna del primate inferiore, il discendente o reincarnazione di R.L. Stevenson non è un homo telefonicus, altrimenti chiamerebbe i vigili, sicché a loro volta possano fare qualcosa di utile, invece di cagare il cazzo coi disonorevoli agguati autovelox alla gente che è in giro a lavor… ehm… a cazzeggiare. 
Lo Straniero maschio getta alle proprie spalle uno sguardo di stupita commiserazione, poi lui e la compagna si congedano dai pennuti e riprendono la gita in bicicletta.
Poveri Stranieri: a casa loro ci sarebbe stato, in bella evidenza sulla pista, un segnale di pericolo. E la persona all’interno sarebbe stata attenta, corretta, rispettosa, preoccupata di non far male a nessuno. Perché più civile, ma anche per evitare di beccarsi qualche paio d’anni di meritata galera. Qui, invece, hanno sentito un asino grufolare, un macaco ragliare, insomma un umanoide che invece di scusarsi minacciava e insultava, il tutto reso più grottesco dal contrasto con quel panorama da sogno, che sembra essere lì solo per gli Stranieri e per il discendente-reincarnazione di Stevenson, e ignorato da pischelli mort digital (salvateli!), ciclisti prestazionali e laburoidi rabbiosi. 
Possibile che non si perda mai occasione per passare, nostro malgrado, da italiani di merda?
Mi viene anche da chiedermi, per gioco, CHI sceglierebbe di essere, fra tutti ‘sti personaggi, l’eventuale paziente lettore di questo piccolo sfogo.
Ma non sognatevi di poter rispondere “il cigno” o “una folaga”. Quei personaggi non sono disponibili, essendo con ogni evidenza le loro liquide e placide vite di rango TROPPO superiore alle nostre. 

Quanto a quel povero idiota (a dimostrazione che tutti nell’Uni-verso serviamo a qualcosa) esso ha comunque ispirato al discen-dente o reincarnazione del buon Robert Louis una battuta con cui mettere a frutto la giornata: “Lo stanca no vista è un coglione che non legge mai un libro”. [E che non guarda i panorami].

p.s.
Non vorrei che questo sembrasse un pezzo scritto contro chi lavora. C’è differenza fra lavoratore e laburoide. Il lavoratore è uno come mio fratello, che fa il giardiniere e lo fa molto bene (ad esempio non mettendo mai in pericolo l’incolumità altrui) e con grande passione. Ma quando non lavora sa fare e apprezzare altre cose. E soprattutto, quando parla, non si considera esempio supremo di essere umano per il solo fatto di lavorare, o di essere sposato e avere due figlie. (Con questo non dico che arrivi ad approvare e capire totalmente ME: probabilmente sono troppo pazzo anche per lui). Il laburoide è uno che per tutta la vita pensa solo allo sgobbo e al denaro, uno che ogni volta che apre bocca è per VANTARSI del suo tanto lavorare, del suo poco riposare e del suo niente giocare: si considera migliore perché produce e si riproduce, e chiuderebbe in un lager Artisti, Pigri e Cazzeggiatori. Il lavoratore merita rispetto. Il laburoide è una povera, misera testa di cazzo autocondannata ai lavori forzati. E merita tutt’al più compassione. E ogni tanto una pedata nel culo.

giovedì 6 marzo 2014

Pillole demenziali per mandar giù nuove tasse locali? - In regalo per il vostro buonumore, direttamente dalle ultime pagine del mio superfile "Frammenti"!


MERD IN ITALY


1871. Ogni anno i giornalisti imparano una parolina nuova come gli scolaretti, e ce la sparano nei coglioni a sfinimento. Da quest’anno per le primarie americane bisogna usare “caucus”, anche se sembra un tipo di cuscus fatto con cacca di coniglio.

1873. Venne accusato di attività prefasciste, ma prefasciste è una contraddizione in termine: l’italiA è sempre stata un paese fascista.

1899. Spaccava tutti i crocifissi che vedeva. Un vero cristoclasta.

1900. Dicesi lungodemenza quando uno è già rincoglionito a vent’anni e poi scampa fino a 130.

1901. Decise di togliersi qualche sassolino dalla scarpa e qualche cazzettino dal culo.

1912. Testa di Cazorla, Angulo, gol!

1913. Era così lercio che gli puzzava anche l’ombra.

1931. Nessuno tocchi Caino. Spariamogli da lontano.

1932. La fiducia nel mio medico è diminuita un po’ dal giorno in cui l’ho visto in un parcheggio a Castelprete, in piedi immobile che parlava con un tombino.

1935. Per natale voglio il Cicciobullo Ruttascorra.

1937. Mediavideo. Cosenza, presi 72 falsi infermiero. (Non vedo l’ora di sapere cosa cazzo possano essere gli infermiero veri…) (o i veri giornalisti…)

1945. Voler bene a te è stato come usare lo Champagne per lo sciacquone del cesso. Merda eri e merda resterai.

1948. Salto di qualità: ELEVARSI DAI COGLIONI.

1951. "Scusi: per la stazione?" "La sto cercando anch’io". "Ci lavora pure lei?" "Sono un treno".

1960. Inizialmente sembra una buona lettura, ma dopo un certo lassativo di tempo fa cagare.

1961. Spingeva molto sulle fasce con Van den Kuy e Van der Lah.

1972. Le sue figlie Aldissima e Piernana, entrambe di media statura.

1976. Ci son giorni che sembra tutto il mondo ce l’abbia con te. Oggi nella carta del mio cioccolatino c’era scritto: “Vaffanculo”.

1983. Gli consigliai di tirare l’acqua al suo mulino. Ma lui capì “suino” e si mise a fare gavettoni al maiale.

1987. È tutta la vita che parlo da solo. Ma ci sono stati dei periodi assurdi in cui spendevo anche soldi per farlo telefonandoti!

1989. QUELLI CHE SI MANGIANO LE PAROLE. “Di lì può mettere un sisso tagliato”, Compagnoni, Roma-Siena, il sisso sarebbe un sinistro…

1991. Si strinse nelle spalle, scorreggiò e morì.

1996. Ho letto “per i parlamentari TROFIE a basso prezzo nel menu”. Secondo me gli è scappata una “effe” di troppo…

1997. Arte moderna. Un cerchio che sembra un culo. Con una riga in mezzo. Titolo: LO SPARTICHIAPPE.

1999. Missis Molla.

2008. “Noi due non scoperemo mai, vero?” “Non insieme”.

2009. “Fra poco, una dodicina di miglia più a nord…” (Massimo Marianella)

2010. “La squadra che dimostra di avere più serbatoio nel carburante” (Raffa, Cesena-Parma)

2012. “Sono preoccupato per il nonno: ha fatto di nuovo l’albero di natale”. “Non vedo che stranezza ci sia nel fare l’albero di natale”. “E’ il 20 maggio.” (Oppure: “Si attacca i palloncini alle orecchie!”)

2013. “Eduardo, altra vecchia conoscenza del cazzo… del calcio italiano” (Ciarravano, Benfica-Chelsea)

2014. Porco Demanio.

2016. “Un etto di prosciutto crudo”. “Lo vuole D.O.P.?” “Subito, ziocane!”

2017. FACCIAMO MARTE? “Questo marziano, piovuto non si sa da quale pianeta!” (Trevisan su Messi, Barcellona-Getafe).

2021. Non oso immaginare un’intervista tra Mangiante e Lamela…

2023. Due giornate alla fine della partita (Livio Forma, Fiorentina-Novara)

2030. Se Sodoma si fosse chiamata Gallarate, oggi diremmo “gallaratizzare”. Sembrerebbe una cosa da ridere, e la si prenderebbe più alla leggera?

2031. Ho cominciato a nutrire dei dubbi sulla salute mentale del concessionario quando mi ha detto: “L’auto la porta via così o gliela incarto?”

2037. Vecchine al cinema si chiariscono a voce alta l’oscura trama: “Noo, non xè la moglie del Duca, xè un labrador”.

2038. Ha cominciato a sentirsi spiato il giorno in cui, facendo il numero delle chiamate perse, la voce registrata anziché dirgli “non sono presenti chiamate non risposte” gli ha detto “nessuno ha cagato il cazzo mentre ti facevi una sega sotto la doccia, brutto maialone”.

2039. Quote rosa all’italiana: il giorno in cui una legge severa stabilirà la non candidabilità di pregiudicati e mafiosi, le liste si riempiranno delle loro mogli…

2043. [Ascoltata davvero in una discussione fra avvinazzati]: “Morirò crepando!”

2045. “È il paradiso dei sommozzatori, che spesso riemergono morti”. (Nat Geo Wild).

2048. Era un uomo in fuga dalla follia. Ma la follia non s’era lasciata seminare.

2049. Il Pesce Perla in caso di pericolo si nasconde nel culo del Cetriolo di Mare. (Visto in un documentario, entra in retromarcia…)

2055. Ma quelli che scrivono di continuo”2.0”, intendono forse comunicarci il loro Q.I.?

2060. Uomo sposato: RAMMOGLITO.

2062. “Si lotta con correttezza e con lotta” (Genoa-Verona, radiorai)

2063. Rissa al mercato del pesce. Si sono tirati di tutto. Senza esclusione di polpi.

2064. Questi giapponesi. Rincoglioniti o geniali? Hanno inventato un cartone di fantascienza da far vedere agli uccellini in gabbia! Gufo Robot.

2065. “Kalou. Lo prende ‘N Koulou” (pronunciato “Kalù, lo prende in Kulù”). (Lilla-Marsiglia, genio sky)

2066. MERD IN ITALY


martedì 4 marzo 2014

ISTRUZIONI IMMAGINARIE (MA NON TROPPO) AGLI ARBITRI ITALIOTI PER RENDERE BRUTTE LE PARTITE DI CALCIO.

La prima immagine trovata sul web
con chiave di ricerca arbitro cornuto
L’albitro è un stron** di due soldi… Tan, tan, tan, e ammonisci qui, e ammonisci lì, con chisto cartolino, che se lo devono meritare nel sede**” 
(Famoso exploit televisivo di un presidente di serie D)

1 Nella valutazione dei falli, per rovinare il più possibile lo spettacolo, comportatevi sempre da ex difensori falliti e frustrati, o da persone poco oneste che hanno piazzato soldi sullo ZERO A ZERO alle scommesse clandestine. Il difensore (a meno che non sia dell’Inter) può scendere in campo armato di piccone e può fare di tutto. Se l’attaccante si limita a lottare per RESISTERE al fallo, fischiate fallo all’attaccante. Se protesta, ammonitelo. Se bestem-mia, espellu…espulge…espulsa… insomma tirate fuori ‘sto cazzo di rosso.

2 Impedite la battuta veloce dei corner! Si rischierebbero più gol, o di dover fischiare qualche rigore. Ritardateli invece tutti di due minuti, due minuti e mezzo, facendo SEMPRE un inutile predicozzo cretino a due giocatori scelti a caso fra quelli che sgomitano in area. Ripetete l’estenuante manfrina anche più volte per lo stesso calcio d’angolo. Se poi la squadra che batte l’angolo vi sta sul cazzo, ricordatevi che esiste sempre il “fallo di confusione”.

3 Lasciatevi prendere per il culo da barriere piazzate a 6 metri invece che a 9,15, e che non contente di ciò avanzano pure a micropassetti. Noi non vogliamo troppi gol su punizione. L’italiA sarà l’unica a opporsi all’innovazione Fifa delle bombolette per segnare la distanza. E non preoccupatevi, cari arbitrelli: se diver-ranno obbligatorie, faremo in modo che le nostre siano piene di vernice difettosa, tipo inchiostro simpatico. Abbiamo già in mente una ditta fornitrice da favorire nell’appalto.

4 Se il gioco è così irrispettosamente fluido e veloce da indispettirvi o farvi girare i coglioni, mettetevi il più possibile in mezzo alle balle, interrompendo ad arte le linee di passaggio. Rovinate qualche azione facendovi finire la palla addosso. Poi fate finta di scusarvi.

5 Nel dubbio, sbandierare SEMPRE il fuorigioco. L’italiA, piuttosto che permettere il delitto di un gol in fuorigioco, preferisce avere il record galattico di gol buoni annullati. Del resto il calcio non è né il basket né la pallamano: il pubblico mica vuole che le partite finiscano 14-8!

6 Alla larga, alla larga dall’intelligenza presuntuosa dei colleghi inglesi, spagnoli e francesi, che SEMPRE allungano il recupero per lasciar battere una punizione o un angolo che la squadra attaccante si è conquistata (le regole dicono chiaro che per recupero si intende il recupero MINIMO, ma noi italioti le regole ce le sbattimmo ‘int’u culo). Premiate invece l’ostruzionismo di chi difende (se il portiere perde un minuto, perdetene un altro voi per ammonirlo e redarguirlo, ma poi NON allungate il recupero per questa cosa), ed esasperate chi sta attaccando (specie se è l’Inter) fischiando ottusamente la fine precisa persino DURANTE un tiro in porta a botta sicura. Poi, mostrate platealmente l’orologio, aggiungendo un sorrisetto arrogante e strafottente. Tanto, passata la bufera del 2006, chi vi tocca più a voi?

7 Se dovete farla sporca in area, fingete di palleggiarvi la decisione col fregalinee e con l’arbitrello di porta: il non sapere con chi cazzo prendersela per lo scippo renderà più deboli e disorientate le proteste degli increduli derubati. (Noi, da parte nostra, faremo in modo di non far MAI sapere ai cittadini quanto costi pagare profumatamente, per ogni partita, TRE arbitrelli, DUE fregalinee e un SESTO pir… un sesto uomo).

8 Se nella foga scappa una parolaccetta contro di voi, niente buonsenso, ma inflessibilità poliziesca e carogna. Se affidassero a noi gli arbitraggi in Inghilterra e Spagna, con tutti quei FACOFF e ICODEPUTA detti a raffica e in automatico, le partite non comince-rebbero nemmeno! Lì sì che potremmo fare danni meravigliosi. Purtroppo ci lasciano rovinare le partite soltanto a casa nostra, ma almeno qui vediamo di farlo per bene!

9 Non concedete mai la regola del vantaggio. E per essere ancora più indisponenti e sabotatori del gioco, siate pignoli al millimetro sull’esatto punto da cui far battere una ininfluente punizione nella metà campo difensiva!

10 Se avete dubbi o paure, ricordatevi che la stampa, salvo rare pecore nere, è addestrata a scodinzolare dalla parte nostra e dei nostri padroni. Se lasci l’Inter in 9 a metà primo tempo per due doppie ammonizioni, diranno che sei “il migliore” e che sei stato “coraggioso”. E nessun telecronistucolo ti rinfaccerà il fatto che nelle duecento partite successive risparmierai secondi cartellini gialli a cani & gobbi…

10 bis Inutile aggiungere che i rigori all’Inter non si danno: quello è già scritto nell’apposita sezione segreta di deroghe speciali italiote al regolamento internazionale.

10 ter Non dimenticate di mettere a referto la presenza di uno, due, tre buffoncelli che fanno Bù o cantano Napoli colera: provve-deremo a chiudere per questo interi settori degli stadi. Se invece la feccia violenta inferiore si scatena con fumogeni, petardi, bombe carta e bombe a mano, non battete ciglio: siamo in italiA.

Buon (boicottaggio di) divertimento!


p.s. 
Ma il problema non è solo italiota. I parrucconi dell'International Board hanno ribadito il no a ogni aiuto tecnologico a bordocampo, ma in compenso hanno dato il via libera all'uso di velo per le giocatrici e turbante per i giocatori. Io ci avrei aggiunto il burqa, e la possibilità di correre in ginocchio autoflagellandosi: un po' di troglodita superstizione religioide non si nega a nessuno! International Medioevo.