"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"
SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

mercoledì 16 settembre 2020

Strepitosa recensione (non sollecitata e non a pagamento) de "L'IMPOZZIBILE DOTTOR PEZZ"

 AndreaConsonniWrong

«ogni volta che leggo le pagine di Nicola penso che lui sia uno splendido e folle scrittore, un birbante della letteratura»

Dedicato a tutte quelle persone, più o meno stronzettine e lecca-apparato, che snobbano un bel libro che potrebbe deliziarli e divertirli fino alle lacrime solo perché è autoprodotto, o perché venduto attraverso quel "cattivo babau" che è Amazon

Continuate pure a non farvi del bene. 

AND KEEP READING SHIT!


martedì 1 settembre 2020

Nicola Pezzoli - L'IMPOZZIBILE DOTTOR PEZZ


«Mi sento come un due di denari quando la briscola è ladri».

I Grandi Padri Fondatori contestati in diretta su twitter da femministe crudovegane. Le gesta televisive del veterinario più famoso del mondo rivisitate in chiave ferocemente comica. Tutti i cliché del dramma carcerario in una parodia di Fuga da Alcatraz che nessuno vedrà mai. L’esilarante diario di una depressa cronica incazzata col mondo. Un corso di Scrittura Creativa online così pazzesco da sembrare vero. Le rocambolesche esequie di un sindaco verticalmente svantaggiato. L’epopea neanche troppo inverosimile di un mafioso della mutua. Gli ossigenisti, ultimissima frontiera del moralismo applicato all’alimentazione. Le indagini di un ispettore petomane. Il mini Eden di sei metri per quattro creato da un dio molto minore. Una demenziale riunione di creativi pubblicitari. Uno studente del ventunesimo secolo alle prese coi Promessi Sposi. Tutto questo e molto, molto altro nei 26 “racconti da ridarella” de L’IMPOZZIBILE DOTTOR PEZZ.



Solo su Amazon

domenica 2 agosto 2020

Il 2 agosto 1980 nel romanzo IRRENHAUS (quinto capitolo e parte iniziale del sesto)



5

2 Agosto 1980

 
Quel giorno era ben soleggiato, la temperatura fresca e piacevole, così decidemmo di pranzare sul terrazzo, all’ombra del solitario ippocastano che prendeva slancio dallo spiazzo d’asfalto davanti all’atelier di Martina per gareggiare in altezza coi due piani più mansarda, vincendo di parecchie spanne. Sembrava illudersi di essere una sequoia, però più frondosa, e il suo fogliame era una perturbazione placida e benigna di nuvole verdescuro.
Quel giorno era un giorno come un altro, e di sicuro non ci sarebbe stato motivo di mandare a memoria una così insignificante data.
2 Agosto 1980: al massimo avrei potuto ricordarlo come il quarto giorno della mia prima vacanza elvetica, o come quello successivo alla mia prima festa nazionale degli svizzeri.
Il cugino Bernardo era stato lì lì per mettere in cantiere una grigliata di carni miste e salsicciotti, ma poi s’era deciso di rimandare e star leggeri, per via dei postumi della serata da Schnapsy.
Ripiegammo su una raclette: formaggio fuso con patate lesse, cetriolini, cipolle e altri contorni a volontà. Non poi così leggero, a essere sinceri.

Gli uccelli cinguettavano melodie d’amore, e avevamo acceso anche la radio, sintonizzata su un canale che trasmetteva musica sinfonica intervallata da notiziari flash. Niente pubblicità a guastare i maroni.
Gustando la mia raclette e bevendo il mio sidro, e pregustando una doppia razione di gelato, il caffè con panna, e una partita a qualche nuovo gioco, mi stavo rendendo conto di come questo così semplice momento della mia vita fosse vicino alla perfezione. Mi sentivo felice. Masticavo e sorridevo, il sorriso così scolpito, così fisso, da sembrare fesso, da sembrare un ebete congenito.
A furia di sorridere, sentivo male alle mandibole.
Ma poi, portato dalle onde radio, irruppe un notiziario strano, in orario non previsto, interrompendo brutalmente Chopin.
Pochi istanti, e vidi il cugino Bernardo sbiancare, vidi Martina Weckerli smettere di masticare e posare la forchetta, li vidi scrutarsi negli occhi, poi me poi ancora fra loro, con facce a lutto che parevano chiedersi e adesso chi glielo dice – sarà il caso di dirglielo?
La verità è che avevo già intuito tutto quello che c’era da intuire, perché nel mezzo degli “skrùmpfete” e “shtrònfete” e “shdrànfete” dell’ostica lingua germanica (a loro volta più concitati del solito) mi erano giunte all’orecchio due parole fin troppo comprensibili, entrambe ripetute più volte.
La parola “Bologna”.
E la parola “Explosionen”.
A quanto pareva, era saltata per aria la sala d’aspetto della stazione di Bologna. C’erano decine di morti. Una strage assurda, provocata da infami. E l’esplosione era stata così violenta, così micidiale, da mandare in mille pezzi un treno in transito su un binario vicino, allargando la carneficina ai suoi passeggeri.
In contemporanea con l’interruzione della musica e col notiziario, Damien s’era svegliato nella sua culletta portatile e s’era messo a piangere come un disperato, lui che non piangeva mai, come se avesse avuto cognizione di cos’era successo.

Come sempre accade con la cecità vigliacca dei bombaroli (gente che non andrebbe messa in carcere, ma fatta brillare analmente nei poligoni militari), non era stato colpito un consesso di potenti prepotenti. Era stata colpita una stazione zeppa di poveri cristi che andavano al Mare in treno invece che in macchina. Non potei evitare di pensare che sui vagoni ridotti a scatole di tonno bruciate di quel treno in transito avremmo potuto benissimo esserci io e la mamma, in un poco diverso e non certo impossibile destino che avesse semplicemente previsto, al posto dell’invito di Martina Weckerli, pochi soldi in più nel borsellino materno, e la scoperta dell’offerta speciale di una pensione economica a Rimini o a Riccione. Anche se poi, più avanti, avrei saputo che il convoglio distrutto procedeva in direzione opposta, ed era un treno con destinazione Svizzera: il diretto Ancona-Chiasso.
Il gelo e lo sgomento furono totali, ma sarei reticente e disonesto se non dicessi che passarono in fretta. Sembrava una cosa così lontana, così remota, pur in tutta la sua incredibile atrocità, ad ascoltarla da lì… In fondo, erano le inevitabili notizie di sciagure puntualmente in arrivo da paesi dimenticati, disgraziati, maledetti, sottosviluppati, facili prede di bastardi, di fascisti, di sciacalli, eterni teatri di massacri o cataclismi: Italia, Somalia, Cile, Bangladesh… che differenza faceva, lì sulle rive del paradisiaco Zugersee, non fosse stato per il sangue italiano che bene o male, volenti o nolenti, avevamo tutti nelle nostre vene, io (purtroppo) più di loro?
Nel mio triangolino di Nord Italia, il confine svizzero non stava solo sopra, ma te lo ritrovavi anche di fianco, a oriente e a occidente.
Se i confini li facessero dritti, mi dicevo certe volte, sarei nato svizzero italiano!
La Svizzera mi faceva sentire così lontano, e così al sicuro, che mi trovai a pensare con stupido, egoistico sollievo al fatto che la mamma, due settimane dopo, sarebbe venuta a prendermi a Lugano, e non su suolo italico. Perché in Svizzera le stazioni non saltavano per aria, e i treni neppure. E io per fortuna in quel momento mi trovavo a Zug, il più sicuro dei treni. Ma soprattutto mi trovai a sperare che quelle due settimane nella città che si chiamava Treno si dilatassero magicamente e durassero almeno una ventina d’anni. Pensieri leciti ma al tempo stesso disgustosi, per i quali probabilmente gli Dèi o chi per essi si apprestavano a processarmi e a punirmi. Per direttissima.
Tornammo alle nostre cose lentamente, ma ci tornammo.
Il sole, l’ippocastano, gli uccellini, la raclette, la vista sui bei palazzi di Zug, il ritorno della radio alla musica sinfonica (adesso era Gershwin)… tutto era lì per rassicurarci, per coccolarci, anche se quella musica, adesso, sapeva inevitabilmente di nenia funebre. I nostri occhi vedevano, le nostre vie respiratorie respiravano, le nostre papille gustative gustavano. Eravamo ancora abbastanza vivi, per quanto sconvolti, e piaccia o non piaccia dirlo o sentirlo dire era bello trovarsi nella Confederazione Elvetica, un posto dove perfino i fuochi artificiali erano sussurro lieve, decorazione silenziata, deflagrazione innocua da salotto, carezza colorata per l’anima, supernova per bellezza senza danni collaterali.
E ci fu il gelato. E ci fu il caffè con panna. Ci fu il ritorno, quasi per autodifesa, alle nostre più rassicuranti sciocchezze.
«Corradino» disse Dora: «“Kukicashli”».
Uffa. Non ci caddi e rilanciai: «Trentatré trentini entrarono a Trento tutti e trentatré trotterellando».
«Wie
«Trentatré trentini entrarono a Trento tutti e trentatré trotterellando», ripetei in tono di sfida.
«Trentattré trentri…»
«Nein!»
Tiè.

Sarei tornato a pensarci solo a tarda sera, nel mio giaciglio, il libro di Gianni Rodari ancora aperto fra le mani, davanti a me un racconto geniale che però non riuscivo a leggere (la vista rimbalzava sulle parole invece di comprenderle), perché troppo divertente, troppo leggero, troppo sereno, così poco italiano.
Quanto durerà ancora, mi chiedevo, questo nostro mondo umano? Quanto tempo prima che una nuova e migliore civiltà si sviluppi dall’evoluzione dei delfini, dei felini, dei corvi o delle api, sempre che non si finisca con lo sterminare anche loro come stiamo facendo coi rinoceronti?
Alcuni dicono “pochissimo”, pensando ai missili atomici sovietici.
Altri dicono “poco”, pensando alle guerre sante nucleari di quando (molto presto) le testate atomiche le avranno quei simpaticoni degli arabi.
Altri ancora rispondono “troppo”, pensando che il genere umano è una malapianta delle più infestanti, e che l’erba grama non muore mai.


6

Chiavi in meno


 Il 3 di agosto era domenica, e avemmo parecchi ospiti a pranzo. Qualche faccia già vista alla fattoria di Schnapsy (lui e la moglie non c’erano) e qualche altra no, ma solo coppie sul maturotto, niente ragazzini con cui giocare. Un noioso consesso di vecchi barbagianni (Bernardo e Martina erano stranamente molto più giovani di tutti i loro invitati) che parlavano solo in svizzerotto tedesco, e mi squadravano impietositi e furtivi come fossi stato una specie di profugo, e scopo della riunione raccogliere fondi per comprarmi vestiti, e scatolette di cibo per italiani. Se ponevano domande su di me, lo capivo dagli sguardi sospettosi (avrà mica bombe in tasca, il ragazzino?) e dai toni da cospirazione.
Per buona misura, alcuni di questi barbagianni terùn dei tùder (“terroni dei tedeschi”, come sentii dire una volta dallo zio Clemente Zancopè) continuavano a ripetere Bologna, Bologna, e ancora Bologna, sempre pronunciato a modo loro (“Und shtrìmpfete, und shtrùmpfete, Pullonie, shdràmfete…” o “italienish… Pullonie… kaputt…”), e nel farlo secernevano commiserazione, poraccio, sembravano dire in svizzerotto, viene da quei posti là, e mi guardavano come si guarderebbe un negretto che muore di fame in quei filmini pro Missioni.

Pare che nelle prime ore, in Italia, qualche spiritoso fosse riuscito a ipotizzare l’esplosione di una caldaia a causa di un semplice guasto. Le famose caldaie a tritolo. Depistaggio o imbecillità che fosse, ciò aveva rallentato l’abbrivio delle indagini di polizia, e concesso ai bastardi assassini ore e ore di vantaggio per dileguarsi e far sparire ogni traccia. Per certi aspetti, che potremmo chiamare onorabilità internazionale, essere italiano era pure un po’ peggio che essere un negretto che moriva di fame. Non avevano proprio tutti i torti, i barbagianni, a guardarmi così.
Che s’inculassero, però.


martedì 16 giugno 2020

Elogiare il libro e stroncare spietatamente l'insopportabile autore? Qualche volta si può!



Racconto storico (Praga, 27 maggio 1942, attentato alla belva nazista Heydrich ad opera di due paracadutisti, uno ceco e l'altro slovacco) interessante, avvincente, capace di emozionare a fondo, pieno di rivelazioni che mettono i brividi, anche se lontanuccio dal capolavoro assoluto per cui viene fatto passare, e che in troppe occasioni viene autosabotato dalla verbosità dell’autore, e dalle sue continue, assai irritanti spiegazioncine su documentazione, scelte di stile, libri letti o non letti o sul perché non li ha letti, e sulle cose che sa e che non sa e il perché non le sa, persino accenni alle belle ragazze che si è fatto, per non parlare delle insistite tirate realistiche e antinarrative (quando parla di “carattere puerile e ridicolo dell’invenzione romanzesca” lo prenderei a pedate nel culo), con tanto di ridiscussione degli errori arbitrariamente commessi nella pagina precedente (e qui si fatica a capire dove finisca l’autocritica e dove cominci un umorismo alla francese francamente stucchevole, sciocchino e saputello). Il suo parlarsi addosso, la sua vocina ipercritica, diventa per alcuni tratti insopportabile, e rovina ogni cosa, al pari dell’invadenza della sua vita privata mentre si documenta e scrive (anche se mi rendo conto del fatto che questo che per me è un grave difetto per altri potrebbe costituire la “marcia in più” della narrazione: vedere l’autore al lavoro, con tutte quelle annotazioni e parentesi e tutti quei distinguo, quelle continue puntualizzazioni e ripetizioni – magari a qualcuno piace così…). Quanto a me, raramente mi è capitato di provare così tanta simpatia per un libro, appassionante, toccante e commovente, e così tanta antipatia per il suo autore, presuntuoso, pedante e maniaco. Un bravo editor avrebbe tranciato via di netto i suoi commenti stronzetti contro i romanzi e i romanzieri. Stai scrivendo di Storia? E fallo, ma non romperci i coglioni con le tue fisime! Piuttosto balzana, poi, l’idea di scandire la scena finale con date di… giugno 2008. Ma a parte questo direi che è un libro da leggere, senza alcun dubbio. Anche se col suo autore non intendo avere più nulla a che fare. 7+



giovedì 7 maggio 2020

Piccolo assaggio da "IRRENHAUS - I sotterranei dell'Eden", il mio romanzo 2020 con le nuove avventure, tredicenni e svizzerotedesche, del magico Corradino


Per creare un’intesa con Dora, e coi suoi cugini di Engelwil che stavo per conoscere, sarebbero però bastati ancora i semplici suoni, i gesti, l’accennare e l’intuire, le analogie da indovinare come nel gioco dei mimi, con l’integrazione di quei pochi termini inglesi noti a tutti, di quel timido francese scolastico che ci accomunava, e delle parole-jolly italiane conosciute nel mondo come ciao, bravo, maccheroni, pianoforte, amore, andreotti e vaffanculo.
E anche i pochi, inevitabili malintesi, in fondo, non sarebbero stati altro che gustosi: avrebbero aggiunto divertimento, e teneri ricordi in proiezione futura, a questa amicizia internazionale per me così nuova.

Poi assistetti al prodigio. Andammo a trovare i cugini Roland e Vera, e il prodigio, a cui nessuno mi aveva preparato, era che le sorelle Martina e Sonia Weckerli erano gemelle. Si assomigliavano in modo impressionante, anche se non erano per nulla identiche: Sonia era più bella, e abbinava a capelli castani molto scuri degli occhi azzurri da principessa nordica, in un contrasto quasi sconvolgente. Però rispetto alla gemella parlava meno bene Italiano, come subito mise in chiaro lei stessa: 
«Ciau Coraddino! Scusi di mio no buono Italiano!»
I suoi strafalcioni erano buffi ma facevano tenerezza. Il lato più strampalato era il suo uso creativo dei vezzeggiativi. Quando disse che voleva farmi vedere “un canino”, Sonia Weckerli non intendeva mostrarmi la sua dentatura, ma il cucciolo di labrador che avevano regalato a Vera.
In genere le persone di parlata tedesca con l’Italiano fanno una gran confusione. Se parlare fosse camminare, sembrerebbero zoppi: s’inventano un sacco di doppie, e poi magari non le mettono quando ci vanno, ed è molto facile sentirgli dire cose come “cippoline” o “asparàggi”.

Roland e Vera erano biondi e abitavano in paradiso, e gli sembrava una cosa normale. Così scontata che forse neppure se ne accorgevano. Quando arrivammo da loro, nel primo pomeriggio, portati dalla solita docile duecavalli, era l’ora del bagno. Lo Zugersee si stendeva luccicoso e vasto sotto la loro casa – bisognava solo attraversare la strada – e loro, senza troppo stupore, mostravano di considerarlo una specie di vasca da bagno dilatata, una pertinenza dell’abitazione, una comodità che meritavano per nascita, una piscina dovuta. (La strada potevi attraversarla a occhi chiusi: ci passava una macchina ogni tre quarti d’ora, e sempre rispettando il bassissimo limite di velocità).
Si tuffavano da una sorta di trampolino, nuotavano a stile libero e a dorso, sguazzavano, si immergevano, riemergevano a rana, tornavano al trampolino, si tuffavano di nuovo producendo grandi spruzzi. Insomma si sollazzavano alla grande. Nessun adulto in sorveglianza: disinvoltura totale. Il problema era che non si toccava manco p’u cazzo, neppure a riva, per cui decisi fin da subito che avrei guardato e basta, mentre invece Dora si unì a loro, facendomi sentire l’unico rimminchionito fuori quadro. Io mi cagavo sotto con l’acqua di Mare, che notoriamente ti tiene un po’ su per via del sale, figuriamoci con quella di lago, fredda, infida e assassina. Naturalmente non la passai liscia: a gesti e mezze parole tutti e tre i cugini mi invitavano di continuo a buttarmi. A gesti e mezze parole mi trincerai dietro la scusa di non avere il costume. A parole e mezzi gesti si offrirono di prestarmene uno di quelli di Roland: bastava salire in “Haus” a prenderlo. Declinai con un messaggio quadrilingue: «Nein, bitte. La prochaine fois. Oggi no. Not today».
Al che Roland dimostrò di saper usare, per quanto in modo ancor più maldestro della madre, qualche parola italiana, perché di rimando mi gridò, cogliendo maledettamente nel segno: «Fiffona!»
«Maganotti» balbettai, anche se non c’entrava un put.
«Was?» urlò Roland, che si stava allontanando a dorso, per mettere maggior distanza fra lui e l’italiano cagasotto.
«Rien!» gridai.
La sua ultima risposta, mi parve di capire, fu una specie di pernacchia in Esperanto, che stridette non poco nella perfezione in panavision di quel pomeriggio azzurro anima.




 

martedì 14 aprile 2020

BE POPCORN!

65 anni

Ho provato a inscrivere in un cerchio tanti chicchi di mais quanti gli anni vissuti dalla mia adorata madre (65). Poi ho fatto lo stesso con un’ipotetica vita molto più lunga (90). Cos’hanno in comune questi due cerchi? Hanno in comune di essere piccoli: i chicchi sono, in entrambi i casi, dannatamente pochi. Appaiono quasi insignificanti, visti così. 
90 anni
Ma se tu li trasformi in popcorn, ne otterrai una gustosa ciotola gigante. I popcorn altro non sono che lo stesso mais trasformato dall’olio dell’intelligenza e dal burro della dolcezza, attivato dal fuoco dell’amore, con l’aggiunta del sale dell’anticonformismo, della passione e della curiosità.
La stupidità, la grettezza, la passiva mediocrità senza talento, il conformismo ottuso, l’avarizia sentimentale sono il gelido inferno che può rendere corte, sterili e squallide le nostre vite. La ricchezza di spirito, la dolcezza, la nobiltà d’animo, la creatività, la curiosità, l’amore incondizionato sono il caldo paradiso che può renderci, attimo per attimo, passo per passo, battito per battito, eterni.
Preoccuparci di quanto viviamo anziché di come viviamo ha lo stesso senso dell’interessarci alla portata idrica di un fiume anziché alla sua bellezza.
Questa non è una predica che faccio cadere dall’alto, ma un’ispirazione che mi è venuta per rivolgerla prima di tutto contro me stesso: troppo spesso mi ritrovo anch’io nei panni del gretto imbecille, accecato dalle indolenti piccine abitudini, dall’egoismo e dalla rabbia. E allora, anche se ve lo dice uno scrittore pazzo e fallito e non uno Steve Jobs, segnatevi ‘sta cosa: siate popcorn!



martedì 7 aprile 2020

Frammenti da "Diario laterale Codyo-20". (Forse un giorno diventerà un libro, o forse no).


Domenica 5 aprile

Solita chiarezza e unità d’intenti all’italiana: mentre il capo della protezione civile ribadisce l’inutilità della mascherina e dichiara di non indossarla neppure lui, la Lombardia stabilisce l’obbligo di uscire coprendosi naso e bocca con la suddetta, e in mancanza di essa con sciarpe o foulards (?!). Il colmo dei colmi è che di questo passo proprio gli amministratori più a destra e più integralisti cattolici finiranno con l’imporci… il burqa.

“Studenti e sindacati: «Impossibile Maturità online».”
E se fosse l’anno giusto per capire che l’esame di maturità, semplicemente, non serve a un tubo? Se ognuno si diplomasse con la sua cazzo di media acquisita, senza il costo di riti di passaggio anacronistici e pagliacciate posticce?

Non sono mai stato un tipo da ginnastica: a parte quel po’ di cyclette, e qualche infantile palleggio col racchettone da beach tennis contro il muro del garage, ogni tanto accenno qualche comico micromovimento di articolazioni alla Mister Bean.

Ogni volta che qualcuno usa la parola “record” riferendosi al numero dei morti, un testicolo di persona sensibile e intelligente si secca, si stacca e cade. 

Leggo che in India due colossali mentecatti hanno battezzato due gemelli Corona e Covid, “per rendere memorabile la giornata del parto”. Se basta una simile idiozia perché i cacanotizie ti regalino fama mondiale, aspettiamocene una valanga, di nascituri con ‘sti nomi. (O magari è una famiglia di imbecilli così, e i genitori e gli zii si chiamano Terremoto, Tsunami, Cancro e Aids...) 

Chi aveva già ben chiaro che il miglior viaggio è quello interiore continua a volare anche adesso.
Molti altri arrugginiscono, come tristi aeroplani costretti a terra.
L’intelligenza è un antiruggine.


mercoledì 1 aprile 2020

«Ccu tuttu ca fora si mori... stranizza d’amuri».

1. FLY

Cosa può darci e farci l’Arte: ascolto un concerto di Battiato, e il mio spirito vola via. Affacciato ai vetri vengo scosso da piacevoli lame di commozione silenziosa, e mi sorprendo a fissare con insolito rispetto un moscone posato fuori sull’intonaco bianco della cornice della finestra per riscaldarsi al tepore pallido del sole, e a domandare più volte intensamente col pensiero a quell’essere che in altri frangenti avrei ignorato, o addirittura ucciso: “E tu chi sei?” “E tu chi sei?” Lui, che stava immobile, si sposta in maniera appena percettibile verso di me, come attirato dalle onde telepatiche. Poi vola via a sua volta.



2. UOMINI DOPO

Non credo a quelli che vanno ripetendo che la catastrofe ci renderà migliori, ma nemmeno a quelli che sostengono ci renderà peggiori. Questa tragedia farà solo da amplificatore psicologico di ciò che già eravamo: chi aveva una filosofia esistenziale basata sulla lentezza, su una frugale selettività, sull’apprezzare le cose semplici e belle e sul godersi i piccoli piaceri, si riterrà ancor più incoraggiato a vivere in tal modo; chi metteva al primo posto empatia, solidarietà e amicizia lo farà ancor di più; chi odiava la vuotaggine diffusa e apprezzava la solitudine starà ancora più appartato, mentre chi la temeva non accetterà di rimanere solo con se stesso neppure per un attimo (forse inventeranno i doppi water per non sentirsi sperduti neanche al cesso); chi aveva in mente soltanto voli e viaggi diventerà una globotrottola impazzita; i rompicoglioni compreranno martelli per devastare sette minchie alla volta; quelli che se cadevi ti davano una mano per rialzarti te ne daranno due, e quelli che ne approfittavano per calpestarti si muniranno di scarponi più robusti; i silenziosi staranno ancora più zitti e i caciaroni urleranno più forte; chi viveva alla giornata vivrà al minuto, e chi faceva piani ventennali li farà cinquantennali; chi era libero e orgoglioso vorrà esserlo di più, e chi leccava mille culi si farà impiantare lingue supplementari per leccarne centomila; chi pregava aumenterà le preghiere e chi bestemmiava aumenterà le bestemmie; i previdenti faranno scorte di cibi a lunga scadenza e i fatalisti diverranno più spericolati; chi rispettava le regole le rispetterà ancor di più, e gli irresponsabili incivili le rispetteranno men che mai; chi viveva in funzione di carriera, successo e denaro si affannerà a sgobbare più intensamente per “recuperare il tempo perduto”, chi viveva per fregare gli altri vorrà fregarli il doppio o il triplo, e chi viveva per festeggiare, sballarsi e far casino si darà a uno sfrenato carnevale infinito.

giovedì 19 marzo 2020

FORZA VEGÉTT (forza vecchietti): VI VOGLIO BENE!!


Si sta facendo largo, qua e là, anche se per fortuna è minoritario, un nuovo strisciante razzismo, il razzismo contro gli anziani. Un razzismo (fatto di superficialità e mancanza di empatia) non solo odioso e vigliacco, ma anche parecchio stolto, visto che noi tutti tendiamo a diventare vecchi, e a quel punto non ci piacerebbe affatto, mentre siamo alla mercé di un virus assassino, dover anche sopportare imbecilli che con un’alzata di spalle ragliano: “Chi se ne frega, tanto muoiono (quasi) solo gli over 80!”
Che poi, visto che avete fondato la vostra società, la vostra vita e la vostra economia su quello che io chiamo RIGENITORAGGIO GERIATRICO OBBLIGATORIO, vorrò proprio vedervi, senza più nonni ad accudire i nipotini!
Un grande bacio (virtuale, e quindi rispettoso e sicuro) a tutte le anziane e a tutti gli anziani del mondo.
Che questa foto del mio vecchio padre sull’altalena al mare (scattata qualche estate fa, quand’era già ottantunenne) possa diventare il simbolo del vostro futuro, e portarvi fortuna.
Se siete sani, che possiate rimanere tali. Se siete ammalati, che possiate guarire.
Con affetto, anzi, con amore 💚

Nicola Pezzoli.

"Ma quanno ascimmo fora sarà primmavera"


mercoledì 4 marzo 2020

Nicola Pezzoli - IRRENHAUS (I sotterranei dell'Eden)

Corradino è tornato!!!!

Nella sanguinosa estate del 1980, per il tredicenne Corradino un’idilliaca vacanza nella Svizzera tedesca si trasforma in incubo kinghiano. 

«Con lei ti sentivi al sicuro: cosa poteva mai succedere a una duecavalli color panna guidata da una pittrice gentile, sbucata fuori da una fiaba?»





Romanzo. Pagine 177. Produzione Indipendente.
Copyright Nicola Pezzoli 2020.
In copertina: foto ed elaborazione grafica di Lucia Luce.
SOLO SU AMAZON



Non vi proteggerà dal carognavirus (*)
ma dal virus dei brutti libri sì.


(*) se non come talismano: Corradino is magic!




venerdì 14 febbraio 2020

E.T. TELEFONO CASA

MI SONO COTTO IL RAZZO

Sul pianeta da cui provengo, se uno è bravo a fare qualcosa tutti ne godono, e ne sono felici per loro stessi prima ancora che per lui. 
Là da noi sarebbe un controsenso favorire le carriere di professori coglioni o amministratori incapaci, di arbitri negati, cronisti sbiasciconi, giornalisti semianalfabeti, registi mediocri, scrittori scarsi che scrivono sempre lo stesso libro escrementizio, o cretini aventi come unico jolly l’essere parenti di altri cretini. 
Shindar 9 è lontanissimo, lo so, e il viaggio è tanto tanto lungo. 
Ma io sto morendo di nostalgia. 
Venite e riportatemi a casa!





lunedì 27 gennaio 2020

In memoria di Rob Rensenbrink (e di Pietro Anastasi)


Sei stato uno dei campioni della mia infanzia, e forse, dopo quel palo all’ultimo minuto nella finale Olanda-Argentina, uno dei motivi per cui nella vita ho sempre preferito il fascino degli sfigati e degli ingiustamente sconfitti all’arroganza dei vincitori pigliatutto, alla prepotenza dei dominatori assoluti e magari imbroglioni, ai re delle botte di culo che di avere culo nemmeno lo ammettono. 
Te ne sei andato a 72 anni, e dalle nostre parti se ne sono accorti in pochi. A me dispiace che tu non ti sia potuto accorgere del piccolo omaggio che ti dedicai attraverso un mio romanzo. Chissà, forse, se “Quattro soli a motore” avesse avuto almeno un briciolo della fortuna che meritava, se avesse fatto gol invece di finire sul palo dell’indifferenza (o di un ostracismo peloso nei confronti dell’autore) sarebbe stato tradotto in molte lingue, e ne saresti venuto a conoscenza. Può darsi che non te ne sarebbe fregato un accidente. E può darsi invece che ti avrebbe regalato un fugace attimo di soddisfazione e felicità. Ciao grande Rob, dai tuoi amici sconosciuti, Nicola e Corradino.



Quando ci avviammo verso casa, la luna era conficcata nel cielo nero come un gancio di macelleria, e mi veniva da piangere. Il concerto dei grilli era così bello e assordante che quasi illuminava la notte al pari dei minuetti di lucciole di poco tempo prima, ma io ero contento che di luce ce ne fosse poca, e fioca, e che le mie probabili lacrime non si sarebbero viste. Intanto sfogavo la stizza prendendo a calci tutti i sassi che trovavo. 
Altro che fissare il giallo di Jongbloed! L’avevo seguita sì, la partita. L’avevo vissuta facendo un tifo disperato per la mia Olanda orfana di Cruijff, insultando Passarella che con una gomitata aveva spezzato due incisivi al leggendario Johan Neeskens (l’arbitro italiano, non essendo un dentista, dovette pensare che non fossero problemi suoi). E quel broccaccio di Jongbloed era stato semmai un traditore, il peggiore in campo dopo l’arbitro e il guardalinee, mentre il loro portiere Fillol, di cui mi perseguitava come lampo al magnesio conficcato nella retina un primo piano maestoso in replay, con occhiaie sbarrate da indio dipinto coi colori di guerra, era stato il migliore. Fillol aveva parato tutto, tranne il pareggio di Nanninga. E quando non avrebbe potuto parare, l’aveva fatto per lui il palo alla sua destra, sul tiro ravvicinato che Rob Rensenbrink, di controbalzo, scoccò al novantesimo a colpo sicuro. Lo stesso palo che avrebbe poi invece fatto da sponda per la carambola del 2-1 di Kempes nei supplementari. Il palo destro della porta di destra: un palo fascista, un agente di Videla. 
Mio Condottiero Sconfitto, mio immenso Rob Rensenbrink: poteva bastare, chissà, un’allacciatura di scarpino diversa o un taglio diverso dell’erba a governare il rimbalzo del pallone, e il tuo urlo del Gol, ed il mio, non si sarebbe mozzato in gola, e la Coppa l’avrebbero alzata i miei eroi, Tu, e Johnny Rep e Arie Haan e Wim Rijsbergen e Rudy Krol. E invece, e invece… 
«Non capisco perché te la prendi così» mi fece a un tratto Gianni, squadrandomi con sospetto nell’oscurità di via Roccolo. «Non era mica l’Italia!»



Non avevo invece commemorato Pietro Anastasi. Non perché non ne fosse degno, ma perché troppi altri lo avevano già fatto assai meglio di quanto avrei potuto farlo io. Inoltre non amo trasformare il blog in un luogo di necrologi, che a volte sembra che uno li scriva per farsi bello, per non parlare della sgradevole impressione di aver tenuto il “coccodrillo” già pronto in attesa della dipartita, come fanno molti giornalistozzi. Ma voglio adesso condividere un piccolissimo ricordo che mi lega a lui. Anni fa, mi capitava spesso di incrociarlo nelle mie camminate lacustri, io come sempre solitario, lui in compagnia della moglie. Nell’incontrarci, dedicavamo l’uno all’altro un saluto simpatico e gentile, un sorriso vagamente complice, e poi ognuno per la sua strada. Il significato del mio sorriso era: so chi sei, ma non voglio romperti i coglioni rovinandoti la tranquillità di questa bella passeggiata. Il significato del sorriso suo era: ho capito che sai chi sono, e apprezzo molto la tua discrezione volta a non rovinare la tranquillità di questa bella passeggiata. Ti ricordo così: come un uomo dal sorriso simpatico e gentile, che amava camminare in santa pace negli stessi luoghi in cui amavo camminare io.

mercoledì 22 gennaio 2020

Maiale (NON) lo dici a tuo nonno! (Breve riflessione su uno stupido coro natalizio ragliato alla tv tedesca).


Insegnare ai bambini a cantare “Mio nonno è un maiale inquinatore” è inquinamento della mente, del cuore e dell’anima. In confronto, i porci inquinatori dell’aria diventano quasi dei Santi. I tedeschi, appena usciti dal nazismo della razza stanno forse inventando il nazismo dell’età (altrettanto pericoloso e persino più imbecille, come dimostrato nel secolo scorso da certe teste di cazzo asiatiche, che ti mandavano in un lager se eri over 30 e un po’ istruito)? E poi, perché mai vostro nonno sarebbe più inquinatore dei vostri genitori coi loro Suv diesel-camere a gas ambulanti, di vostro zio che prende l’aereo anche per andare dal barbiere, o della vostra sorellina che cambia smerdofono ogni sei mesi, e scarpe ogni due giorni? Forse perché fuma la pipa?

martedì 7 gennaio 2020

LE ETÀ DI CORRADINO


Nella nuova avventura (che uscirà fra meno di due mesi) il mio impertinente, dolce, sboccato, adorabile Corradino avrà 13 anni. Chi se lo fosse perso undicenne (Quattro soli a motore) e dodicenne (Chiudi gli occhi e guarda) fa ancora in tempo a rimediare.
Senza dimenticare che esiste anche quello ventenne (Mailand) e trentaseienne (Agonia di una Fata e altri sfaceli).

A prestissimo!