"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"
SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

lunedì 8 febbraio 2016

EreZia integrativa: qualche altro sporco sassolino bigotto nella scarpa. Anzi, nello stivale.




"Il discepolo che lui AMAVA"


Sapete qual è il colmo, miei cari pseudocristianotti omofobi, zavorre della civiltà, diffamatori del nome di Cristo e del suo messaggio d’Amore universale? Che un paese che ha più rispetto per le reliquie che per l’Amore fra le Persone (e in cui le beduinaggini lapidatorie del levitico vengono citate più spesso del Comandamento Unico dell’Amore), non potrà MAI dirsi “cristiano”, con buona pace di mister Benedetto Croce. Voi che insultate milioni di esseri umani definendoli “malati” in virtù dei loro più limpidi e profondi sentimenti, voi che augurate il Male a una donna onesta attraverso onde radio scandalosamente infestanti, e forse pericolose per la salute pubblica, voi che affidereste un bimbo a un mafioso assassino purché scopafemmine (magari STUPRAfemmine?), voi siete l’esatto contrario di quegli “uomini di BUONA volontà” con cui vi riempite catechisticamente la bocca (mentre magari nel frattempo vi riempite le tasche con qualche buon appalto) e non meritate nemmeno quel po' di fiato che si sprecherebbe a maledirvi: è sufficiente dirvi, fra un sorriso e una pernacchia – e usando il mio dialetto perché non siete manco degni della troppo bella Lingua del Paese di Michelangelo e di Leonardo Da Vinci (assai malaticci pure loro, a quanto pare): VERGUGNÈVES!
Perché dirsi cristiani e sputare sull’Amore non è semplicemente una cosa “criticabile”: è una cosa da VOMITO. Gesù benedisse il Vino, non l'olio di ricino.
Come diceva il titolo di un mio vecchio post: “Ma un mondo intelliGENDER, che fastidio vi dà?”. Soffrite forse di… invidia dell’encefalo? (Oltre che del cuore?). 
Poracci
Se Dio esistesse, al momento opportuno si ricorderebbe di voi, e del vostro becero bullismo mascherato da devozione.
Peccato che non esista, mi vien quasi da dire…



martedì 2 febbraio 2016

Dopo l’Omophobic Taleban Day. ADÈSS PARLI ANCA MI (considerazioni sparse di un lombardo dissociato, perplesso e leggermente indignato)

Egoisticamente potrei sbattermene le palle, visto che non sposerei mai né una femmina né un maschio, e che non ho nessuna intenzione di riprodurmi in un mondo sovrappopolato, né tantomeno di adottare alcunchì. Ma lo spettacolo offerto da vatikalia lobotomitaly sulle unioni civili è a dir poco ripugnante. Ci siamo fatti bagnare il naso persino da un paese notoriamente religiosissimo come l’Irlanda, e ancora perseveriamo nell’offrire al mondo un’immagine da recalcitranti somarelli!

BACK TO THE FUTURE
FORWARD TO THE PAST

Immagine presa dal web

Il penultimo sabato di gennaio era il 2016 perfino in Italia.
Ma sette giorni dopo: Medioevo.
(O forse un po’ più indietro…)

Io ho un meraviglioso gatto. Mi piacciono da impazzire, i gatti.
Ma non mi sognerei mai di organizzare manifestazioni becere e bullesche contro chi preferisce i cani o le tartarughe.
Né tantomeno contro ipotesi di leggi civili volte a tutelare sia i gatti che i criceti, agitando davanti al popolino lo spettro di una “minaccia” per i Valori del Gattismo.
E non la chiamo neanche tolleranza. 
La chiamo intelligenza.

Manifestare a favore della famiglia ha un po’ lo stesso senso che manifestare a favore della lavastoviglie.
Ne hai una? Buon per te.
Ma che bisogno c’è di rompere i c******i?
Ma soprattutto: non ne possiedi l’esclusiva, né il copyright, né puoi pretendere che non ne esistano altre marche e altri modelli diversi dal tuo. E neanche si tratta di cancellarne i progetti: esistono GIÀ!
[che poi è un FAR FINTA di farlo “per la famiglia”, mentre in realtà si strepita contro i diritti di altre persone che non minacciano affatto nessuna “famiglia”!!]

Se tu mi dicessi;
“Non si danno bambini in adozione ai gay”.
E se io ti dicessi:
“Massì! Diamoli a quelle madri etero che li uccidono! Diamoli a quei padri etero ubriaconi, picchiatori e stupratori di bambine! O a quei mentecatti che li faranno crescere nel continuo terrore del castigo divino!”
Tu allora, di sicuro, mi risponderesti:
“Maddài, bisogna valutare caso per caso, singola persona per singola persona”.
E io ti risponderei:
“APPUNTO”.

Da nemico dichiarato delle pecorscimmie omofobe, sono convinto che un certo tipo di disonestà intellettuale sia molto peggio degli insulti omofobi diretti. Ho sentito dire che questo Omophobic Day non sarebbe stato altro che (fate attenzione alle parole!) “L’occasione di spiegare le ragioni di chi non vuole rinunciare ai suoi valori”. La frase corretta e sincera sarebbe stata ovviamente: “L’occasione di spiegare le ragioni di chi non vuole rinunciare AD IMPORRE a tutti i suoi [presunti e cosiddetti] valori”.

Direi che come figura di mer** internazionale, in settimana, bastava e avanzava quella delle statue nascoste…

Ma di cosa hanno paura, i talebani omofobi? Di non riuscire più a condizionare i PROPRI figli per farli diventare talebani omofobi come loro? Perché su una cosa devono mettersi il cuore in pace: i figli delle menti aperte, dei sensibili, degli autopensanti, degli spiriti liberi, leggi o non leggi, civiltà o non civiltà, cresceranno comunque intelligenti, sensibili, autopensanti e liberi. Alla facciazza loro.
Il mio Amico e Collega Paolo Zardi raccontava di aver provato a domandare ai suoi due bambini maschi (piuttosto svegli, simpatici e precoci) se pensassero fosse giusto riconoscere pari dignità e diritti a tutti i generi di Amore. Loro faticavano a capire il senso e la necessità della domanda: gli pareva così ovvia e scontata una risposta affermativa…
Ciò significa speranza per il futuro, persino nella sventurata e arretrata vatikalia-lobotomitaly, ostaggio delle proprie retroguardie e fanalino di coda d’Europa (non solo su questo argomento: vogliamo parlare di terapia del dolore o di testamento biologico?).
Quanto a voialtri là sul pulpito, io ringrazio solo di non essere vostro figlio, perché voi siete, molto semplicemente, persone cattive.

E a chi ragiona solo per citazioni bibliche (magari di terza mano, perché non sa leggere) andrebbe ricordato che in uno dei Vangeli, parlando di Gesù e Giovanni, ricorre più volte l’espressione “il discepolo che lui AMAVA”. Sta’ a vedere che i loro “testi sacri” li conosco meglio io che sono agnostico tendente all’ateo…

Ma lo slogan più viscido che ho visto è stato “QUI PER AMORE DEI NOSTRI FIGLI”. 
Primo, perché per amore dei vostri figli ve ne stavate a casa a giocare con loro, invece di farvi aizzare da porporati e politici bigotti.
Secondo, perché la scritta sincera, vera e onesta sarebbe stata semmai “QUI PER IMPEDIRE IL LIBERO AMARSI DI ALTRE PERSONE” (compresi, in futuro, quei vostri stessi figli a cui non doveste riuscire a fare il lavaggio del cervello…)

Osservazione acuta e intelligente del mio collega scrittore Alessandro Turati: i cripto-omofobi ripetono sempre la stucchevole frasetta “ho anche AMICI gay”. Solo al plurale! Perché le loro povere testoline bigotte hanno orrore del malinteso che potrebbe generare il dire “ho anche UN amico gay”…

Parole papestri (e fortuna che questo è uno “bono”): “… persone che vivono in uno stato oggettivo di errore”. E chi mai saranno? Forse i tre volte divorziati che ne hanno già trovata una quarta, in attesa della quinta, e nel frattempo si riproducono a raffica, incuranti di mettere al mondo degli sballottati infelici?

E comunque, la barzelletta dell’anno l’ha detta un arciporporozzo: “La Chiesa non ignora il condizionamento dell’UE sulla politica italiana”.
Eh??!! Chi condiziona COSA??!!

Possibile che la vescovaglia non si renda conto che tutta ‘sta prepotenza in Italia (e sempre solo QUI!) non fa che dimostrare la loro IMPOTENZA? Si considerano una forza “universale”, ma riescono a mantenere arretrato e troglodita solo questo povero, sventurato paesucolo. 

Eviterò di fare della (pur meritata) ironia sul presunto e molto pompato numero di queste belle persone. Perché il punto è che mi sarei vergognato di essere italiano (anzi, di essere UMANO) anche se fossero state solo sette o otto.

Ho quasi finito. Però alcune verità vanno, giustamente, ribadite:
la Terra è piatta, è stata creata QUATTROMILA anni fa con un colpo di bacchetta magica, e il sole è una ca**o di lampada che le gira disciplinatamente attorno.
Si è sempre detto così!
Ah, e chi mangia crostacei commette un abominio, e secondo il levitico dev’essere messo a morte.
Amen.
(AMENocché… non accendiamo, magari, i cervelli. Ad averceli, s’intende).

p.s. pare che nel vademecum con le istruzioni per i partecipanti all’Omophobic Day vi fosse l’invito a NON RISPONDERE AI GIORNALISTI. Precauzione comprensibile: meglio evitare che il grettume ignorante e la cattiveria bigotta venissero allo scoperto troppo ingenuamente, dopo una così grande fatica per mascherare il tutto da “spontanea festa delle belle famigliuole sante”…

Ultima ora: leggo che persino i Capi Scout cattolici, educatori dalla mente più aperta, moderna e civile di quanto non credessi, hanno disertato (spiegandolo in una nota ufficiale) l’Omophobic Day. Ma allora, di quali assurde cariatidi, rappresentanti di sé stesse o poco più, continuiamo a essere ostaggi?


sabato 30 gennaio 2016

AGONIA DI UNA FATA E ALTRI SFACELI - Dal diario dei tuoi ultimi giorni, la prima pagina.

Mia dolce Mamma, nel giorno del mio 49° compleanno,
il mio primissimo pensiero è tutto per Te.


«Io sono come una rana in uno stagno asciutto».
(Maitri-upanisad, I, 4)


LA SENTENZA (frammenti dal giorno più brutto della mia vita)


9 maggio 2003

Allora il rifiutarsi di germogliare delle mie portulache era proprio un segno, come l’orrendo nero senza faccia che vidi (o credetti di vedere?) per le vie di Varese, levigata e raccapricciante boccia di De Chirico orba d’organi sensoriali apparsami d’improvviso in lontananza sull’altro lato della strada, vicino a una fermata del bus, ebano liscio senz’occhi né orecchie né narici… Come la tua candela colorata di Pasqua, la cui fiamma era più debole delle nostre e vacillava? 

Bevendo il caffè papà scoppia a piangere, stavolta sono io a dirgli Non farti sentire! (Lei è di là sulla poltrona a guardare, ancora ignara della telefonata del dottore, un po’ di tv.) 

Poi vado a ritirare questo esito che già conosco. 

Camminando per Varese, disperato, sotto i portici le facce delle donne anziane mi fanno rabbia. Come hanno osato invecchiare, mentre mia madre sta morendo? Come si permettono di starmi attorno? Non lo capiscono, il pianto che mi urla dentro il cuore?
Una timida e ingenua vocina interiore tenta di placarmi, dicendo che comunque mia mamma non ha quarant’anni, ne ha sessantacinque. Poteva andare peggio. Poteva capitarmi da bambino. Perché, adesso cosa sono?

Mi danno un bustone giallo. Mi fanno firmare. Non pago niente, perché considerano i 65 anni come già compiuti prima della tac. Le piccole inutili fortune a cui rinunceresti volentieri. Mi accascio su una sedia di plastica nera, e tiro fuori la sentenza. 
La metastasi più grande è già di sei centimetri. 

Mi metto nei panni di uno che non sa ancora niente, e che sia venuto a ritirare i referti del proprio esame. Com’è possibile che si debba venire a saperlo così, da soli? Alla faccia del sostegno psicologico.

Quando arrivo e sto per mettere la macchina in garage, la mamma è fuori che sta salendo le scale. Si ferma, mi guarda, e mi sorride. Indossa la sua solita felpa verde e consunta, quella che mette per i mestieri di casa e giardino, e mi sorride stanca. 

E adesso chi glielo dice? 

Ma non sono cose che si dicono, che si possano dire. Le viene dato il bustone, e lei, con noi attorno, muti, si siede presso il tavolo in sala, inforca i suoi occhiali da lettura e da scala 40 e poi, in apparenza serena, si mette a rileggere il referto della eco, e a leggere quello della tac. 
In questi referti non si fanno mai le parole cancro o tumore. Si parla solo di “macchie”, di “lesioni”, di “formazioni”. 
Le ultime parole sono: “si consiglia visita oncologica”. 



venerdì 22 gennaio 2016

NEL LABORATORIO DELLO SCRITTORE – In attesa del nuovo romanzo, vi regalo un capitolo tagliato da “Chiudi gli occhi e guarda” (Neo. 2015)


[Devo dire che stavolta si è trattato di un taglio abbastanza indolore. Certo, il capitolo onirico aveva le sue suggestioni anche forti e i suoi bei significati (altrimenti non lo avrei scritto). Ma rispetto al romanzo era assai facile sospettarne un carattere superfluo, o quanto meno non necessario. 
Inoltre, sua collocazione logica sarebbe stata quella di ultimo capitolo, ma così avrebbe depotenziato l’attuale finale, che molti (fra cui muà) trovano struggente, bellissimo e poetico. Sono quindi contento di potervelo regalare qui, senza rimpianti, ma con l’orgoglio di un padre verso i suoi figli anche meno riusciti. Per chi (imperdonabilmente) non avesse letto il romanzo, aggiungo che la fine del sogno rappresenta una chiusura del cerchio rispetto all’incipit del libro (dove, nell’andare al Mare a bordo della 127 della mamma di Corradino, la gatta Ciopy si caga addosso per il trauma del suo primo viaggio autostradale.]

e adesso


E adesso stai sognando.
Aleggi sospeso nell’aria sopra un’autostrada sconosciuta. Sei semplicemente lì, come un elicottero molto basso o un gabbiano che si è perso, e guardi. Le macchine ti vengono incontro in direzione nord-sud spartite su due corsie, le più lente e piccoline alla tua sinistra, le più potenti e veloci alla tua destra. Alcune di queste ultime hanno la luce della freccia che lampeggia, altre no. Qualcuna ha i fari accesi, ma è giorno. Sono tante, eppure il traffico scorre fluido e tranquillo, e produce rumori ovattati a malapena percettibili. 
Ma d’improvviso succede qualcosa. Lassù, in lontananza, un abbaglio di polvere e luce annuncia l’incedere di qualcosa di portentosamente veloce, e forse spaventoso, mentre l’asfalto e il mondo cominciano a rimbombare di un suono incalzante di tamburi sovrapposto a un altro, ossessivo, di chitarre elettriche, suoni che anni dopo riconoscerai come tutt’altro che vaga premonizione dell’attacco della canzone degli Oasis intitolata Put yer money where yer mouth is.
Le auto potenti, con scarti docili e rispettosi, sottomessi, si portano ora sulla prima corsia, rientrando negli spazi vuoti fra un’utilitaria e l’altra, come cagnolini obbedienti al fischio del padrone. Quando tutte le macchine si sono spostate dalla corsia di sorpasso, loro arrivano, e nel vederli arrivare la cosa che più ti stupisce è che non provi neanche poi tanto stupore. Sono guerrieri antichi. Cavalcano destrieri lanciati al galoppo, un galoppo forsennato e sovrannaturale, a duecento all’ora sulla corsia di sorpasso dell’autostrada sconosciuta, eppure a tratti li puoi vedere come in fermo immagine, immobili e perfetti. I guerrieri formano un mucchio compatto. Hanno armature, hanno spade e lance, alabarde, scudi decorati che mandano bagliori. Anche i cavalli sono bardati e colorati, i loro finimenti scintillano, i loro occhi fanno paura, le loro narici schiumano e mandano fumo, i loro zoccoli nella corsa paiono non toccare neanche terra. La musica incalza e li trasporta, forte e assordante com’è. Da elicottero o gabbiano che continui a essere cominci a distinguere le singole sagome dentro il mucchio selvaggio e rilucente, vedi che alcuni di questi misteriosi guerrieri hanno il viso completamente celato dal metallo, da altri fuoriescono lunghissimi capelli biondogrigi o rossi e barbe, e sguardi fiammeggianti che divampano dalle visiere lasciate alzate. Quelli davanti sembrano sacri Re nordici. Il loro aspetto, nel sogno, ti fa pensare alle carte da gioco. Questo è il Re di Cuori, ti dici, e sai di non sbagliare. Lui invece è il Cavallo di Spade. Lui il Re di Picche. 
Il Re di Cuori, un angelo risplendente e tremendo che cavalca davanti a tutti, pare adesso accorgersi di te, ti guarda, ti fissa per un interminabile attimo e poi solleva la lunghissima spada e ti indica, e con la punta ti lambisce il viso, ma il suo non è un atteggiamento minaccioso, è più un’investitura, forse è venuto per dirti che non importa se ti senti confuso, che non devi avere paura, perché tu sei speciale e predestinato a cose grandi e belle, e non ti puoi arrendere. Non puoi. O loro ne resteranno delusi.
Poi, incredibilmente, in un nuovo bussare di tamburi, e ripresa di chitarre elettriche, adesso, come prima le auto di grossa cilindrata si sono fatte da parte per consentire il passaggio di questi spettrali feroci cavalieri dalla consistenza di tuono e di folgore, ecco che adesso sono loro, diligenti, disciplinati, che si fanno da parte sulla corsia di destra (la sinistra per te, sempre elicottero o gabbiano con lo sguardo verso nord) per lasciar passare qualcuno o qualcosa che con ogni evidenza è ancora più importante e superveloce di loro, più elevato nelle gerarchie cosmiche e nella forza propulsiva. Ecco che sopraggiunge. A velocità supersonica.
È la macchina dei gattini puzzolenti. Al volante lo zio cieco, che guida meglio di tutti.







giovedì 14 gennaio 2016

Nuovo raccontino appena scritto per voi


UNA INNOCUA GENTILEZZA


Era la serata più bella della sua cazzuta vita. Rincasando comprò pasticcini, caviale e una bottiglia del prosecco più costoso. E rose rosse per sua moglie dal filippino al semaforo. E lui era uno che quelli ai semafori di solito li insultava. Solo il giorno prima, col finestrino della sua arrogante Audi semiabbassato, aveva sibilato a una zingarella: “Ma perché invece di cagare il cazzo non lo succhi? Non sarebbe più onesto?”
“Amore, finalmente ce l’ho fatta!” annunciò. Grondava trionfo, e stritolò in un impeto abbracciante la delicata coniuge extra small, sbaciucchiandole con moderata bausciosa lascivia il lobo sinistro, vicino all’oro dell’orecchino d’oro. “Il posto di vicedirettore è mio!” sibilò.
“Oh, tesoro, sono fiera di te!” cinguettò lei guardandolo negli occhi, e imitando senza consapevolezza le imbecillesse dei film americani. (Le imbecillesse dei film americani si dicono sempre “fiere” di qualcuno almeno quattro volte al giorno: del marito, del figlio, del chihuahua… “Come sono fiera, di te!”)
“Cristo, cinque anni ho dovuto stargli dietro, a quel dannato barbagianni.”
“Non insultarlo, caro: se alla fine ti ha scelto, è evidente che il Direttore ti stima.”
“Non è proprio così: non gli sono mai piaciuto, a quello là, come lui non è mai piaciuto a me. Ma alla fine ha dovuto prendere atto, seppure controvoglia, del mio talento per gli intrallazzi e le porcate. E questa è la serata più bella della mia vita. Quel posto era diventato lo scopo unico della mia esistenza, lo sai.”
“Come sono felice, per te, e per noi due. E guarda, un po’ sono anche orgogliosa di aver contribuito, proprio un minuto fa, a rafforzare il gioco di squadra!” gli rivelò spalancando quel suo sorriso di alta odontoiatria Carta Platinum (quasi a zero, la card, in attesa di venire rivitalizzata dal nuovo stipendio).
“Che stai dicendo, cara?” Non era ancora rabbuiato, ma corrugato sì.
“È arrivata una mail del Direttore. Era indirizzata a te ma io stavo navigando, sai, su quei siti di shopping di lusso, e l’ho vista al volo, e, trattandosi di una gentilezza che non mi costava nente, ho risposto subito.”
“Cara, apprezzo le tue buone intenzioni, ma lo sai che non mi piace per niente questo modo di fare. La mia corrispondenza preferisco sbrigarla io. Devo rimettere la password? Così poi ricominciamo con le gelosie e le amanti immaginarie?”
“Oh, ma è stata solo una formalità, e rispondendo subito l’avrò fatto contento. Tranquillo, amore.”
“Mmm… Ma che voleva?”
“Chiedeva se per caso avevi delle buone foto sue da usare per la presentazione coi giapponesi, perché lui aveva cancellato per sbaglio dei file e non riusciva più a trovarle nei dischi di backup. Così ho visto che ce n’erano un paio in memoria nel tuo schedario, e gliele ho mandate.”
“Gliele hai… occristo…”
“Ma che succede, tesoro? Che ti prende? Non ti ho mai visto tremare così, e diventare così pallido. Io… Le ho guardate bene, le foto, erano belle, non ci avevi mica fatto nessuno dei tuoi scherzetti porno con photoshop!”
“Le avrai almeno rinominate?”
“Rinomi… ma cos’è adesso ‘sta menata? Di nuovo con queste tue manie da impeccabile perfettino elettronico?” pigolò lei. “Le foto si riconoscono dalla faccia, mica dal numero che gli dài. C’erano quelle due foto bellissime, in cui era venuto così bene, così sorridente, e allora io… è stata solo una gentil…”
“Dovrei ammazzarti, dannazione!” disse lui scuotendola come si scuote un meletto per far cadere le mele mature, ma così intensamente che sarebbero cadute anche quelle acerbe, e le tettine finte. “Era la più bella serata della mia vita!” La sua voce era adesso un composto misto e molto instabile di urlo, gemito e piagnisteo.
“Ma si può sapere che avrei fatto di male?”
“Cos’hai fatto di male? Nascere, tanto per dirne una! Sei una stramaledetta gallina! Mi hai rovinato, mi hai fottuto la carriera!”
“Ma caro…”
“Caro un cazzo! Care sono le pellicce di leopardo! Chi le paga adesso? Devo mandarti a battere ai semafori? Devo andarci io? D’io rospo! Parca dea!”
“Perché mi tratti così? Perché diventi così orribile? Ero così fiera di t…”
Scaraventata che ebbe la bottiglia di prosecco contro il muro (così prestigiosa e robusta che invece di infrangersi e sputacchiare spuma aprì una breccia nel cartongesso da mutuo milionario, traendone a livello sonoro un inaspettato “grund-stlokk”, prima di atterrare sulla moquette e rotolare verso la porta d’ingresso, come avesse subodorato che da lì era più conveniente uscire) lui si precipitò nello studio. Frignando, grugnendo e bestemmiando, chiuse la porta a chiave. Il pc era già acceso, e bastò assestare un nervoso scossone al mouse per far riapparire il desktop che il dispositivo salvaschermo aveva oscurato. 
C’erano due ultime, debolissime speranze. La prima era trovare nella posta in arrivo una di quelle mail con oggetto “Delivery System ecc” che annunciava il fallimento dell’invio (una delle cose che più lo facevano incazzare, e che invece quella sera gli avrebbe evitato il fallimento suo, e l’obbligo del suicidio mediante rivoltellata alla tempia). 
Nulla, naturalmente. 
La seconda era che nella memoria dell’archivio fotografico esistessero altre foto del Direttore di cui s’era dimenticato, e che la moglie avesse allegato un paio di quelle, e non le due che temeva lui.
No, dannazione. C’erano soltanto quelle due. E quelle due erano state inviate.
Quella che lui aveva rinominato testadicazzofiglioditroia.jpg. E quella che sempre lui aveva rinominato crepamerda.jpg.
Immaginò il Direttore che le riceveva, prima sbigottito, poi furibondo, poi quasi contento – no, molto contento – di avere un pretesto per riconsiderare la decisione sul nuovo vice. Per poi levargli anche le mansioni che aveva, e sbatterlo in mezzo alla strada con una vigorosa pedata nel culo. Già: in mezzo alla strada. Perché l’influenza del Direttore, uomo potente e vendicativo se ce n’era uno, di sicuro gli avrebbe precluso qualunque approdo di ripiego lavorativo. Lui sì che stava per essere rinominato: da vicedirettore a vicefilippino al semaforo.
Non rimaneva altro da fare che spararsi.


domenica 10 gennaio 2016

ereZie in ZalZa roZa

EKKEKKAZZO!

1. RASCHIANDO IL FONDO
Editors che pubblicano (brutti) libri scambiandosi editore, conduttrici di (nauseabondi) reality che diventano concorrenti del reality… Manca solo De Laurentiiiis protagonista del prossimo cinepurgone, o che Thohir scenda in campo con la maglia dell’Inter (questa sarebbe la meno assurda, perché peggio di Felipe Melo non può giocare, e risparmierebbe uno stipendio: pensaci Erick, pensaci!).
Una volta addomesticato un pubblico, puoi fare sostanzialmente quel cazzo che ti pare.

2. OSCARKEKKO? MAGARI ANCHE NO…
IL RICATTO (UN PO’ RAGLIANTE) DEL CONSENSO OBBLIGATORIO
Premetto che il fenomeno Zalone non mi entusiasma ma neppure mi scandalizza. E che non ho visto l’ultimo film. E che Zalone mi diventa MOLTO simpatico allorché dichiara: “Io voglio far ridere, non sono il sociologo degli italiani!” (Quanto hanno nauseato ‘sti professorini secondo cui il pubblico “ride liberatoriamente e autoironicamente di se stesso”, quando invece il più delle volte è solo perversamente compiaciuto nel vedere la propria banalità moderna rispecchiata, “giustificata “ e incoraggiata da un’opera di straripante sucesso?) 
Sicuramente, di questi tempi, gira di peggio. Ma tanto peggio. [Penso agli ex “soliti idioti”: ho visto un trailer in cui l’UNICA scena potenzialmente divertente era quella della forchettata sulla mano: peccato fosse copiata (citata?) da un vecchio film di Pozzetto (ecco, Lui rispetto a ‘sta gente qua era da Oscar!), e peccato che nel nuovo grossolano contesto non facesse neanche più ridere!] 
Ho trovato i precedenti film kekkiani (visti con comodo ritardo in dvd, da mio fratello, come forse succederà con questo, perché la coda nei multisala non la farei nemmeno in cambio di uno dei tanti milioni incassati) li ho trovati, dicevo, da 2 palle-2 palle e mezza, cioè tutto sommato onestamente divertenti ma tutt’altro che geniali, qualcosa più di un cinepurgone e qualcosa meno di un film che ti conquista e ti fa dire “lo voglio rivedere ancora”. La gente fa la fila? Vabbè. Meglio per questo che per le 50 flatulenze vaginali. Non mi dà nessun fastidio se le persone si svagano e si divertono attraverso quel tipo di comicità facile, stereotipata, sempliciotta e prevedibile imposta negli ultimi anni dal sapiente marketing Zelig: sinceramente, sono contento per loro.
Ciò che però mi ripugna è il ricattatorio e quasi bullesco martellamento operato da tutti quei nuovi intellettualozzi, divenuti tali alternando sgobbate universitarie e trash television, non solo proni e invasati nel celebrare sui giornali ogni qualsivoglia successo pop (Zalone al cinema, Volo in narrativa, Pausini in musica) ma sempre più aggressivi nel dirti (da opportunisti Cantori della Mediocrità – a partire dalla propria, ovviamente) che se tu non ti mostri addirittura GRATO a Zalone per i suoi film, a Volo per i suoi libri, alla Pausini per le sue canzoni, tu allora sei automaticamente un antipatico snob, un invidioso, un noioso, un ignorante economico e un disfattista antipatriottico.
Non è mancato neppure il solito politico becero e populista, pronto ad annunciare, sulle ali degli incassi e quindi di un cavalcabile e sfruttabile “consenso” plebiscitario, che il bravo guitto di successo sarà Ministro della Cultura nel suo “futuro governo” (touch the balls!!). Massì, continuiamo a farci del male: in fondo, attualmente, siamo “soltanto” la nazione di gran lunga più somara d’Europa!
Io non credo che Zalone, Volo e la Pausini siano il diavolo, e rispetto chi li apprezza.
Ma posso ancora dire, mi è ancora permesso di pensare, che i miei Gusti sono differenti (e non sto parlando di Corazzate Potemkin, di Tolstoj e di Puccini: sto parlando di Woody Allen, Eastwood, fratelli Coen, di Narrativa Americana contemporanea, sto parlando di Beatles e di Depeche Mode e di sano poprock!), posso dire che se il cinema fosse SOLO Zalone, se la narrativa fosse SOLO Volo, se la musica fosse SOLO la Pausini, io molto probabilmente, e da un bel pezzo, non guarderei più film, non leggerei libri e non ascolterei canzoni? Che troverei più proficuo per la mia anima andare a pascolare capre in cima a una montagna? Posso dirlo? Posso? Grazie!



sabato 2 gennaio 2016

ereZia di kapodanno: l’insostenibile scandalo del suinteista tecnoglionito…

CAZZO, CHE DANNO!

Lobotom-italy, alba del 2016: la notizia NON è l’incredibile, sconcertante esistenza di migliaia di persone disposte a pagare una modica tariffa per vedere il proprio insulso sms scorrere sul video, sovrimpresso a una deprimente trasmissione fatta per dire al popolo telespettatore quando finiva l’anno (a quanto pare, o almeno così ho letto, con un buon fantozziano minuto d’anticipo!) 
E nemmeno che per la maggior parte questi sms saranno stati probabilmente scritti in orripilante bimbominkiese sgrammaticato.

No, la Notizia, a tutta pagina su tanti giornalozzi nazional-parrocchiali, è che durante questa sarabanda interpassiva del partecipazionismo tecnoglionito, il povero addetto, travolto da una tale mole di banal messaggiume, non sia stato in grado di scovare e censurare al volo alcune parolaccette, e addirittura UNA bestemmiola, tra l’altro fra le più scialbe, comuni e ordinarie che si possano immaginare. 

[Più sotto nella pagina: soliti stucchevoli e dozzinali articolozzi a nastro, pezzetti di costume sorcio-antropoILlogico, col solito inaccettabile e offensivo abuso del pronome “noi”: con fregnacce del tipo “ABBIAMO bisogno di accendere il televisore”, “Il contdown alla tv fa da garante e CI dà sicurezza”, “La tv è un rassicurante caminetto 2.0”, e giù banalità ortofrutticole che paiono riciclate dagli anni Ottanta con la sola aggiunta della scorreggetta magica “2.0”… (anche a casa mia quel “caminetto” era acceso, ma per gustarci due vecchi dvd – Witness e Provaci ancora, Sam – mangiando dolcetti e bevendo Moscato, e tentando di tranquillizzare il povero micio Isidoro traumatizzato dalle esplosioni della fecciolina là fuori, cominciate alle ore 23!!) perché, a volerla dire tutta, un altro non trascurabile scandaletto sta nel fatto che ci sia gente che guadagna SOLDI per scrivere “caminetto 2.0”…]

E la Notizia è che questo povero addetto è stato prontamente punito per aver “sbagliato”. A lui va naturalmente la mia solidarietà, non tanto e non solo per l’assurda punizione, ma per l’aver dovuto sottostare, per vivere, a una simile mansione: presiedere all’insulsa messa in onda di insulsi messaggini durante l’insulsa trasmissione dell’insulsa rete televisiva “bubbliga” di questo insulso paese. 
Queste sì sono bestemmie. Contro l’intelligenza umana.


mercoledì 23 dicembre 2015

Corso arretrato di tecniche narrative ammorbanti. Seconda puntanata: i trucchi per scrivere un romanzo NOIOSO.


COME SPAPPOLARE LE PALLE
(by J. Stronkabook)

1 Genealogie e saghe familiari

Se ambite a martoriare gli zebedei del lettore, non mancate mai di dedicare qualche decina di pagine alla genealogia completa del protagonista principale (e magari anche di altri). Il lungo, scrotolesivo flashback di saga (detta anche sega) familiare deve narrare per filo e per segno le peripezie (dette anche pere pe’ zzia) di almeno quattro generazioni: il trisnonno nato in un villaggio della Bulgaria interna, da cui dovette fuggire per evitare persecuzioni e roncolate; la bisnonna ingravidata a quindicianni da un marinaio strabico durante la traversata atlantica in pedalò; il nonno commerciante abusivo di pelli di topo nei Territori del Nord Ovest (con sei pagine di descrizioni su come si scuoiano le pantegane e se ne conciano le pelli sputandoci sopra tabacco ciancicato – e un paio (di dozzine) di ricette per il recupero di code e zampine mediante frittura o marmellata). 
E via frantumando.

2 Pesantezza

Alcuni tentano a volte di spacciarla per “complessità” (che è un’altra cosa), ma la pesantezza, esatto contrario della Leggerezza delle Lezioni Americane di Calvino, ha sulla mente e sui coglioni del lettore lo stesso portentoso effetto che potrebbe avere sul suo stomaco il mangiarsi un cinghiale intero completo di pelliccia e zanne, e soprattutto ancora vivo. Interminabili frasi, lunghe anche tre pagine e piene di subordinate che si attorcigliano e avviluppano l’una nell’altra (che i vostri amici critici, se ne avete, sapranno spacciare per BRAVURA!), terminologia eruditoide, pedanteria, pretenziosità filosofica: niente è più sicuro di tutto ciò, se davvero aspirate ad ammorbare, a spossare, insomma a cagare il cazzo dei malcapitati.
Non è difficile, basta fare appunto al contrario delle Lezioni calviniane: invece di scrivere con leggerezza pensieri eccezionali, create labirintici meandri di elucubrazioni cervellotiche sul ciclo mestruale di vostra sorella.

3 Appiattimento del linguaggio

Essere pesanti e pedanti non impedisce di essere anche poveri, sciatti, stucchevolmente banali (tutte cose indispensabili per i più dotati cantori della Dea Noia). E non c’è modo più sicuro di apparire poveri, sciatti e stucchevolmente banali dell’utilizzare un linguaggio sterilizzato, piatto e moscio. Nei romanzi noiosi, i personaggi non imprecano e non usano il cosiddetto turpiloquio. Al massimo potrete concedervi un’acciderbolina. A patto che dopo l’acciderbolina spunti subito un prevedibile personaggio-marionetta (di solito una mamma nevrotica e semiscema di mente) pronto a esclamare: “Non voglio sentire parolacce!” Se poi ambite al massimo dell’appiattimento, non avete che da parlare e da far parlare i protagonisti come si parla in tv.

4 La pretenziosità poetico-sentimentale

Anche se ci hanno già sguazzato milioni di altri scialbi scribacchini, se davvero volete essere pallosi fino in fondo non fate mai, mai mancare il vostro illuminato contributo sui grandi temi: metterete quindi almeno una volta per capitolo la vostra bella sentenza aforistica memorabile sul tema “che cos’è il vero amore”, “cosa significa amare per sempre”, ecc, ricorrendo a quel collaudato tono che potremmo definire “poesia del deejay brillante-malinconico che raglia sdolcinature artefatte e ruffiane per guadagnarsi furbescamente la figa”. (Naturalmente, conviene che sia amore uomo-donna: fate finta che i vostri lettori siano tutti etero, e le banalità da cioccolatino – o da uazzàpp – vi sgorgheranno più facili). Lo so, vi sentirete stupidi e disonesti più di quanto già non siate, nello scrivere simili amenità, ma ne verrete ripagati: potete scommettere che quelle frasi saranno le prime a venir condivise dai noiòfili, in formato incorniciato e colorato, su ogni genere di social network.

5 E ovviamente, la politica

Ma se aspirate all’apice della Noia (e magari a qualche bel Premio), non potete non scribacchiare testi politicizzati e ideologizzati. Ma politicizzati alla naftalina, come uscissero dall’armadio di una sezione di provincia degli anni Settanta, sotto forma di ciclostilato; e ideologizzati come se ve li dettasse Stalin dopo morto. Ritrite storie retoriche di operai addomesticati che invece di volersi (almeno nei sogni!) liberare dal lavhorror sono grati alla fabbrica, vivono per la fabbrica, amano la fabbrica, si scoperebbero la fabbrica. Che scambiano ciminiere per candele di Natale, l’altoforno per il dolceforno della nonna. Che scrivono quanto bene vogliano alla fonderia che gli fotte la vita, alla tessitura che gli fotte la vita, all’inceneritore che gli fotte la vita. E per i quali la più grande tragedia cosmica possibile è la chiusura della fonderia che gli fotte la vita, della tessitura che gli fotte la vita, dell’inceneritore che gli fotte la vita. E via fottendo (il lettore).

Vi chiedo solo un favore, però: dopo che l’avrete scritto, non venitemi a rompere i coglioni per farmelo leggere. Perché alla noia io preferisco il Piacere. Alla banal sciatteria la Genialità creativa e affabulatoria, alla seriosità l’ironia e la brillantezza. E alla moscia pedanteria, sempre, la signora Bellezza. E di tutto ciò domando umilmente scusa.

J. Stronkabook

p.s. La prima puntanata stava QUI. E il corso introduttivo QUA.
Incredibilmente, è tutto GRATIS. :)

E siccome le Vere Tradizioni (udite udite!) a volte piacciono perfino qui, auguro a tutti voi, anche a nome di Zio Scriba, un Felice Solstizio d’Inverno: l’antica festa nordica e pagana delle popolazioni europee.

quando c'era la Mamma, fata degli alberelli


E se avete voglia di regalarvi qualcosa di poco noioso, date una sbirciata alla colonnina qui a destra, in alto. 


lunedì 21 dicembre 2015

Sempre dal nuovo ebook "La Campagna Plaxxen", un estratto più lungo in regalo per voi (perché qui non si vende a scatola chiusa...)


[Per l'eventuale acquisto, cliccare sulla copertina del libro nella colonnina qui a destra.]

«Chi era quello?»
«Un signore…»
«Ma che voleva da te?»
«Dice che conosce la mamma. E forse qualche giorno la mamma non può venire a prendermi e allora viene lui».
(Cristo!)
«E tu cosa gli hai detto?»
«Gli ho detto che se non viene la mia mamma viene il mio papà».
«Bravo».
«Sì, e gli ho anche detto che il mio papà ha le mani magiche».
«E lui?»
«Mi ha detto che ci fai con le mani magiche».
«E tu?»
«Le scurege!»

«Ma che tipo era, ti sembrava bravo o cattivo?»
«Era bravo, ma cattivo».
«E come fa uno a essere sia bravo che cattivo?»
«Non lo so. Lui era bravo, ma cattivo».
Come spiegargli il viscidume e l’infida ipocrisia degli uomini di merda? Per lui, se uno dagli occhi cattivi ti approccia con untuosa e falsa gentilezza, non è un pericoloso serpente a sonagli: è uno “bravo ma cattivo”.
«E papà? È più bravo o più cattivo?» gli chiedo mentre lo stringo al mio fianco nell’andarcene da lì.
«Te sei solo bravo» mi dice tutto serio e compìto. Poi, mettendosi a ridere: «Però fai i figli mongoli!»

Vedendo che la cosa invece di farmi, come di solito, sorridere, rischia di farmi scoppiare a piangere, il suo cuoricino tenta di gettarsi in mio soccorso, e mi si stringe addosso ancora più forte mentre zampetta al mio fianco.
«Cantiamo Pippoloni papà?»
E così ce ne andiamo via cantando un’altra delle nostre storpiatelle hit. Stavolta tocca ai R.E.M.:
Shàiny appy Pippoloni…

Le ho sempre trovate divertenti, queste storpiature maccheroniche. Quando l’arbitro sbaglia di brutto contro la loro squadra, i tifosi inglesi, ovviamente, non si mettono a cantargli “Erroracciooo, o ‘mbecilleee…” Però, fateci caso la prima volta che ne avrete l’occasione, a un orecchio italiano suona proprio così! 
In Wild of the isle di Linda Wesley si sentono distintamente prima “Chella la tas mai” e poi “Questo s’è inciocado”. Verso la fine di I’m goin’ down di Springsteen, risuona un bel “E vaffanguglia”.

Ma non era finita. Certi giorni non vogliono finire. E non sono mai quelli belli. Sono sempre quelli che facevano meglio a non iniziare. La sera ti torno a casa, litigo un po’ con mammà perché ho fatto tardi senza avvertire, e così la pastina del cazzo della sua cena a orari da ospedale svizzero (qualche minuto prima delle sette!) si è freddata, mi rifugio col mio notebook, una birretta e un panino al burro e salame in camera mia, e mi viene la bella idea geniale di andare sulle statistiche del blog a trastullarmi con le chiavi di ricerca. Non lo faccio quasi mai. Non lo facevo da settimane. Ma è divertente: puoi scoprire attraverso quali assurde combinazioni di parole affidate ai motori di ricerca certa gente è approdata, il più delle volte per sbaglio, per puro caso, e scappandosene via subito senza leggere nulla, al tuo blog. Ricordo di averne segnate alcune su un foglietto. Volevo farci un post. Perché chi di voi non ha un blog, o non ne controlla le “origini del traffico”, non può avere idea delle menti strambutiche o malate che circolano sul web. Eccone un campionario. 
Le sgrammaticature sono originali, e ce le ho lasciate:

farsi scoppare dal proppio cane
nipote lava i piatti lo zio la ciula
video porno in cucina lei prepara lui porco sulla scala
como inserire il codici de un anuncio nella cabina telefonica
film con trama ingravidata dal cognato
fuori dai coglioni la data di nascita vediamo chi è il prossimo
incularsi l’ufficiale di picchetto
donne colitiche
nonne e zie troie dei paesi tuoi gratis
storie porno zia purcella
fero batuto.it
faccio scoregge puzzolenti e ho bruciore all’ano
mia figlia non si lava
cerco statuetta maradona in resina?
esercizi su come personificare un pallone
un pompino fra gay etiopi
come andava ilicic a scuola gli piaceva studiare
come faccio a vedere il quadro di gattuso su caronte?
film erotico con cacca e piscio gratis
costo di una scatola con scritto ti amo
faccio le seghe tutti i giorni
francobollo lu cagava
biglietto auguri compleanno cognato circa 43 anni
puntini rossi sul glande
lunghezza del pene ideale
la fregna di mamet
la suora me lo suchia
i botti di capodanno sparateveli in culo
video hard incesto padre e figlia paffutella
come fare un pombino
video ragazza con minigonna alzata e frustata in culo
hard gradis zio nipote nei spogliatoi
cazzo francese dotato e largo d’atleta sporco

Inutile dire che nel mio blog non si trova nulla di tutto ciò. Misteri dei motori di ricerca. Forse quella sera ne cercavo delle altre simili per sghignazzare un po’. Non l’avessi mai fatto. Nelle sezioni “adesso” (ultime due ore) e “giorno” niente di interessante. I soliti “peppermint” e “zio pep” e “peppermint mind”, e un paio di malati di mente di quelli summenzionati. Ma alla sezione “settimana” mi si è raggelato il sangue. La chiave di ricerca principale era “Mike Morigerato Polaschi Plaxxen”. Per ben sette volte. Sette! Non poteva essere un caso. Qualcuno sapeva cosa stava cercando. Immediato il contraccolpo addominale, viscere mie in fermento da shock.

sabato 19 dicembre 2015

"La Campagna Plaxxen": un assaggio breve, dal cuore del capitolo 2


«Polaschi sembrava un avanzo d’uomo, ma fosse stato vendicativo avrebbe avanzato ancora molto da fare. Lo era? Difficile capirlo. Venticinque anni prima non aveva la barba fino all’ombelico e i suoi capelli erano corti e castanochiari, e lui un brillante copywriter assunto al volo da Mike Morigerato in persona dopo un colloquio di pochi minuti alla vecchia Mitchell, Woodworth & Sbruseghìn, agli ultimi piani della Torre Velasca. Mike Morigerato aveva un fiuto infallibile per le menti brillanti, e se nei futuri e ancor lontani anni della carriera politica si sarebbe poi circondato di imbecilli e incapaci, ciò non sarebbe avvenuto per sbaglio, ma per cinico calcolo. (Del resto siamo un paese che ha avuto per ministro della pubblica istruzione una signora che da giovane riuscì, in un compitino d’inglese, a tradurre il verso “Beautiful radiant child” con “Bellissima cialda del radiatore”). 
Il giovane Polaschi festeggiò l’assunzione spaciugandosi un trans brasiliano di nome Brigitte Bardot a malapena ventenne e scolandosi con lui una bottiglia di spumante rosé, versandogliene anche un po’ sul pancino e sul collo e leccandolo con tanto inebriato amore, e poi ordinando duemila biglietti da visita al photoshop sotto casa. Quelli sbagliarono e ci scrissero “COPRIWATER”, al che lui brontolò un poco e pretese lo sconto. Non disse che lo trovava di un’autoironia esilarante, e che, avesse avuto il tempo di pensarci, era proprio la scritta geniale che ci avrebbe fatto mettere lui... 
Ma non capì neanche la natura profetica della cosa.»

Ed eccovi il link per l'eventuale acquisto (con scelta fra ebook e cartaceo su richiesta)


giovedì 17 dicembre 2015

Il mio nuovo romanzo "LA CAMPAGNA PLAXXEN" in ebook! (Presto disponibile anche il cartaceo su richiesta).


UNA SORPRESA DI FINE ANNO PER I MIEI 25 LETTORI!!!! 

«Una storia di clochard più o meno volontari, un fosco noir metropolitano con finale thrilling, una feroce satira del mondo della pubblicità e dei consumi compulsivi. E l’inno d’amore di un padre separato per il figlioletto down. Il tutto visto attraverso il pazzo mondo dei blogger!»

Aspettando l'uscita di "Mailand" (il nuovo strepitoso Romanzo che pubblicherò con la Neo edizioni), è da oggi disponibile questo mio nuovo lavoro in versione ebook. Ma è prevista a breve anche l’opzione stampa su richiesta (in angloide: print on demand). 

Chi volesse gustarsi una simile golosità durante le feste in arrivo, non ha che da cliccare su questo link.

Da questo momento ufficialmente disponibili tutti i formati: Pdf, ePUB e Mobi. Più il print on demand cartaceo! (Per quest'ultimo, scorrere sino a fondo pagina sul sito linkato).

mercoledì 16 dicembre 2015

Pro-pro... PROIBITO!

Il vostro zio Nick... più o meno l'altroieri. :)

L’intelligenza (l’arroganza?) iperlegiferoide non conosce pace: in arrivo il divieto di fumare in macchina se ci sono a bordo bambini o donne incinte. Cioè: nessuno riesce o nessuno vuole far rispettare il divieto di sbocchinare telefonuzzi e uazzappeggiare al volante, che provoca incidenti mortali, e si spreca tempo a cagar fuori norme scopiazza-america? Ma là se si fa una legge poi la si fa rispettare! Non rendiamoci ridicoli! O vogliono farci credere che poi qualcuno controllerà se la donna accanto al guidatore (o la stessa guidatrice che fuma!) non sia per caso incinta di due o tre mesi, anche se guardandola non si vede? A ‘sto punto, non sarebbe più logico e meno stupido vietare del tutto il fumo al volante? La sigaretta mentre sei al volante andrebbe vietata non perché fa male alle donne incinte, ma perché, esattamente come i merdosi telefonuzzi, DISTRAE dalla guida. Siamo sempre lì: ci vorrebbero meno crociate, e più cervello. Ma giusto un pizzico, neh. Facile a dirsi…

Naturalmente, le sole leggi che gli iperlegiferoidi nostrani non fanno sono quelle che servono: Testamento Biologico, Eutanasia, Unioni Civili, Norme Antiomofobia, Antitrust Mediatico-Editoriale, Norme più Restrittive in materia di Pubblicità e Violazione Privacy (quella del cittadino a casa sua, non quella del mascalzone intercettato), Pene Decuplicate Per Amministratori Pubblici Ladri. 
Sì, domani.
Ma che futuro può avere un paese in cui il presidente del consiglio è costretto a dire “Chi ruba va cacciato!”, come se si trattasse di una proposta rivoluzionaria e geniale?
Ma non è OVVIO, che chi ruba (o intrallazza illegalmente) debba essere cacciato?
Non è ancora più ovvio che chi ruba (o intrallazza illegalmente) debba andare IN GALERA?
E non è ancora-ancora più superovvio che a chi ruba (o intrallazza illegalmente) profittando di posizioni di Responsabilità Pubblica dovrebbe essere applicata la legge marziale dell’Alto Tradimento?

E a proposito di troppe leggi inutili e di zero leggi utili: quando se ne farà una per stabilire che l’obsolescenza programmata è un reato grave, cioè una schifosa truffa? Non parlo solo di tecnologie sofisticate: una volta gli spazzolini da denti, anche i più economici, duravano mesi. Adesso dopo due giorni spuntano già quelle due-tre setoline storte laterali ferisci-gengive. Capita solo a me?
(Per non parlare di calze, mutande, e persino pigiami che si avviano a diventare… monouso!)

Ma torniamo ai tabacchi. Il luogo comune secondo cui se fumi una sigaretta devi esserne per forza schiavo-dipendente, ha pure fatto sì che si potesse decidere l’eliminazione delle sigarette più buone e aromatizzate (col pretesto cretino che darebbero più dipendenza) e che si potesse usare (apparentemente a ragione) la parola “scemo” in uno spot istituzionale, cioè di quello Stato che sul tabacco ci lucra (mi è stato riferito, io per mia fortuna lo spottino non l’ho visto mai). Ma io dico che anche se le persone come me, capaci di fumarsi una sigaretta ogni due mesi perché hanno voglia di gustarsela, senza mai aver sviluppato nessun “vizio” e nessuna dipendenza, fossero solo due o tre in tutto il paese, quella parola andrebbe ricacciata in gola a chi si è permesso di concepirla. Perché allora, a ben vedere, la logica è la stessa che vedere automaticamente un ubriacone alcolizzato in chiunque si gusti mezzo bicchiere di vino a tavola: i paternalisti fanatici chiameranno “scemo” pure lui? Per non parlare del terrorismo di certe immagini sui pacchetti di sigarette: giustissime le avvertenze, ma le foto di organi putrefatti hanno lo stesso senso che far scorrere filmati di gente che schiatta d’infarto sopra gli scompartimenti del burro al supermercato, oppure obbligare le compagnie aeree a dipingere a caratteri cubitali, sulla fiancata di ogni aeroplano, la scritta SI POTREBBE SCHIANTARE (con relative foto di cadaveri carbonizzati). Così si rischia di stomacare la gente, e di provocare repulsione non per il fumo ma soltanto per… i pacchetti! 
Incrementando il commercio di portasigarette.


venerdì 11 dicembre 2015

Mordecai Richler - LA STORIA DI MORTIMER GRIFFIN

Voto:

E vorrà pur dire qualcosa se la più fresca e originale Novità proposta nel 2015 dalla nostra mediogrande editoria è questo gustoso, succulento capolavoro del 1968 mai tradotto finora, forse per motivi di vatikaliana bacchettonaggine (fra le tante idee surreali di questo molto surreale romanzo, un’anziana prof decide d’introdurre un nuovo tipo di encomio per i ragazzi più meritevoli: spompinarli).
Comunque Grazie di cuore, Adelphi cara, anche se magari ci si poteva svegliare un po’ prima… O forse è meglio così, perché è per merito di questo pazzesco ritardo se ho potuto sgoduriarmi, a quasi 49 anni, un libro di quelli che nella mia epoca non si riescono a trovare più?
In fondo è stato il più bel regalo, così inatteso e differito: è stato come scoprire in cantina un Rosso d’annata che non ci si ricordava d’avere, in un mondo che si sta preparando ad abolire i vini. Me lo sono centellinato, per gustarlo e farlo durare, come sempre bisogna fare con le cose belle, e adesso invidio quelli di voi che se lo regaleranno per le feste, per leggerlo su una poltrona al calduccio, magari mentre fuori nevica. 
Intendiamoci: qualcosa di acerbo e di ancora imperfetto lo si riscontra, rispetto a un’opera più matura e portentosa come La versione di Barney, ma in compenso questo è, specie nella parte iniziale, molto più comico, provocatorio e birichino.
Leggiamoci un piccolo trancio:

"Era il periodo in cui Doug stava imparando a parlare, e Ziggy era felice di istruirlo.
«Uomo-scimmia» diceva additando un prete; e gl’insegnò a dire «baciami il culo» come formula di ringraziamento; ma per fortuna veniva fuori qualcosa come «bam ‘l ulo». Le scelte lessicali di Doug sconcertavano Joyce, ma il più confuso era il bambino, perché quella che nel pomeriggio la madre gl’insegnava a chiamare «monaca», di sera Ziggy insisteva che era una «tette mosce».
Com’era fatale, Joyce scoprì che Doug non era affatto un bambino ritardato, ma solo perversamente traviato da Ziggy, dal che seguì uno scontro al calor bianco con Mortimer. In certo modo uno scontro a parti rovesciate: stavolta non era Joyce, ma Mortimer che si trovava a difendere il nuovo, per quanto malvolentieri. Ammetteva che Ziggy si comportava in maniera irresponsabile, ma lei doveva capire che non era un sadico. Era sinceramente convinto che i nostri genitori ci avessero allevato ammannendoci nient’altro che bugie, e che ci fosse un solo modo di liberare un bambino: fargli disimparare tutto ciò che gli era stato insegnato. E così guidarlo, per dirla con Ziggy, verso uno stato di grazia. Mortimer doveva peraltro convenire che il risultato era disgustoso, e a malincuore si preparò a dire a Ziggy che doveva andarsene."

Irriverente, irrispettoso, perfido, intelligente - questo è il tipo di libro che vorrei poter leggere senza soluzione di continuità, ma naturalmente non si può, perché libri simili sono rari come quintupli arcobaleni aggrovigliati.

A questo proposito, devo aggiungere di aver trovato altrettanto bello e divertente – anche se molto più tranquillo e convenzionale – il libro che lo stesso autore pubblicò subito dopo, intitolato Le meraviglie di St Urbain Street

Voto: 8


Ma non vi sto dicendo di scegliere fra i due: il mio consiglio è un bell’ambo natalizio.
Parola di Scriba.



venerdì 4 dicembre 2015

Lo chiameranno “Post Prosciuttismo Genuflesso”?

POLITICALLY VAFFA

«Un adoratore del fuoco potrebbe sostenere che la
presenza di estintori nel museo reca offesa al suo dio.»

(Robert Hughes, La cultura del piagnisteo)

Nella questione afro-mediorientale, il punto non è soltanto “chi sta facendo cosa a chi” su un piano militare ed economico.
Perché su questo piano sarebbe fin troppo facile dire che gran parte della colpa è dell’avidità, della miopia strategica e umanitaria, e della cupidigia predatoria e guerrafondaia di tanti occidentali grugnomuniti. 
Il punto è anche, su un piano cultural-esistenziale, l’inaccettabile e catastrofica autocensura che i più stolti e in malafede fra noi vorrebbero imporci a causa dell’abbaglio aberrante di scambiare per “sensibilità” la suscettibilità violenta e la minacciosa e ricattatoria prepotenza, e per “rispetto” la più belante sottomissione a regole, costumi, superstizioni o fisime altrui.
È un ultraperverso effetto coda di paglia: siccome l’Occidente continua a trionfare laddove ha (non sempre ma quasi sempre) TORTO, eccolo franare in assurdi e paurosi cedimenti e calate di braghe proprio laddove ha (non sempre ma quasi sempre) RAGIONE! 
(E non perché siamo migliori congenitamente, ma perché siamo reduci da secolari battaglie, pagate con la vita da Uomini come Giordano Bruno.)
E così, invece di rinnegare la violenza e la guerra (che fanno impennare titoli in Borsa, e incrementano i posti di lavhorror schiavistico e i patriottici Pil) rinneghiamo l’Arte, l’Illuminismo e la Libertà d’Espressione (cose di cui sembra non fregare più niente a nessuno).

Ho letto di una delirante decisione editorial-oxfordiana di eliminare da ogni testo scolastico non solo la parola “maiale”, ma anche qualsiasi riferimento a derivati alimentari tipo “salame” o “prosciutto”, per non OFFENDERE (?!?!) codeste persone così facilmente offendibili.
È già un delirio così, ma per comprendere più a fondo quanto sia delirio, proviamo per un attimo a immaginare cosa ne sarebbe dei nostri libri, delle nostre scuole, dei nostri vocabolari, dei nostri futuri pensieri, se la loro simpatica religione li volesse (e quindi CI volesse!) VEGANI: via, per legge, da ogni libro di ogni parte del mondo, anche tutti i derivati della parole “latte”, “formaggio”, “burro”, “uova”, e chi più ne ha più, per favore, continui a scriverle?
Davvero vogliamo un mondo così cretino? Io per fortuna sono quasi vecchio, ma a ‘sto punto cosa dovrei fare, aver paura di lasciare in eredità alle nipotine la mia piccola biblioteca, perché la sola presenza del titolo “Panino al prosciutto” di Bukowski potrebbe un giorno farle finire in galera, o attirare su di loro riprovazione, punizioni, frustate, o addirittura lapidazioni, perché offende qualche stronzo permaloso razzista, così subdolo da additare come “cattivo” chi scrive “prosciutto”? 

Comunque la si pensi, come si potrebbe, davanti a notizie simili, NON far partire un bel vaffanculo? 
Da estendere a quei mocciosi imbecilli col cervello rattrappito, a quei beceri intolleranti bulletti, scarsocefali e somari, (i nuovi bacchettoni, i nuovi ottusi conformisti) che in certe università americane allo sbando pretendono di uccidere capolavori della Letteratura applicandovi il loro (fascistissimo!) bollino rosso-brufolo, e che di continuo chiedono (e spesso ottengono) l’allontanamento dei professori più intelligenti e meno pecoroni.
Concessioni e restrizioni sul Linguaggio? Ma il Linguaggio è tutto! Il Linguaggio è DNA delle menti e delle anime! Abolire per legge anche una sola Parola è come decidere dall’oggi al domani che è proibito avere il gruppo sanguigno A positivo, perché ritenuto peccaminoso da qualche antica mitologia. 
Sappiamo tutti che nel mondo esistono bulli criminali capaci di accoltellare a morte una persona per colpa (col pretesto) DI UNO SGUARDO di troppo. Ma questo non significa, non significherà mai, che uno sguardo possa essere così “offensivo” da giustificare il coltello. Ecco, l’imbecillità politically correct è simile a quella di chi dicesse che bisogna proibire per legge di guardare la gente negli occhi, onde evitare che qualcuno si offenda e metta mano al coltello.
Se intelligenza e libertà d’espressione muoiono ovunque per opposte ma convergenti concezioni di censura (qui aggressivo-religioide, là cagasotto-politicoide) personalmente non me ne fregherà un fico secco di chi vincerà la guerra per dominare il mondo: perché sarà comunque un misero squallido mondiciattolo immeritevole di essere abitato da spiriti liberi e persone autopensanti.

Segnalo, per concludere, uno dei libri più intelligenti mai scritti in favore della Libertà d’Espressione: un saggio che sa riservare eguali, portentose pernacchie sia all’idiozia politicamente corretta sia all’opposta (ma intellettualmente uguale) imbecillità censoria dei bigotti nonpensanti: “La cultura del piagnisteo”, di Robert Hughes. È del 1993 (’94 l’edizione italiana), ma è più attuale che mai. Urgentissimamente attuale.