"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"
SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

venerdì 30 maggio 2014

Born digital, dead slave.

DEFICIENTE? 
NO, MULTITASKING

La volta scorsa ci siamo occupati di una parola dal bel significato (“secolarizzazione”) usata sempre in senso negativo. 
Oggi ci occuperemo di una parolaccia oscena (multitasking) che invece manda in brodo di giuggiole ogni giornalistozzo che si trovi a maneggiarla.

Già, perché anche per il rincoglionimento da tecnologia (ciò che ti rende tecnoglionito) hanno inventato l’immancabile paroletta disonesta, per farla sembrare una nuova qualità positiva: multitasking. Se hai un amico molto giovane, e ci resti male perché mentre gli parli, o lo sfidi a scacchi, lui in simultanea si trastulla con un altro giochino ebete, assorbe pubblicità tv con occhi da pesce lesso, ascolta una radio scema in cuffia, studia algebra e messaggia chissachì (potendo farebbe anche un’impennata col motorino lì in salotto, se non fosse che poi mammina gli fa un culo tanto) non è lui che è deficiente (e magari anche un po’ stronzetto e maleducato): sei tu che sei obsoleto. Lui è “multitasking”. Nella sua corteccia cerebrale modificata (aiuto!) si attivano zone lampeggianti e percorsi mentali che tu manco ti sogni! (Per tua fortuna). 

In un mio ritaglio di giornale di qualche tempo fa ci si spingeva e profetizzare (citando le parole entusiastiche e preorgasmiche dell’immancabile nuovo piazzista-guru della neuroscienza del mio picius) che, GRAZIE alle generazioni “born digital”, nel futuro avremo meno genialità, meno individualismo, e più lavoro collettivo. Come se non l’avessimo capito da un pezzo, che è a questo che mira chi da anni rincoglionisce, pardon, rende più svegli e intelligenti, i nostri ragazzini sconvolgendogli la vita a suon di nintendo, playstation, spot, videoclip, msn, sms, cippicippi e uazzàpp: generazioni omologate e massificate e tecnostordite di schiavi intercambiabili, di laboriose formiche cinesi, di solerti api giapponesi, di russi muli stakanovisti, molto più efficaci di noi antiquati bamboccioni nel produrre e nel riprodursi a raffica, per la gioia dei padroni e dei preti. Inclini a sopportare le catene e lo sfruttamento e la frusta perché nel frattempo ascoltano musica (tutti la stessa), titillano un giochino, chattano usando emoticon e geroglifici invece delle Parole (un saltino indietro di 4.000 anni, che vuoi che sia), si procurano otto etti di ossobuco di figa (schiava) alla macelleria bovina Fessobukko Sex… e perché in cambio della libertà, dell’intelligenza, del farsi piallare la mente e fottere l’anima riceveranno (poco) sporco denaro con cui permettersi ogni settimana la tecnonovità trendy con cui multitaskeggiare (e far crescere il Pil). Insomma si daranno beatamente al multikazzing. Facendo dieci cose insieme senza dominarne nessuna, senza eccellere in nessuna, senza capirne nessuna, senza assaporarne nessuna, senza goderne con vero piacere nessuna. Senza accorgersi di ciò che gli succede attorno (tripli arcobaleni intrecciati, tramonti arlecchino, la luna che prende fuoco…) mentre loro, a testa bassa, sono “sempre connessi” con tutto, cioè col Niente. 

L’articolozzo terminava con l’annuncio, fra il tronfio, il finto-rassegnato e il quasi compiaciuto “addio Homo Sapiens, benvenuto Homo Zappiens”! (Ma è mai esistito l’Homo Sapiens? Io credevo che, come l’Oltreuomo di Nietzsche, dovesse ancora arrivare, adesso scopro che non verrà più: il suo treno è stato soppres-so…) 
Homo Zappiens? Ma che povera merda dizturbatella, fraztornata e ipercinetica zarebbe mai?
Sarà che io lo zapping non lo faccio nemmeno col telecomando della tv. Scelgo un film e me lo GODO. Scelgo una partita e me la GODO. Scelgo un documentario e me lo GODO. Se non c’è niente da godere, TENGO SPENTO e faccio altro.

Ragazzi, svegliatevi e ribellatevi finché siete in tempo! Non vi rendete conto della mostruosa cosa che vi stanno facendo? Mascherando da favola il più grottesco dei film horror? O preferite aspettare il giorno in cui, già sulle ginocchia per il mutuo della casa, la rata della macchina che-costa-un-miliardo-ma-sei-LIBERO-di-restituirla-dopo-un-minuto, e l’assegno al coniuge sepa-rato (solo tre cose insieme, già un progresso), vi licenzieranno con l’emoticon di un bel calcio in culo, perché i nuovi schiavi allevati dopo di voi sapranno svolgere ottocento mansioni in una volta, e non si fermeranno nemmeno per pisciare, perché gli avranno geneticamente modificato anche la vescica? 

Ascoltate il consiglio di uno sciocco eccentrico ma onesto. Riscoprite la libidinosa saggezza del QUI e dell’ADESSO. Se siete a cena in un ristorantino con amici, per voi esistano SOLO le pietanze da gustare, le bevande da bere e la compagnia di QUEGLI amici lì, il conversare insieme a loro, e porte in faccia senza pietà alla prepotente invadenza di chiunque altro pretenda di disturbarvi da chissà dove! 
L’abolizione della distanza NON produce Vicinanza (diceva Heidegger), ma soltanto rotture di coglioni (mi permetto di aggiun-gere io). Non solo, ma finisce col frantumare (oltre ai suddetti coglioni) le poche superstiti Vicinanze vere.

[E adesso non datemi del tecnofobo. Io non telefono MAI a nessuno proprio per non guastare i maroni. Ma non è che al posto della telefonata ci metta i segnali di fumo, o non ci metta niente. Al posto della telefonata uso la posta elettronica: discreta, silenziosa, veloce, gratuita, la guardi quando vuoi… Dico io, la posta elettronica sarà pure tecnologicamente PIÙ AVANTI del telefono! Ma il popolino bue la disdegna, perché non è modajola, non è collettiva, non è esibizionistica, non è uno stoltus symbol. 
Ci sono imbecilli che ti danno il loro indirizzo mail e poi immancabilmente non ti rispondono, perché non la controllano MAI. In compenso se ne stanno tutto il giorno a uazzappeggiare stupidaggini, come un branco di cerebrolessi.]

Ascoltate il secondo consiglio di uno sciocco eccentrico ma onesto. Fate UNA cosa alla volta. Amatela. E fatela bene. Gettatevi anima e corpo in UNA cosa bella, speciale, interessante, appagante o divertente! Che siano anche mille, queste cose, più sono meglio è, certo, ma una alla volta
Ne va della vostra corteccia cerebrale (NON modificata), e quindi della vostra Libertà! 

E a chi vorrebbe trasformarvi in mutanti macchinette rincoglionite (gli occhialetti da stolido schiavo iperconnesso e sempre reperibile per il padrone sono qui dietro l’angolo!), dite che ci provi pure col pirla che arriva dopo di voi. Che a voi vi scappa da RIDERE.

E ripigliatevi, vi prego, risollevatevi un po’ anche da ‘sto tam-tam comunikereccio standardizzato, de-alfabetizzato e frenetico in cui vi abbrutite, da questo mondo trasformato in orrido, assordante brusio d’alveare amplificato, percorso ogni minuto dalla scarica diarroica di miliardi di messaggi che dicono tutti le stesse cose, cioè Nulla. 
Qualcuno una volta disse: 
“Comunicare è degli insetti. ESPRIMERCI, ci riguarda!”
Ma le compagnie telefoniche sono più contente se “comunicate”.

Non c’è niente da fare, davanti a certe cose ci vorrebbe il buon vecchio Totò:
Homo Zappiens? Ma mi faccia il piacere!
Homo Zappiens? Se ne vadi!
Homo Zappiens? Pprrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr!

p.s.
Una precisazione: l’essere mentalmente inferiore (ma stiamo proprio parlando di VORAGINI, eh) che in quella curva ha rischiato di tranciarti la vita perché era concentrato sul suo aggeggino tecnologico escrementizio invece che sulla guida, lui non è multitasking: è solo un’insulsa merda criminale che dovrebbe finire i suoi inutili giorni in galera, come stanno giustamente pensando di fare in Irlanda. Quindi vi prego: leggete e commentate solo se NON state facendo in contemporanea un’altra cosuccia. E soprattutto se non siete al volante!

mercoledì 28 maggio 2014

Quelli che usano sempre le stesse parole: "SECOLARIZZAZIONE"

Ogni volta che capita sotto gli occhi un articolo scritto da un capoclasse cattolico, che sia su un quotidiano nazionale o sul giornaletto parrocchiale, si potrebbe scommettere tutto ciò che si possiede che fra quelle righe pedanti comparirà almeno una volta il sostantivo “secolarizzazione”, oppure l’aggettivo “secolarizzato”. O magari entrambi. E, immancabilmente, queste parole verranno usate, con ingessata disciplina, in senso ultranegativo: cioè a indicare un declino – mentale, etico e spirituale – dell’Occidente (insomma la rovinosa perdita dei cosiddetti “Valori”) a causa dello scorrere dei secoli (o dell’illuminarsi delle intelligenze?) che han reso sbiaditi (o sottoposti per fortuna alla luce del dubbio?) i dogmi religiosi eccetera eccetera e blablabla. 

Be’, loro continuino pure a inflazionare l’uso di questi termini bruttini (chissà, forse nella loro dottrina anche la fantasia, la vivacità mentale e la capacità di scrivere sono peccati!), ma è proprio al significato che io mi ribello! Secolarizzazione è sì una parola lunga e antipatichella, ma dal significato meraviglioso e luminoso, poiché sta a indicare quella Benedetta distanza dalla più ottusa e violenta e prepotente e oscura e ignorante superstizione religioide che ancora pochissime centinaia di anni fa permetteva di cuocere allegramente alla griglia presunte streghe e presunti eretici, o anche soltanto chi osasse “tradurre” i cosiddetti sacri testi in lingue “volgari”. 

Senza secolarizzazione avremmo donne lapidate e minorenni gay impiccati come in Iran o in Sudan (laggiù non sono “secolarizzati” proprio per un cazzo!). Senza secolarizzazione anche i nostri catechisti sarebbero nu boko haram (ma solo nu bokettino, eh), aguzzini pronti a terrorizzare bambini e ragazzine col castigo della frusta o peggio se non imparano a memoria le giuste litanie (tutti a scandalizzarsi per quelle ragazzuole nigeriane rapite, ma non è forse vero che pure il cristianesimo viene inculcato nelle giovani malleabili menti, anche se per fortuna, grazie alla secolarizzazione, con maniere più soft ma spesso non meno subdole, coercitive e ricattatorie?). Senza secolarizzazione avremmo ancora aborti clandestini, e divorzio sacrarotesco riservato ai ricconi baciapile. Senza secolarizzazione certi nostri giornalistucoli conformisti (i pulitzer de noantri) sarebbero ancora lì a condire gli articolozzi sgrammaticati di cronaca con frasi del tipo “si indaga nello squallido ambiente degli omosessuali” (frasi lette da me nella fase giovanile di questa vita, non mille anni fa). Se non fossimo secolarizzati, i vescovi metterebbero becco in ogni legge dello Stato laico e della società civile (opssss… ma questo succede ogni santa volta! Allora non siamo poi così tanto secolarizzati?)

Quindi, anche se la parola in sé è brutta e non mi piace: viva la secolarizzazione! Sia lodata la secolarizzazione! Onore alla secola-rizzazione! Ne vorremmo dosi più massicce, di secolarizzazione!
E adesso basta, che con ‘sta paroletta mi avete secolarizzato la mynkja.


lunedì 26 maggio 2014

L'esagerata saggezza del mio vecchio padre :)



Intanto oggi compi 80 anni...
Tanti auguri papà!
Per tanto tempo siamo stati come cane e gatto, ma lo sai che ti voglio bene, vero?
Eccoti una delle tue canzoni preferite

lunedì 19 maggio 2014

Gianni Tetti - METTE PIOGGIA


Gianni Tetti
NEO.
pagg 201  € 14

Non lo troverete in classi/fica (anche se meriterebbe), perché la Narrativa italiana di alto livello, quella scritta da Scrittori puri, non abita più lì da un bel pezzo, e la colpa (vogliamo avere il coraggio di dirlo?) è anche un po’ di noi lettori, pigri, boccaloni e manipolabili. (All’oligopolio bullesco che usa slealmente le proprie testate come grancassa pubblicitaria non è obbligatorio rispondere ‘Gnorsì: si potrebbero modulare pure delle belle pernacchiozze, e pensare con la nostra testolina…)

Mette pioggia, il primo geniale romanzo di Gianni Tetti, è un testo apocalittico che si potrebbe (sbagliando) definire kinghiano, se non fosse così diabolicamente ghignante, ipnotico, spiazzante, postmoderno e originale. Originale come oggi quasi nessuno scrit-tore italiano extra-Neo sa più essere.
Va in scena – un giorno alla volta, e ogni giorno ha una voce diversa – nientemeno che l’ultima settimana dell’umanità, in tempi in cui tale evenienza ci risulta tutt’altro che incredibile (e anzi, a volte, vien quasi da pensare che avere ancora ben sette giorni sia inguaribile ottimismo…)
Sullo sfondo come nei primi piani, una Sardegna folle, psicotica, sciroccata, allucinata, selvatica, sanguinolenta, impicchereccia e sconcertante che ricorda in modo vago quella dell’adelphiano Niffoi, però più attuale e divertente, con contorni più vivaci e un nocciolo più vero, più rivelatore dell’odierna nonpensante rincolandia (di emanazione più o meno televisiva) che sta inghiottendo (anche a colpi di app) quel che restava dell’umano pensiero. Ed è tutto più inquietante proprio perché suona tutto vero: la normalità del delirio, o per meglio dire il delirio della normalità, rispetto a cui la fine oggettiva del mondo umano diventa decisamente il meno. (E forse è proprio questo che vuole dirci il libro: l’apocalisse è già qui, ma è interiore).

Mette pioggia è un succoso e saporito romanzo diviso in paragrafi brevi e staccati, molti dei quali ti regalano la soddisfacente impressione di aver letto un miniracconto, perfettamente cesella-to: incontri il salto e ti fermi, non per una pausa suggerita dal testo, ma per assimilare il paragrafo appena assaporato, magari metterti proprio a rileggerlo, ché per fortuna nelle cose intelligenti e superiori della vita (come appunto leggere bei libri) fretta proprio non ce n’è.

Di sangue ne scorre parecchio, ma chi lo usa come inchiostro su queste pagine sa diluirlo con l’ironia e l’imprevedibilità, e soprattut-to è sempre attento a non scadere (è troppo avveduto, Gianni) in quel facile “cannibalismo” anni 90 di cui nessuno, ma proprio nessuno, sente la mancanza. Il finale è incalzante, e obbliga anche il buongustaio più slow food a smettere di sgoduriare e ruminare, per lasciarsi trasportare verso l’inevitabile epilogo.

Nel complesso, il lettore si ritrova davanti a 200 pagine così godibili nel loro trascinante incedere che ne vorresti ancora, e ancora e ancora…

Ci sono anche molte bellissime parolacce, alla faccia dei cani da purga alla putiN, e della disarmante dabbenaggine di chi non ha ancora capito che oggi la volgarità ha cambiato casa e quartiere, e abita semmai nello squallore delle vuote banalità tecnoglionite, modaiole e gossippare, e non certo nelle parole cazzo merda e vaffanculo (quando ci vogliono), e in chi sa usarle per produrre effetto comico o realistico. Non a caso in queste pagine ci ho visto anche un po’ di Bukowski e di Céline, che a “parolacce” non scherzavano.

Gianni Tetti


Gianni Tetti è uno di quegli autori intelligenti, brillanti e pieni d’inventiva, così rari e preziosi, che magari vengono rifiutati da certa editoria proprio perché troppo intelligenti, brillanti e pieni d’inventiva: non sono abbastanza soporiferi per il Ramo Valium (che altri chiamano letteratura colta) e non sono abbastanza stupidi e banali per il Ramo Lassativi (che altri chiamano letteratura pop).
Ma per chi ama nutrirsi di Scrittura, leggere Gianni Tetti è una libidine. Di alto livello.

Dimenticavo: se e quando farete l’acquisto, online o in libreria, suggerisco ai più golosi e incontentabili di aggiungere anche i racconti del delizioso libro d’esordio di Gianni, I cani là fuori, con cui già aveva sfoderato il suo talento.



Merda, lo so: anche quest’anno, senza provare vergogna e senza paura di farvi passare per sempre ogni voglia, vi diranno di leggere roba scritta da cuocibietole invasati e da spogliarelliste petulanti, da cantanti e cineasti, da deejay e da cagnacci, da giornalistozzi-Dickens e da cespuglietti che hanno vinto alla tv, e dai tanti, troppi secchioncelli viziati, noiosi e “costruiti” per i quali la scrittura è un pesante lavoraccio, e si vede (“Perché lo fanno?”, si chiedeva giustamente proprio lo Zio Buk. Mah.)
Fidatevi poco.
Io invece mi ostino a dirvi di leggere Scrittori. 
In italiA scarseggiano e stanno per estinguersi (ancora sette giorni, forse qualcosina di più?). Ma ci sono.
Per cui.
Non fatemi incazzare.

Parola di Scriba.


lunedì 12 maggio 2014

E Johnny Daspo se la ride…

RI-VAFFANBÙ 
(effetto bù-merang)

Diciamolo: in un paese in cui la teppaglia da stadio (e non) effettua bombardamenti a tappeto a suon di razzi e pericolosi petardi, i peggiori cinghiali da stadio (e non) devastano impunemente bar, treni e autogrill, e la criminalità da stadio (e non) si mette addirittura a sparare, insomma un paese in cui la sottofeccia violenta, anziché produrre galeotti, produce al massimo tanti ridicoli Johnny Daspo, venir pagati per fare la spia sui CORI, gli STRISCIONI e i RUMORI dei tifosi è un mestiere abbastanza increscioso, col rischio, sempre dietro l’angolo, di cadere nel ridicolo. Proprio per questo andrebbe svolto con un minimo di equilibrio, competenza, intelligenza, senso del limite. Magari, visto che pur sempre in uno stadio ci si trova, capendo qualcosa del calcio e delle sue dinamiche. Ma siamo in italiA. E così arriviamo all’assurdo di multe salate e curve chiuse per i soliti (ormai noiosi, ma questo è un altro argomento) “bù” del cactus rivolti nel derby a un certo attaccante del Milan. Con arrogante ottusità, la procura federale parla di cori “senza possibilità di equivoco espressione di discriminazione per motivi di razza” (“ai minuti 1,4,18,26,33” – danno pure i numeri, quasi quasi me li gioco al lotto). Senza possibilità di equivoco? Siete voi, l’equivoco. Il campo era PIENO di giocatori con la pelle scura, cui nessuno ha rivolto mezzo fiato. (Così come contro la Lazio a nessuno è passato per la testa di “discriminare” Onazi o Keita, mentre ieri a Bergamo facevano – giustamente – “bù” a quel simpaticone di Mexes, e quindi adesso, per coerenza, qualche Einstein federale dovrebbe parlare di inequivocabile razzismo antibiondo e antifrancese…). Chi capisce qualcosina di calcio SA che i “bù” contro l’attaccante in questione sono dovuti esclusivamente al fatto che egli viene percepito dagli interisti come “traditore”, non solo per esser passato sull’altra sponda cittadina, ma anche per il fatto che quando giocava per l’Inter si rese protagonista del gesto di farsi fotografare con la maglia del Milan, e di quello ancor più riprovevole di gettare a terra la maglia nerazzurra. Sono quindi “bù” totalmente “tifosi” e totalmente calcistici, e ci sarebbero anche se l’attaccante fosse un cosiddetto “bianco” (successe, se non ricordo male, a Maurizio Ganz, e allora nessun fanatico antirazzista osò dire che a Ganz si faceva “bù”, senza possibilità di equivoco, per motivi razziali o territoriali). Il razzismo è una brutta bestia. Ma i piagnistei continui e strumentali, le permalosità untuose, l’ottusità castigatoria, gli spottini paternalistici, la malafede esibizionista e furbetta di certo fanatismo antirazzista rischiano di trasformarsi in boomerang (“bù”-merang?) per la causa che pretenderebbero di difendere.

p.s. il Daspo è un semplice provvedimento di esclusione (teorica) dagli stadi. Come ha intelligentemente fatto notare Mario Sconcer-ti, è come se in presenza di un rapinatore pericoloso e sanguinario ci si limitasse a proibirgli “severamente” l’accesso a banche, farma-cie e supermercati…

p.p.s. ma forse sbaglio argomenti, e le nostre autorità calcistiche sono semplicemente… tifoselle. Ogni volta che mi capita di assistere a una partita casalinga di una certa potente squadra torinese, rimango indignato e stomacato dagli insulti urlati contro chiunque per novanta minuti dalla sua bella tifoseria. Ebbene, quella curva è stata chiusa soltanto una volta, consentendo poi in extremis ai potenti torinesi di fare bella figura riempiendola di angelici bambini. Che hanno passato la partita a insultare il portiere avversario. (Che per fortuna era un cosiddetto “bianco”, altrimenti ci fratturavano la minchia col razzismo infantile…)


giovedì 8 maggio 2014

INKAZZO SPORADIKO VINTAGE - le mie cazzatine battute a macchina nel secolo scorso!

IL DIBATTITO

Pare (dico pare) che il dibattito televisivo sia stato inventato dagli Indiani d’America (che non hanno niente a che vedere con i Bulgari del Madagascar), che lo chiamarono provvisoriamente Gran Consiglio dei Capi.
    A differenza dei protagonisti degli attuali dibattiti televisivi, quei saggi capi avevano però il pudore e il buon senso di riunirsi in gran segreto, in modo che nessuno potesse sentire i cumuli di cazzate che si dicevano. 
    Ed è soltanto grazie ad alcuni segnali di fumo, rimasti impigliati per ventottaia d’anni tra un ramo di sequoia e un nido di schifocòttero o tapiro volante, che siamo venuti a conoscenza dei nomi dei partecipanti a uno di questi mitici dibattiti, che vi elenchiamo in disordine analfabetico:
    c’erano Aquila Marcia, Cane Cornuto, Toro Stravaccato, Orso Che Fa Le Uova, Nuvola Infingarda, Bisonte Andato a Male, Tacchino Che Non Si Lava e il valorosissimo capo Whenga Banga Ociobadabenga Sbonga (Uomo Che Inciampa In Uno Stronzo Del Suo Cavallo E Ci Resta Secco).
    Nulla invece sappiamo di cosa si siano detti, e forse è meglio così.
    Ma veniamo ai tempi nostri, e al fottuto dibattito televisivo. Ci occuperemo del dibattito prima maniera, perché i più recenti, con stronzetti e stronzette che parlano tutto il tempo dei cazzi loro e dei loro amoruzzi e di come s’ingroppano a vicenda, sono francamente troppo schifosi e oltraggiosi persino per scherzarci sopra.
    Secondo uno studio del noto sorciologo Rattoni, perché sia possibile lo svolgersi di un dibattito devono essere almeno presenti:
    un Moderatore (possibilmente armato), un Tuttologo, un Nientologo, il Presidente di un’Associazione Qualsiasi (meglio se finto-benefica), un Moralista, un Ciarlatano, Uno Che Passava Di Lì Per Caso e un Imbecille.
    Gli Imbecilli possono essere anche più di uno, anzi, più ce ne sono e meglio è. Qualcuno insinua che addirittura, in certi casi, gli Imbecilli vengano pagati per partecipare.
    Eccovi subito un esempio pratico, andato in onda sulla televisione hittita Telepinu la sera di piovedì zero zerembre millezerocentozerantazero, subito dopo il serial di successo “L’odore della famiglia”, la telenovela tragipuzzolente i cui protagonisti non amano autodetergersi.
    Vi partecipavano il Moderatore Scannamatti, pentasessuale e per di più mancino, il Tuttologo Margnifoni, il Margnifologo Biografoni, il Petologo tedesco Otto Scorringer, il professor Barbino Rimbambù (che è nato nel ‘700 e che ormai non muore più), docente di Arterio-Filosofia-Sclerotica e deficiente di Storia Contemporanea Del Nonno Di Suo Nonno, il Moralista Suscia-Balauster, il Bestemmiologo Sacramentoni, l’Imbecille Massimo Della Pizza e Don Dino Dondani d’Induno, il famoso prete suonato come una campana.
    Completavano la bella compagnia Kitty Spacca, campionessa di lotta libera e di palla prigioniera, ammanettata per motivi di sicurezza, il Guru Fangura, imbavagliato per motivi fiscali, il baritono Orazio Strazziacazzio, imbavagliato per ovvi motivi, e infine un pistola coi baffi che passava per la strada, messo lì con la forza come elemento decorativo perché nessuno dei presenti aveva i baffi (tranne Kitty Spacca che ne esibiva un cicinino) e, come disse il filosofo Pirlazio Perla mentre stava cagando, «uno coi baffi ci vuole sempre». Qua e là, lo studio era decorato da prostitutine in costume da bagno (fuori minaccaiva neve, anche se era piovedì).
    Durante tutto il dibattito, il povero pistola coi baffi venne continuamente fatto oggetto di una scarica di «lei mi dirà», «lei m’insegna», «come lei ben sa», «lei sa meglio di me», e il malcapitato pistola coi baffi non riusciva a capire cosa cazzo volessero da lui tutti quegli esagitati. Fu probabilmente in quei frangenti che lo sventurato pistola coi baffi maturò l’irrevocabile decisione di tagliarsi… i capelli.
    Il primo a prendere la parola, precedendo ovviamente il Moderatore, fu l’Imbecille, che se ne uscì con un paio di dotte citazioni che c’entravano come i cavoli a colazione. Tutti lo fulminarono con lo sguardo (lo Scorringer lo fulminò con una loffa da combattimento) e l’Imbecille non chiese scusa ma quasi. Dopo alcuni istanti d’imbarazzato silenzio, rotto solo da una slorchia fox trot a ripetizione sincopata dello Scorringer, riattaccò di nuovo l’Imbecille, che di nuovo parlò a sproposito (altrimenti che Imbecille della mutua sarebbe stato?). Ciò diede modo al Bestemmiologo Sacramentoni di dare prova della sua preparazione, urlando qualcosa che ci rifiutiamo di ripetere (non è che ci rifiutiamo, è che la censura ci fa un kulo kosì), ma subito il Moderatore lo mise a tacere intimandogli di moderare i termini, mentre il Moralista Suscia-Balauster ebbe una colica nasale.
    Qualche secondo più tardi fu il Tuttologo Margnifoni a indispettire gli astanti con un paio di esempi fuori luogo, e il Margnifologo Biografoni si scusò per lui dicendo che quando fa così è perché vuole uno yogurt al carciofo di collina radioattivo.
    Allora il Moderatore fece portare da una prostitutina in costume da bagno (fuori nevicava) una confezione di due yogurt al carciofo di collina radioattivi al prezzo di tre, gentilmente offerti dallo sponsor figlio di puttana. Il Moralista Suscia-Balauster volle a quel punto far notare che anche lo yogurt al carciofo di collina radioattivo è un chiaro e preoccupante sintomo di corruzione dei sensi e di rilassatezza dei costumi, riuscendo così nel miracolo di mettere d’accordo tutti i presenti, nel senso che furono tutti d’accordo nel mandarlo coralmente affankulo.
    Non solo, ma un po’ per far dispetto al bigottello, un po’ perché ingolositi dalla vista del Margnifoni che si pappava il suo yogurt usando le dita dei piedi invece del cucchiaino, si fecero portare ciascuno la propria golosità preferita, e cominciarono a ingozzarsi come Strabuzzosauri. (Uno Strabuzzosauro corrisponde, come unità di sozzura, a settantasette porci e mezzo, ma puzza un po’ meno).
    In un baleno vennero servite, da un esercito di prostitutine in costume da bagno (fuori rasserenava, e quindi stava per gelare), incredibili prelibatezze:
    orecchie di topo trifolate, marmellata di vitello gobbo a rotelle, spremuta di unità cinofile da sbarco, grugno di porcopotamo alla coque, frullato di struzzo vivo, frittata di fermenti lattici morti e sepolti, brufoli agonizzanti in salsa escrementizia, verruca d’asino flambé e pâté di patate potate petit.
    Quando appiccarono fuoco all’asino vi furono attimi di panico, perchè la bestia in fiamme, riconoscendo negli astanti tanti suoi simili (rigorosamente raglianti) svolazzava qua e là invocando soccorso.
    Il Moralista, per la disperazione, decise di spararsi a un alluce, ma gli si inceppò la pistola, allora tentò di suicidarsi col gas dell’accendino e d’impiccarsi un’orecchia con le stringhe delle scarpe. Poi decise che era meglio lasciar perdere, e che si sarebbe ammazzato un’altra volta.
    Nel frattempo il dibattito era ripreso e si era fatto molto accanito (più che dei cani sembravano galline imbizzarrite) e ben presto degenerò in rissa. Nonostante le sapienti inquadrature della regìa, era praticamente impossibile capirci qualcosa. Nel mucchio si riuscirono a distinguere Kitty Spacca che prendeva a calci l’Imbecille, il Biografoni che morsicava una coscia al Rimbambù, e Don Dino Dondani d’Induno che sparava furibondi cazzotti nella bocca del Guru, mentre il Bestemmiologo Sacramentoni gridava a tutti delle cose irripetibili (in sovrimpressione appariva la pubblicità scorretta di Antiostiolin Forte e Sacramentin B12), e il pistola coi baffi inseguiva lo Scorringer che si difendeva come peteva, pardon, come poteva.
    Il Margnifoni, invece, aveva messo il piede sinistro (proprio quello che non si era lavato) in bocca al Moralista, ma stava perdendo l’equilibrio, ed era pertanto imbarazzato e indeciso sul da farsi. Il baritono Orazio Strazziacazzio, da parte sua, era sfortuna-tamente deceduto, perché gli addetti alla sicurezza lo avevano imbavagliato davvero troppo bene fino a soffocarlo. 
Il pubblico si sarebbe aspettato qualche sana schioppettata da parte del Moderatore (specie quando lo Scorringer prese ad agitare slealmente davanti alle telecamere il suo bestial seller Fart around, "Petegiando in giro"), ma lo Scannamatti non interveniva, perché era troppo occupato in una delicata cappero-estrazione con appendici pelose alla narice destra. Nel bel mezzo del guazzabuglio, il Moralista Suscia-Balauster, con in mano una schifezza che si era appena tolto di bocca e che risultò poi alla moviola essere il piede del Margnifoni, ordinò attraverso lo schermo alla moglie Disgraziata di mandare subito a letto le bambine e di spegnere la TV, poiché un padre integerrimo come lui non avrebbe mai permesso a Isabrutta e Mariabestia di assistere a simili sconcezze.
    Appena fu certo che Disgraziata avesse obbedito, con un balzo zompò addosso allo stuolo di prostitutine insulse in costume da bagno che decoravano lo studio (fuori spuntavano stalattiti di ghiaccio, o stalagmiti, faccio sempre confusione, da che parte s’inculano), e tentò uno stupro cumulativo, accompagnato dal potente urlo di battaglia «Vén scià ke te dupéri, lürida tröja!» ("vieni qui che ti adopero, non-pulita peripatetica"), ma nella foga inciampette e muorò.
    Il giorno dopo, quel dibattito venne fatto oggetto di un’interrogazione parlamentare, ma il parlamento non rispose perché non aveva capito la domanda.

domenica 4 maggio 2014

Assaggi di romanzi inediti - da "LA CAMPAGNA PLAXXEN": frammento centrale del capitolo 6

Per fortuna il mio razzismo non mi fa guardare 
quei programmi demenziali con tribune elettorali 
(Franco Battiato, Bandiera bianca)

Niente, agli occhi di una persona nobile e onesta, è più odioso 
di una campagna elettorale, perché in essa si fondono le due cose
 meno sincere del mondo: la politica e la pubblicità 
(Paolo Lizzenci, Bandiera stanca)

Vagolavo alla ricerca dell’albergo in questa zona della città a me del tutto sconosciuta, una brutta zona, se mi è consentito dirlo, che univa gli aspetti peggiori del centro e della periferia: del primo aveva gli ingorghi di traffico ma non i fastosi palazzi antichi, della seconda l’anonima desolazione ma non le vie di fuga in qualche risicato spicchio di verde, siringose aiuole a parte – e di entrambi uno smog che ti si appiccicava addosso come una cipria di fuliggine a presa rapida, capace di renderti in poche ore molto simile a uno spazzacamino. 
Anche qui erano spuntati da un giorno all’altro i manifesti più o meno abusivi per l’elezione a sindaco di Mike Morigerato. E anche qui erano stati concepiti su misura, diversi da come li avevo adocchiati in altri sottotipi di habitat urbano. La conferma che Morigerato aveva finito con l’adottare come proprio marchio la strategia di persuasione differenziata: se la Campagna per vendere il collutorio era stata articolata nei tempi, quella per vendere la propria personale immagine e acquisire voti lo era negli spazi. Non c’era zona della città in cui Morigerato non sbandierasse la sua ferma e sincera intenzione di diventare “IL SINDACO DEL TUO QUARTIERE” (e non degli altri, o comunque più del tuo che non di quello degli altri, tipica furbetteria pubblicitoide…) Inutile dire che per carpire la maggior quantità possibile di fiducia e preferenze, l’aspirante sindaco si mostrava in ogni “quartiere” con faccia, idee, slogan e intenzioni diverse. Persino in aperto, spudorato contrasto fra di loro. Confidava nel poco rimescolio interno, nel fatto che i suoi concittadini girottolassero poco da un compartimento all’altro. Nel centro storico zeppo di vecchie beghine (la città “bene”) compariva sui cartelloni nell’atto di ricevere l’ostia da un prete (ovviamente più basso di lui, come gli attori comprimari nei film con Tom Cruise), e lo slogan era SE NON SONO VOTI CRISTIANI, NON LI VOGLIO. Il sindaco che crede nei Valori. Mike Morigerato, il sindaco del tuo quartiere. Ma nei sobborghi a luci rosse, fortino della droga, della prostituzione e dei viados sudamericani, insomma nella città “pene”, aveva la faccia tosta di apparire in camicia hawajana, gran sorriso da magnaccia e occhiali da sole, per annunciare IN UNA GRANDE METROPOLI C’E’ POSTO PER TUTTI. Il sindaco che unisce. Mike Morigerato, il sindaco del tuo quartiere. Nelle zone 6 e 7, fitte di casermoni popolari ancora in prevalenza abitati da italiani del sud, divenuti quasi tutti leghisti o fascisti per reazione all’incombere sempre più massiccio degli immigrati, un nano nerovestito ma con calcolata cravatta verde prometteva RUMENI NELLA LORO TERRA E FINOCCHI SOTTOTERRA. Il sindaco che ripulisce. Mike Morigerato, il sindaco del tuo quartiere. E qui? In questa semiperiferia operosa di commerci e di affari, non doveva far altro che essere se stesso, e, in gessato grigio e con rolex al polso più grosso e pacchiano d’un orologio a cucù, annunciare MILIARDARIO IO, MILIARDARI ANCHE VOI. Il sindaco che arricchi-sce. Mike Morigerato, il sindaco del tuo quartiere.