"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"
SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

sabato 28 marzo 2015

Paolo Zardi – XXI SECOLO (candidato al premio Strega 2015)


I pochi anni d’esperienza come scrittore mi stanno insegnando che non c’è niente di più bello del trasformare una presentazione in uno scoppiettante reading. Più si legge e meglio è. A meno che uno non si vergogni di quello che ha scritto e voglia stenderci sopra un peto veloso (in italiA succede anche questo, e anzi, per una questione di decenza dovrebbe forse capitare più spesso!)
Mi vien da pensare che valga pure per le recensioni. Potrei starmene qui mezz’ora a dirvi quanto sia straordinariamente bravo Paolo Zardi (che come tutti i veri purosangue non è spuntato fuori da nessuna sqhuola, che non sia quella della Lettura, della Scrittura e della Vita) o quanto sia stata meravigliosa e geniale la Neo, in questi ultimi anni, a dissociarsi da un andazzo editoriale nazionale che sembra volto a erigere nientemeno che una Barriera Anti Scrittori Talentuosi (BAST) – una barriera che lascia passare solo chi scrive in banalese, in politichese, in sciattese, in troiese, in luogocomunese, o peggio ancora in muffese erudibondo. Gli Scrittori sono tutta un’altra razza (da noi quasi estinta). Ma perché indugiare in chiacchiere, quando c’è da mandare avanti un testo in grado di parlare, di testimoniare, da solo? 

Sulle prime mi sono trovato in difficoltà nella scelta: ci sarebbe stato veramente da ribatterlo tutto. Ho deciso allora di proporvi piccoli brani isolati dandogli dei titolini miei, e accompagnarvi per mano dentro il libro come quando si riceve qualcuno presso un amico che in quel momento è troppo affacendato per fare gli onori di casa, così da farvi venir voglia, dopo questo benvenuto, di andare avanti da soli, ma senza avervi tolto il gusto, senza avervi svelato nulla della storia, se non dirvi che questo XXI SECOLO non è soltanto il fratello maggiore del suo recente Signor Bovary, non è solo la somma di tutti gli spunti e suggestioni dei migliori racconti zardiani, ma è un partire da tutto ciò come fosse il caricamento di una molla, per poi compiere un ulteriore portentoso balzo verso l’alto, e confezionare un Romanzo sontuoso, che ci commuove e al contempo ci spaventa.



XXI SECOLO
Quando tornava a casa, li vedeva al capolinea dell’autobus, coi sacchetti mezzi vuoti, le donne rassegnate come vacche indù e gli uomini con sguardi affamati, pronti ad azzannare. I ricchi erano spariti, tutti insieme. Da anni non ne vedeva passare uno. Rimanevano le loro case enormi e sfitte, mausolei per stupori futuri.

DIGA
Su un lato del salotto, una porta a vetri mostrava il giardino sul retro: illuminati da un lampione che si accendeva al primo cenno di oscurità, immobili sotto la pioggia, una bici a terra, un pallone nuovo, l’altalena arrugginita, la spettrale presenza di una vecchia bambola. La grondaia di rame gorgogliava come una rana. Lo spettacolo insignificante di quei dieci metri quadrati sorpresi nella loro quotidiana attività aveva qualcosa di straziante – un’insostenibile normalità. Accese il cellulare, e iniziarono i messaggi: sua figlia, sua sorella, numeri sconosciuti, una diga che cedeva sotto il peso della disperazione.

L’ARMADIO DI CEMENTO
Sua madre abitava ai bordi della città, al sesto piano di un palazzo di dieci che ne dimostrava venti, un armadio di cemento alto e stretto tappezzato di finestre, tapparelle rotte e parabole sulle terrazze.

LA FABBRICA DELLE NUVOLE
«Ho visto una ciminiera che buttava un sacco di fumo, venendo qui, lungo l’autostrada. Sa cosa ci fanno?»
«Era una conceria. Ora l’hanno comprata gli indonesiani e non so cosa ci facciano. Mia figlia, da piccola, credeva che fosse la fabbrica delle nuvole».

BLATTE
I muri erano scavati da mani rapaci lungo tracce che un tempo avevano accolto tubi di rame o fili elettrici; mancavano le porte, gli stipiti, il pavimento, gli interruttori, le finestre, i sanitari. Abbandonato a se stesso, l’uomo non diventava un lupo ma una specie di insaziabile blatta.

DISCARICA
Sembrava un vulcano, o il cratere di un meteorite. Sopra, i gabbiani volavano seguendo strane traiettorie ellittiche.
«Brucia sempre, giorno e notte. Ogni tanto arrivano i camion, e scaricano tutto. L’anno scorso ho visto gettarci un elefante intero – pare che appartenesse a un circo bulgaro che passava da queste parti. Riesci a immaginare un elefante morto? È una montagna di carne. I gabbiani non riuscivano neanche a volare, tanto erano sazi. E ce n’era per tutti. Di sera, c’erano famiglie di saprofagi che si fermavano a cena. Avevo paura di uscire».
Anni prima aveva letto che a Pompei era stata ritrovata la coscia di una giraffa. Chissà com’era spolparsi una coscia lunga tre metri? Loro, invece, ai futuri archeologi lasciavano lo scheletro di un elefante infilato in un buco mefitico; si sarebbero scervellati per anni, ma non sarebbero arrivati a cogliere il profondo mistero del ventunesimo secolo.



POST VENDITA
Il ritorno a casa era pervaso della malinconia che prende gli amanti dopo l’orgasmo, quella che, di norma, precede il sonno. 
La vendita seguiva le stesse regole dei rapporti amorosi: le manovre di avvicinamento, il corteggiamento, l’accerchiamento concentrico, l’assalto, la resa e l’inevitabile tristezza che seguiva il coito. I centri commerciali erano pornografici – zero sentimento, e nessuna conseguenza. Ma vendere di persona, in casa di qualcuno, dosando consigli affettuosi e ragionevoli inganni, quello era un atto d’amore. Non c’erano storie.

DINOSAURI
La notizia del giorno era la scoperta di un paleontologo malese: i dinosauri si erano estinti perché a un certo punto avevano smesso di invecchiare. Ma l’immortalità non gli aveva garantito la sopravvivenza. La teoria del malese aveva a che fare col concetto di sovraffollamento o di emissione di anidride carbonica o entrambe le cose. Tutta quella salute era stata deleteria. Sembrava che la vita, per restare in vita, avesse un disperato bisogno di morire.

CULI
Mariagloria: alta, braccia lunghe, scimmiesche, il viso ossuto, tette come chiappe anteriori, i jeans a vita bassa che lasciavano scoperte le mutande – echi dei primi anni duemila – e un culo abnorme. (Era un problema nazionale, quello dei culi enormi. Nemmeno la crisi era riuscita a smussare quei trofei del passato benessere – non ancora).

MANI
Lei rituffò la faccia tra le mani – trovava conforto, in quei badili rosa. Avrebbe voluto averne anche lui, di mani così efficaci: appoggiarci il viso dentro, sospirare, o sparire, e per un attimo sentirsi in pace.

STALATTITI
Si chiese cosa fossero quelle luci – ricordi, congetture, barlumi di coscienza – e cosa significasse essere dentro quel cervello. Immaginava una grotta, buia, umida, dove ogni tanto una stalattite lasciava cadere una goccia. Plic. Ploc. Sul fondo, gechi trasparenti, e minuscoli insetti neri che scappavano alla vista della luce. Plic. Ci doveva essere l’eco, là dentro. Le parole, invece, erano state bandite. Un mistero ben custodito. Ploc.

GEMELLI
Quando era bambino, due suoi compagni di scuola si distinguevano solo per una cicatrice sulla guancia sinistra. In classe, li avevano fatti sedere uno accanto all’altro e quando la maestra raccontava una storia divertente, la loro risata partiva contemporaneamente, s’impennava con la stessa velocità, si spegneva seguendo la stessa curva d’intensità. Sembravano macchine infernali costruite per confutare la teoria del libero arbitrio: dimostravano che i corpi reagivano meccanicamente alle sollecitazioni esterne. La fisica, la chimica, lo strapotere del DNA. Lui, seduto dietro di loro, li guardava inorridito, sgomento, pieno di terrore.

Non so se il libro vincerà lo Strega, ma in compenso le ultime pagine, da quelle che narrano la trasferta austriaca del protagonista a certe annotazioni splendidamente lucide e ultrapoetiche sull’amore coniugale, fino a comprendere tutto il finale (pagine che lascio alla vostra personale e solitaria scoperta, com’è giusto che sia), mi sembrano, semplicemente, da Nobel: non che il resto sia inferiore, intendiamoci, ma capita spesso in un libro di imbattersi in una densità particolarmente strepitosa di scrittura buona, ispirata, felice, perfetta, e io l’ho riscontrata nei capitoli finali. E di solito questo, guarda caso, accade solamente coi Grandissimi Scrittori, mentre le mezze calzette furbette lustrano e rilustrano l’incipit con effetti speciali e cappelli da pagliaccio per poi sbavar via in calando: quanti romanzetti abbiamo letto che partono con ambiziosi squilli di tromba per poi affievolirsi in una misera, silente scorreggia? Be’, qui Zardi-Mozart è una sinfonia tragica che ci accompagna fino all’ultimo punto, senza mai tradirci, senza mai imbrogliarci, senza mai abbandonarci con la scusa che ormai il biglietto lo abbiamo pagato. Perché Zardi scrive della vita, e la vita, come la buona scrittura, è un flusso sanguigno continuo e torrenziale. Perché questo fa la grande Narrativa: dice la vita, più e meglio di tutti i saggi socioantropologici di questo mondo.

Per lungo tempo ho provato a capire a quali e quanti libri contemporanei si addicesse la formidabile invettiva bukowskiana “storia morta su storia morta, giochi schifosi su giochi schifosi, bugie schifose su bugie schifose... altri sbadigli e merda di cane morto sulla povera anima già in frantumi”. Per poi infine realizzare che si fa prima a dire a quanti NON si addice: sei o sette all’anno, non di più. Negli anni buoni. Ecco, questo Romanzo è uno di quei sei o sette. E io direi che sarebbe il caso di non lasciarselo scappare.
Non fatemi incazzare.
Parola di Scriba.

sabato 21 marzo 2015

CHIUDI GLI OCCHI E GUARDA: colonna sonora sulle ali dell'incipit






1
voyage voyage




Il gatto reputa di cagarsi addosso quando è troppo tardi per tornare indietro, e tragicamente presto per arrivare a destinazione.
Trauma da automobile, piccola Ciopy, ma quanto a trasporti felini su gomma è la prima volta anche per noi, e a lasciarti digiuna non ci abbiamo pensato. Dall’espressione del casellante è chiaro che all’abbassarsi del finestrino ha usmato l’afrore ma non ne individua la fonte. Con quella faccia da piciorla ammaestrato sarà dura intuirla. Sarebbe il caso di indicargli la gabbietta con la micia imboscata giù al buio fra il sedile anteriore e il cruscotto, di modo che quello, mentre conta le lire di resto da porgere alla mamma, la smetta di fissare con disgusto il sedile di dietro della 127, la smetta di guardare me.
Andar via da Cuviago è come spezzare un assedio invisibile. Vorrei fosse per sempre. Sarà per tre settimane. Speriamo che non corrano via, che stiano ferme per un po’. Con meno puzza, però.

I preparativi per andare al Mare sono più belli dell’essere al Mare. La prima volta a Marina Ligure con la mamma, in quel luglio del ’79, è stata indimenticabile: da allora “Mare” lo scrivo sempre maiuscolo, e i professori precisini ci s’incazzino pure. Ma il meglio è prima: sognare, immaginare, contare i giorni, fare i bagagli. La dolcezza del radunare tutte quelle cose leggere e colorate sul letto, mentre fuori la pioggerella estiva accarezza le foglie dei ciliegi, il crogiolarsi nell’incanto di tutte le vigilie, trattenere le gocce dei momenti, non lasciarle evaporare via. 



domenica 15 marzo 2015

Corradino genovese onorario! :)

Insieme al mitico Grande Marziano!

Bella gente alla libreria Falso Demetrio

Grizzly, divinità protettrice dell'evento

E il libro è andato a ruba: 
sopravvissuta una sola copia per la vetrina.
Grazie Genova!

martedì 10 marzo 2015

Prime recensioni del mio nuovo romanzo: spezzoni e link



"Parlare di emozioni e sentimenti sembra non essere mai stato così semplice".
TESTUALI PAROLE (Rebecca Romanò)

"Leggere questo libro è stata una goduria"... 
"La scrittura di Nicola Pezzoli è una delle più divertenti che abbia letto ultimamente, non solo nel contenuto ma anche, e soprattutto, nel gioco appassionato in cui trasforma l’uso della lingua".
40 SECONDI (Sara Cappai)

"I libri di Nicola non hanno limiti se non quello di aspettare che ne scriva un altro per poter riaccendere la magia di Corradino".
LETTURE SCONCLUSIONATE (Simona Scravaglieri)

"E intanto lo zio Nick si candida a essere il mio scrittore italiano contemporaneo preferito."
MOZ O' CLOCK (MikiMoz)

"Chiudi gli occhi e guarda punta lo sguardo sulla memoria di estati lontane in cui ci si svegliava bambini e si andava a letto un po' più ragazzini. Per scoprire, poi, a fine stagione di esser diventati grandi..."
ELLE


Chiudi gli occhi e guarda di Nicola Pezzoli rientra in quella categoria di libri a cui ripenserai con affetto anche tra qualche anno. Quei libri che non avranno mai la notorietà che meritano (anche se lo dico per scaramanzia e non posso che augurarglielo), ma che ti porti dentro come piccole medaglie al merito di lettore (fortunato)".
SENZAUDIO (Gianluigi Bodi)

"Nicola Pezzoli ha saputo cogliere con molta sensibilità un momento di passaggio nella vita di un dodicenne. Corradino viene intercettato sul limitare di un’età in cui si smette si essere bimbi e ci si avvia all’adolescenza. Il suo carattere è poliedrico, si intravedono i prodromi dell’adulto che diventerà. Intelligente, dolce, sensibile, mosso da una sessualità confusa ma esuberante, sprizzante di desideri “sporchi”, e tante cattive parole sulla punta della lingua da sussurrare in mente, senza dirle. Un buono che vorrebbe fingersi “duro” senza convincere nessuno".
SCENE CONTEMPORANEE (Mariangela Sapere)


Approfitto per ricordare la presentazione di GENOVA (Prima Nazionale Assoluta) presso la libreria "Falso Demetrio", il prossimo sabato, 14 marzo, alle ore 18, dove avrò il piacere e l'onore di essere affiancato dal Grande Marziano, al secolo Alessandro Vietti. Vi aspettiamo!



domenica 22 febbraio 2015

AGONIA DI UNA FATA E ALTRI SFACELI – altri due giorni da quel maledetto diario del 2003 (versione condensata per il blog)



LE TRE PAROLE PIÙ BELLE:
AKSARA, SHRIVE, MAMMA.


23 maggio (venerdì)

Fianco a fianco, affacciati alla finestra della cucina, guardiamo la fioritura deliziosa delle roselline rampicanti. Torna un po’ a letto, finisco di cucinare io. Intanto oggi, per la prima volta, sul corriere cultura si decidono finalmente a parlare di Raimon Panikkar, a proposito di un nuovo libro appena uscito da Rizzoli, non certo il migliore né il più importante dei suoi (ma si sa, nel povero mondo culturale lobotomitalico esisti solo se lo certificano i grandi editori). 

Fra le sue parole che più hanno colpito il cuore della mamma, c’è la similitudine dell’acqua. Panikkar dice che in molte antiche culture si paragona il singolo individuo a una goccia d’acqua. Da cui la domanda, bellissima e decisiva: che cosa siamo noi? Qual è la nostra vera essenza? Siamo la goccia dell’acqua, o siamo l’acqua della goccia?!
Se si capisce che la risposta giusta è la seconda, si accetta l’idea della morte con serenità, ci si divincola dalla trappola malefica dell’Ego.

Ho perso sette chili, nell’ultimo mese, come se il malato fossi io. Un po’ preoccupato, un po’ contento (potrò recuperare pantaloni vecchi, invece di buttar via soldi per dei nuovi). Pomeriggio di letture. Poi ci guardiamo il tenente Colombo (Progetto per un delitto). Si alza con entusiasmo a vederlo. Interruzioni per telefonate della Simo e della nonna, che parlano brevemente con me. La nonna sembra solo preoccupata che in fondo non ci sia nessuno, nel reame, che possa stare più male di lei, che sta benissimo. 

Dopo cena ascoltiamo un po’ di musica. Passa l’Alberto. Film americano stupidissimo (La rivincita della bionde, affanculo). 
Per cercare di vedere le lucciole, esco addirittura col binocolo. Niente.

I modi, e i tempi, con cui Panikkar e i suoi scritti sono venuti da me hanno qualcosa di stupefacente e di sovrannaturale. 
Lo incontrai per caso grazie alla tv Svizzera, una sera sul tardi. 
Mentre da noi andava in onda la solita cacca, loro trasmettevano un documentario intervista dedicato a questo sacerdote filosofo, di padre indiano e madre catalana, un’incredibile figura dolce e carismatica, uno di quegli uomini che ti trasmettono intelligenza e serenità al solo guardarli negli occhi, amico personale del Dalai Lama. 
Era la fine della scorsa estate, e feci appena in tempo a conoscere quest’uomo, e a sapere che aveva curato la traduzione dal sanscrito degli antichi testi della rivelazione vedica, perché poi la tsi, unico canale decente che si captava dalle nostre parti, sarebbe stata oscurata da una televisioncina commerciale italiota che trasmette telepromozioni e televendite, intervallate da qualche filosofico sprazzo di pubblicità. 
Alla fine di gennaio, la mamma mi avrebbe poi regalato, per il mio trentaseiesimo compleanno, le videocassette prodotte dalla tsi, con tutte le quattro puntate dedicate a lui.
Ma la cosa stupefacente è capitata a metà fra i due avvenimenti.
Il 6 dicembre, giorno di San Nicola, mi aggiro senza una meta tra gli scaffali di Pontiggia, la mia libreria preferita a Varese. Nella tasca interna del mio elegante cappotto di seconda mano ho una busta da imbucare, contenente la lettera indirizzata alla tsi in cui chiedo informazioni sulla possibilità di acquistare quei documentari.
In quel preciso momento, non sto pensando né alla busta né tantomeno a Panikkar. Sono inginocchiato per passare in rassegna la fila più in basso nel reparto dei classici, non ricordo in cerca di cosa, forse Thomas Mann, forse La montagna incantata, che non c’è. 
Nel rialzarmi, mi ritrovo dritto davanti agli occhi un cofanetto contenente due volumi. Ci metto un po’ a mettere a fuoco la scritta, anzi, ci metto un po’ a lottare contro la mia pigrizia di non mettere a fuoco per niente. Poi, leggo: Raimon Panikkar. I Veda. Mantramanjari. Testi fondamentali della rivelazione vedica. 
Li compro subito.
Ulteriore stranezza: questo bouquet floreale (manjari) di preghiere (mantra) era lì, fra i romanzi, e non dove sarebbe dovuto stare: al piano di sopra, fra i libri di religione o di filosofia.

Raimon Panikkar mi ha regalato una delle due Parole capaci di commuovermi nel profondo. È un termine sanscrito, AKSARA. Significa, al tempo stesso, la Sillaba e l’Imperituro. 
L’altra è un verbo biblico, SHRIVE. Me l’ha fatta conoscere Raymond Carver, e anche questa ha un multiplo significato: essere uno scriba, ma anche ascoltare la confessione, assolvere, purificare.
Sono due Parole che mi fanno pensare agli Scrittori come a una stirpe sacerdotale, che mi stanno spingendo a diventare un Monaco della Scrittura. 
Questo non vuol dire che io ne sia all’altezza.
Vuol solo dire che me ne sento attratto, mi sento chiamato, pur sapendomi indegno.

24 maggio

Ha di nuovo mal di gambe. Ha dovuto ritornare a letto dopo colazione, non trova una postura che vada bene. 
Invece di lamentarsi mi chiede E tu come stai. 
E tu come stai!

Vengo un po’ a scrivere, poi torno in camera sua e c’è lì l’Alberto con in mano delle cesoie enormi. Si scherza un po’. La mamma ricorda quando da bambina andava a giocare di sera attorno ai covoni di fieno, e arrivava il contadino in bicicletta gridando “Ve taj via i urécch!” 

Poi papà ha bisogno d’aiuto per stendere le lenzuola, viene anche l’Alberto a tendere nuovi fili con una pinza, insomma sembriamo un battaglione, lì in mezzo al prato, una squadriglia di tre uomini per stendere due panni. La cosa ci fa sorridere, ci mette di buon umore, ci fa sentire uniti, oltre che stupidi. Parliamo un po’ dei fiori, delle piante del giardino, di ciò che va bagnato, di ciò che va estirpato, forse oggi l’Alberto va dal Donghi a comprare qualcosa da piantare qui sotto al balcone, dove ci sono solo erbacce. 

La convinco a telefonare al dottore: infatti le dice di ricominciare a fare due punture di fraxiparina, una ogni dodici ore. Poi lunedì da lui, che la manderà dall’angiologo (pensare che è un così bel nome, sembra il medico degli angeli!) 

Do da mangiare al pesciolino. Sparite le macchie nere sulla coda che facevano pensare a una brutta malattia: forse un segno buono degli Dèi? 
Devo piantarla, di vedere segni dappertutto.

Spunta il Ciaomama, questo africano furbetto ma simpatico che ha fatto della questua una professione. Arriva qui in treno ogni due mesi dalla provincia di Bergamo! Deve avere un tabulato clienti (che lui chiama “persone che aiutano”) di cui facciamo parte, e che usa anche per spedire biglietti d’auguri. I primi tempi, faceva almeno finta di vendere fazzolettini di carta. Adesso prende i soldi e basta, quei pochi che possiamo dargli. La mamma a volte ci aggiunge una scatola di pasta o altro. Un giorno lo abbiamo invitato a pranzare con noi. “Grazie mama! Grazie fratélo!” Mio padre lo prenderebbe a calci, se potesse. E stiamo parlando di un uomo fin troppo buono e in queste cose generoso, un vero cristiano ateo, l’unico che abbia mai visto in spiaggia dare monete a chiunque, zingari compresi. Ma ‘sto Ciaomama proprio non lo regge, è più forte di lui. Comunque, oltre alla solita offerta, gli offro da bere. La mamma che è a letto mi dice di dirgli che abbiamo ricevuto il suo biglietto di Pasqua. 

Partite in tv. Mio fratello con le bimbe e le casse coi fiori da interrare. Telefonata della Lina di Berna, la voce che ci regala più conforto. Poi fuori con l’Alberto e la Marta appena svegliata. Bagno il giardino con l’Alice, io con l’annaffiatoio grande, lei mi imita con quello piccolo. Poi vuole del succo di mela. “Quando guarisce la mia nonna?” 

Dopo cena le do il walkman con la cassetta di Cochi e Renato che mi registrò un commilitone di Modena. Che Felicità sentirla ridere, e poi canticchiare La vita l’è bella!!

Promemoria. Spolverare. Cercare qualcuno per iniezione sul braccio, per non martoriarsi più quella povera pancia. Tavolino per mangiare a letto.

Fantasmi o albanesi nella notte? (Prima un gran colpo in sala, il tonfo di qualcosa che cade, poi parte da sola una cassetta di musica classica a tutto volume!!) No, è il gatto deficiente, che ha raggiunto lo stereo via trave della parete sopra il camino, e con una zampata ha ottenuto questo incredibile effetto. Finisce giù in cantina. Risate con la mamma.

martedì 17 febbraio 2015

UN NUOVO AMICO CHE CAPISCE DI SCRITTURA

Autori poco noti in italiA:

Edgar Hilsenrath

Dan Fante
Donald Ray Pollock

italiano sconosciuto

Vedendo, qui nella colonnina di destra, il modo in cui Francesco, blogger italiano che vive e scrive a Barcellona e pubblica in Spagnolo, si è sbilanciato nei confronti di Quattro soli a motore (“Il miglior libro di uno scrittore italiano dai tempi di Pirandello”) un mio conoscente si è chiesto, in modo del tutto legittimo anche se un po' provocatorio, se e quanto questo signore capisca di Scrittura e di Scrittori.
Credo che verificarlo sia piuttosto semplice: basta guardare quali siano gli altri scrittori e libri che gli piacciono. (Vale anche per Paolo Zardi, che ha messo Quattro soli fra i cinque romanzi più sottovalutati di sempre, e che notoriamente ama Philip Roth, Martin Amis, Nabokov, Gary e Flaubert).
Se Francesco adorasse Moccia, la Tamaro, Coelho, e la sega, volevo dire la saga, delle (1)50 flatulenze vaginali, o certi scialbi e insignificanti italianozzi da classifica, dubbi sul valore del mio romanzo potrebbero nascere, per assurdo e di riflesso, persino in me.
E invece, guarda caso, è stato proprio grazie al blog di Francesco che ho potuto conoscere, negli ultimi mesi, alcuni fra i più notevoli autori della mia recente vita di lettore, per il solo fatto che in un suo post figuravano nello stesso elenco di scrittori audaci e capaci di emozionare in cui aveva messo, bontà sua, anche Nicola Pezzoli: 
Edgar Hilsenrath, Dan Fante, Donald Ray Pollock, Hubert Selby, (i primi due ve li consiglio impetuosamente!) più tanti altri che conoscevo già, come ad esempio Charles Bukowski o Sherwood Anderson.
Tutto questo, oltre a permettermi di passare ore splendide come lettore, mi ha confermato come io stia facendo, con tutti i miei limiti e checché ne dica – anzi NON dica – la bella e onesta gente che mi ignora, un buon lavoro da scrittore.
E anche di questa aumentata consapevolezza ti ringrazio, mio nuovo sconosciuto Amico. Così come ringrazio l’altro Amico che ti consigliò il mio libro. Perché il passaparola sarà pure debolissimo e lento, ma per fortuna esiste e funziona, ed è anzi ormai l’unico appiglio per sperare di leggere libri decenti, in un mondo drogato dal mercato, dalla stupidità e dalla malafede mafiosella, e questa piccola storia lo ha dimostrato.
De nuevo muchas gracias, amigo!


sabato 14 febbraio 2015

UNA PICCOLISSIMA CURIOSITÀ


Come molti di voi già sanno, per preservare i miei neuroni dallo scempio finale – e il mio esofago dal transito di eccessive mareggiate di vomito – da anni mi tengo alla larga da trasmissioni televisive con esseri umani che blaterano più o meno dal vivo: telegiornali, talkshow, reality, talent, telequiz, pubblicità. Questo isolamento protettivo è una manna, una benedizione, però al tempo stesso mi espone a nuovi stati d’ignoranza. Ignoranza voluta, s’intende. Però a volte mi nascono piccole curiosità impossibili da soddisfare. Perché io in compenso leggo molto, ma leggendo ci vengono precluse (risparmiate?) le “pronunce”. Magari qualcuno di voi può aiutarmi a chiarirne una, davvero piccolissima: i pappagalletti stupidini che si riempiono di continuo il becco con l’insulsa espressione “2.0”, la pronunciano (intendo dire parlando fra “italiani”) “duepuntozero” o, come invece temo, “tudabtziro”?

mercoledì 11 febbraio 2015

SCIACALLI DI MERDA, CHE IL VENTO VI DISPERDA


È successo di nuovo. Stavolta a una mia vecchia cara amica. Funerale del padre, e nel frattempo i ladri a domicilio. Sta diventando un’abitudine. Evidentemente le merde senza onore s’informano sulle persone che muoiono, su data e ora della cerimonia, e vanno a colpo sicuro. Suggerimentino alle forze dell’ordine: quelle date e quelle ore, e quegli indirizzi, sono noti pure a voi. Magari qualche bell’appostamentino in difesa del “sacro e inviolabile” domicilio dei cittadini, e qualche autoveloxino in meno. No?

domenica 8 febbraio 2015

Il Rispetto non è per tutti: bisognerebbe meritarselo...




O brutto porcu puzzi! Non ti puoi lavà?
O capitan du cazzi, cerca di stare luntà
Non mi sta a guardare, non ti stacchi più
Guarda li pesci in mare... buttati giù!

eh... ah... du tu vu ndà? oh oh oh
oh Cavrones... du tu vu ndà?!


Dedicata a chiunque faccia del male a qualcun altro per un pensiero, una parola, un disegno, una musica, una scultura, un modo di essere, un modo di amare. Perché, come ha recentemente detto il sindaco di Rotterdam (musulmano) "Se non vi piace la libertà, ve ne potete anche andare". A cag***.

giovedì 5 febbraio 2015

Eresia flash: GIÀ MANGIATO, GRAZIE. ADESSO VORREI LEGGERE

Sento parlare di un concorsino, lanciato da una nota “scuola per scrittori” (sic!) che si propone di legare narrativa e gastronomia a suon di “mangia & scrivi”. Naturalmente rilanciato ed elogiato dai giornalisti come “idea MOLTO originale”… 
Già, se ne sentiva il bisogno: non eravamo abbastanza sommersi da divistico cuocume, non abbastanza minacciati di indigestioni bulimiche da Expo, attorno a cui si annuncia un profluvio di edificanti videotemini politically correct sulla storia del “cibbbo”. Nel frattempo i quotidiani sfruttano la scia e lanciano le loro serie di storie cuciniere da pagare a parte, ingolosendo i lettori con originalissimi e minacciosi slogan del tipo “assaporerai ogni singolo foglio”!
Ma non ci avrete un pochettino trifolato gli zebedei?
Io, oltre a consigliare una bella scorta di citrosodina per la mente e di maalox testicolare, proporrei invece, al contrario, il lancio di uno speciale marchio di garanzia, che potremmo chiamare semplicemente NO FOOD, da applicare ai Romanzi scritti come si deve – cioè senza indulgere alle furbetterie modajole – da Scrittori che non accettano di essere disciplinati scolaretti che fino a ieri scrivevano pappagallescamente di politica e oggi si sentono obbligati a scrivere di trippa e barbabietole. Perché i bei Romanzi magari si “divorano”, ma di sicuro nun se magnano.
(“Questo romanzo è certificato NO FOOD: NON contiene nessuna ricettina del ca***!”)
A garanzia del fatto che in tali Romanzi nulla di volgarmente ricettistico andrà a corrompere il Piacere della vostra Lettura. Perché come tutti sanno la degustazione di quella divina Ambrosia che è la Buona Scrittura è attività che si svolge (di solito DOPO aver fatto il ruttino) preferibilmente in salotto o in camera da letto (o in viaggio, o sotto l’ombrellone), e non certo nel cucinino mentre le cipolle bruciano e i sufflé vanno in vacca. 


sabato 31 gennaio 2015

SE NON HAI PIÙ NIENTE DA DIRE, NON DIRE





Michel Houellebecq
Sottomissione
Traduzione di Vincenzo Vega
Voto: 6




Deprimente elogio della sottomissione: della donna all’uomo, e dell’uomo alla sordida piovra teocratica per ottenere in cambio privilegi, appoggi mafiosi, promesse ultraterrene e tanta, tantissima gnocca terrena. Il tutto detto in forma profetica, ma pretenziosa e squallida: il teorema di partenza è che l’uomo occidentale è (sarebbe) stanco della Libertà, e che l’Illuminismo sia definitivamente morto (e su questo purtroppo rischia di aver ragione). 
L’autore, inaridito e stanco, senza più nulla da dire, sembra aver fatto ricorso per scrivere questo libro agli appunti di scarto del precedente, La carta e il territorio: tante strade, alberghi, ristoranti, luoghi sacri, nomi di bevande, nomi di pietanze – lo si potrebbe usare come guida per programmare una bella settimana spiritual-gastronomica fra Parigi e la campagna francese. 

No, anche se ho sempre amato e forse sopravvalutato questo scrittore, stavolta il voto 9 possiamo non solo scordarcelo, ma tranquillamente capovolgerlo in un 6 di (decrescente) stima. Sottomissione è proprio un sottoromanzo. Arrivato, con un certo sconcerto, alla fine, i miei tratti di matita a margine segnalano sei-pagine-sei con spunti che per diversi motivi potremmo definire “da scrittore purosangue”: 38, 45, 83, 97, 131, 174. (Non potete nemmeno giocarveli al lotto, gli ultimi tre sono troppo alti…) Più un buon paio di belle descrizioni lirico-paesaggistiche (nuvole, più che altro). Bottino miserello, direi. 
A un certo punto mi è pure scappato da ridere, ripensando a un mio pezzo ironico contro i corsi di scrittura, in cui fingevo di suggerire a scrittorelli stercorari alle prime (e ultime) armi di inserire nel racconto un bel party della mia minc***: ebbene, in questo romanzo ce ne sono addirittura TRE! 
(Anche se giustificati, va detto, dal dover mettere in scena l’ambientino accademico: come fai a far interagire tutte queste pompose marionette, se non gli organizzi dei bei ricevimenti alla Sorbona petrodollarizzata?)
Come detto, il nostro amico non si sottrae alla moda dilagante di elencare cibi e liquori per riempire le pagine, e ogni tanto ci aggiunge qualche noioso amplesso (preferibilmente anale, ma rigorosamente etero – ho già parlato altrove dei cliché omofobi ricoperti di muffa che ristagnano in questo libro) descritto peggio che sui giornaletti porno di quand’ero ragazzino.
E la parte fantapolitica è stimolante ma puerile, facilona direi.

In compenso, a pagina 178 abbiamo un triplo trionfo di imbarazzanti banalità , che da sole potrebbero rappresentare la pochezza del romanzo: “mi ci sarebbe voluta una donna” (CHE DUE COGLIONI!) “attacchi di emorroidi estremamente violenti” (NO COMMENT) e “superai senza eccessiva disperazione il periodo delle festività” (qui sembra mia nonna, ancora ‘sto ritrito luogo comune della disperazione dei solitari sotto le feste! – CHE DUE MARONI!)
E a pagina 233 (poco dopo aver definito Gesù come “personalità decadente e marginale” e come “insipido rampollo”) ecco il trionfo del più putrido cazzismo macaco-maschilista e fascioreligioso, davanti a cui il protagonista pare inginocchiarsi un po’ per dabbenaggine, un po’ per grettezza, un po’ perché allettato da questo convertirsi per avere in cambio più fica: “la necessaria sottomissione della donna”, “il ritorno al patriarcato”, e infine questa perla reazionaria andata a male: “A furia di moine, smancerie e vergognosi strofinamenti dei progressisti, la chiesa cattolica era divenuta incapace di opporsi alla decadenza dei costumi. Di rifiutare decisamente ed energicamente il matrimonio omosessuale, il diritto all’aborto e il lavoro delle donne. Bisognava arrendersi all’evidenza: giunta a un livello di decomposizione ripugnante, l’Europa occidentale non era più in grado di salvare se stessa…” Parole che paion quasi putiniane, e si commentano da sole. Chiedo scusa a me stesso. Per aver sottomesso il mio prezioso tempo a queste pagine mediocri.

Per fortuna ho potuto consolarmi stragodendomi Angeli a pezzi, di Dan Fante, il figlio di John. Voto 9+. Lui sì aveva qualcosa da dire. Che slurperìa! Parole come tuoni caramellati! Mi sto ancora leccando i baffi dell’anima, e asciugando le lacrime! È la prima volta che chiudo una recensione consigliando al volo e a sorpresa un altro libro, ma non potevo lasciarvi così, con l’amaro in bocca, e senza un buon romanzo da leggere.
non fatemi incazzare
e leggete QUESTO!
Parola di Scriba.


venerdì 30 gennaio 2015

Un altro annetto, baby... :)



Foto recente del festeggiato, realizzata per
la terza di copertina del nuovo romanzo

Questa invece è di un po' di settimane prima...

mercoledì 28 gennaio 2015

Scrittori che mi hanno illuso e poi deluso: Jonathan Coe

Direttamente dal mio file di schede di lettura.

Jonathan Coe


La casa del sonno
Letto solo ora dopo anni che l’avevo comprato: dimenticanza imperdonabile. È brillante, divertente, intelligente, avvincente. C’è di continuo la curiosità di andare avanti, ci sono bei personaggi, ottime idee, la giusta cattiveria, la dolcezza, le risate, i brividi, la bella scrittura. 9







La famiglia Winshaw
Di meglio della Casa del sonno ci sono sorprese e intreccio, di un po’ peggio la scrittura. Dev’essere il destino ineluttabile dei long thriller. O forse gli autori pensano che se dài al lettore tante pagine, tanta trama e tanto mistero, il lettore, colmo di gratitudine, sarà propenso a sospendere, almeno qua e là, il giudizio sulla forza, le idee, lo stile. Comunque più che buono. 8-







La banda dei brocchi 
Diciamo così: Jonathan è un vino (spero non adulterato) che invecchia malissimo. Nella Casa del sonno era uno Scrittore, nei Winshaw uno scrittore di sinistra, qui è “de sinistra” e stop, come il più insulso degli italianetti politicizzati e saputelli. Al punto da sembrare uno stucchevole italiota che scrive sotto pseudonimo.
Una sequela di pretenziosità sentimental-sociologiche, ritrite, già lette, noiose e autosabotanti, menate antirazziste una pagina sì e una no.
E l’essere comunque un brillante scrittore qui diventa Aggravante.
E che strazio, l’ultima parte: non ho mai desiderato così nervosamente e ardentemente che un romanzo finisse. E si minaccia pure un seguito!!