"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"
SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

mercoledì 1 aprile 2020

«Ccu tuttu ca fora si mori... stranizza d’amuri».

1. FLY

Cosa può darci e farci l’Arte: ascolto un concerto di Battiato, e il mio spirito vola via. Affacciato ai vetri vengo scosso da piacevoli lame di commozione silenziosa, e mi sorprendo a fissare con insolito rispetto un moscone posato fuori sull’intonaco bianco della cornice della finestra per riscaldarsi al tepore pallido del sole, e a domandare più volte intensamente col pensiero a quell’essere che in altri frangenti avrei ignorato, o addirittura ucciso: “E tu chi sei?” “E tu chi sei?” Lui, che stava immobile, si sposta in maniera appena percettibile verso di me, come attirato dalle onde telepatiche. Poi vola via a sua volta.



2. UOMINI DOPO

Non credo a quelli che vanno ripetendo che la catastrofe ci renderà migliori, ma nemmeno a quelli che sostengono ci renderà peggiori. Questa tragedia farà solo da amplificatore psicologico di ciò che già eravamo: chi aveva una filosofia esistenziale basata sulla lentezza, su una frugale selettività, sull’apprezzare le cose semplici e belle e sul godersi i piccoli piaceri, si riterrà ancor più incoraggiato a vivere in tal modo; chi metteva al primo posto empatia, solidarietà e amicizia lo farà ancor di più; chi odiava la vuotaggine diffusa e apprezzava la solitudine starà ancora più appartato, mentre chi la temeva non accetterà di rimanere solo con se stesso neppure per un attimo (forse inventeranno i doppi water per non sentirsi sperduti neanche al cesso); chi aveva in mente soltanto voli e viaggi diventerà una globotrottola impazzita; i rompicoglioni compreranno martelli per devastare sette minchie alla volta; quelli che se cadevi ti davano una mano per rialzarti te ne daranno due, e quelli che ne approfittavano per calpestarti si muniranno di scarponi più robusti; i silenziosi staranno ancora più zitti e i caciaroni urleranno più forte; chi viveva alla giornata vivrà al minuto, e chi faceva piani ventennali li farà cinquantennali; chi era libero e orgoglioso vorrà esserlo di più, e chi leccava mille culi si farà impiantare lingue supplementari per leccarne centomila; chi pregava aumenterà le preghiere e chi bestemmiava aumenterà le bestemmie; i previdenti faranno scorte di cibi a lunga scadenza e i fatalisti diverranno più spericolati; chi rispettava le regole le rispetterà ancor di più, e gli irresponsabili incivili le rispetteranno men che mai; chi viveva in funzione di carriera, successo e denaro si affannerà a sgobbare più intensamente per “recuperare il tempo perduto”, chi viveva per fregare gli altri vorrà fregarli il doppio o il triplo, e chi viveva per festeggiare, sballarsi e far casino si darà a uno sfrenato carnevale infinito.

giovedì 19 marzo 2020

FORZA VEGÉTT (forza vecchietti): VI VOGLIO BENE!!


Si sta facendo largo, qua e là, anche se per fortuna è minoritario, un nuovo strisciante razzismo, il razzismo contro gli anziani. Un razzismo (fatto di superficialità e mancanza di empatia) non solo odioso e vigliacco, ma anche parecchio stolto, visto che noi tutti tendiamo a diventare vecchi, e a quel punto non ci piacerebbe affatto, mentre siamo alla mercé di un virus assassino, dover anche sopportare imbecilli che con un’alzata di spalle ragliano: “Chi se ne frega, tanto muoiono (quasi) solo gli over 80!”
Che poi, visto che avete fondato la vostra società, la vostra vita e la vostra economia su quello che io chiamo RIGENITORAGGIO GERIATRICO OBBLIGATORIO, vorrò proprio vedervi, senza più nonni ad accudire i nipotini!
Un grande bacio (virtuale, e quindi rispettoso e sicuro) a tutte le anziane e a tutti gli anziani del mondo.
Che questa foto del mio vecchio padre sull’altalena al mare (scattata qualche estate fa, quand’era già ottantunenne) possa diventare il simbolo del vostro futuro, e portarvi fortuna.
Se siete sani, che possiate rimanere tali. Se siete ammalati, che possiate guarire.
Con affetto, anzi, con amore 💚

Nicola Pezzoli.

"Ma quanno ascimmo fora sarà primmavera"


mercoledì 4 marzo 2020

Nicola Pezzoli - IRRENHAUS (I sotterranei dell'Eden)

Corradino è tornato!!!!

Nella sanguinosa estate del 1980, per il tredicenne Corradino un’idilliaca vacanza nella Svizzera tedesca si trasforma in incubo kinghiano. 

«Con lei ti sentivi al sicuro: cosa poteva mai succedere a una duecavalli color panna guidata da una pittrice gentile, sbucata fuori da una fiaba?»





Romanzo. Pagine 177. Produzione Indipendente.
Copyright Nicola Pezzoli 2020.
In copertina: foto ed elaborazione grafica di Lucia Luce.
SOLO SU AMAZON



Non vi proteggerà dal carognavirus (*)
ma dal virus dei brutti libri sì.


(*) se non come talismano: Corradino is magic!




venerdì 14 febbraio 2020

E.T. TELEFONO CASA

MI SONO COTTO IL RAZZO

Sul pianeta da cui provengo, se uno è bravo a fare qualcosa tutti ne godono, e ne sono felici per loro stessi prima ancora che per lui. 
Là da noi sarebbe un controsenso favorire le carriere di professori coglioni o amministratori incapaci, di arbitri negati, cronisti sbiasciconi, giornalisti semianalfabeti, registi mediocri, scrittori scarsi che scrivono sempre lo stesso libro escrementizio, o cretini aventi come unico jolly l’essere parenti di altri cretini. 
Shindar 9 è lontanissimo, lo so, e il viaggio è tanto tanto lungo. 
Ma io sto morendo di nostalgia. 
Venite e riportatemi a casa!





lunedì 27 gennaio 2020

In memoria di Rob Rensenbrink (e di Pietro Anastasi)


Sei stato uno dei campioni della mia infanzia, e forse, dopo quel palo all’ultimo minuto nella finale Olanda-Argentina, uno dei motivi per cui nella vita ho sempre preferito il fascino degli sfigati e degli ingiustamente sconfitti all’arroganza dei vincitori pigliatutto, alla prepotenza dei dominatori assoluti e magari imbroglioni, ai re delle botte di culo che di avere culo nemmeno lo ammettono. 
Te ne sei andato a 72 anni, e dalle nostre parti se ne sono accorti in pochi. A me dispiace che tu non ti sia potuto accorgere del piccolo omaggio che ti dedicai attraverso un mio romanzo. Chissà, forse, se “Quattro soli a motore” avesse avuto almeno un briciolo della fortuna che meritava, se avesse fatto gol invece di finire sul palo dell’indifferenza (o di un ostracismo peloso nei confronti dell’autore) sarebbe stato tradotto in molte lingue, e ne saresti venuto a conoscenza. Può darsi che non te ne sarebbe fregato un accidente. E può darsi invece che ti avrebbe regalato un fugace attimo di soddisfazione e felicità. Ciao grande Rob, dai tuoi amici sconosciuti, Nicola e Corradino.



Quando ci avviammo verso casa, la luna era conficcata nel cielo nero come un gancio di macelleria, e mi veniva da piangere. Il concerto dei grilli era così bello e assordante che quasi illuminava la notte al pari dei minuetti di lucciole di poco tempo prima, ma io ero contento che di luce ce ne fosse poca, e fioca, e che le mie probabili lacrime non si sarebbero viste. Intanto sfogavo la stizza prendendo a calci tutti i sassi che trovavo. 
Altro che fissare il giallo di Jongbloed! L’avevo seguita sì, la partita. L’avevo vissuta facendo un tifo disperato per la mia Olanda orfana di Cruijff, insultando Passarella che con una gomitata aveva spezzato due incisivi al leggendario Johan Neeskens (l’arbitro italiano, non essendo un dentista, dovette pensare che non fossero problemi suoi). E quel broccaccio di Jongbloed era stato semmai un traditore, il peggiore in campo dopo l’arbitro e il guardalinee, mentre il loro portiere Fillol, di cui mi perseguitava come lampo al magnesio conficcato nella retina un primo piano maestoso in replay, con occhiaie sbarrate da indio dipinto coi colori di guerra, era stato il migliore. Fillol aveva parato tutto, tranne il pareggio di Nanninga. E quando non avrebbe potuto parare, l’aveva fatto per lui il palo alla sua destra, sul tiro ravvicinato che Rob Rensenbrink, di controbalzo, scoccò al novantesimo a colpo sicuro. Lo stesso palo che avrebbe poi invece fatto da sponda per la carambola del 2-1 di Kempes nei supplementari. Il palo destro della porta di destra: un palo fascista, un agente di Videla. 
Mio Condottiero Sconfitto, mio immenso Rob Rensenbrink: poteva bastare, chissà, un’allacciatura di scarpino diversa o un taglio diverso dell’erba a governare il rimbalzo del pallone, e il tuo urlo del Gol, ed il mio, non si sarebbe mozzato in gola, e la Coppa l’avrebbero alzata i miei eroi, Tu, e Johnny Rep e Arie Haan e Wim Rijsbergen e Rudy Krol. E invece, e invece… 
«Non capisco perché te la prendi così» mi fece a un tratto Gianni, squadrandomi con sospetto nell’oscurità di via Roccolo. «Non era mica l’Italia!»



Non avevo invece commemorato Pietro Anastasi. Non perché non ne fosse degno, ma perché troppi altri lo avevano già fatto assai meglio di quanto avrei potuto farlo io. Inoltre non amo trasformare il blog in un luogo di necrologi, che a volte sembra che uno li scriva per farsi bello, per non parlare della sgradevole impressione di aver tenuto il “coccodrillo” già pronto in attesa della dipartita, come fanno molti giornalistozzi. Ma voglio adesso condividere un piccolissimo ricordo che mi lega a lui. Anni fa, mi capitava spesso di incrociarlo nelle mie camminate lacustri, io come sempre solitario, lui in compagnia della moglie. Nell’incontrarci, dedicavamo l’uno all’altro un saluto simpatico e gentile, un sorriso vagamente complice, e poi ognuno per la sua strada. Il significato del mio sorriso era: so chi sei, ma non voglio romperti i coglioni rovinandoti la tranquillità di questa bella passeggiata. Il significato del sorriso suo era: ho capito che sai chi sono, e apprezzo molto la tua discrezione volta a non rovinare la tranquillità di questa bella passeggiata. Ti ricordo così: come un uomo dal sorriso simpatico e gentile, che amava camminare in santa pace negli stessi luoghi in cui amavo camminare io.

mercoledì 22 gennaio 2020

Maiale (NON) lo dici a tuo nonno! (Breve riflessione su uno stupido coro natalizio ragliato alla tv tedesca).


Insegnare ai bambini a cantare “Mio nonno è un maiale inquinatore” è inquinamento della mente, del cuore e dell’anima. In confronto, i porci inquinatori dell’aria diventano quasi dei Santi. I tedeschi, appena usciti dal nazismo della razza stanno forse inventando il nazismo dell’età (altrettanto pericoloso e persino più imbecille, come dimostrato nel secolo scorso da certe teste di cazzo asiatiche, che ti mandavano in un lager se eri over 30 e un po’ istruito)? E poi, perché mai vostro nonno sarebbe più inquinatore dei vostri genitori coi loro Suv diesel-camere a gas ambulanti, di vostro zio che prende l’aereo anche per andare dal barbiere, o della vostra sorellina che cambia smerdofono ogni sei mesi, e scarpe ogni due giorni? Forse perché fuma la pipa?

martedì 7 gennaio 2020

LE ETÀ DI CORRADINO


Nella nuova avventura (che uscirà fra meno di due mesi) il mio impertinente, dolce, sboccato, adorabile Corradino avrà 13 anni. Chi se lo fosse perso undicenne (Quattro soli a motore) e dodicenne (Chiudi gli occhi e guarda) fa ancora in tempo a rimediare.
Senza dimenticare che esiste anche quello ventenne (Mailand) e trentaseienne (Agonia di una Fata e altri sfaceli).

A prestissimo!


venerdì 6 dicembre 2019

L'IMPOZZIBILE DOTTOR PEZZ (o come diavolo s'intitolerà)

ZIO SCRIBA FOREVER

In questo paese zeppo di intellettualoidi tristanzuoli, saccenti e senza ironia, per uno scrittore possedere ANCHE un minimo di talento comico è considerato un orpello goliardico, una macchia pacchiana che guasta il curriculum, qualcosa di imbarazzante da tenere nascosto e di cui vergognarsi. Be’, io del mio alter ego Zio Scriba sono sempre andato fiero, così come sono fiero di esser nato umorista (le mie primissime pubblicazioni furono 4 battutozze con Gino & Michele), fiero di aver risollevato il morale di tanti colleghi studenti, di averli aiutati a vincere la spossante noia liceale col mio memorabile Inkazzo Kuotidiano, divenuto poi Periodiko e infine Sporadiko, giornalini rigorosamente NON autorizzati, roba che se mi beccavano finivo espulso da tutte le sqkhuole del mondo.
Ecco perché sono felice di annunciarvi che fra le mie proposte 2020 (non certo l’unica, è ovvio, qui non si batte la fiacca, qui si crea) ci sarà una raccolta di "racconti da ridarella" tutti nuovi, da far impallidire persino il pirotecnico Pazzoteca La Paz.
Perché di bei romanzi “seri” ne ho scritti e ne scriverò, ma niente mi rende più felice delle matte risate dei miei lettori, e di quando, esilarati, mi vengono a dire (cito da commenti reali e numerosi piovuti durante gli anni sul mio blog): “Arrivato a quel punto sono caduto dalla sedia”, “Mi sono ribaltato”, “Piangevo dal ridere”, “Avevo le convulsioni”, “Ti odio, perché mi hai fatto colare il rimmel appena messo con tanta cura…” Insomma, anche lo Zio Scriba e la sua pazzerella natura scemidemenziale reclamano a gran voce il loro spazio. (E credo lo reclamino anche quelli fra voi a cui piace divertirsi, e che da tempo non riescono più a trovare un nuovo libro davvero divertente nemmeno a pagarlo un milione). 
Il titolo del nuovo libro potrebbe essere
L'impozzibile Dottor Pezz, 
e quello che segue sarà uno dei ventisei racconti. Ve lo regalo in abbondante anteprima. Perché io posso. Perché voi lo meritate. 
Buon dicembre, buon inverno, buona vita e buone feste.


ZIO PÈ


Alzi la mano chi non ha mai sentito parlare del leggendario boss denominato Zio Pè.
Ve le stacco, quelle mani.

Lo Zio Pè era un mafioso della mutua, d’accordo. Scalcinato, diciamo. Ma nel suo piccolo era tutt’altro che un fetente di mezza tacca. Era un gran bel fetentone. A ottant’anni suonati controllava ancora un’edicola che vendeva anche i pornazzi, e una fiaschetteria che spacciava fischietti per fiaschetti. Aveva poi ai suoi ordini un ladro d’appartamenti claudicante, il bisnonno ricettatore del ladro, e uno spacciatore messo male di settantanove anni, più svariate altre figure più sfigate. Ma il suo vero asso nella minchia, l’uomo con cui terrorizzava tanta gente (o almeno ci provava), era il fedelissimo Totonnuzzo O’ Scagnozzo Malandrino (una carogna, che però aveva visto giorni migliori). 
Chiunque trovasse da dire o da ridire, lo Zio Pè gli sguinzagliava addosso Totonnuzzo O’ Scagnozzo Malandrino.
Totonnuzzo O’ Scagnozzo Malandrino veniva regolarmente malmenato da questi chiunque.
Ma pazienza.

A monopoli lo Zio Pè sarebbe stato uno che teneva due case d’appuntamenti fra Vicolo Corto e Vicolo Stretto. 
Che è sempre meglio di essere lo stronzo che è appena stato eliminato, magari col famoso scherzo dell’inculata di cemento.

Il pizzo allo Zio Pè, un pizzo molto esoso, quasi insostenibile, lo pagava soltanto una vecchia lavanderia a gettone. La lavanderia a gettone era di proprietà dello Zio Pè, ma lui se n’era dimenticato, e nessuno glielo ricordava per non farlo restar male.

Secondo i suoi biografi ufficiali, Alfiero Incatasciato e Autotreno Corcullionita-Scarassa, da bambino lo Zio Pè era giovanissimo. Da studente fu somaro per scelta filosofica, e moderatamente di destra: a furia di prendere a calci comunisti si fece venire le vescicole, il piedepuzzo e la fascistite plantare.

Per tutta la vita cercò di togliersi lo sfizio di avere una squadra di calcio tutta sua da far fallire, ma riuscì a comprare solo la Montecapperese (terza categoria). Approdò così anche a Mai Dire Montecappero (famosa trasmissione di Telemontecappero Di Sotto International) con memorabili frasi come “Noi mezze ali non ne compriamo, o giocatori interi o niente”.
Quando capì (perché ci metteva un po’, ma poi le cose le capiva) che questi della televisione lo prendevano per il culo gli mandò Totonnuzzo in missione punitiva notturna. Quelli della televisione lo malmenarono.

A volte lo Zio Pè non si lavava.

Da tempo i conti a fine mese non tornavano. Neppure a truccarli bene bene.
Forse per via di quel malinteso con la lavanderia a gettone.
O forse perché il ragioniere rubava le creste. (C’è sempre un ragioniere che si crede più furbo).
Il ragioniere nella fottispecie era suo cugino, e persino di nome faceva Onestino e di secondo nome Fedele e di cognome Diomiguarda, ma lo Zio Pè per sicurezza gli fece lo stesso il famoso scherzo dell’inculata di cemento.

I conti continuavano a non tornare neppure dopo. 
Lo Zio Pè se ne ebbe a male. 
Macerato e impuzzonito nel rimorso, fece dire due messe di suffragio per l’innocente Onestino Fedele. Non ci andò nessuno. Manco il prete. Lo Zio Pè stava per mandargli in missione Totonnuzzo, ma poi ebbe pietà. Di Totonnuzzo. Il prete era uno che menava persino nel confessionale. Invece delle penitenze cazzotti, ogni tanto una bastonatina, ma piano.

Lo Zio Pè amava essere temuto. Se incontrava sulle scale il vicino di pianerottolo (un povero cristo democristiano di centouno anni) lo prendeva a calci.
Però allo Zio Pè piaceva anche mettersi in mostra e farsi bello con atti di grande generosità per dimostrare che la vera mafia è amica della gente. Come la volta che per la piazza passò di passaggio un pulmino di sfruttatori agricoli con a bordo trenta bambini africani appena sbarcati, e allora siccome era quasi ferraluglio e faceva molto caldo lo Zio Pè gli regalò mezzo pandorino scaduto da dividersi fra loro.
Prima però i trenta bambini dovettero mettersi in fila, incatenati com’erano, e baciargli la mano.
Uno particolarmente ignorante e infingardo gliela morsicò.
Sul pulmino degli sfruttatori agricoli ne risalirono vivi una ventinovina.

Per non sentirsi moralmente inferiore ai grossi calibri, una volta lo Zio Pè aveva sciolto un coniglio nell’acido.
Ma poi si era sentito maledettamente in colpa, al punto da diventare vegetariano per un paio d’ore.
Non si fa, coi conigli non si fa.

A monopoli lo Zio Pè sarebbe stato uno che pescava male dai mazzetti degli imprevisti e delle probabilità.
Alla fine venne messo in mezzo dal pentito Luddo Lippo Vandenbergh detto Lu Viscido, in realtà un mafioso acquisito (ius turisti belgi) che non l’aveva mai raccontata giusta ma quella volta sì. Fece i nomi di alcuni pezzi davvero grossi e, per sbaglio o per stronzaggine, di Zio Pè. 
In galera ci finì soltanto lo Zio Pè.
Tutti gli altri erano difesi dal pericoloso avvocato Scolopendra. Lo Zio Pè provò a domandare al pericoloso avvocato Scolopendra se difendeva pure lui. Allora il pericoloso avvocato Scolopendra sputò per terra davanti a lui, fece raccogliere lo sputo da un suo assistente, lo fece impacchettare e lo consegnò allo Zio Pè. 
Probabilmente un messaggio in codice.

Il processo durò dei mesi e venne anche la televisione (quella vera).
Quelli della televisione vera erano degli sciacalli che sciacallavano sul processo per infilarci dentro la pubblicità, ma inutile aversene a male, il mondo va così.
Alla fine la sentenza fu durissima, povero Zio Pè.
In prigione direttamente e senza passare dal Via.
Il giudice gli fece anche un predicozzo moralistico-moraleggiante di quattro ore e tre quarti. Mentre si sorbiva il predicozzo, lo Zio Pè pensò (poiché pensava) che prima o poi, con comodo, gli avrebbe mandato Totonnuzzo a fargli una sorpresina sotto casa.

Quando gli dissero che lo mandavano all’Asinara gli parve un’offesa da lavare col mocho. Ma poi gli spiegarono che l’Asinara non era una stalla di ciucci, ma un carcere di massima sicurezza per tenerci dentro i delinquenti più schifosi, e ne fu bello bello orgoglioso.


lunedì 25 novembre 2019

FACOFFO INTERCULENS?


Ognuno ha il suo fiore. Questo non so nemmeno come si chiami, ma rappresenta uno dei miei Daimon, uno dei miei bellicosi e irriverenti spiriti guida: il fiore del dito medio inalberato.

sabato 2 novembre 2019

PERCHÉ AUTOPRODURSI? J. Stronkabook intervista l'outsider Nicola Pezzoli in 14 infuocate domande, nel giorno dei morti e degli scrittori italiani

J. Stronkabook
Nicola Pezzoli


Perché l’autoproduzione?
Nasce come puro esperimento: pubblicare qualcosa di alto livello ma al tempo stesso troppo atipico per certa miope e imbalsamata editoria. Come Pazzoteca La Paz, il migliore di tutti i miei libri insieme a Gigoló per cliente unica (a sua volta autoprodotto) e Quattro soli a motore. L’esperimento mi è piaciuto, e ho proseguito.

Non si rischia di passare per mitomani?
Certo, se ti pubblichi da solo rischi di confonderti con milioni di sgangherati semianalfabeti. Così come se pubblichi con la maggior parte degli editori italiani rischi di confonderti con centinaia di scribacchini più o meno mediocri, raccomandati, insignificanti, politicizzati, senza idee originali, o con barbosissimi laureatelli cagna cum laude che confondono il saputellismo retorico con l’Arte. Autopubblicarsi non è uno scherzetto da prendere alla leggera: si mette in gioco la propria reputazione, anche nei confronti di se stessi.  

Com’è nata l’idea?
Mi ci baloccavo da parecchio. Prima di conoscere l’opportunità offerta da Amazon pensavo di produrre dei semplici pdf da vendere direttamente attraverso il blog. Li avrei chiamati nikkEbukke. Ma rimandavo di continuo, perché per me non avere il cartaceo è come non aver pubblicato niente.

Vuole anche essere un guanto di sfida, il tuo, uno sberleffo a un certo mondo editoriale, soprattutto quello della grande editoria?
Inizialmente no, ma un po' lo è diventato. 
Nauseato dal vedermi passare davanti troppe mezze calzette, ho deciso di ritirarmi sdegnosamente sul mio Aventino, ma non volevo che fosse un ritiro definitivo, uno sparire: un Aventino dalla cui cima guerreggiare, foss’anche a pernacchie e colpi di fionda (perché è ovvio che quelli, di me, nemmeno se ne accorgono). Anche per questo ho scelto Amazon, facendo arrabbiare alcuni savonarola dal moralismo facile (e intermittente): avere un (non) editore di Seattle è per me la massima forma di orgogliosa ribellione, un autoesilio con dito medio inalberato.
(Il paradosso è che io passo per dinosauro tecnofobo perché odio gli smerdofoni, ma quando poi la tecnologia diventa davvero rivoluzionaria e formidabile come in questi casi mi si dice che non dovrei usarla! Ma io vado oltre, e ti dico che se ci fossero state simili possibilità ai tempi di Proust, di Joyce o di Dostoevskij, quei giganti si sarebbero autoprodotti, e l’editoria come la intendiamo oggi neppure esisterebbe).

Cosa resterà di questi tuoi titoli, a parte la vita che vivranno sugli scaffali di pochissimi tuoi aficionados?
Essere uno Scrittore significa sbattersene di tutto ciò che è “fama e gloria”. E poi è tutto così relativo, e così vano: la gente sta smettendo di leggere (o legge merda pompata in tv), e il romanzo che approda in libreria ha una vita media di due settimane. L’industria più fiorente collegata ai libri è il macero. Verranno dimenticati (lo sono già stati) anche i miei bei romanzi pubblicati da editori. Così come verranno dimenticati i brutti romanzi da classifica italiota. Ma pensa che libidine se un giorno, fra cent’anni, spuntasse un critico così indipendente, appassionato, onesto e intelligente da rivelare al mondo che alcuni dei migliori libri italiani erano stati autoprodotti da un cane sciolto, da un outsider fiero e talentuoso, da un pazzo assoluto…

Quindi non torneresti all’editoria neppure se ti chiamasse?
Adesso come adesso no. Anche perché la grande editoria è cieca e sorda, mentre la piccola ti dà percentuali risibili e pretende da te un lavoro sul campo troppo dispendioso in fatto di stress, di energie, di tempo e di denaro, come se gli scrittori fossero tutti milionari che scrivono per vincere la noia, o dopolavoristi con l’unico hobby di mettersi in mostra cazzeggiando per saloni e salotti, o facendo più presentazioni di Philip Roth. Chissà perché, nessuno dice mai che fare l’editore debba essere un hobby, che fare il tipografo debba essere un hobby, che fare il distributore debba essere un hobby, che fare il libraio debba essere un hobby, che fare il critico o il giornalista culturale debba essere un hobby, che fare l'agente letterario debba essere un hobby. E invece gli scrittori, cioè coloro che col loro ingegno e la loro creatività danno da vivere a tutta ‘sta gente qui (che spesso lavora da cani), dovrebbero farlo per la gloria. Ma guarda un po’! Il “babau” Amazon è una soluzione meravigliosa anche perché ti paga il giusto e non ti chiede niente. Attualmente sto scrivendo il mio miglior romanzo di sempre, e ho già deciso che agli editori non lo proporrò nemmeno.

La qualità non ne risente?
Onestamente, se riguardo il mio percorso, mi accorgo che i soli problemi con l’autoproduzione li ho avuti, i primi tempi, a livello tecnico, per le impaginazioni e cose simili. Tornando al discorso “mitomania”, devo dire che MAI avrei scelto l’autoproduzione (così come non scelsi l’editoria a pagamento) prima di aver dimostrato anzitutto a me stesso che potevo essere pubblicato, letto, apprezzato, recensito non solo da blogger ma anche dal grande Edoardo Camurri o da Alessandro Beretta del Corriere della Sera, intervistato da Radio Radicale, invitato a Festival della letteratura e non solo (penso al meraviglioso Festival di Bra, “Chiamata alle Arti”, organizzato da gente giovanissima che volle avere lì anche me.) Ma Bukowski dice che a cinquant’anni si raggiunge la chiarezza nello scrivere. Ed è veramente così. Una volta imparato ad alleggerire e asciugare i miei testi, non avevo più bisogno di nessun editor per puntellarli (o in certi casi appiattirli…). Ma prima, prima no! Per una questione di dignità ho aspettato di esordire a 41 anni, e nel frattempo mi sono guardato bene dal pubblicare a pagamento per poi impietosire porta a porta amici e conoscenti, mi sono guardato bene dal tampinare scrittori o leccare ani redazionali. Rilegavo i miei testi in formato A4, come copioni cinematografici, e li davo da leggere gratis solo a chi si mostrava davvero interessato. Al mio primo editore spedii il dattiloscritto senza nemmeno metterci “All’attenzione di…”: non sapevo i nomi di chi ci lavorava! Se penso a tutte quelle mezze seghe ambiziosette che passano il tempo in un continuo brigare e intrallazzare, vorticoso e frenetico... (ma quando cazzo scrivono?) Mi fanno pensare al grooming, lo spulciarsi collettivo che favorisce la socialità delle scimmie. Ma evidentemente hanno ragione loro. Tornando al discorso relatività: in quella lunga prima fase, quando colpivo al cuore una lettrice particolarmente raffinata e intelligente amavo ripetermi che fra zero lettori e UN lettore passa più differenza che fra uno e diecimila, ed ero felice così!

Quindi addirittura consiglieresti l’autoproduzione ad altri colleghi? Vuoi l’estinzione degli editor?
Ci sono editor bravissimi che devono continuare a svolgere il proprio lavoro (e magari solo quello, invece di giocare agli scrittori…). Anche perché, chiarezza o non chiarezza, non tutti gli autori sono in grado di fare da soli. Quanti siamo, ad esempio, ad avere il disinvolto coraggio di pubblicare sui blog o sui social degli abbondanti assaggi dei nostri lavori in corso d’opera? Ci sono scrittori che ne avrebbero il terrore, che si vergognerebbero di far vedere quanto sono zoppicanti e malscritti i loro libri in fase embrionale, di quanta differenza c’è fra il prima e il dopo editing. Senza editor dovrebbero per forza cambiare mestiere (e allora forse sì, in questo senso sarebbe meglio per tutti se gli editor si estinguessero… magari insieme ai ghostwriter, così finirebbe la farsa semitruffaldina dei finti scrittori).
E un’altra cosa: la sempre più massiccia offerta di libri omologati e bruttini, il tradire il talento dei veri scrittori e l’aumentare a dismisura del potere degli editor sono catastrofi che avvengono di pari passo. Frega niente se scrivi col culo, devi solo essere furbo a individuare il temino “importante”, la storia ruffiana, la trama con potenzialità commerciali. Poi ci pensa il potente maghetto a farlo diventare un libro (quasi) decente. Ma devi scrivere (anche male, malissimo) quello che vogliono loro, che loro (e i loro amici del comparto critica) siano in grado di capire dentro i loro limitati orizzonti accademici e ideologizzati, e che abbiano interesse a veicolare. Ha ragione Ginevra Bompiani: oggi i libri muoiono di editing. Anzi io direi che abortiscono proprio.

Un libraio molto attivo sui social ha detto senza mezzi termini (senza fare nomi, ma poteva essere rivolto a te): “Smetti di autoprodurti! Se ti autoproduci per noi sei morto. Morto!”
Lo so. È un ragazzo molto colto e intelligente, un amico, che scrive benissimo e che di solito non dice sciocchezze. Ma un’eccezione può sempre capitare. Però lo capisco: fa il libraio e deve tirare l’acqua al suo mulino, anche se per tirare avanti è costretto a vendere acqua talmente torbida che io personalmente piuttosto che berla preferirei morire di sete. (Qualcuno ha detto che in libreria bisognerebbe andarci coi crisantemi, come al cimitero, io invece dico che dovrebbero fornire loro i sacchettini per il vomito, come sugli aerei). E ha ragionissima quando si lamenta dei tromboni mitomani di cui sopra che pretendono di piazzare i loro libroidi nella vetrina della sua libreria. Ma in un mondo di zombi, essere “morto” non è poi così brutto. In un ambiente in rottura prolungata e definitiva, che continua a pubblicare, premiare, vendere e acclamare pseudocapolavori insipidi, tutti uguali o scritti col culo, io sono fiero di continuare a produrre Buona Narrativa per pochi privilegiati, di essere un outsider che non c'entra un cazzo, passato a miglior vita e a miglior scrittura. Se poi la gente preferisce la fuffa che passa il convento, padronissima, così come è padronissima di guardare i cinepurgoni invece del Grande Lebowski. Contenti loro…

Mi ha colpito a un certo punto la parola “politicizzati”. Vuoi approfondire?
Mi sono sempre considerato di sinistra (anche se non potrò mai esserlo, ad esempio, sull’argomento criminalità, dove la sinistra è colpevolmente lassista, o nel ramo che definisco “politically stronzett”, o in certe tafazziane pulsioni antioccidentali - per me "sinistra" vuol dire socialdemocrazia alla scandinava, o alla tedesca, non certo Pol Pot, e neppure Togliatti). A 27 anni stavo per esordire con un romanzo, il famigerato “Squillo boy”, che era al tempo stesso scandaloso, trasgressivo, anticonformista, anticlericale, antisistema, insomma, più “de sinistra” di così… E invece, la scusa con cui due editori si rimangiarono la parola data a me e a chi mi rappresentava fu che il mio romanzo non era “ABBASTANZA di sinistra”. Che poi, se si trattasse dell’autore, uno può sempre fingere e prendersi una tesseraccia di partito, ma se “non abbastanza di sinistra” è il testo, è una tragedia! Allora mi parve una crudele presa in giro, poi capii. Per questi khmer rossi (mediocri come tutti gli indottrinati) a mancare al romanzo erano (e per fortuna!) i pedanti cliché della letteratura “de sinistra” italiota: il mio boy diventava squillo per il piacere perverso del brivido, mentre invece avrebbe dovuto essere il solito meridionale (ma oggi sarebbe un “migrante”) disoccupato e tossico, con trascorsi nei centri sociali (e in galera) e quattro figli a carico, che sogna un posto in una bella fonderia cancerogena e intanto si prostituisce controvoglia per pagare le rate del motocarro (dentro cui tiene ovviamente un’immaginetta del Che Guevara…) Questo è il livello. Queste sono le persone da cui non vorrei più essere pubblicato nemmeno se mi offrissero miliardi.

Qual è il peccato mortale dell’editoria? E non ne salvi nulla?
Troppi ce ne sono. Te ne dico uno piccolissimo, solo come esempio, e senza nulla, ma proprio nulla di personale. Io credo che saprei essere molto più divertente di Panariello anche come comico televisivo. Ma non vado a invadere il suo campo. (E se anche volessi, non mi lascerebbero). Lui invece è libero di invadere il mio. Grazie ai signori editori che glielo permettono, o addirittura vanno a cercare i personaggi come lui per monetizzare i loro nomi famosi. (Con la complicità dei giornalistozzi che titolano “Bonucci diventa scrittore”, mentre se io provassi a scendere in campo contro la Lokomotiv Mosca non direbbero “Pezzoli diventa difensore centrale” bensì “Pazzo furioso tenta di giocare una partita di Champions”. Eppure le due assurdità sono assolutamente equivalenti, anzi, la prima è più grave, perché io da ragazzino a pallone ci ho giocato!!) Certi camerieri dell’editoria in servizio permanente sostengono che poi questi soldi verrebbero reinvestiti per valorizzare nuovi talenti. Ma sappiamo che non è così. La grande editoria italiana non scopre un nuovo talento dai tempi di Aldo Busi. E pure lui non è che mi facesse impazzire. Quanto alle cose da salvare, con i piccoli editori ho avuto (e dato) le mie soddisfazioni, ma nel complesso si tratta di un ambiente in cui chi mi ha trattato meglio mi ha trattato da figliastro. E dove il mio dire quello che penso, senza peli sulla lingua, ha sempre infastidito tutti.

Parliamo un po’ del sottobosco editoriale. In Italia c’è un doppio problema. A sentirsi scrittori sono milioni. Troppi. A far gioco sulla loro sciocca ambizione spuntano ogni anno centinaia di nuovi soggetti, allargando un campo fatto non solo di pubblicazioni a pagamento, ma anche di discutibili servizi, presunte consulenze, editing “preliminari”. Troppi anche loro. Da che parte sta il principale torto?
Mi credi se ti dico che non riesco a decidermi? È come quando vedi due persone che ti stanno sulle palle fare a botte, e finisci con lo sperare inconfessabilmente che si ammazzino a vicenda. Quando penso ai nugoli di incapaci che infestano le redazioni con le loro cavolate, impedendo così anche a te vero scrittore di essere almeno letto e preso in considerazione senza santi preventivi in paradiso, mi viene da dire che se poi trovano qualcuno che li illude e li spreme se la sono voluta e cercata, e se la meritano. Ma quando penso a chi riesce a guadagnarsi da mangiare sfruttando in mille modi questa gente qua (e che a volte ha il coraggio di provarci pure con me), non riesco, proprio non riesco a provare simpatia. Anche in questo senso, evviva Amazon!

Nick, non ti senti un po’ malato di mente?
Soltanto un po’, dici? Ovvio che lo sono. Per fortuna mia e dei miei 24 lettori. La Narrativa la stanno assassinando i normalozzi, mica i pazzi.

Mi condensi il tuo rapporto con editori & limitrofi in una lapidaria battuta finale?
Solo una cosa è peggiore del gettare perle ai porci: proporle a gioiellieri che preferiscono le ghiande.


lunedì 28 ottobre 2019

Paolo Zardi - L'INVENZIONE DEGLI ANIMALI


L’invenzione degli animali di Paolo Zardi (Chiarelettere) è un thriller fra l’antropo-biologico, l’etico-genetico e il fantascientifico (ma sarebbe più esatto dire scientifico-predittivo: a quel punto stiamo per arrivare, o forse ci siamo già) talmente godibile, originale, avvincente e ben scritto da non sembrare neppure… italiano. 
(Lo considero il più bel complimento: quando lo dicono a me mi commuovo e mi esalto, e mi sento davvero Scrittore, visto che “scrittore italiano” negli ultimi trent’anni è diventata quasi una contraddizione in termini). 
Soprattutto per il modo in cui profondità, sapienza, accuratezza e intelligenza si sposano a leggerezza e leggibilità, laddove i secchioncelli italioti medi contemporanei (vere negazioni viventi dell’Arte di Scrivere) ritengono che produrre un romanzo oggi significhi dimostrare a ogni illeggibile pagina di “avere studiato”, un po’ come fanno quei somari col cervello piccolo, ma saturo di nozioni, che di imperversare in burocratese, medichese o filosofese addirittura si vantano. (Per non parlare delle lezioncine di perfezione politico-ideologica: qui, ovviamente, non ne troverete. O al massimo le intuirete, volendo, fra le righe, senza stucchevoli proclami o manifestini sul genere “fascistometro”).

Non c’è momento in cui non si capisca che Paolo sa benissimo di cosa sta parlando, che è padrone della materia e della storia in tutte le sue implicazioni e diramazioni, che non si arrampica sugli specchi, che è dentro i suoi giovani e palpitanti personaggi, che si è documentato leggendo con passione (una passione tramandata dal padre, cui il libro è con amore dedicato), che possiamo farci prendere per mano da lui e seguirlo con fiducia perché lui è pienamente conscio di cosa sta narrando, eppure mai, neppure una volta, l’autore asseconda quel vizio detestabile di stordirci e di trivellarci la minchia con terminologie incomprensibili di stretto gergo tecnico: essendo un più che valido narratore, non ha nessun bisogno di mettere sotto i nostri occhi i singoli risultati di un inevitabile lavorio di documentazione e approfondimento, ché quelle sono fasi preventive e intermedie, impalcature da far sparire quando l’edificio è completato. (Mi viene in mente il bravo Jonathan Lethem, quando in Anatomia di un giocatore d’azzardo racconta magistralmente una lunghissima e delicata operazione di plastica facciale, senza scomodarsi nemmeno una volta a fare il saputello terminologico da sala operatoria, anche se da come scrive risulta ovvio che ha indagato a lungo e che sa: ma vallo a far capire a quegli scribacchini e scribacchiotte che se il protagonista è un chirurgo scrivono in modo più astruso e ostile di una ricetta specialistica, per sbatterti in faccia i risultati della loro accurata ricerchina!)

Uno dei tanti meriti di Paolo è quello di saper rendere per certi versi convincenti e affascinanti anche (e soprattutto) i monologhi dei “cattivi”. Ascoltare il cattivissimo Kapoor (personaggio che mi è odioso) e le sue perfide, ciniche, ma tutt’altro che stupide idee (non metto assaggi qui per non guastarvi l’appetito) è una vera goduria.

I sempre più rari amanti della bella lettura lo sanno: un libro siffatto (che si pone fra Houellebecq e Michael Crichton) è un felice compagno che da un certo punto in avanti ti tiene inchiodato sul divano (possibilmente con un gatto in grembo, se hai la fortuna di averlo) fino alla fine – e tutto il resto si fotta.

È come se il mio illustre collega Paolo Zardi avesse voluto “punirmi” per la mia insistenza nel definirlo più bravo sul breve, più portato a scrivere racconti. Mai punizione giunse più gradita: questo è un Romanzo che meriterebbe di diventare un bestseller internazionale.

Non fatemi incazzare.

Parola di Scriba.


martedì 22 ottobre 2019

Richard Yates - PROPRIETÀ PRIVATA


Il modo in cui l’eccellenza di uno scrittore viene o non viene riconosciuta non smetterà mai di essere, per me, un affascinante mistero. E non parlo della deprimente cloaca dell’oggi, in cui facilmente tanta merda viene pompata e spruzzata in giro in maniera disonesta e stomachevole grazie agli usi distorti e sleali che si fanno dei sempre più potenti (e prepotenti) mezzi mediatici, e alla dabbenaggine di chi se ne lascia manipolare e prendere per i fondelli. No, stavolta sto parlando in generale, e nel particolare mi sto riferendo ad autori americani di tanto tempo fa. Per dire: io non nego certo la grandezza di quei magistrali autori di racconti che sono Cheever e Carver (o anche Ford, che a differenza dei primi due è ancora vivo, e che qui da noi è diventato di moda proprio negli ultimi tempi) eppure non posso non notare come il quasi misconosciuto Richard Yates sia di mezza spanna superiore a tutti loro, che vengono di continuo lodati sulle pagine culturali e nei circuiti accademici, e consigliati a tutto spiano da tanti librai. (Altri due che non sento consigliare, incredibilmente, mai sono Malamud e Barthelme, anche se forse Barthelme è un discorso a parte: un genio troppo genio, che non a tutti piace – a me ovviamente sì). Opinione personalissima, s’intende.
E sia chiaro che John Cheever lo adoro. (Carver e Ford un po' meno, ma neppure li disprezzo).
Però ho appena finito di deliziarmi leggendo la piccola raccolta “Proprietà privata”, tradotta in modo splendido da una bravissima Andreina Lombardi Bom: ebbene, si resta increduli nell’apprendere che tale bendidio è considerato quasi “materiale di scarto” (racconti inediti e racconti apparsi soltanto su riviste!), perché già questi conferirebbero a Yates il diritto a un posto fisso nell’Olimpo dei giganti. Una scrittura nitida, vivida e intelligente, personaggi che ti sembra di poter sfiorare con mano per accarezzarli o picchiarli, uno stile scintillante eppure semplice, leggero, e quella capacità di essere al contempo toccante e divertente, pietosissimo e perfido, che solo i grandi fra i grandi riescono ad avere e a coltivare. 
(Su tutto risplende una gemma: il racconto “Il revisore e la bufera” che possiede l’assoluta, appassionante, goduriosa perfezione di un microromanzo di ventisei pagine).
Trovatevi e leggetevi i suoi libri, non fatemi incazzare e segnatevi ‘sto nome: Richard Yates.


venerdì 4 ottobre 2019

Nicola Pezzoli - IL VOLO INTERROTTO DEGLI ANGELI

e-book e cartaceo, SOLO su Amazon

«Mi sono sognato cocomeri blu, melloni di polpa di cielo, e nu veliero che scivolava su nu mare lucente fatto no d'acqua ma di specchio».

Bovisa, periferia milanese, novembre 2007. Mattia è un ragazzino introverso che vuole bene solo alle tartarughe. I suoi giorni si trascinano uggiosi, fra una madre vuota e civettuola, il cui unico interesse è rappresentato dal reality La finestra sul porcile, al quale sogna di partecipare, un padre con trascorsi da boxeur – separato dalla moglie ma incombente – che vorrebbe fare di lui un vero uomo “chiavatore e pugile”, e i bulli del liceo che non lo lasciano in pace.
Una sera, in modo fortuito – Mattia siede sconsolato sul pianerottolo al terzo piano del palazzo in cui abita, tenendo fra le mani il corpo senza vita di Mordikai, la sua tartaruga acquatica – grazie a un ascensore chiuso male conosce Gabriele, un trentaseienne stranoide e solitario quanto lui, che per dargli conforto suggerisce di andare insieme a seppellire la tartaruga sotto un tappeto di viole nell’aiuola più bella della città. Nascerà così un’intensa amicizia, a dispetto della differenza d'età e del fatto di potersi vedere solo poche ore, il venerdì pomeriggio, nell’appartamento-ludoteca del Peter Pan Gabriele al quarto piano, fra giochi, dolciumi, musiche, misteriosi dvd di fantascienza, condivisione di progetti e di sogni a occhi aperti.

Gabriele è pieno di segreti. Si dedica all’assistenza di bambini malati terminali. Ma lo fa come volontario, per un rimborso spese che consente a malapena di pagarsi i mezzi pubblici per raggiungere la clinica fuori città, e coi giocattoli e i libri di fiabe che regala ai suoi piccoli amici ci va in perdita. Da vivere si guadagna col poker sui siti stranieri (illegali) e con le scommesse sul calcio. È un giocatore fortunato e abile, ma come accade a tutti i giocatori la rogna nera sta in agguato, e con essa il ricorso, rovinoso, agli strozzini. Né sarà questo l’unico guaio: Gabriele, sul piede di guerra contro lo scarso utilizzo di antidolorifici, da qualche tempo lenisce le sofferenze dei suoi malati somministrando di nascosto morfina per bocca. Ma verrà scoperto e cacciato in malo modo da quello che era il suo unico contatto col mondo degli altri (non che pure lì fossero rose e fiori, a causa di un’infermiera ostile e del minaccioso incombere di una lobby di clown).
Gabriele non è quello che si direbbe “un buon esempio” per il quindicenne Mattia: non lavora, gioca d’azzardo, traffica con la droga per quanto a fin di bene, e si vanta di essere un puttaniere sporadico. Ma gli orrendi genitori del ragazzino, di tutto questo, non sapranno mai nulla. Né ce ne sarà bisogno: per mettersi contro quell’idillio così insolito, e per loro – per chiunque? – sospetto, basterà molto meno: basterà scoprire l’incauto regalo di un braccialetto rosso come pegno d’amicizia.

Il padre, “ombra scimmiesca sui muri del mondo”, lo porterà via senza preavviso per fargli cambiare scuola e città, e iscriverlo d’ufficio alla nuova palestra che gestisce, sottraendolo a quelle che agli occhi suoi e della ex moglie sono le morbose attenzioni di uno squilibrato e di un pervertito.
Dal canto suo Gabriele, per sfuggire agli sgherri dello strozzino che si son fatti più violenti, sarà costretto a sparire e a rifugiarsi in un’infima pensione, così da rendere in apparenza impossibile il ricongiungimento. In apparenza, poiché a distanza di mesi, grazie all’aiuto del più improbabile dei personaggi – da cui nessuno si sarebbe aspettato niente di buono – i due riusciranno a ritrovarsi in circostanze fortunose e drammatiche, e a iniziare una fuga in treno verso il mare e verso una tragedia annunciata, in un finale movimentato e non certo avaro di colpi di scena, fra inseguitori che si moltiplicano, telegiornali sciacalli e sconvolgenti rivelazioni (la principale riguarderà la madre, divenuta “Pamela della Finestra sul porcile”). 

Con questo nuovo romanzo, Nicola Pezzoli ha voluto sperimentare una narrazione a più voci, nel solco di Mentre morivo di William Faulkner. Ne scaturisce un coro multiforme in cui la freschezza gergale di Mattia, la dolcezza un po’ ingenua di Gabriele, e la poesia (mai retorica e scontata) dei pensieri dei ragazzini morituri vanno a cozzare contro la stupidità, banalità, avidità e violenza degli altri personaggi, producendo scintille e stridore, generando effetti di contrasto ora comici, ora drammatici, ora grotteschi.
Con una bella storia nella storia (una fra tante, perché questo è un autore pirotecnico che non lesina spunti): quella (vera) del “Beijoqueiro”, uno svitato baciatore compulsivo brasiliano il cui principale record non sono le migliaia di baci dati a sconosciuti, ma i ricoveri ospedalieri e le nottate in gattabuia con cui veniva ripagato per il suo imperdonabile affronto.

Vi ricordo che i link sottostanti non servono solo per l'eventuale acquisto, ma anche, volendo, per assaggiare gratuitamente i primi capitoli.






lunedì 30 settembre 2019

NÉ SANTO, NÉ ATTILA - sincero esamino di coscienza sul mio impatto ambientale individuale


NÉ SANTO, NÉ ATTILA

PREMESSA
In linea di principio io sto al cento per cento con le persone (di ogni età) che si preoccupano per l’ambiente, ma occhio ai fanatismi da savonarola frangipene, e ai depistaggi. Siamo quasi otto miliardi a infestare il pianeta (e tutti caganti), ma nelle recenti manifestazioni non ho visto un solo slogan contro la proliferazione umana. 
Raccomandare una genitorialità responsabile e matura, un deciso freno alla folle crescita esponenziale, distribuire a pioggia pillole e preservativi a tutti gli stronzi che vivono per scopare ma non vogliono saperne di “tirarlo fuori” al momento opportuno, smettere di essere per il nostro pianeta un gigantesco tumore a forma di pantegana, dovrebbe essere un po’ più importante del caramellare moralisticamente la mynkhja a chi beve il latte, a chi si fa una doccetta troppo lunga o troppo tiepida, o a chi compra cibo per gatti… 
E magari, sull’altro fronte, un po’ meno colpevolizzazioni a nastro dello “stile di vita occidentale”, che non è il Male di per sé: Copenaghen nel 2025 sarà la prima città mondiale ad “emissioni zero”, e non sta in Madagascar.


SINCERO ESAMINO DI COSCIENZA 
SUL MIO IMPATTO AMBIENTALE INDIVIDUALE

A] Aspetti in cui mi sento già relativamente virtuoso

1 Non ho mai buttato nel cesso o nella spazzatura un solo grammo di pasta o una sola briciola di pane (li considero dei peccati imperdonabili) o alimenti lasciati scadere: acquisto con oculatezza, cucino in giuste dosi, se ci sono degli avanzi li riutilizzo per i pasti successivi.
2 Faccio la raccolta differenziata.
3 Riscaldo a gas metano (non superando, d’inverno, i 20 gradi), guido un’utilitaria a benzina con cui faccio pochissimi chilometri, vado a piedi il più possibile.
4 Non prendo aerei.
5 Non acquisto scarpe o indumenti oltre lo strettissimo, ma davvero strettissimo, necessario.
6 Lo stesso dicasi per elettrodomestici o dispositivi tecnologici (mai avuta una lavastoviglie).
7 Non getto mai a terra nulla, neppure una carta di caramella.
8 Dal 2017 produco libri cartacei stampabili solo su ordinazione, evitando di contribuire al macero annuale di milioni di volumi invenduti.
9 D’estate riesco quasi sempre a non usare condizionatori, ma se mi trovo in zone dove è necessario usarli non scendo mai sotto i 25 gradi.
10 Pur non imponendomi diete mortificanti, autoflagellanti e assurde, evito di abbuffarmi e di “vivere per mangiare”.
11 Non premio con la mia attenzione (mai, neppure per un secondo) attività che considero altamente e futilmente inquinanti come corse automobilistiche e motociclistiche o esibizioni militaroidi tipo freccetricolori.

B] Aspetti in cui posso migliorare

1 Diminuire ulteriormente il consumo di carni e salumi, e se ci riuscirò, col tempo, eliminarli.
2 Eliminare totalmente le bottiglie di plastica.
3 Abbandonare saponi liquidi e docciaschiuma e ritornare alle saponette.
4 Privilegiare, quando è possibile, prodotti più cari ma meno inquinanti (dalla stampante laser allo spazzolino da denti in cui cambi le setole ma tieni sempre lo stesso manico).
5 Cagare meno. (Sto scherzando).

C] Aspetti che, sinceramente, NON HO NESSUNA INTENZIONE DI CAMBIARE

1 Bere latte, mangiare uova, burro e formaggi: vegetariano posso anche vedermici, ma diventare vegano richiederebbe una vocazione al martirio che non mi appartiene: mi dispiace, ma la mia natura onnivora non è in discussione.
2 Godermi lunghe docce calde che facciano anche da idromassaggio e garantiscano un buon ristoro fisico e mentale, senza la pugnetta di chiudere per insaponarsi e poi riaprire, o di fare docce gelate di diciotto secondi per poi vantarsene e giudicare gli altri. Stiamo scherzando?
3 Tenere un gatto e nutrirlo come si deve (ci mancherebbe altro!)
4 Continuare a leggere e collezionare meravigliosi libri di carta (anche se può sembrare in contraddizione col punto A8, odio gli ebook, e i libri altrui che mi piacciono e mi interessano non sono quasi mai prodotti on demand).