"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"
SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

venerdì 30 novembre 2018

Inferiorizzazione culturale. Qualcuno si offre volontario? Quasi tutti, purtroppo.

(Antidoti potenti contro l'inferiorizzazione precoce) 


Il fatto che Berlusconi si vantasse (sottovoce) di non far guardare la televisione ai suoi bambini dice TUTTO. 
Noi diamo a lui la colpa del declino mentale e culturale, ma lasciarsi inferiorizzare non era obbligatorio. Non era obbligatorio lasciarsi ridurre a una mandria di cafoni beceri e superficiali. Omologati e sguaiati e modaioli e chiassosi. 
Che a tavola ingeriscono spot invece di conversare. 
Con figli che si fanno le pippe sulla selezione estiva delle veline invece di scendere in cortile a giocare. 
Così come non sarebbe obbligatorio completare l’opera subendo una smerdofonizzazione sempre più precoce. Mettendo le perniciose protesi cerebrali in mano a povere creature che non hanno ancora imparato a parlare, e che hanno solo bisogno di qualcuno che gli racconti delle storie. Che non sono le stronzate su staminchiagram (anche la bella parola “Storie” ci siamo lasciati scippare!!!!). Ma l’inventarsi, o il leggere, delle favole.
Già, qualcuno che abbia ancora il tempo di leggere.
Qualcuno che sappia ancora leggere.
Già.



venerdì 23 novembre 2018

"Commiato degli uomini buoni" come idea-regalo per le prossime festività invernali.



[Quando pubblico una cosa molto carina ma che costa pochissimo, e propongo agli amici di farne un regalo di Natale, mi arriva spesso questa strana obiezione: “Grazie, ma come regalo le persone preferiscono qualcosa di più prestigioso, che rubi l’occhio e che costi di più”. Già: c’è di sicuro un sacco di gente che preferisce ricevere il nuovo volumazzo di Vespa, che magari non aprirà mai. Ma tutti voi che mi leggete avete parecchi amici intelligenti e buongustai, lo so, e allora sareste sorpresi dall’entusiasmo con cui apprezzerebbero una piccola perla come “Commiato degli uomini buoni”. È come regalare un fiorellino di campo invece di una brutta cravatta. La brutta cravatta rischiate di ritrovarvela il mese dopo al mercatino dei regali da riciclare perché sgraditi. Al fiorellino di campo non succederà mai.
(E se un fiore vi pare poco, di libriccini rari e sfiziosi se ne possono scovare d’ogni tipo, dalla narrativa alla poesia, e con questi comporre un bel mazzetto, confezionato con amore e su misura per l’anima di chi lo riceve, come sempre dovrebbe accadere facendo un regalo. Un regalo con cui fare migliore figura di quella che non fareste con mattonazzi che infestano tutte le vetrine).]

«Il cielo era un ventre argentato e gravido, rigonfio di fiocchi. E quando questi cominciarono a precipitare, sulle prime radi e incerti, e via via sempre più grossi e fitti, mentre ancora la vasca finiva lentamente di riempirsi, Bernhard Löwe ritornò con la mente alla placida gioia delle nevicate che osservava da bambino, da solo alla finestra, in estasi, le ginocchia su una sedia per poter appoggiare i gomiti al davanzale interno, com’era felice, e come gli piaceva perdersi nella danza felpata dei fiocchi che cadevano, ascoltarne la melodia silente, fissarsi con lo sguardo verso l’alto per lasciarsi ipnotizzare, perché se lo facevi abbastanza a lungo ottenevi l’effetto di ribaltare le sensazioni di movimento: non erano più i fiocchi che scendevano e atterravano con delicato ma percettibile rumore, eri tu che salivi, dentro un invisibile ascensore verso le nuvole e oltre le nuvole, una vertiginosa Ascensione atea verso nuove dimensioni.
Essere neve. Ma neve che sale.

In fondo, anche quella spaventosa frase sull’abisso poteva essere ribaltata: se scruti abbastanza a lungo nelle profondità del cielo, anche il cielo scruterà dentro te.»




Concludo regalandovi qualche dritta su altri romanzi brevissimi e brevi a cui attingere per comporre il vostro cadeau personalizzato:

AGOTA KRISTOF "Ieri"
BOHUMIL HRABAL "Una solitudine troppo rumorosa"
PAOLO ZARDI "Il signor Bovary"
ANNIE PROULX "I segreti di Brokeback Mountain"
RACHID O. "Cioccolata calda"
IVAN COTRONEO "Un bacio"
ERRI DE LUCA "Montedidio"
OGAWA YOKO "L'anulare"
LEONARDO SCIASCIA "Una storia semplice"
THOMAS BERNHARD "Camminare"
NICOLA PEZZOLI "Pazzoteca La Paz"
CARSON McCULLERS "Riflessi in un occhio d'oro"


lunedì 19 novembre 2018

Chiudersi fuori


Senza chiavi si è schiavi, e si rimane chiusi fuori. Senza intelligenza (nel suo originale significato di intelligere) non si gustano i Romanzi. Quando, in “Quattro soli a motore”, mettendo in scena le atmosfere di certe messe vespertine del mese di maggio, scrivo “le vecchie che non volevano morire”, il lettore un po’ sprovveduto pensa che l’impertinente Corradino stia dicendo “non sarebbe ora di schiattare?”, mentre invece ne sto descrivendo l’isterica e invasata pretesa di resurrezione e Paradiso – madre di tutte le superstizioni popolari, di tutti i fanatismi e di tutte le paure fomentate dal potere – l’abbarbicato voler persistere di ogni piccolissimo, meschino, peloso Ego in un sempiterno Io-Proprio Io-Sempre Io, con quel preciso corpo, quel preciso nome da difendere con le unghie, quel preciso codice fiscale, contrapposto al desiderio di dissolversi e sparire (o alla serena accettazione di provvisorietà e non individualità) di molti spiriti maggiori, anche quando profondamente religiosi.

Quindi, al di là di questo minuscolo esempio, stimolate e coltivate la curiosità per la lettura e la scrittura fin da ragazzini, perché è il Linguaggio il vero dono degli dèi all’umanità. 
O resterete chiusi fuori. 
A grufolare con un videogioco in mano, come quegli infermieri che torturavano i pazienti psichiatrici, beccati dalle telecamere a ribaltare una donna su sedia a rotelle per poter giocare più tranquilli. 
Forse, se avessero letto e capito Ken Kesey (per dirne uno), a quella donna avrebbero voluto bene. Forse, se avessero letto e capito Ken Kesey, la loro anima non sarebbe diventata una scorreggia, e il loro dna, con la sua doppia elica, non avrebbe virato come un elicottero rotto verso quello del più ritardato fra gli scimpanzé.


venerdì 16 novembre 2018

Edgar Hilsenrath - NOTTE


Marzo 1942. Sul ghetto di Prokov - città ucraina occupata dalle truppe romene, alleate con i nazisti - è sempre notte.

540 pagine di pugni nello stomaco. 
540 crude pagine che ogni persona intelligente dovrebbe trovare il coraggio di leggere. Un libro imperdibile, grandioso, terrificante, quasi intollerabile. E assolutamente necessario. Per capire dove possano arrivare l’abbrutimento e l’orrore. E per riuscire a scovare persino in essi una debolissima scintilla di speranza e umanità. Lo consiglio in particolare a Francesco Spinoglio, il buongustaio scrittore-blogger di Barcellona che apprezza Hilsenrath, Selby junior, Bukowski, Dan Fante, Pollock, Pezzoli (ma quest’ultimo nome fate finta di non averlo visto: è solo un intruso e un fallito), e grazie al quale ho potuto conoscere, qualche anno fa, questo splendido e geniale Scrittore, dalle nostre parti quasi totalmente ignorato (che strano…). “Nacht” è il suo romanzo d’esordio, che in Italiano arriva solo ora, con più di mezzo secolo di ritardo, grazie all’editore Voland, e allo splendido lavoro di traduzione di Roberta Gado.

(E sempre siano lodati gli editori che preferiscono le postfazioni alle prefazioni: quella scritta per questo romanzo da Paola Del Zoppo è molto interessante, e tutt’altro che superflua. Perché se è pur vero che nessuno ti impedisce di leggerla “dopo” anche se è una prefazione, o di leggerla “prima” anche se è una postfazione, a me le prefazioni appaiono sempre come un’invadente mancanza di rispetto, e di gusto, e di amorevole senso estetico nei confronti dell'entità Libro, del Testo e del suo Autore.)

«La vista sul Nistro era idilliaca. Al crepuscolo il colore dell'acqua si sfumava a metà tra il giorno e la notte, grigio e nero e marrone digradanti in un modo speciale; pareva persino che il fiume scorresse più placidamente. Nell'ora in cui il giorno volgeva al termine si aveva la sensazione che il Nistro fosse infinito, non provenisse da nessun luogo e scorresse verso il nulla, quasi fosse solo un fluire indistinto in un paesaggio silente e trasognato.
Due cadaveri galleggiavano pian piano verso valle: un uomo e una donna. La donna precedeva l'uomo. Sembrava un gioco amoroso, con l'uomo che cercava e cercava di raggiungere la compagna senza riuscirci. A un certo punto la donna virò di lato e presentò la faccia all'uomo. Questi ricambiò con la propria. La superò, il suo corpo urtò quello di lei.
I due cadaveri presero a mulinare, rimasero attaccati quasi volessero congiungersi e ripresero infine a galleggiare placidamente. Faceva sempre più buio. I due corpi erano lambiti dal vento che li accarezzava con la stessa dolcezza che riservava all'acqua, alla riva e ai campi di granturco sulla sponda romena.»



venerdì 2 novembre 2018

GIOCHIAMO A UN GIOCO (MA GIOCHIAMOCI BENE)


Da bambino, coi miei cuginetti, con soldi finti o anche senza soldi, per ingenua imitazione del mondo degli adulti si giocava “al negozio”. Un tavolo da giardino, un muretto, una panca di pietra, e ognuno aveva la sua bottega di mercanzie assortite: con foglie, sterpaglie e ciuffi d’erba diventavi il fruttivendolo, con sassolini e conchiglie il gioielliere o l’antiquario, mentre con giornali vecchi e Topolini avevi il più bello dei negozi: l’edicola. Se una bottega rimaneva troppo a lungo non frequentata, il titolare piagnucolava con gli altri cugini: «Dài, però facciamo che tu VENIVI, a comprare da me!»
Nel mondo adulto ho conosciuto, sia di persona che sui social, librai meravigliosi e libraie meravigliose. Gente sapiente, appassionata, piena di spirito d’iniziativa, vogliosa di organizzare eventi, incontri, presentazioni, col negozio pieno di titoli deliziosi e introvabili e la capacità di ordinarne al volo mille altri, e che non si lascia infestare la vetrina con troppo morchiume da classifica. Gente che mi piacerebbe facesse i soldi a palate, o almeno riuscisse a tirare avanti in modo più che dignitoso e con piena soddisfazione. 
Accanto a loro, parecchi librai inqualificabili, pigri, che di tutte queste cose non fanno nulla, che pretendono di campare sui dieci merdseller del momento, e che addirittura fanno ostruzionismo per ordinare su richiesta libri di editori piccoli ma ottimi, e ben distribuiti (gente che ha definito difficilissimi se non impossibili da ordinare i miei romanzi Neo, guarda caso distribuiti dal distributore più grande che c’è). Eppure questi sono sempre i primi a indispettirsi se poi il lettore, per fare presto, per avere più scelta, per risparmiare soldi, preferisce fare i suoi acquisti su internet (il babau ibs, il babau amazon…) È come se si mettessero a piagnucolare: «Dài, però facciamo che tu VENIVI, a comprare da me!» 
Te lo puoi scordare, cocco.
E quando sarai costretto a chiudere, non aspettarti la mia retorica scribacchina sulle librerie che scompaiono, o le mie lacrime di coccodrillo per il tuo strameritato fallimento. Perché a me è successo molto prima di te. Anche per colpa di gente come te.