Un Corradino tira l'altro... E l'appetito vien leggendo!

Un Corradino tira l'altro... E l'appetito vien leggendo!
«Pezzoli evolution... tre libri per un solo grande, toccante e indimenticabile romanzo di formazione.»
"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"
SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

giovedì 16 marzo 2017

MANIFESTO (personalissimo!) ANTI COPROFAGIA LETTERARIA

I CANI MORTI 
NON CAGANO
MA A QUANTO PARE 
SCRIVONO

Soggetti (e stili) da scegliere per essere certi che NON sarò un lettore di quel libro:

1 indagini del duecentomiliardesimo commissario del put;

2 amori adolescenziali di Piercazzillo e Mariavulvetta, scritti in telefonese cerebrolesso;

3 operai innamorati della fabbrica che sta chiudendo perché cancerogena e assassina [gli scrittori italiani non vogliono che le fabbriche cancerogene e assassine chiudano, perché incredibilmente convinti che tenerle aperte sia “di sinistra”, oltre che romantico da morire];

4 storie di giovani segretarie in fregola che s’invaghiscono, ricambiatissime, del capo milionario e sposato, scritte in gossippese rosa pallido (color pelle di natica);

5 rutti intellettualoidi talmente politicizzati che invece del libro facevano prima a vendere una busta con dentro una scheda elettorale già scrocettata;

6 sbrodolate di banal saggezza cosmica e spiegazioncine su cosa sia il vero amore (con massime da cioccolatino rancido e scaduto), di autori che dovrebbero avere almeno il coraggio autoironico di definirsi furbacchioni, paraculi e impostori;

7 furbe situazioni modajole (matrimoni di campionesse olimpiche, comunioni di baby rockstar, top model che fanno la cresima, feste da sballo con “genòria” ricca e famosa che assume cocaina pure dalle orecchie…)

8 stucchevoli e arzigogolate baroccherie accademiche e prolissi virtuosismi sul Nulla, come se l’autore giocasse a nascondino e ogni tanto mollasse una scorreggia profumata come indizio;

9 ogni cosa scritta coi piedi con la scusa di farla sembrare “più vera”;

10 stronzatine di “comici” più o meno televisivi, incapaci di divertire il loro stesso cane;

11 sagajoli del (poco) fantasy copia, frulla & incolla: un trancio di guerre stellari, due tranci di signore degli anelli, un nome esotico per il nuovo eroe fighetto e via che si va [al cesso];

12 in generale, ogni scrittura insulsa, debole, sciatta, mediocre, superflua, senza sugo, ruffianamente spacciata per “raffinata” (insomma ogni libro che avrebbe potuto rinfocolare l’invettiva bukowskiana “altri sbadigli e merda di cane morto sulla povera anima già in frantumi”)

L'effetto che mi fanno è più o meno questo:



giovedì 9 marzo 2017

Anche i bancari scrivono racconti


Ho trovato un tesoro in cantina: una grande busta piena di racconti brevi scritti “di nascosto” da mio padre tanti anni fa, e ambientati nella sua infanzia, fra gli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso. Fra i miei preferiti ce n’è uno molto breve. Ve lo propongo qui, solo leggermente “rieditato” da me…

IL PINCÌN 

di Pierluigi Pezzoli


Sotto la pressione dei gialli, i verdi abbandonavano la prima linea di difesa e ripiegavano disordinatamente per attestarsi sulla seconda. La pallina di legno che fungeva da artiglieria picchiava e picchiava, staccando anche qualche testa ai soldatini di cartapesta.
Ma ecco che d’improvviso su attaccanti e difensori si scatenò la furia micidiale di un tornado.
In ginocchio, chino sui miei soldatini e totalmente preso dal gioco, non avevo visto irrompere il Pincìn, e le sue grosse scarpe chiodate stavano facendo strage di tutto. Impotente, e con gli occhi rigati di lacrime, guardavo da sotto in su quell’uomo con tutto l’odio di cui ero capace. Quello, preso com’era dai suoi argomenti – piombato in casa senza un saluto, era subito partito a magnificare le grazie della mucca che intendeva rifilare a mio padre e a mio zio – non s’era accorto di nulla, e del resto dubito che i giochi di un bambino potessero aver a che vedere seppure da lontano con la sfera dei suoi interessi.
Le donne si erano ritirate nell’attigua veranda – la loro seconda linea – e di lì, sferruzzando, osservavano con curiosità l’energumeno che, paonazzo in volto, parlava con foga e ora avanzava ora indietreggiava, sempre facendo scempio dei miei poveri soldati.
Il Pincìn portava intorno al collo color terracotta un fazzoletto candido, segno distintivo dei commercianti di bestiame. Il cappello, rovesciato all’indietro, lasciava intravvedere la calvizie.
Erano le sei del pomeriggio di una domenica d’inverno, e il nostro doveva esser reduce da abbondanti libagioni nelle osterie del circondario, perché all’offerta di un bicchiere rifiutò con gesto perentorio. 
Manifestò invece gradimento per un caffè, che gli fu presto preparato e servito, dopodiché, con grande meraviglia, lo vidi versare poco alla volta il liquido nero e bollente dalla tazzina al piattino, e sorbirlo da questo con gran risucchio. 
Per bere aveva almeno dovuto fermare i dannati piedi, e io ne approfittai per raccattare e porre in salvo quel poco che restava delle mie armate.
Quando dio volle se ne uscì com’era entrato, cioè senza salutare. Era riuscito ad appiopparci la mucca e s’era già messo in tasca la caparra.
Mestamente, raccolsi i miei giochi in una cassetta che sapeva tanto di urna funeraria, giurando vendetta al Pincìn e a tutti quelli della sua stirpe.


mercoledì 1 marzo 2017

Silvano Agosti: pane al pane, schiavismo allo schiavismo.


CON LE CATENE
ERA PIÙ LEALE!



Altre due parole mie sull’argomento:

DANNARO E LAVHORROR: TUTTO QUI?

Mi piacevano tanto le parole di quel tale Gesù (un Extraterrestre, probabilmente) quando evocava i gigli del campo e gli uccelli del cielo.
Mi piaceva il rafforzativo che vi aggiungeva George Clooney in un famoso film: 
«Considerate i gigli del campo, puttana ladra!»
E invece il signor papa (uno dei migliori di sempre, tra l’altro) se ne viene fuori bello bello con la sconcertante osservazione “Senza lavoro, la tentazione del suicidio”.
Certo, nel nostro sistema farsi sfruttare per soldi è un male necessario.
Ma perché idealizzarlo da un pulpito “spirituale”?
Perché avallare la satanica equazione posto fisso uguale Felicità?
Secondo lui nelle tribù che vivono di caccia e pesca i ragazzi si suicidano perché preferirebbero un turno di notte all’altoforno?
In principio erano le Catene?
E Dio creò lo schiavo?
Servo e Serva, li creò?


giovedì 16 febbraio 2017

Salinger vs. Salinger: IL GIOVANE HOLDEN – confronto fra due traduzioni.



Ero curioso di leggere la nuova traduzione in Italiano del mitico The Catcher in the rye di J. D. Salinger. E adesso che finalmente ho trovato il tempo di farlo, non riesco a esimermi dal dire la mia. (Che come sempre sarà un molesto, molestissimo parere)
Avverto subito che quest’analisi non ha nessuna pretesa di scientificità, di pertinenza linguistica né di impeccabile rigore filologico-esegetico. Essa si basa sul raffronto di brandelli di testo da me arbitrariamente considerati significativi, ed è motivata da null’altro che dai miei semplici e personali gusti di lettore, convinto che un traduttore abbia il diritto di prendersi delle libertà e delle licenze, qualora esse si rivelino intelligenti e migliorative, e che ciò che davvero conta, alla fine (proprio come avveniva al liceo con le versioni dal latino) non sia (entro certi limiti, è ovvio) una fedele esattezza, ma una efficace e brillante resa nella lingua “d’arrivo”.

1 Naturalmente, l’incipit.

Devo confessare che partivo un po’ prevenuto contro la vecchia traduzione di Adriana Motti (da molti considerata troppo “edulcorata” e superata dai tempi) e a favore di quella nuova di Matteo Colombo. E invece, da subito, una sorpresa: nelle primissime righe è la traduzione storica (voto 8½) a surclassare quella più recente (voto 6+), non fosse altro che per il raffronto tra “la mia infanzia schifa” (un’invenzione dalla formidabile potenza espressiva) e “la mia schifosa infanzia” (che sarà anche più attuale o più fedele al testo d’origine, ma appare imperdonabilmente moscia). Non solo, ma pur essendo io un noto cultore del “parlare sporco”, trovo anche che “baggianate alla David Copperfield” fosse molto ma molto più azzeccato di “stronzate alla David Copperfield”: qui, o si trovava il coraggio di usare “cagate”, oppure “baggianate” era già perfetto, perché meno banale. Insomma, mi è venuto subito da dire: se “rinfrescare” la traduzione significava questo, tanto valeva non rinfrescarla per niente.

2 Il becchino e la scorreggia

Uno dei miei brani preferiti: la “lezione di vita” impartita agli studenti da un becchino bigotto nella cappella della scuola, e la tremenda scorreggia di Edgar Marsalla che per poco non fa saltare il tetto. Una scena esilarante, ma che contiene magagne in entrambe le versioni. La Motti la rovina coi troppi “eccetera eccetera” (molto meglio la soluzione “e via dicendo” di Colombo) e soprattutto con quell’antiquato “portare la macchina” al posto di “guidare”. Ma il Colombo depotenzia e appiattisce quasi tutte le frasi spassose. Per esempio, l’ottima intuizione della Motti “Mi par di vederlo, quel bastardo d’un pallone gonfiato, che ingrana la prima e chiede a Gesù di mandargli un altro po’ di salme”, viene resa con uno sgraziato e incolore “Me lo vedo, quel bastardo ipocrita, mentre ingrana la prima e intanto chiede a Gesù di farne secco qualcun altro”. Qui, nel complesso, darei un 8- alla Motti e un 7- a Colombo.

3 Molestie sessuali?

Un brano dove Salinger mi aveva molto colpito (stavolta in negativo) e che non vedevo l’ora di vedere ritradotto, era quello in cui il protagonista scambia la tenera carezza fra i capelli di un brillo professor Antolini per una grave molestia sessuale, e se ne esce poi a vomitare insulti su “dannati pederasti”, “storie di invertiti” e sul prendersi “passaggi da finocchio”. Come avrebbe maneggiato, il nuovo traduttore, questo indispettito sproloquio omofobo? Avrebbe saputo attualizzarlo con un coraggioso uso di "froci", “ricchioni”, “culattoni” e quant'altro? Vediamo: un blando e neutro “pervertiti”, un neutro e blando “situazioni da pervertiti” e un insipido e banalissimo “provando con me come un finocchio”. Qui sembra addirittura di aver fatto un salto indietro nel tempo: la tanto attuale e coraggiosa nuova traduzione sembra voler eludere l’argomento, sfiorarlo con evidente imbarazzo, come se fossimo ancora negli anni Cinquanta. Voti: 7½ alla Motti e 5- a Colombo.

4 Progetti di fuga

E veniamo alla parte che considero più bella e commovente in assoluto: quando Holden fantastica di fuggire lontano da tutto e da tutti, di fingersi sordomuto per essere lasciato in pace, e di tenere nascosti al mondo eventuali figli. Limitiamoci inizialmente a un secco raffronto senza commenti:
Motti: “Pensai che potevo trovar lavoro in qualche stazione di rifornimento a mettere benzina e olio nelle macchine… Quello che dovevo fare, pensai, era far finta d’essere sordomuto. Così mi sarei risparmiato tutte quelle maledette chiacchiere idiote e senza sugo. Se qualcuno voleva dirmi qualche cosa, doveva scrivermelo su un pezzo di carta e ficcarmelo sotto il naso… Tutti avrebbero pensato che ero un povero bastardo d’un sordomuto e mi avrebbero lasciato in pace… Se avessimo avuto dei figli li avremmo nascosti in qualche posto. Potevamo comprargli un sacco di libri e insegnargli a leggere e a scrivere.”
Colombo: “Magari potevo trovare lavoro in qualche stazione di servizio, a mettere la benzina e l’olio nelle macchine… Ho pensato che potevo fingermi sordomuto. Così mi risparmiavo tutte le chiacchiere stupide e inutili. Se qualcuno voleva dirmi qualcosa doveva scriverlo su un foglio e piazzarmelo davanti… Tutti avrebbero pensato che ero solo un poveraccio sordomuto e mi avrebbero lasciato in pace… Avessimo avuto dei figli, li avremmo nascosti da qualche parte. Potevamo comprargli un sacco di libri e insegnargli a leggere e scrivere noi.”
Be’, Colombo spero mi perdonerà, ma qui la sola “rinfrescata” (nemmeno poi così indispensabile) mi par di vederla in quella stazione di rifornimento che diventa di servizio. Per il resto, continuo a trovare la vecchia versione emozionante e grandiosa (voto 10), e la nuova moscia, piatta e senza sugo (voto 4½). Non a caso, le chiacchiere “idiote e senza sugo” sono diventate “stupide e inutili”: l’idea è quella di un avvilente impoverimento (“piazzarmelo davanti” non gli lega neanche i lacci, a “ficcarmelo sotto il naso”!), mentre quel pusillanime “poveraccio sordomuto” al posto di “povero bastardo d’un sordomuto” puzza addirittura di politically correct.  Rilevo anche una grave sciatteria: “pezzo di carta” potrebbe diventare “foglietto” (anche se pezzo di carta è perfetto) ma giammai “foglio”. Il lettore deve immaginarsi un bigliettino, non una lettera formato A4!

5 Vaffanculo? Naaaa

Un altro episodio memorabile, ma anche questo in negativo, è quando Holden si straccia le vesti per una stupida parolaccia scritta sul muro di una scuola (vorrebbe addirittura “ammazzare” chi l’ha scritta!), facendo seguire rozze ipotesi da borghesuccio conformista sul presunto colpevole. Chissà perché, incolpa, assurdamente, un “vagabondo” (?!?), e non un ragazzino brufoloso come lui che a parolacce mica scherza.
“Qualche vagabondo pervertito che era sgattaiolato nella scuola la sera tardi per orinare o chi sa che” (Motti)
“Qualche vagabondo pervertito che era entrato a scuola di notte per fare la pipì o non so cosa” (Colombo)
“Entrare” , “far pipì” e “non so cosa” al posto di “sgattaiolare”, “orinare” e “chi sa che”: valeva la pena ritradurre un Romanzo per questo? Ma il punto è un altro. Il punto è la scelta, abbastanza infelice in ambo le versioni, della “parolaccia incriminata”. Chi ha una pur vaga dimestichezza col turpiloquio anglosassone può facilmente immaginare che si trattasse di un banalissimo FUCK. E ci sono andato vicino: il mio ottimo consulente linguistico, un altro Colombo (Mauro), laureato in Lingue con tesi sulla Letteratura Americana, mi informa che era FUCK YOU. La Motti (voto 7 di stima per via dei tempi in cui operava) opta per suggerire un timido “ca…” (ca seguito da puntini puntini). Colombo (voto 5) non può farlo, dal momento che “cazzo” è adesso spesso sulla bocca proprio del protagonista (quel “goddamn” che per la Motti diventava “dannazione” et similia). A mio parere il nuovo traduttore avrebbe avuto due ottime soluzioni a portata di mano: lasciare il Fuck You, in un’epoca in cui l’inglese lo masticano tutti, oppure, volendo proprio italianizzare in modo realistico, metterci un SUCA, che su molti nostri muri la fa da padrone. (O ancora, per una volta, come mi suggerisce Mauro, ripiegare sulla mera traduzione letterale: “Fottiti”). Invece sceglie uno sconcertante “vaffanculo” (che in vita mia ho sentito pronunciare a voce milioni di volte, ma scritto sui muri l’ho visto zero volte, forse perché troppo lungo), che rappresenta anche un palese errore concettuale. Perché lo dico? Perché subito dopo il nostro Holden, in versione puritan-fascistella, si pone il problema della curiosità dei bambini innocenti riguardo l’orribile parolaccia. Ma una cosa è scandalizzare un bambino con la spiegazione di “cazzo”, di “fottersi” o di “sucare”, e ben altra maneggiare l’ormai neutro e sbiadito “vaffanculo”, usato in automatico da chiunque come sinonimo leggermente più volgare di “vaffanbagno” o di “vai a quel paese”, senza mai pensare alla “sodomia” del significato letterale.

Media voti
Traduzione Motti: 8,15 (splendida era e splendida rimane, con tutta la sua patina retró)
Traduzione Colombo: 5,45 (non rovinosa, tutt’altro, ma deludentina e superflua)

La mia impressione finale, al di là del giochino dei voti e con tutto il rispetto per il più che dignitoso lavoro di Colombo, è che, malgrado alcuni singoli passi siano stati davvero migliorati, se io oggi volessi regalare questo Romanzo a qualcuno a cui voglio bene (per esempio una mia nipotina) vorrei accertarmi di potermi ancora procurare… la traduzione vecchia. Perché nella nuova il Romanzo mi appare appiattito, sciapo, depotenziato, quasi disinnescato: si abbassa di livello stilistico-espressivo e perde quasi tutto il suo smalto, quasi tutta la sua magia. 
Per me è stato come veder prendere un antico affresco dagli stupendi colori per restaurarlo… in bianco e nero.
Ma a quanto pare i dati di vendita stanno dando ragione a chi ha voluto la versione nuova.
Quindi, come al solito, che parli a fare Nick?

Chissà, forse l’errore sta nel metodo: forse certi classici moderni non andrebbero ritradotti, ma semplicemente affidati alla revisione di un editor o di un bravo scrittore, innamorato di quel testo, che con mano più leggera e rispettosa possibile si limitasse ad aggiornare gli stilemi più obsoleti o a correggere gli errori più pacchiani (per esempio, nell’episodio della scorreggia di Marsalla bastava mettere “guidare” al posto di “portare la macchina”, e nel primo capitolo rimediare all’ingenua assurdità, molto ricorrente nel secolo scorso, di trasformare il “football” in “rugby”).
Mi viene in mente a questo proposito uno dei miei Romanzi preferiti, “Fiaba a New York” di J.P. Donleavy: quel bel Romanzo non avrebbe necessità di nessuna ritraduzione, ma bisognerebbe che qualcuno sostituisse d’urgenza tutti quei penosissimi e ridicoli “sapristi” (sapristi!!) messi al posto di ogni singola esclamazione colorita.

p.s. Per onestà, e senso di giustizia, mi preme segnalare un guizzo di genialità di Matteo Colombo al di fuori dei pezzi esaminati, laddove, per rendere uno strafalcione infantile nel capitolo 25, in cui si parla di mummie, Adriana Motti ci dava in pasto un insipido (e improbabile) “combe” al posto di “tombe”, mentre il nuovo traduttore ci delizia con un gustoso (e carinissimo) “pigiamidi” al posto di “piramidi”. Onore al merito, anche se il mio giudizio complessivo non cambia.

Direi che ho detto tutto.
Voi che ne pensate?


mercoledì 8 febbraio 2017

Cari populisti patriottardi: se i “Buoni” per voi sono quelli che vi promettono catene e velenose fabbriche, o vi manderanno di nuovo a crepare al fronte, allora meritate di morire schiavi!



Stiamo attentissimi: 
per dare il via al delirio dell’Olocausto e della Seconda Guerra Mondiale bastò convincere il popolino bue che la colpa della crisi economica era tutta degli ebrei. Adesso stanno convincendo il popolino bue che è tutta colpa delle “arroganti élites liberali”, che vogliono imporre austerità invece di permettere a chiunque di comprare mutande griffate per il cocker, la minimoto al criceto e lo smerdofono anche al gatto. Ormai questa idiozia delle “arroganti élites liberali” è diventata un monolite non scomponibile: fra un po’ scriveranno “arrogantiélitesliberali”, tutto attaccato. 

E così nell’attuale scenario a proporsi come i Veri Buoni, i veri Paladini del popolo oppresso sono, per assurdo, non i socialdemocratici o i liberali di sinistra, non chi come Obama propugnava l’eresia di fornire cure mediche anche ai poveri, ma proprio i populo-fascisti come trumP, come putiN e come Le Caz (o come pene si chiama). Perché? Ad esempio perché stanzieranno vagonate di (non arroganti) soldi pubblici per dare il via a faraoniche opere di (non arrogante) lavhorror schiavistico (magari per costruire muri: non c’è come l’idea sanguinosa di “patriA” per affascinare ogni ottuso bifolco – e lo dico con tutta l’arroganza elitaria possibile). E pazienza se il loro comune grande impaccio è la Nato, un “obsoleto” Patto che PER ORA gli impedisce di riportare guerra, bombardamenti e devastazioni nel cuore dell’Europa, onde dare un bello scrollone rivitalizzante alla (non arrogante) industria bellica e quindi alla tanto amata Crescita Dei Miei Co****** (a proposito: chi crede che il buon putiN si accontenterà di rimettere in ginocchio Ucraina, Estonia, Lettonia e Lituania è pregato di riaccendere il cervello, se ce l’ha – ve li ricordate, pochi mesi fa, gli aerei da guerra russi ricacciati indietro dalle coste settentrionali dell’intero Continente?). 

Intanto, la metà imbecille degli inglesi ha preso il sopravvento sull’altra metà, e torna a sognare il perduto Impero, mentre in ogni latrina del Continente c’è un incontinente autarchico rionale che sogna di battere moneta in proprio, salvo poi il giorno dopo, se vorrà aver di che mangiare, mandare a battere... la zia.

Purtroppo, a sostenere certe inaccettabili corbellerie filoputine e filotrampaiole sono in moltissimi, anche alle nostre latitudini. (Ma ai leccapiedi finanziari di putiN va detto chiaro adesso: un giorno la Storia vi giudicherà persino più severamente di quanto non abbia giudicato chi leccò i piedi a hitleR).
Proprio come ottant’anni fa, sembra che l’intelligenza sia di nuovo vista come una grave malattia. 
Di cui noi “arroganti” siamo portatori insani. 
Possiamo quindi solo sperare in una provvidenziale, improvvisa (e del tutto improbabile) EPIDEMIA di questa nuova vecchia malattia: l’intelligenza (prima che scoprano il vaccino!!) 
Altrimenti saranno cazzi. Armati.

(Scusate se faccio la Cassandra. Ma qualcuno certe cose le deve pur dire. L’ironia è che tocchi farlo a me che sono un artista e un umorista.)


sabato 28 gennaio 2017

OTTO ERESIE DELLA MERLA, A RUOTA LIBERA

1 REGÀLATI UN INCUBO!
La sfacciata propaganda filotecnologica che furoreggia sui giornali mi sembra persino più odiosa della propaganda dei regimi totalitari del secolo scorso. Mai una critica. Mai una perplessità. Mai un commento spiritoso. Tutti lì compatti a chiamare “sogno che si avvera” il più stupido incubo, tipo mettersi a parlare a voce alta con un cazzo di maggiordomo di plastica per chiedergli se è il caso di uscire con l’ombrello… 
Piuttosto mi compro un merlo indiano e gli insegno quattro saracche belle colorite, che almeno mi tira su il morale.


2 LA PERICOLOSA SETTA DELLA PANTOFOLA
C’è gente che entra al supermercato col cappuccio ben calato sulla testa, come se dovesse fare una rapina, o temesse un’improvvisa grandinata d’intelligenza. Gente che sfoggia tenute militareggianti e mimetiche chiazzate come se si apprestasse a smitragliare i barattoli di pomodoro concentrato. Gente (s)vestita in modi che se osasse presentarsi così sul set di un film porno il regista griderebbe “Còprete!” Gente con puzzolenti anfibi da mezza tonnellata d’estate e ombelichi da cui escono stalagmiti di ghiaccio d’inverno.
Ma certi bovinazzi delator/conformisti che fotografano clienti per “denunciarli” sui social, e certi direttori di negozio che di conseguenza decidono l’allontanamento di persone per il loro modo di abbigliarsi, non se la prendono con gente così, ma con chi indossa… pigiama, vestaglia e pantofole. Che sarà pure bizzarro, ma come minacciosità e fastidiosità mi pare uguale, o inferiore, a zero.
Dopo aver letto ‘sta cosa, è venuta voglia di uscire in vestaglia pure a me, come il meraviglioso Lebowski. 
Spegnessero quei cazzo di stronzi telefonuzzi-spia, e riaccendessero i cervelli!! (Se ce li hanno ancora…)


3 PAROLE MAGICHE
La gratificazione orale è sottovalutata!!!! Ci sarà un motivo se in Sanscrito la Parola per indicare “felicità”, “gioia”, “beatitudine”, “piacere” è… SUKHA! 
Tornando seri, ho cercato in un glossario Sanscrito un’idea che mi potesse rappresentare, che potesse essere il mio marchio e la mia Parola magica, e ho trovato ASAKTA (“distaccato”, “libero”).
Mi ha fatto pensare a una nostra bellissima e bistrattata Parola, SCAPESTRATO (nel suo significato letterale di libero dal giogo).
E come immagine? Ho scelto un gabbiano in un Mare di luce.


4 SENZA PIÙ TREGUA
Un’intera pagina di giornale per celebrare il maratoneta 85enne che “per tenersi in forma spala la neve” e insegue record su record, senza nemmeno una riga per insinuare il dubbio che possa trattarsi di un malato di mente. Subito sotto, la solita “onesta” ricerca che contesta il “mito” della vecchiaia serena e della tranquillità psicofisica: «Anche fatica e stress possono generare effetti positivi». Massì, via quei libri, quei cruciverba e quelle carte da gioco! Mandiamoli a lavorare all’altoforno, così potranno permettersi più viagra. Poveri nonni, che vi stiamo facendo?
Il messaggio finale dell’irresponsabile pagina è: 
«Tutti in pista!»
E i defibrillatori, ce li mettete voi?


5 CARTADACULO
C’è gente che uccide il pianeta cambiando smerdofono ogni tre settimane, scorrazzando con camere a gas turbodiesel revisionate male (o mai), riscaldando la casa a 26 gradi d’inverno e raffreddandola a 18 d’estate… Ma quando vogliono mettersi a fare gli ecologisti se la prendono con LA CARTA. (Riferendosi preferibilmente a quella dei Libri, mica quella dei depliant pubblicitari della loro dittarella con cui intasano le cassette della posta, o del loro partito politico, con cui intasano la mjnkhya). 
La carta igienica, vi dovrebbero togliere, e obbligarvi a pulirvi col tablet.



6 QUANDO È MEGLIO NON CAPIRE
Non avrei mai creduto di poter rivalutare così tanto l’analfabetismo. Per esempio mi fa un gran piacere se la pubblicità a bordocampo nella partita di calcio che sto guardando è in cinese: è molto decorativa, e mi permette di non sorbirmi le cazzate commerciali che veicola. 
E allora sarebbe bello, per autodifensiva magia, poter entrare in modalità analfabeta a comando, on/off: decrittare soltanto testi intelligenti, interessanti o divertenti, e percepire null’altro che forme e colori in presenza di minchiate che mi ferirebbero il cervello.
Scrivi un nuovo meraviglioso romanzo? E io me lo compro e me lo godo.
Mi ordini di scaricare l’app che fa l’oroscopo al mio pene? E io vedo soltanto quadratini gialli e blu… Così non dovrò neanche sprecar tempo e neuroni per mandarti mentalmente… dove meriti.


7 NOTIZIE COMPARATE
Leggo che lo splendido essere chiamato ghepardo è in via d’estinzione: poco più di settemila esemplari allo stato selvaggio. Volto pagina, e apprendo che invece lo stupido homo pantegana è così numeroso che se ne sono riuniti dodicimila esemplari solo attorno a un’insulsa e viziata gallinella messicana per la fastosa festa del suo quindicesimo compleanno, dove c’è pure scappato il morto (ma per sbaglio). Così, quando alla pagina successiva m’imbatto in un pisquano che frigna per il “dramma della denatalità”, mi viene da dare per scontato che stia di nuovo parlando di ghepardi. Invece no. Che ci crediate o no, sta parlando della denatalità dell’homo pantegana, ormai alle soglie degli otto miliardi, che se per pura sfiga si mettono a scorreggiare all’unisono salta per aria il sistema solare.


8 ROMANZI IN ARRIVO
Non offendetevi se fra voi c’è qualcuno che, in buona fede o semplicemente per mostrarsi interessato alla mia vita, me l’ha chiesto, ma una delle domande più stupide e irritanti che si possano porre a uno scrittore è “Quanto ci impieghi a scrivere un romanzo?”. Come se i libri fossero tutti uguali, e noi delle cazzo di macchinette imbrattacarta. Ci sono romanzi che mi hanno richiesto un anno o molto meno (ma non stiamo parlando di un lavoro continuativo e regolare, quindi come diavolo fai a quantificarlo?) altri che hanno subito aggiustamenti, revisioni e nuove stesure nel corso di due, tre, quattro anni (come quando dimezzai senza pietà, e riorganizzai, “gémenteseflentes” per farlo diventare “Il taccuino rosso di Wolfsburg”, cioè “Quattro soli a motore”). E poi ci sono testi-monstre come quello basato sul diario che ho tenuto negli ultimi tre mesi e mezzo di vita della mia dolce mamma: sono quasi quattordici anni che ci ritorno sopra, per portarlo dal migliaio di pagine iniziali alle circa quattrocento di oggi, e ancora non saprei dire se sia “pronto”. Ma quando sarà pronto vi stritolerà il cuore.









venerdì 27 gennaio 2017

Racconto per la Giornata della Memoria

HYPNOTIZED

L’esperimento di ipnosi dice che nella precedente vita fui condotto dai tedeschi in un lager in Polonia, dentro un carro bestiame. 
L’esperimento di ipnosi dice che non fui deportato dall’Italia, ma dalla Danimarca. L’esperimento di ipnosi non dice se tutto questo mi successe in quanto ebreo, deviato sessuale o artista scomodo (magari tutti e tre). L’esperimento di ipnosi dice che le persone attorno a me morivano già sul treno, per la fame o la sete o le percosse ricevute. L’esperimento di ipnosi non dice se ero giovane o molto vecchio, e neppure se ero maschio o femmina. L’esperimento di ipnosi dice che il mio gruppo venne mandato subito alle docce. L’esperimento di ipnosi dice che appena vidi uscire il gas non cercai scampo urlando e calpestando gli altri. L’esperimento di ipnosi dice che mi precipitai deciso sotto il getto per inalarlo e farla finita. 
L’esperimento di ipnosi mi fa capire cose della mia personalità di adesso: la nostalgia per la Danimarca, dove non sono mai stato; l’istinto di andare sempre e comunque controcorrente; il forte disagio al pensiero di mettermi in viaggio; il preferire l’idea di una morte veloce a quella di un insostenibile, protratto e insensato dolore; e più di ogni altra cosa il mio odio per TUTTI i dittatori, i loro sgherri violenti, e le loro maledette teste foderate di piombo e piene zeppe di null’altro che feci di ratto. 
L’esperimento di ipnosi non riesce però a spiegarmi la cosa più importante: perché mai io abbia voluto/dovuto rinascere ancora sotto forma di essere umano, anziché di Sequoia, Aquila di Mare o Gru della Manciuria.


mercoledì 11 gennaio 2017

"ECCOMI"? NON CI SIAMO

(Lettura interrotta)
Voto: 8½
Voto: 9

Perdonami, Safran Foer, ma mi sono arenato prima di pagina cento.
Premetto che continuo a trovarti immensamente bravo: sai scolpire singole frasi e singoli paragrafi di così alto livello che, malgrado una lettura (per ora) abortita per tedio e per scoraggiamento, non potrei mai, anche sforzandomi di essere cattivo, darti un voto inferiore, diciamo, a 8-.
E però. Però. Non so come dirtelo.
Forse è stata colpa delle mie troppo alte aspettative, forse del fatto che in questo periodo scrivo così tanto da dover gustare la lettura a piccolissimi bocconi, il che con un libro dalle ambizioni di “romanzo totale” che sfiora le 700 pagine e i 700 personaggi di certo non aiuta. Mi sono arenato dopo un centinaio (anche se mi riprometto, prima o poi, di continuare), e devo dire di essere alquanto perplesso.
L’impressione è stata quella di trovarmi davanti all’inconsapevole, inevitabile catastrofe di moltissimi superautori-supersecchioni contemporanei: la creatività sabotata, ingolfata dalla troppa erudizione, dalla troppa consapevolezza di bravura stilistica, sapienza teorica e spavalderia “tecnica” (che scambia per virtù un irritante virtuosismo professorale, e per genialità scrittoria un pretenzioso ingegno logorroico, che spesso gira a vuoto come il motore di una Porsche su stradine di montagna).
Forse avevi solo bisogno di un editor un po’ cazzuto (e “forbiciuto”)?
Certo, lo so, il problema sono anche io, cioè il mio essere lettore al tempo stesso esigentissimo e rozzo, appassionato e impaziente: già m’indispettisce quando un autore, dopo essere partito con capitoli brevi e della stessa lunghezza, sbarella via in un estenuante capitolone che non finisce mai, ma qui il quarto capitolo mi pare una vera Waterloo del romanziere!
Ti sarai accorto, mio buon Jonathan, che le pagine da 49 a 51 sono perfette, originali, intelligenti, divertenti, interessanti, piene di ritmo, e che chi le ha scritte è degno d’idolatria, ma che in quel capitolo esse sono precedute e seguite (e soffocate!) da spossanti, noiosissime, ritrite, interminabili elucubrazioni, sature di déjà vu maritomogliettistici e risapute menate analitiche psico-coniugali, e accumulazioni di orgasmi meno eccitanti di un bottiglione di valium? 
(Il solito, desolante spauracchio conformista del piacere diventato dovere: «E se non mi viene duro?» - e chi se ne frega!)
Da buon padre di Corradino, poi, non ho nulla contro i bambini che sembrano intelligenti come e più degli adulti. Anzi! Ma quando a pagina 92, agli albori dell’ennesimo megalo-dedalo-dialogo, un bimbo se ne viene fuori con la parola “epitome” (e qualcuno se ne compiace, dicendo «che bella parola!»), mi è venuta voglia di lanciare il libro dalla finestra.
Preferisco i bambini che dicono le parolacce.
Perdonami, collega (e perdonami anche se oso chiamarti collega!) ma poi, come ricostituente, mi sono letto i brevissimi, folgoranti racconti intarsiati da Agota Kristof (“La vendetta”). 
Opere d’Arte non intellettualoide, ambrosia per l’edonismo di menti selvagge e assetate d’emozioni come la mia. Piccoli gioielli del cervello e dell’anima. Testimoni del fatto che agli artisti si addice l’atelier, non la cattedra.
E poi, per saper sia leggere che scrivere,  mi sono sgoduriato "Mucho Mojo", del buon Joe R. Lansdale.


venerdì 30 dicembre 2016

ERMITAGE, MON MIRAGE



«NON ESCO PIÙ»

Il mio momento preferito delle feste invernali è, da lungo tempo, la notte di capodanno. Ma non nel senso che si potrebbe immaginare. Nel senso che a natale non sono ancora riuscito a sganciarmi dallo stress di usurate e usuranti consuetudini come i pranzi in famiglia più o meno allargata. 
[Anche se può capitare –com’è capitato quest’anno – che si riveli una magnifica giornata, grazie alla presenza inattesa di un giovane e intelligente ragazzo venuto da Oslo, con cui ho parlato fitto fitto e poi giocato molto, e chi mi ha fatto l’inattesa sorpresa di regalare ad altri dei pacchettini contenenti… “Mailand”! – perché ESSERE IL REGALO è un’emozione più grande del riceverne, e mi ha reso felice e orgoglioso.]
Mentre la notte di capodanno mi allontano da tutto, e chiudo fuori il delirio spetardante, riuscendo a godermi lettura e scrittura in santa pace, e il mio gatto (da tranquillizzare quando si scatenano quei cazzo di botti beoti). E soprattutto un bel paio di film. Rigorosamente in dvd, per non rischiare d’imbattermi in starnazzanti e beceri contdown piazzaioli neppure per inconsulto o involontario zapping.
Anche perché una credenza molto diffusa sostiene che quello che fai allo scoccare della mezzanotte di capodanno lo farai poi (almeno a livello emotivo) per tutto l’anno. E all’idea di dover passare l’anno nuovo immerso in una via di mezzo fra ressa di piazza e bovinazza rincoteca (e anche a ranghi più ridotti, da festa privata, la sostanza non cambierebbe) mi sa che finirei col chiedere subito… l’eutanasia.
Sono fatto così: per me il vero significato dell’odiosa parola “movida” è… no vida. E stare in mezzo alla folla solo un modo più scomodo di essere soli. (Scomodo? Diciamo pure estenuante).
Io non so se un eremita sia da considerare una persona cattiva. Se lo fosse, mi rassegnerò a venir considerato tale. Anche se in fondo al mio cuore non credo proprio di esserlo.
Naturalmente, io per “gente” non intendo i miei lettori e i miei amici, persone rare e preziosissime, e il “Non me ne frega niente della gente” della canzone non lo intendo certo riferito alle (tante) persone che porto dentro il mio cuore. 
Ma le persone a cui voglio bene, fra l’altro, stanno (quasi) tutte molto distanti. E quando non ci sono i chilometri, ci sono io, a essere “il Distante”.
E allora vi bacerò e abbraccerò, come sempre, scrivendo per voi.


giovedì 22 dicembre 2016

STRANA E BANALE ISPIRAZIONE MATTUTINA, COME A TROVARE I MOTIVI PER CONTINUARE UN ALTRO PO’


Guardare un pettirosso, camminare come se mi fossi perso, parlare di libri con Paolo Zardi, essere l’acqua del lago o del mare, scrivere, accarezzare un gatto (e quando esce, sperare che il pettirosso sia già volato via), guidare sotto la pioggia ascoltando i Depeche Mode, scrivere, intenerirsi per un nonnulla, essere la pioggia, scrivere, sognare la mamma quand’ero piccolo, leggere un libro così bello che poi baci la copertina, ricordare e rivivere come fossero adesso le mattine di Natale da bambino, scrivere, preparare le valige per il Mare, commuoversi fino al midollo ascoltando La Cura di Battiato, scrivere, gustare la panna montata, riguardare il Grande Lebowski, rubare un bacio, vedere uno scoiattolo, fare gentilezze inattese per strada, scrivere, giocare a risiko, giocare a carte, giocare a racchettoni e a calcio a cinque anche se sei scarso, avvicinarsi a un vecchio che suona sotto i portici e dargli una banconota invece di una monetina, e quando ti ringrazia guardarlo negli occhi e dirgli “Grazie a te” senza sapere cosa significa e perché cazzo lo stai dicendo e rischiando di metterti a piangere, scrivere, esser felice che siano esistiti Mozart, Woody Allen, Van Gogh, i Beatles, Dostoevskij e la Danimarca campione d’Europa del 1992 , voler bene agli elefanti e ai rinoceronti, ridere di gusto, scrivere, bagnare le piante assetate, brillare per assenza quando una cosa la fanno in troppi, fare una grande pazza sorpresa a qualcuno che non se l’aspetta, veder sbocciare il primo dei fiori che hai seminato, crogiolarsi nell’intimità di quando fa buio prestissimo, far sorridere un piccino, buttare via la sveglia, compilare la lista dei bei libri da comprare, parlar bene di qualcuno che mai lo saprà, scrivere, fotografare i boschi d’autunno, sapere che ci sarà sempre un nuovo genio da scoprire (visto che Hilsenrath l’hai letto a 46 anni!), perdermi negli occhi del mio amore impossibile e capire, dal suo inconsapevole sgomento, che in quel momento mi sta finalmente amando, per un miliardesimo di secondo, prima che gli altri se ne accorgano, e poi scrivergli questa cosa, sapendo che farà finta di non capirla, perché quel miliardesimo di secondo è passato, ma quel miliardesimo di secondo sarà abbastanza eterno, perché anche l’eternità è qualcosa che evapora per sublimarsi, e questo siamo così pochi a saperlo…

E dire buone feste ai miei lettori e amici.





mercoledì 14 dicembre 2016

Elogio dei “parulàsh” (quando ci vogliono) – versione 2016

CHE NE DICI DI PARCA DEA?

“Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte”, di Mark Haddon
(Mondadori) è un poetico e struggente romanzo sull’autismo,
destinato a lettori di tutte le età.

Non si può concepire un’Intelligenza Perfetta
che non eccella anche in autoironia:secondo me Dio bestemmia.
(Zio Scriba, Anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano 2002)

Torno per l’ultimissima volta su un argomento che mi appassiona e al tempo stesso mi annoia (leggasi: “mi scassa i coglioni”): l’atteggiamento bacchettone nei confronti delle cosiddette parolacce in letteratura. 
Con tutto il rispetto (perché so che su tali posizioni c’è anche gente che stimo) ho sempre pensato che questo malinteso puritanesimo fosse più un discorso da vecchie beghine di paese appena sciamate fuori da messa, che non da Scrittori.
Persino Il giovane Holden, che è del 1951, è molto più sboccato di quanto non facesse credere l’edulcorata traduzione italiana (dove comunque non mancavano i “Cristo”, le ingiurie e i parulàsh, e una sacrosanta scorreggia «che a momenti faceva saltare il tetto» mentre un becchino bigotto tiene un discorso “sulla vita” ai ragazzi nella cappella della scuola). 

E due dei nostri Autori più colti e raffinati, Luigi Meneghello e Umberto Eco, hanno usato le bestemmie (quelle rare volte in cui andavano usate, ovviamente, non sto dicendo di usarle con superficialità). 

«Dove, aveva chiesto zio Carlo? E Terzi, messo in soggezione: Pordoi, signor maggiore, quota 327. Perdio aveva detto zio Carlo, io ero alla quota 328, terzo reggimento, Sasso di Stria! La battaglia del solstizio? La battaglia del solstizio. E il cannoneggiamento sulle Cinque Dita? Dioboia se me lo ricordo. E quell'assalto alla baionetta alla vigilia di San Crispino? Diocane
(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault, Bompiani, pagina 236)

Si noti come nel brano qui proposto l’imprecazione più “fuoriposto” sembri proprio quel blando “Perdio”. Che a mio parere è stato messo non tanto o non solo per dare l’idea di una progressione, di un’escalation man mano che il discorso fra i due reduci si riscalda, quanto piuttosto per l’irresistibile tentazione di giocare nell’accostamento con “Pordoi”. Pordoi-Perdio è molto divertente (ragion per cui certi imbalsamati maestrini – barbosi, boriosi e minculpoppi – che tengono in ostaggio ciò che resta delle rovine dell’italico genio, da loro ridotto a serioso e stonato latrato, cacherebbero subito l’intollerante etichettina “autocompiacimento”, ma contro la loro spocchia riecheggi la pernacchia di Eco – e la mia).

Mi torna in mente un tizio che su Fb si vantava di aver escluso da una certa trascurabile antologia (di livello più o meno dilettantesco) proprio quei cattivoni che si erano permessi di far ricorso alle “parolacce”, e questo senza nessun altro accenno alla qualità e al talento dei prescelti e degli esclusi – criterio unico (e sciocco, e stupido, e sconcertante) questo: niente “parolacce”! 

Del resto, se andate a leggervi i bandi di quei ridicoli “concorsi” organizzati sul web da certa nostra editoria, vedrete che fra le cause d’esclusione immediata e aprioristica c’è sempre “il linguaggio scurrile”, mica l’essere degli imbecilli mitomani e semianalfabeti che scrivono col culo!

Verrebbe da dire che tutti costoro abbiano ragione su un punto: se non sai scrivere, evita di peggiorare la situazione diventando volgare. E invece il punto, semmai, è un altro: se non sai scrivere, lascia perdere. E stop. Invece vanno avanti. (E finiscono in classifica).

Giorni fa, proprio su Fb, annotavo questa cosa, che mi permetto di riproporre:
Gli italioti continuano a credere che il problema siano le “paVolacce”, a non capire che oggi volgarità significa soprattutto banalità, stupidità, superficialità modaiola, pecoronismo, vuotaggine, ignoranza esibita.
Un tizio, autore di un tormentone estivo fra i più stucchevoli, si vanta di aver autocensurato un “cazzo” da un successivo capolavoro, perché in ascolto “ci sono anche dei bambini”. Qualcuno dovrebbe spiegargli che a “riscattare” parzialmente quella sua ciofeca estiva sono proprio quei bambini piccolissimi che, cantandola, la trasformano simpaticamente in: 
«Andiamo a scorreggiare!». 

Perché i bambini, per fortuna, hanno sempre detto e sempre diranno le parolacce, in barba a quelle mammine repressive che li condannano a mettere ogni volta, come multa per il turpiloquio, una stupida monetina in uno stupido barattolo (l’espressione giusta, in questo caso, sarebbe ovviamente “barattolo del cazzo”).
Una delle scene di vecchi film che più mi è rimasta nel cuore è quella con una giovane Sofia Loren che rimbrotta il bambino per aver detto “Culo”, al che il simpaticissimo moccioso si ribella e la sfida: 
«Culo, culo, culo e vaffanculo!»
E un romanzo moderno con bambini protagonisti deve saper giocare anche con le cosiddette parolacce, o puzzerà di farlocco e di insulso lontano mille miglia.

Concludo con un doppio breve accenno (il secondo, me ne scuso, sarà un’autocitazione) al capitolo “ipocrisia”, da sempre sottoprodotto della bigottaggine codina.

«Scrivere in modo strano le parolacce è un trucco comune dei devoti. Quando non predicano che razza di Maniaco del Cazzo è il Signore, si comportano come se fosse un Idiota del Cazzo.»
(Shalom Auslander, Il lamento del prepuzio, Guanda, pagina 258)

“Quando poi Marco si lanciò in una requisitoria da sciusciabalaüster contro le bestemmie, non ci vidi più.
Io le consideravo divertenti, colorite, spesso sacrosante (pensavo a quei popoli che col loro dio ci litigano, ma anche agli Illuministi che le scrivevano di proposito in nome della libertà d’espressione). Ci fu un periodo in cui le collezionavo su un quaderno, tanto ero rapito dal loro significato simbolico. E m’incuriosiva il fatto che le bestemmie le dicono più i buoni, che i cattivi. Il cattivo è ipocrita. Il capomafia va a messa e fa la comunione, lasciando sciogliere l’ostia fra lingua e palato perché masticarla è peccato, e quando esce va a sciogliere… un bambino nell’acido.
«Proibire per legge la bestemmia» dissi «non è solo prepotenza da castigatori, ma è soprattutto un incoraggiare l’ipocrisia. Tutto quel profluvio di ziocane e porcozio e porcodiaz, e dio camper e dio boiler e porcoddue, e tutti i vari crincio, e cribbio e crispius, e le porche madosche e le puttane madocine… se ne potrebbero inventare a bizzeffe – che ne dici di parca dea?»”
(Nicola Pezzoli, Mailand, Neo Edizioni, pagina 117)

E per chiudere davvero, lascio la parola al Maestro Hilsenrath, un novantenne di Lipsia che avrebbe tanto da insegnare a parecchi secchioncelli sbarbatelli politically coglioncelli:

- Gli editori insaponano gli scrittori - spiegò Shirley.
- Col sapone vero?
- Sì. Ma solo per gioco.
- E… che senso ha?
- In genere gli editori fingono di prendersi cura degli scrittori, che se sono inesperti e sconosciuti li lasciano fare. Così va il mondo. Ma te l’ho già accennato prima.
- E poi cosa succede agli scrittori?
- Lì per terra?
- Sì, lì per terra.
- Non lo vedi?
- No, non vedo niente.
- Succede tutto in fretta. Molto in fretta!
- Cosa gli fanno gli editori?
- Prima li hanno insaponati per bene. Adesso glielo mettono nel culo. Pronti via. Una dimostrazione cinica di potere. Niente di più. Nella vita è sempre e solo questione di potere.
- Poveri scrittori! – li commiserò Anna Maria.
- È soltanto un gioco, qui, alla mia festa… - minimizzò l’altra.
(Edgar Hilsenrath, Orgasmo a Mosca, Voland, pagina 203)