l'idea più pazza del più pazzo fra gli scrittori

"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"
SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

mercoledì 21 dicembre 2011

I TENERI AMICI DI CASTELBELLO – la mia favoletta per bambini, e per voi.


Foto: l’atmosfera natalizia ai tempi della Mamma.

Le favole per bambini non sono il mio mestiere, e probabilmente non lo saranno mai. Ma un paio d’anni fa, trovandomi a corto sia di soldi che di idee regalo, ne scrissi una per le mie adorate nipotine. Poi confezionai per loro due libri gemelli, in cartoncini formato A4 ben rilegati, con la copertina colorata, la dedica e delle pagine bianche tra un pezzo di fiaba e l’altro perché potessero farci dei disegni. Così, adesso, mi è sembrato un pensiero carino regalare anche a voi questa favoletta senza pretese: magari, se ne avrete voglia e se non vi sembrerà troppo brutta, potrete leggerla ai vostri figli o nipoti. O ai vostri gatti. Buona lettura, allora. E perdonate le lacune: come potrebbe dirmi un protagonista del Grande Lebowski: “Non è il tuo campo, Nick”.
L’importante è saperlo…
Un abbraccio grande grande. E i miei più dolci Auguri a tutti voi!


I teneri amici di Castelbello


Il negozio di animali TENERI AMICI ha una bella insegna colorata e tanti bei cuccioli in vetrina, e si trova nel paesino di Castelbello, in vicolo Bentivoglio al numero 7. Sembra quasi un posto inventato, come tutte le cose troppo simpatiche e carine che esistono solo nella fantasia.
Invece esiste per davvero. Ed è un negozio davvero speciale, perché il negoziante, che si nasconde dietro il finto nome di Michele Campovecchio, in realtà è un Mago. Ma un mago di quelli buoni, forse l’ultimo rimasto: il suo unico scopo nella vita è vedere felici i bambini, e rendere felici insieme a loro i cuccioli degli animali, che come tutti sanno non chiedono altro che essere amati e accuditi dal tenero cuore di un bimbo. Michele Campovecchio dimostra cinquant’anni, ma in realtà ne ha quasi quattromila.


Il mago buono indovinava sempre la bestiolina adatta per ogni bambino. Se uno andava al negozio e chiedeva l’animale sbagliato, il mago Michele non se ne preoccupava: sapeva che sarebbe bastato far incontrare gli occhi dell’animale giusto e quelli del bambino, e allora il bambino se ne sarebbe innamorato e avrebbe detto: “No, ho cambiato idea: voglio quello”. Come il piccolo Filippo che voleva un gattino, ma il Mago alla fine gli vendette per pochi centesimi (a lui non importava arricchirsi) una piccola tartaruga acquatica. Il Mago sapeva che la tartaruga era la bestiola adatta per lui, perché Filippo era un bambino scontroso e solitario che non si fidava di nessuno. Il Mago sapeva che grazie alla tartaruga, anche lei sospettosa e guardinga, ma che di lui si sarebbe fidata eccome, anche Filippo avrebbe imparato a fidarsi, e sarebbe così guarito dalla solitudine. Fidarsi, ma non di tutti. Solo di quelli giusti. Così come la tartaruga (che avrebbe poi chiamato Mordimordi, perché ogni tanto gli mordeva per gioco i ditini) si fidava, ma solo di lui, anche Filippo avrebbe imparato che le persone non sono tutte uguali. Che bisogna sapersi difendere da chi potrebbe farti del male, ma che se incontri un amico vero devi saperlo riconoscere e donargli il tuo cuore.
Della tristezza del gattino rimasto senza padrone il Mago non si crucciò: sapeva già che il giorno dopo l’avrebbe venduto a Valentina, venuta a chiedere dei pesciolini rossi ma subito conquistata dallo sguardo del micino, che era il cucciolo perfetto per lei.
Fu molto bella anche la storia di Piero: voleva un pappagallo, ma il Mago gli vendette un cagnolino che alcuni anni dopo, diventato uno splendido cane lupo, gli avrebbe salvato la vita mentre rischiava di annegare nel fiume.


Quando si sparse la voce che a Castelbello i bambini erano troppo felici, al mago cattivo Paonazzo Brubrù, che viveva in un vecchio e freddo castello in cima al Monte Nero, venne un colpo per la rabbia. Come sua abitudine in questi casi, si mise davanti allo specchio e cominciò a sputacchiare a se stesso, e a strapparsi via con molto dolore i peli duri come fil di ferro che gli uscivano a ciuffi dalle orecchie, usando le dita dei piedi.
“I bambini non possono, non devono essere felici!”, ripeteva furioso il mago Paonazzo Brubrù al sé stesso nello specchio. “Come si permettono questi qui di Castelbello di non avere mai paure né tristezze, né malattie né rimpianti né lacrime? Il mondo, il mio mondo, ha tanto bisogno di lacrime di bimbi!”
E sptù!, e sptù!, si sputacchiava in faccia nello specchio tutto sputacchio. E stràp, e stràp, si strappava i peli duri dalle orecchie con le dita puzzolose dei piedi.

Allora un brutto giorno il mago cattivo Paonazzo Brubrù arrivò a Castelbello, per indagare sul motivo di tanta fastidiosa felicità. Non ci mise molto a scoprire che la colpa era tutta del negozio di animali TENERI AMICI di vicolo Bentivoglio. Decise dunque di fare del male al mago buono e a tutti i suoi animali: micini, cagnolini, criceti, porcellini d’india, conigli, e uccellini e topini e marròfoli. Così tutti i bambini sarebbero finalmente ridiventati tristi.

Ma invece: sorpresa! Il mago buono non dovette far altro che far incontrare lo sguardo di Paonazzo Brubrù con quello del coniglietto azzurro. Era l’animale giusto per lui, e stava da più di cent’anni nel retrobottega in attesa del suo padrone ideale, che non veniva mai. Allora il coniglietto, vecchissimo, fece un sospiro di contentezza, e poi morì soddisfatto. Allora (chi non l’ha visto non ci crederà mai) il mago cattivo prese fra le sue mani il corpicino senza vita del coniglietto azzurro e si mise a carezzarlo teneramente. Come tutte le persone cattive, Paonazzo Brubrù non era mai stato capace di piangere in vita sua. Ma per la morte del coniglietto azzurro il mago cattivo si sorprese a distillare una lacrima: un’unica, solitaria, densa lacrima azzurra che fuoriuscì dal suo occhio sinistro (molto timidamente, come se pensasse di dover chiedere “permesso” prima di uscire).
E questa lacrima che pianse per il suo coniglietto lo trasformò per sempre in un mago buono.
Così i due maghi divennero amici, e si misero in società per ingrandire il negozio e fare ancor più felici i bambini.


Queste cose succedono solo a Castelbello, e una volta ogni quattordici secoli.
Ma l’importante è che succedano.
Poi Castelbello sparisce, persino dalle carte geografiche, e ridiventa per molto tempo un paese nascosto. Così che nessuno, né buono né cattivo, possa andarci a ficcanasare.
Perché da quelle parti amano tanto gli animali e tantissimo i bambini.
Ma non sopportano i curiosi.

martedì 20 dicembre 2011

Eresia flash – La banalizzazione dei Sentimenti: “Tradire fa bene all’amore”? Io direi proprio di NO!


Ma perché gli italioti debbono sempre e su tutto essere i più banali e conformisti del mondo? Eterni cantori della più grigia e squallida ipocrisia? Di scempiaggini rasoterra tipo quella secondo cui “tradire fa bene all’Amore”? Ma quando mai? C’entrerà, come al solito, il bieco cattolicesimo, quella salsina rancida e furbetta in cui vengono incarpionati da piccoli? Quella religioncina di comodo che li convince del fatto che puoi anche rubare e ammazzare, basta che poi ti confessi, e fai una bella offerta per restaurare la chiesa?
Il celebrato regista Pupi Avati dice: “Ho tradito, ma credo nel matrimonio”.
Be’, io nel matrimonio non ci credo neanche un po’. Ma il tradimento e i traditori mi fanno proprio schifo. Uno schifo da conati di vomito. È più forte di me.
Ormai lo si sarà capito: io sono italiano soltanto per capriccio anagrafico (e per l’uso di questa Lingua che ritengo Meravigliosa), ma il mio molesto parere è il seguente:
chi sceglie di essere libero, libero sia, con gioia (il che vale tanto per i single cosiddetti “farfalloni” quanto per le coppie, per loro decisione, “aperte”).
Ma chi, per scelta non imposta da nessuno, è coppia, abbia il cuore, l’anima, il cervello e le palle per essere coppia!

mercoledì 14 dicembre 2011

“AGONIA DI UNA FATA E ALTRI SFACELI” – tre altri maledetti giorni di quel maledetto 2003.



“Io sono come una rana in uno stagno asciutto”.
(MaitU I, 4)


2 giugno (lunedì)

Bellissima mattina.
In cucina, beviamo insieme un caffè, parliamo di libri (le faccio vedere una doppia recensione allettante) giochiamo una partita (la prima nostra) a cinquecentouno. Lo trova un gioco divertente.

Stanotte ho dimenticato il telefonino in sala, acceso. Fortuna che non ci sono stati squilli pubblicitari o di coglioni sbaglianumero. Sto andando un po’ via di testa.

La Lidia si sistema fuori, sul dondolo all’ombra, con una sedia per alzare le gambe, i cuscini, un bicchiere di tè, il suo libro.
Telefona col cellulare a T. per dire che ha giocato e vinto a quel nuovo gioco che ci ha insegnato lui: è tutto contento. Dopo le porto la felpa grigia perché c’è fin troppo venticello. Pagherei miliardi per altre mattine così tanto serene. La vedo leggere rilassata, tranquilla, seduta sul dondolo. Mi ricorda quando ascoltava il walkman, convalescente (lei, non il walkman) dal laser alla rétina. Soltanto due anni fa.

Arrivano Simona e frugoli. Invento un gioco con la palla da tirare dentro un portavasi di plastica, che tengo fra le mani trasformandomi in canestro vivente, una specie di babybasket molto baby, ci divertiamo.
Mangiamo, a pranzo, riso in insalata fatto in società, e delle ciliegie.

Si riparla di quanto è stata assurda sua madre – e assente suo padre (peggio della favola di Cenerentola) negandole perfino la possibilità (questa non la sapevo ancora) di frequentare le scuole serali quando faceva la baby schiava in sartoria!

Chiede del cotone con qualche goccia di acqua di rose perché dice, piangendo, che gli odori la torturano. In compenso, gustose ghignate per il libro che “è tornato dentro con le zampette” (suo marito Piermetapòst). Poi deve andare un po’ a letto.
Scrivo una lettera per conto di mio fratello. Adesso si mette a darmi problemi pure la stampante. Ma quanto le odio, le stampanti?

La lavanda è diventata stupenda. Era una minuscola piantina comprata al supermarket, di quelle che di solito durano due giorni, è diventata un cespuglio rigoglioso. Quell’angolo di guardino è il suo posto ideale.

Pomeriggio ancora fuori sul dondolo. Telefona il dottore per informarsi sulla prima visita oncologica, e resta interdetto per l’appuntamento del giorno 11. Insiste col consiglio di andare domani per averlo prima col dannato bollino verde. (Bisogna però sentire anche la L., che pasticcio!) Poi dice senza febbre alta sospendere il cortisonico, cosa che si rivelerà una colossale boiata. Il resto va bene.

Si parla un po’ lì alla rete coi P. Per la prima volta vedo lui sorridente appoggiarsi alla moglie. Ce l’ha ancora con le stramaledette lumache mangiatageti. Dice che se riescono a fiorire a quel punto sono salvi e si difendono da soli, perché il fiore puzza.

Stiamo tutti in giardino in attesa del temporale.
Farà solo due gocce.

Dopo cena scrivo un po’. Poi dovremmo vedere Uomini e topi. Sembra che l’idea di mettere il televisorino e il vhs in camera le vada.

Per stanotte, quando veglierò in gran segreto, terrò sulla scrivania vecchia solo un bicchier d’acqua, una candela, i testi Vedici, libri, appunti e l’articolo su Raimon Panikkar con la sua foto. Spero che per leggere, sussurrare le parole che ho scelto per Lei basti la luce della candela. Coprirò le cifre luminose dell’orologio.

Vengono Alberto e Marta. Chiama la L. Spiega che il giorno 11 era il primo buco per emergenze col dottor B. Cinque giorni prima c’era il dottor M., che sconsiglia sul piano umano avendolo avuto il suo defunto suocero: pare sia uno che ti tratta male, che non ti risponde se gli fai una domanda, che ti deprime. Il fattore umano è importante, decisivo, visto che quello sarà poi il medico che ti segue per tutto il tempo. La mamma è d’accordissimo. Comunque, domani prova a vedere se si può anticipare anche con B., poi ci telefona.


3 giugno

Apprendo di una notte di dolori e insonnia.
Le faccio bere la “pozione magica” senza dirle di cosa si tratta.
“Perché mi dai quest’acqua?”.

Papà in farmacia-coop-farmacia (sembra tarantolato, poi vuole reinformarmi su tutto, So già, dico, Non mi angustiare.)

Compriamo il contramal.
Telefono al dottore per sapere tempi e modi di somministrazione, lunga telefonata, non chiede più dell’oncologo e io non gliene parlo.

Sfumano 380 euro per colpa del maledetto Helsingborg. Colpa mia. Avevo azzeccato due pareggi spagnoli, quello del Varese, il primo tempo dell’Atalanta, un paio di Finlandesi facili. Ero stato praticamente un genio. Che bisogno c’era di aggiungere questa merdina quotata 1.20? Perché sembrava una vittoria scontata, per arrotondare! E invece mi va a finire 0-4. Così assurdo che per tutto il giorno lo vado a ricontrollare, sperando in un errore del televideo.

Mentre telefono al dottore, la mamma trova un quadrifoglio sotto il dondolo. Buon segno, o ci si prende anche per il culo?! Io in compenso mi ritrovo, in camera, una vespa sul collo, meno male che non mi punge. Poi la mamma si mette a rompere di brutto per i pavimenti sporchi, e io non ci capisco più niente.

Contrordine: telefona la L., appuntamento domani alle 15, però con M. Non per fare la volpe e l’uva, ma mi sento sollevato. Una settimana poteva essere troppo decisiva! E poi il lato umano è così soggettivo… magari la mamma si sarebbe trovata peggio con l’altro. Oggi andrò dalla L. per riprendere il nostro materiale.
Incredibile: sarà la prima volta che andrò a casa di questa mia cugina, inseparabile compagna di giochi nei primi anni della mia vita (era quella da cui le suore volevano separarmi nel cortile dell’asilo, i maschi di qua, le femmine di là, schifose arpie).

Mentre sono fuori a fumarmi una sigaretta, telefona, per interessarsi alla mamma, la dottoressa Z.! È davvero un’ottima cosa, e la Lidia ne viene molto rincuorata. (Ha confessato sia a lei adesso che alla L. prima tutta la sua paura. Paura cui si aggiungeva l’ansia per l’attesa: è davvero molto meglio che si cominci subito, domani).
Chiamerà anche la parrucchiera per una messa in piega domattina. Vogliano gli Dèi che sia tutt’altro che l’ultima.

Oggi Marta e Alice (aspettando il pulmino parlo con C. dei miei progressi culinari). Giochiamo e merendiamo. Poi il marròfolo fa un bel disegno, due fiori, per la nonna, e li ritaglia. Quando la nonna si alza, l’aiuta a sbucciare i fagioli. Do alla Lidia il numero della S., ma non la trova (faccio un po’ da agente telefonico, sollecitandola a parlare con quelle persone che le farebbe bene sentire).

Poco dopo le sei vado dalla cugina L. Trovo quasi subito. La casa è in una posizione bellissima, le tre bambine adorabili (non le avrei mai riconosciute). Hanno un bel cane, un coniglio, un acquario con pesciolini piccolissimi, e due mini pesci rossi hanno fatto pure un piccolo, microscopico. Le dico di venirci a trovare con le bambine, qualche giorno.

Dopo aver cenato papà va a coprire un buco di qualche minuto con le nipotine. Io esco ad annaffiare, e nonno e bambine mi guardano dal finestrone lassù. Partono saluti e scariche di baci. L’Alice si sbraccia, la Marta manda più che altro i bacini.

Quest’anno il nostro giardino pare magico: oltre alla zucca spuntata da sola non si sa come, alla lavanda, e alla piccola felce, adesso vicino alla siepe abbiamo pure le fragoline matte.

Mi fumo un sigarillo alla vaniglia sul dondolo, poi entro a dare un’occhiata a Italia-Irlanda del Nord già cominciata (frega un cazzo).


4 giugno

La mattina presto piove a dirotto. Stanotte ha dormito benissimo. In compenso, ha appena vomitato. Teme di aver rigettato gli antidolorifici prima di assimilarli. Vomitare pochi giorni prima della prima chemio. Non è un buon segnale. Non è incoraggiante.

Dopo colazione, mio padre viene a informarmi. Con gentilezza gli rispiego che appena mi alzo chiedo sempre alla mamma, e che dirmi le cose due volte serve solo ad angosciarmi. Ma so già che domani sarà di nuovo così: sono uno che quando parla non viene ascoltato.

È sempre stato un padre ossessivo, maniacale, opprimente, pignolo, meticoloso, assente dal reparto “giochi e divertimenti” e presentissimo nel reparto “raccogli subito quella cosa che è andata per terra e mettila al suo posto”. Mai violento, però iracondo sì. Una volta, da piccolissimo, restai impressionato da una sua scenata bestemmiosa, ne chiesi il motivo alla mamma, e lei mi spiegò che papà aveva rotto una bottiglia di birra. La sera dopo, altra scenata per chissà quale altra sciocchezza, e io che collegandola al precedente della birra rotta chiedevo: “Oto bìa, papà?”.

Alle dieci vado a portare la mamma dalla parrucchiera. Appena sul rettilineo (sono già sui sessanta, non sto intralciando), arriva un’autobotte a duecento all’ora. Il prepotente che la guida mi alza i fari più volte. Suona. Allora io rallento apposta, tipo safety-car. Quello si sbraccia, si agita, si contorce, di continuo alza i fari e strombazza, impazzisce, m’insulta, mi spaventa la mamma. Rallento ancora di più, abbasso il finestrino e gli faccio tutti i gesti che merita, gridando “Schiavo di merda, spezza le catene!” (forse la spavento più io, la mamma…)
Poi, quando giro al rondò, accelero e gli faccio ciao ciao.
Se potesse, lui mi ammazzerebbe. Roba da matti. Peggio di Duel.

Meravigliose le rose davanti alla parrucchiera. Non piove più, ma quando la mamma scende le porgo l’ombrellino. Al mio ritorno a casa, all’incrocio qui sotto, l’Alberto e papà stanno giusto uscendo, stanno tentando con pazienza di uscire, verso Varese, per andare a comprare i materassi nuovi.

Vado a riprenderla. Ripiove. Dolcemente.
Coi capelli corti sembra quarantacinquenne. E sana.

Il ragazzo accoltellato l’altra notte a Varese per aver chiesto una sigaretta era un compagno di scuola del figlio della parrucchiera. Viviamo in una piccola giungla di merda.

In sala, lunga chiacchierata sulla vita e sulla morte, e sulle mentalità un po’ di cacca (papà che la riprendeva se ci baciava da piccoli, dicendo cattiverie sulla mamma dell’A., zimbello del parentame perché troppo affettuosa, lui che adesso si attacca alle nipotine per sbaciucchiarle come uno sturalavandino di gomma. Ma forse è solo coi maschi, che non andava bene?)
Le dico quel mio struggente pensiero dell’altro giorno in giardino, di come dopo la sua morte, sperando sia tra vent’anni, ogni volta che succederà qualcosa di bello, di strano, di curioso, mi verrà l’impulso di dirlo a lei (ad esempio, un’ormai inaspettata fioritura della tulipifera).
Lei mi risponde Me lo potrai dire lo stesso.

I materassi li consegneranno venerdì. L’Alberto riferisce un’idea della Simona: per quando farà più caldo e lei sarà a casa dal lavoro, cioè dalla prossima settimana, ci offrono la loro macchina che ha il climatizzatore, per andare a Varese. Pensiero davvero gentile.
Preparo zucchine con lo scalogno.

Varese. Ospedale di Circolo. Padiglione di oncologia.
Dopo la visita, la mamma è enormemente sollevata. L’impressione del dottore è ottima. Molto giovane, della mia statura, persona carina, gentile e rassicurante. Tornati a casa, lei ancora dubita che sia “quel” M. Proprio vero, mai fidarsi quando qualcuno ti parla male di qualcun altro. Sollevata anche per quello che lui dice: nuovo tipo di chemio che non fa vomitare e non fa perdere i capelli. Anche lui ha visionato i chili di scartoffie che mi son portato dietro, e che alla fine non riuscivo quasi più a rimettere in ordine, anche lui conferma le cose dette dalla Z., di cui ha letto attentamente la lettera (ripeto, gentilissimo, come la sua assistente che trascrive l’anamnesi al computer): obiettivo far regredire il tumore, o al peggio arrestarlo com’è [patetica bugia, questo devo aggiungerlo, ma allora me la bevvi: mi attaccai al fatto che in sala d’attesa si vedevano donne molto anziane che col tumore – evidentemente di tipo diverso – ci “convivevano” da anni e anni.]. La chemio sarà una volta alla settimana per tre settimane, poi una di riposo, poi di nuovo.
Ad agosto, rifare tac o eco ed esami del sangue per vedere l’evolversi della situazione. (Esami del sangue, per averli recenti, da rifare anche adesso, scrive la richiesta, andremo domani a Cittiglio).

Utilissimo il foglietto che ho preparato con tutte le medicine che prende la mamma: per la trombosi fraxiparina due iniezioni, per la pressione combisartan una compressa, per il dolore tora-dol dieci gocce tre o quattro volte e contramal due capsule, per lo stomaco omeprazen due capsule e peridon una compressa, per la febbre soldesam sedici gocce (cortisonico), per la tosse levo tuss venti gocce due volte. Le danno già un cartoncino coi primi tre appuntamenti: venerdì 13 alle 12.15, venerdì 20 alle 8.30, venerdì 27 non ricordo a che ora.

Uscendo, lei mi aspetta su una panchina, perché entrando abbiamo dovuto camminare per l’impossibilità di parcheggiare vicino, e adesso è troppo stanca per rifarlo. Un vero manicomio, viabilità e parcheggi lì dentro. Oltretutto fa un caldo pazzesco.

L’unica cosa che mi ha lasciato perplesso è stata la povertà dell’anamnesi.
A parte le solite domande su ereditarietà e precedenti patologie, l’anamnesi di un malato di tumore al pancreas praticamente si limita a questo: Fuma? No. Ma in passato fumava? Sì.
Basterà per includere anche la mamma nella disonesta e facilona e superficiale statistica degli assassinati dalla sigaretta?
Nessuno le chiede se la sua vita è o è stata stressante, quanti gas di scarico di automobili respira, se ha sofferto di depressione, se vive vicino a cementifici o fabbricacce inquinanti, non le chiedono le abitudini alimentari, se faceva uso di dolcificanti chimici, quali carni mangiava, se esagerava con patatine o dolciumi o grassi animali, non le chiedono quanti rifiuti radioattivi siano stoccati nella vicina Ispra, all’azione di quali campi magnetici sia stata sottoposta, o quante decine di aerei le caghino in testa ogni giorno nell’avvicinarsi alla fottuta Malpensa.

Al parcheggio, trovo sotto il tergilunotto un altro opuscolo di finanziaria. Era già successo a Cittiglio, ma si trattava di un’organizzazione diversa. Sanno bene, i maiali, che in un ospedale si può trovare un sacco di gente disperata, che ha bisogno di soldi subito per pagare interventi o medicine o ricoveri in cliniche private. Sottouomini spregevoli, gli usurai, anche se legalizzati.
Strozza lo strozzino pare un giusto e sacrosanto slogan anche a un non violento come me.
E se esistesse un Inferno di tipo dantesco, mi dico, gli strozzini starebbero giù in fondo, con la testa conficcata nella roccia ghiacciata e le gambe all’insù, e Satana che gli infila nel culo miliardi e miliardi di dobloni roventi, come nella fessura di una stronza slot machine.

In macchina al ritorno faccio una sauna. Appena a casa, doccia salvavita. Prima mando baci alla mamma come faccio sempre con le bambine, e lei ricambia. Poi Alberto e Marta portano un po’ di felicità. La mamma sta sulla poltrona. Esco e parlo con l’Alberto, gli dico anche della mia idea del lettore dvd, lui dice che non saranno necessarie nuove casse, e se il nostro vecchio stereo ha una presa esterna useremo quello, come amplificatore. Andremo da B. appena incasserò la piccola vincita dell’altra settimana.
Propongo di andare io e lui a Gavirate a prendere granite e gelato. (Mi cambio, calzoni blu corti multitasca e maglietta color senape, lui scendendo le scale della cantina mi dice Ti sei vestito da spiaggia, mi volto ed è uguale, anzi, io almeno ho i mocassini, e lui dei sandalacci aperti. Ridiamo).

Alice sempre più triste per via della malattia della sua dolcissima nonna, il cui protrarsi non riesce a capire. Andiamo dove c’è la loro sabbia, bagnata per la pioggia, e facciamo un bel castello con torri, finestre, bandiere, fossato, coccodrilli (fatti con aghi di pino) e ponte levatoio. Poi arriva l’Enrica. Foto con tutti loro e papà. Dico alla zia quanto la mia Fujica sia un carissimo ricordo, perché comprata vent’anni fa coi soldi che mi diede la nonna.

A cena mangiamo pasta e fagioli. Buona ma non ottima come al solito. Dice Con lo stato d’animo in cui l’ho preparata ieri, alla brutto cane… Idea di mettere proprio sul menu “fagioli alla bruttocane”. Stasera la febbre è a 38, prende anche il cortisonico, che comunque il dottor M. ha consigliato di assumere in ogni caso.
Io e papà guardiamo in tv un poliziesco abbastanza deludente.

Il nome della speranza è (trascrivo dalla lettera della dottoressa Z.): GEMCITABINA.

lunedì 12 dicembre 2011

Tre poesie dei giorni rubati (1989-1990)



PARANAJA 223



Scheisse-Stadt

Ville de merde
Quattro case e una kasèrm

Here tu ne peux be pas youself
Qui you can't etre a real man

Solo in sonno sogni freedom
La sfiori in walkman television

Qu'est-ce que c'est suicide temptation
I don't know se è la solution

E mi sento down down down
Perché vorrei volare but

I'm intrappoled dan' this
SHIT TOWN






ROSSANA



Mia cara Rossana
Non era impossibile, sai
In quella notte bugiarda e sincera
Cambiare la mia e la tua vita

Caserma Rossani
Da mesi qui dentro oramai
Prigioniero di questa bandiera
Pensando fra poco è finita

Rossana
Rossana
Rossana

Ma poi chi sarà la mia vita?






GUARDIA NOTTURNA IN PORTA CARRAIA



"Altolà
Chi va là
Passi al largo"
Forse sono
Già pazzo
Ma non
Me ne accorgo

"Ufficio
Addestramento
Geniere Pezzoli"
E in fondo
Erano tutti
Peccati
Veniali

Forse sono
In catene
Soltanto
Per sbaglio
O per poca
Fortuna

E mi trovo
A inseguire
Distratto
Quei raggi
Di luna



Pattugliando
E vegliando
Sul sonno
Dei mezzi
M'illudo
Di poter ignorare
I miei nervi
Ormai a pezzi

Stare soli
Con un fucile
E dei colpi
E' cosa assai dura
E quando mi specchio
Nel cielo mi faccio
Paura

Ma non devo
Lasciarmi
Scappare
Di mano
La speranza
Che scivola

E continuo
A inseguire
Distratto
Quei raggi
Di nuvola




sabato 10 dicembre 2011

Non solo stroncature. Consigli per le feste, per provare a difendervi dall’editoria ecospurgo-natalizia che mirerà a CONCIARVI, per le feste…. (3)



Martin Amis
L’informazione
Einaudi
Pagg 436 € 12.50
Voto:

Quella di partenza è una situazione che ricorre spesso nella narrativa moderna: il rapporto perverso fra due amici scrittori, con quello semisconosciuto e fallito (che però si ritiene più dotato, e forse lo è) a macerarsi nell’invidia per il successo commerciale e mondano (ai suoi occhi clamorosamente immeritato) dell’altro, che percepisce sempre più come individuo fortunato, superficiale e fasullo, arrivando al punto di desiderarne, e addirittura progettarne in modo concreto, la distruzione persino fisica.
Non qualcosa di particolarmente nuovo, dunque, ma nessuno l’aveva mai resa con la verve geniale e travolgente di questo riuscitissimo romanzo, pienamente comico in alcune sue trovate, pienamente tragico nel descrivere la disperazione di un uomo portato dalla sua lucida ipersensibilità, ma anche da un’ambizione smisurata e frustrata, sull’orlo della follia.

Vulcanico e talvolta un po’ arruffone, ricco, originale e generoso fino all’incasinamento, elettrico ai confini del cortocircuito, Martin Amis è un certamente ottimo scrittore, ma forse di quelli da prendere a piccole dosi non consecutive: diciamo che un paio di suoi libri all’anno potrebbe essere la giusta posologia. Piacevoli comunque il suo umorismo corrosivo, l’inventiva, il sarcasmo, la perfidia. Amis non è un amante della sintesi, almeno non qui (più di quattrocento pagine a caratteri molto minuti, altrimenti sarebbero state settecento), quindi ogni tanto un po’ di noia, ma poca poca, ve l’assicuro.

E poi, come non amare uno capace di riversare ironia al vetriolo persino sui pianeti e i loro satelliti? [pag. 66: “E ora Plutone. Non bisognerebbe mai prendere in giro gli afflitti, naturalmente, ma Plutone è davvero un disgustoso pezzetto di merda. Giove non ce l’ha fatta a diventare stella; Plutone non ce l’ha fatta nemmeno a diventare pianeta. Atmosfera rarefatta, una crosta di ghiaccio spessa 500 chilometri, e poi roccia. La massa di Plutone è circa un quinto della massa della nostra luna, e la sua luna, Caronte (altro cesso) è ancora la metà.”]

Chi non sa, o non vuol sapere (perché non gli conviene) cosa sia uno Scrittore, accusa Martin Amis di essere troppo virtuosistico, pirotecnico e autocompiaciuto. In altre parole, lo accusa della grave e imperdonabile colpa di essere troppo bravo.
Be’, che devo dirvi: se vi piacciono sciatti e mosci, come certi nostri balbettanti e presuntuosi coglioncelli, come certi nostri scolaretti politicizzati e omogeneizzati e pompati che non sarebbero degni di pulirgli una ciabatta con la lingua (o, per fare un esempio cinematografico, se preferite cinepurgoni e mediocri checchizaloni a Woody Allen), non leggete Martin Amis.
Ma se vi piacciono bravi e talentuosi, avrete già indovinato cosa sto per dirvi: non fatemi incazzare.
In ogni caso, questo è un romanzo da regalare solo a chi ama davvero leggere, che siate voi stessi o una persona a cui volete bene. Se ama solo leggiucchiare di tanto in tanto, potrebbe non apprezzare un simile dono. Questo mi pareva corretto dirvelo.
Parola di Scriba.

martedì 6 dicembre 2011

Assaggi di romanzi inediti - da GIGOLO' PER CLIENTE UNICA: stralci dei capitoli 10 e 11



Così hawajana non vale


Quel pomeriggio dovevo già recarmi in città per piazzare una puntata sul calcio dal mio bookmaker, e per tre o quattro tascabili economici che avrei comprato da Pontiggia: qualcosa per me e un regalo per Federica. Mi ero appuntato su un fogliettino nomi e numeri dei sette-otto annunci che mi interessavano. Su un altro fogliettino gli 1-X-2 della speranza. Su un terzo, titoli e autori. Non per criticare, ma ero strapieno di fogliettini del cazzo. Parcheggiai lungo un vialone alberato di periferia, accesi il telefonino e cominciai a chiamare. Sull’Okkasiùn Perbenista c’erano solo (rare) occasioni etero (sino a pochi anni fa, nemmeno quelle: solo le agenzie matrimoniali, perché quella è roba onesta, perbacco!).
Véronique avrebbe dovuto portare pazienza, oggi scopavo io. Prima setacciata:

ISABELLA, MORA, 20 ANNI, NOVITÀ!: Il numero da lei desiderato non è più attivo.
VALERIA, MAGGIORATA, CALMA, RICEVE SOLO EDUCATISSIMI: Il numero da lei desiderato non è al momento raggiungibile.
Chissà cosa starà facendo…
CHIARA, ITALIANA, 30 ANNI, MOLTO CALMA, PULITA, RICEVE SOLO DISTINTI: Risponde la segreteria telefonica del numero…

In compenso il cellulare di “Patrizia calma” suonava a vuoto. (Ma che è ‘sta fissa della calma, gli uomini han paura che je menino, i troioni?)
Come inizio non c'era male.

[....]

Poi, sorpresa: “Viki” è un’hawajana di vent’anni, appena arrivata in Lombardia! Dice che sono in due. C’è anche un’amica italiana, e potrò scegliere. Ma in cuor mio ho già strascelto la ventenne delle Hawaii. Mi dà un indirizzo facile da trovare, in una via che ha il nome di un poeta. Prima, le commissioni. Ma col pensiero a Viki, a come sarà questa Viki, a come sarà l’appartamento al poetico indirizzo, a cosa ci farò insieme alla mia Viki.

[....]

Un’ora dopo, sbrigate le mie cose, arrivo nei pressi dell’appartamento nella via intitolata al poeta, e ritelefono. La dolce ventenne hawajana mi dà istruzioni più precise: «Sul citofono “S”», dice. «“S” come Sesso».
Queste proprio ti stendono, a colpi di fantasia.
Lascio la macchina poco lontano e mi avvio a piedi. Pioviggina. Me ne accorgo allorché sento un vecchietto annunciare: “El gutìsna!” (Gocciola!) Le gambe, molli, mi sorreggono a malapena. Anche se sono un tipo navigato, è sempre come la prima volta, per me. Al numero indicatomi c’è un residence. Davanti al cancelletto non riesco a individuare la S. Le targhette fatte scorrere troppo in fretta mi danno l’effetto vertigine dei libri nella biblioteca di Federica. Sto per rinunciare, sto per chiamare di nuovo col motorola blu regalo della mamma. Poi spunta dal mazzo la S, e suono. «Vialetto a destra, scala esterna, secondo piano», dice la voce hawajana.
Entro nel giardinetto. Guardo su. Intravedo una tendina che si muove a spiare i miei capelli appena inumiditi dalle gocce fini fini. È una piccola cosa che mi fa tenerezza. È come l’essere aspettati a casa. Papà sta arrivando, bambina.
Quella che viene ad aprirmi quasi quasi mi si nasconde dietro la porta. Ci risiamo, penso. Mi sorride. Decisamente racchia. Sembra la sorella di Natasho Cozzolin. Potrebbe chiamarsi Vespasiana, per quel che ne so. Sto per incazzarmi. Lei sostiene di chiamarsi Alexia, e mi introduce nel normale ingresso-soggiorno di casa vostra: un divanetto, un tavolo rotondo, una tv sintonizzata su un programma per minus habens – unico elemento fuori posto il letto matrimoniale col copriletto zebrato. Senza paura di sembrare scortese, chiedo subito dell’amica hawajana. C’è davvero? Pare di sì, per fortuna. Vespasiana Cozzolin sparisce dietro una tenda che fa da porta-separé. Rispunta fuori tenendosi per mano con la ventenne hawajana. La ventenne hawajana è una probabile trentenne con ben poco, di hawajano. Non si capisce di dove diavolo venga. Etnia indefinibile. Bassotta e pienotta, faccia da palla di luna, senza che gliel’abbia chiesto mi dice il suo nome, che non è il Viki dell’annuncio, ma un suono strano e difficile da ricordare, Ayuba, o qualcosa di simile. A me mi puzza di Consuelo. Ma ormai ci sono. A lungo rimango indeciso tra le due, le guardo, le soppeso, nicchio, tentenno, valuto quale sia la meno peggio, ma l’hawajana Palla di Luna pur non essendo hawajana mi appare un pochino più desiderabile, di Vespasiana Cozzolin in arte Alexia – Alexia magra magra e lì che freme, che muore assurdamente dalla voglia, che mi sorride traboccante di me come volesse sposarmi. Vade retro, cocca. Sparire retro tenda, grazie. Loro approfittano della mia indecisione per propormi un triangolo racchiangolo, ma una cosa in tre costerà il doppio e io sono venuto col centone contato, e poi Vespasiana mi fa rimpisellire, allora diplomatico mi schermisco dicendo che non sono “così tanto stallone”. «Tre per un maschio solo è troppo», aggiungo. Non capiscono. Non si sono ancora accorte di Véronique.
Comunque sembrano piuttosto calme, come troie.
Come un sultano al mercato degli schiavi indico finalmente Palla di Luna, che tra l’altro somiglia alla moglie di un amico a cui una bottarella tra il lusco e il brusco in fondo in fondo la darei. Ma sì, sciolta l’indecisione, vada per Palla di Luna, la pseudo Viki non di Waikiki, e per l’immaginario da Corna Vissute. L’altra pare rimanerci male, ma tant’è, non sono mica al mondo per sfamare la famiglia Cozzolin. Sparisce retro tenda.
Palla di Luna mi sorride, dice Spogliati, spegne la tv, prende a svestirsi a sua volta, è simpatica e forse anch’io le sono simpatico, m’infastidisce soltanto il fatto che si metta a blaterare di un certo “regalino”: «Il regalino, prima il regalino», continua a farfugliare, mentre io mi avvicino e cerco di palparla un po’ da dietro, di saggiarne preliminarmente le carni, leccarle un po’ il collo. «Il regalino!» quasi si spazientisce, come se volessi fare il furbo e trombarmela gratis.
Con le femmine capita spesso, che invece di chiamarli “soldi” usino di questi mongoli eufemismi. A Véronique che tratta coi maschi e i trans non succede mai, ve l’assicuro. Pane al pane, soldo al soldo. La prossima che mi chiede “il regalino”, giuro che invece del centone le ammollo un pezzo di bigiotteria cinese da 2 ghelli, tanto per vedere che faccia mi fa.

[....]

Quando sto per andarmene, Palla di Luna mi sorprende ancora: scarta una mentina, se la mette in bocca, la succhia solo un po’, quindi con un bacio acrobatico e profondo la fa guizzare nella mia. Ipotizzo un possibile ritorno, e per dirmi va bene lei risponde: «Vale».
«Vale?», ripeto io, incredulo ma neanche troppo. «Di’ un po’ la verità, Consuelo: sei di Siviglia o di Madrid?»
«No me chiamo Consuelo. E te ho detto che sono hawajana, no?».
«A me sembri più castigliana. Non che ci siano problemi, ma gli spagnoli, dicono “Vale”».
Lei non si capacita della mia perplessità. Dice che le hawajane sono per l’appunto ispaniche, lo sanno tutti.
«A me risulterebbero più sul giapponese» le dico, «sul tahitiano».
«Le Hawaii stanno en America del Sud» m’informa Palla di Luna, incredula della mia ignoranza.
«Sì, domani» rispondo. Ma lo faccio sorridendo. In fondo, a chi importa dove sono ormeggiate le stracavolo di Hawaii? Lei sembra crederci davvero, che stanno nell’America del Sud. Perché deluderla facendo il saputello? Sulla porta ci mandiamo un bacino, e un ultimo sorriso.

domenica 4 dicembre 2011

Non solo stroncature. Consigli per le feste, per provare a difendervi dall’editoria ecospurgo-natalizia che mirerà a CONCIARVI, per le feste…. (2)



Paul Auster
La notte dell’oracolo
Einaudi
Pagg 207 € 11
Voto: 10+

Dopo l’ottimo thriller di Collins di tre giorni fa, oggi vi voglio parlare di un romanzo per palati ancor più sopraffini.
Questo è un libro da regalare innanzitutto a voi stessi, per farvi del bene, per gratificarvi, premiarvi, coccolarvi. Oppure da regalare a qualcuno che sapete particolarmente innamorato dell’Arte Narrativa (ma in questo caso dovrete essere ben sicuri di non fare un doppione, perché se è innamorato dell’Arte Narrativa è abbastanza probabile che La notte dell’oracolo sia già da tempo presente tra gli scaffali della sua libreria).
Si tratta forse del più bel romanzo scritto dal mio autore preferito, un romanzo talmente geniale che francamente non saprei che altro dire, quindi non fatemi incazzare eccetera eccetera.
L’unica cosa che posso aggiungere è che, se non l’avete ancora letto e pensate di leggerlo, non potrò far altro che invidiarvi, nel ricordo dell’irripetibile emozione che provai, qualche anno fa, al cospetto di questo libro, e di tutti i successivi di Paul Auster che divorai in rapida successione (dovendo fare una classifica, gli altri migliori sono per me, nell’ordine: Il libro delle illusioni, Trilogia di New York, Moon Palace, Follie di Brooklyn, Timbuctu, tutti con voto fra 9 e 10 – e sapete quanto sia cattivello, io, coi voti – ma consiglio anche la sceneggiatura di Smoke, o il dvd dello splendido film).
Parola di Scriba.


venerdì 2 dicembre 2011

Eresia flash: vatikaliA-lobotom italY colpisce ancora!



ASINO CHI NON LO DICE

Amici miei, quando l’ho letto non ci volevo credere: ieri, 1 dicembre, giornata mondiale contro l’AIDS (il cui vero significato per certi simpatici bigotti sembra continuare a essere Auspicato Intervento Divino Sanzionatore), è circolata in RAI una direttiva (qualcuno dice di origine ministeriale, ma al ministero negano) che ordinava, come ai tempi della peggiore censura fascistoide, di NON PRONUNCIARE mai, nemmeno una volta, per tutto il giorno, la parola tabù “profilattico”.
Lo riporta stamattina in prima pagina il Corriere della Sera, che riferisce di un’email “con priorità alta” mandata dalla tv di Stato a conduttori e giornalisti di Radio 1:
“Il ministero [della Salute!!!!] ha ribadito che in nessun intervento deve essere nominato esplicitamente il profilattico; bisogna limitarsi al concetto generico di prevenzione nei rapporti sessuali…”
Da notare che Radio 1 aveva per l’appunto in programma (guarda caso) un lungo speciale sull’argomento. Sarebbe un po’ come vietare ai radiocronisti di “Tutto il calcio” di pronunciare la parola “palla”: ne saranno usciti pazzi, quei poveracci…

Ricordando che qualcuno ha già sulla coscienza milioni di africani, per essere andato a dirgli non tanto di non pronunciarlo, quanto proprio di non usarlo (!), e in attesa di circolari che proibiscano anche “intelligenza”, “pensiero”, “onestà”, “libertà” e “civiltà” (tutte cose che comunque in vatikaliA-lobotom italY sono state già da tempo abolite di fatto), approfitto della mia fortuna di NON lavorare per la RAI per scrivere un paio di volte, o qualcosolina di più, il nome del Benedetto Coso che può salvarci doppiamente la vita, poiché agisce come barriera protettiva sia nei confronti delle malattie sessualmente trasmissibili, sia nei confronti della bomba atomica demografica destinata a spazzarci via nel giro di pochi decenni. Giuro e certifico di averlo digitato ogni singola volta, perché si tratta di una questione troppo seria, per banalizzarla con un copia e incolla:
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Mi sono stancato (l’ho scritto solo, simbolicamente, una volta per ogni anno della mia vita).
Ma potete andare avanti voi, se volete.



giovedì 1 dicembre 2011

Non solo stroncature. Consigli per le feste, per provare a difendervi dall’editoria ecospurgo-natalizia che mirerà a CONCIARVI, per le feste…. (1)



Michael Collins
Morte di uno scrittore
Neri Pozza
Pagg 464 € 19
Voto: 8

Lo ammetto: nei confronti della letteratura cosiddetta “di genere” ho sempre avuto atteggiamenti un po’ snob, che mi han portato ad arricciare il naso persino davanti allo sdoganamento (meritato) e alla successiva glorificazione (esagerata) di Simenon.
Ma è innegabile che quando a sfornare, in via eccezionale, una storia con delitto-indagine è uno scrittore coi controfiocchi, non solo le cose cambiano, ma addirittura si giunge a qualcosa di indicibilmente gustoso, si giunge al prodotto ideale da abbinare all’ideale situazione di umano relax poltrona-gatto che fa le fusa-fuoco nel camino-mentre fuori nevica.
“Ma la situazione ideale è fare l’amore!”, verrà subito a dirmi il solito guastafeste, impaziente di rovinarmi il bel quadretto. Allora facciamo così: domani hai appuntamento con una splendida ragazza appena conosciuta, e ieri, per non farti mancare niente, ti sei spaciugato un bel transettino brasiliano ventenne (se sei un vecchio modello monosessuale, scegline pure solo uno dei due). Ma stasera poltrona, libro, gatto e camino, e non rompere i maroni! O ti spedisco fuori a spalarla, la neve.
Non giro l’esempio al femminile perché so che voi ragazze ne siete già tutte consapevoli, del fatto che il sesso è (quasi sempre) sopravvalutato, e la lettura poltronesca sottovalutata…
Come al solito non svelo la trama, che per chi volesse è a portata di un paio di clic sui mille siti che si occupano di libri.
Dico solo che in questo romanzo atipico (rispetta poco gli schemi e gli stereotipi, anche se qualcuno inevitabilmente c’è) e mai noioso (malgrado la lunghezza), il delitto, anzi, i delitti, hanno risvolti inconsueti, il contesto psicologico e culturale è al tempo stesso atroce e stimolante, i personaggi sono tutti interessanti e tutt’altro che monodimensionali, le descrizioni originali e accurate, con qualche bello sprazzo poetico-visionario.
La scrittura è di medioalto livello, sapiente ma semplice, fluida (e non so perché ci abbia messo quel “ma”: se la scrittura è di medioalto livello e sapiente, è ovvio che sia anche semplice e fluida, ormai l’abbiamo capito che i barbosi sono persone che non sanno scrivere…).
Questo è decisamente il mio consiglio come regalo natalizio, quindi non fatemi incazzare e provatevi a seguirlo. E se non volete seguire il mio (e se non avete la fortuna di avere un amico libraio davvero appassionato), vi scongiuro almeno di seguirne altri di cui vi fidate, o comunque di andare a fare i vostri acquisti con le idee chiare e un bel foglietto con autori e titoli già scritti, altrimenti, in quella babele dell’ecospurghi in cui si trasformano le grandi librerie trash-commerciali in occasione delle feste, finiranno col rifilarvi le peggio cose…
Io vi ho avvertiti. Poi non venitevi a lamentare se il bestseller che vi ha appioppato la commessa faceva talmente vomitare che l’amico a cui l’avete regalato vi ha tolto il saluto, dopo aver barattato il vostro regalo da classifica italiota con una scatoletta di cibo per cani.
Parola di Scriba.


lunedì 28 novembre 2011

Eresia flash: voti pesanti o voti pensanti?



RATTOCRAZIA

Leggo di questa assurda idiozia che prende sempre più piede (come del resto TUTTE le idiozie, che paiono godere di corsie preferenziali…): l’ipotesi di far “pesare di più” i voti di chi è giovane e di chi fa un maggior numero di figli. Sempre nell’ottica, sempre sulla scia cretina e demente, di considerare valori positivi e irrinunciabili la cosiddetta crescita, il cosiddetto sviluppo, e la deflagrazione demografica destinata a spazzarci via tutti quanti (e mi riferisco alla funesta tendenza planetaria – non vuol essere, la mia, una sparata contro chi ha due o tre figli, quelli magari vorrei averli pure io: sono solo contro la glorificazione del riproduzionismo, l’apologia della proliferazione, l’arroganza panteganesca del “fate largo e me perché ho tanti bebè”…)

Non sono mai stato per la gerontocrazia, e mi scappa da ridere quando mi si dice che un vecchio è per forza un saggio, ma l’idea che il voto di uno zoticone semianalfabeta, di un coniglio affollamondo che a vent’anni ha già fatto cinque figli dovrebbe contare più di quello di un artista-scienziato-filosofo sessantenne celibe è così stolta e ripugnante, così gravida di putrida imbecillità, che non mi verrebbe neanche da chiamarla “idea”.
Semmai, mi sembra ovvio che dovrebbe essere L’OPPOSTO. Se proprio dobbiamo sconfessare la regola “una testa, un voto”, non dovremmo dare più peso alle teste pensanti, cioè più intelligenti (a patto di poterle riconoscere e misurare, cosa che non sarà mai possibile, il che forse è una fortuna, in un contesto in cui intelligenti è meglio esserlo di nascosto…) che non a lobotomizzate teste di minchia piene solo di testosterone e di televisione, ma con tanti bei muscoloni per lavorare e bei cazzoni per ingravidare?

L’imbecillità ha già abbastanza peso e fa già abbastanza danni, in democrazia, proprio perché i figli degli imbecilli saranno, un domani, imbecilli che votano. Vogliamo aumentare il danno facendoli già ragliare dal seggiolone, dalla culla? O vogliamo far passare la mentalità beota secondo cui chi fa meno figli è meno responsabile, e chi non ne fa per nulla è un irresponsabile, o un egoista cui non sta a cuore il futuro dell’umanità? Magari al sessantenne celibe il futuro sta a cuore semplicemente perché è altruista, o illuminato, o perché è un buddista che pensa di tornare a nascere, o ancora (per rimanere a questi discutibili moventi “di sangue”) perché ha dei fratelli che han messo al mondo dei nipotini che adora… Per non parlare del fatto che il saggio sessantenne celibe potrebbe essere portatore di un punto di vista più empatico-terrestre, e quindi più responsabilmente proiettato sul futuro collettivo, mentre tanti “bravi” genitori gretti e bigotti non vedono un centimetro più in là delle immediate ed egoistiche esigenze del proprio ristretto clan, e poco gli importerebbe di far vivere nove decimi di umanità ancor più a mollo nella povertà, nella fame, nell’inquinamento e nella schiavitù di quanto non ci vivano adesso, se questo favorisse il benessere materiale dei kompetitivi mostriciattoli che hanno scodellato (magari senza volerlo, perché la contraccezione “è peccato”…) E stronzi simili dovrebbero ipotecare il futuro di tutti, solo perché producono e si riproducono? Quale sarebbe il nuovo slogan: “Una testa, un vuoto”? “Il voto è in sé gretto?”

Ma se tu facessi la proposta (anche solo provocatoria) di premiare l’intelligenza verresti liquidato come elitario, radical-chic, razzista borghese o addirittura nazista. Mentre se fai quella di premiare la giovinezza (“Giovinezza”, vi ricorda qualcosa?) e la prolificità (tanti figli alla cagnA patriA, anche questa non mi è nuova…) passi per Giusto e moderno!
Già, l’intelligenza. Come diceva, l’immenso Arthur Bloch?
“La somma dell’intelligenza sulla Terra è costante.
La popolazione è in aumento”.
Le mie più sentite condoglianze.

sabato 19 novembre 2011

CI SENTO BENE MA VOI PREFERIREI NON SENTIRVI, GRAZIE



EEH??

Brutta notizia per i venditori di apparecchi acustici: il mio anziano padre ha tanti altri problemi, poverino, ma in compenso ci sente benissimo. Però, come tutti sanno, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. E così, imperterriti e mai disposti alla resa, dai call center della “misurazione gratuita dell’udito” (ma esisterà una paroletta più odiosa e disonesta di “gratis” e derivati?) ci subissano di chiamate. Alla faccia della Privacy – la Privacy vera, non quella dei manigoldi altolocati, la Privacy del Cittadino che non vorrebbe essere disturbato, o, come diceva il personaggio di un grandioso film, “non vuole essere rotto i coglioni”.

La fregatura è che non si qualificano subito, altrimenti sarebbe divertente prenderli in giro facendo finta… di non sentire quello che dicono, come lo Zio Storno di un mio romanzo che un giorno leggerete.
“Misurazione gratuita dell’udito”
“Cooosa? Parli più forte!”
“MISURAZIONE GRATUITA DELL’UDITO”
“Eeh??”…

Mi rendo conto che l’avere 77 anni fa di mio padre una succulenta potenziale preda, ma quella dell’altra mattina sarà stata la quarantesima chiamata in un anno (in fondo, nel breve intervallo di tempo, il problema prima inesistente potrebbe sempre insorgere… Tiè!). Inutile dire che noi qui ci siamo pure presi la briga di iscriverci al famosissimo e inutilissimo Registro delle Opposizioni (neanche ci illudessimo di vivere in Danimarca, e non in Lobotom-Italy), nella speranza di poter dire basta a tale sconcio. Ma questi signori, e non solo loro (vero, vodafone?), vanno avanti. Io che sono una persona mite, gentile e civile, non immaginate come mi debba trattenere, quando arriva la classica telefonata di persona sconosciuta che, guarda caso, esordisce soltanto col nostro cognome seguito da punto interrogativo, oppure col nome di mio padre perché è quello che figura nell’elenco, quanto mi debba trattenere dal mandarli dove meritano, questi disturbatori fuorilegge della quiete privata.
Sì, lo so, quello che chiama è solo uno sfruttato sottopagato che si arrabatta per guadagnare qualcosa, anche se quello che gli fanno compiere è un Reato bello e buono (anzi, brutto e antipatico). Ed è il motivo per cui, pur riattaccando sempre, cerco però di essere cordiale, arrivando addirittura a giustificarmi con frasi del tipo “Non voglio farle perdere tempo”, quando invece quello che sta perdendo tempo sono io. Ma se avessi per le mani i loro furbi padroncini…
Finirà mai, questo illegale e insopportabile schifo peculiarmente italiota?

giovedì 10 novembre 2011

DIARIO SGARUPPO - La genzìa Ansia mi spaventa à lu nonno

Tuti i giorni cè la genzìa Ansia che dice che alla borsa di Wallappiglia Stritt o di Pizza Affari anno bruciato i migliardi, che io allora dico ma invece di bruciarli pecchè nun me ne danno nu poco ammìa, quegli emmeriti fetentuna figliendrocchia e strunzemmerd?

Perchì nun tiene u compiuter o u tabblètt oltre alla genzìa Ansia ci stanno poi li giurnali, che sono un po’ come i tiggì ma con meno face da cazo e le notizie che stanno più ferme, e queli sono molto sconsilliabbili al nonno Artemio sclerotico, pecchè se ci legge sopra che i Ministronzi e i Tremorti je vogghiono fottere a pensiuna poi ci vengono le puzze al cuore, le colluttazzioni al collon e la palpitazione maleodorata. Eppoi danno notizie sbajate, che dicono che i politici sono bravi o nesti, opure chiamano scritori dei nalfabeti vaffabeti e dei giornalistozi cazzulli o racomandati, che il scritore vero Pezolly l’atro jorno se voleva sucidare.

Il zio Aristobecco lege sempre li serti salute e così ogni jorno se trova na nuova malatia, cheppoi ci scassa la mynchia a tuti, io inv’ece songo solo moderata mente lergico ai giancarli della polvere, perhò non scasso.

La zia Protozoa e la zia Pasquala inv’ece legeno solo il roscopo e lì stano bastanza tranquile e buonine, al masimo dicheno i brutti paroli se il roscopo è tristo, opure dicheno i brutti paroli dippiù se il roscopo è bello che alora sembra pigghià pou culo, scusa te il termine nu poco culestre.

Inv’ece il zio Mitocondrio segue solo lu sporc, e sicc’ome tifa u Napule rivolesse le apparizioni della Maradonna, e dice sempre che a Smazzarri nun capisce na mazza e bisognasse mazzularlo quando fa giocare a Scemàili e a Sfigheleff e a chillu catorcio de Fiat Pandev… perhò tiene molta fiduccia nel nostro presidente a De Laurentiiiis, che fa li brutti filme e quindi incassa miglionate ‘ncoppa a stupidità dell’agente, e dice che è sempre più megghio de Moratti Ambassador che tiene troppi denti da lavare o di Lavucato Gnello (perhò chillo vivo) che tratta male i perài, o i Della Balle che fano scarpe perhò non da palone e ci sarà pure nu motivo.

A me minteressa solo se cè le troie a colori a quatro zampe che fano pubicità ai rologi proffumi e gioieli e altre cazzate rotiche che alora almeno mi sparo una granseola (ma devo coprire i morti che stano nela stessa pagina senò mi si smolla), che doppo vado a confesarla a Don Purscé che mentre ce la raconto si sfruculia anco lui che il confesionale puza sempre strano e siamo tuti contenti, vah.


lunedì 7 novembre 2011

Eresia flash su buoni e cattivi maestri – Se Autogatto e Mototopo hanno la Laurea ad Honorem e pubblicano libri, e Socrate non lo conosce nessuno…

MEGLIO AVERE
UN PO’ MENO COGLIONI
(IN TUTTI I SENSI…)

Mi è tornato improvviso il ricordo di un incontro pomeridiano, facoltativo, al mio vecchio liceo scientifico. La piacevole e gratuita lezioncina (un’ora scarsa nell’aula di disegno) di un uomo che per me era un perfetto sconosciuto, ma si rivelò un vero Maestro di Vita (il suo nome, spero di ricordarlo giusto, era Maresca). Ci elargì, quasi con timidezza, tre piccoli, strani input psicologici e filosofici per la possible salvezza nostra e del nostro pericolante e rincretinito mondo. Il primo era “Fare ogni tanto un bagno di tomba”. Per riacquistare la giusta prospettiva. Era un’idea di Pablo Neruda. Distribuì fotocopie di quella sua poesia. Il secondo era “femminilizzare l’uomo”. Non necessariamente diventando tutti gay, volle aggiungere. Il terzo, bellissimo e geniale, era “imparare a FERMARSI COL VERDE”. Ovviamente in senso metaforico, non in senso strettamente semaforico. Altrimenti, sai i tamponamenti e le maledizioni…

Ebbene, ai nostri sciagurati e squallidotti giorni, in occasione della strombazzatissima uscita dell’autobiografia del calciatore Zlatan Ibrahimovic (in cui, fra le altre cose , il nostro eroe racconterebbe di aver minacciato di percosse un bravo allenatore e una persona squisita, Pep Guardiola, da lui poeticamente definito “senza coglioni”), i media hanno ritenuto opportuno e intelligente dar risalto alle sue illuminate parole: “Mi piacciono i tipi CHE PASSANO COL ROSSO”. E qualcosa mi dice che costui avrà molti più ascoltatori e discepoli, rispetto al buon professor Maresca, mio inaspettato buon maestro di 25 anni fa.

Se avessi dei figli, direi loro di appassionarsi liberamente a qualsiasi sport possano trovare affascinante. Ma gli direi pure che, nel caso in cui qualcuno avesse la pessima idea di regalargli un libro scritto da un atleta o da un pilota (o, come spesso accade, dal giornalista amico suo), magari zeppo di grotteschi aneddoti sul guidare come un pazzo la macchina a 325 all’ora lasciandosi dietro la polizia (e i neuroni), o di consigli sulla bellezza di andare in moto a 300, sul passare col rosso, sul fare a pugni con la gente, o sull’essere un machomacaco, o sul chiamare “trasgressiva” la più becera e bovinozza delle vite discotecare, non gli lascerei sfogliare nemmeno una pagina, e andrei di corsa (anzi, camminando adagio, adagissimo!) a svenderlo al Libraccio.



venerdì 4 novembre 2011

Il vostro poeta pentito ci ricasca, e dopo più di vent’anni torna a concepire qualcosa di almeno vagamente poetico!



Passeggiavo attorno al lago. A metà del cammino mi sono seduto su una panchina, scosso da qualcosa che accadeva nella mia testa, un misto di dolore e attacco di panico (assurdo, dato il luogo meraviglioso in cui stavo, e per questo ancor più spaventevole), e mi sono venute queste parole da scrivere sul mio piccolo taccuino nero. Sono solo strani pensieri, ma io provo a chiamarla poesia.


EFFIMERO BAGNO D'IRREALE



Sulla riva orientale un albero divelto
Mi mostra le ormai vane radici
Un suo fratello sussurra via foglie d'ocra
Le sparge su sciabordio e lamento di volatili

Seduto in solitudine io guardo
Canottieri improvvisi sorti dal nulla
Spettrali transumanze d'antico Canalgrande
Fantasmi gondolieri nel giorno dei morti

La maggior parte singoli in piccole canoe
In muto avanzare sparpagliato sull'acqua
A punteggiare di tenui colori il grigio palustre

Non pareva allenamento
Nella lattiginosa nebbia
Ma una pacifica
Processione di Caronti
Silenziosa
(Mi chiamavano?)

Finché il vento girando
Ha squarciato la patina
Di glassa ovattata
E mi ha portato le voci
Dell'istruttore al megafono
E degli atleti
Volgari e cretine
Han rovinato l'incanto
Disturbando i cormorani e me

Purtroppo erano veri
Purtroppo seguitavo a vivere



Lago di Varese, 2 novembre 2011, pomeriggio.

(Foto: MISTY LAKE, 2008)

mercoledì 2 novembre 2011

Il tragicomico Talento di Aleksandar Hemon


Aleksandar Hemon
Il progetto Lazarus
Einaudi
Pagg 305 € 21
Voto: 10-

Il commento più azzeccato e illuminante, fra quelli riportati in quarta di copertina, è di Cathleen Schine del New York Times: “Hemon prende la struttura formale dell’umorismo, la grammatica della commedia, il ritmo e il tempo degli scherzi, e li usa per rivelare la disperazione. Il progetto Lazarus è un libro pieno di divertimento e di battute, e allo stesso tempo indicibilmente triste”.
Non mi stancherò mai di ripeterlo: un grande scrittore è SEMPRE, istintivamente, intimamente, costituzionalmente – a volte perfino senza volerlo a livello consapevole – TRAGICOMICO, nell’accezione più estesa e totale del termine.
Ed è poi il motivo per cui oggi di Scrittori italiani ve ne sono pochini, e quei pochi sono semisconosciuti. Qui si preferisce, per funesta e autocastrante scelta editoriale, una netta distinzione, atta forse a non confondere, a non sballottare, a non traumatizzare certi piccoli e fossilizzati cervelli (a cominciare da quelli di chi queste “scelte” è chiamato, purtroppo, a operarle): o piagnucolosi, raffinatissimi, noiosissimi tromboni (pallosi, pallosi, pallosi!), o vuoti e pompati stupidelli da due soldi (banali, banali, banali!), gli uni e gli altri con meno talento di una zanzara sclerotica, di una larva di mosca. Ma finché i boccaloni vengono all’amo, finché preferiscono i cagnotti al caviale, che devo dire: buon pro gli faccia.
E tutti malati, questi cagnotti, di ripetitività (anzi, per meglio dare l’idea dovremmo dire: ripetitititititività): nel primo stentato (ma premiatissimo) libercolo sono già contenuti i trenta (o trecento…) successivi, inutile attendersi evoluzioni.
Ma noi qui ci occupiamo di caviale, cioè di tragicomico Talento.
In tal senso Hemon è stato per me una deliziosa sorpresa, una rivelazione.
Un esempio di questo cozzare fra toni diversi a produrre sublime stridore, fra i mille che potrete trovare in questo scrigno prezioso, è fra le pagine 98 e 100. Dove si passa dalla più pura e dura poesia del dolore (“L’alloggio è vuoto senza Lazarus, gli oggetti che la circondano sono estranei al suo mondo, insensibili alla sua pena: un catino vuoto, uno scialle appeso a una sedia, un’imperturbabile brocca d’acqua, la macchina da cucire, con la cinghia che a tratti tintinna. Olga non riesce a toccarli; ne fissa le forme, come in attesa del momento in cui si squarceranno rivelando il nocciolo duro di dolore che ogni maledetta cosa racchiude”) alla più dura e pura comicità della disperazione (“Cara mamma, Lazarus è morto e io sono impazzita. Per il resto stiamo bene e ti pensiamo tanto”).
Non fatemi incazzare: ci sarà una libreria abbastanza vicina a casa vostra, no?
Dimenticavo: una trama c’è, ma non sto neanche a dirla. A parte che volendo la troverete nel giro di un clic su ibs o dove vi pare, ciò che conta per me è che questo signore sia uno Scrittore, cioè uno che scrive da dio, e quindi in grado, all’altezza, di FARCI COMPAGNIA. Se avete altri (legittimi!) parametri o priorità, chiedete consigli a qualcun altro. Ma se la pensate come me, non perdetevi per niente al mondo Aleksandar Hemon.
Parola di Scriba.

domenica 30 ottobre 2011

AVANZI PERPLESSI DI NATURA COTTA (sic transit trota furni)









AVANZI PERPLESSI DI NATURA COTTA. A grande richiesta, lo scatto originale (1995, il primo in alto) e qualche recente giochino di permutazione grafica.
Per non dimenticare che con quel pesce (che da morto spolpato sembra contemplare, orripilato e affranto, i propri stessi resti) condividiamo il destino finale.
Dedicato a chi si prende troppo sul serio. Compreso, perché a volte ancora gli succede, il vostro Zio Nick.

domenica 23 ottobre 2011

Il testamento del guru: “SIATE AGRUMI, SIATE FULIGGINE!”



SIATE AGRUMI, SIATE FULIGGINE!
(SIATE ANGARIATI, SIATE FUSILLI?)


Ogni epoca ha i guru che si merita. Voi avete scelto me, Stefanino Lavoretti della Val Coppertina, e io dall’iAldilà sentitamente vi ringrazio. (È inutile che ti freghi le mani e fai progetti, questo non è un testamento di soldi, pirla. È un testamento di caz… ehm… è un testamento di genialità filosofico-religiose, e ringrazia che qui almeno lo puoi leggere gratis, perché c’è gente che l’ha fatto pure pagare…)

In iVerità in iVerità vi dico:

Non accontentatevi mai!
Perché accontentarti di un’occupazione part time che ti consente SOLO di vivere decentemente e di avere tempo per giocare con tuo figlio piccolo e coltivarti i cazzi tuoi, quando lavorando 18 ore al giorno e sfruttando qualche migliaio di adolescenti cinesi puoi diventare Megamiliardario, in gara per essere Dio?

Non arrendetevi giammai!
Se due settimane fa hai speso una fortuna per l’ultimo modello di iKualkekosa, e la settimana scorsa quello stronzo del tuo vicino ti ha UMILIATO acquistando l’ultimissimo modello, non ti crucciare, e vai a metterti in coda: domattina uscirà l’ultimissimissimo modello, che rispetto a quella cagata che ha lui possiede molte più funzioni multitasking, e costa appena il doppio!…

Fin da piccoli, non oziate e non divertitevi! (se non coi giochini del cazzo che vi vendo io…)
Volevo proporre, anzi, imporre a Obama di tenere le scuole aperte fino alle 6 di sera e per almeno 11 mesi all’anno, ma quel mollaccione comunista amico dei sindacati ha osato dirmi di no!

E non perdetevi l’offerta delle meravigliose Postum-App, Applicazioni alla Memoria che diventeranno Culto!

Su tutte l’innovativa Kul and the Bang: avvicini il tuo iAggeggio o il tuo iGadget all’ano mentre crei meteorismo, e la versione da 99 centesimi ti dice quante probabilità hai di ritrovarti con un nuovo foruncolo sul viso entro domani, mentre la versione da 9 dollari (che ovviamente consiglio) predice anche l’esatto punto del viso in cui il foruncolo spunterà.

Poi c’è l’HappyAppySupertrust: l’avvicini a un politico che sta parlando in tv, e ti dirà se votare per lui oppure no. Quanto tempo risparmiato: invece di pensare potrai lavorare e guadagnare di più, mentre i politici t’incu… t’inquadrano i problemi nel modo migliore!

E per chi arriva a 10 dollari di nuove App, in regalo la fantasmagorica “App app app, op op op!”, grazie alla quale il vostro aggeggino farà ginnastica al posto vostro!

Hey Zio Scriba! Sì, dico proprio a te! Ti ho visto, sai? Cazzo ci fai con quel telefonino di cacca da 39 euro? Non ti vergogni? Non è ora di dimostrare anche tu che sei un vero uomo con le palle, in grado di produrre ricchezza e di spandere mer… di spandere merci nel mondo? E sappi che da qui non mi può sfuggire nulla, grazie al mio iBukodellaserratura: non mi è certo sfuggito che poco fa stavi pensando: “Appanculo”!

Ah, dimenticavo il messaggio di gran lunga più impor ante… (vaf ulo to erdend a connes on… batterie d me… velenano ondo e si sca i ano ubit


Foto artistica: “The perètt is on the notebook” (No Poma)

venerdì 21 ottobre 2011

SGARUPPERIE FRESCHE FRESCHE – Da Stiv Giobbe a Gheddafri, notizzie di spegnimenti moltho portanti. Ma: e li Poeti? E li Quochi?

L’ABITUDINE DI FARE
MORTI E MORTASTRI


Ogi la siniora maestra ci a fatto insegnare che nel monno ci anno stato dei cadavveri molto portanti, prima si e spento a Stiv Giobbe, che era un tirannosauro molto cattivo della Libbia Smisurata che tutti lo stavano sempre a leccare ma poi anno cambiato idea e lo anno sparato. Eppoi si e pure spegnuto a Gheddafri, che era un calciatore gheddafricano un po scarso del peruggia e delludinese, pero mica tanto negro, ma forse non o caputo pene.
Alora io ciò detto che secondo a la mi matre erano assaie più portanti gli spegnimenti del grande poeta Andrea Zanzotto e di quel povero quoco cingalese di quando a Roma e venuta la luvione, e lui che era un bravo quoco e una brava persona che però viveva in un cantinato e ci pagava pure l’afito è morto per salvare la vita della moglie e della figlia piccolina, e lei alora volesse che il Presidente Scugnizo Napoletano li da la medalia e fa il lutto nazionale, mica lo strutto che fano sempre quando che schiatano ai soldati profesionisti.
Mi pareva una cosa giusta daddirci, e invece la maestra a detto che mamma è gnurantona e facesse meglio a vestirmi nu poco piu meglio che io songo lunico bambino non firmato e è pure nu poco na vergonia, e sopratuto a detto che suo il zio è nu Demente Coglionnello della Renault Militare e io devo portarli rispeto, e dopo a deto che vafanculo mi bocia.


lunedì 17 ottobre 2011

J. Stronkabook lancia il primo KILASCRITTU SQUIZZER TROPHY – in palio un viaggio in sella a un cane morto con pernottamento in piedi a Pian del Cuculo



Terzo premio: il bigliettino autografo col mio famoso ritornello incazzato (vedi sopra). Il secondo premio non c’è.

Attonsiòn, citassiòn:

A ogni occhiata una parte dell’eccitazione si disperdeva, come una pozzanghera d’acqua brillante che evapora sotto il sole d’agosto”.

Ora, dal momento che chiunque abbia una seppur minima e vaga dimestichezza con la meravigliosa Lingua Italiana ben difficilmente potrà evitare concatenazioni di idee del tipo “acqua brillante” – “Recoaro” – “acqua tonica” – “Schweppes”, la domanda è: queste due righe in cui compare la scompisciosa, esilarante, inqualificabile pozzanghera Schweppes

1 Sono volute, e son state scritte con ovvio intento umoristico: trattasi di geniale perla contenuta in qualche raccontino comico-demenziale di Zio Scriba, tipo quelli che compongono la saga di Sorensen Puddu. (Indovinare il titolo del raccontino).

2 Fanno parte di un romanzo straniero, e sono dovute alla fretta, alla negligenza o all’inettitudine di un traduttore negligente, frettoloso e inetto. (Indovinare il titolo del romanzo)

3 Per incredibile che possa sembrare, fanno parte di un premiatissimo e vendutissimo libro italiano, e nell’intenzione dell’autore dovevano configurare una similitudine seria, drammatica e/o poetica. (Indovinare il titolo del libro)

4 Me la sono inventata di sana pianta: una pozzanghera di acqua tonica sarebbe francamente troppo, sia per la demenzialità di Zio Scriba sia per l’inettitudine di un traduttore inetto, porka pozzanga! (Indovinare di che colore avevo le calze mentre me l’inventavo)




sabato 8 ottobre 2011

“AGONIA DI UNA FATA E ALTRI SFACELI” – frammenti di diario.





Ho provato a fare un po’ di (doloroso) autoediting sul diario dei tre mesi e mezzo di agonia di mia madre, che va dal 6 maggio (il giorno della tac che rivelerà, troppo tardi, il male) al 25 agosto del maledetto 2003. Di norma non tengo un vero e proprio diario: ne cominciai uno in quei giorni (che pensavamo sarebbero diventati lunghi mesi: i medici non ci dissero mai la verità fino in fondo) perché pensavo mi avrebbe offerto possibilità di consolazione, di sfogo, di anticipata elaborazione della tragedia che ci stava colpendo, ma soprattutto di fissare un ricordo più preciso di Lei. Ora ritorno su quelle pagine che non toccavo da anni, provando a lavorare di sottrazione, togliendo un po’ di sfoghi incazzati, di lunghe annotazioni su chi veniva in visita e chi telefonava, di arrabbiature con mio padre e altri parenti ecc, insomma una sforbiciata drastica che lasci solo i frammenti più significativi (anche se magari, così depurato, guadagna nitore ma perde ricchezza). Li propongo per la prima volta qui, sulla mia zattera di storie di carta, e non certo per esibizionismo letterario. È soltanto un aprire il mio cuore. Il mio ennesimo esperimento di messa a nudo dell’anima, nella convinzione che essere scrittore riguardi, con coraggio, anche questo. Lo faccio per voi, per Lei, per me. Grazie in anticipo a chi vorrà leggere.

Qui siamo ancora ai primi giorni, quando per tenere a bada il dolore sembravano bastare poche bustine di antinfiammatorio, il che non mi pareva vero. Anche se non ce n’è un reale motivo, per rispetto ho deciso di mettere solo un’iniziale (a volte inventata) per i nomi di tutte le persone estranee alla più ristretta cerchia familiare.

“Questo nostro sacrificio, è il centro del mondo”.
(Rg-veda I, 164, 35)

17 maggio (sabato)

La zia si offre per il pranzo, ma dico che siamo a posto, abbiamo il riso in insalata che ci ha portato la Simona. La mamma vuol fare anche una lavatrice, ma poi si sente debole e ha quasi un mancamento. Dopo l’aiuterò io a stendere, e una bellissima farfalla arancione e nera andrà a posarsi per un attimo sopra un asciugapiatti. C’è anche il mio accappatoio giallo.

Mangia solo un po’ di riso, un’aluccia di pollo e due pomodorini.

Dice che il Maigret che le ho comprato (Piotr il lettone, il primo che ha scritto Simenon) le piace molto. Quando la Marta dormiva e mentre arrivava papà, sentiva un po’ di dolore al fianco. Allora ho massaggiato a lungo con la mano, ma sopra il maglioncino. Dice che le fa ancora un po’ male la gamba, quella destra, non quella della trombosi, non più la caviglia ma più sopra. Magari più tardi applicherò di nuovo il voltaren.

Nel pomeriggio, mentre lei riposa, arriva l’Alberto con una fotocopia. Un articolo di giornale. Parla di un medico di B. che L. conosce, e potrebbe presentare. Parla di chemio associata a questa nuova terapia, che mira a bruciare il tumore con degli aghi. Parla di contatti con gli americani. Di gente sopravvissuta cinque anni. Anche con metastasi già molto estese. Che pensare? Genio o ciarlatano? Possibile miracolo o vana speranza? Provare a parlarne con H.? La mamma dice subito che non si fida. E che non ha nessuna intenzione di impazzire fra mille tentativi diversi. Concordiamo tutti. E poi, questo friggersi vivi mi pare un rimedio medievale, una tortura di cattivo gusto, un accanimento disumano, poco più di una macabra burla.

Poi si alza. Ha pure mal di gola (dannazione!) e si prepara del latte caldo con il miele.

Dopo le partite mettiamo su una cassetta con un episodio di Colombo registrato dalla tv Svizzera (Intrighi inspiegabili). A metà risuona il telefono.

Stasera pizza preparata da lei, quella che da piccoli volevamo sapere il nome, e allora papà aveva detto “pizza Mammuth”, immagino perché fatta in casa dalla mamma.

Prima di cena tiriamo su la roba stesa, già asciutta tranne gli accappatoi che ristendiamo giù in lavatoio. Mi fanno venire il magone le cose che portavamo al mare e che stanno lì: la mia sacca da spiaggia, la scatola di cartone coi vestitini della mamma…

Oggi è stata una giornata coperta e più freschina.

In bagno prima di andare a letto carezzo con la sinistra la sua vestaglia blu appesa, ai fianchi.

Dico Aiutatemi anche a pupazzetti e animali di legno.


18 maggio

Risveglio sereno. La mamma è in camera a leggere Maigret. Dice che le piace, che ha fatto colazione, e adesso “Mi impigrisco un po’”. Fai bene, dico io. Chiudo la finestra perché ora ha un po’ freddo ai piedi. C’è anche la micia sulla poltrona. Do una carezza a tutte e due. Momenti brevissimi e belli che vorresti fissare nei secoli. Prima di fare colazione le porto il po’ di spremuta d’arancia che prima ha avanzato, perché le bruciava un pochino lo stomaco. (Ha preso una pastiglia, perché ieri la pizza e il secondo antinfiammatorio, bevuto di sera, glielo hanno scombussolato.)
Papà era andato a prendere il giornale. La mia Lidiettina tranquilla e sorridente. Che bello.

Si alza per fare delle crêpes, buonissime, che mangio con prosciutto, pancetta, pecorino dolce, miele d’acacia, marmellata di fichi. Beviamo Muller Thurgau. Sembra una bellissima domenica normale.

Se ne va a riposare (oggi senza bustina, buon segno?). Stavolta, in caso di telefonate o visite, vuole che diciamo che sta dormendo e non si sente. Giusto così. Sembra volerla confortare e aiutare (spero non salutare) tutta la bellissima fioritura che viene adesso in giardino, dalla nuova rosa rampicante, alla vecchia rosellina senza spine, a quei bellissimi fiori violetti qui davanti vicino al cancello.

Accendendole il suo telefonino c’è ancora la chiamata persa che feci io dall’ospedale di Cittiglio l’altro pomeriggio. Premo un tasto sbagliato e parte la comunicazione verso il mio cellulare, che è spento. Adesso lo accenderò, e arriverà il messaggino della chiamata del suo dalla camera sua.
Non lo cancellerò mai.

Forse l’ho già detto, ma mi danno il magone persino certe date di scadenza sulle medicine o sugli alimenti: 2004, 2005…

Leggo un po’ di preghiere vediche sdraiato sul dondolo. Poi arrivano i frugoli. Faccio tre foto nel prato all’Alice e alla Marta. Entriamo a bere succo di mela, e l’Alice disegna sulla lavagnetta in cucina una specie di buffo barbapapà. Dice che è un Corn Flecco con cinque gambe. Poi esce anche la mamma, che sembra bella riposata.

Quando vanno via, gli chiediamo di comprare anche per noi del gelato alla frutta. Poi porto da bere alla mamma, quindi ci organizziamo per metterle il tavolo da giardino a cavallo della sdraio e così giocare qualche partita a scarabeo.

Diciamo delle cose sul nostro bel giardino abbastanza protetto, isolato dagli alberi. La mamma dice chi si contenta gode, quando io esagerando parlo di piccolo parco, ma poi io dico che parchi enormi come certi di Varese se li godono solo e unicamente i dobermann, e concludo: non è che chi si contenta gode, è che gode solo chi si contenta!

Il gelato arriva. Ottimo, alla pesca, melone, amarena con panna. Poi bagno i fiori con l’annaffiatoio, in un ripetuto andirivieni tra giardino e fontana della lavanderia che mi aiuta a non pensare. Riempio, cammino, do da bere. Cammino, riempio, cammino, do da bere. Mi sembra di percepire la gratitudine delle piante. Incredibile il buon profumo pungente di rosmarino che viene su anche solo a sfiorarlo con l’acqua. È davvero la più bella stagione, adesso che ho potuto arginare gli effetti dell’allergia.

Sto sospeso sul dondolo sospeso tra i grilli in un tempo sospeso che vorrei ancor più sospeso.

Grillo è anche uno dei modi affettuosi in cui mi ha sempre chiamato la mamma.

Ceniamo con spaghetti, un uovo alla coque per la mamma. Dopo ci guardiamo un po’ di Dallas-Sacramento nba. Poi lascio il volume alto per farle sentire dal letto Real-Malaga. La cantilena dei telecronisti spagnoli la diverte sempre. Oggi niente bustine di antinfiammatorio.


19 maggio

Mi alzo, e la trovo in poltrona a piegare le cose asciutte che non vanno stirate. I miei boxer, le mie calze. Dice che si era alzata con grande entusiasmo, ma le sono subito mancate le forze.

Ha preso una bustina. Le metto il cd con le più belle canzoni di Armstrong, anche per non sentire quel simpaticone del vicino là fuori che taglia l’erba, cosa che fa, con più rumore possibile, quasi un giorno sì e un giorno no. (Il giorno no lo passa pattugliando avanti e indietro per controllare la ricrescita, che lo innervosisce molto.) Telefona la nonna. La richiama col cellulare. Ecografia della cugina spagnola a inizio gravidanza. Si vede solo una lucina rossa. È il cuore.

Ha voglia di un caffè, e lo beviamo insieme. Sguinzagliato papà alla Coop. Le metto su un episodio di Rex, lavo i piatti.

Mi deprime sentirla dire che per “qualità della vita” (parole della dottoressa Z.) lei intende, e si aspetta, di tornare a migliorare da come è adesso, di tornare a andare in giro come prima. Speriamo in un miracolo. Quando torna papà vado io dal dottore, dopo mezzogiorno. Serve l’impegnativa per giovedì. Dice che poi chiamerà lui (il laboratorio è a Varese) per sapere i tempi, e poi ci dirà.
Col dottore parliamo del carattere di papà, di come sia più facile lasciarsi andare che avere e trasmettere coraggio, magari cercando di scherzare come faccio io, anche se dentro mi sento morire.

Mangiamo insalata di pollo, pistacchi, una mela.

Una persona è un Mondo.

Se poi quel mondo è tua mamma…

Oggi ci sarà la Marta. La farmacia era chiusa, ma restano ancora tre bustine. Nel pomeriggio, o domani, provvederemo.

Dopo aver scritto un po’, la trovo che ha fatto il bagno e lava i denti.
Sembra la similcinquantenne di sempre.

Con la Marta e la Lidia ad aspettare il pulmino dell’Alice.
Con le bimbe mangiamo degli yogurt, beviamo tè al limone, e stiamo tanto tempo in giardino a giocare. Parliamo attraverso la rete con la nuova vicina, la mamma di Y. È un bambino bellissimo e sorridente. La mamma lo prende in braccio di qua dalla rete. La madre, A., è simpatica.
Speriamo di ritrovarci qualche volta senza la rete di mezzo.

Quando va un po’ meglio, tende a esagerare: pure il letto mi son trovato rifatto! Le lenzuola fresche e profumate di ammorbidente! Non so se sgridarla o ringraziarla.

Per cena riso e prezzemolo, poi salumi, che solo io e papà accompagnamo con le minipiadine. Le porto in poltrona un gelatino al cioccolato.

Adesso le fa male il piede dell’altra gamba, la destra. È tutto gonfio, maledetto dio assente. Applico voltaren massaggiando a lungo, le dà particolare sollievo quando arrivo sotto la pianta del piede.
Guardiamo il film K-PAX, che ci piace abbastanza.

Riflettere su questa piaga del rigenitoraggio geriatrico obbligatorio, che i giornalisti chiamano “La rivincita dei nonni” .

Adesso piove forte. Dopo aver fatto un po’ finta. Il rumore della pioggia notturna dà sollievo. Sapere che disseta le piante. Tra qualche sera spero di vedere le lucciole, ai margini dell’erba più alta.