l'idea più pazza del più pazzo fra gli scrittori

"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"
SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

lunedì 31 marzo 2014

LE PEGGIORI LETTURE STRANIERE DELLA MIA VITA

Inutile ribadire che le più orripilanti, offensive e lassative esperienze di lettura della mia vita le ho avute al cospetto di scrittorucoli e scribacchiotte made in italY. Ma qualche fregatura me l'hanno rifilata pure gli strangers. Ecco le tre peggiori.

Voto: 2-

“Ma mi faccia il piacere! Se ne vadi!” direbbe il grande Totò. Per una volta avrei dovuto dar retta al sciùr D’Orrico e spendere meglio i miei soldi. Robetta frivola e dozzinale, che pare scritta con le terga da una personcina insulsa, mai all’altezza di un’idea di partenza, quella sì, davvero seducente. Un libercolo che sembra il precursore delle 50 flatulenze vaginali (non per l'erotismo: per la vuotaggine), con l'aggravante di esser mascherato da Narrativa Vera. Dopo le prime pagine, incredulo di tanta banalità, superficialità e pochezza, mi metto a piluccare saltabeccando qua e là per capire se sia il caso di continuare a infliggersi la lettura o non sia meglio buttare il libro nel cesso. Trovo l’irritante, fastidiosa, petulante espressioncina “convolare a giuste nozze”. Butto nel giusto cesso.

Voto: 2

Uno dei più meravigliosi e affascianti titoli di sempre per una zoppa, insulsa, oltraggiosa favoletta conformista e moralista, incentrata sulla presunta “redenzione” di un clochard a colpi di denaro, onore, lavoro e senso del decoro (io la chiamerei piuttosto “corruzione”). Il tutto, ovviamente, su un patetico sfondo provvidenzial-miracolistico che più goffo non potrebbe essere. Come se non bastasse, pare scritta da un bambino di sette anni, e neppure troppo sveglio, da tanto è zeppa di sciatterie, ripetizioni, ingenuità e melensaggini. In compenso l’editore si è fortemente adoperato per peggiorare la situazione, con tutta una serie di stucchevoli notarelle che ci spiegano non solo la geografia francese, ma addirittura che cosa diavolo sia un pernod! Non una sola riga degna di essere sottolineata e ricordata. Una storiella che pretende di essere edificante, ma si rivela demolitrice degli zebedei del lettore. Severamente sconsigliato ai minori. Severamente sconsigliato a chiunque. E immagino che di rimborsarmi il prezzo non se ne parli nemmeno. Solo sette euro, d’accordo. Ma era meglio berseli al bar.

Voto: 3

Pretenzioso, falso, furbetto, antipatico, intellettualoide, insulso, stereotipato, saputello, del tutto privo di autoironia (con quei ridicoli "pensieri profondi" considerati DAVVERO profondi!): è uno dei peggiori romanzi che abbia mai letto. Sulla totale odiosità delle due protagoniste, che la spocchiosa autrice vorrebbe a tutti i costi rendere simpatiche (e non era difficile: ci riuscirà benissimo, ad esempio, la regista del film, raro caso di pellicola che surclassa il romanzo da cui è tratta), hanno già riferito in molti. Allora mi limito a segnalare una delle (tante) magagne secondarie che ammorbano questo prodottino così venduto e così apprezzato: la stolida, indisponente, prefabbricata malagrazia delle troppe, estenuanti ripetizioni: alla ventesima volta, anche la povera "camelia sul muschio" incomincia a... puzzare. E a puzzare di brutto.


E voi? Vi è mai capitato fra le mani un libro così brutto da incazzarvi con voi stessi per averlo avventatamente com-prato, o con la persona che ve lo aveva consigliato?


domenica 23 marzo 2014

Nuova infornata di racconti - Dare una mano


DARE UNA MANO 


La vita era cambiata in meno di due giorni: domenica mattina Eugenio aveva visto sul giornale il suo nome (in realtà un nome d’arte) accanto al titolo del suo ultimo libro. Niente di speciale, direte. Oppure: embè? O anche: e sticazzi? Ma si dava il caso che nome e titolo si trovassero in un posticino abbastanza particolare: il gradino più alto nelle classifiche nazionali di vendita
E così Eugenio, dopo aver sorseggiato un secondo caffè nel suo silenzioso appartamento da single, aveva passato un bel paio d’ore a bearsi e a gongolare. Anche se il fatto del nome d’arte, a ben guardare, gli levava nove decimi di soddisfazione: nessun cono-scente che potesse aprire il giornale e capire che si trattava di lui, e schiattare di rabbia. Poi, nel primo pomeriggio di lunedì, la firma su quell’incredibile contratto. E quell’assegno a sei zeri (li aveva contati e ricontati: erano proprio sei!). E non era che l’anticipo. Per due nuovi titoli della fortunata collana “Erotica Cul In Aria”.
Dopo una vita passata a sentirsi in credito, adesso Eugenio era decisamente in debito. Doveva a tutti i costi dare una mano a qualcuno. Questione di karma.

Gli venne così in mente quel compagno di liceo – un anno meno di lui – dal nome problematico: Leonello Stanfredini Smith. 
A quindicianni Leonello Stanfredini Smith scriveva racconti deliziosi, stupefacenti. Erano arrivati anche dei piccoli premi, e un’effimera gloria da giovane promessa distrettuale. 
Dopo il liceo si persero di vista. Eugenio aveva poi rincontrato per caso Leonello a dieci anni dal diploma. Lavorava alla cassa di un supermarket. Eugenio si era preoccupato per lui. Leonello Stanfre-dini Smith lo aveva rassicurato, affermando che era solo un impiego momentaneo per pagarsi gli studi. E che stava dietro a un romanzo divertentissimo e geniale. Presto avrebbe sentito parlare di lui! La preoccupazione sfumò in invidia: Leonello sembrava avere grandi prospettive. Eugenio, in quel momento, ancora no.

Invece passarono altri vent’anni, e non successe proprio nulla. Ma questo non significava che il romanzo di Leonello non avesse valore. Ormai ne sapeva ben più di qualcosa, Eugenio, del sistema cul-turale italiota. Quattro bei romanzi e due raccolte umoristiche senza mai arrivare alle mille copie, la sopravvivenza solo grazie all’insegnamento (da precario sottopagato e osteggiato dal bigotto genitorame, a causa dei suoi metodi per nulla ortodossi). E poi, lo straripante successo del suo libro peggiore, di quella sua vergo-gnosa troiata per imbecilli, Gusta la foca in 50 ricette, che lo aveva spinto a nascondersi dietro lo pseudonimo di Petunia Mostarda, e a spedire un’impostora di attrice porno malmostosa a fare apparizioni televisive in vece sua. 
Sì: se Leonello meritava una mano, Eugenio gliel’avrebbe data. Bisognava scovarlo.

Sugli elenchi telefonici non compariva. Se provava a digitare Leonello Stanfredini sui motori di ricerca, il motore infastidito e sgarbato gli rispondeva che forse stava cercando Lionello Manfredini, e che, se si accontentava, di quelli ne avrebbe trovati un paio su qualche social. Se a Stanfredini si azzardava ad aggiungere Smith, il motore lo prendeva proprio a pernacchie, o minacciava di ingrippargli l’hard disk. Provò allora a giocarsi un’ultima disperata carta: la segreteria del vecchio liceo. Magari gli avrebbero fornito delle tracce o, se non l’attuale indirizzo di Leonello, almeno quello di qualche ex compagno di classe di Stanfredini Smith. 
Andò assai meglio: la segretaria dopo tutti quegli anni era la stessa, ed era stata una vicina di casa di Leonello. Lui si era trasferito da un pezzo, dopo la morte dei genitori. Ma, in cambio di un autografo sul vecchio romanzo di Eugenio, Solo quattro in motoretta, per il quale si complimentò commossa (aggiungendo che era uno scandalo che non avessero successo i veri scrittori, invece di quella puttana di Petunia Mostarda), accettò di fornirgli il nuovo recapito. Quando si dice la fortuna.

Non vi erano stati ulteriori trasferimenti. Leonello Stanfredini Smith abitava tutto solo, in fondo a una strada senza uscita e poco illuminata, al primo piano di una grigia catapecchia fatiscente – scale rotte e balcone pericolante – di quelle in cui oggi non accettano di stabilirsi nemmeno gli immigrati dell’ultima ondata. 
Eugenio lo trovò semiubriaco, che sguazzava nel sudiciume. 
Leonello lo riconobbe a stento. Eugenio cercò di venire al sodo il più in fretta possibile, perché vederlo così lo faceva star male, ed essere solo con lui era pure vagamente inquietante, rabbrividente. Ma al tempo stesso, capiva che quello era il modo in cui, con meno fortuna, avrebbe potuto già da tempo esser ridotto pure lui, in un paese sottosviluppato, stupido e mafioso che spernacchia gli artisti e idolatra le mezzeseghe (o chi è abbastanza furbo da fingere di esserlo). E ciò lo rese ancor più bendisposto e solidale. 
Quando Eugenio accennò al manoscritto, Leonello Stanfredini Smith si illuminò in un modo che Eugenio trovò commovente. Disse che doveva esserci ancora, da qualche parte. Ma quando poi si mise a cercare non dentro cassetti o su scaffali di libri, ma in posti come il frigorifero, la credenza di cucina, il bauletto della biancheria sporca, Eugenio cominciò a pensare che fosse pazzo, e che non ci fosse mai stato nessun romanzo. Invece alla fine lo trovò, dentro una cartelletta rossa appoggiata nella vasca da bagno incrostata di calcare, accanto a un reggiseno da mare e a un pallone a spicchi, e a un paio di scopini per il cesso incrociati a x, sotto lo sgocciolio di un rubinetto che perdeva. Leonello Stanfredini Smith affidò fiducioso la sua umidiccia creatura all’amico che aveva fatto strada. Eugenio scostò l’elastico madido e aprì, giusto per dare un’occhiata. Vide che il titolo era L’ululato spettrale del topo.

Eugenio avrebbe tanto voluto poter dare una mano, a quello sfortunato fratello d’arte. Del resto, se in quel romanzo di cartapesta avesse ritrovato anche solo un quarto del talento dei vecchi racconti, non ci sarebbero stati grandi problemi. L’avrebbe piazzato in un minuto presso qualsiasi buon editore. Ma con lui, uscendo dalla sua stamberga, volle in ogni caso essere chiaro: quelle pagine, dopo averle asciugate, avrebbero dovuto colpirlo, avrebbero dovuto rivelarsi originali e perfette e divertenti. Dovevano essere opera di un vero scrittore. Voleva aiutarlo, ma Eugenio, ci tenne a precisarlo, non era uno di quegli uomini schifosi che, usando la loro influenza al servizio del Male o della propria vanagloria, permettono agli amici mediocri di farsi largo a discapito di chi più merita. Se non gli fosse piaciuto, se non lo avesse convinto, non se ne sarebbe fatto nulla. 
Leonello sembrò capire. Sembrò d’accordo.

A Eugenio pareva una pura formalità. Aveva così tanta fiducia in Leonello, e nella propria intuizione filantropica (non c’erano stati altri candidati, aveva subito pensato di dare una mano a lui, solo a lui, a colpo sicuro) che sulle prime, a dispetto delle nobili e scrupolose parole rivolte all’amico, fu addirittura tentato di girare il plico al suo editore senza neppure esaminarlo, aggiungendovi come unica nota: Pubblicalo!
Invece lo lesse. E, con somma sorpresa e doloroso rammarico, Eugenio trovò quelle pagine illeggibili. Purtroppo, L’ululato spettrale del topo era una cosa brutta. Proprio una roba bruttissima. La scrittura era goffa. Le idee imbarazzanti. La storia ritrita: sembrava ricopiata da certi romanzetti esaltati dalla critica, e già pessimi di loro, senza bisogno che qualcuno, maldestramente, li copiasse, per allungare l’italica saga della merda senza sugo. Sbatté con furia quel disgustoso scartafaccio sul tavolino che stava di fianco alla poltrona di lettura, spaventando molto il gatto che ronfava acciambellato sul suo cuscino preferito, sopra un basso sgabello accostato al calorifero. Il gatto lo guardò seccato ma non miagolò: emise invece un tortorìo sommesso che sapeva tanto di vaffanculo, dài valà.
Eugenio maledì se stesso. Perché si era andato a cercar rogne, invece di godersi soldi e successo tardivamente raggiunti?

Tornò due volte alla stamberga di Leonello Stanfredini Smith, ma senza trovarlo. E numeri di telefono non aveva voluto o potuto dargliene. Allora lasciò lì la cartelletta vicino alla porta, con davanti una busta in bella evidenza. Nella busta una breve lettera. Gli spiegava il perché e il percome, e si scusava per averlo disturbato e illuso. Si offriva anche, se la cosa non lo avesse offeso, di dargli un po’ di soldi senza obbligo di restituzione.

L’ultima scena vede inaspettatamente Eugenio tumefatto e incate-nato al proprio letto. Sopra di lui, di spalle per chi spiasse dalla porta (ma purtroppo per Eugenio a tiro d’occhio e di voce non c’è proprio nessuno), la sagoma di Leonello Stanfredini Smith. Brandisce una mannaia. Urla qualcosa. Il qualcosa che urla è: “Credi che non lo sappia com’è andata veramente? Lo hai fatto per rubarmi l’idea. Bastardo!”. 
L’ironia – c’è sempre un’ironia – è che la primissima fra le molte cose che verranno staccate con quell’arma da taglio sarà una mano.


lunedì 17 marzo 2014

LE SFINTERVISTE DEL LINKAZZO. Colloqui in profondità con un po’ di siero della vanità (2) – Natalì Mortalà, auto-autora di l’ibbri

il motto dell'Accademia di Svezia
"Snille och Smak" (Talento e Gusto)

"Chi ha fatto entrare i cani? Chi? Chi?"
(Martin Amis, Lionel Asbo)


NATALÌ MORTALÀ

Abbiamo sfintervistato per voi Natalì Mortalà, autrice del bestseller “O fattto un , l’ibbro!”, prima e-book con record di meppiacenzacco su Fessobukko e altri sorcial, poi edizione cartacea igienica Minonno Bukkini, da ieri in testa alle classifiche italiote di vendita nei discount, davanti a “Valorizza la tua fregna in venti lozioni”, della divina modella Sonna Purcella, e a “Scrotti giovanili” del deejay di successo Mongolfiero Bumm (Premio ferroviario Uàn stéscion Giuàn capostéscion del comune commissariato di Rocca Ducazzo in Culmine), nonché alla new entry – molto entry – “Aaaaahh, Sìììììì, Ancoraaaaa!” dell’inutile sciacquetta Foyana Fregula.
[Denominatori comuni di questi somari: un ego ipertrofico, e un talento delle dimensioni di un moscerino della merda, però nano.]
Stavolta la sfintervista è stata effettuata via posta elettronica. Nel pieno rispetto (si fa per dire) dell’intervistata (e del diritto di voi lettori a farvi una precisa idea su di lei) ci siamo guardati bene dal correggere o modificare alcunché.
Ci scusiamo altresì per gli insulti sessisti del nostro inviato, Prudenzio Grattalano. Ma non insultare questa qui sarebbe stato un insulto all’Intelligenza.

Natalì Mortalà, vuole spiegare ai nostri lettori che tipo di autrice si considera?

Autora plis. Autoautora,,hamo d’ire. Diciamo autora virgolette, erottica-glemmur; 2.0 oviamente

Ma non prova vergogna a scrivere cagate da semianalfabeta, e pubblicarle pure?

Gle dice cualcos l’a parola quatro miglioni di coppie? Brutte,bestie L indivia e il gnoranza. LOL!

Natalì Mortalà, di solito, chi scrive banali fetenzìe squallido-scoperecce come le sue, si vanta poi di aver migliorato la vita sessuale delle persone. Significa che la vostra fortuna è semplicemente un mondo incredibilmente zeppo di analfabeti erotici, oltre che, ma questo è ovvio, di analfabeti in senso stretto?

D’omanda tendolosa! Mi avvolgo nella faccoltà di nn risponde, e tenti ke vi querulo hal mio vocato ai capitto? Ah okei,.

(Questa fa orrori di grammatica anche quando scorreggia). Ma andiamo avanti: letture preferite?

Tropo inperniata a scrivere per, pure l’eggere. Come tute i genio, l’ho dico sempre. Pèro savasandì o letto i capponlavori virgolette clasici inperscindibili, tutti e i 3, savasandì

Tutti e tre cosa?

Ma le 150 sfummature no? Che; scherzi o sì gnoranto? Macche legete voi vekki, siamo anc’ora 1.0 a Scespir o Dante Alberghieri, o coso li, Mero? Legerai micca a Pezòlli! Sveliaaa!

Senti, stronza, ma perché non ti spari?

Consilio di sostituire stà domanda co una sula mia poettica. Risposta da incullare soto grazzie: “la gentge e stanco di, inutili lucubbrazzione sopratuto,: scritte da maschi bianchi caucazzi o virgolette ropei che anno skiatato. Le copie voliono aiutto pe scoppare. Eppoi adeso e 2.0, siamo nel 2.0 lovolete, capì!”

Sì, appena lo capiamo poi lo spieghiamo pure a te, cretina. Ma andarsene affanculo no?

Comavete fato a saper, il, titolo del mio prosimo libbro? Che ciavete li spii? Ma si scrive cosìi? Credevo ke a’fanc’ulo ci andrebbero un paia di postrofi; Tenchiu x la drittta (è com’uncue e brevetato cosi nn; fatte a skerzi

Ma crepa, stupida autroia

Creppi il l’upo grazzie,

Fanculo, lascia stare il lupo e strozzati per benino.

Follovvite la ,vostra Nattallì Mortala dove ve lo gia dèttto;
tutti i tuitti uazzanapp fèisbu sfinterest linketti cciao!

Cazzo ti spammi, guarda che la sfintervista era finita, vaccagareeee!

mercoledì 12 marzo 2014

GILA - Indelebile ricordo di una foto mai esistita


GILA
(Indelebile ricordo di una foto mai esistita)


Per molto tempo, dopo l’estate dei miei diciannove anni, avrei sofferto a causa della foto non venuta con Gila (da pronunciare Ghila) che mi abbracciava sotto il sole di mezzogiorno, la divina Gila che un attimo prima dello scatto mi sorprendeva abbandonandosi, affettuosa come una gattina, col viso sul mio petto. Non che la foto fosse riuscita male: s’era proprio bruciata la coda del rullino (era l’ultimo scatto rimasto, conservato per l’ultimo giorno di Gila). Odiai profondamente, per questo, l’amico e rivale che l’aveva scattata, e me stesso per averla affidata proprio a lui. L’aveva fatta usando la posa B, l’apertura manuale illimitata del diaframma che si usava per le foto notturne, e il mio più bel ricordo era diventato un rimpianto inghiottito nel nulla, oscurato dalla luce. Per mesi sospettai che l’avesse fatto apposta. Poi mi venne il dubbio di aver fotografato la luna (la stupida, insulsa, stronza luna) qualche notte prima, e di aver dimenticato io la mia Fujica sulla maledetta posa B. Di certo lui per l’inconveniente non si dispiaque granché. Mi pare ancora di vedere il suo ghigno.

A volte incontriamo, sfioriamo, persone così perfette, così aderenti alle immagini dei nostri sogni, che sembra ce le abbiano mandate gli Dèi come premio, o come beffa. Lei era davvero angelica: bellissima, dolce, simpatica. Quando sorrideva, il cielo s’ingelosiva. Ma era sfrontata e provocante il giusto: se non si fosse voltata a fissarmi, la prima volta che ci incrociammo su lati opposti di Viale Lazio, non mi sarebbe mai venuto il coraggio – lei era davvero uno schianto. E perfetto, alle mie orecchie, era il suo nome così nuovo e così raro: Gila. Perfetto il nome del suo paese germanico, Weinstadt, che in Italiano significava “Città del Vino”. Perfetto persino il suo indirizzo, che nella mia lingua suonava vagamente come “Via dell’Estate”.

L’estate del 1986 potrebbe esser portata a esempio di quello che è sempre stato il mio atteggiamento nei confronti dello studio, e nei confronti del Mare. L’anno della cosiddetta Maturità. Ma io con la testa ci stetti solo per gli scritti. Un tema sulla lettura che naturalmente strabiliò la kommissione (ero già il piccolo Zio Scriba). Un bastardo compito di matematica a malapena da 7, anche grazie a un viscido pezzetto di merda di un’altra sezione che mi soffiò la sedia di sotto il culo dopo che avevo già appoggiato le mie cose sopra un banco in posizione abbastanza periferica per consultare in pace bigliettini e formule, obbligandomi a ripiegare su una postazio-ne attaccata alla cattedra dov’era annidata la multigestapo ministeriale. Ma poi, in vista degli orali, non più di qualche mezz’ora a studicchiare sdraiato sul terrazzo, fra una partita dei mondiali di calcio in Messico e l’altra, sognando già la pineta e la spiaggia. Ognuno dei miei compagni, al momento del sorteggio della lettera per stabilire l’ordine d’interrogazione, pregava e smaniava di poter essere l’ultimo, nel bel mezzo del luglio infuocato. Fessi. Io speravo di sbrigarmela il prima possibile, con quella burocratica tortura cretina, e poi andarmene al Mare. E così fu. Sorteggiarono la nostra sezione (la C) e la M di Mare. Così la mia P mi permise di essere l’ultimo della seconda mattina.

Le arpie della kommissione si rivelarono così sadiche e lente, nel torchiare le ragazze prima di me, che passò, e di molto, l’ora di pranzo. La Kapa Kommissionen venne da me, con finto fare materno, per chiedermi se non preferivo andare a casa a mangiare, e ritornare dopo. Dissi di no. Non vedevo l’ora di farla finita (ma questo non lo dissi). Quando finalmente toccò a me, ero in crisi. Il calo di zuccheri e la voglia di lasciarmi alle spalle quella pagliacciata idiota furono tali che mi scordai persino di proporre il lavoro facoltativo (argomento psicologia) che mi ero preparato con tanta passione: avevo dimenticato libri e appunti nella zona d’attesa, e me ne resi conto solo nell’andarmene via!

Il giorno dopo ero in autostrada al volante della nostra vecchia Carolina, insieme a mamma e fratello (papà non aveva ancora le ferie, e ci avrebbe raggiunti in pullman col servizio Varese-Mare). Era la prima volta che guidavo io. Per l’emozione, bucai lo svincolo all’altezza di Bologna e mi ritrovai in direzione Firenze. Invertii la rotta a Sasso Marconi. Fregava niente, a me, né del punteggio d’esame né della cena finale coi nostri scalcinati “insegnanti”. Il Mare mi chiamava. Il resto poteva andare affanculo. Per la cronaca, una strage: l’anno prima erano volati i 60 per cocker e cinghiali – e ovviamente tutti promossi, come sempre avveniva quasi ovunque. La kommissione di arpie invece lasciò il segno (e quanto al nostro “membro interno”, mai come quella volta l’espressione sarebbe stata da intendersi nel suo secondo e più scurrile significato). Un paio di bocciati per sezione, il mio misero 44 terzo voto di tutto il liceo, e secchie che per cinque anni ave-vano vissuto in clausura, a crackers e topexan, solo e unicamente in funzione del 60, sull’orlo del suicidio per aver beccato dei 37 e dei 38… Proprio noi, che eravamo stati una classe modello, il gioiello di quella scuola!

E poi il Mare. E poi la libertà e la sinfonia della risacca. E poi tanto divertirmi come un pazzo con gli amici, vecchi e nuovi, e le sere a pedalare, a gustare pizze, a vedere film, a giocare al minigolf, a sbevazzare da Giorgio, a fantasticare sotto le stelle. E poi Gila. Gila, che mi sorpresi ad approcciare al suo ombrellone in Inglese, io che mi credevo timido, io che soprattutto avevo sempre studiato Francese. Gila che pareva non aspettare altro quando la invitai a bere una birra con me al bar dell’Oasi. Mascalzone e scorretto, fui, perché con l’amico-rivale s’era stabilito di provarci in tandem, per farci coraggio. Ma ancor più mascalzone si rivelò lui: la birra a tu per tu con Gila – meraviglioso idillio da coppietta – durò una quindicina di secondi. Poi ci piovve addosso lui, come una pioggia acida, e divenne una deprimente bevuta in tre: aveva corrotto un bambinetto stronzo perché facesse la spia, e corresse ad avvertirlo se mi avesse visto da solo con la tedesca. 

Non eravamo tanto svegli: con lei in quei giorni parlammo e basta, anche perché Gila – che era coi genitori e un’amica – si trattenne ancora per meno di una settimana. Scoprimmo che era parecchio più piccola di noi, anche se dimostrava vent’anni, ma questo non era un problema per cazzoni più intraprendenti, che arrivavano a frotte come mosche attirate dal miele, o da altra roba. Tre tedescotti del campeggio, incazzatissimi perché lei li aveva respinti, perché preferiva i fascinosi e gentili italiani (uno di loro lo chiamammo Topogigen, e poi facendo i bagni cantavamo tra i flutti canzoncine per l’appunto gentili del tipo “E Topogigen figlio di puttana, dando via il culo hai fatto tanta grana…”).
E tre sfacciatissimi veneti, cafoni oltre ogni sopportabile limite, calati da chissà quale altro stabilimento balneare: dicevano di essere dell’NCF (Nucleo Controllo Figa) e le rivolgevano sconcezze chiedendo a me di tradurle in Inglese. 
A loro volta, le ragazze italiane erano gelose di lei, e parlando con me la ridimensionavano chiamandola “svizzera”, pur sapendo benissimo che era tedesca.

Poi, la sciagura della foto. Nella prima delle tante lettere che le scrissi in seguito, me ne rammaricavo. Nella prima delle tante che mi spedì lei (in una busta rosa piena di cuoricini azzurri, che conservo ancora) volle porre rimedio, e per consolarmi me ne regalò alcune che le avevano scattato i suoi. Ma il ricordo più caro e indelebile resterà per sempre la foto mai vista, e materialmente mai esistita. Perché lì, e soltanto lì, io e lei eravamo insieme, sorridenti di radiosi sorrisi, l’uno stretto all’altra, come innamorati. Dentro un’estate, come tutte le cose davvero belle, irripetibile.

Gila, estate 1986
lo Zio Nick in quegli anni




lunedì 10 marzo 2014

LO “STANCA NO VISTA” È UN COGLIONE CHE NON LEGGE MAI UN LIBRO? – Energumeno escrementizio versus “cazzeggiatori”: elementi di antropologia lacustre.



Facciamo che sia un racconto di fantasia. Che è meglio.
Assaggio di rinascita primaverile, e ciclopedonabile del lago affolla-ta, fin troppo, per un giorno feriale d’inizio marzo. Bambini, cagnoli-ni, ragazze, mamme con passeggini, ciclisti, corridori, vecchietti simpatici (e qualche cane aggressivo senza museruola, ma siamo in italiA…)
E sconcertanti coppiette di pischellame born demenzial (aiutateli!), le protesi digitali da monchi volontari sempre attive, per non rischiare di intravvedere un centimetro di panorama e diventare assurdamente romantici, cosa ormai persino più out del non tenere i pantaloni abbassati per ostentare la marca stampata sull’orlo delle mutande di merda.
Due di loro (sui tredici, massimo quindici portati bene – bene si fa per dire), seduti per terra a sbocchinare un costosissimo telefo-nuzzo, offrono di passaggio al viandante il seguente spizzico di dialogo:
LEI Cioè cazzo qui non si vede, minchia, ma ti giuro che ha i capelli minchia lunghissimi, cioè
LUI Ma è il tipo che ti devi fare?
LEI (serissima) Cioè sì minchia
Ma non era questo il pezzo forte.
Poco più avanti, un quadretto leggermente più pregno di neuroni. Un discendente di Robert Louis Stevenson (o forse la sua reincarnazione) è seduto su una panchina, di fronte al tronco di un albero che si biforca come a voler accogliere dentro sé tutta la vista lacustre, e osserva con simpatia due giovani cicloturisti del Nord Europa (uomo e donna) che danno da mangiare a un cigno maestoso e a due folaghe. A un tratto, da una proprietà privata che sta dietro di loro, separata dalla pista da una rete e una siepe, si ode un terribile schianto, che li fa sussultare. Devono aver abbattuto un albero o tagliato un grosso ramo. Sulla pista per fortuna non arriva niente. E nessuno si lamenta. Ma da dietro la siepe, esplode lo stesso una voce incattivita e arrogante, che si mette a sproloquiare (non si sa se rivolta alla propria coda di paglia, o a un collaboratore che gli ha suggerito di prestare maggiore attenzione, e magari avvertire) in questi termini:
“Eh, cazzo, io sono qui a Lavorare, e mi devo anche preoccupare dei coglioni che cazzeggiano qua fuori?! Ma che stiano a casa, cazzo!... Non hanno niente da fare, e vengono qui a rompere il cazzo… Spero che se ne becchino una sulla capa, così poi se la portano a casa!”
Per fortuna del discendente (o reincarnazione) di Robert Louis Stevenson (L’isola del tesoro, ma anche un piccolo, splendido Elogio dell’Ozio) la siepe è alta e fitta, così non è costretto a vedere in faccia quel primate inferiore. Intravvede solo la sagoma di un Suv da gradasso. Per fortuna del primate inferiore, il discendente o reincarnazione di R.L. Stevenson non è un homo telefonicus, altrimenti chiamerebbe i vigili, sicché a loro volta possano fare qualcosa di utile, invece di cagare il cazzo coi disonorevoli agguati autovelox alla gente che è in giro a lavor… ehm… a cazzeggiare. 
Lo Straniero maschio getta alle proprie spalle uno sguardo di stupita commiserazione, poi lui e la compagna si congedano dai pennuti e riprendono la gita in bicicletta.
Poveri Stranieri: a casa loro ci sarebbe stato, in bella evidenza sulla pista, un segnale di pericolo. E la persona all’interno sarebbe stata attenta, corretta, rispettosa, preoccupata di non far male a nessuno. Perché più civile, ma anche per evitare di beccarsi qualche paio d’anni di meritata galera. Qui, invece, hanno sentito un asino grufolare, un macaco ragliare, insomma un umanoide che invece di scusarsi minacciava e insultava, il tutto reso più grottesco dal contrasto con quel panorama da sogno, che sembra essere lì solo per gli Stranieri e per il discendente-reincarnazione di Stevenson, e ignorato da pischelli mort digital (salvateli!), ciclisti prestazionali e laburoidi rabbiosi. 
Possibile che non si perda mai occasione per passare, nostro malgrado, da italiani di merda?
Mi viene anche da chiedermi, per gioco, CHI sceglierebbe di essere, fra tutti ‘sti personaggi, l’eventuale paziente lettore di questo piccolo sfogo.
Ma non sognatevi di poter rispondere “il cigno” o “una folaga”. Quei personaggi non sono disponibili, essendo con ogni evidenza le loro liquide e placide vite di rango TROPPO superiore alle nostre. 

Quanto a quel povero idiota (a dimostrazione che tutti nell’Uni-verso serviamo a qualcosa) esso ha comunque ispirato al discen-dente o reincarnazione del buon Robert Louis una battuta con cui mettere a frutto la giornata: “Lo stanca no vista è un coglione che non legge mai un libro”. [E che non guarda i panorami].

p.s.
Non vorrei che questo sembrasse un pezzo scritto contro chi lavora. C’è differenza fra lavoratore e laburoide. Il lavoratore è uno come mio fratello, che fa il giardiniere e lo fa molto bene (ad esempio non mettendo mai in pericolo l’incolumità altrui) e con grande passione. Ma quando non lavora sa fare e apprezzare altre cose. E soprattutto, quando parla, non si considera esempio supremo di essere umano per il solo fatto di lavorare, o di essere sposato e avere due figlie. (Con questo non dico che arrivi ad approvare e capire totalmente ME: probabilmente sono troppo pazzo anche per lui). Il laburoide è uno che per tutta la vita pensa solo allo sgobbo e al denaro, uno che ogni volta che apre bocca è per VANTARSI del suo tanto lavorare, del suo poco riposare e del suo niente giocare: si considera migliore perché produce e si riproduce, e chiuderebbe in un lager Artisti, Pigri e Cazzeggiatori. Il lavoratore merita rispetto. Il laburoide è una povera, misera testa di cazzo autocondannata ai lavori forzati. E merita tutt’al più compassione. E ogni tanto una pedata nel culo.

giovedì 6 marzo 2014

Pillole demenziali per mandar giù nuove tasse locali? - In regalo per il vostro buonumore, direttamente dalle ultime pagine del mio superfile "Frammenti"!


MERD IN ITALY


1871. Ogni anno i giornalisti imparano una parolina nuova come gli scolaretti, e ce la sparano nei coglioni a sfinimento. Da quest’anno per le primarie americane bisogna usare “caucus”, anche se sembra un tipo di cuscus fatto con cacca di coniglio.

1873. Venne accusato di attività prefasciste, ma prefasciste è una contraddizione in termine: l’italiA è sempre stata un paese fascista.

1899. Spaccava tutti i crocifissi che vedeva. Un vero cristoclasta.

1900. Dicesi lungodemenza quando uno è già rincoglionito a vent’anni e poi scampa fino a 130.

1901. Decise di togliersi qualche sassolino dalla scarpa e qualche cazzettino dal culo.

1912. Testa di Cazorla, Angulo, gol!

1913. Era così lercio che gli puzzava anche l’ombra.

1931. Nessuno tocchi Caino. Spariamogli da lontano.

1932. La fiducia nel mio medico è diminuita un po’ dal giorno in cui l’ho visto in un parcheggio a Castelprete, in piedi immobile che parlava con un tombino.

1935. Per natale voglio il Cicciobullo Ruttascorra.

1937. Mediavideo. Cosenza, presi 72 falsi infermiero. (Non vedo l’ora di sapere cosa cazzo possano essere gli infermiero veri…) (o i veri giornalisti…)

1945. Voler bene a te è stato come usare lo Champagne per lo sciacquone del cesso. Merda eri e merda resterai.

1948. Salto di qualità: ELEVARSI DAI COGLIONI.

1951. "Scusi: per la stazione?" "La sto cercando anch’io". "Ci lavora pure lei?" "Sono un treno".

1960. Inizialmente sembra una buona lettura, ma dopo un certo lassativo di tempo fa cagare.

1961. Spingeva molto sulle fasce con Van den Kuy e Van der Lah.

1972. Le sue figlie Aldissima e Piernana, entrambe di media statura.

1976. Ci son giorni che sembra tutto il mondo ce l’abbia con te. Oggi nella carta del mio cioccolatino c’era scritto: “Vaffanculo”.

1983. Gli consigliai di tirare l’acqua al suo mulino. Ma lui capì “suino” e si mise a fare gavettoni al maiale.

1987. È tutta la vita che parlo da solo. Ma ci sono stati dei periodi assurdi in cui spendevo anche soldi per farlo telefonandoti!

1989. QUELLI CHE SI MANGIANO LE PAROLE. “Di lì può mettere un sisso tagliato”, Compagnoni, Roma-Siena, il sisso sarebbe un sinistro…

1991. Si strinse nelle spalle, scorreggiò e morì.

1996. Ho letto “per i parlamentari TROFIE a basso prezzo nel menu”. Secondo me gli è scappata una “effe” di troppo…

1997. Arte moderna. Un cerchio che sembra un culo. Con una riga in mezzo. Titolo: LO SPARTICHIAPPE.

1999. Missis Molla.

2008. “Noi due non scoperemo mai, vero?” “Non insieme”.

2009. “Fra poco, una dodicina di miglia più a nord…” (Massimo Marianella)

2010. “La squadra che dimostra di avere più serbatoio nel carburante” (Raffa, Cesena-Parma)

2012. “Sono preoccupato per il nonno: ha fatto di nuovo l’albero di natale”. “Non vedo che stranezza ci sia nel fare l’albero di natale”. “E’ il 20 maggio.” (Oppure: “Si attacca i palloncini alle orecchie!”)

2013. “Eduardo, altra vecchia conoscenza del cazzo… del calcio italiano” (Ciarravano, Benfica-Chelsea)

2014. Porco Demanio.

2016. “Un etto di prosciutto crudo”. “Lo vuole D.O.P.?” “Subito, ziocane!”

2017. FACCIAMO MARTE? “Questo marziano, piovuto non si sa da quale pianeta!” (Trevisan su Messi, Barcellona-Getafe).

2021. Non oso immaginare un’intervista tra Mangiante e Lamela…

2023. Due giornate alla fine della partita (Livio Forma, Fiorentina-Novara)

2030. Se Sodoma si fosse chiamata Gallarate, oggi diremmo “gallaratizzare”. Sembrerebbe una cosa da ridere, e la si prenderebbe più alla leggera?

2031. Ho cominciato a nutrire dei dubbi sulla salute mentale del concessionario quando mi ha detto: “L’auto la porta via così o gliela incarto?”

2037. Vecchine al cinema si chiariscono a voce alta l’oscura trama: “Noo, non xè la moglie del Duca, xè un labrador”.

2038. Ha cominciato a sentirsi spiato il giorno in cui, facendo il numero delle chiamate perse, la voce registrata anziché dirgli “non sono presenti chiamate non risposte” gli ha detto “nessuno ha cagato il cazzo mentre ti facevi una sega sotto la doccia, brutto maialone”.

2039. Quote rosa all’italiana: il giorno in cui una legge severa stabilirà la non candidabilità di pregiudicati e mafiosi, le liste si riempiranno delle loro mogli…

2043. [Ascoltata davvero in una discussione fra avvinazzati]: “Morirò crepando!”

2045. “È il paradiso dei sommozzatori, che spesso riemergono morti”. (Nat Geo Wild).

2048. Era un uomo in fuga dalla follia. Ma la follia non s’era lasciata seminare.

2049. Il Pesce Perla in caso di pericolo si nasconde nel culo del Cetriolo di Mare. (Visto in un documentario, entra in retromarcia…)

2055. Ma quelli che scrivono di continuo”2.0”, intendono forse comunicarci il loro Q.I.?

2060. Uomo sposato: RAMMOGLITO.

2062. “Si lotta con correttezza e con lotta” (Genoa-Verona, radiorai)

2063. Rissa al mercato del pesce. Si sono tirati di tutto. Senza esclusione di polpi.

2064. Questi giapponesi. Rincoglioniti o geniali? Hanno inventato un cartone di fantascienza da far vedere agli uccellini in gabbia! Gufo Robot.

2065. “Kalou. Lo prende ‘N Koulou” (pronunciato “Kalù, lo prende in Kulù”). (Lilla-Marsiglia, genio sky)

2066. MERD IN ITALY


martedì 4 marzo 2014

ISTRUZIONI IMMAGINARIE (MA NON TROPPO) AGLI ARBITRI ITALIOTI PER RENDERE BRUTTE LE PARTITE DI CALCIO.

La prima immagine trovata sul web
con chiave di ricerca arbitro cornuto
L’albitro è un stron** di due soldi… Tan, tan, tan, e ammonisci qui, e ammonisci lì, con chisto cartolino, che se lo devono meritare nel sede**” 
(Famoso exploit televisivo di un presidente di serie D)

1 Nella valutazione dei falli, per rovinare il più possibile lo spettacolo, comportatevi sempre da ex difensori falliti e frustrati, o da persone poco oneste che hanno piazzato soldi sullo ZERO A ZERO alle scommesse clandestine. Il difensore (a meno che non sia dell’Inter) può scendere in campo armato di piccone e può fare di tutto. Se l’attaccante si limita a lottare per RESISTERE al fallo, fischiate fallo all’attaccante. Se protesta, ammonitelo. Se bestem-mia, espellu…espulge…espulsa… insomma tirate fuori ‘sto cazzo di rosso.

2 Impedite la battuta veloce dei corner! Si rischierebbero più gol, o di dover fischiare qualche rigore. Ritardateli invece tutti di due minuti, due minuti e mezzo, facendo SEMPRE un inutile predicozzo cretino a due giocatori scelti a caso fra quelli che sgomitano in area. Ripetete l’estenuante manfrina anche più volte per lo stesso calcio d’angolo. Se poi la squadra che batte l’angolo vi sta sul cazzo, ricordatevi che esiste sempre il “fallo di confusione”.

3 Lasciatevi prendere per il culo da barriere piazzate a 6 metri invece che a 9,15, e che non contente di ciò avanzano pure a micropassetti. Noi non vogliamo troppi gol su punizione. L’italiA sarà l’unica a opporsi all’innovazione Fifa delle bombolette per segnare la distanza. E non preoccupatevi, cari arbitrelli: se diver-ranno obbligatorie, faremo in modo che le nostre siano piene di vernice difettosa, tipo inchiostro simpatico. Abbiamo già in mente una ditta fornitrice da favorire nell’appalto.

4 Se il gioco è così irrispettosamente fluido e veloce da indispettirvi o farvi girare i coglioni, mettetevi il più possibile in mezzo alle balle, interrompendo ad arte le linee di passaggio. Rovinate qualche azione facendovi finire la palla addosso. Poi fate finta di scusarvi.

5 Nel dubbio, sbandierare SEMPRE il fuorigioco. L’italiA, piuttosto che permettere il delitto di un gol in fuorigioco, preferisce avere il record galattico di gol buoni annullati. Del resto il calcio non è né il basket né la pallamano: il pubblico mica vuole che le partite finiscano 14-8!

6 Alla larga, alla larga dall’intelligenza presuntuosa dei colleghi inglesi, spagnoli e francesi, che SEMPRE allungano il recupero per lasciar battere una punizione o un angolo che la squadra attaccante si è conquistata (le regole dicono chiaro che per recupero si intende il recupero MINIMO, ma noi italioti le regole ce le sbattimmo ‘int’u culo). Premiate invece l’ostruzionismo di chi difende (se il portiere perde un minuto, perdetene un altro voi per ammonirlo e redarguirlo, ma poi NON allungate il recupero per questa cosa), ed esasperate chi sta attaccando (specie se è l’Inter) fischiando ottusamente la fine precisa persino DURANTE un tiro in porta a botta sicura. Poi, mostrate platealmente l’orologio, aggiungendo un sorrisetto arrogante e strafottente. Tanto, passata la bufera del 2006, chi vi tocca più a voi?

7 Se dovete farla sporca in area, fingete di palleggiarvi la decisione col fregalinee e con l’arbitrello di porta: il non sapere con chi cazzo prendersela per lo scippo renderà più deboli e disorientate le proteste degli increduli derubati. (Noi, da parte nostra, faremo in modo di non far MAI sapere ai cittadini quanto costi pagare profumatamente, per ogni partita, TRE arbitrelli, DUE fregalinee e un SESTO pir… un sesto uomo).

8 Se nella foga scappa una parolaccetta contro di voi, niente buonsenso, ma inflessibilità poliziesca e carogna. Se affidassero a noi gli arbitraggi in Inghilterra e Spagna, con tutti quei FACOFF e ICODEPUTA detti a raffica e in automatico, le partite non comince-rebbero nemmeno! Lì sì che potremmo fare danni meravigliosi. Purtroppo ci lasciano rovinare le partite soltanto a casa nostra, ma almeno qui vediamo di farlo per bene!

9 Non concedete mai la regola del vantaggio. E per essere ancora più indisponenti e sabotatori del gioco, siate pignoli al millimetro sull’esatto punto da cui far battere una ininfluente punizione nella metà campo difensiva!

10 Se avete dubbi o paure, ricordatevi che la stampa, salvo rare pecore nere, è addestrata a scodinzolare dalla parte nostra e dei nostri padroni. Se lasci l’Inter in 9 a metà primo tempo per due doppie ammonizioni, diranno che sei “il migliore” e che sei stato “coraggioso”. E nessun telecronistucolo ti rinfaccerà il fatto che nelle duecento partite successive risparmierai secondi cartellini gialli a cani & gobbi…

10 bis Inutile aggiungere che i rigori all’Inter non si danno: quello è già scritto nell’apposita sezione segreta di deroghe speciali italiote al regolamento internazionale.

10 ter Non dimenticate di mettere a referto la presenza di uno, due, tre buffoncelli che fanno Bù o cantano Napoli colera: provve-deremo a chiudere per questo interi settori degli stadi. Se invece la feccia violenta inferiore si scatena con fumogeni, petardi, bombe carta e bombe a mano, non battete ciglio: siamo in italiA.

Buon (boicottaggio di) divertimento!


p.s. 
Ma il problema non è solo italiota. I parrucconi dell'International Board hanno ribadito il no a ogni aiuto tecnologico a bordocampo, ma in compenso hanno dato il via libera all'uso di velo per le giocatrici e turbante per i giocatori. Io ci avrei aggiunto il burqa, e la possibilità di correre in ginocchio autoflagellandosi: un po' di troglodita superstizione religioide non si nega a nessuno! International Medioevo.