"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"
SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

CORRADINO È ADULTO. E SUA MADRE STA MORENDO.

CORRADINO È ADULTO. E SUA MADRE STA MORENDO.
IL MIO LIBRO PIÙ ATTESO. IL MIO AMORE PIÙ GRANDE. LE MIE LACRIME PIÙ VERE.

mercoledì 21 dicembre 2011

I TENERI AMICI DI CASTELBELLO – la mia favoletta per bambini, e per voi.


Foto: l’atmosfera natalizia ai tempi della Mamma.

Le favole per bambini non sono il mio mestiere, e probabilmente non lo saranno mai. Ma un paio d’anni fa, trovandomi a corto sia di soldi che di idee regalo, ne scrissi una per le mie adorate nipotine. Poi confezionai per loro due libri gemelli, in cartoncini formato A4 ben rilegati, con la copertina colorata, la dedica e delle pagine bianche tra un pezzo di fiaba e l’altro perché potessero farci dei disegni. Così, adesso, mi è sembrato un pensiero carino regalare anche a voi questa favoletta senza pretese: magari, se ne avrete voglia e se non vi sembrerà troppo brutta, potrete leggerla ai vostri figli o nipoti. O ai vostri gatti. Buona lettura, allora. E perdonate le lacune: come potrebbe dirmi un protagonista del Grande Lebowski: “Non è il tuo campo, Nick”.
L’importante è saperlo…
Un abbraccio grande grande. E i miei più dolci Auguri a tutti voi!


I teneri amici di Castelbello


Il negozio di animali TENERI AMICI ha una bella insegna colorata e tanti bei cuccioli in vetrina, e si trova nel paesino di Castelbello, in vicolo Bentivoglio al numero 7. Sembra quasi un posto inventato, come tutte le cose troppo simpatiche e carine che esistono solo nella fantasia.
Invece esiste per davvero. Ed è un negozio davvero speciale, perché il negoziante, che si nasconde dietro il finto nome di Michele Campovecchio, in realtà è un Mago. Ma un mago di quelli buoni, forse l’ultimo rimasto: il suo unico scopo nella vita è vedere felici i bambini, e rendere felici insieme a loro i cuccioli degli animali, che come tutti sanno non chiedono altro che essere amati e accuditi dal tenero cuore di un bimbo. Michele Campovecchio dimostra cinquant’anni, ma in realtà ne ha quasi quattromila.


Il mago buono indovinava sempre la bestiolina adatta per ogni bambino. Se uno andava al negozio e chiedeva l’animale sbagliato, il mago Michele non se ne preoccupava: sapeva che sarebbe bastato far incontrare gli occhi dell’animale giusto e quelli del bambino, e allora il bambino se ne sarebbe innamorato e avrebbe detto: “No, ho cambiato idea: voglio quello”. Come il piccolo Filippo che voleva un gattino, ma il Mago alla fine gli vendette per pochi centesimi (a lui non importava arricchirsi) una piccola tartaruga acquatica. Il Mago sapeva che la tartaruga era la bestiola adatta per lui, perché Filippo era un bambino scontroso e solitario che non si fidava di nessuno. Il Mago sapeva che grazie alla tartaruga, anche lei sospettosa e guardinga, ma che di lui si sarebbe fidata eccome, anche Filippo avrebbe imparato a fidarsi, e sarebbe così guarito dalla solitudine. Fidarsi, ma non di tutti. Solo di quelli giusti. Così come la tartaruga (che avrebbe poi chiamato Mordimordi, perché ogni tanto gli mordeva per gioco i ditini) si fidava, ma solo di lui, anche Filippo avrebbe imparato che le persone non sono tutte uguali. Che bisogna sapersi difendere da chi potrebbe farti del male, ma che se incontri un amico vero devi saperlo riconoscere e donargli il tuo cuore.
Della tristezza del gattino rimasto senza padrone il Mago non si crucciò: sapeva già che il giorno dopo l’avrebbe venduto a Valentina, venuta a chiedere dei pesciolini rossi ma subito conquistata dallo sguardo del micino, che era il cucciolo perfetto per lei.
Fu molto bella anche la storia di Piero: voleva un pappagallo, ma il Mago gli vendette un cagnolino che alcuni anni dopo, diventato uno splendido cane lupo, gli avrebbe salvato la vita mentre rischiava di annegare nel fiume.


Quando si sparse la voce che a Castelbello i bambini erano troppo felici, al mago cattivo Paonazzo Brubrù, che viveva in un vecchio e freddo castello in cima al Monte Nero, venne un colpo per la rabbia. Come sua abitudine in questi casi, si mise davanti allo specchio e cominciò a sputacchiare a se stesso, e a strapparsi via con molto dolore i peli duri come fil di ferro che gli uscivano a ciuffi dalle orecchie, usando le dita dei piedi.
“I bambini non possono, non devono essere felici!”, ripeteva furioso il mago Paonazzo Brubrù al sé stesso nello specchio. “Come si permettono questi qui di Castelbello di non avere mai paure né tristezze, né malattie né rimpianti né lacrime? Il mondo, il mio mondo, ha tanto bisogno di lacrime di bimbi!”
E sptù!, e sptù!, si sputacchiava in faccia nello specchio tutto sputacchio. E stràp, e stràp, si strappava i peli duri dalle orecchie con le dita puzzolose dei piedi.

Allora un brutto giorno il mago cattivo Paonazzo Brubrù arrivò a Castelbello, per indagare sul motivo di tanta fastidiosa felicità. Non ci mise molto a scoprire che la colpa era tutta del negozio di animali TENERI AMICI di vicolo Bentivoglio. Decise dunque di fare del male al mago buono e a tutti i suoi animali: micini, cagnolini, criceti, porcellini d’india, conigli, e uccellini e topini e marròfoli. Così tutti i bambini sarebbero finalmente ridiventati tristi.

Ma invece: sorpresa! Il mago buono non dovette far altro che far incontrare lo sguardo di Paonazzo Brubrù con quello del coniglietto azzurro. Era l’animale giusto per lui, e stava da più di cent’anni nel retrobottega in attesa del suo padrone ideale, che non veniva mai. Allora il coniglietto, vecchissimo, fece un sospiro di contentezza, e poi morì soddisfatto. Allora (chi non l’ha visto non ci crederà mai) il mago cattivo prese fra le sue mani il corpicino senza vita del coniglietto azzurro e si mise a carezzarlo teneramente. Come tutte le persone cattive, Paonazzo Brubrù non era mai stato capace di piangere in vita sua. Ma per la morte del coniglietto azzurro il mago cattivo si sorprese a distillare una lacrima: un’unica, solitaria, densa lacrima azzurra che fuoriuscì dal suo occhio sinistro (molto timidamente, come se pensasse di dover chiedere “permesso” prima di uscire).
E questa lacrima che pianse per il suo coniglietto lo trasformò per sempre in un mago buono.
Così i due maghi divennero amici, e si misero in società per ingrandire il negozio e fare ancor più felici i bambini.


Queste cose succedono solo a Castelbello, e una volta ogni quattordici secoli.
Ma l’importante è che succedano.
Poi Castelbello sparisce, persino dalle carte geografiche, e ridiventa per molto tempo un paese nascosto. Così che nessuno, né buono né cattivo, possa andarci a ficcanasare.
Perché da quelle parti amano tanto gli animali e tantissimo i bambini.
Ma non sopportano i curiosi.

martedì 20 dicembre 2011

Eresia flash – La banalizzazione dei Sentimenti: “Tradire fa bene all’amore”? Io direi proprio di NO!


Ma perché gli italioti debbono sempre e su tutto essere i più banali e conformisti del mondo? Eterni cantori della più grigia e squallida ipocrisia? Di scempiaggini rasoterra tipo quella secondo cui “tradire fa bene all’Amore”? Ma quando mai? C’entrerà, come al solito, il bieco cattolicesimo, quella salsina rancida e furbetta in cui vengono incarpionati da piccoli? Quella religioncina di comodo che li convince del fatto che puoi anche rubare e ammazzare, basta che poi ti confessi, e fai una bella offerta per restaurare la chiesa?
Il celebrato regista Pupi Avati dice: “Ho tradito, ma credo nel matrimonio”.
Be’, io nel matrimonio non ci credo neanche un po’. Ma il tradimento e i traditori mi fanno proprio schifo. Uno schifo da conati di vomito. È più forte di me.
Ormai lo si sarà capito: io sono italiano soltanto per capriccio anagrafico (e per l’uso di questa Lingua che ritengo Meravigliosa), ma il mio molesto parere è il seguente:
chi sceglie di essere libero, libero sia, con gioia (il che vale tanto per i single cosiddetti “farfalloni” quanto per le coppie, per loro decisione, “aperte”).
Ma chi, per scelta non imposta da nessuno, è coppia, abbia il cuore, l’anima, il cervello e le palle per essere coppia!

lunedì 12 dicembre 2011

Tre poesie dei giorni rubati (1989-1990)



PARANAJA 223



Scheisse-Stadt

Ville de merde
Quattro case e una kasèrm

Here tu ne peux be pas youself
Qui you can't etre a real man

Solo in sonno sogni freedom
La sfiori in walkman television

Qu'est-ce que c'est suicide temptation
I don't know se è la solution

E mi sento down down down
Perché vorrei volare but

I'm intrappoled dan' this
SHIT TOWN






ROSSANA



Mia cara Rossana
Non era impossibile, sai
In quella notte bugiarda e sincera
Cambiare la mia e la tua vita

Caserma Rossani
Da mesi qui dentro oramai
Prigioniero di questa bandiera
Pensando fra poco è finita

Rossana
Rossana
Rossana

Ma poi chi sarà la mia vita?






GUARDIA NOTTURNA IN PORTA CARRAIA



"Altolà
Chi va là
Passi al largo"
Forse sono
Già pazzo
Ma non
Me ne accorgo

"Ufficio
Addestramento
Geniere Pezzoli"
E in fondo
Erano tutti
Peccati
Veniali

Forse sono
In catene
Soltanto
Per sbaglio
O per poca
Fortuna

E mi trovo
A inseguire
Distratto
Quei raggi
Di luna



Pattugliando
E vegliando
Sul sonno
Dei mezzi
M'illudo
Di poter ignorare
I miei nervi
Ormai a pezzi

Stare soli
Con un fucile
E dei colpi
E' cosa assai dura
E quando mi specchio
Nel cielo mi faccio
Paura

Ma non devo
Lasciarmi
Scappare
Di mano
La speranza
Che scivola

E continuo
A inseguire
Distratto
Quei raggi
Di nuvola




sabato 10 dicembre 2011

Non solo stroncature. Consigli per le feste, per provare a difendervi dall’editoria ecospurgo-natalizia che mirerà a CONCIARVI, per le feste…. (3)



Martin Amis
L’informazione
Einaudi
Pagg 436 € 12.50
Voto:

Quella di partenza è una situazione che ricorre spesso nella narrativa moderna: il rapporto perverso fra due amici scrittori, con quello semisconosciuto e fallito (che però si ritiene più dotato, e forse lo è) a macerarsi nell’invidia per il successo commerciale e mondano (ai suoi occhi clamorosamente immeritato) dell’altro, che percepisce sempre più come individuo fortunato, superficiale e fasullo, arrivando al punto di desiderarne, e addirittura progettarne in modo concreto, la distruzione persino fisica.
Non qualcosa di particolarmente nuovo, dunque, ma nessuno l’aveva mai resa con la verve geniale e travolgente di questo riuscitissimo romanzo, pienamente comico in alcune sue trovate, pienamente tragico nel descrivere la disperazione di un uomo portato dalla sua lucida ipersensibilità, ma anche da un’ambizione smisurata e frustrata, sull’orlo della follia.

Vulcanico e talvolta un po’ arruffone, ricco, originale e generoso fino all’incasinamento, elettrico ai confini del cortocircuito, Martin Amis è un certamente ottimo scrittore, ma forse di quelli da prendere a piccole dosi non consecutive: diciamo che un paio di suoi libri all’anno potrebbe essere la giusta posologia. Piacevoli comunque il suo umorismo corrosivo, l’inventiva, il sarcasmo, la perfidia. Amis non è un amante della sintesi, almeno non qui (più di quattrocento pagine a caratteri molto minuti, altrimenti sarebbero state settecento), quindi ogni tanto un po’ di noia, ma poca poca, ve l’assicuro.

E poi, come non amare uno capace di riversare ironia al vetriolo persino sui pianeti e i loro satelliti? [pag. 66: “E ora Plutone. Non bisognerebbe mai prendere in giro gli afflitti, naturalmente, ma Plutone è davvero un disgustoso pezzetto di merda. Giove non ce l’ha fatta a diventare stella; Plutone non ce l’ha fatta nemmeno a diventare pianeta. Atmosfera rarefatta, una crosta di ghiaccio spessa 500 chilometri, e poi roccia. La massa di Plutone è circa un quinto della massa della nostra luna, e la sua luna, Caronte (altro cesso) è ancora la metà.”]

Chi non sa, o non vuol sapere (perché non gli conviene) cosa sia uno Scrittore, accusa Martin Amis di essere troppo virtuosistico, pirotecnico e autocompiaciuto. In altre parole, lo accusa della grave e imperdonabile colpa di essere troppo bravo.
Be’, che devo dirvi: se vi piacciono sciatti e mosci, come certi nostri balbettanti e presuntuosi coglioncelli, come certi nostri scolaretti politicizzati e omogeneizzati e pompati che non sarebbero degni di pulirgli una ciabatta con la lingua (o, per fare un esempio cinematografico, se preferite cinepurgoni e mediocri checchizaloni a Woody Allen), non leggete Martin Amis.
Ma se vi piacciono bravi e talentuosi, avrete già indovinato cosa sto per dirvi: non fatemi incazzare.
In ogni caso, questo è un romanzo da regalare solo a chi ama davvero leggere, che siate voi stessi o una persona a cui volete bene. Se ama solo leggiucchiare di tanto in tanto, potrebbe non apprezzare un simile dono. Questo mi pareva corretto dirvelo.
Parola di Scriba.

martedì 6 dicembre 2011

Assaggi di romanzi inediti - da GIGOLO' PER CLIENTE UNICA: stralci dei capitoli 10 e 11



Così hawajana non vale


Quel pomeriggio dovevo già recarmi in città per piazzare una puntata sul calcio dal mio bookmaker, e per tre o quattro tascabili economici che avrei comprato da Pontiggia: qualcosa per me e un regalo per Federica. Mi ero appuntato su un fogliettino nomi e numeri dei sette-otto annunci che mi interessavano. Su un altro fogliettino gli 1-X-2 della speranza. Su un terzo, titoli e autori. Non per criticare, ma ero strapieno di fogliettini del cazzo. Parcheggiai lungo un vialone alberato di periferia, accesi il telefonino e cominciai a chiamare. Sull’Okkasiùn Perbenista c’erano solo (rare) occasioni etero (sino a pochi anni fa, nemmeno quelle: solo le agenzie matrimoniali, perché quella è roba onesta, perbacco!).
Véronique avrebbe dovuto portare pazienza, oggi scopavo io. Prima setacciata:

ISABELLA, MORA, 20 ANNI, NOVITÀ!: Il numero da lei desiderato non è più attivo.
VALERIA, MAGGIORATA, CALMA, RICEVE SOLO EDUCATISSIMI: Il numero da lei desiderato non è al momento raggiungibile.
Chissà cosa starà facendo…
CHIARA, ITALIANA, 30 ANNI, MOLTO CALMA, PULITA, RICEVE SOLO DISTINTI: Risponde la segreteria telefonica del numero…

In compenso il cellulare di “Patrizia calma” suonava a vuoto. (Ma che è ‘sta fissa della calma, gli uomini han paura che je menino, i troioni?)
Come inizio non c'era male.

[....]

Poi, sorpresa: “Viki” è un’hawajana di vent’anni, appena arrivata in Lombardia! Dice che sono in due. C’è anche un’amica italiana, e potrò scegliere. Ma in cuor mio ho già strascelto la ventenne delle Hawaii. Mi dà un indirizzo facile da trovare, in una via che ha il nome di un poeta. Prima, le commissioni. Ma col pensiero a Viki, a come sarà questa Viki, a come sarà l’appartamento al poetico indirizzo, a cosa ci farò insieme alla mia Viki.

[....]

Un’ora dopo, sbrigate le mie cose, arrivo nei pressi dell’appartamento nella via intitolata al poeta, e ritelefono. La dolce ventenne hawajana mi dà istruzioni più precise: «Sul citofono “S”», dice. «“S” come Sesso».
Queste proprio ti stendono, a colpi di fantasia.
Lascio la macchina poco lontano e mi avvio a piedi. Pioviggina. Me ne accorgo allorché sento un vecchietto annunciare: “El gutìsna!” (Gocciola!) Le gambe, molli, mi sorreggono a malapena. Anche se sono un tipo navigato, è sempre come la prima volta, per me. Al numero indicatomi c’è un residence. Davanti al cancelletto non riesco a individuare la S. Le targhette fatte scorrere troppo in fretta mi danno l’effetto vertigine dei libri nella biblioteca di Federica. Sto per rinunciare, sto per chiamare di nuovo col motorola blu regalo della mamma. Poi spunta dal mazzo la S, e suono. «Vialetto a destra, scala esterna, secondo piano», dice la voce hawajana.
Entro nel giardinetto. Guardo su. Intravedo una tendina che si muove a spiare i miei capelli appena inumiditi dalle gocce fini fini. È una piccola cosa che mi fa tenerezza. È come l’essere aspettati a casa. Papà sta arrivando, bambina.
Quella che viene ad aprirmi quasi quasi mi si nasconde dietro la porta. Ci risiamo, penso. Mi sorride. Decisamente racchia. Sembra la sorella di Natasho Cozzolin. Potrebbe chiamarsi Vespasiana, per quel che ne so. Sto per incazzarmi. Lei sostiene di chiamarsi Alexia, e mi introduce nel normale ingresso-soggiorno di casa vostra: un divanetto, un tavolo rotondo, una tv sintonizzata su un programma per minus habens – unico elemento fuori posto il letto matrimoniale col copriletto zebrato. Senza paura di sembrare scortese, chiedo subito dell’amica hawajana. C’è davvero? Pare di sì, per fortuna. Vespasiana Cozzolin sparisce dietro una tenda che fa da porta-separé. Rispunta fuori tenendosi per mano con la ventenne hawajana. La ventenne hawajana è una probabile trentenne con ben poco, di hawajano. Non si capisce di dove diavolo venga. Etnia indefinibile. Bassotta e pienotta, faccia da palla di luna, senza che gliel’abbia chiesto mi dice il suo nome, che non è il Viki dell’annuncio, ma un suono strano e difficile da ricordare, Ayuba, o qualcosa di simile. A me mi puzza di Consuelo. Ma ormai ci sono. A lungo rimango indeciso tra le due, le guardo, le soppeso, nicchio, tentenno, valuto quale sia la meno peggio, ma l’hawajana Palla di Luna pur non essendo hawajana mi appare un pochino più desiderabile, di Vespasiana Cozzolin in arte Alexia – Alexia magra magra e lì che freme, che muore assurdamente dalla voglia, che mi sorride traboccante di me come volesse sposarmi. Vade retro, cocca. Sparire retro tenda, grazie. Loro approfittano della mia indecisione per propormi un triangolo racchiangolo, ma una cosa in tre costerà il doppio e io sono venuto col centone contato, e poi Vespasiana mi fa rimpisellire, allora diplomatico mi schermisco dicendo che non sono “così tanto stallone”. «Tre per un maschio solo è troppo», aggiungo. Non capiscono. Non si sono ancora accorte di Véronique.
Comunque sembrano piuttosto calme, come troie.
Come un sultano al mercato degli schiavi indico finalmente Palla di Luna, che tra l’altro somiglia alla moglie di un amico a cui una bottarella tra il lusco e il brusco in fondo in fondo la darei. Ma sì, sciolta l’indecisione, vada per Palla di Luna, la pseudo Viki non di Waikiki, e per l’immaginario da Corna Vissute. L’altra pare rimanerci male, ma tant’è, non sono mica al mondo per sfamare la famiglia Cozzolin. Sparisce retro tenda.
Palla di Luna mi sorride, dice Spogliati, spegne la tv, prende a svestirsi a sua volta, è simpatica e forse anch’io le sono simpatico, m’infastidisce soltanto il fatto che si metta a blaterare di un certo “regalino”: «Il regalino, prima il regalino», continua a farfugliare, mentre io mi avvicino e cerco di palparla un po’ da dietro, di saggiarne preliminarmente le carni, leccarle un po’ il collo. «Il regalino!» quasi si spazientisce, come se volessi fare il furbo e trombarmela gratis.
Con le femmine capita spesso, che invece di chiamarli “soldi” usino di questi mongoli eufemismi. A Véronique che tratta coi maschi e i trans non succede mai, ve l’assicuro. Pane al pane, soldo al soldo. La prossima che mi chiede “il regalino”, giuro che invece del centone le ammollo un pezzo di bigiotteria cinese da 2 ghelli, tanto per vedere che faccia mi fa.

[....]

Quando sto per andarmene, Palla di Luna mi sorprende ancora: scarta una mentina, se la mette in bocca, la succhia solo un po’, quindi con un bacio acrobatico e profondo la fa guizzare nella mia. Ipotizzo un possibile ritorno, e per dirmi va bene lei risponde: «Vale».
«Vale?», ripeto io, incredulo ma neanche troppo. «Di’ un po’ la verità, Consuelo: sei di Siviglia o di Madrid?»
«No me chiamo Consuelo. E te ho detto che sono hawajana, no?».
«A me sembri più castigliana. Non che ci siano problemi, ma gli spagnoli, dicono “Vale”».
Lei non si capacita della mia perplessità. Dice che le hawajane sono per l’appunto ispaniche, lo sanno tutti.
«A me risulterebbero più sul giapponese» le dico, «sul tahitiano».
«Le Hawaii stanno en America del Sud» m’informa Palla di Luna, incredula della mia ignoranza.
«Sì, domani» rispondo. Ma lo faccio sorridendo. In fondo, a chi importa dove sono ormeggiate le stracavolo di Hawaii? Lei sembra crederci davvero, che stanno nell’America del Sud. Perché deluderla facendo il saputello? Sulla porta ci mandiamo un bacino, e un ultimo sorriso.

domenica 4 dicembre 2011

Non solo stroncature. Consigli per le feste, per provare a difendervi dall’editoria ecospurgo-natalizia che mirerà a CONCIARVI, per le feste…. (2)



Paul Auster
La notte dell’oracolo
Einaudi
Pagg 207 € 11
Voto: 10+

Dopo l’ottimo thriller di Collins di tre giorni fa, oggi vi voglio parlare di un romanzo per palati ancor più sopraffini.
Questo è un libro da regalare innanzitutto a voi stessi, per farvi del bene, per gratificarvi, premiarvi, coccolarvi. Oppure da regalare a qualcuno che sapete particolarmente innamorato dell’Arte Narrativa (ma in questo caso dovrete essere ben sicuri di non fare un doppione, perché se è innamorato dell’Arte Narrativa è abbastanza probabile che La notte dell’oracolo sia già da tempo presente tra gli scaffali della sua libreria).
Si tratta forse del più bel romanzo scritto dal mio autore preferito, un romanzo talmente geniale che francamente non saprei che altro dire, quindi non fatemi incazzare eccetera eccetera.
L’unica cosa che posso aggiungere è che, se non l’avete ancora letto e pensate di leggerlo, non potrò far altro che invidiarvi, nel ricordo dell’irripetibile emozione che provai, qualche anno fa, al cospetto di questo libro, e di tutti i successivi di Paul Auster che divorai in rapida successione (dovendo fare una classifica, gli altri migliori sono per me, nell’ordine: Il libro delle illusioni, Trilogia di New York, Moon Palace, Follie di Brooklyn, Timbuctu, tutti con voto fra 9 e 10 – e sapete quanto sia cattivello, io, coi voti – ma consiglio anche la sceneggiatura di Smoke, o il dvd dello splendido film).
Parola di Scriba.


venerdì 2 dicembre 2011

Eresia flash: vatikaliA-lobotom italY colpisce ancora!



ASINO CHI NON LO DICE

Amici miei, quando l’ho letto non ci volevo credere: ieri, 1 dicembre, giornata mondiale contro l’AIDS (il cui vero significato per certi simpatici bigotti sembra continuare a essere Auspicato Intervento Divino Sanzionatore), è circolata in RAI una direttiva (qualcuno dice di origine ministeriale, ma al ministero negano) che ordinava, come ai tempi della peggiore censura fascistoide, di NON PRONUNCIARE mai, nemmeno una volta, per tutto il giorno, la parola tabù “profilattico”.
Lo riporta stamattina in prima pagina il Corriere della Sera, che riferisce di un’email “con priorità alta” mandata dalla tv di Stato a conduttori e giornalisti di Radio 1:
“Il ministero [della Salute!!!!] ha ribadito che in nessun intervento deve essere nominato esplicitamente il profilattico; bisogna limitarsi al concetto generico di prevenzione nei rapporti sessuali…”
Da notare che Radio 1 aveva per l’appunto in programma (guarda caso) un lungo speciale sull’argomento. Sarebbe un po’ come vietare ai radiocronisti di “Tutto il calcio” di pronunciare la parola “palla”: ne saranno usciti pazzi, quei poveracci…

Ricordando che qualcuno ha già sulla coscienza milioni di africani, per essere andato a dirgli non tanto di non pronunciarlo, quanto proprio di non usarlo (!), e in attesa di circolari che proibiscano anche “intelligenza”, “pensiero”, “onestà”, “libertà” e “civiltà” (tutte cose che comunque in vatikaliA-lobotom italY sono state già da tempo abolite di fatto), approfitto della mia fortuna di NON lavorare per la RAI per scrivere un paio di volte, o qualcosolina di più, il nome del Benedetto Coso che può salvarci doppiamente la vita, poiché agisce come barriera protettiva sia nei confronti delle malattie sessualmente trasmissibili, sia nei confronti della bomba atomica demografica destinata a spazzarci via nel giro di pochi decenni. Giuro e certifico di averlo digitato ogni singola volta, perché si tratta di una questione troppo seria, per banalizzarla con un copia e incolla:
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Mi sono stancato (l’ho scritto solo, simbolicamente, una volta per ogni anno della mia vita).
Ma potete andare avanti voi, se volete.



giovedì 1 dicembre 2011

Non solo stroncature. Consigli per le feste, per provare a difendervi dall’editoria ecospurgo-natalizia che mirerà a CONCIARVI, per le feste…. (1)



Michael Collins
Morte di uno scrittore
Neri Pozza
Pagg 464 € 19
Voto: 8

Lo ammetto: nei confronti della letteratura cosiddetta “di genere” ho sempre avuto atteggiamenti un po’ snob, che mi han portato ad arricciare il naso persino davanti allo sdoganamento (meritato) e alla successiva glorificazione (esagerata) di Simenon.
Ma è innegabile che quando a sfornare, in via eccezionale, una storia con delitto-indagine è uno scrittore coi controfiocchi, non solo le cose cambiano, ma addirittura si giunge a qualcosa di indicibilmente gustoso, si giunge al prodotto ideale da abbinare all’ideale situazione di umano relax poltrona-gatto che fa le fusa-fuoco nel camino-mentre fuori nevica.
“Ma la situazione ideale è fare l’amore!”, verrà subito a dirmi il solito guastafeste, impaziente di rovinarmi il bel quadretto. Allora facciamo così: domani hai appuntamento con una splendida ragazza appena conosciuta, e ieri, per non farti mancare niente, ti sei spaciugato un bel transettino brasiliano ventenne (se sei un vecchio modello monosessuale, scegline pure solo uno dei due). Ma stasera poltrona, libro, gatto e camino, e non rompere i maroni! O ti spedisco fuori a spalarla, la neve.
Non giro l’esempio al femminile perché so che voi ragazze ne siete già tutte consapevoli, del fatto che il sesso è (quasi sempre) sopravvalutato, e la lettura poltronesca sottovalutata…
Come al solito non svelo la trama, che per chi volesse è a portata di un paio di clic sui mille siti che si occupano di libri.
Dico solo che in questo romanzo atipico (rispetta poco gli schemi e gli stereotipi, anche se qualcuno inevitabilmente c’è) e mai noioso (malgrado la lunghezza), il delitto, anzi, i delitti, hanno risvolti inconsueti, il contesto psicologico e culturale è al tempo stesso atroce e stimolante, i personaggi sono tutti interessanti e tutt’altro che monodimensionali, le descrizioni originali e accurate, con qualche bello sprazzo poetico-visionario.
La scrittura è di medioalto livello, sapiente ma semplice, fluida (e non so perché ci abbia messo quel “ma”: se la scrittura è di medioalto livello e sapiente, è ovvio che sia anche semplice e fluida, ormai l’abbiamo capito che i barbosi sono persone che non sanno scrivere…).
Questo è decisamente il mio consiglio come regalo natalizio, quindi non fatemi incazzare e provatevi a seguirlo. E se non volete seguire il mio (e se non avete la fortuna di avere un amico libraio davvero appassionato), vi scongiuro almeno di seguirne altri di cui vi fidate, o comunque di andare a fare i vostri acquisti con le idee chiare e un bel foglietto con autori e titoli già scritti, altrimenti, in quella babele dell’ecospurghi in cui si trasformano le grandi librerie trash-commerciali in occasione delle feste, finiranno col rifilarvi le peggio cose…
Io vi ho avvertiti. Poi non venitevi a lamentare se il bestseller che vi ha appioppato la commessa faceva talmente vomitare che l’amico a cui l’avete regalato vi ha tolto il saluto, dopo aver barattato il vostro regalo da classifica italiota con una scatoletta di cibo per cani.
Parola di Scriba.


lunedì 28 novembre 2011

Eresia flash: voti pesanti o voti pensanti?



RATTOCRAZIA

Leggo di questa assurda idiozia che prende sempre più piede (come del resto TUTTE le idiozie, che paiono godere di corsie preferenziali…): l’ipotesi di far “pesare di più” i voti di chi è giovane e di chi fa un maggior numero di figli. Sempre nell’ottica, sempre sulla scia cretina e demente, di considerare valori positivi e irrinunciabili la cosiddetta crescita, il cosiddetto sviluppo, e la deflagrazione demografica destinata a spazzarci via tutti quanti (e mi riferisco alla funesta tendenza planetaria – non vuol essere, la mia, una sparata contro chi ha due o tre figli, quelli magari vorrei averli pure io: sono solo contro la glorificazione del riproduzionismo, l’apologia della proliferazione, l’arroganza panteganesca del “fate largo e me perché ho tanti bebè”…)

Non sono mai stato per la gerontocrazia, e mi scappa da ridere quando mi si dice che un vecchio è per forza un saggio, ma l’idea che il voto di uno zoticone semianalfabeta, di un coniglio affollamondo che a vent’anni ha già fatto cinque figli dovrebbe contare più di quello di un artista-scienziato-filosofo sessantenne celibe è così stolta e ripugnante, così gravida di putrida imbecillità, che non mi verrebbe neanche da chiamarla “idea”.
Semmai, mi sembra ovvio che dovrebbe essere L’OPPOSTO. Se proprio dobbiamo sconfessare la regola “una testa, un voto”, non dovremmo dare più peso alle teste pensanti, cioè più intelligenti (a patto di poterle riconoscere e misurare, cosa che non sarà mai possibile, il che forse è una fortuna, in un contesto in cui intelligenti è meglio esserlo di nascosto…) che non a lobotomizzate teste di minchia piene solo di testosterone e di televisione, ma con tanti bei muscoloni per lavorare e bei cazzoni per ingravidare?

L’imbecillità ha già abbastanza peso e fa già abbastanza danni, in democrazia, proprio perché i figli degli imbecilli saranno, un domani, imbecilli che votano. Vogliamo aumentare il danno facendoli già ragliare dal seggiolone, dalla culla? O vogliamo far passare la mentalità beota secondo cui chi fa meno figli è meno responsabile, e chi non ne fa per nulla è un irresponsabile, o un egoista cui non sta a cuore il futuro dell’umanità? Magari al sessantenne celibe il futuro sta a cuore semplicemente perché è altruista, o illuminato, o perché è un buddista che pensa di tornare a nascere, o ancora (per rimanere a questi discutibili moventi “di sangue”) perché ha dei fratelli che han messo al mondo dei nipotini che adora… Per non parlare del fatto che il saggio sessantenne celibe potrebbe essere portatore di un punto di vista più empatico-terrestre, e quindi più responsabilmente proiettato sul futuro collettivo, mentre tanti “bravi” genitori gretti e bigotti non vedono un centimetro più in là delle immediate ed egoistiche esigenze del proprio ristretto clan, e poco gli importerebbe di far vivere nove decimi di umanità ancor più a mollo nella povertà, nella fame, nell’inquinamento e nella schiavitù di quanto non ci vivano adesso, se questo favorisse il benessere materiale dei kompetitivi mostriciattoli che hanno scodellato (magari senza volerlo, perché la contraccezione “è peccato”…) E stronzi simili dovrebbero ipotecare il futuro di tutti, solo perché producono e si riproducono? Quale sarebbe il nuovo slogan: “Una testa, un vuoto”? “Il voto è in sé gretto?”

Ma se tu facessi la proposta (anche solo provocatoria) di premiare l’intelligenza verresti liquidato come elitario, radical-chic, razzista borghese o addirittura nazista. Mentre se fai quella di premiare la giovinezza (“Giovinezza”, vi ricorda qualcosa?) e la prolificità (tanti figli alla cagnA patriA, anche questa non mi è nuova…) passi per Giusto e moderno!
Già, l’intelligenza. Come diceva, l’immenso Arthur Bloch?
“La somma dell’intelligenza sulla Terra è costante.
La popolazione è in aumento”.
Le mie più sentite condoglianze.

sabato 19 novembre 2011

CI SENTO BENE MA VOI PREFERIREI NON SENTIRVI, GRAZIE



EEH??

Brutta notizia per i venditori di apparecchi acustici: il mio anziano padre ha tanti altri problemi, poverino, ma in compenso ci sente benissimo. Però, come tutti sanno, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. E così, imperterriti e mai disposti alla resa, dai call center della “misurazione gratuita dell’udito” (ma esisterà una paroletta più odiosa e disonesta di “gratis” e derivati?) ci subissano di chiamate. Alla faccia della Privacy – la Privacy vera, non quella dei manigoldi altolocati, la Privacy del Cittadino che non vorrebbe essere disturbato, o, come diceva il personaggio di un grandioso film, “non vuole essere rotto i coglioni”.

La fregatura è che non si qualificano subito, altrimenti sarebbe divertente prenderli in giro facendo finta… di non sentire quello che dicono, come lo Zio Storno di un mio romanzo che un giorno leggerete.
“Misurazione gratuita dell’udito”
“Cooosa? Parli più forte!”
“MISURAZIONE GRATUITA DELL’UDITO”
“Eeh??”…

Mi rendo conto che l’avere 77 anni fa di mio padre una succulenta potenziale preda, ma quella dell’altra mattina sarà stata la quarantesima chiamata in un anno (in fondo, nel breve intervallo di tempo, il problema prima inesistente potrebbe sempre insorgere… Tiè!). Inutile dire che noi qui ci siamo pure presi la briga di iscriverci al famosissimo e inutilissimo Registro delle Opposizioni (neanche ci illudessimo di vivere in Danimarca, e non in Lobotom-Italy), nella speranza di poter dire basta a tale sconcio. Ma questi signori, e non solo loro (vero, vodafone?), vanno avanti. Io che sono una persona mite, gentile e civile, non immaginate come mi debba trattenere, quando arriva la classica telefonata di persona sconosciuta che, guarda caso, esordisce soltanto col nostro cognome seguito da punto interrogativo, oppure col nome di mio padre perché è quello che figura nell’elenco, quanto mi debba trattenere dal mandarli dove meritano, questi disturbatori fuorilegge della quiete privata.
Sì, lo so, quello che chiama è solo uno sfruttato sottopagato che si arrabatta per guadagnare qualcosa, anche se quello che gli fanno compiere è un Reato bello e buono (anzi, brutto e antipatico). Ed è il motivo per cui, pur riattaccando sempre, cerco però di essere cordiale, arrivando addirittura a giustificarmi con frasi del tipo “Non voglio farle perdere tempo”, quando invece quello che sta perdendo tempo sono io. Ma se avessi per le mani i loro furbi padroncini…
Finirà mai, questo illegale e insopportabile schifo peculiarmente italiota?

giovedì 10 novembre 2011

DIARIO SGARUPPO - La genzìa Ansia mi spaventa à lu nonno

Tuti i giorni cè la genzìa Ansia che dice che alla borsa di Wallappiglia Stritt o di Pizza Affari anno bruciato i migliardi, che io allora dico ma invece di bruciarli pecchè nun me ne danno nu poco ammìa, quegli emmeriti fetentuna figliendrocchia e strunzemmerd?

Perchì nun tiene u compiuter o u tabblètt oltre alla genzìa Ansia ci stanno poi li giurnali, che sono un po’ come i tiggì ma con meno face da cazo e le notizie che stanno più ferme, e queli sono molto sconsilliabbili al nonno Artemio sclerotico, pecchè se ci legge sopra che i Ministronzi e i Tremorti je vogghiono fottere a pensiuna poi ci vengono le puzze al cuore, le colluttazzioni al collon e la palpitazione maleodorata. Eppoi danno notizie sbajate, che dicono che i politici sono bravi o nesti, opure chiamano scritori dei nalfabeti vaffabeti e dei giornalistozi cazzulli o racomandati, che il scritore vero Pezolly l’atro jorno se voleva sucidare.

Il zio Aristobecco lege sempre li serti salute e così ogni jorno se trova na nuova malatia, cheppoi ci scassa la mynchia a tuti, io inv’ece songo solo moderata mente lergico ai giancarli della polvere, perhò non scasso.

La zia Protozoa e la zia Pasquala inv’ece legeno solo il roscopo e lì stano bastanza tranquile e buonine, al masimo dicheno i brutti paroli se il roscopo è tristo, opure dicheno i brutti paroli dippiù se il roscopo è bello che alora sembra pigghià pou culo, scusa te il termine nu poco culestre.

Inv’ece il zio Mitocondrio segue solo lu sporc, e sicc’ome tifa u Napule rivolesse le apparizioni della Maradonna, e dice sempre che a Smazzarri nun capisce na mazza e bisognasse mazzularlo quando fa giocare a Scemàili e a Sfigheleff e a chillu catorcio de Fiat Pandev… perhò tiene molta fiduccia nel nostro presidente a De Laurentiiiis, che fa li brutti filme e quindi incassa miglionate ‘ncoppa a stupidità dell’agente, e dice che è sempre più megghio de Moratti Ambassador che tiene troppi denti da lavare o di Lavucato Gnello (perhò chillo vivo) che tratta male i perài, o i Della Balle che fano scarpe perhò non da palone e ci sarà pure nu motivo.

A me minteressa solo se cè le troie a colori a quatro zampe che fano pubicità ai rologi proffumi e gioieli e altre cazzate rotiche che alora almeno mi sparo una granseola (ma devo coprire i morti che stano nela stessa pagina senò mi si smolla), che doppo vado a confesarla a Don Purscé che mentre ce la raconto si sfruculia anco lui che il confesionale puza sempre strano e siamo tuti contenti, vah.


lunedì 7 novembre 2011

Eresia flash su buoni e cattivi maestri – Se Autogatto e Mototopo hanno la Laurea ad Honorem e pubblicano libri, e Socrate non lo conosce nessuno…

MEGLIO AVERE
UN PO’ MENO COGLIONI
(IN TUTTI I SENSI…)

Mi è tornato improvviso il ricordo di un incontro pomeridiano, facoltativo, al mio vecchio liceo scientifico. La piacevole e gratuita lezioncina (un’ora scarsa nell’aula di disegno) di un uomo che per me era un perfetto sconosciuto, ma si rivelò un vero Maestro di Vita (il suo nome, spero di ricordarlo giusto, era Maresca). Ci elargì, quasi con timidezza, tre piccoli, strani input psicologici e filosofici per la possible salvezza nostra e del nostro pericolante e rincretinito mondo. Il primo era “Fare ogni tanto un bagno di tomba”. Per riacquistare la giusta prospettiva. Era un’idea di Pablo Neruda. Distribuì fotocopie di quella sua poesia. Il secondo era “femminilizzare l’uomo”. Non necessariamente diventando tutti gay, volle aggiungere. Il terzo, bellissimo e geniale, era “imparare a FERMARSI COL VERDE”. Ovviamente in senso metaforico, non in senso strettamente semaforico. Altrimenti, sai i tamponamenti e le maledizioni…

Ebbene, ai nostri sciagurati e squallidotti giorni, in occasione della strombazzatissima uscita dell’autobiografia del calciatore Zlatan Ibrahimovic (in cui, fra le altre cose , il nostro eroe racconterebbe di aver minacciato di percosse un bravo allenatore e una persona squisita, Pep Guardiola, da lui poeticamente definito “senza coglioni”), i media hanno ritenuto opportuno e intelligente dar risalto alle sue illuminate parole: “Mi piacciono i tipi CHE PASSANO COL ROSSO”. E qualcosa mi dice che costui avrà molti più ascoltatori e discepoli, rispetto al buon professor Maresca, mio inaspettato buon maestro di 25 anni fa.

Se avessi dei figli, direi loro di appassionarsi liberamente a qualsiasi sport possano trovare affascinante. Ma gli direi pure che, nel caso in cui qualcuno avesse la pessima idea di regalargli un libro scritto da un atleta o da un pilota (o, come spesso accade, dal giornalista amico suo), magari zeppo di grotteschi aneddoti sul guidare come un pazzo la macchina a 325 all’ora lasciandosi dietro la polizia (e i neuroni), o di consigli sulla bellezza di andare in moto a 300, sul passare col rosso, sul fare a pugni con la gente, o sull’essere un machomacaco, o sul chiamare “trasgressiva” la più becera e bovinozza delle vite discotecare, non gli lascerei sfogliare nemmeno una pagina, e andrei di corsa (anzi, camminando adagio, adagissimo!) a svenderlo al Libraccio.



venerdì 4 novembre 2011

Il vostro poeta pentito ci ricasca, e dopo più di vent’anni torna a concepire qualcosa di almeno vagamente poetico!



Passeggiavo attorno al lago. A metà del cammino mi sono seduto su una panchina, scosso da qualcosa che accadeva nella mia testa, un misto di dolore e attacco di panico (assurdo, dato il luogo meraviglioso in cui stavo, e per questo ancor più spaventevole), e mi sono venute queste parole da scrivere sul mio piccolo taccuino nero. Sono solo strani pensieri, ma io provo a chiamarla poesia.


EFFIMERO BAGNO D'IRREALE



Sulla riva orientale un albero divelto
Mi mostra le ormai vane radici
Un suo fratello sussurra via foglie d'ocra
Le sparge su sciabordio e lamento di volatili

Seduto in solitudine io guardo
Canottieri improvvisi sorti dal nulla
Spettrali transumanze d'antico Canalgrande
Fantasmi gondolieri nel giorno dei morti

La maggior parte singoli in piccole canoe
In muto avanzare sparpagliato sull'acqua
A punteggiare di tenui colori il grigio palustre

Non pareva allenamento
Nella lattiginosa nebbia
Ma una pacifica
Processione di Caronti
Silenziosa
(Mi chiamavano?)

Finché il vento girando
Ha squarciato la patina
Di glassa ovattata
E mi ha portato le voci
Dell'istruttore al megafono
E degli atleti
Volgari e cretine
Han rovinato l'incanto
Disturbando i cormorani e me

Purtroppo erano veri
Purtroppo seguitavo a vivere



Lago di Varese, 2 novembre 2011, pomeriggio.

(Foto: MISTY LAKE, 2008)

mercoledì 2 novembre 2011

Il tragicomico Talento di Aleksandar Hemon


Aleksandar Hemon
Il progetto Lazarus
Einaudi
Pagg 305 € 21
Voto: 10-

Il commento più azzeccato e illuminante, fra quelli riportati in quarta di copertina, è di Cathleen Schine del New York Times: “Hemon prende la struttura formale dell’umorismo, la grammatica della commedia, il ritmo e il tempo degli scherzi, e li usa per rivelare la disperazione. Il progetto Lazarus è un libro pieno di divertimento e di battute, e allo stesso tempo indicibilmente triste”.
Non mi stancherò mai di ripeterlo: un grande scrittore è SEMPRE, istintivamente, intimamente, costituzionalmente – a volte perfino senza volerlo a livello consapevole – TRAGICOMICO, nell’accezione più estesa e totale del termine.
Ed è poi il motivo per cui oggi di Scrittori italiani ve ne sono pochini, e quei pochi sono semisconosciuti. Qui si preferisce, per funesta e autocastrante scelta editoriale, una netta distinzione, atta forse a non confondere, a non sballottare, a non traumatizzare certi piccoli e fossilizzati cervelli (a cominciare da quelli di chi queste “scelte” è chiamato, purtroppo, a operarle): o piagnucolosi, raffinatissimi, noiosissimi tromboni (pallosi, pallosi, pallosi!), o vuoti e pompati stupidelli da due soldi (banali, banali, banali!), gli uni e gli altri con meno talento di una zanzara sclerotica, di una larva di mosca. Ma finché i boccaloni vengono all’amo, finché preferiscono i cagnotti al caviale, che devo dire: buon pro gli faccia.
E tutti malati, questi cagnotti, di ripetitività (anzi, per meglio dare l’idea dovremmo dire: ripetitititititività): nel primo stentato (ma premiatissimo) libercolo sono già contenuti i trenta (o trecento…) successivi, inutile attendersi evoluzioni.
Ma noi qui ci occupiamo di caviale, cioè di tragicomico Talento.
In tal senso Hemon è stato per me una deliziosa sorpresa, una rivelazione.
Un esempio di questo cozzare fra toni diversi a produrre sublime stridore, fra i mille che potrete trovare in questo scrigno prezioso, è fra le pagine 98 e 100. Dove si passa dalla più pura e dura poesia del dolore (“L’alloggio è vuoto senza Lazarus, gli oggetti che la circondano sono estranei al suo mondo, insensibili alla sua pena: un catino vuoto, uno scialle appeso a una sedia, un’imperturbabile brocca d’acqua, la macchina da cucire, con la cinghia che a tratti tintinna. Olga non riesce a toccarli; ne fissa le forme, come in attesa del momento in cui si squarceranno rivelando il nocciolo duro di dolore che ogni maledetta cosa racchiude”) alla più dura e pura comicità della disperazione (“Cara mamma, Lazarus è morto e io sono impazzita. Per il resto stiamo bene e ti pensiamo tanto”).
Non fatemi incazzare: ci sarà una libreria abbastanza vicina a casa vostra, no?
Dimenticavo: una trama c’è, ma non sto neanche a dirla. A parte che volendo la troverete nel giro di un clic su ibs o dove vi pare, ciò che conta per me è che questo signore sia uno Scrittore, cioè uno che scrive da dio, e quindi in grado, all’altezza, di FARCI COMPAGNIA. Se avete altri (legittimi!) parametri o priorità, chiedete consigli a qualcun altro. Ma se la pensate come me, non perdetevi per niente al mondo Aleksandar Hemon.
Parola di Scriba.

domenica 30 ottobre 2011

AVANZI PERPLESSI DI NATURA COTTA (sic transit trota furni)









AVANZI PERPLESSI DI NATURA COTTA. A grande richiesta, lo scatto originale (1995, il primo in alto) e qualche recente giochino di permutazione grafica.
Per non dimenticare che con quel pesce (che da morto spolpato sembra contemplare, orripilato e affranto, i propri stessi resti) condividiamo il destino finale.
Dedicato a chi si prende troppo sul serio. Compreso, perché a volte ancora gli succede, il vostro Zio Nick.

domenica 23 ottobre 2011

Il testamento del guru: “SIATE AGRUMI, SIATE FULIGGINE!”



SIATE AGRUMI, SIATE FULIGGINE!
(SIATE ANGARIATI, SIATE FUSILLI?)


Ogni epoca ha i guru che si merita. Voi avete scelto me, Stefanino Lavoretti della Val Coppertina, e io dall’iAldilà sentitamente vi ringrazio. (È inutile che ti freghi le mani e fai progetti, questo non è un testamento di soldi, pirla. È un testamento di caz… ehm… è un testamento di genialità filosofico-religiose, e ringrazia che qui almeno lo puoi leggere gratis, perché c’è gente che l’ha fatto pure pagare…)

In iVerità in iVerità vi dico:

Non accontentatevi mai!
Perché accontentarti di un’occupazione part time che ti consente SOLO di vivere decentemente e di avere tempo per giocare con tuo figlio piccolo e coltivarti i cazzi tuoi, quando lavorando 18 ore al giorno e sfruttando qualche migliaio di adolescenti cinesi puoi diventare Megamiliardario, in gara per essere Dio?

Non arrendetevi giammai!
Se due settimane fa hai speso una fortuna per l’ultimo modello di iKualkekosa, e la settimana scorsa quello stronzo del tuo vicino ti ha UMILIATO acquistando l’ultimissimo modello, non ti crucciare, e vai a metterti in coda: domattina uscirà l’ultimissimissimo modello, che rispetto a quella cagata che ha lui possiede molte più funzioni multitasking, e costa appena il doppio!…

Fin da piccoli, non oziate e non divertitevi! (se non coi giochini del cazzo che vi vendo io…)
Volevo proporre, anzi, imporre a Obama di tenere le scuole aperte fino alle 6 di sera e per almeno 11 mesi all’anno, ma quel mollaccione comunista amico dei sindacati ha osato dirmi di no!

E non perdetevi l’offerta delle meravigliose Postum-App, Applicazioni alla Memoria che diventeranno Culto!

Su tutte l’innovativa Kul and the Bang: avvicini il tuo iAggeggio o il tuo iGadget all’ano mentre crei meteorismo, e la versione da 99 centesimi ti dice quante probabilità hai di ritrovarti con un nuovo foruncolo sul viso entro domani, mentre la versione da 9 dollari (che ovviamente consiglio) predice anche l’esatto punto del viso in cui il foruncolo spunterà.

Poi c’è l’HappyAppySupertrust: l’avvicini a un politico che sta parlando in tv, e ti dirà se votare per lui oppure no. Quanto tempo risparmiato: invece di pensare potrai lavorare e guadagnare di più, mentre i politici t’incu… t’inquadrano i problemi nel modo migliore!

E per chi arriva a 10 dollari di nuove App, in regalo la fantasmagorica “App app app, op op op!”, grazie alla quale il vostro aggeggino farà ginnastica al posto vostro!

Hey Zio Scriba! Sì, dico proprio a te! Ti ho visto, sai? Cazzo ci fai con quel telefonino di cacca da 39 euro? Non ti vergogni? Non è ora di dimostrare anche tu che sei un vero uomo con le palle, in grado di produrre ricchezza e di spandere mer… di spandere merci nel mondo? E sappi che da qui non mi può sfuggire nulla, grazie al mio iBukodellaserratura: non mi è certo sfuggito che poco fa stavi pensando: “Appanculo”!

Ah, dimenticavo il messaggio di gran lunga più impor ante… (vaf ulo to erdend a connes on… batterie d me… velenano ondo e si sca i ano ubit


Foto artistica: “The perètt is on the notebook” (No Poma)

venerdì 21 ottobre 2011

SGARUPPERIE FRESCHE FRESCHE – Da Stiv Giobbe a Gheddafri, notizzie di spegnimenti moltho portanti. Ma: e li Poeti? E li Quochi?

L’ABITUDINE DI FARE
MORTI E MORTASTRI


Ogi la siniora maestra ci a fatto insegnare che nel monno ci anno stato dei cadavveri molto portanti, prima si e spento a Stiv Giobbe, che era un tirannosauro molto cattivo della Libbia Smisurata che tutti lo stavano sempre a leccare ma poi anno cambiato idea e lo anno sparato. Eppoi si e pure spegnuto a Gheddafri, che era un calciatore gheddafricano un po scarso del peruggia e delludinese, pero mica tanto negro, ma forse non o caputo pene.
Alora io ciò detto che secondo a la mi matre erano assaie più portanti gli spegnimenti del grande poeta Andrea Zanzotto e di quel povero quoco cingalese di quando a Roma e venuta la luvione, e lui che era un bravo quoco e una brava persona che però viveva in un cantinato e ci pagava pure l’afito è morto per salvare la vita della moglie e della figlia piccolina, e lei alora volesse che il Presidente Scugnizo Napoletano li da la medalia e fa il lutto nazionale, mica lo strutto che fano sempre quando che schiatano ai soldati profesionisti.
Mi pareva una cosa giusta daddirci, e invece la maestra a detto che mamma è gnurantona e facesse meglio a vestirmi nu poco piu meglio che io songo lunico bambino non firmato e è pure nu poco na vergonia, e sopratuto a detto che suo il zio è nu Demente Coglionnello della Renault Militare e io devo portarli rispeto, e dopo a deto che vafanculo mi bocia.


lunedì 17 ottobre 2011

J. Stronkabook lancia il primo KILASCRITTU SQUIZZER TROPHY – in palio un viaggio in sella a un cane morto con pernottamento in piedi a Pian del Cuculo



Terzo premio: il bigliettino autografo col mio famoso ritornello incazzato (vedi sopra). Il secondo premio non c’è.

Attonsiòn, citassiòn:

A ogni occhiata una parte dell’eccitazione si disperdeva, come una pozzanghera d’acqua brillante che evapora sotto il sole d’agosto”.

Ora, dal momento che chiunque abbia una seppur minima e vaga dimestichezza con la meravigliosa Lingua Italiana ben difficilmente potrà evitare concatenazioni di idee del tipo “acqua brillante” – “Recoaro” – “acqua tonica” – “Schweppes”, la domanda è: queste due righe in cui compare la scompisciosa, esilarante, inqualificabile pozzanghera Schweppes

1 Sono volute, e son state scritte con ovvio intento umoristico: trattasi di geniale perla contenuta in qualche raccontino comico-demenziale di Zio Scriba, tipo quelli che compongono la saga di Sorensen Puddu. (Indovinare il titolo del raccontino).

2 Fanno parte di un romanzo straniero, e sono dovute alla fretta, alla negligenza o all’inettitudine di un traduttore negligente, frettoloso e inetto. (Indovinare il titolo del romanzo)

3 Per incredibile che possa sembrare, fanno parte di un premiatissimo e vendutissimo libro italiano, e nell’intenzione dell’autore dovevano configurare una similitudine seria, drammatica e/o poetica. (Indovinare il titolo del libro)

4 Me la sono inventata di sana pianta: una pozzanghera di acqua tonica sarebbe francamente troppo, sia per la demenzialità di Zio Scriba sia per l’inettitudine di un traduttore inetto, porka pozzanga! (Indovinare di che colore avevo le calze mentre me l’inventavo)




mercoledì 5 ottobre 2011

DECRITTO LOGGE? Rettifiche, ratifiche, derattizzazioni (speriamo) a venire, fiumi di cazzate a non finire.



il codice controverso è: ADREMMACROPPO

M’era scappato scritto che Nick Pezzoli è uno scapestrato e che è un po’ troppo magrolino (vedi foto, il quarto da sinistra, e poi dimmi tu…). Ma Nick Pezzoli ha preteso rettifica e allora ho scritto che è un figo della maronna tendente all’obesità. Al che essa la Maronna mi è apparsa e ha chiesto rettifica e allora ho lasciato solo figo. Per fortuna l’ex calciatore Figo non ha chiesto rettifica. In compenso ha chiesto rettifica un certo Esculapieustorgio Sbigottelli Bam, offeso dalla licenziosità e volgarità del termine “figo”. Il tempo di dare conto ai lettori della nuova rettifica e subito mi chiede rettifica tal Astolfandrea Mattipazzeo De Gnurantis Preputentu Fetent (moglio di sua marita Isabelva Sgnarpolìn, ci tiene a precisare), molto infastidito dal nome Esculapieustorgio (e qui non è che gli dài torto, al massimo gli dài del coglione). Per non rischiare di andare in rovina prendo nota di quest’ennesima rettifica, al che mi si materializza in tempo reale la richiesta di rettifica di tal Gianattiluccio Spazzacazzi, così tanto per chiederla, senza nemmeno motivarla. A questo punto, non dico tutti ma almeno un eletto nucleo di voi mi capirà, il Gianattiluccio Spazzacazzi ve lo mando per direttissima a mungere trichechi peruviani, lui e quella petegiona baltrocchia di sua mamma maiolica. Sfortuna vuole che Gianattiluccio Spazzacazzi sia un potentissimo miliardario mafiùs e permalùs con diciotto avvocati. Ecco perché vi scrivo queste cose dalla mia cella nel penitenziario. Mi hanno dato l’ergastolo senza condizionale e con l’obbligo della tv accesa. Mi hanno portato via le mie due figlie Aldissima e Piernana, entrambe di media statura. (Quindi facendo 3 metri e 80 in due la mi mogliettina ed io terrò le corna?, tu mi dirai, e io t’inviterò a rettificare: cornuto lo dici a tuo nonno incarriolato su una carriola di stronzi fumiganti). Uffa. Io ci avevo provato a inviare segnali in codice Morse dall’interno della pancia di mia madre, prendendola delicatamente a calcettini interiori. Fammi nascere in un paese Libero e Civile e Intelligente Stop. Fammi nascere in un paese Libero e Civile e Intelligente Stop. Ma lei niente. Lei non mi sentiva, o i calcetti Morse non li capiva. (No, ex giocatore di basket Bob Morse, non sto parlando di te, non venirmi anche tu a domandare rettifica, che già sto in galera, a ripetere i mantra di quel famoso giornalista televisivo veneto, dios******* ***…) Comunque, mentre mi trasportano gentilmente verso il carcere (son tanto cari, non è che ti ci fanno scarpinare) non andiamo a imbatterci in quel famoso personaggio zioscribesco, massì, quel morto in una bara con un microfono in mano, praticamente una Salma Responsoriale, tu gli fai una domanda e lui ti manda a cagare? Senonché, travolta dagli ultimi eventi, persino lei, porella, la salma, ci capisce più un tubo di ghisa, e il suo discorrer diviene allor di tal guisa: “Vaccagare. Rettifico: vaffanculo. Rettifico: vaccagare. Rettifico: vaffanculo. Rettifico: vaccagare. Rettifico: vaffanculo. Rettifico:…”

Il codice invertito era: OPPORCAMMERDA


p.s. delirio piaciuto? E non avevo neanche bevuto… figuratevi se poi…

p.p.s. ma pensa che sfiga se qualcuno di quegli assurdi nomi inventati (tipo Nick Pezzoli) mi va poi a esistere davvero…

Foto artistica: AUTORITRATTO NUDO MANSARDATO ® (tranquilli: non si vede un cazzo eheheh)
Rettifico: all’ultimo momento ho deciso per la foto della squadra di basket :D

lunedì 3 ottobre 2011

KADDETT??!! – Semiseri dùbbioli blogghiferi dalla profonda e surreale tenebra del medioevo-mafioevo italiota.



Ma…

Ma se io faccio un post scherzosamente CONTRO ME STESSO e poi mi chiedo scherzosamente rettifica, se non rettifico mi multano?

Ma “rettificare”, scusate l’ignoranza, significa ficcare alla gente delle cose NEL RETTO ahia-che-male?

Ma se il sindaco di Rocca Ducazzo mi dice che nominare il suo paese costituisce già un insulto, è giusto che se la prenda con me o dovrebbe prendersela con la toponomastica? (Magari dopo essersi chiesto “Cumminkya ci azzecca l’onomasteco dei topi?”)

Ma se nella classifica della Libertà di stampa e di Espressione stilata da Freedom House stavamo al quarantesimo posto (dietro Namibia, El Salvador, Perù e Bulgaria) con la dicitura “paese PARZIALMENTE libero”, dopo tutta questa bella storia in che posizione di cacca saremo mai retro-CESSI?

Ma soprattutto: erano peggio i sovietici che negli anni Ottanta avevano la reticente Agenzia di Stampa TASS, o siamo peggio noi che nel 2011 avremo il Decreto STATTEZZITT?!


lunedì 19 settembre 2011

Stronkabukko Show – parodia (neanche troppo) di tipica recensione italiota: “Ma come scrive bene Annarita Falloide!”



Rece apparsa vaffandì 32 cinquembre duemilaekualkosa sul Supplemento Cultura del Gazzolino Puttano, firmata a quattro zampe da Assunta Lecchini Servidei e Piercinzio Lu Macaco Cammeriere.

La bravissima Annarita Falloide (che secondo i maligni pubblicherebbe libri solo perché figlia di un padre sottosegretario ai bombardamenti, e stronzo, e di una madre che scrive su autorevoli testate, e vacca) felicemente giunta, sulle ali del successo dei precedenti bestsellers Zia Crostina crede ancora nelle fave (meritato Premio Fattucchiera, sta per uscire il film) e Scendi mò dal motoculo che t’incarro (meritato premio Maga Magò, stanno per uscire il videogioco per bambini e la sit-com per lobotomizzati) giunta, dicevamo, al suo ventottesimo romanzo a soli ventisei anni, e sole ventisei operazioni plastiche per rifarsi la figura, ci regala una storia talmente squisita, originale, ben scritta (La contessa Stocca Gandolfi Gliolo è di nuovo incinta, Il Pizzino Editoriale, € 28 a pagina) da essere di certo destinata a dominare, con merito, le classifiche, e questo indipendentemente dalle lenzuolate di pubblicità gratuita (se l’editore possiede anche giornali, che male c’è?) e dai premi sacrosanti che le verranno assegnati (tanto per rispondere ai prevedibili lazzi invidiosi dei soliti rozzi e non autorizzati outsider alla Pezzoli – chi diavolo è costui?)
Come sempre ben assistita e consigliata dalla bravissima Mizzy Confettucci d’Abatjour, sua editor e agente, la penna magica di Annarita Falloide ancora una volta non ci risparmia originalità, preziosismi e colpi di scena. Leggendo questo ennesimo grande romanzo italiano ci si commuove fino alle lacrime (pag. 138: “Oh amore, amore mio, quanto ti amo!”), si muore di paura (pag 244: “Ah! Aiuto! Un topo!”), ci si scompiscia (pag 434: “Un uomo entra in un caffè. Splash.”), si riflette con intelligenza sui problemi del mondo (pag 601: “Cioè, voglio dire, ah, ok, io voglio assolutamente la pace!”), si piange a dirotto (pag 852: “Trisnonno, trisnonnino mio, perché te ne sei andato a soli 119 anni? Non hai pensato al nostro dolore, brutto egoista?, al vuoto che lasciavi?, tutti uguali questi uomini!”) ci si sorprende per l’incredibile genialità del finale (pag 1.033: “E vissero insieme felici e contenti”).
Ah, quasi dimenticavamo: da domani non perdetevi per niente al mondo (allegato al Gazzolino Puttano con un piccolo supplemento di prezzo di soli 3 euro) l’inedito di Annarita Falloide, di sette pagine un po’ sgrammaticate (la d’Abatjour stava in vacanza) Stamatina mi ho lavata la facia”, me-ra-vi-glio-sa descrizione psicopoetica del lavandino di casa sua, scritto – è questa la trovata divina! – immaginando di non saper scrivere. Di non avere neanche un po’ di talento.


Grazie alla strategia del marketing pubblicitario, di premi controllati e recensioni pilotate (cioè usando il proprio capitale e la propria forza per consolidare posizioni di già assoluta preminenza), e grazie anche, diciamolo, alla passività, credulità e pigrizia di un'ampia fetta di lettori, la grande editoria italiota è riuscita nel tempo a imporre il proprio presepietto fisso di scribacchini più o meno mediocri, cui negli ultimi tempi offre persino, per farli meglio entrare nelle teste della gente, continue comparsate giornalistiche da opinionisti (patetici) o da espertoni letterari (inadeguati), o da autori (presunti) di esercizietti a pagamento con cui far finta di insegnare scrittura creativa ai paguri e alle marmotte. Un presepietto talmente fisso da arrivare, oramai, a spacciare in allegato ai quotidiani persino gli inediti, spesso illeggibili, di questa gente qua. Come dire: “Raschiamo il fondo del barile, perché tanto è chiaro che altri autori non ce ne sono, non ce ne sono! – gli scrittori sono questi che vi diciamo noi, a cui abbiamo dato la patente noi!”… Siamo infatti giunti all’assurdo di una marea di gente disposta a sganciare soldi per leggere inediti di poche paginette e di nessun valore scritti dalle belle statuine del presepietto editoriale, quando su blog tipo Grafemi, tanto per dirne uno, si possono trovare GRATIS racconti di livello eccelso, o comunque di gran lunga, ma veramente di gran lunga, migliori. Un presepietto che in ultima analisi permette a lorsignori di risparmiare il tempo, i soldi, la fatica, la passione e la competenza necessari all’onesta RICERCA di veri nuovi talenti… ricerca che a ‘sto punto è contro il loro interesse, perché se malauguratamente sbucassero fuori delle figure d’altri tempi e che loro speravano estinte (cioè degli Scrittori), poi magari qualcuno si accorge della Differenza e… gli salta per aria il presepietto! Sapete che vi dico? Che sarebbe istruttivo e divertente se saltasse fuori qualche bella Intercettazione anche da quell’ambiente lì…

E mò me so’ rott’u caz.


J. Stronkabook

mercoledì 14 settembre 2011

Chiamalo Grande Romanzo



Henry Roth
Chiamalo sonno
Garzanti
Pagine 512
Euro 17.60 (molto ben spesi)
Voto

Ho conosciuto un bambino di nome David, partorito dalla talentuosa penna di uno Scrittore che dopo questo romanzo si bloccò, e volle smettere di scrivere, per decenni. David all’inizio della storia sta per compiere 6 anni, ed è un bambino ebreo di origini polacche immigrato dall’Austria nella New York di un secolo fa, dove, quattro anni prima, ha raggiunto il padre insieme a una mamma dolcissima che ama alla follia. David è terrorizzato da questo padre collerico, ostile e incapace di affetto – un onestuomo, in fondo, che si guadagna da vivere come tipografo e in seguito come lattaio, ma con troppa negatività che gli rode dentro e lo corrode, e lo rende pericoloso. Ma David è oppresso da tante altre paure. David ha paura della porta della cantina e delle scale oscure, ha paura dei morti nelle bare, ha paura delle torbide e incomprensibili avances di una ragazzina più grande. David trema per l’improvvisa intuizione che le carrozze degli sposalizi sono le stesse dei funerali. “Tutto apparteneva allo stesso buio. Coriandoli e bare”. David sa che dovrà trovare il modo di vincerle, le paure: “E allora, o trovava un solvente per le sue paure, oppure era perduto”.

L’America d’inizio secolo (scorso) dipinta con le ciglia degli occhi di un bimbo: descrizioni bellissime, atmosfere d’intimità domestica evocate con maestria impressionante, pennellate di poesia, personaggi che non si lasceranno dimenticare, strade in cui ci sembra di camminare anche noi.
Peccato solo per la traduzione un po’ anticheggiante, che richiederebbe (a mio molesto parere, è naturale) una rispolverata: “il desinare” al posto di “pranzo”, e “impiantito” per “pavimento”, e “non posso venire costà” invece di “non posso venire lì da te”, le sfilze di “egli” e di “ella”. Ma può darsi sia una scelta voluta (e discutibile) per restituire i sapori dell’epoca (il romanzo, ambientato a inizio Novecento, è stato scritto nel ’34, ma la traduzione è del ’64, poi riveduta nell’86). Se potete, concedetevi di leggerlo in lingua originale, anche per gustare i continui cambi di registro, e i salti dallo yiddish all’inglese impossibili da rendere in altri idiomi. Molto inflazionata (e, come spesso capita, a sproposito) una delle espressioni-jolly che più mi stanno sulle palle quando un romanzo ne è disseminato: “Si strinse nelle spalle”, forse la più inutile del mestiere di scrittore (o traduttore, perché continuo a sospettare sia tradotta male – chi lo dice mai, in italiano, stringersi nelle spalle?). Ma sarebbe assurdo dilungarsi sui difetti, perché piacevolissima è la lettura di questo romanzo meraviglioso scritto nell’anno in cui nacque mio padre. Se ne ho sottolineato piccole magagne, è solo per dimostrare che la mia non è cieca infatuazione, ma un’esaltazione lucida, onesta e convinta davanti a un capolavoro di Scrittura che mi spinge a inginocchiarmi e a dare un bacino alla copertina.

Come sempre accade al cospetto dei Grandi, non mancano i lampi di umorismo, come nel prologo, quando la madre, appena approdata col figlioletto a Ellis Island, non riconosce il marito (che della cosa si secca parecchio…), o in questa descrizione di giovane zia sgraziata e grassoccia: “Le gambe le piombavano nelle scarpe senza beneficio di caviglie”. Perché quella di Henry Roth è proprio una penna multigusto, come piacciono a me: lo zucchero e il fiele, il miele e il vetriolo. Le penne monogusto (insipido, fra l’altro) le lascio tutte alla premiopoli italiana: a me hanno rotto il cazzo.

La seconda delle quattro parti (o “libri”) è dedicata a questa zia, sorella della madre ma diversissima da lei, malsopportata (dal cognato) e ingombrante ospite (vera bomba-zizzania a innesco linguacciuto) della già non serena famigliola, finché non riuscirà ad accalappiare un vedovo scialbotto e molliccio con cui sistemarsi. La terza parte parla invece dell’iniziazione religioide di David presso un rabbino manesco, prodigo di insulti e colorite maledizioni (quasi mai per lui, più intelligente degli altri marmocchi), ma tutto sommato non cattivo d’animo. La quarta e ultima è forse la più bella, più varia e più struggente, la più emozionante e densa di accadimenti, quella in cui lo stile osa più sperimentazioni, e quindi non ne parlerò, per non levarvi nemmeno un briciolo di godimento. Siete ancora qui? Non fatemi incazzare, è ora di precipitarsi in libreria! Di Roth scrittori, nella mia ignoranza, conoscevo solo l’esistenza di Philip e Joseph. Sia benedetto colui che mi ha fatto conoscere Henry. Sono sicuro che anche quelli fra voi che non lo conoscevano mi saranno grati per questo consiglio.
Parola di Scriba.

giovedì 1 settembre 2011

Assaggi di romanzi inediti - da GIGOLO' PER CLIENTE UNICA: capitolo 29 (un flashback)



29.

Freccette



A regola dovrebbe essere esistito anche il 1978, credo. Al casello di Andrea Supplizio tiravamo freccette a una Tina Turner scosciatissima, su pagina strappata da Sorrisi e Canzoni TV e fissata con le puntine a un tronco di betulla. Ma soltanto da sotto la mia tuta e le mie mutande qualcosa si rigonfiava e premeva, al mio amico sembrava non succedere un cazzo, solo io mi eccitavo sperando che le punte delle freccette seviziassero davvero quelle svergognatissime carni.
Il papà di Andrea si chiamava Supplizio Delizioso, e forse era questa giustapposizione di parole a sviarmi l’immaginario. Le parole avevano già allora su di me effetti pericolosi e a volte devastanti. La più tremenda con cui feci conoscenza fu la parola “colpa”. A lungo credetti di essere il solo bambino perverso in tutto quanto il mondo, e sempre più spesso pregavo questo loro Dio di Paura e Castigo di perdonarmi, giuravo tremebondo che non l’avrei fatto mai più, elaboravo fioretti e penitenze, gli chiedevo che mi aiutasse a star lontano da quegli abominevoli peccati. In fondo ero un rispettabile chierichetto, io. Ero l’orgoglio del prozio arciprete, e delle beghine vecchie del paese.

Loro non lo sanno, ma il vantaggio delle primissime seghe è che viene fuori una gocciolina concentrata, acquosa e trasparente, quasi invisibile, non rintracciabile, e la goduria è di gran lunga superiore a quella degli orgasmi adulti – forse per via del mistero, della novità, della sorpresa – ma insomma non sporchi e non lasci traccia, per cui mi scopavo di tutto, dai cuscini piacevolmente urticanti del divano in sala (mentre i genitori in cucina sorseggiavano il Paulista) ai copriletti in camera mia. Nessuno si accorgeva di niente. Poi chiedevo scusa al Dio di Paura e Castigo, a questo spauracchio cagacazzo e notaio delle goccioline altrui, e gli promettevo, chissà perché, di non farlo mai più.

Pellerossa seminudi cavalcavano a fior di pelo i loro destrieri selvaggi, eccitandosi fino alla morte nelle praterie della mia mente così acerba, sugli altipiani della mia anima confusa. L’idea della morte s’intrometteva nelle fantasticherie e non ne usciva più – Eros e Thanatos dentro un cuore fanciullo – sicché per un certo periodo esse si presentarono così: ero il cheyenne più bellicoso, il viso truccato coi colori di guerra, pronto a farsi ammazzare piuttosto che gettare le armi. Disarcionato in battaglia, mi si intimava di arrendermi, mentre un prurito tra le gambe mi costringeva a montare al volo su un altro mustang per buttarmi nell’ultimo slancio suicida. Solo contro decine di soldati, era come andare all’assalto di un plotone d’esecuzione, le prime ferite di striscio aumentavano la libidine: lo sgorgare della goccia e il beccarmi l’ultima pallottola (che immaginavo proprio sull’uccello, novello tallone d’Achille) erano eventi contemporanei e unificati.

Quando il sabato si andava al catechismo dalla suora Superiora a spaventarci un po’, cercavo di passare a chiamare Andrea Supplizio al casello lasciando indietro Luca Evangelista che stava a metà strada fra noi. Quello stronzo di Luca Evangelista, dal canto suo, cercava di precedermi e tagliarmi fuori. E siccome abitava a metà strada la spuntava quasi sempre lui. Arrivavo al casello della ferrovia, bussavo, chiedevo di Andrea, e ogni volta appariva sua madre con una copia di Grand Hotel in mano e mi diceva: «È andato adessoadesso co’ Evangelì».
L’avrei presa a calci, la signora Supplizio, quando diceva questa cosa. In tutta quella mia breve parte di vita, era la frase che mi faceva indispettire di più.
È andato adessoadesso co’ Evangelì.
Fossero schizzati via da pochi minuti li avrei visti uscire, avrei scorto le loro sagome da giù in fondo al rettilineo. Che accidenti voleva dire “adessoadesso” – tre quarti d’ora?
Era tutta una cospirazione, un tradimento.

Intanto continuavo a non capire questa doppia funzione del pìrulo. Avevo la fantasia dell’ultima goccia di pipì trattenuta, che se fosse poi scappata addosso avrebbe fatto godere e forse anche morire. Sì, era quello il segreto, quella sferzata di piacere incredibile doveva essere il sollievo di una goccia di pipì troppo a lungo trattenuta, che alla fine trovava il suo sfogo eruttivo.
Ma al Dio di Paura e Castigo tutto questo piacere, naturalmente, non piaceva.

La Superiora era poi fissata con l’idea che almeno uno di noi avrebbe dovuto diventare prete. Ci diceva sempre che lei pregava tutte le sere, chiedendo al Dio di Paura e Castigo, che però lei assurdamente chiamava Buondio, che almeno uno di noi prendesse i voti, ma quando ci diceva questa cosa la diceva guardando negli occhi me, sempre me, solo me. Si sbagliava. Non potevo essere io: io facevo le cose sporche. E poi i preti non potevano amare le donne, e io volevo amare la Elena Calligaris, una biondina che mi piaceva e mi faceva sudare il cuore di un sudore profumato di rose al cianuro – esaltanti, intossicanti, assassine.

Finita la dottrina c’era il film di propaganda etero al cinema parrocchiale, con l’eroe del west che salva la ragazza e poi si baciano ma senza lingua, e allora anch’io andavo al cinema col solo scopo di baciare al buio la Elena Calligaris, ma nell’impeto la baciavo sempre più o meno sul naso o su un occhio, con lei che mi chiedeva: “Perché qui?”. Però le piacevo anche se ero maldestro e sbagliavo la mira coi baci, e un giorno voleva addirittura presentarmi suo padre, e allora io sgattaiolai via dal cinema inventando una scusa. Certi istinti di conservazione se si formano si formano presto.
Ma ancora non mettevo bene a fuoco le cose del sesso, cioè non mi riusciva di collegare quelle nuove imprese libidinose dell’uccello alla bella biondina Elena Calligaris. Le biondine si baciavano e basta. Possibilmente sulla guancia (la bocca era troppo), smettendo di andare a beccare quei cazzo di altri bersagli sbagliati. Avrei passato la vita, a baciare la mia Elena, dimenticandomi perfino di respirare.

Ben presto ci arrivai, ad associare le mie seghette undicenni alle femmine. Le scopavo di solito sul mio letto, sempre disteso al contrario con la testa dalla parte dei piedi, e della porta, per controllare che non facesse irruzione nessuno. Ma la stranezza era che invece di andare su e giù ancheggiavo da sinistra a destra e da destra a sinistra: mi ero fatto fregare dalla parola “scopare” (le parole ci fregano sempre), e credevo che la figa andasse ramazzata. Spennellata via in superficie come un pavimento peloso con la scopa di saggina. Il che oltretutto spiegava come mai le donne rimanessero incinte così raramente, solo dopo numerosi e pazienti tentativi.

I bulletti e i ripetenti erano molto più avanti, rispetto a noi. (Non che ci volesse molto…) Venivano al campo sportivo coi fumetti di Sukia e di Zora la Vampira, ci scandalizzavano spiegandoci che scopare voleva dire “metterglielo dentro”.
«Che schifo!» si ribellava l’Evangelista.
«E tu come credi di essere nato, pezzo di cretino?» gli chiedeva allora un ripetente saputello.
«No, impossibile: i miei genitori sono brave persone che votano DC, è escluso che abbiano mai fatto certe cose», s’intestardiva il Luca.
Me li feci prestare, i fumetti di Sukia e di Zora, e le mie fantasie si omologarono a quelle di tutti. Solo in apparenza: allora non potevo esserne conscio, ma la più grande eccitazione, fin da subito, fu provocata dal fatto che in me al desiderio di averle si mescolava quello di esserle. Probabile che anche al casello fosse andata così: mi ero immedesimato in Tina Turner bersagliata dalle freccette. Per quello avvampavo così tanto. Già sapevo che la parte che godeva era quella femminile. Gli uomini-solo-uomini: marionette cazzute, stantuffi olimpionici, tiratori di freccette.

A dodicianni la famiglia di Andrea se ne andò a vivere a Roma, in una casa vera. Andai a salutarlo al casello, imparai la parola malinconia (c’era anche una canzone di Riccardo Fogli, Metti un amico che ora deve partire, probabilmente non si fa più sentire, non sai se piangere o provare a scherzare, non dici niente hai mille cose da dire), ci scrivemmo lettere che poi diventarono cartoline e poi auguri natalizi e poi nulla, e piano piano l’infanzia di noi tutti svanì.

Le seghe andarono avanti a farsele solo i più sfigati e i più intelligenti. Per tutti gli altri cominciava quella cosa che gli adulti chiamavano vita: lavorare, scopare, preoccuparsi, morire.


venerdì 26 agosto 2011

Piccolo Spazio Pubicità



hotspots (futili suggerimenti commerciali)


1) MENTEKATTIN FORTE
protagonista unico, in primo piano. Più un portatovagliolo a forma di paperella.
«Avevo dei seri problemi.
Parlavo tutto il giorno col mio portatovagliolo di legno a forma di paperella» (mostra la paperella) «che naturalmente non mi rispondeva mai».

«Mi sentivo solo, alienato, sull’orlo della follia».

«Allora ho provato MENTEKATTIN FORTE, supposte al rabarbaro» (mostra confezione)

«MENTEKATTIN FORTE, suppostone al (deglutisce) rabarbaro,
ha risolto i miei problemi!!!»

«Adesso il portatovagliolo mi risponde!» avvicina a sé la paperella e le parla sottovoce
«Vero Rebecca? Spiegalo anche tu ai signori».

Voce velocissima fuori campo
«È un medicinale con prezzo da ladri, verificare che il vostro medico sappia a memoria il giuramento di Ippocrita, e leggere attentamente le avvertenze in aramaico per non rischiare di lasciarci le penne nel qual caso sono cazzi vostri. Nelle migliori edicole»


2) PULI PULI

due adulti del genere scimpanzorla-neanderthal, più sporchi e malconci che si può.

Voce fuori campo
«Abbiamo lavato questi due zozzoni.
Uno con semplice acqua e sapone, l’altro con PULI PULI, il nuovissimo lavazzozzoni»

Jingle:

«Puli puli / Pulisciti un po’ l’ano
Te devi lavà / Non è mica un fatto strano»


«Uno è morto, perché era allergico al sapone» visione di cadavere in camera ardente
«L’altro fa più schifo di prima, perché il detersivo PULI PULI è una grandissima Bip!
(non più fuori campo ma in primo piano, si deve vedere il labiale “cagata”)


RIFIUTATI DAI COMMITTENTI !*



(*che si sono pure incazzati, ma guarda te che gente…)