l'idea più pazza del più pazzo fra gli scrittori

"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"
SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

martedì 28 maggio 2013

Homo Sapiens: KRESCITA & SVILUPPO (il mantra degli stolti e dei disonesti)





Due fiumi cinesi a caso, Pianeta Terra, 2013 
(e in Cina si preparano a produrre e riprodursi di più, sospendendo il controllo delle nascite)




Fiume Olona, provincia di Varese, Italy




Un ruscello nella verdeggiante Italia centrale



Anche l'industria bellica concorre (e alla grande) a Krescita & Sviluppo. Non di questa bambina, però. Ma chi se ne importa dei singoli individui? Ormai siamo numeri. Numeri di merda per le escrementizie strategie pubblicitarie. E per la merdosa industria della fuffa e dell'obsolescenza programmata.



"Il prato del comune": una verde location lombarda di Quattro soli a motore.



La stessa location dopo pochi anni, e un "cicinìn" di Krescita & Sviluppo...



Prefigurazione degli schiavi di un imminente futuro TECNOGLIONITOe DISUMANIZZATO: mobilitati e connessi 24 ore su 24 per crescere e svilupparsi meglio. Io PASSO.





Rifiuti alla deriva nell'Oceano Pacifico.




Nota di servizio. Le immagini, eccetto la sesta e la settima, sono tratte dal web. Resto a disposizione degli autori che volessero essere citati, o che desiderassero la rimozione delle foto.

domenica 19 maggio 2013

La notizia della settimana riguarda anche il mio romanzo "Quattro soli a motore"!


BYE BYE BOIA


Riconoscete questo malo hombre? Si tratta dell’ex dittatore argentino Jorge Rafael Videla. La notizia della settimana è la sua (tardiva) morte. Più di ogni commento vale il titolo lapidario di una tv del suo Paese: “È deceduto Videla, responsabile genocidio”. Era l’ultimo rimasto in vita della giunta militare infame e assassina macchiatasi del golpe del 1976, e della immane tragedia dei desaparecidos. Ho detto “tardiva”, ma forse è stato meglio così: dal momento che l’Inferno non esiste, mi auguro che il suo inferno personale siano stati gli ultimi anni di vita, e il rimorso che non può non aver roso la sua misera anima imputridita e triste.

da QUATTRO SOLI A MOTORE, capitolo 2 (finale Olanda-Argentina allo stadio Monumental di Buenos Aires, 25 giugno 1978).

Pag. 21
Per centoventi minuti, quella sera di giugno dei miei undici anni, seguii per tutto il campo i riverberi di un sogno arancione destinato ad infrangersi. Infrangersi contro il muro di sorrisetti sconci e beffardi degli oligarchi della dittatura militare argentina, schierati a gongolare in maschera sotto i baffi pettinati in tribuna d’infamia, come tanti sinistri gioppini del Carnevale della morte.

I miei eroi, quella sera, furono tutti olandesi. E solo più avanti, nel tempo, se ne sarebbe sovrapposto uno argentino. Uno solo, ma di una grandezza rilucente che allora non potevo capire: il centravanti Mario Kempes dai lunghi capelli. Lui, proprio lui, che coi suoi gol era stato decisivo, rifiutò, solo lui, in mondovisione di stringere lo zampone al torturatore gioppino Videla.

Pag. 22
Fillol aveva parato tutto, tranne il pareggio di Nanninga. E quando non avrebbe potuto parare, l’aveva fatto per lui il palo alla sua destra, sul tiro ravvicinato che Rob Rensenbrink, di controbalzo, scoccò al novantesimo a colpo sicuro. Lo stesso palo che avrebbe poi invece fatto da sponda per la carambola del 2-1 di Kempes nei supplementari. Il palo destro della porta di destra: un palo fascista, un agente di Videla.

Mio Condottiero Sconfitto, mio immenso Rob Rensenbrink: poteva bastare, chissà, un’allacciatura di scarpino diversa o un taglio diverso dell’erba a governare il rimbalzo del pallone, e il tuo urlo del Gol, e il mio, non si sarebbe mozzato in gola, e la Coppa l’avrebbero alzata i miei eroi, Tu, e Johnny Rep e Arie Haan e Wim Rijsbergen e Rudy Krol. E invece, e invece…

Pag. 24
Al rientro, trovai il mio Videla domestico lì, nella semioscurità creata dall’unica lampada accesa, quella piccola della sala. Come fui a metà corridoio, vidi l’ombra di mio padre che aspettava qualcuno davanti alla porta del gabinetto, dietro l’arco che introduceva alla zona notte, la cintura dei pantaloni che gli spenzolava da una mano fino a lambire il pavimento con la fibbia. Il qualcuno che aspettava non era il gatto, e l’ombra della cintura che mi attendeva al varco si muoveva silenziosa avanti e indietro. Avanti e indietro. Ogni tanto la fibbia, nella sua oscillazione, incontrava la superficie di una piastrella e produceva un tintinnio strascicato. Il guaio era che attaccato all’ombra del padre c’era Il Padre, nel suo pigiama da aguzzino. Fregava niente, a lui, se c’erano stati i tempi supplementari. Avevo fatto tardi, e non avrei dovuto. 
Un possibile Corradino incupito...


Perdonatemi se di questo collegamento fra il personaggio, la notizia e il mio testo ho parlato io, che ero l’ultimo a doverlo fare.
Ma se aspettavo che lo facesse qualche Emerito Professionista del giornalismo cul-turale italioso…


giovedì 16 maggio 2013

Ma chi lo ha deciso che le parole sono pietre, e le pietre cioccolatini?


CAMBIERETE NOME A MALI?

Cronache semiserie dall’italiA, paesE in cui si è improvvisamente deciso che le parole sono pietre, e le pietre cioccolatini. Abbiate pazienza se ne ho già parlato, ma è il classico argomento da Pensiero Unico su cui non va controcorrente nessuno, e qualcuno deve pur farlo.
Partiamo con due esempi a caso (non i più clamorosi, ma forse fra i più significativi).
8 maggio: a Bergamo dei “tifosi”, dopo aver divelto piastrelle dai cessi (cioè da se stessi?), le gettano contro altri tifosi dentro lo stadio gremito. I telecronisti commentano sconsolati che “per queste cose non c’è soluzione”. Ma come? Tirare PIETRE in mezzo a una folla non dovrebbe essere tentata strage? Non dovrebbero essere previsti 25-30 anni di galera? I media quasi non ne parlano. È ordinaria amministrazione. Praticamente una bravata. Portate i bambini allo stadio, signore e signori. Che vuoi che sia un calcinaccio contrundente. Aiuta a crescere machi e non froci. Tutt’al più un po’ sdentati, o magari un po’ morti.
Solo quattro giorni dopo, in Milan-Roma, quattro coglioni (ma veramente quattro, forse meno) fanno BU a un superpagato professionista (roba che basterebbe prenderli per le orecchie e sbatterli a calci fuori dallo stadio, come avverrebbe in qualsiasi paese europeo non stivaliforme e non stivalipensante, avendo magari cura nel frattempo di dire alle superstar di darsi una calmata, e di evitare atteggiamenti tragico-plateali di lesa maestà) e il mondo, sconvolto, si mobilita. Come se questa fosse la cosa in assoluto peggiore che accade sulla Terra (per esempio in Siria va tutto bene, non c’è nessuno che fa Bu).
I telecronisti, nauseati, si stracciano le vesti. Gli addetti ai lavori insorgono compatti. I giornali titolano a caratteri cubitali “ADESSO BASTA”. (Che ci abbiano pensato sopra e si riferiscano al lancio di pietre? Ovviamente no!). La povera Roma si becca 50mila euro di multa per la solita assurda responsabilità oggettiva. (Di questo passo a fare apposta Bu contro gli avversari della Roma ci andranno i laziali, contro gli avversari del Milan interisti infiltrati, e così via, tanto ne bastano un paio su ottantamila…) Ma, incredibilmente, il presidente della Fifa Bla-Bla Blatter (rivelandosi a sorpresa un possibile italiano onorario?) non è soddisfatto, e si permette di tuonare contro questo provvedimento “troppo blando”. Cosa vorrebbe? Retrocessioni in serie C e fucilazione dei dirigenti se un becero tifoso del cazzo fa un rutto quando tocca palla uno con la pelle scura?
Il razzismo è merda ma: un po’ di senso della misura?
Questi signori, privi di percezione delle proporzioni, e delle priorità, vogliono trasformare il “Bu” nel Reato per eccellenza, nella Violenza per eccellenza (e quel che è peggio farla stolidamente pagare a chi non ne ha colpa). 
Pare che ieri un boss della droga colombiano abbia minacciato un tale che gli aveva fregato dieci chili di coca: “Al prossimo sgarro ti faccio Bu!”.
Adelante, signori capoclasse. Perché non rendere grave reato contro la persona anche il tradizionale “Arbitro cornuto”? A me sembra un po’ peggio picchiare una donna (picchiare chiunque), abusare di un potere politico, rubare, raccomandare stronzi (ops! dài Nick, piantala coi parulàsh!) o sparare alla gente. Ma probabilmente mi sbaglio e prendo un abbaglio. E poi sono un fan del turpiloquio (quando ci vuole): meglio una parolaccia arguta e colorita che un banalissimo belaglio (mi è venuta così, come unione di belato con raglio: se vi piace ve la regalo).

Dunque (e non solo in campo sportivo, anzi…) l’odioso politically correct, dato per moribondo fra le persone intelligenti a causa della sua piagnucolosa arroganza, della sua pretestuosa lamentosità, della sua querula e cantilenosa prepotenza, si appresta a trionfare con 20 anni di ritardo nell’arretrata italietta assetata di censura e di castighi, l’italietta bacchettona e permalosa, l’italietta ritardataria, tarda, tardiva e tardona (non dico “ritardata” per non finir ghigliottinato da qualche capoclasse della correttezza) dove il Premio Nobel Dario Fo ha potuto essere linciato (come sempre in coro, senza ironia e senza contraddittorio) per una battuta sulla statura di un ex ministro. Battuta infelice, scadente e di basso livello, ma che ha sollevato più scalpore di tanta povera gente morta ammazzata. Evidentemente non erano stati uccisi a colpi di Bu, quindi interessava poco. Non erano attinenti al temino di moda.

martedì 7 maggio 2013

"Allegramente"




ALLEGRAMENTE



Mi sveglio di soprassalto nella notte, e mi domando che ne sarà stato degli altri. Di tutte quelle altre persone che vedevo in sala d’aspetto dieci anni fa, quando ti accompagnavo al supplizio vano e crudele della chemio. Ne sarà sopravvissuto qualcuno? 
Quella donna molto anziana, ma bellissima, dal viso di star del cinematografo, che rivelava con arresa dolcezza di essere “stanca”. Quell’ometto che non emetteva mai parola né sospiro, perché anche per lui parlava fin troppo la moglie da me chiamata “la volgarona”, una capace di infondere buonumore e coraggio come papà non fu mai in grado con te, ma che forse esagerava, e lo metteva in imbarazzo. Guardava il compagno d’una vita, e poi, davanti a tutti, sbraitava cose del tipo “Come farò io senza te a rompermi le balle tutto il giorno col tuo carattere di merda?” E lui muto, come se il cancro l’avesse avuto alle corde vocali. E la donna in carriera operativissima al telefono: per quanto, ancora? E quel vecchietto accompagnato dalla nipote, che in quel luogo aveva già affiancato, per poco, il giovane marito ucciso da un melanoma. E quella ragazzona di vent’anni, alta e robusta, che avresti detto piena di vita e di salute, non fosse stato per la bandana che le copriva la calvizie? Sorrideva, lei. Ti guardava e sorrideva, con occhi grandi e acquosi come oceani d’amore minacciati di prosciugamento. Avesse avuto qualsiasi altra malattia, avresti potuto scambiare quel sorriso per superficialità o pochezza. Ma lì, in quel posto orribile, a sorridere non poteva essere che un angelo. Che fine avrai fatto, ragazza sfortunata?

Non ho mai saputo il nome di nessuno di loro. Al massimo i cognomi – tutti dimenticati – scanditi dall’oncologo o da qualche infermiera con un foglio in mano. 
La lista dei morituri. Ne ricordo solo uno, il primo, per la sua sconcertante, orripilante assurdità. Sono sempre più convinto che non poteva essere un cognome, non mi risultano cognomi così. 
Era la primissima volta, e sulla porta della sala d’aspetto s’affacciò il giovane oncologo in persona – un bell’uomo alto dalla faccia triste – scortato da un’infermiera. Diede una sbirciata al foglio, e poi, senza intenzioni ironiche né tantomeno umoristiche o psicoterapeutiche, chiamò quel nome impossibile, “Allegramente”, e poi restò qualche secondo in silenziosa attesa, come se davvero si fosse aspettato di vedere un signor Allegramente, il paziente malato di tumore Allegramente Mario, o Allegramente Roberto, alzarsi felice dalla sua sedia e seguirlo trotterellando. 
Magari per ricevere, al posto della gemcitabina, una dose di zucchero filato. La cosa ancora più assurda è che subito dopo il signor “Allegramente”, l’allegro fantasma, subito dopo la stridente stonatura, il funereo contrasto, il pugno nello stomaco di sentire una parola così lieve pronunciata in quella tomba al neon e con quel timbro così cupo, a venire chiamata fu la signora Ferrari, cioè Tu. Allora ripensai all’amica infermiera che aveva tentato di fissarci un appuntamento con l’altro oncologo dello stesso reparto, sostenendo, avvertendoci, che il giovane bello e triste era solito deprimere i pazienti, ma che sul giovane bello e triste aveva poi dovuto ripiegare, essendo la lista dell’altro davvero troppo affollata. Se l’oncologo giovane bello e triste, prima di chiamare Te, avesse detto “Allegramente” con amara ironia, e non avesse poi fatto quella pausa così lunga, avrei potuto immaginare che si fosse accorto della manovra non riuscita, e del (piccolo) discredito gettato su di lui, ed esternasse così il suo disappunto. Ma il suo pronunciare quell’incongrua parola come fosse davvero il nome di un paziente mi lasciò, e mi lascia tuttora, interdetto e allibito. L’unica spiegazione è che qualcuno (un superiore? un’infermiera? la stessa mia amica?) avesse scritto “Allegramente” prima dei nomi, come una frecciata dispettosa, oppure un invito, un’istruzione, un’esortazione, un auspicio, come l’allegretto o l’andante con brio che si stampa sugli spartiti musicali, e che l’oncologo giovane bello e triste l’avesse squallidamente preso per un nome da chiamare. A vuoto.

E quanti ne venivano chiamati, a vuoto. L’effetto più lugubre, là dentro, era dato dagli appelli a cui non rispondeva nessuno. Erano come singoli rintocchi di campana a morto, sentenze in differita: se al richiamo di un nome non seguiva il movimento di una sedia, sapevi benissimo perché quella persona non c’era. 
Fu per evitare quel cupo e angosciante rintocco, e per civile rispetto di altri esseri umani in lista d’attesa, che subito dopo la tua morte mi premurai di chiamare il reparto per disdire i successivi appuntamenti. Mi aspettavo la voce di una qualche infermiera. Invece mi rispose proprio l’oncologo giovane bello e triste. Mi disse che aveva fatto il possibile, ma che non c’era più niente da fare. Mi ringraziò per la sensibilità e l’altruismo dimostrati facendo quella telefonata in un momento così. Disse che era un pensiero che non aveva mai nessuno. Lo ringraziai anch’io. E dentro di me lo perdonai per l’esser stato, non per colpa sua, null’altro che un impotente funzionario di Madama la Morte, per non aver ricevuto in dotazione alla nascita il sorriso e l’empatia, e per aver evocato, in quell’orrenda mattina che mai dimenticherò, quel rabbrividente signor Allegramente, il cui ricordo mi perseguiterà finché campo.

Dimenticavo: oggi sarebbero 75.
Buon compleanno, mamma. Te lo dico più allegramente che posso.