l'idea più pazza del più pazzo fra gli scrittori

"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"
SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

mercoledì 23 aprile 2014

Eresia Flash: Non sparate sull'omino Michelin!

XXL IS NOT A KILLER

Il sensodicolpismo antioccidentale sta perdendo ogni ritegno. In preparazione della melassa terzomondista e pauperista che ci sommergerà in occasione di expo 2015, qualcuno è arrivato a veicolare messaggi di puro terrorismo morale del tipo “per ogni persona obesa ce n’è una che muore di fame”. Detto così, papale papale (papestre papestre). Uno slogan che mi è toccato vedere anche su riviste intelligenti come Internazionale.
Un modo decisamente brutale, irresponsabile e superficiale di far sentire in colpa delle persone innocenti, facendo addirittura balenare (ma guarda un po' che verbo grasso ho scelto) una relazione di causa-effetto.
Come se ogni obeso (che magari ha già problemi di salute suoi, e non sempre è obeso perché si abbuffi) fosse direttamente e automaticamente un assassino!  
Per non parlare della piaga dei bambini sovrappeso, vittime precoci di un sistema iperconsumistico e pubblicitario, vero DOPPIO killer degli obesi e degli affamati (e dei tecnoglioniti in fasce: i Dead Digital).
E nessuno che abbia il coraggio di far passare messaggi meno boldrineschi, più corretti e quindi più scomodi. Del tipo: se muori di fame e hai 42 fratelli, probabilmente l’assassino è tuo padre. (Magari in concorso con chi ha deciso che munirlo di smartphone fosse più urgente e più vantaggioso che munirlo di Preservativi).

Ma del resto è una strategia, un meccanismo perverso, che già conosciamo, lo stesso della "beneficenza" ricattatoria e dell'accat-tonaggio aggressivo, lo stesso della politica populistico-pauperista: gli straricchi (con gran faccia tosta) fanno il lavaggio del cervello ai poveri e ai semipoveri, per farli sentire in colpa nei confronti dei poverissimi. Così loro possono lavarsene le mani e la coscienza: da fautori dello scempio si trasformano in capoclasse.

Parliamoci chiaro: se il pianeta fosse all'insegna della cooperazione e della fratellanza, nessuno morirebbe di fame. Ma proprio per questo, perché scassare la minchia ai fratelli obesi, facendo incazzare anche me che sono magrissimo?

E adesso, come antidoto al dilagare del politistronzocally correct, gustiamoci un po’ di buon vecchio Totò. Buon appetito.







mercoledì 16 aprile 2014

Assaggi di romanzi inediti - da "LA CAMPAGNA PLAXXEN": capitolo 2

Troppi daiquiri, porca mattina. Residuo tragicomico di sbornia triste, col vostro Zio Pep a tentare d’infilarsi dalla testa pantalun-ghi di tuta grigia che nella penombra alcolica aveva scambiato per maglione. Mi son fatto sentire una capadicazzo, e tutto da solo. Le meningi che scoppiano. M’assale il ricordo di quel vecchio simpati-co, personaggio delle mie vacanze al mare d’infanzia, Giannino si chiamava, prigioniero di guerra in Grecia e poi piccolo imprenditore nel ramo umidificatori per caloriferi e approssimativo giocatore balneare di bocce (confondeva i colori, bocciava il punto del compagno, che in cambio diceva cose come dio cagnòn, ma poi si lasciava consolare da uno o più Campari). Ti arrivava in spiaggia, il Giannino, strascicando e inciampando (ciapando tupìk, lo chiamava lui) e ogni volta giustificandosi dietro un sorriso candido da bimbo col suo rituale Porca mattina, sono ancora ubriaco… 
Che bella cera che hai!, mi congratulo sorridendo a denti stretti nella specchiera del cesso. Mi sorprendo a pensare quanto si somiglino “specchiera” e “sputacchiera” in Italiano, la madre di tutte le lingue. Se mi guardo allo specchio poi mi sputo in un ecchio… In realtà mi sembro una cagata di piccione uscita pure storta, svogliata. (Non immaginatemi altissimo: sono un piccoletto coi capelli un po’ lunghi e la faccia fin troppo da buono. Dicono che somigli tantissimo al protagonista di Full Monty). 

Mi siedo davanti al notebook in salotto e mi accendo una Davidoff al mentolo. Sarà la terza o la quarta. Mia madre, l’Incombente-Onnipresente, me lo fa notare. Allora io le faccio notare che ho passato i quaranta e non deve rompermeli. Mi guarda malissimo, con quello sguardo da “Se hai passato i quaranta, com’è che sei ancora qui al riparo della mia sottana?”. Le chiedo scusa. Io chiedo sempre, scusa.
Porca mattina, già. Ma cento volte più porca l’infame serata di ieri.

Arrivo al ristorante che son già tutti lì. Il maledetto parentume di lei. Le sue amiche venefiche. Al mio apparire si spegne nell’ostile imbarazzo un commento a voce alta su me medesimo, di cui faccio in tempo a captare la coda mozzata delle parole “inadeguato a sostenere una fami…”, pronunciate da un nerboruto cuginastro della Mantide Livorosa, cugino di secondo grado scala Mercalli, un energumeno infestato di tatuaggioni imbrattabraccia che esibireb-be a manica corta anche nei giorni della merla, un affollamondo con cinque figli tutti intelligenti come lui, ognuno chino e cretino sul suo bel videogioco portatile. Mi prende subito da parte la Mantide Livorosa per una prima scenatina improvvisata sui miei quattro minuti di ritardo (e va bene, erano cinquanta e passa, non si trova mai un parcheggio e son finito a casa di dio, e poi vuoi farti almeno un martini o tre in un bar o due per darti coraggio, porco d’io?), e una seconda scenatina assai più premeditata, pianificata, articolata, di genere finanziario. Perché accetto di stare in mezzo a queste vipere laide? Perché è il compleanno, l’undicesimo, del mio bambino.

Un dolce bambino down dietro la sua torta che tenta di spegnere le candeline. Mentre il suo sciammannato padre tenta di staccare la corrente ai contatti che vanno dal cuore ai condotti lacrimali. Nessun cuginetto gli si stringe attorno, si fanno i cazzi loro coi videogiochi. Già tanto se stanno a tavola, probabilmente ricattati con nuove promesse di tecnologica strammerda (i virus inoculati da mister Jobs e genoria simile, più devastanti della meningite). Amichetti non ne ha. I nonni materni sono al mare in Sardegna, e mia madre non se l’è sentita di venire, come al solito. Con lui non è avara di affetto e di coccole, ma so che sotto sotto considera mio figlio Paolo un castigo del Cielo, e che adesso sarà in chiesa a piagnucolare e ad accendere una candela del cazzo, invece di stare qui a battere le mani per lo spegnimento di queste. Ma papà non piange, tranquillo baby mio. Ci manca solo di fargli vedere che sono un maschio che sa piangere, a questi ottusi neanderthaliani del profitto, a questi disciplinati scopamoglie pocosessuali ma muulto spendaccioni per lo shopping firmato delle loro alberodinatalizzate lei (ce n’è una che le mancano solo le lucine intermittenti e la cometa d’oro ‘n copp’a capa). Tutte addobbate di orecchini penduli monili profumi straccettisexy tacchialti trucco smalto braccialetti borsette collane – ma quanto costa una gallina modaiola, visto che poi queste qui sono tutte casalinghe o impiegate part time? Vabbè. Io li avevo già notati con fastidio da un bel pezzo, certi stronzetti adolescenti a un altro tavolo che me lo additavano e sghignazzavano con cattiveria, senza che i genitori li schiaffeggiassero o fucilassero sul posto. Ma quello no, arrivare fino a quel punto. Quello non me lo sarei aspettato. Uscendo, prima di chiudere la porta e scappare via da vigliacco, l’ultimo di loro, un biondino già sui quattordici, si gira verso mio figlio e gli grida: “Buon compleanno, mongoloide!”.

Per la paga le due figlie firmate dell’albero di natale sono scoppiate a ridere di gusto, non smettevano più. E l’albero di natale neanche una piega, nanca ‘n plissé.
Ora, voi crederete, o spererete, o addirittura ne sarete sicuri, che lui non abbia capito, non se ne sia accorto, non ne abbia sofferto. Ma si dà il caso che Paolo, per fortuna o purtroppo, sia uno di quei down molto, molto svegli. Seguitissimo, con cura intelligenza e amore (questo devo riconoscerlo anche alla signora Mantide) fin dai suoi primi giorni, sempre affidato alle menti più esperte, ai sistemi più avanzati (portato anche all’estero) e sempre, sempre, sempre amato e sostenuto e coccolato, e trattato ove possibile come un bambino del tutto normale, con tanto di lettura di favole prima del bacio della buonanotte. E così adesso è autocosciente. Così adesso se qualche fottuto bastardo lo chiama mongoloide, lui capisce.
E allora, come credete sia stato il dialogo in macchina, mentre lo portavo a casa di lei (sarebbe quella di cui pago il mutuo io, ma pazienza) dopo aver ottenuto la magnanima concessione di stare un po’ con lui almeno durante il tragitto? Credete mi abbia detto cose del tipo “Tu e la mamma non vi volete più bene perché io sono mongoloide, vero?”
Indovinato, ziocàn! Quando poi mi ha domandato “Ma tu mi vuoi bene papà?”, la corrente è tornata, i condotti lacrimali hanno ripreso a funzionare, e il vostro Zio Pep era lì, a guidare nel traffico della sera singhiozzando come un agnellino. “Non potrei volertene di più” gli ho detto. “Non potrei volertene di più”. “Cioè mi vuoi bene o no?”. Con lui bisogna essere semplici e diretti, a volte lo dimentico. “Ti voglio tanto bene. Te ne vorrò per sempre”. Appena fermi a un semaforo l’ho baciato, bacio impastrugnato di lacrime mie paterne sulla sua guanciotta bianca. Spero non mi fraintenderete se lo dico, ma in quel momento ci avrei fatto l’amore, per dimostrargli il mio Amore. E magari un minuto dopo avrei accelerato per sfracellarci contro un camion, per far tacere la mia disperazione. Solo che poi mi è toccato, cazzo, scoppiare a ridere: prima non mi ero reso conto di che zona stessimo attraversando, ma dopo aver baciato il mio bimbo lì fermi al semaforo, mentre lui s’era messo appoggiato con la tempia al finestrino, affacciato sul freddo niente di un mondo nemico, e io con un fazzoletto mi asciugavo le gocce salate, è venuto a bussare con le nocche al finestrino un tale che avevo già visto giorni prima, con la faccia da presidente iraniano. Ho fatto un gesto come quando si scaccia una mosca, e lui è sciancato via zoppicando brutto. Mancava solo ahmadinejad falsinvalido, in questa serata di merda.
Per far tornare la luce nei suoi occhi mi esibisco allora nel mio numero preferito: mollo il volante anche se siamo già ripartiti e mi metto a far scorregge musicali con le mani, petegiando nell’incavo dei palmi uniti la famosa risata di Woody Woodpecker: 
Spropropròòòòprot, Spropropròòòòprot, pro-pro-pro-pro-prot! E Paolo s’illumina. Sono un buffone meraviglioso. Il mondo mi dovrebbe amare. La vita mi dovrebbe aiutare. Mi dovrebbe sorridere. Ma basta e avanza che mi sorrida, adesso, lui. Rimetto le mani sul volante giusto in tempo per evitare, per un pelo, un cassonetto della spazzatura. Ridiamoci un contegno.
Papà! Diciamo le nostre parole magiche?
Quelle proibite?
Sii!
In coro?
Sii!
Uno, due, tre:
“Cristero-Peretta-Supposta-Siringa!”
Ogni suo sorriso mi arricchisce più di un lingotto d’oro. Allora diventa il mio Orsetto Felicetto. Che mi insegna a vivere. Lui a me.

Rimasto solo, nel fare rotta verso la vecchia-nuova casa, ci do dentro a squarciagola con le mie canzoni rivedute e scorrette: Cerco un centro di gravità permanente, che non mi faccia mai dimenticare quanto stronza è la gente

A casa non riesco a farmi venir sonno, così decido di mettermi davanti al notebook per distrarmi con una bella bloggatina. E così, sul sito dell’amico Moby Knight, non vado a imbattermi proprio quella sera nella più bella e struggente canzone dei Sigur Ros (Svefn-G-Englar), con quel video spaccacuore pieno di ragazze e ragazzi down vestiti di bianco, movenze di angeli nella vastità dello scenario selvaggio-mistico della natura islandese? Nella colonnina di destra del blog scopro anche una bellissima foto di bambini come il mio, cui il mio amico ha aggiunto il pensiero delicato di una scritta che dice “Un sorriso per i bambini down”. 
M’intenerisco, lascio un lungo e commosso commento, poi mi ricordo di avere in casa il lime, lo zucchero di canna e il ghiaccio da tritare. Da tritare piano per non svegliare mammà. E il rum di quello giusto, per la mia fuga verso nuovi strati d’incoscienza degni d’essere vissuti, e d’auspicabile disgregazione mentale.
Troppi daiquiri.



lunedì 14 aprile 2014

MANUALE DEL TELECRONISTELLO OMOLOGATO ITALIOTA (FATE TUTTI LA STESSA TELECRONACA E MI RACCOMANDO FATELA BRUTTA, BRANCO DI CLONI)



1 I quattro aggettivi della lingua italiana sono tre: “importante” e “fondamentale”.

2 Sui canali sportivi italioti, “stagggione” si deve pronunciare con almeno tre “g”. Vivamente consigliata la variante con quattro, consentite anche cinque.

3 Vietato dire che il difensore “salva un gol”: dovrete per forza dire che egli “si immola”. Vietato “cross pericoloso”: bisogna dire “cross interessante”. Vietato “mischia furibonda”: bisogna dire “la palla restalllì”.

4 Proibito anche dire banalmente “settimo minuto”, “trentaseiesimo minuto”: sempre “sette sul cronometro”, “trentasei sul cronome-tro”, scassare la minchia a sfinimento, con ‘sto cazzo di cronometro.

5 Se un pirla invece di crossare di sinistro s’intorcignaccola in giravolta col tacco interno destro per fare il fenomeno vanificando l’azione, non dite mai che ha fatto una cagata: bisogna chiamarla per forza (e con entusiasmo orgasmico!) “rabona”.

6 Analogamente, qualsiasi cazzata alla rovescia o all’indietro chiamarla “veronica”, anche se è il termine più stupido e più inutile della storia della lingua italiana.

7 Se un giocatore superstizioso entra in campo dicendo messa (per una partita!) e inanellando preghiere e scongiuri religioidi, strombazzare ed enfatizzare la cosa, come se fosse un esempio positivo e intelligente.

8 Il passaggio fatto a cazzo e senza guardare va chiamato “no look”, anche se il passaggio no look esiste e ha un senso solo nel basket. (Qualcuno poi lo spieghi ad Amauri, che è solito slogarsi il collo da una parte prima di sbagliare il passaggio dall’altra, credendo di farci una bella figura, per far vedere che lui fa i passaggi no look.)

9 Ripetere la geniale espressione “in qualche modo” almeno due volte in ogni singola azione.

10 Lo spettatore arde dal desiderio di venir tramortito da raffiche di statistiche insulse, di cui è avido e goloso. Per cui, ogni volta che si nomina un giocatore (anche uno in panchina) snocciolare senza criterio selettivo tutte le cifre e le informazioni che lo riguardano, compreso il numero medio di ruttini che faceva da neonato dopo il biberon. Molto interessanti anche il numero di tatuaggi, la fede religiosa dei prozii, e il nome della nuova gallina con cui fa le porcheriole.

11 Le risapute cazzate di rito sparate a manovella da ogni allenatore nelle noiose conferenze stampa pre partita vanno sempre per forza chiamate “le Dichiarazioni della Vigilia”. (Consentito anche “Vigggilia”).

12 Fate finta che gli inutili inviati a bordocampo (addirittura uno per panchina!) per riferire sui peti degli allenatori abbiano davvero una funzione essenziale [volevo dire importante, fondamentale], e non siano un modo di collocare e stipendiare altri vostri colleghi meno bravi a spese degli abbonati. Ricordatevi che un giorno potrebbe toccare a vostro figlio, o a vostra cugina (cugggina).

13 In caso di errori, fate pure i ganassa infamando a morte gli arbitri stranieri e le regie straniere, che tanto non vi sentono, ma guanti di velluto con gli arbitri italioti “che sono i migliori del mondo”, e mai una parola di biasimo per la regia italiota, neppure se si perde il gol decisivo [cioè importante, fondamentale] per mostrare un inutile replay o un imbecille che si scaccola in tribuna.

14 Ogni volta che un allenatore rivolge la parola al quarto uomo (o viceversa), chiamarlo “siparietto”.

15 Se qualcuno introduce un eufemismo idiota e stucchevole, adottatelo TUTTI come una massa di pecore pappagalle. Per esempio, ormai non si dice più “attaccare”: si dice “fare la partita”.

16 La parola magica dell’anno (pardon, della stagggione), da pronunciare almeno 50 volte a partita, è “imbucata”, da usarsi stupidamente per QUALSIASI passaggio in avanti nella metà campo avversaria.

17 Per sembrare più intelligenti e più “in”, chiamare “out” (che significa “fuori”) le fasce laterali.

18 Se un calciatore prima di diventare professionista ha lavorato, ad esempio, in una pasticceria, chiamare questa normalissima e insignificante cosa “aneddoto”.

19 Severamente vietata la troppo semplice parola “tiro”. Bisogna per forza specificare p(i)edantemente il piede: “Destroooo!”, oppure: “Sinistroooo!” Altrimenti lo spettatore non capisce il piede.

20 Se morite dalla voglia di far sapere a tutti che siete degli ignoranti che tentano di passare per alfabetizzati (i classici “villan rifatti”) usate di continuo a sproposito “il proprio” al posto di “il suo” o di “il loro”.

21 L’inferiorizzazione mentale del linguaggio è ufficialmente giunta al suo apice: da oggi avete il permesso di commentare un bel gol dicendo semplicemente “Wow!” (Uau!)

22 Se un contropiede è così veloce da produrre un tiro in porta dopo due secondi, impappinarsi lo stesso per dire il bruttissimo (e del tutto inutile) ma ormai obbligatorio scioglilingua “trasforma l’azione da difensiva in offensiva”. Magari in seguito ci occuperemo di come rendere meno offensiva la telecronaca. Per le orecchie del telespettatore. Pagante.

23 Per dissimulare la vostra appartenenza alle generazioni neoanalfabetine e tecnoglionite, usate con insistenza qualche stucchevole espressione dell’Ottocento. 
Per esempio, “claudicante” al posto di “zoppicante”, e “da tergo” al posto di “da dietro”.

24 Parlate sempre a mitraglietta e non fate mai una pausa: il nostro spettatore di riferimento ideale è il moderno teleimbecille che ha PAURA del silenzio (che è poi il motivo per cui, durante i minuti di silenzio, gli imbecilli applaudono), e a cui piace che la telecronaca venga confusa con la radiocronaca. 

25 Adesso che i nomi degli stadi sono sponsorizzati, ripetete almeno una volta al minuto dove si sta giocando. Se gioca in casa il Manchester City, dire di continuo “calcio d’angolo all’Etihad”, “uno a uno all’Etihad”, “sostituzione all’Etihad”… 
Chissà che qualcuno non vi allunghi una mancetta…

giovedì 10 aprile 2014

Nuova infornata di racconti - Olfatto


OLFATTO


Dicono che i cani vivano in un mondo di odori. Che ne “vedano” le gamme come noi lo spettro dei colori. Un cane senza olfatto è come un uomo cieco. A me dell’olfatto importa poco: è forse il senso a cui dedico meno attenzione, anche se naturalmente cerco di evitare i tanfi e i miasmi e mi piacciono molto i profumi, specie quelli dei fiori e di certi manicaretti, e le essenze dolci e fruttate che si mettono sul corpo le donne, e qualche volta i maschi più coraggiosi tipo me (ma che siano due gocce: impestare l’aria dovrebbe essere reato, anche se il profumo è buono). Invece mi ripugnano quei profumacci pungenti dei dopobarba machoidi, quelli che i conformisti si sbattono in faccia a badilate ogni santo giorno per ribadire al mondo che hanno il cazzo. (Ho appena letto di uno psicociarlatano omofobo, uno strizzaportafogli macaco e cialtrone, che definisce l’avere il cazzo “natural design”).

In quel mio sabato mattina castelpretano da messo notificatore, ero reduce da una disavventura di tipo uditivo. Una vecchia al citofono. “Cu è?” “Esattoria!” Lunga pausa. “Quale sartoria?!” “Esattoria, signora”. Pausa ancora più lunga. “Cu è ‘sta sattoria?” “Ho una cartella per il signor…” “Non ne compriamo cartelle. Vadi via! Chiamo i carabbegneri!” “Le lascio un avviso nella cassetta della posta”, taglio corto, sperando che almeno il marito sia alfabetizzato. Non lo dico per esagerazione o cattiveria. Questo lavoro increscioso mi ci ha fatto cozzare più volte, contro la tragedia dell’analfabetismo. Gli analfabeti del passato ti fanno pena. Perché non è colpa loro e perché gli dispiace, se ne vergognano come ladri, ‘sti poveri vecchietti, quasi sempre immigrati del sud. A differenza dei misalfabeti del futuro, che l’avranno voluto loro e se ne vanteranno pure, e ti verrà solo voglia di prenderli a calci, questi qui ti fanno una tenerezza infinita. La cosa li mortifica a tal punto che nel chiedere se possono fare la crocetta al posto della firma non ti dicono “non so scrivere”. Dicono tutti “ho rotto gli occhiali”. Poi fanno la crocetta, come nei film. E a te ti si rompe qualcosa dentro. Ti viene da piangere. Pensare che basterebbe la piccola malizia di inventarsi uno scarabocchio leggermente più elaborato, di una maledetta crocetta, e non se ne accorgerebbe nessuno. Possibile che non glielo dicano? Non posso certo dirglielo io. Ha detto di aver rotto gli occhiali, non di essere analfabeta. Se insinuo che è analfabeta, magari mi spacca la testa.

Ma torniamo alle cose olfattive. Ho tenuto per ultimo un avviso di mora da notificare in via X, al quarto piano di una palazzina. Mi sono accorto dal nome che si tratta di un mio vecchio allenatore di calcio. Stiamo parlando di quando avevo dodici o tredici anni. Adesso ne ho quasi trenta. Non si ricorderà di me: l’ho avuto per poco e non abbiamo fatto comunella, non siamo diventati amici. Però lo ricordo con simpatia: era un bravuomo, e tecnicamente non era un somaro. Magari invece di offrirmi da bere e chicchierare di calcio s’incazza pure per l’avviso di mora. Ma non credo: è una cifra irrisoria, quegli interessi minuscoli frutto di una burocrazia che prende per il culo la gente, e non è colpa mia: io sono una specie di postino, e per un mese soltanto.
Tutto inutile. Il mio vecchio allenatore non c’è. In casa trovo solo la moglie. Viene ad aprirmi questa bionda piuttosto carina e giovanile. Ma la possibile invidia per il mio ex allenatore si spegne nel giro di mezzo secondo, per trasformarsi in compassione: la moglie è una puzzola. Vengo assalito da un’insostenibile zaffata di puzza d’ascelle, mentre la moglie puzzola dell’allenatore di calcio mi invita, senza troppa gentilezza, a entrare. Difficile dare l’idea: lì dentro non esiste nient’altro che puzza d’ascelle. È il dominio, il regno, l’impero, di sua maestà la Puzza d’Ascelle. L’appartamento ne è impregnato, inzuppato, contaminato. L’attaccapanni puzza d’ascelle. Il pavimento puzza d’ascelle. Il lampadario puzza d’ascelle. Le piante in vaso, che immagini agonizzanti, puzzano d’ascelle. I libri sugli scaffali puzzano d’ascelle. I pesciolini colorati nell’acquario non puzzano di pesce, ma d’ascelle. A lei deve sembrare una cosa normale. Non è imbarazzata. Non mi dice: mi scusi, ho appena fatto ginnastica, o spostato mobili, e stavo per buttarmi sotto la doccia. Niente di tutto questo: si limita a puzzare e basta. Le ghiandole sudorifere rendono un incubo la vita di questa donna e del marito. E, in questo momento, la mia. Sul viso della puzzola non si scorge traccia di sorrisi, e il suo fare non è ostile ma nemmeno cortese. Sembra una persona scontrosa. Ti domandi se sia diventata scontrosa perché puzza, o se puzzi perché è scontrosa. Ti domandi anche, interdetto, se non esistano rimedi. Come può l’allenatore di calcio sopportare di vivere così? Non hanno cercato un superdeodorante atomico, una medicina, una cura, un luminare, un miracolo? Come può non divorziare per causa di forza maggiore, anche se lei è bella e lui di certo l’ama?

Mentre la moglie puzzola dell’allenatore di calcio mette la firma sull’avviso di mora, da cui poi strapperò il talloncino che mi farà puzzare la cartelletta, la macchina, la casa, i miei occhi disperati vagano per il salone in cerca di finestre, e intanto mi chiedo se il rischio più concreto sia vomitare o svenire. Le finestre sono chiuse. Mi gira la testa. Coraggio, devo resistere. Fra un po' sarò fuori. Ma come fanno quei maledetti vetri a restare sigillati? Non dovrebbero spalancarsi da soli, in un impeto di ribellione?
A un tratto mi assale il pensiero che all’allenatore di calcio non sia mai fregato un accidente di istruire ragazzini scarsamente dotati a tirar calci a un pallone. L’allenatore di calcio ha bisogno di aria.

lunedì 7 aprile 2014

Eresia flash: progggeti d’i halfabbettizazzzione?



LA CARICA DEI MISALFABETI

Leggo sempre più spesso di (rovinosi) “progetti per giovani” fatti passare per intelligenti. Ad esempio: “Videogiochi in biblioteca”. Che per me è un po’ come dire “Dvd porno in chiesa”. Il diavolo e l’acqua santa, insomma. Gli opposti che NON si attraggono. Ma nemmeno un pochino. I soliti ingenui positivoni risponderanno che intanto così si attirano i gggiovani tecnoglioniti e dealfabetizzati in biblioteca, e che poi magari da cosa nasce cosa. Certo, se vogliamo continuare a prenderci in giro da soli… Anche distribuendo spinelli gratis in pinacoteca vi si attirerebbe marmaglia. Salvo poi stupirci perché invece di fermarsi a guardare i quadri quelli li rompono, li sfregiano o li rubano, o ci pisciano sopra… Ho già assistito a esperimenti simili: il solo risultato è che potete scordarvi l’idea di biblioteca come rassicurante oasi di sacro silenzio: adesso regna il casino anche lì. Dice “ma gli psicologozzi ufficiali hanno dato il nulla osta ai giochini, dicendo che sono altamente educativi e formativi, un’ottima ginnastica per la mente”. Ah be’, ma allora…

E a proposito del deprimente livello di dealfabetizzazione italiota: l’altro giorno mi sono messo casualmente a leggere (senza inten-zioni ciniche, lo giuro) i commenti a una tragica notizia di malasani-tà sul sito di una nota agenzia di stampa. Il primo commento era di un poveruomo che esordiva con «Chi fa’ questi errori…» e finiva con «… un’altro inpiego». Ma non è questa la cosa clamorosa. La cosa clamorosa è che un altro tizio, che oltre al proprio nome teneva a sbandierare l’appartenenza a una prestigiosa Università, non solo interveniva per fare il saputello correggendo “inpiego” con “impiego” (come se fosse stato quello il punto in un frangente simile) ma, cosa incredibile, correggeva SOLO «inpiego», come se persino in ambito universitario «chi fa’» e «un’altro» non costituis-sero un problema!!

Per non parlare di circuiti più plebei, tipo forum di tifosi. Su uno mi è capitato di leggere che un certo terzino “non c’è la fa”. Perché la doppia tristezza del neoanalfabeta è che egli (esso?) finisce squallidamente con lo sbagliare complicando le cose invece di semplificarle…

Vi propongo infine l’ennesimo neologismo zioscribesco (quando diverrà di moda, ricordate che l’avete letto per la prima volta qui): MISALFABETA! Sono infatti sempre più numerosi gli italioti che scrivono dappertutto, quotidianamente, pur non padroneggiando o addirittura apertamente DISPREZZANDO le regole della scrittura! Ma il guaio è che misalfabeti stanno diventando anche i cosiddetti “educatori”: basti vedere il triste destino delle materie umanistiche nelle nostre sqhuole, ormai volte a formare, anziché Uomini, solo schiavi efficienti e consumisti deficienti.