"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"

mercoledì 16 aprile 2014

Assaggi di romanzi inediti - da "LA CAMPAGNA PLAXXEN": capitolo 2

Troppi daiquiri, porca mattina. Residuo tragicomico di sbornia triste, col vostro Zio Pep a tentare d’infilarsi dalla testa pantalun-ghi di tuta grigia che nella penombra alcolica aveva scambiato per maglione. Mi son fatto sentire una capadicazzo, e tutto da solo. Le meningi che scoppiano. M’assale il ricordo di quel vecchio simpati-co, personaggio delle mie vacanze al mare d’infanzia, Giannino si chiamava, prigioniero di guerra in Grecia e poi piccolo imprenditore nel ramo umidificatori per caloriferi e approssimativo giocatore balneare di bocce (confondeva i colori, bocciava il punto del compagno, che in cambio diceva cose come dio cagnòn, ma poi si lasciava consolare da uno o più Campari). Ti arrivava in spiaggia, il Giannino, strascicando e inciampando (ciapando tupìk, lo chiamava lui) e ogni volta giustificandosi dietro un sorriso candido da bimbo col suo rituale Porca mattina, sono ancora ubriaco… 
Che bella cera che hai!, mi congratulo sorridendo a denti stretti nella specchiera del cesso. Mi sorprendo a pensare quanto si somiglino “specchiera” e “sputacchiera” in Italiano, la madre di tutte le lingue. Se mi guardo allo specchio poi mi sputo in un ecchio… In realtà mi sembro una cagata di piccione uscita pure storta, svogliata. (Non immaginatemi altissimo: sono un piccoletto coi capelli un po’ lunghi e la faccia fin troppo da buono. Dicono che somigli tantissimo al protagonista di Full Monty). 

Mi siedo davanti al notebook in salotto e mi accendo una Davidoff al mentolo. Sarà la terza o la quarta. Mia madre, l’Incombente-Onnipresente, me lo fa notare. Allora io le faccio notare che ho passato i quaranta e non deve rompermeli. Mi guarda malissimo, con quello sguardo da “Se hai passato i quaranta, com’è che sei ancora qui al riparo della mia sottana?”. Le chiedo scusa. Io chiedo sempre, scusa.
Porca mattina, già. Ma cento volte più porca l’infame serata di ieri.

Arrivo al ristorante che son già tutti lì. Il maledetto parentume di lei. Le sue amiche venefiche. Al mio apparire si spegne nell’ostile imbarazzo un commento a voce alta su me medesimo, di cui faccio in tempo a captare la coda mozzata delle parole “inadeguato a sostenere una fami…”, pronunciate da un nerboruto cuginastro della Mantide Livorosa, cugino di secondo grado scala Mercalli, un energumeno infestato di tatuaggioni imbrattabraccia che esibireb-be a manica corta anche nei giorni della merla, un affollamondo con cinque figli tutti intelligenti come lui, ognuno chino e cretino sul suo bel videogioco portatile. Mi prende subito da parte la Mantide Livorosa per una prima scenatina improvvisata sui miei quattro minuti di ritardo (e va bene, erano cinquanta e passa, non si trova mai un parcheggio e son finito a casa di dio, e poi vuoi farti almeno un martini o tre in un bar o due per darti coraggio, porco d’io?), e una seconda scenatina assai più premeditata, pianificata, articolata, di genere finanziario. Perché accetto di stare in mezzo a queste vipere laide? Perché è il compleanno, l’undicesimo, del mio bambino.

Un dolce bambino down dietro la sua torta che tenta di spegnere le candeline. Mentre il suo sciammannato padre tenta di staccare la corrente ai contatti che vanno dal cuore ai condotti lacrimali. Nessun cuginetto gli si stringe attorno, si fanno i cazzi loro coi videogiochi. Già tanto se stanno a tavola, probabilmente ricattati con nuove promesse di tecnologica strammerda (i virus inoculati da mister Jobs e genoria simile, più devastanti della meningite). Amichetti non ne ha. I nonni materni sono al mare in Sardegna, e mia madre non se l’è sentita di venire, come al solito. Con lui non è avara di affetto e di coccole, ma so che sotto sotto considera mio figlio Paolo un castigo del Cielo, e che adesso sarà in chiesa a piagnucolare e ad accendere una candela del cazzo, invece di stare qui a battere le mani per lo spegnimento di queste. Ma papà non piange, tranquillo baby mio. Ci manca solo di fargli vedere che sono un maschio che sa piangere, a questi ottusi neanderthaliani del profitto, a questi disciplinati scopamoglie pocosessuali ma muulto spendaccioni per lo shopping firmato delle loro alberodinatalizzate lei (ce n’è una che le mancano solo le lucine intermittenti e la cometa d’oro ‘n copp’a capa). Tutte addobbate di orecchini penduli monili profumi straccettisexy tacchialti trucco smalto braccialetti borsette collane – ma quanto costa una gallina modaiola, visto che poi queste qui sono tutte casalinghe o impiegate part time? Vabbè. Io li avevo già notati con fastidio da un bel pezzo, certi stronzetti adolescenti a un altro tavolo che me lo additavano e sghignazzavano con cattiveria, senza che i genitori li schiaffeggiassero o fucilassero sul posto. Ma quello no, arrivare fino a quel punto. Quello non me lo sarei aspettato. Uscendo, prima di chiudere la porta e scappare via da vigliacco, l’ultimo di loro, un biondino già sui quattordici, si gira verso mio figlio e gli grida: “Buon compleanno, mongoloide!”.

Per la paga le due figlie firmate dell’albero di natale sono scoppiate a ridere di gusto, non smettevano più. E l’albero di natale neanche una piega, nanca ‘n plissé.
Ora, voi crederete, o spererete, o addirittura ne sarete sicuri, che lui non abbia capito, non se ne sia accorto, non ne abbia sofferto. Ma si dà il caso che Paolo, per fortuna o purtroppo, sia uno di quei down molto, molto svegli. Seguitissimo, con cura intelligenza e amore (questo devo riconoscerlo anche alla signora Mantide) fin dai suoi primi giorni, sempre affidato alle menti più esperte, ai sistemi più avanzati (portato anche all’estero) e sempre, sempre, sempre amato e sostenuto e coccolato, e trattato ove possibile come un bambino del tutto normale, con tanto di lettura di favole prima del bacio della buonanotte. E così adesso è autocosciente. Così adesso se qualche fottuto bastardo lo chiama mongoloide, lui capisce.
E allora, come credete sia stato il dialogo in macchina, mentre lo portavo a casa di lei (sarebbe quella di cui pago il mutuo io, ma pazienza) dopo aver ottenuto la magnanima concessione di stare un po’ con lui almeno durante il tragitto? Credete mi abbia detto cose del tipo “Tu e la mamma non vi volete più bene perché io sono mongoloide, vero?”
Indovinato, ziocàn! Quando poi mi ha domandato “Ma tu mi vuoi bene papà?”, la corrente è tornata, i condotti lacrimali hanno ripreso a funzionare, e il vostro Zio Pep era lì, a guidare nel traffico della sera singhiozzando come un agnellino. “Non potrei volertene di più” gli ho detto. “Non potrei volertene di più”. “Cioè mi vuoi bene o no?”. Con lui bisogna essere semplici e diretti, a volte lo dimentico. “Ti voglio tanto bene. Te ne vorrò per sempre”. Appena fermi a un semaforo l’ho baciato, bacio impastrugnato di lacrime mie paterne sulla sua guanciotta bianca. Spero non mi fraintenderete se lo dico, ma in quel momento ci avrei fatto l’amore, per dimostrargli il mio Amore. E magari un minuto dopo avrei accelerato per sfracellarci contro un camion, per far tacere la mia disperazione. Solo che poi mi è toccato, cazzo, scoppiare a ridere: prima non mi ero reso conto di che zona stessimo attraversando, ma dopo aver baciato il mio bimbo lì fermi al semaforo, mentre lui s’era messo appoggiato con la tempia al finestrino, affacciato sul freddo niente di un mondo nemico, e io con un fazzoletto mi asciugavo le gocce salate, è venuto a bussare con le nocche al finestrino un tale che avevo già visto giorni prima, con la faccia da presidente iraniano. Ho fatto un gesto come quando si scaccia una mosca, e lui è sciancato via zoppicando brutto. Mancava solo ahmadinejad falsinvalido, in questa serata di merda.
Per far tornare la luce nei suoi occhi mi esibisco allora nel mio numero preferito: mollo il volante anche se siamo già ripartiti e mi metto a far scorregge musicali con le mani, petegiando nell’incavo dei palmi uniti la famosa risata di Woody Woodpecker: 
Spropropròòòòprot, Spropropròòòòprot, pro-pro-pro-pro-prot! E Paolo s’illumina. Sono un buffone meraviglioso. Il mondo mi dovrebbe amare. La vita mi dovrebbe aiutare. Mi dovrebbe sorridere. Ma basta e avanza che mi sorrida, adesso, lui. Rimetto le mani sul volante giusto in tempo per evitare, per un pelo, un cassonetto della spazzatura. Ridiamoci un contegno.
Papà! Diciamo le nostre parole magiche?
Quelle proibite?
Sii!
In coro?
Sii!
Uno, due, tre:
“Cristero-Peretta-Supposta-Siringa!”
Ogni suo sorriso mi arricchisce più di un lingotto d’oro. Allora diventa il mio Orsetto Felicetto. Che mi insegna a vivere. Lui a me.

Rimasto solo, nel fare rotta verso la vecchia-nuova casa, ci do dentro a squarciagola con le mie canzoni rivedute e scorrette: Cerco un centro di gravità permanente, che non mi faccia mai dimenticare quanto stronza è la gente

A casa non riesco a farmi venir sonno, così decido di mettermi davanti al notebook per distrarmi con una bella bloggatina. E così, sul sito dell’amico Moby Knight, non vado a imbattermi proprio quella sera nella più bella e struggente canzone dei Sigur Ros (Svefn-G-Englar), con quel video spaccacuore pieno di ragazze e ragazzi down vestiti di bianco, movenze di angeli nella vastità dello scenario selvaggio-mistico della natura islandese? Nella colonnina di destra del blog scopro anche una bellissima foto di bambini come il mio, cui il mio amico ha aggiunto il pensiero delicato di una scritta che dice “Un sorriso per i bambini down”. 
M’intenerisco, lascio un lungo e commosso commento, poi mi ricordo di avere in casa il lime, lo zucchero di canna e il ghiaccio da tritare. Da tritare piano per non svegliare mammà. E il rum di quello giusto, per la mia fuga verso nuovi strati d’incoscienza degni d’essere vissuti, e d’auspicabile disgregazione mentale.
Troppi daiquiri.



lunedì 14 aprile 2014

MANUALE DEL TELECRONISTELLO OMOLOGATO ITALIOTA (FATE TUTTI LA STESSA TELECRONACA E MI RACCOMANDO FATELA BRUTTA, BRANCO DI CLONI)



1 I quattro aggettivi della lingua italiana sono tre: “importante” e “fondamentale”.

2 Sui canali sportivi italioti, “stagggione” si deve pronunciare con almeno tre “g”. Vivamente consigliata la variante con quattro, consentite anche cinque.

3 Vietato dire che il difensore “salva un gol”: dovrete per forza dire che egli “si immola”. Vietato “cross pericoloso”: bisogna dire “cross interessante”. Vietato “mischia furibonda”: bisogna dire “la palla restalllì”.

4 Proibito anche dire banalmente “settimo minuto”, “trentaseiesimo minuto”: sempre “sette sul cronometro”, “trentasei sul cronome-tro”, scassare la minchia a sfinimento, con ‘sto cazzo di cronometro.

5 Se un pirla invece di crossare di sinistro s’intorcignaccola in giravolta col tacco interno destro per fare il fenomeno vanificando l’azione, non dite mai che ha fatto una cagata: bisogna chiamarla per forza (e con entusiasmo orgasmico!) “rabona”.

6 Analogamente, qualsiasi cazzata alla rovescia o all’indietro chiamarla “veronica”, anche se è il termine più stupido e più inutile della storia della lingua italiana.

7 Se un giocatore superstizioso entra in campo dicendo messa (per una partita!) e inanellando preghiere e scongiuri religioidi, strombazzare ed enfatizzare la cosa, come se fosse un esempio positivo e intelligente.

8 Il passaggio fatto a cazzo e senza guardare va chiamato “no look”, anche se il passaggio no look esiste e ha un senso solo nel basket. (Qualcuno poi lo spieghi ad Amauri, che è solito slogarsi il collo da una parte prima di sbagliare il passaggio dall’altra, credendo di farci una bella figura, per far vedere che lui fa i passaggi no look.)

9 Ripetere la geniale espressione “in qualche modo” almeno due volte in ogni singola azione.

10 Lo spettatore arde dal desiderio di venir tramortito da raffiche di statistiche insulse, di cui è avido e goloso. Per cui, ogni volta che si nomina un giocatore (anche uno in panchina) snocciolare senza criterio selettivo tutte le cifre e le informazioni che lo riguardano, compreso il numero medio di ruttini che faceva da neonato dopo il biberon. Molto interessanti anche il numero di tatuaggi, la fede religiosa dei prozii, e il nome della nuova gallina con cui fa le porcheriole.

11 Le risapute cazzate di rito sparate a manovella da ogni allenatore nelle noiose conferenze stampa pre partita vanno sempre per forza chiamate “le Dichiarazioni della Vigilia”. (Consentito anche “Vigggilia”).

12 Fate finta che gli inutili inviati a bordocampo (addirittura uno per panchina!) per riferire sui peti degli allenatori abbiano davvero una funzione essenziale [volevo dire importante, fondamentale], e non siano un modo di collocare e stipendiare altri vostri colleghi meno bravi a spese degli abbonati. Ricordatevi che un giorno potrebbe toccare a vostro figlio, o a vostra cugina (cugggina).

13 In caso di errori, fate pure i ganassa infamando a morte gli arbitri stranieri e le regie straniere, che tanto non vi sentono, ma guanti di velluto con gli arbitri italioti “che sono i migliori del mondo”, e mai una parola di biasimo per la regia italiota, neppure se si perde il gol decisivo [cioè importante, fondamentale] per mostrare un inutile replay o un imbecille che si scaccola in tribuna.

14 Ogni volta che un allenatore rivolge la parola al quarto uomo (o viceversa), chiamarlo “siparietto”.

15 Se qualcuno introduce un eufemismo idiota e stucchevole, adottatelo TUTTI come una massa di pecore pappagalle. Per esempio, ormai non si dice più “attaccare”: si dice “fare la partita”.

16 La parola magica dell’anno (pardon, della stagggione), da pronunciare almeno 50 volte a partita, è “imbucata”, da usarsi stupidamente per QUALSIASI passaggio in avanti nella metà campo avversaria.

17 Per sembrare più intelligenti e più “in”, chiamare “out” (che significa “fuori”) le fasce laterali.

18 Se un calciatore prima di diventare professionista ha lavorato, ad esempio, in una pasticceria, chiamare questa normalissima e insignificante cosa “aneddoto”.

19 Severamente vietata la troppo semplice parola “tiro”. Bisogna per forza specificare p(i)edantemente il piede: “Destroooo!”, oppure: “Sinistroooo!” Altrimenti lo spettatore non capisce il piede.

20 Se morite dalla voglia di far sapere a tutti che siete degli ignoranti che tentano di passare per alfabetizzati (i classici “villan rifatti”) usate di continuo a sproposito “il proprio” al posto di “il suo” o di “il loro”.

21 L’inferiorizzazione mentale del linguaggio è ufficialmente giunta al suo apice: da oggi avete il permesso di commentare un bel gol dicendo semplicemente “Wow!” (Uau!)

22 Se un contropiede è così veloce da produrre un tiro in porta dopo due secondi, impappinarsi lo stesso per dire il bruttissimo (e del tutto inutile) ma ormai obbligatorio scioglilingua “trasforma l’azione da difensiva in offensiva”. Magari in seguito ci occuperemo di come rendere meno offensiva la telecronaca. Per le orecchie del telespettatore. Pagante.

23 Per dissimulare la vostra appartenenza alle generazioni neoanalfabetine e tecnoglionite, usate con insistenza qualche stucchevole espressione dell’Ottocento. 
Per esempio, “claudicante” al posto di “zoppicante”, e “da tergo” al posto di “da dietro”.

24 Parlate sempre a mitraglietta e non fate mai una pausa: il nostro spettatore di riferimento ideale è il moderno teleimbecille che ha PAURA del silenzio (che è poi il motivo per cui, durante i minuti di silenzio, gli imbecilli applaudono), e a cui piace che la telecronaca venga confusa con la radiocronaca. 

25 Adesso che i nomi degli stadi sono sponsorizzati, ripetete almeno una volta al minuto dove si sta giocando. Se gioca in casa il Manchester City, dire di continuo “calcio d’angolo all’Etihad”, “uno a uno all’Etihad”, “sostituzione all’Etihad”… 
Chissà che qualcuno non vi allunghi una mancetta…

giovedì 10 aprile 2014

Nuova infornata di racconti - Olfatto


OLFATTO


Dicono che i cani vivano in un mondo di odori. Che ne “vedano” le gamme come noi lo spettro dei colori. Un cane senza olfatto è come un uomo cieco. A me dell’olfatto importa poco: è forse il senso a cui dedico meno attenzione, anche se naturalmente cerco di evitare i tanfi e i miasmi e mi piacciono molto i profumi, specie quelli dei fiori e di certi manicaretti, e le essenze dolci e fruttate che si mettono sul corpo le donne, e qualche volta i maschi più coraggiosi tipo me (ma che siano due gocce: impestare l’aria dovrebbe essere reato, anche se il profumo è buono). Invece mi ripugnano quei profumacci pungenti dei dopobarba machoidi, quelli che i conformisti si sbattono in faccia a badilate ogni santo giorno per ribadire al mondo che hanno il cazzo. (Ho appena letto di uno psicociarlatano omofobo, uno strizzaportafogli macaco e cialtrone, che definisce l’avere il cazzo “natural design”).

In quel mio sabato mattina castelpretano da messo notificatore, ero reduce da una disavventura di tipo uditivo. Una vecchia al citofono. “Cu è?” “Esattoria!” Lunga pausa. “Quale sartoria?!” “Esattoria, signora”. Pausa ancora più lunga. “Cu è ‘sta sattoria?” “Ho una cartella per il signor…” “Non ne compriamo cartelle. Vadi via! Chiamo i carabbegneri!” “Le lascio un avviso nella cassetta della posta”, taglio corto, sperando che almeno il marito sia alfabetizzato. Non lo dico per esagerazione o cattiveria. Questo lavoro increscioso mi ci ha fatto cozzare più volte, contro la tragedia dell’analfabetismo. Gli analfabeti del passato ti fanno pena. Perché non è colpa loro e perché gli dispiace, se ne vergognano come ladri, ‘sti poveri vecchietti, quasi sempre immigrati del sud. A differenza dei misalfabeti del futuro, che l’avranno voluto loro e se ne vanteranno pure, e ti verrà solo voglia di prenderli a calci, questi qui ti fanno una tenerezza infinita. La cosa li mortifica a tal punto che nel chiedere se possono fare la crocetta al posto della firma non ti dicono “non so scrivere”. Dicono tutti “ho rotto gli occhiali”. Poi fanno la crocetta, come nei film. E a te ti si rompe qualcosa dentro. Ti viene da piangere. Pensare che basterebbe la piccola malizia di inventarsi uno scarabocchio leggermente più elaborato, di una maledetta crocetta, e non se ne accorgerebbe nessuno. Possibile che non glielo dicano? Non posso certo dirglielo io. Ha detto di aver rotto gli occhiali, non di essere analfabeta. Se insinuo che è analfabeta, magari mi spacca la testa.

Ma torniamo alle cose olfattive. Ho tenuto per ultimo un avviso di mora da notificare in via X, al quarto piano di una palazzina. Mi sono accorto dal nome che si tratta di un mio vecchio allenatore di calcio. Stiamo parlando di quando avevo dodici o tredici anni. Adesso ne ho quasi trenta. Non si ricorderà di me: l’ho avuto per poco e non abbiamo fatto comunella, non siamo diventati amici. Però lo ricordo con simpatia: era un bravuomo, e tecnicamente non era un somaro. Magari invece di offrirmi da bere e chicchierare di calcio s’incazza pure per l’avviso di mora. Ma non credo: è una cifra irrisoria, quegli interessi minuscoli frutto di una burocrazia che prende per il culo la gente, e non è colpa mia: io sono una specie di postino, e per un mese soltanto.
Tutto inutile. Il mio vecchio allenatore non c’è. In casa trovo solo la moglie. Viene ad aprirmi questa bionda piuttosto carina e giovanile. Ma la possibile invidia per il mio ex allenatore si spegne nel giro di mezzo secondo, per trasformarsi in compassione: la moglie è una puzzola. Vengo assalito da un’insostenibile zaffata di puzza d’ascelle, mentre la moglie puzzola dell’allenatore di calcio mi invita, senza troppa gentilezza, a entrare. Difficile dare l’idea: lì dentro non esiste nient’altro che puzza d’ascelle. È il dominio, il regno, l’impero, di sua maestà la Puzza d’Ascelle. L’appartamento ne è impregnato, inzuppato, contaminato. L’attaccapanni puzza d’ascelle. Il pavimento puzza d’ascelle. Il lampadario puzza d’ascelle. Le piante in vaso, che immagini agonizzanti, puzzano d’ascelle. I libri sugli scaffali puzzano d’ascelle. I pesciolini colorati nell’acquario non puzzano di pesce, ma d’ascelle. A lei deve sembrare una cosa normale. Non è imbarazzata. Non mi dice: mi scusi, ho appena fatto ginnastica, o spostato mobili, e stavo per buttarmi sotto la doccia. Niente di tutto questo: si limita a puzzare e basta. Le ghiandole sudorifere rendono un incubo la vita di questa donna e del marito. E, in questo momento, la mia. Sul viso della puzzola non si scorge traccia di sorrisi, e il suo fare non è ostile ma nemmeno cortese. Sembra una persona scontrosa. Ti domandi se sia diventata scontrosa perché puzza, o se puzzi perché è scontrosa. Ti domandi anche, interdetto, se non esistano rimedi. Come può l’allenatore di calcio sopportare di vivere così? Non hanno cercato un superdeodorante atomico, una medicina, una cura, un luminare, un miracolo? Come può non divorziare per causa di forza maggiore, anche se lei è bella e lui di certo l’ama?

Mentre la moglie puzzola dell’allenatore di calcio mette la firma sull’avviso di mora, da cui poi strapperò il talloncino che mi farà puzzare la cartelletta, la macchina, la casa, i miei occhi disperati vagano per il salone in cerca di finestre, e intanto mi chiedo se il rischio più concreto sia vomitare o svenire. Le finestre sono chiuse. Mi gira la testa. Coraggio, devo resistere. Fra un po' sarò fuori. Ma come fanno quei maledetti vetri a restare sigillati? Non dovrebbero spalancarsi da soli, in un impeto di ribellione?
A un tratto mi assale il pensiero che all’allenatore di calcio non sia mai fregato un accidente di istruire ragazzini scarsamente dotati a tirar calci a un pallone. L’allenatore di calcio ha bisogno di aria.

lunedì 7 aprile 2014

Eresia flash: progggeti d’i halfabbettizazzzione?



LA CARICA DEI MISALFABETI

Leggo sempre più spesso di (rovinosi) “progetti per giovani” fatti passare per intelligenti. Ad esempio: “Videogiochi in biblioteca”. Che per me è un po’ come dire “Dvd porno in chiesa”. Il diavolo e l’acqua santa, insomma. Gli opposti che NON si attraggono. Ma nemmeno un pochino. I soliti ingenui positivoni risponderanno che intanto così si attirano i gggiovani tecnoglioniti e dealfabetizzati in biblioteca, e che poi magari da cosa nasce cosa. Certo, se vogliamo continuare a prenderci in giro da soli… Anche distribuendo spinelli gratis in pinacoteca vi si attirerebbe marmaglia. Salvo poi stupirci perché invece di fermarsi a guardare i quadri quelli li rompono, li sfregiano o li rubano, o ci pisciano sopra… Ho già assistito a esperimenti simili: il solo risultato è che potete scordarvi l’idea di biblioteca come rassicurante oasi di sacro silenzio: adesso regna il casino anche lì. Dice “ma gli psicologozzi ufficiali hanno dato il nulla osta ai giochini, dicendo che sono altamente educativi e formativi, un’ottima ginnastica per la mente”. Ah be’, ma allora…

E a proposito del deprimente livello di dealfabetizzazione italiota: l’altro giorno mi sono messo casualmente a leggere (senza inten-zioni ciniche, lo giuro) i commenti a una tragica notizia di malasani-tà sul sito di una nota agenzia di stampa. Il primo commento era di un poveruomo che esordiva con «Chi fa’ questi errori…» e finiva con «… un’altro inpiego». Ma non è questa la cosa clamorosa. La cosa clamorosa è che un altro tizio, che oltre al proprio nome teneva a sbandierare l’appartenenza a una prestigiosa Università, non solo interveniva per fare il saputello correggendo “inpiego” con “impiego” (come se fosse stato quello il punto in un frangente simile) ma, cosa incredibile, correggeva SOLO «inpiego», come se persino in ambito universitario «chi fa’» e «un’altro» non costituis-sero un problema!!

Per non parlare di circuiti più plebei, tipo forum di tifosi. Su uno mi è capitato di leggere che un certo terzino “non c’è la fa”. Perché la doppia tristezza del neoanalfabeta è che egli (esso?) finisce squallidamente con lo sbagliare complicando le cose invece di semplificarle…

Vi propongo infine l’ennesimo neologismo zioscribesco (quando diverrà di moda, ricordate che l’avete letto per la prima volta qui): MISALFABETA! Sono infatti sempre più numerosi gli italioti che scrivono dappertutto, quotidianamente, pur non padroneggiando o addirittura apertamente DISPREZZANDO le regole della scrittura! Ma il guaio è che misalfabeti stanno diventando anche i cosiddetti “educatori”: basti vedere il triste destino delle materie umanistiche nelle nostre sqhuole, ormai volte a formare, anziché Uomini, solo schiavi efficienti e consumisti deficienti.

lunedì 31 marzo 2014

LE PEGGIORI LETTURE STRANIERE DELLA MIA VITA

Inutile ribadire che le più orripilanti, offensive e lassative esperien-ze di lettura della mia vita le ho avute al cospetto di scrittorucoli e scribacchiotte made in italY. Ma qualche fregatura me l'hanno rifi-lata pure gli strangers. Ecco le tre peggiori.

Voto: 2-

“Ma mi faccia il piacere! Se ne vadi!” direbbe il grande Totò. Per una volta avrei dovuto dar retta al sciùr D’Orrico e spendere meglio i miei soldi. Robetta frivola e dozzinale, che pare scritta con le terga da una personcina insulsa, mai all’altezza di un’idea di partenza, quella sì, davvero seducente. Un libercolo che sembra il precursore delle 50 flatulenze vaginali (non per l'erotismo: per la vuotaggine), con l'aggravante di esser mascherato da Narrativa Vera. Dopo le prime pagine, incredulo di tanta banalità, superficiali-tà e pochezza, mi metto a piluccare saltabeccando qua e là per capire se sia il caso di continuare a infliggersi la lettura o non sia meglio buttare il libro nel cesso. Trovo l’irritante, fastidiosa, petu-lante espressioncina “convolare a giuste nozze”. Butto nel giusto cesso.

Voto: 2

Uno dei più meravigliosi e affascianti titoli di sempre per una zoppa, insulsa, oltraggiosa favoletta conformista e moralista, incentrata sulla presunta “redenzione” di un clochard a colpi di denaro, onore, lavoro e senso del decoro (io la chiamerei piuttosto “corruzione”). Il tutto, ovviamente, su un patetico sfondo provvidenzial-miracolistico che più goffo non potrebbe essere. Come se non bastasse, pare scritta da un bambino di sette anni, e neppure troppo sveglio, da tanto è zeppa di sciatterie, ripetizioni, ingenuità e melensaggini. In compenso l’editore si è fortemente adoperato per peggiorare la situazione, con tutta una serie di stucchevoli notarelle che ci spiegano non solo la geografia francese, ma addirittura che cosa diavolo sia un pernod! Non una sola riga degna di essere sottolineata e ricordata. Una storiella che pretende di essere edificante, ma si rivela demolitrice degli zebedei del lettore. Severamente sconsigliato ai minori. Severamente sconsigliato a chiunque. E immagino che di rimborsarmi il prezzo non se ne parli nemmeno. Solo sette euro, d’accordo. Ma era meglio berseli al bar.

Voto: 3

Pretenzioso, falso, furbetto, antipatico, intellettualoide, insulso, stereotipato, saputello, del tutto privo di autoironia (con quei ridicoli "pensieri profondi" considerati DAVVERO profondi!): è uno dei peggiori romanzi che abbia mai letto. Sulla totale odiosità delle due protagoniste, che la spocchiosa autrice vorrebbe a tutti i costi rendere simpatiche (e non era difficile: ci riuscirà benissimo, ad esempio, la regista del film, raro caso di pellicola che surclassa il romanzo da cui è tratta), hanno già riferito in molti. Allora mi limito a segnalare una delle (tante) magagne secondarie che ammorbano questo prodottino così venduto e così apprezzato: la stolida, indisponente, prefabbricata malagrazia delle troppe, estenuanti ripetizioni: alla ventesima volta, anche la povera "camelia sul muschio" incomincia a... puzzare. E a puzzare di brutto.


E voi? Vi è mai capitato fra le mani un libro così brutto da incazzarvi con voi stessi per averlo avventatamente com-prato, o con la persona che ve lo aveva consigliato?


domenica 23 marzo 2014

Nuova infornata di racconti - Dare una mano


DARE UNA MANO 


La vita era cambiata in meno di due giorni: domenica mattina Eugenio aveva visto sul giornale il suo nome (in realtà un nome d’arte) accanto al titolo del suo ultimo libro. Niente di speciale, direte. Oppure: embè? O anche: e sticazzi? Ma si dava il caso che nome e titolo si trovassero in un posticino abbastanza particolare: il gradino più alto nelle classifiche nazionali di vendita
E così Eugenio, dopo aver sorseggiato un secondo caffè nel suo silenzioso appartamento da single, aveva passato un bel paio d’ore a bearsi e a gongolare. Anche se il fatto del nome d’arte, a ben guardare, gli levava nove decimi di soddisfazione: nessun cono-scente che potesse aprire il giornale e capire che si trattava di lui, e schiattare di rabbia. Poi, nel primo pomeriggio di lunedì, la firma su quell’incredibile contratto. E quell’assegno a sei zeri (li aveva contati e ricontati: erano proprio sei!). E non era che l’anticipo. Per due nuovi titoli della fortunata collana “Erotica Cul In Aria”.
Dopo una vita passata a sentirsi in credito, adesso Eugenio era decisamente in debito. Doveva a tutti i costi dare una mano a qualcuno. Questione di karma.

Gli venne così in mente quel compagno di liceo – un anno meno di lui – dal nome problematico: Leonello Stanfredini Smith. 
A quindicianni Leonello Stanfredini Smith scriveva racconti deliziosi, stupefacenti. Erano arrivati anche dei piccoli premi, e un’effimera gloria da giovane promessa distrettuale. 
Dopo il liceo si persero di vista. Eugenio aveva poi rincontrato per caso Leonello a dieci anni dal diploma. Lavorava alla cassa di un supermarket. Eugenio si era preoccupato per lui. Leonello Stanfre-dini Smith lo aveva rassicurato, affermando che era solo un impiego momentaneo per pagarsi gli studi. E che stava dietro a un romanzo divertentissimo e geniale. Presto avrebbe sentito parlare di lui! La preoccupazione sfumò in invidia: Leonello sembrava avere grandi prospettive. Eugenio, in quel momento, ancora no.

Invece passarono altri vent’anni, e non successe proprio nulla. Ma questo non significava che il romanzo di Leonello non avesse valore. Ormai ne sapeva ben più di qualcosa, Eugenio, del sistema cul-turale italiota. Quattro bei romanzi e due raccolte umoristiche senza mai arrivare alle mille copie, la sopravvivenza solo grazie all’insegnamento (da precario sottopagato e osteggiato dal bigotto genitorame, a causa dei suoi metodi per nulla ortodossi). E poi, lo straripante successo del suo libro peggiore, di quella sua vergo-gnosa troiata per imbecilli, Gusta la foca in 50 ricette, che lo aveva spinto a nascondersi dietro lo pseudonimo di Petunia Mostarda, e a spedire un’impostora di attrice porno malmostosa a fare apparizioni televisive in vece sua. 
Sì: se Leonello meritava una mano, Eugenio gliel’avrebbe data. Bisognava scovarlo.

Sugli elenchi telefonici non compariva. Se provava a digitare Leonello Stanfredini sui motori di ricerca, il motore infastidito e sgarbato gli rispondeva che forse stava cercando Lionello Manfredini, e che, se si accontentava, di quelli ne avrebbe trovati un paio su qualche social. Se a Stanfredini si azzardava ad aggiungere Smith, il motore lo prendeva proprio a pernacchie, o minacciava di ingrippargli l’hard disk. Provò allora a giocarsi un’ultima disperata carta: la segreteria del vecchio liceo. Magari gli avrebbero fornito delle tracce o, se non l’attuale indirizzo di Leonello, almeno quello di qualche ex compagno di classe di Stanfredini Smith. 
Andò assai meglio: la segretaria dopo tutti quegli anni era la stessa, ed era stata una vicina di casa di Leonello. Lui si era trasferito da un pezzo, dopo la morte dei genitori. Ma, in cambio di un autografo sul vecchio romanzo di Eugenio, Solo quattro in motoretta, per il quale si complimentò commossa (aggiungendo che era uno scandalo che non avessero successo i veri scrittori, invece di quella puttana di Petunia Mostarda), accettò di fornirgli il nuovo recapito. Quando si dice la fortuna.

Non vi erano stati ulteriori trasferimenti. Leonello Stanfredini Smith abitava tutto solo, in fondo a una strada senza uscita e poco illuminata, al primo piano di una grigia catapecchia fatiscente – scale rotte e balcone pericolante – di quelle in cui oggi non accettano di stabilirsi nemmeno gli immigrati dell’ultima ondata. 
Eugenio lo trovò semiubriaco, che sguazzava nel sudiciume. 
Leonello lo riconobbe a stento. Eugenio cercò di venire al sodo il più in fretta possibile, perché vederlo così lo faceva star male, ed essere solo con lui era pure vagamente inquietante, rabbrividente. Ma al tempo stesso, capiva che quello era il modo in cui, con meno fortuna, avrebbe potuto già da tempo esser ridotto pure lui, in un paese sottosviluppato, stupido e mafioso che spernacchia gli artisti e idolatra le mezzeseghe (o chi è abbastanza furbo da fingere di esserlo). E ciò lo rese ancor più bendisposto e solidale. 
Quando Eugenio accennò al manoscritto, Leonello Stanfredini Smith si illuminò in un modo che Eugenio trovò commovente. Disse che doveva esserci ancora, da qualche parte. Ma quando poi si mise a cercare non dentro cassetti o su scaffali di libri, ma in posti come il frigorifero, la credenza di cucina, il bauletto della biancheria sporca, Eugenio cominciò a pensare che fosse pazzo, e che non ci fosse mai stato nessun romanzo. Invece alla fine lo trovò, dentro una cartelletta rossa appoggiata nella vasca da bagno incrostata di calcare, accanto a un reggiseno da mare e a un pallone a spicchi, e a un paio di scopini per il cesso incrociati a x, sotto lo sgocciolio di un rubinetto che perdeva. Leonello Stanfredini Smith affidò fiducioso la sua umidiccia creatura all’amico che aveva fatto strada. Eugenio scostò l’elastico madido e aprì, giusto per dare un’occhiata. Vide che il titolo era L’ululato spettrale del topo.

Eugenio avrebbe tanto voluto poter dare una mano, a quello sfortunato fratello d’arte. Del resto, se in quel romanzo di cartapesta avesse ritrovato anche solo un quarto del talento dei vecchi racconti, non ci sarebbero stati grandi problemi. L’avrebbe piazzato in un minuto presso qualsiasi buon editore. Ma con lui, uscendo dalla sua stamberga, volle in ogni caso essere chiaro: quelle pagine, dopo averle asciugate, avrebbero dovuto colpirlo, avrebbero dovuto rivelarsi originali e perfette e divertenti. Dovevano essere opera di un vero scrittore. Voleva aiutarlo, ma Eugenio, ci tenne a precisarlo, non era uno di quegli uomini schifosi che, usando la loro influenza al servizio del Male o della propria vanagloria, permettono agli amici mediocri di farsi largo a discapito di chi più merita. Se non gli fosse piaciuto, se non lo avesse convinto, non se ne sarebbe fatto nulla. 
Leonello sembrò capire. Sembrò d’accordo.

A Eugenio pareva una pura formalità. Aveva così tanta fiducia in Leonello, e nella propria intuizione filantropica (non c’erano stati altri candidati, aveva subito pensato di dare una mano a lui, solo a lui, a colpo sicuro) che sulle prime, a dispetto delle nobili e scrupolose parole rivolte all’amico, fu addirittura tentato di girare il plico al suo editore senza neppure esaminarlo, aggiungendovi come unica nota: Pubblicalo!
Invece lo lesse. E, con somma sorpresa e doloroso rammarico, Eugenio trovò quelle pagine illeggibili. Purtroppo, L’ululato spettrale del topo era una cosa brutta. Proprio una roba bruttissima. La scrittura era goffa. Le idee imbarazzanti. La storia ritrita: sembrava ricopiata da certi romanzetti esaltati dalla critica, e già pessimi di loro, senza bisogno che qualcuno, maldestramente, li copiasse, per allungare l’italica saga della merda senza sugo. Sbatté con furia quel disgustoso scartafaccio sul tavolino che stava di fianco alla poltrona di lettura, spaventando molto il gatto che ronfava acciambellato sul suo cuscino preferito, sopra un basso sgabello accostato al calorifero. Il gatto lo guardò seccato ma non miagolò: emise invece un tortorìo sommesso che sapeva tanto di vaffanculo, dài valà.
Eugenio maledì se stesso. Perché si era andato a cercar rogne, invece di godersi soldi e successo tardivamente raggiunti?

Tornò due volte alla stamberga di Leonello Stanfredini Smith, ma senza trovarlo. E numeri di telefono non aveva voluto o potuto dargliene. Allora lasciò lì la cartelletta vicino alla porta, con davanti una busta in bella evidenza. Nella busta una breve lettera. Gli spiegava il perché e il percome, e si scusava per averlo disturbato e illuso. Si offriva anche, se la cosa non lo avesse offeso, di dargli un po’ di soldi senza obbligo di restituzione.

L’ultima scena vede inaspettatamente Eugenio tumefatto e incate-nato al proprio letto. Sopra di lui, di spalle per chi spiasse dalla porta (ma purtroppo per Eugenio a tiro d’occhio e di voce non c’è proprio nessuno), la sagoma di Leonello Stanfredini Smith. Brandisce una mannaia. Urla qualcosa. Il qualcosa che urla è: “Credi che non lo sappia com’è andata veramente? Lo hai fatto per rubarmi l’idea. Bastardo!”. 
L’ironia – c’è sempre un’ironia – è che la primissima fra le molte cose che verranno staccate con quell’arma da taglio sarà una mano.


lunedì 17 marzo 2014

LE SFINTERVISTE DEL LINKAZZO. Colloqui in profondità con un po’ di siero della vanità (2) – Natalì Mortalà, auto-autora di l’ibbri

il motto dell'Accademia di Svezia
"Snille och Smak" (Talento e Gusto)

"Chi ha fatto entrare i cani? Chi? Chi?"
(Martin Amis, Lionel Asbo)


NATALÌ MORTALÀ

Abbiamo sfintervistato per voi Natalì Mortalà, autrice del bestseller “O fattto un , l’ibbro!”, prima e-book Ammazzalon con record di meppiacenzacco su Fessobukko e altri sorcial, poi edizione cartacea igienica Minonno Bukkini, da ieri in testa alle classifiche italiote di vendita nei discount, davanti a “Valorizza la tua fregna in venti lozioni”, della divina modella Sonna Purcella, e a “Scrotti giovanili” del deejay di successo Mongolfiero Bumm (Premio ferroviario Uàn stéscion Giuàn capostéscion del comune commissariato di Rocca Ducazzo in Culmine), nonché alla new entry – molto entry – “Aaaaahh, Sìììììì, Ancoraaaaa!” dell’inutile sciacquetta Foyana Fregula.
[Denominatori comuni di questi somari: un ego ipertrofico, e un talento delle dimensioni di un moscerino della merda, però nano.]
Stavolta la sfintervista è stata effettuata via posta elettronica. Nel pieno rispetto (si fa per dire) dell’intervistata (e del diritto di voi lettori a farvi una precisa idea su di lei) ci siamo guardati bene dal correggere o modificare alcunché.
Ci scusiamo altresì per gli insulti sessisti del nostro inviato, Prudenzio Grattalano. Ma non insultare questa qui sarebbe stato un insulto all’Intelligenza.

Natalì Mortalà, vuole spiegare ai nostri lettori che tipo di autrice si considera?

Autora plis. Autoautora,,hamo d’ire. Diciamo autora virgolette, erottica-glemmur; 2.0 oviamente

Ma non prova vergogna a scrivere cagate da semianalfabeta, e pubblicarle pure?

Gle dice cualcos l’a parola quatro miglioni di coppie? Brutte,bestie L indivia e il gnoranza. LOL!

Natalì Mortalà, di solito, chi scrive banali fetenzìe squallido-scoperecce come le sue, si vanta poi di aver migliorato la vita sessuale delle persone. Significa che la vostra fortuna è semplicemente un mondo incredibilmente zeppo di analfabeti erotici, oltre che, ma questo è ovvio, di analfabeti in senso stretto?

D’omanda tendolosa! Mi avvolgo nella faccoltà di nn risponde, e tenti ke vi querulo hal mio vocato ai capitto? Ah okei,.

(Questa fa orrori di grammatica anche quando scorreggia). Ma andiamo avanti: letture preferite?

Tropo inperniata a scrivere per, pure l’eggere. Come tute i genio, l’ho dico sempre. Pèro savasandì o letto i capponlavori virgolette clasici inperscindibili, tutti e i 3, savasandì

Tutti e tre cosa?

Ma le 150 sfummature no? Che; scherzi o sì gnoranto? Macche legete voi vekki, siamo anc’ora 1.0 a Scespir o Dante Alberghieri, o coso li, Mero? Legerai micca a Pezòlli! Sveliaaa!

Senti, stronza, ma perché non ti spari?

Consilio di sostituire stà domanda co una sula mia poettica. Risposta da incullare soto grazzie: “la gentge e stanco di, inutili lucubbrazzione sopratuto,: scritte da maschi bianchi caucazzi o virgolette ropei che anno skiatato. Le copie voliono aiutto pe scoppare. Eppoi adeso e 2.0, siamo nel 2.0 lovolete, capì!”

Sì, appena lo capiamo poi lo spieghiamo pure a te, cretina. Ma andarsene affanculo no?

Comavete fato a saper, il, titolo del mio prosimo libbro? Che ciavete li spii? Ma si scrive cosìi? Credevo ke a’fanc’ulo ci andrebbero un paia di postrofi; Tenchiu x la drittta (è com’uncue e brevetato cosi nn; fatte a skerzi

Ma crepa, stupida autroia

Creppi il l’upo grazzie,

Fanculo, lascia stare il lupo e strozzati per benino.

Follovvite la ,vostra Nattallì Mortala dove ve lo gia dèttto;
tutti i tuitti uazzanapp fèisbu sfinterest linketti cciao!

Cazzo ti spammi, guarda che la sfintervista era finita, vaccagareeee!


mercoledì 12 marzo 2014

GILA - Indelebile ricordo di una foto mai esistita


GILA
(Indelebile ricordo di una foto mai esistita)


Per molto tempo, dopo l’estate dei miei diciannove anni, avrei sofferto a causa della foto non venuta con Gila (da pronunciare Ghila) che mi abbracciava sotto il sole di mezzogiorno, la divina Gila che un attimo prima dello scatto mi sorprendeva abbandonandosi, affettuosa come una gattina, col viso sul mio petto. Non che la foto fosse riuscita male: s’era proprio bruciata la coda del rullino (era l’ultimo scatto rimasto, conservato per l’ultimo giorno di Gila). Odiai profondamente, per questo, l’amico e rivale che l’aveva scattata, e me stesso per averla affidata proprio a lui. L’aveva fatta usando la posa B, l’apertura manuale illimitata del diaframma che si usava per le foto notturne, e il mio più bel ricordo era diventato un rimpianto inghiottito nel nulla, oscurato dalla luce. Per mesi sospettai che l’avesse fatto apposta. Poi mi venne il dubbio di aver fotografato la luna (la stupida, insulsa, stronza luna) qualche notte prima, e di aver dimenticato io la mia Fujica sulla maledetta posa B. Di certo lui per l’inconveniente non si dispiaque granché. Mi pare ancora di vedere il suo ghigno.

A volte incontriamo, sfioriamo, persone così perfette, così aderenti alle immagini dei nostri sogni, che sembra ce le abbiano mandate gli Dèi come premio, o come beffa. Lei era davvero angelica: bellissima, dolce, simpatica. Quando sorrideva, il cielo s’ingelosiva. Ma era sfrontata e provocante il giusto: se non si fosse voltata a fissarmi, la prima volta che ci incrociammo su lati opposti di Viale Lazio, non mi sarebbe mai venuto il coraggio – lei era davvero uno schianto. E perfetto, alle mie orecchie, era il suo nome così nuovo e così raro: Gila. Perfetto il nome del suo paese germanico, Weinstadt, che in Italiano significava “Città del Vino”. Perfetto persino il suo indirizzo, che nella mia lingua suonava vagamente come “Via dell’Estate”.

L’estate del 1986 potrebbe esser portata a esempio di quello che è sempre stato il mio atteggiamento nei confronti dello studio, e nei confronti del Mare. L’anno della cosiddetta Maturità. Ma io con la testa ci stetti solo per gli scritti. Un tema sulla lettura che naturalmente strabiliò la kommissione (ero già il piccolo Zio Scriba). Un bastardo compito di matematica a malapena da 7, anche grazie a un viscido pezzetto di merda di un’altra sezione che mi soffiò la sedia di sotto il culo dopo che avevo già appoggiato le mie cose sopra un banco in posizione abbastanza periferica per consultare in pace bigliettini e formule, obbligandomi a ripiegare su una postazio-ne attaccata alla cattedra dov’era annidata la multigestapo ministeriale. Ma poi, in vista degli orali, non più di qualche mezz’ora a studicchiare sdraiato sul terrazzo, fra una partita dei mondiali di calcio in Messico e l’altra, sognando già la pineta e la spiaggia. Ognuno dei miei compagni, al momento del sorteggio della lettera per stabilire l’ordine d’interrogazione, pregava e smaniava di poter essere l’ultimo, nel bel mezzo del luglio infuocato. Fessi. Io speravo di sbrigarmela il prima possibile, con quella burocratica tortura cretina, e poi andarmene al Mare. E così fu. Sorteggiarono la nostra sezione (la C) e la M di Mare. Così la mia P mi permise di essere l’ultimo della seconda mattina.

Le arpie della kommissione si rivelarono così sadiche e lente, nel torchiare le ragazze prima di me, che passò, e di molto, l’ora di pranzo. La Kapa Kommissionen venne da me, con finto fare materno, per chiedermi se non preferivo andare a casa a mangiare, e ritornare dopo. Dissi di no. Non vedevo l’ora di farla finita (ma questo non lo dissi). Quando finalmente toccò a me, ero in crisi. Il calo di zuccheri e la voglia di lasciarmi alle spalle quella pagliacciata idiota furono tali che mi scordai persino di proporre il lavoro facoltativo (argomento psicologia) che mi ero preparato con tanta passione: avevo dimenticato libri e appunti nella zona d’attesa, e me ne resi conto solo nell’andarmene via!

Il giorno dopo ero in autostrada al volante della nostra vecchia Carolina, insieme a mamma e fratello (papà non aveva ancora le ferie, e ci avrebbe raggiunti in pullman col servizio Varese-Mare). Era la prima volta che guidavo io. Per l’emozione, bucai lo svincolo all’altezza di Bologna e mi ritrovai in direzione Firenze. Invertii la rotta a Sasso Marconi. Fregava niente, a me, né del punteggio d’esame né della cena finale coi nostri scalcinati “insegnanti”. Il Mare mi chiamava. Il resto poteva andare affanculo. Per la cronaca, una strage: l’anno prima erano volati i 60 per cocker e cinghiali – e ovviamente tutti promossi, come sempre avveniva quasi ovunque. La kommissione di arpie invece lasciò il segno (e quanto al nostro “membro interno”, mai come quella volta l’espressione sarebbe stata da intendersi nel suo secondo e più scurrile significato). Un paio di bocciati per sezione, il mio misero 44 terzo voto di tutto il liceo, e secchie che per cinque anni ave-vano vissuto in clausura, a crackers e topexan, solo e unicamente in funzione del 60, sull’orlo del suicidio per aver beccato dei 37 e dei 38… Proprio noi, che eravamo stati una classe modello, il gioiello di quella scuola!

E poi il Mare. E poi la libertà e la sinfonia della risacca. E poi tanto divertirmi come un pazzo con gli amici, vecchi e nuovi, e le sere a pedalare, a gustare pizze, a vedere film, a giocare al minigolf, a sbevazzare da Giorgio, a fantasticare sotto le stelle. E poi Gila. Gila, che mi sorpresi ad approcciare al suo ombrellone in Inglese, io che mi credevo timido, io che soprattutto avevo sempre studiato Francese. Gila che pareva non aspettare altro quando la invitai a bere una birra con me al bar dell’Oasi. Mascalzone e scorretto, fui, perché con l’amico-rivale s’era stabilito di provarci in tandem, per farci coraggio. Ma ancor più mascalzone si rivelò lui: la birra a tu per tu con Gila – meraviglioso idillio da coppietta – durò una quindicina di secondi. Poi ci piovve addosso lui, come una pioggia acida, e divenne una deprimente bevuta in tre: aveva corrotto un bambinetto stronzo perché facesse la spia, e corresse ad avvertirlo se mi avesse visto da solo con la tedesca. 

Non eravamo tanto svegli: con lei in quei giorni parlammo e basta, anche perché Gila – che era coi genitori e un’amica – si trattenne ancora per meno di una settimana. Scoprimmo che era parecchio più piccola di noi, anche se dimostrava vent’anni, ma questo non era un problema per cazzoni più intraprendenti, che arrivavano a frotte come mosche attirate dal miele, o da altra roba. Tre tedescotti del campeggio, incazzatissimi perché lei li aveva respinti, perché preferiva i fascinosi e gentili italiani (uno di loro lo chiamammo Topogigen, e poi facendo i bagni cantavamo tra i flutti canzoncine per l’appunto gentili del tipo “E Topogigen figlio di puttana, dando via il culo hai fatto tanta grana…”).
E tre sfacciatissimi veneti, cafoni oltre ogni sopportabile limite, calati da chissà quale altro stabilimento balneare: dicevano di essere dell’NCF (Nucleo Controllo Figa) e le rivolgevano sconcezze chiedendo a me di tradurle in Inglese. 
A loro volta, le ragazze italiane erano gelose di lei, e parlando con me la ridimensionavano chiamandola “svizzera”, pur sapendo benissimo che era tedesca.

Poi, la sciagura della foto. Nella prima delle tante lettere che le scrissi in seguito, me ne rammaricavo. Nella prima delle tante che mi spedì lei (in una busta rosa piena di cuoricini azzurri, che conservo ancora) volle porre rimedio, e per consolarmi me ne regalò alcune che le avevano scattato i suoi. Ma il ricordo più caro e indelebile resterà per sempre la foto mai vista, e materialmente mai esistita. Perché lì, e soltanto lì, io e lei eravamo insieme, sorridenti di radiosi sorrisi, l’uno stretto all’altra, come innamorati. Dentro un’estate, come tutte le cose davvero belle, irripetibile.

Gila, estate 1986
lo Zio Nick in quegli anni




lunedì 10 marzo 2014

LO “STANCA NO VISTA” È UN COGLIONE CHE NON LEGGE MAI UN LIBRO? – Energumeno escrementizio versus “cazzeggiatori”: elementi di antropologia lacustre.



Facciamo che sia un racconto di fantasia. Che è meglio.
Assaggio di rinascita primaverile, e ciclopedonabile del lago affolla-ta, fin troppo, per un giorno feriale d’inizio marzo. Bambini, cagnoli-ni, ragazze, mamme con passeggini, ciclisti, corridori, vecchietti simpatici (e qualche cane aggressivo senza museruola, ma siamo in italiA…)
E sconcertanti coppiette di pischellame born demenzial (aiutateli!), le protesi digitali da monchi volontari sempre attive, per non rischiare di intravvedere un centimetro di panorama e diventare assurdamente romantici, cosa ormai persino più out del non tenere i pantaloni abbassati per ostentare la marca stampata sull’orlo delle mutande di merda.
Due di loro (sui tredici, massimo quindici portati bene – bene si fa per dire), seduti per terra a sbocchinare un costosissimo telefo-nuzzo, offrono di passaggio al viandante il seguente spizzico di dialogo:
LEI Cioè cazzo qui non si vede, minchia, ma ti giuro che ha i capelli minchia lunghissimi, cioè
LUI Ma è il tipo che ti devi fare?
LEI (serissima) Cioè sì minchia
Ma non era questo il pezzo forte.
Poco più avanti, un quadretto leggermente più pregno di neuroni. Un discendente di Robert Louis Stevenson (o forse la sua reincarnazione) è seduto su una panchina, di fronte al tronco di un albero che si biforca come a voler accogliere dentro sé tutta la vista lacustre, e osserva con simpatia due giovani cicloturisti del Nord Europa (uomo e donna) che danno da mangiare a un cigno maestoso e a due folaghe. A un tratto, da una proprietà privata che sta dietro di loro, separata dalla pista da una rete e una siepe, si ode un terribile schianto, che li fa sussultare. Devono aver abbattuto un albero o tagliato un grosso ramo. Sulla pista per fortuna non arriva niente. E nessuno si lamenta. Ma da dietro la siepe, esplode lo stesso una voce incattivita e arrogante, che si mette a sproloquiare (non si sa se rivolta alla propria coda di paglia, o a un collaboratore che gli ha suggerito di prestare maggiore attenzione, e magari avvertire) in questi termini:
“Eh, cazzo, io sono qui a Lavorare, e mi devo anche preoccupare dei coglioni che cazzeggiano qua fuori?! Ma che stiano a casa, cazzo!... Non hanno niente da fare, e vengono qui a rompere il cazzo… Spero che se ne becchino una sulla capa, così poi se la portano a casa!”
Per fortuna del discendente (o reincarnazione) di Robert Louis Stevenson (L’isola del tesoro, ma anche un piccolo, splendido Elogio dell’Ozio) la siepe è alta e fitta, così non è costretto a vedere in faccia quel primate inferiore. Intravvede solo la sagoma di un Suv da gradasso. Per fortuna del primate inferiore, il discendente o reincarnazione di R.L. Stevenson non è un homo telefonicus, altrimenti chiamerebbe i vigili, sicché a loro volta possano fare qualcosa di utile, invece di cagare il cazzo coi disonorevoli agguati autovelox alla gente che è in giro a lavor… ehm… a cazzeggiare. 
Lo Straniero maschio getta alle proprie spalle uno sguardo di stupita commiserazione, poi lui e la compagna si congedano dai pennuti e riprendono la gita in bicicletta.
Poveri Stranieri: a casa loro ci sarebbe stato, in bella evidenza sulla pista, un segnale di pericolo. E la persona all’interno sarebbe stata attenta, corretta, rispettosa, preoccupata di non far male a nessuno. Perché più civile, ma anche per evitare di beccarsi qualche paio d’anni di meritata galera. Qui, invece, hanno sentito un asino grufolare, un macaco ragliare, insomma un umanoide che invece di scusarsi minacciava e insultava, il tutto reso più grottesco dal contrasto con quel panorama da sogno, che sembra essere lì solo per gli Stranieri e per il discendente-reincarnazione di Stevenson, e ignorato da pischelli mort digital (salvateli!), ciclisti prestazionali e laburoidi rabbiosi. 
Possibile che non si perda mai occasione per passare, nostro malgrado, da italiani di merda?
Mi viene anche da chiedermi, per gioco, CHI sceglierebbe di essere, fra tutti ‘sti personaggi, l’eventuale paziente lettore di questo piccolo sfogo.
Ma non sognatevi di poter rispondere “il cigno” o “una folaga”. Quei personaggi non sono disponibili, essendo con ogni evidenza le loro liquide e placide vite di rango TROPPO superiore alle nostre. 

Quanto a quel povero idiota (a dimostrazione che tutti nell’Uni-verso serviamo a qualcosa) esso ha comunque ispirato al discen-dente o reincarnazione del buon Robert Louis una battuta con cui mettere a frutto la giornata: “Lo stanca no vista è un coglione che non legge mai un libro”. [E che non guarda i panorami].

p.s.
Non vorrei che questo sembrasse un pezzo scritto contro chi lavora. C’è differenza fra lavoratore e laburoide. Il lavoratore è uno come mio fratello, che fa il giardiniere e lo fa molto bene (ad esempio non mettendo mai in pericolo l’incolumità altrui) e con grande passione. Ma quando non lavora sa fare e apprezzare altre cose. E soprattutto, quando parla, non si considera esempio supremo di essere umano per il solo fatto di lavorare, o di essere sposato e avere due figlie. (Con questo non dico che arrivi ad approvare e capire totalmente ME: probabilmente sono troppo pazzo anche per lui). Il laburoide è uno che per tutta la vita pensa solo allo sgobbo e al denaro, uno che ogni volta che apre bocca è per VANTARSI del suo tanto lavorare, del suo poco riposare e del suo niente giocare: si considera migliore perché produce e si riproduce, e chiuderebbe in un lager Artisti, Pigri e Cazzeggiatori. Il lavoratore merita rispetto. Il laburoide è una povera, misera testa di cazzo autocondannata ai lavori forzati. E merita tutt’al più compassione. E ogni tanto una pedata nel culo.

giovedì 6 marzo 2014

Pillole demenziali per mandar giù nuove tasse locali? - In regalo per il vostro buonumore, direttamente dalle ultime pagine del mio superfile "Frammenti"!


MERD IN ITALY


1871. Ogni anno i giornalisti imparano una parolina nuova come gli scolaretti, e ce la sparano nei coglioni a sfinimento. Da quest’anno per le primarie americane bisogna usare “caucus”, anche se sembra un tipo di cuscus fatto con cacca di coniglio.

1873. Venne accusato di attività prefasciste, ma prefasciste è una contraddizione in termine: l’italiA è sempre stata un paese fascista.

1899. Spaccava tutti i crocifissi che vedeva. Un vero cristoclasta.

1900. Dicesi lungodemenza quando uno è già rincoglionito a vent’anni e poi scampa fino a 130.

1901. Decise di togliersi qualche sassolino dalla scarpa e qualche cazzettino dal culo.

1912. Testa di Cazorla, Angulo, gol!

1913. Era così lercio che gli puzzava anche l’ombra.

1931. Nessuno tocchi Caino. Spariamogli da lontano.

1932. La fiducia nel mio medico è diminuita un po’ dal giorno in cui l’ho visto in un parcheggio a Castelprete, in piedi immobile che parlava con un tombino.

1935. Per natale voglio il Cicciobullo Ruttascorra.

1937. Mediavideo. Cosenza, presi 72 falsi infermiero. (Non vedo l’ora di sapere cosa cazzo possano essere gli infermiero veri…) (o i veri giornalisti…)

1945. Voler bene a te è stato come usare lo Champagne per lo sciacquone del cesso. Merda eri e merda resterai.

1948. Salto di qualità: ELEVARSI DAI COGLIONI.

1951. "Scusi: per la stazione?" "La sto cercando anch’io". "Ci lavora pure lei?" "Sono un treno".

1960. Inizialmente sembra una buona lettura, ma dopo un certo lassativo di tempo fa cagare.

1961. Spingeva molto sulle fasce con Van den Kuy e Van der Lah.

1972. Le sue figlie Aldissima e Piernana, entrambe di media statura.

1976. Ci son giorni che sembra tutto il mondo ce l’abbia con te. Oggi nella carta del mio cioccolatino c’era scritto: “Vaffanculo”.

1983. Gli consigliai di tirare l’acqua al suo mulino. Ma lui capì “suino” e si mise a fare gavettoni al maiale.

1987. È tutta la vita che parlo da solo. Ma ci sono stati dei periodi assurdi in cui spendevo anche soldi per farlo telefonandoti!

1989. QUELLI CHE SI MANGIANO LE PAROLE. “Di lì può mettere un sisso tagliato”, Compagnoni, Roma-Siena, il sisso sarebbe un sinistro…

1991. Si strinse nelle spalle, scorreggiò e morì.

1996. Ho letto “per i parlamentari TROFIE a basso prezzo nel menu”. Secondo me gli è scappata una “effe” di troppo…

1997. Arte moderna. Un cerchio che sembra un culo. Con una riga in mezzo. Titolo: LO SPARTICHIAPPE.

1999. Missis Molla.

2008. “Noi due non scoperemo mai, vero?” “Non insieme”.

2009. “Fra poco, una dodicina di miglia più a nord…” (Massimo Marianella)

2010. “La squadra che dimostra di avere più serbatoio nel carburante” (Raffa, Cesena-Parma)

2012. “Sono preoccupato per il nonno: ha fatto di nuovo l’albero di natale”. “Non vedo che stranezza ci sia nel fare l’albero di natale”. “E’ il 20 maggio.” (Oppure: “Si attacca i palloncini alle orecchie!”)

2013. “Eduardo, altra vecchia conoscenza del cazzo… del calcio italiano” (Ciarravano, Benfica-Chelsea)

2014. Porco Demanio.

2016. “Un etto di prosciutto crudo”. “Lo vuole D.O.P.?” “Subito, ziocane!”

2017. FACCIAMO MARTE? “Questo marziano, piovuto non si sa da quale pianeta!” (Trevisan su Messi, Barcellona-Getafe).

2021. Non oso immaginare un’intervista tra Mangiante e Lamela…

2023. Due giornate alla fine della partita (Livio Forma, Fiorentina-Novara)

2030. Se Sodoma si fosse chiamata Gallarate, oggi diremmo “gallaratizzare”. Sembrerebbe una cosa da ridere, e la si prenderebbe più alla leggera?

2031. Ho cominciato a nutrire dei dubbi sulla salute mentale del concessionario quando mi ha detto: “L’auto la porta via così o gliela incarto?”

2037. Vecchine al cinema si chiariscono a voce alta l’oscura trama: “Noo, non xè la moglie del Duca, xè un labrador”.

2038. Ha cominciato a sentirsi spiato il giorno in cui, facendo il numero delle chiamate perse, la voce registrata anziché dirgli “non sono presenti chiamate non risposte” gli ha detto “nessuno ha cagato il cazzo mentre ti facevi una sega sotto la doccia, brutto maialone”.

2039. Quote rosa all’italiana: il giorno in cui una legge severa stabilirà la non candidabilità di pregiudicati e mafiosi, le liste si riempiranno delle loro mogli…

2043. [Ascoltata davvero in una discussione fra avvinazzati]: “Morirò crepando!”

2045. “È il paradiso dei sommozzatori, che spesso riemergono morti”. (Nat Geo Wild).

2048. Era un uomo in fuga dalla follia. Ma la follia non s’era lasciata seminare.

2049. Il Pesce Perla in caso di pericolo si nasconde nel culo del Cetriolo di Mare. (Visto in un documentario, entra in retromarcia…)

2055. Ma quelli che scrivono di continuo”2.0”, intendono forse comunicarci il loro Q.I.?

2060. Uomo sposato: RAMMOGLITO.

2062. “Si lotta con correttezza e con lotta” (Genoa-Verona, radiorai)

2063. Rissa al mercato del pesce. Si sono tirati di tutto. Senza esclusione di polpi.

2064. Questi giapponesi. Rincoglioniti o geniali? Hanno inventato un cartone di fantascienza da far vedere agli uccellini in gabbia! Gufo Robot.

2065. “Kalou. Lo prende ‘N Koulou” (pronunciato “Kalù, lo prende in Kulù”). (Lilla-Marsiglia, genio sky)

2066. MERD IN ITALY


martedì 4 marzo 2014

ISTRUZIONI IMMAGINARIE (MA NON TROPPO) AGLI ARBITRI ITALIOTI PER RENDERE BRUTTE LE PARTITE DI CALCIO.

La prima immagine trovata sul web
con chiave di ricerca arbitro cornuto
L’albitro è un stron** di due soldi… Tan, tan, tan, e ammonisci qui, e ammonisci lì, con chisto cartolino, che se lo devono meritare nel sede**” 
(Famoso exploit televisivo di un presidente di serie D)

1 Nella valutazione dei falli, per rovinare il più possibile lo spettacolo, comportatevi sempre da ex difensori falliti e frustrati, o da persone poco oneste che hanno piazzato soldi sullo ZERO A ZERO alle scommesse clandestine. Il difensore (a meno che non sia dell’Inter) può scendere in campo armato di piccone e può fare di tutto. Se l’attaccante si limita a lottare per RESISTERE al fallo, fischiate fallo all’attaccante. Se protesta, ammonitelo. Se bestem-mia, espellu…espulge…espulsa… insomma tirate fuori ‘sto cazzo di rosso.

2 Impedite la battuta veloce dei corner! Si rischierebbero più gol, o di dover fischiare qualche rigore. Ritardateli invece tutti di due minuti, due minuti e mezzo, facendo SEMPRE un inutile predicozzo cretino a due giocatori scelti a caso fra quelli che sgomitano in area. Ripetete l’estenuante manfrina anche più volte per lo stesso calcio d’angolo. Se poi la squadra che batte l’angolo vi sta sul cazzo, ricordatevi che esiste sempre il “fallo di confusione”.

3 Lasciatevi prendere per il culo da barriere piazzate a 6 metri invece che a 9,15, e che non contente di ciò avanzano pure a micropassetti. Noi non vogliamo troppi gol su punizione. L’italiA sarà l’unica a opporsi all’innovazione Fifa delle bombolette per segnare la distanza. E non preoccupatevi, cari arbitrelli: se diver-ranno obbligatorie, faremo in modo che le nostre siano piene di vernice difettosa, tipo inchiostro simpatico. Abbiamo già in mente una ditta fornitrice da favorire nell’appalto.

4 Se il gioco è così irrispettosamente fluido e veloce da indispettirvi o farvi girare i coglioni, mettetevi il più possibile in mezzo alle balle, interrompendo ad arte le linee di passaggio. Rovinate qualche azione facendovi finire la palla addosso. Poi fate finta di scusarvi.

5 Nel dubbio, sbandierare SEMPRE il fuorigioco. L’italiA, piuttosto che permettere il delitto di un gol in fuorigioco, preferisce avere il record galattico di gol buoni annullati. Del resto il calcio non è né il basket né la pallamano: il pubblico mica vuole che le partite finiscano 14-8!

6 Alla larga, alla larga dall’intelligenza presuntuosa dei colleghi inglesi, spagnoli e francesi, che SEMPRE allungano il recupero per lasciar battere una punizione o un angolo che la squadra attaccante si è conquistata (le regole dicono chiaro che per recupero si intende il recupero MINIMO, ma noi italioti le regole ce le sbattimmo ‘int’u culo). Premiate invece l’ostruzionismo di chi difende (se il portiere perde un minuto, perdetene un altro voi per ammonirlo e redarguirlo, ma poi NON allungate il recupero per questa cosa), ed esasperate chi sta attaccando (specie se è l’Inter) fischiando ottusamente la fine precisa persino DURANTE un tiro in porta a botta sicura. Poi, mostrate platealmente l’orologio, aggiungendo un sorrisetto arrogante e strafottente. Tanto, passata la bufera del 2006, chi vi tocca più a voi?

7 Se dovete farla sporca in area, fingete di palleggiarvi la decisione col fregalinee e con l’arbitrello di porta: il non sapere con chi cazzo prendersela per lo scippo renderà più deboli e disorientate le proteste degli increduli derubati. (Noi, da parte nostra, faremo in modo di non far MAI sapere ai cittadini quanto costi pagare profumatamente, per ogni partita, TRE arbitrelli, DUE fregalinee e un SESTO pir… un sesto uomo).

8 Se nella foga scappa una parolaccetta contro di voi, niente buonsenso, ma inflessibilità poliziesca e carogna. Se affidassero a noi gli arbitraggi in Inghilterra e Spagna, con tutti quei FACOFF e ICODEPUTA detti a raffica e in automatico, le partite non comince-rebbero nemmeno! Lì sì che potremmo fare danni meravigliosi. Purtroppo ci lasciano rovinare le partite soltanto a casa nostra, ma almeno qui vediamo di farlo per bene!

9 Non concedete mai la regola del vantaggio. E per essere ancora più indisponenti e sabotatori del gioco, siate pignoli al millimetro sull’esatto punto da cui far battere una ininfluente punizione nella metà campo difensiva!

10 Se avete dubbi o paure, ricordatevi che la stampa, salvo rare pecore nere, è addestrata a scodinzolare dalla parte nostra e dei nostri padroni. Se lasci l’Inter in 9 a metà primo tempo per due doppie ammonizioni, diranno che sei “il migliore” e che sei stato “coraggioso”. E nessun telecronistucolo ti rinfaccerà il fatto che nelle duecento partite successive risparmierai secondi cartellini gialli a cani & gobbi…

10 bis Inutile aggiungere che i rigori all’Inter non si danno: quello è già scritto nell’apposita sezione segreta di deroghe speciali italiote al regolamento internazionale.

10 ter Non dimenticate di mettere a referto la presenza di uno, due, tre buffoncelli che fanno Bù o cantano Napoli colera: provve-deremo a chiudere per questo interi settori degli stadi. Se invece la feccia violenta inferiore si scatena con fumogeni, petardi, bombe carta e bombe a mano, non battete ciglio: siamo in italiA.

Buon (boicottaggio di) divertimento!


p.s. 
Ma il problema non è solo italiota. I parrucconi dell'International Board hanno ribadito il no a ogni aiuto tecnologico a bordocampo, ma in compenso hanno dato il via libera all'uso di velo per le giocatrici e turbante per i giocatori. Io ci avrei aggiunto il burqa, e la possibilità di correre in ginocchio autoflagellandosi: un po' di troglodita superstizione religioide non si nega a nessuno! International Medioevo.


martedì 25 febbraio 2014

Nuova infornata di racconti - L'inutilificio

L'INUTILIFICIO


La mia mamma e il mio papà lavorano fin da quand’erano ragazzi all’inutilificio. A casa non si incontrano quasi mai, perché la mamma fa il turno di giorno all’inutilificio e il papà fa il turno di notte, sempre all’inutilificio. Sgobbano in reparti diversi: la mamma in quello leggero che fabbrica ciabatte per gatti e reggitesticoli umani di filo d’amianto, papà in quello pesante che fabbrica doppi attacchi per calessi, scaldabagni a rotelle e il famoso robot che caga. Il robot che caga è il fiore all’occhiello dell’inutilificio, perché tutti i robot che cagano imbrattano continuamente il paese di merda (non fanno nient’altro) e così per pulire e per smaltirla si crea altro Lavoro!

La mamma e il papà lavorano anche di domenica ma per fortuna hanno lo stesso giorno libero, il martedì. Così il martedì lo passiamo tutti insieme a fare shopping al centro commerciale. Ieri è stato molto eccitante perché c’era tutta la nuova linea di prodotti dell’inutilificio, che mamma e papà ci mostravano e ci spiegavano con orgoglio. Abbiamo comprato uno scaldabagno a rotelle più potente (anche se ne abbiamo già tre), l’intera collezione altamoda di reggitesticoli di filo d’amianto per me per mio fratello e per papà, anche se non è che proprio ci servissero, le sensazionali ciabatte arancioni e azzurre per gatti fosforescenti (le ciabatte, non i gatti) anche se per ora mici non ne teniamo, nonché l’ennesimo doppio attacco per calesse, anche se di calessi in paese non ricordo di averne mai visto uno. Per il robot che caga, invece, non c’è stato verso: presentavano l’ultimo modello SPVT, “superdiarrea che puzza veramente tanto”, e c’era una fila di gente coi numeri che faceva a botte e arrivava fino a ben oltre i cancelli del parcheggio.
Io per questa cosa del robot ci sono rimasto un po’ male. Certo, ne abbiamo già sei (e stiamo pagando le rate degli ultimi due), ma se tu hai solo modelli vecchi e tutti i tuoi amici hanno quello nuovo che sforna merda squàqquera ci fai la figura del fesso.

L’inutilificio lavora da sempre in perdita, ma allo Stato va bene così e lo aiuta, per preservare i posti di Lavoro.
Avrete poi saputo della polemica montata dagli ambientalisti perché il reparto vernici degli scaldabagni a rotelle dove lavora papà sarebbe cancerogeno, ma papà ha detto che l’inutilificio gli paga una bella assicurazione sulla vita, e che quei perdigiorno degli ambientalisti non dovrebbero permettersi di giocare col Lavoro degli altri. In realtà sarebbero abbastanza cancerogeni anche i reggitesticoli di filo d’amianto, ma fa parte dei rischi dell’esistenza, e poi almeno i sabati dispari la mamma mi permette di fare solo finta di metterli.

Due anni fa c’è stata crisi, all’inutilificio. Hanno licenziato uno cieco e senza gambe e prepensionato uno di ottantacinque anni. Le sovvenzioni per il primo e la pensione per il secondo erano molto ricche e gli avrebbero permesso di campare più che bene, ma naturalmente loro ne hanno fatto una questione d’onore, perché vivere senza un Lavoro all’inutilificio non è che abbia molto senso, e allora si sono dati fuoco in piazza e sono morti. Se continuava così si rischiava di perdere altri posti di Lavoro, e i miei hanno detto che in quel caso si sarebbero incatenati in cima alle ciminiere, perché il Lavoro è un diritto basilare della vita, ma per fortuna i nuovi dirigenti (tutti Cavalieri del Lavoro con la Ferrari, quindi possiamo stare tranquilli) hanno trovato il modo di salvare l’inutilificio: turni allungati di due ore non pagate, eliminazione delle ferie e stipendio dimezzato, più l’impegno dei lavoratori a usare almeno due terzi di stipendio per comprare i prodotti dell’inutilificio a prezzo leggermente maggiorato
Abbiamo dovuto stringerci e dormire tutti nella camera matrimonia-le, perché la cameretta dove dormivamo io e mio fratello s’è dovuta stipare di ciabatte per gatti e doppi attacchi per calessi, ma ci siamo sacrificati volentieri per la causa.

Ma poi il vero colpo di fortuna è stata la creazione di un nuovo mercato nel Congo Bergamasco. Infatti un commando di otto vigili urbani del nostro paese invece di rompere i coglioni con l’autovelox ha fatto un colpo di stato in uno staterello africano che è diventato appunto Congo Bergamasco, e ci hanno messo un dittatore fantoccio, Magutto Bangura M’bala Biscott (vent’anni d’esperienza in diplomazia internazionale come negro del parcheg-gio), che se gli indigeni non comprano le ciabatte per gatti li impicca (gli indigeni, non i gatti).
Alcuni però stanno cominciando a sentire puzza di bruciato: corre voce che gli schiavi negri (vivi) costino un po’ meno dei lavoratori del nostro paese, e che la vera mira dei nuovi dirigenti sia la delocalizzazione dell’inutilificio nel Congo Bergamasco. In quel caso i miei genitori sono pronti alla rivoluzione.

Intanto io cerco di andare bene a scuola per non rischiare di rimanere senza il mio bel posto di operaio o addirittura impiegato all’inutilificio, mentre mio fratello, che è molto più intelligente, vuole laurearsi in Scienze dell’Inutilità, per diventare dirigente all’inutilifi-cio, così tutti e due potremo sposarci con lavoratrici dell’inutilificio e fare tanti figli da mandare a lavorare all’inutilificio, nel rispetto delle Tradizioni. Quando non studio o prendo brutti voti, i miei genitori e mio fratello un po’ per minaccia un po’ per scherzo mi dicono che se vado troppo male a scuola finirò a spalare la merda dei robot che cagano, o peggio ancora finirò come quel loro amico matto che è scappato a fare il pittore di paesaggi su un’isola greca e non ha mai lavorato in vita sua, poveraccio. Ma io lo so che scherzano. Io sono molto ottimista, e vedo sempre le cose e il futuro in modo roseo e positivo, e so che un bel posto all’inutilifi-cio, alla fine, non me lo leverà nessuno!


giovedì 20 febbraio 2014

Corsi di scrittura giammai, ma 7 consigliucci onesti e GRATIS magari sì

CURS D’ITALIÀN
 PER SCRITÙR? NAA…

Lungi da me elargire consigli stilistici. Prima di tutto per umiltà. Poi per quella forma di sano egoismo che spinge lo chef a non divulga-re ingredienti segreti. Ma soprattutto perché ogni scrittore ha (dovrebbe avere) il SUO stile, e non vedo per quale motivo (o meglio lo vedo fin troppo bene, di solito si chiama DENARO, altre volte narcisismo) debba essere lui ad allevare le schiere dei propri ambiziosetti e superflui epigoni, o di scialbi scolari copioni che meglio farebbero a destinare diversamente il proprio tempo e le proprie aspettative. A maggior ragione nella patria della mitomania letteraria (ventimila "scrittori" ogni quattro lettori) e nell'epoca della fregola pubblicativa. 
Ma qualche consigliuccio sul puro e semplice uso della lingua italiana voglio divertirmi a darlo, fingendo di trovarmi davanti una persona molto giovane (il me stesso bambino?) che me li chiede, e badando bene a non prenderli (io per primo!) per oro inculato.

1 “d” eufoniche. Non sono un lupo mangiatore di “d” eufoniche. Le “d” eufoniche vanno bene. Servono a evitare un inciampo quando l’inciampo c’è. L’importante è che non siano loro a crearlo. Ne ho sempre usate anche nei miei romanzi. Ma usarne troppe (anche se a scuola non ve lo dicono perché non è tecnicamente sbagliato, anzi, vi sono maestrini inadeguati che obbligano gli alunni a impestare i pensierini con quella robaccia) è un errore gravissimo, più che rosso, più che blu, è un errore viola, perché oltre a essere stupido produce cacofonia e infastidisce il lettore. Il mio consiglio è usarle solo quando vanno a cozzare due vocali uguali (“ed è” “ad avere”) e anche qui stando pronti a qualche eccezione: “preparati a addobbare” si legge abbastanza bene strascicando leggermente quella “a” come se fosse un’unica vocale prolungata, e come effetto è senz’altro migliore del cacofonico “ad addobbare”. Ricordiamoci che, al contrario di quanto magari continuano a dire i manualetti ammuffiti, nella lingua italiana la “d” eufonica non è un obbligo, ma solo una questione d’orecchio e di scorrevolezza. Alcuni autori di narrativa arrivano a scrivere addirittura “e è”, ma quello è un vezzo letterario abbastanza fine a sé stesso. “Ed è” va benissimo e ve lo concedo. Ma se vi scopro a scrivere “ed andarono ad Udine ad addobbare l’albero, loro ed un dromedario od uno struzzo” magari non vi strozzo, ma con me avete chiuso. 

2 mai e poi mai fatevi prendere dal feticismo per una parola, un verbo o un modo di dire al punto da ripeterli in ogni paragrafo di ciò che scrivete per tutta la vita. È la vostra parola magica? La vostra parola preferita? Allora concedetele l’onore di metterla nel titolo, e poi imponetevi di non usarla più di una volta ogni cento pagine, per non consumarla, per non svalutarla inflazionandola e per non mancarle di rispetto! [e per non rompere i coglioni]

3 ma, peggio ancora, evitate come la peste le fobiche, maniacali e immotivate avversioni per qualche singola, normalissima componen-te della nostra lingua. Per esempio, gli avverbi che finiscono in “mente” possiedono una formidabile forza espressiva. Certo, in italiano hanno (l’unico) difetto di essere parole lunghette (un “naturally” intralcia meno di un “naturalmente”). Io stesso, se mi accorgo che in prima stesura ne ho piazzati tre o quattro in un paragrafo, di solito in fase di limatura vado a vedere se posso sostituirne uno o due, magari togliendo un “immediatamente” e mettendoci un “subito”. Uno o due, ma NON tutti: imporsi di farlo sempre e comunque significa depotenziare la propria scrittura, significa castrarsi con le proprie mani, significa privare il proprio esercito di un’arma non perché sia meno efficace delle altre ma solo perché al generale quell’arma esteticamente “non piace”. [Ecco, qui il cattivo scrittore si sarebbe fatto venire un attacco di panico, e pur di non usare “esteticamente” avrebbe scritto “su un piano estetico” o “per mere ragioni estetiche”, cioè avrebbe inutilmente allungato il brodo in nome della brevità!] Sarebbe come vedere una persona che in pieno inverno va al lavoro vestita elegantissima (e qui vi faccio notare en passant come pochi abbiano invece avversione per i superlativi, pur essendo anch’essi parole molto lunghe!) ma coi piedi nudi e congelati perché odia le scarpe. Le scarpe ci vogliono. L’importante è non infilarsele anche sulle mani al posto dei guanti, o non legarsele al collo al posto della cravatta o della sciarpa. Se gli avverbi in “mente” vi provocano allergia e vi fanno venire l’orticaria, assumete una compressa di cetirizina, e poi usateli. Con parsimonia, questo sì. C’è gente capace di inanellarne tre nella stessa frase di una riga e mezza. E questo è effettivamente da ritorno coatto in prima elementare…

4 siate pure innovatori, giocate, se ne siete capaci, con la lingua, che non è una roccia granitica ma è plastilina fusa e colorata. Evitando esagerate e goffe forzature, create pure dei neologismi. Ma abbiate sempre rispetto per la parola scritta e per la sua bellezza. Le abbreviazioni che utilizzano numeri o simboli matema-tici, o peggio ancora l’obbrobrioso “nn” al posto di “non”, sono forse tollerabili in quelle veloci forme espressive sottoposte alla tirannia dei 140 caratteri (sms, Cippicippi ecc.). Ma non sono tollerabili, perché indice di sciatteria, e di sfregio e spregio della Scrittura, in un testo di diverso genere. Scrivere “nn” al posto di “non” per risparmiare una “o” non comunica al lettore l’impressione che dall’altra parte ci sia una enorme intelligenza in azione. E di solito il Lettore (anche se molti critici italioti sostengono baldanzo-samente il contrario!) si aspetta che lo Scrittore sia persona abbastanza intelligentina, perché da lui si aspetta una visione particolarmente acuta delle cose umane, acutezza assai difficile da reperire in una persona che scrive “nn” invece di “non” per risparmaire una “o”, o peggio ancora per bovino conformismo da branco giovaniloide.
A volte mi diverto a leggere le recensioni dei lettori su ibs. Ebbene, le più stolide e rasoterra sono sempre quelle che usano queste forme di (non) scrittura: “kuesto libro nn mi e piaciuto xkè nn o capito ke voleva dì l autore”. E non è questione di età: magari subito sotto trovi commenti di quindicenni scritti da dio. L’unica idea che mi comunica un “nn” è “figlio di N.N.”. Associazione più che legittima: quel testo appare infatti orfano d’Autore, anzi, probabilmente è un orfano abortito.

5 non dico niente sull’uso nei dialoghi di virgolette o trattini o altro, perché questo è uno degli argomenti più inutili e ammorbanti della blogosfera: fate quello che vi pare! Piuttosto, e qui sconfino appena un po’ nello stilistico, non riempite un testo con dialoghi troppo numerosi e troppo lunghi, accorciate quelli accorciabili – il NON DETTO è sempre la parte più magica di uno scritto – evitate quelli evitabili, riassumetene ogni tanto qualcuno usando la forma indiretta. E soprattutto non dimenticate MAI che il dialogo è quella parte di testo cui dovrete dedicare l’opera di cesellatura più accurata e ispirata. Un dialogo, anche se in apparenza è fra due personaggi banali che dicono cose banali, deve (quasi) sempre contenere qualcosa di originale, di spiazzante, di geniale, di strano, di enigmatico, di inaspettato, di gustoso. Anche qui, senza esagerare: si deve poter capire COSA CAZZO DICONO QUEI DUE. Ma sempre ricordandosi che lo “scrivere” è cosa assai differente dal “trascrivere” (e pure qui sono in controtendenza: molti nostri criticozzi vanno in brodo di giuggiole per gli scrittorelli-magnetofo-no, capaci di imbrattare centinaia di pagine con dialoghetti sciatti e stucchevoli, che ti fanno prudere le mani, ma che loro elogiano perché “verosimili”). Se devo spendere soldi (e tempo) per un romanzo in cui i protagonisti parlano nel seguente modo:

Buonasera!
Ciao carissima!
E grazie mille, signora!
Prego!
Cioè, grazie ancora veramente di tutto
Ma di niente, voglio dire
Di nuovo buonasera signora
Arrivederci
Di nuovo
Ciao

allora lascio volentieri perdere (la lettura NON È un’attività di per sé nobile e superiore a prescindere, come sostengono certi tromboni) e mi dedico ad altro: mi guardo un bel film, mi faccio una passeggiata, gestisco la mia squadra di fantacalcio, accarezzo il mio gatto, ascolto il cd degli Unwise appena uscito, preparo un buon sughetto per la cena. Se mi interessa sentire gente che parla così, scendo giù dalla tabaccaia ad ascoltarla servire i clienti, non compro un Romanzo!

6 alla larga da luoghi comuni, modi di dire, parolette e frasette televisive o di gran moda e banalità assortite: frasi come “il 3 è il numero perfetto”, “aveva le calzine rosa quindi pensai che fosse una femminuccia”, “è un film adrenalinico”,  “ti piace vincere facile”, o non le si usa, o le si usa in senso ironico, o le si mette (ma il meno possibile) in bocca a personaggi cretini per far capire quanto sono cretini.

7 ricordatevi sempre che del vostro passato (o presente) scolastico l’esercizio più imprescindibile non è costituito dai temi, bensì dai RIASSUNTI. Perché le parole sono preziose, e vanno risparmiate. Perché le parole hanno potenza divina, che va rispettata e maneggiata con cura. E soprattutto perché, come diceva il grande Stanislaw J. Lec, “Ogni parola è un pensiero; non si può dire lo stesso di ogni frase”.

p.s. (o 7 bis): "si strinse nelle spalle" in Italiano non vuol dire un cazzo, nessuno lo utilizza nel parlato, probabilmente è un'espres-sione straniera tradotta alla lettera (in Italiano cosa sarà, dare un'alzata di spalle, una scrollata di spalle, allargare le braccia, mettersi a braccia conserte, fare spallucce, afferrarsi le spalle con le mani, o proprio restringersi di spalla dopo esser stati in lavatrice?) ma tutti ne abusano quando non sanno come guarnire un dialogo, perché "fa tanto scrittore"... (fra l'altro, curiosamente, sempre in terza persona e al passato remoto: nessuno mai che scriva "mi stringo nelle spalle" o "si stringeranno nelle spalle"... "Si strinse nelle spalle" è un meme, un logo, un marchio, un tic, un virus). Provate ancora a stringervi nelle spalle e gli Dèi della Scrittura vi taglieranno le palle!

Piuttosto che scrivere alla cazzo, caro immaginario Nick bambino, ci sono milioni di altre cose utili che potresti fare. Per esempio, come direbbe Bukowski, puoi andartene al cesso.