l'idea più pazza del più pazzo fra gli scrittori

"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"
SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

lunedì 22 maggio 2017

«LUI NO!»

Il vostro Zio qualche... settimana fa.

Ironia delle ironie, il più grande e inatteso tributo – meritato o meno – al mio rango di scrittore lo ricevetti a 22 anni, quando avevo scritto pochissimo e pubblicato nulla. Pavia, 1989: nella caserma del Battaglione “Lario” andavo ripetendo di questa mia vocazione. Il primo a mostrarsi interessato fu uno dei “nonni” prossimi al congedo, il caporale Poli, operaio bolognese dallo sguardo gentile e intelligente. Mi chiese, alla mia prima licenza, di portargli qualcosa da leggere, e io gli diedi un plico di fogli disordinati con qualche racconto e alcune poesie, e forse – non ricordo bene – anche dei brani del mio “Sognando il Cigno Blu”. Lui era giunto alla fine del suo anno di schiavitù militare, e non ci fu nemmeno il tempo per diventare davvero amici. 

Di lì a poco, i congedanti del Settimo piombarono a notte fonda nella camerata di noi del Quarto per il fastidioso rituale dello “sbrandamento”. I cuscini cominciarono a volare, le coperte a cascare, i letti a spostarsi con stridore, qualche materasso a finire per terra, fra urla di trionfo degli incursori e proteste, lamenti, bestemmie delle vittime. Li sentii avvicinarsi dall’alto del mio letto a castello, uno degli ultimi in fondo, presso il finestrone che dava sul cortile interno, e sulle foglie di un platano intarsiate di luna. Ero ancora indeciso se far finta di dormire o buttarmi giù per evitare che mi ci buttassero loro, c’erano già delle mani sulla coperta, ormai era il mio turno, quando l’oscurità fu lacerata da una voce invisibile. 
«Lui no!» disse la voce del caporale Poli. «È uno scrittore». 
Gli obbedirono.
Mi lasciarono stare.
E io mi sentii in colpa nei confronti degli altri, per quel mio piccolo privilegio, ma venni anche scosso, per quel suo grande gesto, da un brivido di commozione vera.

Poi, per anni e anni, i rifiuti editoriali che collezionavo («Tu no!») mi fecero sentire una specie di impostore, e la cosa, per difficile che sia da credere, mi faceva star male anche e soprattutto nei confronti del caporale Poli, e della limpida, genuina fiducia con cui mi aveva creduto. Mi chiedevo spesso se il caporale Poli si ricordasse di me, se gli capitasse di cercare in libreria qualcosa di mio, e cosa pensasse, non trovando nulla, di me e della mia patetica bugia. Forse mi pensava morto. Forse mi pensava un mitomane, un imbroglioncello. Io preferivo di gran lunga che mi credesse morto. O meglio ancora che mi avesse dimenticato.

Adesso, caro caporale, amico mio, vorrei tanto aver conservato il tuo indirizzo, o che tu leggessi per caso queste mie parole, per farti sapere che mi ricordo di te, e che nel mio piccolo ce l’ho fatta. Anche se non frega quasi a nessuno. Ma a te importerebbe, lo so.
Grazie, per aver creduto in me. Non ti dimenticherò.


giovedì 20 aprile 2017

Nicola Pezzoli - PAZZOTECA LA PAZ

ebook KDP  € 1,99

Il più pazzo, strepitoso, scompiscioso, demenziale, zioscribesco libro mai scritto da Nicola Pezzoli, alias Zio Scriba. Eppure così pazzescamente serio: la serietà dell’outsider davvero arrabbiato. 
Oroscopi vegetali, lavoratori-squillo precettati nel cuore della notte, molestatori da call center con la sindrome di Tourette, improbabili studenti di filosofia, monologhi di minus habens modaioli, geografie demenziali, vite raccontate a ritroso, sgarupperie infantili, pubblicità così deliranti da sembrare vere, dirette tv dal passato remoto, istruzioni per venditori redatte in teutonico militaresco, bisex innamorati di trinariciuti omofobi, tg da manicomio e, alla fine, un manicomio vero.
Pazzoteca La Paz è una sarabanda di racconti originalissimi ed esilaranti (ma ognuno col suo bel “perché” di fondo – motivo per cui più che “demenziale” sarebbe giusto dire “semidemenziale”, o in qualche caso “scemidemenziale”) leggibili anche come singoli capitoli di un romanzo molto atipico e sperimentale.


Qualche piccolo assaggio per voi:

INCIPIT
Era una brutta mattina di maggio, luglio, settembre meno un quarto, e come previsto dal mio oroscopo vegetale (sono della Verza) nel farmi la barba mi potai un capezzolo. 

SPORT & CULTURA
Gli americani hanno il besboll i francesi scopano le rane gli svizzeri fin da piccolissimi giocano a hockey funziona che il nonno si stende per terra sul tappeto se c’è se no fa niente e i nipotini gli zompano sopra e lo prendono a mazzate ed è una forma propedeutica come da noi il minibasket solo che non si chiama minihockey bensì hockey su pirla.

TRAILER
Dopo il telegiornale andrà in onda spottin spottando il bellissimo film (ridotto a smozzichi e brandelli) La conversazione, con Gene Hackman: un uomo si devasta la casa bel coglione alla ricerca di una microspia, per poi scoprire che gliel’avevano messa nel… ehm… gliel’avevano messa nel sassofono.

TV VERITÀ
Sul secondo canile vi proporremo un interessante approfondimento 
Sulla vicenda Bobbit
Ricordate BIPbecilli, l’uomo col manico dalla parte del coltello, 
Evirato dalla moglie Loreena
Una veera scassamiinchia
Ebbene, dopo aver dato la parola sia alla moglie che al marito
In due brevissime puntate
(Lei ha detto “Tiè!”
Lui ha confermato “Ahii!”)
Stasera, in diretta e in esclusiva, per completezza d’informazione e di puntidivista
Cercheremo di capire 
Che cosa ne pensa il Cazzo

D'AMORE E D'ACCORDO
Ma soprattutto nessuno tentava d’imporre all’altro le proprie idee
«Se rimango incinta come lo chiamiamo?»
«O come mio padre… o come tuo padre»
«Quindi Marco?»
«Se è femmina, Marca»

ISTRUZIONE SUPERIORE
Mordilla, la vampirla mordiglande, era una persona molto istruita e senza museruola. Era l’unica al mondo ad avere quattro diplomi di quinta elementare conseguiti in quattro scuole diverse. Appena diplomata tornava a iscriversi alla prima elementare, perché sosteneva che l’istruzione che ti danno le Elementari non te la dà nessun’altra scuola, e forse dalle nostre parti è davvero così. Dalla mia maestra ho imparato tante belle cosine, dai miei docenti universitari ho imparato solo che conveniva comprare a caro prezzo il libriccino di 26 pagine scritto da loro perché le domande all’esame le prendevano solo e tutte da lì.

ANTENATI
In fondo, provare strane esperienze è un vizio di famiglia. Mio nonno per esempio andava a letto con le galline, perché pensava che così avrebbero fatto le uova più grosse. Il mio bisnonno invece non è mai esistito e questo spiega e se non capisci rispiega e se non capisci rispiega e se non capisci vaffanculo come mai la mia vita sia un fortuito paradosso cazzo-temporale senza ombrello (sans parapluie potrebbe dire un francese anelante farsi affari miei, e io potrei anche rispondergli male).

BESTIA IN SELLA
Sgarfiolotti era l’autore di un notissimo romanzo di otto righe, inedito per un soffio, che raccontava la tragedia di un uomo annegato insieme al suo cavallo nel tentativo di attraversare un fiume in piena. Siccome ci rimanevano sia lui che il cavallo, il geniale titolo dell’opera era “Mal comune in mezzo al guado”.

RAKETINA
... alla memoria dei vuoti di memoria della famosa tennista Raketina Dementieva, la quaglia, lo riscordo a chi si fosse dimenticato di dimenticarla, anziché prodursi a ogni sracchettata nei vagiti ovarico-vaginali tanto cari alle sue colleghe e ai guardoni che le guardano (e agli ascoltoni che le ascoltano), aveva preso l’abitudine di accompagnare ogni singolo impatto pallico non coi soliti preorgasmici “Yeah! Yeah! Yeah!” che te lo fanno rizzare, bensì col suo caratteristico urlo all’indirizzo del giudice di sedia “Quanto hai detto che sta il punteggio? Quanto hai detto che sta il punteggio? Quanto hai detto che sta il punteggio?”…

VERSIONE CARTACEA
E chi (come me) preferisce i libri da sfogliare, può scegliere la versione cartacea al prezzo di 4 Euro.
Quarta di copertina versione cartacea


pazzate parola!!


lunedì 17 aprile 2017

Clemens Meyer - ERAVAMO DEI GRANDISSIMI


Non capita così spesso di chiudere un libro di 602 pagine e rammaricarsi per averlo finito, perché ne vorresti ancora e ancora. 
Ebbene, questo è uno di quei casi.
Chi ama i bei romanzi di formazione non si perda per niente al mondo questa chicca meravigliosa e potente: infanzia e adolescenza a Lipsia prima e dopo la riunificazione delle due Germanie. 
Un libro che sa commuovere, divertire, impressionare. Una corposa storia con personaggi e atmosfere che non si lasceranno dimenticare.
Clemens Meyer sa cosa vuol dire scrivere, con una semplicità mai banale, una leggerezza mai superficiale.
Roberta Gado e Riccardo Cravero sanno cosa vuol dire tradurre da una lingua difficile come il Tedesco. 
Un grazie a tutti e tre. E all’editore Keller.
E voi, non fatemi incazzare.
Parola di Scriba.

sabato 8 aprile 2017

Lui era “Er più mitico blogger de Roma”, e lo sarà fino alla fine dei tempi.

Aldo Accardo

In questi giorni ci ha lasciati Aldo Accardo, conosciuto anche come “Il Monticiano”. Lo avevo battezzato “Er più mitico blogger de Roma”. Anche se lui era troppo modesto per definirsi così. Ma per me era soprattutto un Amico.

Per anni Aldo Accardo ha deliziato e coccolato i suoi lettori con le sue splendide storie di vita, a volte vere e propre pagine di diario e di memoria, e altre volte invenzioni giocosamente ritoccate, arricchite con vivace fantasia: storie della sua avventura nel mondo, dagli stenti dei tempi di guerra ai graffianti quadretti di realtà odierna, fino al racconto mai lagnoso e sempre sorridente degli acciacchi e delle malattie della vecchiaia; storie in cui spesso sapeva far scorrere una sana e divertita impertinenza da preadolescente monello e un po’ discolo, e soprattutto un’immensa e illuminata saggezza. 
Una penna da cui fuoriusciva un inchiostro genuino e pulito, distillato da un misto di tenerezza, nostalgia e sottilissima ironia, e dico penna per modo di dire, perché le belle storie di questo arzillo vecchietto erano scritte con un computer a cui aveva dolcissimamente dato un nome di essere umano, da tanto che erano umane le storie che da lui promanavano: il suo pc si chiamava Pasquale. 

E Aldo e il suo Pasquale confezionavano pezzi scritti davvero bene, memorabili e toccanti, in grado di commuoverci o di farci scompisciare, eppure sempre da dentro una rara e magnifica umiltà, senza quel bisogno urgente di sentirsi per forza grandi Scrittori che a volte finisce con l’avvelenare il sangue di tanti megalomani e mitomani. Lui no, lui raccontava e basta, con gioia, sottovoce, come un paziente e simpatico nonnino che intrattiene i nipoti, eppure, eppure Aldo le sue belle storie le raccontava da dio. Ma Aldo era anche davvero interessato a leggere le storie degli altri, con grande passione e apertura mentale, leggeva e commentava con garbo, e a ogni sua apparizione percepivi il calore e la luce di un abbraccio sincero.

Aldo col figlio Massimo
In cima al suo bellissimo blog “Via della Polveriera” ci sono ancora le copertine dei miei due ultimi romanzi. 
Io naturalmente non gli avevo chiesto nulla, ma lui ce le aveva messe di sua iniziativa, perché Aldo Accardo era fatto così, oltre che un lettore curioso delle cose della vita era anche una persona buona e generosa, e la sua acuta e vivace intelligenza empatica gli aveva suggerito che un bravo outsider come me, in questo paese pieno di persone che leggono poco e quasi sempre leggono male, aveva bisogno di tutto l’aiuto possibile da parte degli Amici, quelli veri, quelli che sei felice di aver salutato di persona con un bacio in quella bella, indimenticabile, magica serata romana alla libreria Altroquando, nel meraviglioso autunno del 2012, la sera del battesimo ufficiale del mio Corradino, che per Aldo era diventato un altro dei tanti nipoti che adorava. 

Libreria Altroquando, Roma, novembre 2012
Mi resterà sempre il rammarico di non esser potuto ritornare a Roma, per riabbracciarti ai margini di una nuova presentazione libresca, o per venirti a trovare se in libreria non ci potevi più andare, ma questi sono rimpianti sterili, perché in fondo, caro Aldo, io e te lo sappiamo, tu avrai sempre un posticino caldo caldo qui nel mio cuore, come in quello di tanti, tantissimi altri, e queste sono cose che per fortuna si sono sempre fatte un baffo dei chilometri e degli anni.

E a costo di sembrare retorico, caro Aldo, non posso, se adesso chiudo gli occhi, non augurarmi questa cosa: che adesso tu, lassù, in un tranquillo e soleggiato giardino, oltre a ricongiungerti con tutti coloro che hai amato, possa finalmente incontrare e conoscere anche la mia dolce mamma, che ti ha preceduto tanti anni fa, e raccontarle una bella storia come quelle che sapevi raccontare a me.

Sarà che il piccolo Corradino vive tutt’ora in me, sarà che io uno dei miei nonni non l’ho mai nemmeno conosciuto, e l’altro è morto che avevo sette anni, e probabilmente ti verrà anche voglia di rispondere con una simpatica parolaccia dialettale, a questo omone di cinquant’anni che osa chiamarti “nonno”, quando al massimo potrei esserti non nipote ma figlio, eppure, nell’asciugarmi una lacrima, te lo devo proprio dire, perché mi sgorga dall’anima, da questa mia anima afflitta e confusa e sempre in pena, ma sempre sincera: 
ti vorrò bene per sempre, nonno Aldo!

Mi piace pensare che adesso ci sia tu,
su questo cavallo, a vegliare sulla tua città



martedì 28 marzo 2017

Paolo Zardi - LA PASSIONE SECONDO MATTEO


LA VERA PASSIONE? QUELLA DI PAOLO PER LA SCRITTURA 
CHE SPOSA, E NON TRADISCE, LA NOSTRA PER LA LETTURA


Come spesso accade nelle opere di questo grandissimo autore, il protagonista del Romanzo, Matteo De Angelis, è un antieroe contemporaneo: un individuo semplice e ordinario, ben inserito, almeno in apparenza, negli stritolanti ingranaggi della normalità. 
Fin dalle prime pagine scopriremo che Matteo è un uomo buono ma tormentato, irrisolto, complesso: a contatto con lui si avverte lo strano influsso di una personalità che ci attrae e ci respinge, ci intenerisce e ci spaventa, perché forse lui è in una volta sola quello che siamo, quello che abbiamo rischiato di essere, e quello che non vorremmo mai dover essere.
Matteo che ha paura degli incubi e gli piacerebbe rinunciare al sonno (“invidiava gli squali sempre in movimento, con il loro mezzo cervello a fare la guardia sull’altra metà che riposava silenziosa”.) Matteo che vuole un bene dell’anima ai suoi piccoli gemelli identici, incarnato brivido e tenero mistero biologico (“A volte, la mattina, quando andava a svegliare i suoi figli, li sorprendeva distesi nello stesso letto, abbracciati. Temevano la notte? Sua moglie diceva che era perché avevano passato nove mesi uno accanto all’altro, nel ventre materno: come avrebbero potuto vivere separati una volta caduti nel mondo?” – e si noti la sublime bellezza di quel “caduti”) ma rischia di tarparne precocemente le ali dentro un familismo cattolico rincagnato e un po’ ottuso. Matteo che è ligio all’etica del lavoro e al senso del dovere: percepisce l’azienda come un’infernale macchina bellica, ma si adegua ai suoi meccanismi come un disciplinato soldatino (fiero di essere approdato a livelli di responsabilità e comando) ed è grato della sicurezza economica che gli elargisce mamma ditta, un mostro impersonale che nel nome, e non soltanto nel nome (Gestam), evoca vagamente la Gestapo. Matteo lo vorresti strozzare, ogni volta che descrive l’amorevole moglie come una specie di cagnolino, non bello ma fedele e rassicurante, che si può amare con affetto, riconoscenza e fantozziana “stima”, ma non certo con passione. Matteo lo vorresti abbracciare, perché è stato tradito alla nascita da un padre che non è mai stato un padre, e tredici anni dopo è stato ancor più atrocemente tradito dalla sciagurata madre, una beghina della provincia veneta che ha pensato bene di farsi ingravidare, durante una gita torpedon-suoresca a Roma, dal peggior partner possibile (“una cattolica devotissima che un giorno aveva deciso di fare sesso con il primo che capitava – cioè lui – e mettere fine ad una verginità dal gusto ottocentesco”) per poi vivere dilaniata dalla colpa, e che dopo aver cresciuto il povero bambino a bagnoMaria in quella superstiziosa religiosità di paese che in Italia sconfina spesso nella mariolatria (“A maggio, ogni sera alle nove, Matteo recitava il rosario con sua madre, in salotto, davanti a un quadretto della Madonna”) e averlo instradato verso il seminario, decide di impiccarsi, e di abbandonarlo nell’età più delicata.
Matteo ha tradito a sua volta la passione, che però continua a sopravvivere in lui sottopelle, come un remoto richiamo, come una parte crioconservata dell’ardente anima che fu, pronta a essere risvegliata dalle note di Bach, e dalla conturbante sensualità della sorellastra Giulia, conosciuta allorché fu spedito dal (non) padre in vacanza in Sicilia a pochi giorni dalla morte della madre (potenti i flashback su questa esperienza così straniante e rivelatrice, su questi giorni che sono per lui un lampo di luce nel momento più buio, questi primi giorni da orfano sperduto, così tetri eppure così incredibilmente, inaccettabilmente “felici”).
Giulia, oggi così diversa da lui da spiazzarlo coi suoi repentini sbalzi d’umore (“Sembrava avesse il ciclo ogni due ore”), con la sua mentalità alternativa, con la sua arruffata vita senza bussola (splendida la descrizione dello scantinato in cui abita con un provvisorio compagno:
Dall’unica finestra del salotto si intravedevano le grate di un marciapiede; attraverso quelle fessure, i passanti avevano lasciato cadere per anni mozziconi di sigarette, carte di caramelle e stronzi di cane, fino a materializzare un Pollock in 3D”).
Matteo sospetta che proprio la sensualità dell’allor quattordicenne Giulia lo abbia fatto sentire inadeguato e incompatibile con la vocazione di prete, inducendolo, in seguito, a lasciare dopo due soli anni il seminario, non per inseguire la vera passione, però, ma solo una via di mezzo fatta di lavoro salariato e matrimonio borghese. Matteo talvolta ti sconcerta, perché vedi che di quella vocazione inculcata sopravvivono in lui solo i lati-zavorra che lo rendono debole, passivo o ridicolo, come il segno della croce da pretino che si fa ogni volta prima di mangiare, o l’elogio conformista del grigiore (“Perché tanta pena nel cercare di diventare felici, quando si può essere normali? Cos’aveva la normalità di così terribile?”), ma soprattutto la totale disponibilità e remissività con cui obbedisce a tutto, compresa l’improvvisa chiamata del (non) padre (un uomo che per lui non è mai stato niente, e che sarebbe così facile, e forse normale, e forse giusto, mandare al diavolo), lasciandosi strappare dalle piccole gioie della famiglia al mare, e proprio nel momento in cui le cose sul lavoro stanno per andare a catafascio, non per sua colpa ma pur sempre durante la sua imperdonabile irreperibilità e assenza, così da configurare per lui e per la sua carriera una catastrofe caproespiatoria da pennacchiano Malaussène. (Il tutto aggravato dalla piena consapevolezza che Matteo ha dell’ingiusta situazione: “Matteo pensò a Giovanni, l’uomo che lo aveva generato, l’uomo per il quale era morta sua madre, e lo vide grande, altissimo, con dei fili in mano, intento a muovere le sorti del suo destino”.)
Sì, perché nel destino di Matteo c’è questo: un pazzesco viaggio in Ucraina in obbedienza alla misteriosa convocazione di Giovanni, con Giulia come compagna d’avventura.



Questo libro è una sinfonia struggente e malinconica. Non sto dicendo di aver seguito il consiglio di leggere il Romanzo ascoltando Bach: per me la Lettura è una magia silenziosa, e a produrre musica devono essere le parole, con in sottofondo gli accordi accorati del mio cuore emozionato. In più, come valore aggiunto, il compositore qui è anche un pittore che dipinge case, paesaggi e tramonti. Questi ultimi quasi sempre legati a Giovanni, un uomo al tramonto, prima a Venezia (“L’acqua sbatteva sulle fondamenta della casa come un respiro. I tramonti si triplicavano nel riflesso delle finestre e nel riverbero del canale”) e poi in Ucraina (“si rifletteva sulle migliaia di finestre dei palazzi e quell’incendio proletario creava uno spettacolo a suo modo suggestivo”), nella remota Voronyhrad in cui si è ritirato a morire adagio (“mi sta andando in malora il sistema nervoso. Il corpo ha attivato la procedura di autodistruzione senza chiedere il mio parere. La cosa fastidiosa è che sembra non abbia fretta: è come cadere dal decimo piano di un palazzo al rallentatore. Una morte alla moviola. Gliela sconsiglio vivamente.” racconta Giovanni a un criminale cui si è rivolto per procurarsi certe sostanze con cui vorrebbe accelerare il torturante processo, adesso che di quell’”adagio” non ne può più.)

E qui non potremo esimerci dal parlare di Giovanni (a costo di incappare nell’effetto “spoiler”: chi non vuol sapere “come va a finire” salti tutto questo paragrafo e approdi senza indugio al successivo): un uomo che questi spettacoli della natura forse non li merita (lui che nella sublime bellezza di Venezia ha sempre pensato unicamente a usare il pene, e a preoccuparsi in modo patetico allorché la vecchiaia ha cominciato a non farlo funzionare come prima, la solita crisi del cazzo di tutti i cazzoni del mondo); un uomo che per tutta la vita è stato un coitopiteco, di quelli convinti che “vivere” significhi trivellare più donne possibili; un uomo che è stato un giornalista leccapotenti, uno che si vanta di esser stato amico di Pol Pot e di essere andato a massacrare orsi con quell’altro porco del dittatore Ceausescu (pagine memorabili, queste della caccia che non è una caccia ma un tiro al bersaglio, una mattanza organizzata dagli sgherri, così come sono memorabili le pagine sull’”urlo primordiale” innescato da Giulia per aiutare Matteo a sfogarsi e liberarsi per la prima volta nella vita); un uomo abituato a mentire agli altri e a se stesso (pensa addirittura di riuscire a dare a bere di essersi stabilito in Ucraina non per seguire la badante che ha sposato in un impeto di disperazione – salvo poi scoprirla inadeguata all’ultimissimo compito – ma per pura curiosità socio-antropologica verso quelle terre di sfacelo post-sovietico); un uomo che potrebbe suscitare mille dibattiti su cosa sia o non sia in fin dei conti un padre biologico (un Padre non dovrebbe essere uno che ti ama e ti protegge anche se magari ti ha adottato, o si è preso cura di te come patrigno? E se uno ha solo fecondato un ovulo come incidente di percorso in una ginnica trombata, per poi sparire, il termine esatto sarà davvero “padre”?); un uomo che alla fine avrà il solo indiretto merito di condurci nei territori dell’Eutanasia, l’Argomento per eccellenza di questa nostra umanità che cerca faticosamente di diventare davvero civile, l’argomento capitale e tremendo di cui gli italiani, sottomessi alla Gestapo del Salvifico Dolore, hanno tanta irragionevole paura. Matteo sembra il meno adatto e invece è l’uomo perfetto: la sua riluttanza, anzi, il suo iniziale rifiuto (che ci fa ripensare ai momenti culminanti di quel meraviglioso film che è Million dollar baby, anche se qui il famoso e commovente “Mio tesoro, mio sangue” potrebbe esser ribaltato in un “Brutto stronzo, io ero il tuo sangue!”) farà sì che la sua non sia una mera esecuzione, ma l’atto amorevole di un angelo della misericordia. E l’atto stesso sarà perfetto per lui, portandolo a discostarsi una volta per tutte da quella chiazza di grigiore conformista e un po’ bigotto che aveva sino ad allora macchiato la sua vita: “Aveva tradito Dio per un senso di giustizia superiore, come i soldati che scelgono di non obbedire a un ordine ingiusto. Avrebbe affrontato il castigo a testa alta”.

Che altro dire, ancora? Io non sono mai troppo bravo nello scovare “parentele” letterarie (e non so nemmeno fino a che punto tale esercizio serva a qualcosa) ma è innegabile che leggendo Paolo Zardi se ne sentano sempre riecheggiare parecchi, di Grandi. Qui mi viene da pensare a Dostoevskij, a Cechov, a Nabokov (quello più sobrio di Disperazione e La difesa di Luzin), o anche, per le suggestioni ucraine ma non solo, al Safran Foer di Ogni cosa è illuminata
Di Nabokov, verso la fine, troviamo una citazione che ho sempre condiviso in pieno: “in un libro contano solo la struttura e lo stile” (che non è affatto un inno allo sterile formalismo, perché lo Stile non è tale se non sa produrre emozioni su emozioni). 
Ma soprattutto Zardi pare legatissimo alla lezione di Flaubert: prendere quella che potrebbe sembrare una brutta storia con brutti personaggi (in certi momenti, anche se non in tutti, sembra una gara a chi riuscirà a stare più sulle palle al lettore, proprio come in Madame Bovary) e riscattarla scrivendo in modo delizioso, facendoci godere per la bellezza delle descrizioni, la vividezza delle sensazioni, la coraggiosa profondità di un’introspezione mai banale, anzi, al contrario, da speleologo dell’anima, animato da una voglia di esplorazione intima ultimativa e quasi suicida.

Be’, amici miei, direi proprio che è il caso di comprarlo e di leggerlo.
Siete ancora lì?
Non fatemi incazzare.
Parola di Scriba.


giovedì 16 marzo 2017

MANIFESTO (personalissimo!) ANTI COPROFAGIA LETTERARIA

I CANI MORTI 
NON CAGANO
MA A QUANTO PARE 
SCRIVONO

Soggetti (e stili) da scegliere per essere certi che NON sarò un lettore di quel libro:

1 indagini del duecentomiliardesimo commissario del put;

2 amori adolescenziali di Piercazzillo e Mariavulvetta, scritti in telefonese cerebrolesso;

3 operai innamorati della fabbrica che sta chiudendo perché cancerogena e assassina [gli scrittori italiani non vogliono che le fabbriche cancerogene e assassine chiudano, perché incredibilmente convinti che tenerle aperte sia “di sinistra”, oltre che romantico da morire];

4 storie di giovani segretarie in fregola che s’invaghiscono, ricambiatissime, del capo milionario e sposato, scritte in gossippese rosa pallido (color pelle di natica);

5 rutti intellettualoidi talmente politicizzati che invece del libro facevano prima a vendere una busta con dentro una scheda elettorale già scrocettata;

6 sbrodolate di banal saggezza cosmica e spiegazioncine su cosa sia il vero amore (con massime da cioccolatino rancido e scaduto), di autori che dovrebbero avere almeno il coraggio autoironico di definirsi furbacchioni, paraculi e impostori;

7 furbe situazioni modajole (matrimoni di campionesse olimpiche, comunioni di baby rockstar, top model che fanno la cresima, feste da sballo con “genòria” ricca e famosa che assume cocaina pure dalle orecchie…)

8 stucchevoli e arzigogolate baroccherie accademiche e prolissi virtuosismi sul Nulla, come se l’autore giocasse a nascondino e ogni tanto mollasse una scorreggia profumata come indizio;

9 ogni cosa scritta coi piedi con la scusa di farla sembrare “più vera”;

10 stronzatine di “comici” più o meno televisivi, incapaci di divertire il loro stesso cane;

11 sagajoli del (poco) fantasy copia, frulla & incolla: un trancio di guerre stellari, due tranci di signore degli anelli, un nome esotico per il nuovo eroe fighetto e via che si va [al cesso];

12 in generale, ogni scrittura insulsa, debole, sciatta, mediocre, superflua, senza sugo, ruffianamente spacciata per “raffinata” (insomma ogni libro che avrebbe potuto rinfocolare l’invettiva bukowskiana “altri sbadigli e merda di cane morto sulla povera anima già in frantumi”)

L'effetto che mi fanno è più o meno questo:



giovedì 9 marzo 2017

Anche i bancari scrivono racconti


Ho trovato un tesoro in cantina: una grande busta piena di racconti brevi scritti “di nascosto” da mio padre tanti anni fa, e ambientati nella sua infanzia, fra gli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso. Fra i miei preferiti ce n’è uno molto breve. Ve lo propongo qui, solo leggermente “rieditato” da me…

IL PINCÌN 

di Pierluigi Pezzoli


Sotto la pressione dei gialli, i verdi abbandonavano la prima linea di difesa e ripiegavano disordinatamente per attestarsi sulla seconda. La pallina di legno che fungeva da artiglieria picchiava e picchiava, staccando anche qualche testa ai soldatini di cartapesta.
Ma ecco che d’improvviso su attaccanti e difensori si scatenò la furia micidiale di un tornado.
In ginocchio, chino sui miei soldatini e totalmente preso dal gioco, non avevo visto irrompere il Pincìn, e le sue grosse scarpe chiodate stavano facendo strage di tutto. Impotente, e con gli occhi rigati di lacrime, guardavo da sotto in su quell’uomo con tutto l’odio di cui ero capace. Quello, preso com’era dai suoi argomenti – piombato in casa senza un saluto, era subito partito a magnificare le grazie della mucca che intendeva rifilare a mio padre e a mio zio – non s’era accorto di nulla, e del resto dubito che i giochi di un bambino potessero aver a che vedere seppure da lontano con la sfera dei suoi interessi.
Le donne si erano ritirate nell’attigua veranda – la loro seconda linea – e di lì, sferruzzando, osservavano con curiosità l’energumeno che, paonazzo in volto, parlava con foga e ora avanzava ora indietreggiava, sempre facendo scempio dei miei poveri soldati.
Il Pincìn portava intorno al collo color terracotta un fazzoletto candido, segno distintivo dei commercianti di bestiame. Il cappello, rovesciato all’indietro, lasciava intravvedere la calvizie.
Erano le sei del pomeriggio di una domenica d’inverno, e il nostro doveva esser reduce da abbondanti libagioni nelle osterie del circondario, perché all’offerta di un bicchiere rifiutò con gesto perentorio. 
Manifestò invece gradimento per un caffè, che gli fu presto preparato e servito, dopodiché, con grande meraviglia, lo vidi versare poco alla volta il liquido nero e bollente dalla tazzina al piattino, e sorbirlo da questo con gran risucchio. 
Per bere aveva almeno dovuto fermare i dannati piedi, e io ne approfittai per raccattare e porre in salvo quel poco che restava delle mie armate.
Quando dio volle se ne uscì com’era entrato, cioè senza salutare. Era riuscito ad appiopparci la mucca e s’era già messo in tasca la caparra.
Mestamente, raccolsi i miei giochi in una cassetta che sapeva tanto di urna funeraria, giurando vendetta al Pincìn e a tutti quelli della sua stirpe.


mercoledì 1 marzo 2017

Silvano Agosti: pane al pane, schiavismo allo schiavismo.


CON LE CATENE
ERA PIÙ LEALE!



Altre due parole mie sull’argomento:

DANNARO E LAVHORROR: TUTTO QUI?

Mi piacevano tanto le parole di quel tale Gesù (un Extraterrestre, probabilmente) quando evocava i gigli del campo e gli uccelli del cielo.
Mi piaceva il rafforzativo che vi aggiungeva George Clooney in un famoso film: 
«Considerate i gigli del campo, puttana ladra!»
E invece il signor papa (uno dei migliori di sempre, tra l’altro) se ne viene fuori bello bello con la sconcertante osservazione “Senza lavoro, la tentazione del suicidio”.
Certo, nel nostro sistema farsi sfruttare per soldi è un male necessario.
Ma perché idealizzarlo da un pulpito “spirituale”?
Perché avallare la satanica equazione posto fisso uguale Felicità?
Secondo lui nelle tribù che vivono di caccia e pesca i ragazzi si suicidano perché preferirebbero un turno di notte all’altoforno?
In principio erano le Catene?
E Dio creò lo schiavo?
Servo e Serva, li creò?


giovedì 16 febbraio 2017

Salinger vs. Salinger: IL GIOVANE HOLDEN – confronto fra due traduzioni.



Ero curioso di leggere la nuova traduzione in Italiano del mitico The Catcher in the rye di J. D. Salinger. E adesso che finalmente ho trovato il tempo di farlo, non riesco a esimermi dal dire la mia. (Che come sempre sarà un molesto, molestissimo parere)
Avverto subito che quest’analisi non ha nessuna pretesa di scientificità, di pertinenza linguistica né di impeccabile rigore filologico-esegetico. Essa si basa sul raffronto di brandelli di testo da me arbitrariamente considerati significativi, ed è motivata da null’altro che dai miei semplici e personali gusti di lettore, convinto che un traduttore abbia il diritto di prendersi delle libertà e delle licenze, qualora esse si rivelino intelligenti e migliorative, e che ciò che davvero conta, alla fine (proprio come avveniva al liceo con le versioni dal latino) non sia (entro certi limiti, è ovvio) una fedele esattezza, ma una efficace e brillante resa nella lingua “d’arrivo”.

1 Naturalmente, l’incipit.

Devo confessare che partivo un po’ prevenuto contro la vecchia traduzione di Adriana Motti (da molti considerata troppo “edulcorata” e superata dai tempi) e a favore di quella nuova di Matteo Colombo. E invece, da subito, una sorpresa: nelle primissime righe è la traduzione storica (voto 8½) a surclassare quella più recente (voto 6+), non fosse altro che per il raffronto tra “la mia infanzia schifa” (un’invenzione dalla formidabile potenza espressiva) e “la mia schifosa infanzia” (che sarà anche più attuale o più fedele al testo d’origine, ma appare imperdonabilmente moscia). Non solo, ma pur essendo io un noto cultore del “parlare sporco”, trovo anche che “baggianate alla David Copperfield” fosse molto ma molto più azzeccato di “stronzate alla David Copperfield”: qui, o si trovava il coraggio di usare “cagate”, oppure “baggianate” era già perfetto, perché meno banale. Insomma, mi è venuto subito da dire: se “rinfrescare” la traduzione significava questo, tanto valeva non rinfrescarla per niente.

2 Il becchino e la scorreggia

Uno dei miei brani preferiti: la “lezione di vita” impartita agli studenti da un becchino bigotto nella cappella della scuola, e la tremenda scorreggia di Edgar Marsalla che per poco non fa saltare il tetto. Una scena esilarante, ma che contiene magagne in entrambe le versioni. La Motti la rovina coi troppi “eccetera eccetera” (molto meglio la soluzione “e via dicendo” di Colombo) e soprattutto con quell’antiquato “portare la macchina” al posto di “guidare”. Ma il Colombo depotenzia e appiattisce quasi tutte le frasi spassose. Per esempio, l’ottima intuizione della Motti “Mi par di vederlo, quel bastardo d’un pallone gonfiato, che ingrana la prima e chiede a Gesù di mandargli un altro po’ di salme”, viene resa con uno sgraziato e incolore “Me lo vedo, quel bastardo ipocrita, mentre ingrana la prima e intanto chiede a Gesù di farne secco qualcun altro”. Qui, nel complesso, darei un 8- alla Motti e un 7- a Colombo.

3 Molestie sessuali?

Un brano dove Salinger mi aveva molto colpito (stavolta in negativo) e che non vedevo l’ora di vedere ritradotto, era quello in cui il protagonista scambia la tenera carezza fra i capelli di un brillo professor Antolini per una grave molestia sessuale, e se ne esce poi a vomitare insulti su “dannati pederasti”, “storie di invertiti” e sul prendersi “passaggi da finocchio”. Come avrebbe maneggiato, il nuovo traduttore, questo indispettito sproloquio omofobo? Avrebbe saputo attualizzarlo con un coraggioso uso di "froci", “ricchioni”, “culattoni” e quant'altro? Vediamo: un blando e neutro “pervertiti”, un neutro e blando “situazioni da pervertiti” e un insipido e banalissimo “provando con me come un finocchio”. Qui sembra addirittura di aver fatto un salto indietro nel tempo: la tanto attuale e coraggiosa nuova traduzione sembra voler eludere l’argomento, sfiorarlo con evidente imbarazzo, come se fossimo ancora negli anni Cinquanta. Voti: 7½ alla Motti e 5- a Colombo.

4 Progetti di fuga

E veniamo alla parte che considero più bella e commovente in assoluto: quando Holden fantastica di fuggire lontano da tutto e da tutti, di fingersi sordomuto per essere lasciato in pace, e di tenere nascosti al mondo eventuali figli. Limitiamoci inizialmente a un secco raffronto senza commenti:
Motti: “Pensai che potevo trovar lavoro in qualche stazione di rifornimento a mettere benzina e olio nelle macchine… Quello che dovevo fare, pensai, era far finta d’essere sordomuto. Così mi sarei risparmiato tutte quelle maledette chiacchiere idiote e senza sugo. Se qualcuno voleva dirmi qualche cosa, doveva scrivermelo su un pezzo di carta e ficcarmelo sotto il naso… Tutti avrebbero pensato che ero un povero bastardo d’un sordomuto e mi avrebbero lasciato in pace… Se avessimo avuto dei figli li avremmo nascosti in qualche posto. Potevamo comprargli un sacco di libri e insegnargli a leggere e a scrivere.”
Colombo: “Magari potevo trovare lavoro in qualche stazione di servizio, a mettere la benzina e l’olio nelle macchine… Ho pensato che potevo fingermi sordomuto. Così mi risparmiavo tutte le chiacchiere stupide e inutili. Se qualcuno voleva dirmi qualcosa doveva scriverlo su un foglio e piazzarmelo davanti… Tutti avrebbero pensato che ero solo un poveraccio sordomuto e mi avrebbero lasciato in pace… Avessimo avuto dei figli, li avremmo nascosti da qualche parte. Potevamo comprargli un sacco di libri e insegnargli a leggere e scrivere noi.”
Be’, Colombo spero mi perdonerà, ma qui la sola “rinfrescata” (nemmeno poi così indispensabile) mi par di vederla in quella stazione di rifornimento che diventa di servizio. Per il resto, continuo a trovare la vecchia versione emozionante e grandiosa (voto 10), e la nuova moscia, piatta e senza sugo (voto 4½). Non a caso, le chiacchiere “idiote e senza sugo” sono diventate “stupide e inutili”: l’idea è quella di un avvilente impoverimento (“piazzarmelo davanti” non gli lega neanche i lacci, a “ficcarmelo sotto il naso”!), mentre quel pusillanime “poveraccio sordomuto” al posto di “povero bastardo d’un sordomuto” puzza addirittura di politically correct.  Rilevo anche una grave sciatteria: “pezzo di carta” potrebbe diventare “foglietto” (anche se pezzo di carta è perfetto) ma giammai “foglio”. Il lettore deve immaginarsi un bigliettino, non una lettera formato A4!

5 Vaffanculo? Naaaa

Un altro episodio memorabile, ma anche questo in negativo, è quando Holden si straccia le vesti per una stupida parolaccia scritta sul muro di una scuola (vorrebbe addirittura “ammazzare” chi l’ha scritta!), facendo seguire rozze ipotesi da borghesuccio conformista sul presunto colpevole. Chissà perché, incolpa, assurdamente, un “vagabondo” (?!?), e non un ragazzino brufoloso come lui che a parolacce mica scherza.
“Qualche vagabondo pervertito che era sgattaiolato nella scuola la sera tardi per orinare o chi sa che” (Motti)
“Qualche vagabondo pervertito che era entrato a scuola di notte per fare la pipì o non so cosa” (Colombo)
“Entrare” , “far pipì” e “non so cosa” al posto di “sgattaiolare”, “orinare” e “chi sa che”: valeva la pena ritradurre un Romanzo per questo? Ma il punto è un altro. Il punto è la scelta, abbastanza infelice in ambo le versioni, della “parolaccia incriminata”. Chi ha una pur vaga dimestichezza col turpiloquio anglosassone può facilmente immaginare che si trattasse di un banalissimo FUCK. E ci sono andato vicino: il mio ottimo consulente linguistico, un altro Colombo (Mauro), laureato in Lingue con tesi sulla Letteratura Americana, mi informa che era FUCK YOU. La Motti (voto 7 di stima per via dei tempi in cui operava) opta per suggerire un timido “ca…” (ca seguito da puntini puntini). Colombo (voto 5) non può farlo, dal momento che “cazzo” è adesso spesso sulla bocca proprio del protagonista (quel “goddamn” che per la Motti diventava “dannazione” et similia). A mio parere il nuovo traduttore avrebbe avuto due ottime soluzioni a portata di mano: lasciare il Fuck You, in un’epoca in cui l’inglese lo masticano tutti, oppure, volendo proprio italianizzare in modo realistico, metterci un SUCA, che su molti nostri muri la fa da padrone. (O ancora, per una volta, come mi suggerisce Mauro, ripiegare sulla mera traduzione letterale: “Fottiti”). Invece sceglie uno sconcertante “vaffanculo” (che in vita mia ho sentito pronunciare a voce milioni di volte, ma scritto sui muri l’ho visto zero volte, forse perché troppo lungo), che rappresenta anche un palese errore concettuale. Perché lo dico? Perché subito dopo il nostro Holden, in versione puritan-fascistella, si pone il problema della curiosità dei bambini innocenti riguardo l’orribile parolaccia. Ma una cosa è scandalizzare un bambino con la spiegazione di “cazzo”, di “fottersi” o di “sucare”, e ben altra maneggiare l’ormai neutro e sbiadito “vaffanculo”, usato in automatico da chiunque come sinonimo leggermente più volgare di “vaffanbagno” o di “vai a quel paese”, senza mai pensare alla “sodomia” del significato letterale.

Media voti
Traduzione Motti: 8,15 (splendida era e splendida rimane, con tutta la sua patina retró)
Traduzione Colombo: 5,45 (non rovinosa, tutt’altro, ma deludentina e superflua)

La mia impressione finale, al di là del giochino dei voti e con tutto il rispetto per il più che dignitoso lavoro di Colombo, è che, malgrado alcuni singoli passi siano stati davvero migliorati, se io oggi volessi regalare questo Romanzo a qualcuno a cui voglio bene (per esempio una mia nipotina) vorrei accertarmi di potermi ancora procurare… la traduzione vecchia. Perché nella nuova il Romanzo mi appare appiattito, sciapo, depotenziato, quasi disinnescato: si abbassa di livello stilistico-espressivo e perde quasi tutto il suo smalto, quasi tutta la sua magia. 
Per me è stato come veder prendere un antico affresco dagli stupendi colori per restaurarlo… in bianco e nero.
Ma a quanto pare i dati di vendita stanno dando ragione a chi ha voluto la versione nuova.
Quindi, come al solito, che parli a fare Nick?

Chissà, forse l’errore sta nel metodo: forse certi classici moderni non andrebbero ritradotti, ma semplicemente affidati alla revisione di un editor o di un bravo scrittore, innamorato di quel testo, che con mano più leggera e rispettosa possibile si limitasse ad aggiornare gli stilemi più obsoleti o a correggere gli errori più pacchiani (per esempio, nell’episodio della scorreggia di Marsalla bastava mettere “guidare” al posto di “portare la macchina”, e nel primo capitolo rimediare all’ingenua assurdità, molto ricorrente nel secolo scorso, di trasformare il “football” in “rugby”).
Mi viene in mente a questo proposito uno dei miei Romanzi preferiti, “Fiaba a New York” di J.P. Donleavy: quel bel Romanzo non avrebbe necessità di nessuna ritraduzione, ma bisognerebbe che qualcuno sostituisse d’urgenza tutti quei penosissimi e ridicoli “sapristi” (sapristi!!) messi al posto di ogni singola esclamazione colorita.

p.s. Per onestà, e senso di giustizia, mi preme segnalare un guizzo di genialità di Matteo Colombo al di fuori dei pezzi esaminati, laddove, per rendere uno strafalcione infantile nel capitolo 25, in cui si parla di mummie, Adriana Motti ci dava in pasto un insipido (e improbabile) “combe” al posto di “tombe”, mentre il nuovo traduttore ci delizia con un gustoso (e carinissimo) “pigiamidi” al posto di “piramidi”. Onore al merito, anche se il mio giudizio complessivo non cambia.

Direi che ho detto tutto.
Voi che ne pensate?


mercoledì 8 febbraio 2017

Cari populisti patriottardi: se i “Buoni” per voi sono quelli che vi promettono catene e velenose fabbriche, o vi manderanno di nuovo a crepare al fronte, allora meritate di morire schiavi!



Stiamo attentissimi: 
per dare il via al delirio dell’Olocausto e della Seconda Guerra Mondiale bastò convincere il popolino bue che la colpa della crisi economica era tutta degli ebrei. Adesso stanno convincendo il popolino bue che è tutta colpa delle “arroganti élites liberali”, che vogliono imporre austerità invece di permettere a chiunque di comprare mutande griffate per il cocker, la minimoto al criceto e lo smerdofono anche al gatto. Ormai questa idiozia delle “arroganti élites liberali” è diventata un monolite non scomponibile: fra un po’ scriveranno “arrogantiélitesliberali”, tutto attaccato. 

E così nell’attuale scenario a proporsi come i Veri Buoni, i veri Paladini del popolo oppresso sono, per assurdo, non i socialdemocratici o i liberali di sinistra, non chi come Obama propugnava l’eresia di fornire cure mediche anche ai poveri, ma proprio i populo-fascisti come trumP, come putiN e come Le Caz (o come pene si chiama). Perché? Ad esempio perché stanzieranno vagonate di (non arroganti) soldi pubblici per dare il via a faraoniche opere di (non arrogante) lavhorror schiavistico (magari per costruire muri: non c’è come l’idea sanguinosa di “patriA” per affascinare ogni ottuso bifolco – e lo dico con tutta l’arroganza elitaria possibile). E pazienza se il loro comune grande impaccio è la Nato, un “obsoleto” Patto che PER ORA gli impedisce di riportare guerra, bombardamenti e devastazioni nel cuore dell’Europa, onde dare un bello scrollone rivitalizzante alla (non arrogante) industria bellica e quindi alla tanto amata Crescita Dei Miei Co****** (a proposito: chi crede che il buon putiN si accontenterà di rimettere in ginocchio Ucraina, Estonia, Lettonia e Lituania è pregato di riaccendere il cervello, se ce l’ha – ve li ricordate, pochi mesi fa, gli aerei da guerra russi ricacciati indietro dalle coste settentrionali dell’intero Continente?). 

Intanto, la metà imbecille degli inglesi ha preso il sopravvento sull’altra metà, e torna a sognare il perduto Impero, mentre in ogni latrina del Continente c’è un incontinente autarchico rionale che sogna di battere moneta in proprio, salvo poi il giorno dopo, se vorrà aver di che mangiare, mandare a battere... la zia.

Purtroppo, a sostenere certe inaccettabili corbellerie filoputine e filotrampaiole sono in moltissimi, anche alle nostre latitudini. (Ma ai leccapiedi finanziari di putiN va detto chiaro adesso: un giorno la Storia vi giudicherà persino più severamente di quanto non abbia giudicato chi leccò i piedi a hitleR).
Proprio come ottant’anni fa, sembra che l’intelligenza sia di nuovo vista come una grave malattia. 
Di cui noi “arroganti” siamo portatori insani. 
Possiamo quindi solo sperare in una provvidenziale, improvvisa (e del tutto improbabile) EPIDEMIA di questa nuova vecchia malattia: l’intelligenza (prima che scoprano il vaccino!!) 
Altrimenti saranno cazzi. Armati.

(Scusate se faccio la Cassandra. Ma qualcuno certe cose le deve pur dire. L’ironia è che tocchi farlo a me che sono un artista e un umorista.)


sabato 28 gennaio 2017

OTTO ERESIE DELLA MERLA, A RUOTA LIBERA

1 REGÀLATI UN INCUBO!
La sfacciata propaganda filotecnologica che furoreggia sui giornali mi sembra persino più odiosa della propaganda dei regimi totalitari del secolo scorso. Mai una critica. Mai una perplessità. Mai un commento spiritoso. Tutti lì compatti a chiamare “sogno che si avvera” il più stupido incubo, tipo mettersi a parlare a voce alta con un cazzo di maggiordomo di plastica per chiedergli se è il caso di uscire con l’ombrello… 
Piuttosto mi compro un merlo indiano e gli insegno quattro saracche belle colorite, che almeno mi tira su il morale.


2 LA PERICOLOSA SETTA DELLA PANTOFOLA
C’è gente che entra al supermercato col cappuccio ben calato sulla testa, come se dovesse fare una rapina, o temesse un’improvvisa grandinata d’intelligenza. Gente che sfoggia tenute militareggianti e mimetiche chiazzate come se si apprestasse a smitragliare i barattoli di pomodoro concentrato. Gente (s)vestita in modi che se osasse presentarsi così sul set di un film porno il regista griderebbe “Còprete!” Gente con puzzolenti anfibi da mezza tonnellata d’estate e ombelichi da cui escono stalagmiti di ghiaccio d’inverno.
Ma certi bovinazzi delator/conformisti che fotografano clienti per “denunciarli” sui social, e certi direttori di negozio che di conseguenza decidono l’allontanamento di persone per il loro modo di abbigliarsi, non se la prendono con gente così, ma con chi indossa… pigiama, vestaglia e pantofole. Che sarà pure bizzarro, ma come minacciosità e fastidiosità mi pare uguale, o inferiore, a zero.
Dopo aver letto ‘sta cosa, è venuta voglia di uscire in vestaglia pure a me, come il meraviglioso Lebowski. 
Spegnessero quei cazzo di stronzi telefonuzzi-spia, e riaccendessero i cervelli!! (Se ce li hanno ancora…)


3 PAROLE MAGICHE
La gratificazione orale è sottovalutata!!!! Ci sarà un motivo se in Sanscrito la Parola per indicare “felicità”, “gioia”, “beatitudine”, “piacere” è… SUKHA! 
Tornando seri, ho cercato in un glossario Sanscrito un’idea che mi potesse rappresentare, che potesse essere il mio marchio e la mia Parola magica, e ho trovato ASAKTA (“distaccato”, “libero”).
Mi ha fatto pensare a una nostra bellissima e bistrattata Parola, SCAPESTRATO (nel suo significato letterale di libero dal giogo).
E come immagine? Ho scelto un gabbiano in un Mare di luce.


4 SENZA PIÙ TREGUA
Un’intera pagina di giornale per celebrare il maratoneta 85enne che “per tenersi in forma spala la neve” e insegue record su record, senza nemmeno una riga per insinuare il dubbio che possa trattarsi di un malato di mente. Subito sotto, la solita “onesta” ricerca che contesta il “mito” della vecchiaia serena e della tranquillità psicofisica: «Anche fatica e stress possono generare effetti positivi». Massì, via quei libri, quei cruciverba e quelle carte da gioco! Mandiamoli a lavorare all’altoforno, così potranno permettersi più viagra. Poveri nonni, che vi stiamo facendo?
Il messaggio finale dell’irresponsabile pagina è: 
«Tutti in pista!»
E i defibrillatori, ce li mettete voi?


5 CARTADACULO
C’è gente che uccide il pianeta cambiando smerdofono ogni tre settimane, scorrazzando con camere a gas turbodiesel revisionate male (o mai), riscaldando la casa a 26 gradi d’inverno e raffreddandola a 18 d’estate… Ma quando vogliono mettersi a fare gli ecologisti se la prendono con LA CARTA. (Riferendosi preferibilmente a quella dei Libri, mica quella dei depliant pubblicitari della loro dittarella con cui intasano le cassette della posta, o del loro partito politico, con cui intasano la mjnkhya). 
La carta igienica, vi dovrebbero togliere, e obbligarvi a pulirvi col tablet.



6 QUANDO È MEGLIO NON CAPIRE
Non avrei mai creduto di poter rivalutare così tanto l’analfabetismo. Per esempio mi fa un gran piacere se la pubblicità a bordocampo nella partita di calcio che sto guardando è in cinese: è molto decorativa, e mi permette di non sorbirmi le cazzate commerciali che veicola. 
E allora sarebbe bello, per autodifensiva magia, poter entrare in modalità analfabeta a comando, on/off: decrittare soltanto testi intelligenti, interessanti o divertenti, e percepire null’altro che forme e colori in presenza di minchiate che mi ferirebbero il cervello.
Scrivi un nuovo meraviglioso romanzo? E io me lo compro e me lo godo.
Mi ordini di scaricare l’app che fa l’oroscopo al mio pene? E io vedo soltanto quadratini gialli e blu… Così non dovrò neanche sprecar tempo e neuroni per mandarti mentalmente… dove meriti.


7 NOTIZIE COMPARATE
Leggo che lo splendido essere chiamato ghepardo è in via d’estinzione: poco più di settemila esemplari allo stato selvaggio. Volto pagina, e apprendo che invece lo stupido homo pantegana è così numeroso che se ne sono riuniti dodicimila esemplari solo attorno a un’insulsa e viziata gallinella messicana per la fastosa festa del suo quindicesimo compleanno, dove c’è pure scappato il morto (ma per sbaglio). Così, quando alla pagina successiva m’imbatto in un pisquano che frigna per il “dramma della denatalità”, mi viene da dare per scontato che stia di nuovo parlando di ghepardi. Invece no. Che ci crediate o no, sta parlando della denatalità dell’homo pantegana, ormai alle soglie degli otto miliardi, che se per pura sfiga si mettono a scorreggiare all’unisono salta per aria il sistema solare.


8 ROMANZI IN ARRIVO
Non offendetevi se fra voi c’è qualcuno che, in buona fede o semplicemente per mostrarsi interessato alla mia vita, me l’ha chiesto, ma una delle domande più stupide e irritanti che si possano porre a uno scrittore è “Quanto ci impieghi a scrivere un romanzo?”. Come se i libri fossero tutti uguali, e noi delle cazzo di macchinette imbrattacarta. Ci sono romanzi che mi hanno richiesto un anno o molto meno (ma non stiamo parlando di un lavoro continuativo e regolare, quindi come diavolo fai a quantificarlo?) altri che hanno subito aggiustamenti, revisioni e nuove stesure nel corso di due, tre, quattro anni (come quando dimezzai senza pietà, e riorganizzai, “gémenteseflentes” per farlo diventare “Il taccuino rosso di Wolfsburg”, cioè “Quattro soli a motore”). E poi ci sono testi-monstre come quello basato sul diario che ho tenuto negli ultimi tre mesi e mezzo di vita della mia dolce mamma: sono quasi quattordici anni che ci ritorno sopra, per portarlo dal migliaio di pagine iniziali alle circa quattrocento di oggi, e ancora non saprei dire se sia “pronto”. Ma quando sarà pronto vi stritolerà il cuore.