"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"
SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

venerdì 22 febbraio 2019

L’eretico recidivo (flambé): se le penso, le dico.

ERESIE ALLA GRIGLIA
E L'ACCIDENTE CHE VI PIGLIA

UN
Di solito scrive maluccio ma in compenso declama da dio, con molte smorfie e spasmi, gesticolando e drammatizzando ogni sillaba, lui sì che sa donare spessore e giusta quantità di saliva a ogni preposizione, nobilitare una pausa, valorizzare con navigato istrionismo un peto sfumato o un punto e virgola appena sfornato. La resa televisiva è superba! Ah, non averci pensato prima! Raschiato il fondo del barile dei registi, del paiolo dei cuocuzzi e del badile dei cantanti, è adesso decisamente lui, l’attore di cinema, la nuova miniera autoriale nel Paese Che Odia Gli Scrittori.

DUE
Vedo che ultimamente tutti parlano dell’ennesimo famosoide gossipparo cavalcato da certa editoria senza vergogna. Be’, ragazzi, io sono alto quasi due metri e soffro di problemini di schiena, e non mi va più di abbassarmi troppo. Quindi perdonatemi se stavolta non scenderò giù a vedere. (Uno dei miei detti latini preferiti è “Aquila non captat muscas”. Letteralmente, l’aquila non cattura le mosche. E di certo non si cura dei gusti escrementizi di queste ultime.) 

TRE
Agli scrittori-bussola continuo a preferire gli scrittori scombussolati. Se diventano edificanti esempi di felice e disciplinata normalozzità conformista anche gli artisti (e le loro opere), siamo veramente alla frutta. Marcia.

PEPPEREPPÈ
Un paio di domeniche fa, sul giornale comprato da mio padre, buttai un occhio all’anteprima di un nuovo (e già precocemente superpompato) romanzo italiota. Un paio di lenzuolate di pagine culturali, neanche si trattasse di Dostoevskij. Non chiedetemi di chi invece si tratti: non mi va di fare pubblicità involontaria, in questi casi si dice il pescato ma non il pescatore (ne accennai tempo fa: è il tizio che si vantava di scrivere solo calzando scarpe inglesi, nuovo discutibile pupillo dei signorotti della cultura, in rampa di lancio tra squilli di tromba preregistrati). Comunque, dopo qualche minuto risollevo l’occhio ferito, non saprei dire se più per la bruttezza dello stile o per la banalità degli argomenti, per l’esordio squallidotto della storia (un professore sposato “si fa” una studentessa, ovviamente nelle latrine dell’università; poco più avanti la prode mogliettina già sottopone la ragazzuola a un molto stucchevole interrogatorio) o per l’insipida pretenziosità dei dialoghi che mi rendono ogni personaggio antipatico al volo. Risollevo l’occhio annoiato da tanto déja vu (s)coppiettistico, dall’introspezione saccente tipo manualetto di antroposociologia sessuale, sconcertato e deluso da tanta celebrata pochezza, dalla presunzione di voler aggiungere parole “colte” e originali su miserie trite e ritrite come la psicologia del tradimento nel matrimonio contemporaneo. (Il registro attualmente in auge qui da noi pare essere l’insulso-erudito: dire cose risapute e dozzinali ma farle dire da personaggi-professorini capaci di costruirci sopra irritanti elucubrazioni, personaggetti in fregola che potresti ritrovarti in qualsiasi reality che si mettono a sdottorar liturgie sui propri cazzi perché loro – purtroppo, in questi casi bisogna dire purtroppo – hanno letto libri, basti pensare alla mogliettina agente immobiliare che subito si mette a citare a tambur battente nientemeno che un trancio dell’incipit di Lolita, banalizzandolo per sempre.) 
Ma scrivere male è diventata una moda? Senza dir nulla hanno imposto una “scrittura moderna” che (volutamente!) sta alla buona Narrativa come “l’arte moderna” (Cattelan & Company) sta a Michelangelo? Fortuna che in altre parti del mondo sembrano non essersene accorti: forse il colpo di stato della mediocrità si è verificato soltanto in certe nostre redazioni. Me ne torno a stragodere il mio caro José Eduardo Agualusa (se ancora non lo conoscete, leggetelo!), tutto contento e soprattutto zitto zitto, prima che magari avvertano anche lui. Lo avvertano di che? Che scrivere bene, divertire il lettore e dire qualcosa di nuovo non si usa proprio più.

E BUM!
Perché dovrei leggere uno come il celebratissimo Javier Marìas, se sostiene che i suoi libri gli sembrano “abbastanza brutti"?
Come dovrei considerarla: untuosa falsa modestia? Perfezionismo fuori luogo? Sconcertante sincerità?
Già le recensioni negative che ho trovato in giro (poche, per essere onesto, ma che paiono ben calibrate sui miei gusti e sulle mie allergie) non mi invogliavano per nulla (accusato di essere prolisso, pedante, noioso, eruditoide, di non avere niente di nuovo da dire, niente di diverso da indagare che il solito coppiettismo etero in crisi, insomma tutto ciò che NON amo in un romanzo e in uno scrittore…)
Ma se poi devo sentirmi dire che sono abbastanza brutti pure per te che li hai scritti, leggiteli tu!

CONDIRE, E GIRARE L’ERETICO SUL LATO ANCORA CRUDO
Se certi nostri illustri personaggetti editoriali si fossero occupati di pittura ai tempi di Vincent Van Gogh, probabilmente gli avrebbero suggerito, non senza arroganza, di essere più accurato nel disegno e di usare colori più tenui. “O non diventerai mai un pittore!”. Dopodiché si sarebbero messi loro medesimi personalmente di persona a dipingere quadri bruttissimi. E premiatissimi.


lunedì 4 febbraio 2019

Michel Houellebecq - SEROTONINA

voto: 8

Se non è il miglior Houellebecq di sempre ci va molto vicino. Coraggioso, corrosivo, (auto)ironico, visionario, incline a provocare e a scioccare, spietatamente lucido (giustamente spietato con gli uomini persino più di quanto non lo sia – sempre giustamente – con le donne), capace di continui guizzi dal tetro all’esilarante e dall’esilarante al tetro, e sempre (malgrado la parte finale sia di una tristezza agghiacciante, assoluta e depressiva) sempre tragicomico (o mesto-umoristico) fino al midollo: tutte qualità senza le quali si può anche essere banali scriventi o noiosi scribacchini, ma non si potrà mai essere Scrittori. Lui lo è. 
(Con tutti i suoi limiti, e penso per esempio a certe parti storico-architettonico descrittive abbastanza superflue, e che paiono prese pari pari da wikipedia, o da un dépliant per turisti della domenica. In generale la sua scrittura produce in me uno strano e movimentato grafico con picchi elevatissimi, alcune cadute in una sciattonaggine probabilmente funzionale e voluta, e molto piattume, anche se per essere certo che non si tratti di pecche nella traduzione dovrei trovare il tempo di affrontare la versione originale. Mentre lo leggo, con la mia mania forse un po’ stupida, da quel maestrino che non sono e non vorrei mai essere, di dare voti ai libri, oscillo più volte dal 10 al 6, e si tratta forse dell’unico autore con cui sempre mi capita una reazione simile, e non riuscirò mai a decidere se tutto ciò, se questo essere perennemente disorientato al suo cospetto, sia segno di una sua assoluta grandezza o di irrisolta e irrimediabile incompiutezza – in ogni caso ecco spiegato il motivo per cui alla fine decido di assegnargli una media di 8).

«È sbagliato che due persone che si amano parlino la stessa lingua, è sbagliato che possano davvero capirsi, che possano comunicare con le parole, perché la vocazione della parola non è creare amore bensì divisione e odio, la parola separa man mano che avviene, laddove un informe balbettio amoroso, semilinguistico, il parlare alla propria donna o al proprio uomo come si parlerebbe al proprio cane, crea la condizione di un amore incondizionato e duraturo. Se almeno ci si potesse limitare a concetti immediati e concreti – dove sono le chiavi del garage? a che ora viene l’elettricista? – potrebbe ancora andar bene, ma più in là inizia il regno della discordia, del disamore e del divorzio.»

«Il suo passato la relegava nel settore culturale, e si trattava di un malinteso, perché il suo sogno era lavorare nel cinema d’evasione, lei stessa andava a vedere solo film immediatamente accessibili a tutti, aveva amato Le grand bleu e ancor di più Les visiteurs mentre il testo di Bataille le era sembrato “totalmente idiota”, e la storia si ripeté con un testo di Leiris nel quale fu coinvolta poco dopo, ma il peggio fu senza dubbio la lettura di un’ora di Blanchot per France Culture, mi disse che non avrebbe mai immaginato che potessero esistere stronzate del genere, mi disse che era incredibile che si avesse il coraggio di proporre al pubblico idiozie simili. Per parte mia non avevo alcuna opinione su Blanchot, ricordavo solo un divertente passo di Cioran nel quale spiega che Blanchot è l’autore ideale per imparare a battere a macchina, perché non si è mai “disturbati dal senso”.»

«Dio è uno sceneggiatore mediocre, è questa la convinzione che quasi cinquant’anni di esistenza mi hanno portato a maturare, e più in generale Dio è un mediocre, nella sua creazione non c’è niente che non abbia il segno dell’approssimazione e dell’insuccesso, quando non quello della cattiveria pura e semplice, ovviamente ci sono eccezioni, ci sono per forza eccezioni, la possibilità della felicità doveva sussistere già solo in quanto esca…»