"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"
SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

mercoledì 11 settembre 2019

Bisogna avere le cosiddette palle

«Scrittore assoluto e vera e propria anomalia nel panorama letterario italiano contemporaneo... 
Ciò che colpisce nuovamente in questo romanzo è il pastiche esplosivo di un Pezzoli ormai liberato da ogni briglia esterna, questo “argot” da Valcuvia bisessuale sparato come un razzo nell'universo, queste pagine/universo/stanzetta sensibili e insieme fisicissime, da vero scorticamento, da abbraccio che lascia senza respiro, questo stile che imperversa muovendo le pagine, questa carne che piange sofferenza e sorrisi, questo suono che mentre si legge rimbomba in testa e che riecheggia le parole di Céline».

Bisogna avere le cosiddette palle per decidere di recensire con entusiasmo un romanzo di alto livello, MA AUTOPRODOTTO, come “gigoló per cliente unica”. 

Andrea Consonni lo ha fatto su Wrong, uno dei pochi blog in cui ancora si dice pane al pane, merda alla merda, scrittore a chi è scrittore.




domenica 8 settembre 2019

Finalmente disponibile il cartaceo de "LA CAMPAGNA PLAXXEN"



Torna finalmente disponibile la versione cartacea de "LA CAMPAGNA PLAXXEN", reimpaginata e a prezzo più abbordabile (12 euro anziché 25). 
Solo su Amazon.

«Una storia di clochard più o meno volontari, un fosco noir metropolitano con finale thrilling, una feroce satira del mondo della pubblicità e dei consumi compulsivi. E l’inno d’amore di un padre separato per il figlio down. Il tutto visto attraverso il pazzo mondo dei blogger».



martedì 27 agosto 2019

Altre letture estive (3)


RACCONTI DA RIDERE – Un’antologia curata da Marco Rossari (molto bravo, acuto, appassionato, simpatico e coinvolgente nelle parti introduttive, questo gli va riconosciuto, e forse un po’ meno bravo nella scelta di alcuni brani).
Voto medio ai racconti: 7.07
Nel complesso è una compilation gustosa e intrigante, ben bilanciata, anche se si apre un po’ autolesionisticamente con una serie di racconti antiquati, stantii, raffinatini e puerili (io sarò un rozzo lettore e un ancor più rozzo scrittore, ma l’unica possibilità che gente come P.G. Wodehouse ha di farmi ridere con robette come questa “lotteria dei grassoni” è inviare un fantasma a farmi il solletico in zona ombelicale…)
Ma forse il primo ingenuo difetto del libro sta proprio nel titolo: ricorda un po’ quelle persone goffe e sgraziate che, non contente di non saper raccontare aneddoti o barzellette, pensano bene di preannunciarne l’arrivo con la raggelante frase: “Adesso vi faccio ridere”. Dopodiché non riderà nessuno, mai. 
Qui però, anche se non sempre e non tantissimo, si ride.

A costo di passare per un maestrino che si diverte a dare i voti, credo che il modo più utile e onesto di valutare questa raccolta sia di fornire per ogni autore, e relativo racconto, una scheda più concisa possibile, accompagnata da una valutazione da 1 a 10 (da cui la media segnalata poco sopra).

Avvertenza. Onde evitare lunghe ripetizioni, ho deciso di battezzare in modo del tutto arbitrario come “Difetto 14” una magagna ricorrente: per “Difetto 14” intendo tutti quei casi in cui un racconto parte con uno spunto davvero originale, quasi geniale, ma poi si arena in uno sviluppo prevedibile, pedissequo, scontato, come un’equazione matematica, finendo col tradire le promesse e col diventare mortalmente tedioso, e allora, per quanto breve possa essere, tu che lo leggi non vedi l’ora che… finisca!

P.G. Wodehouse
Umorismo datato, scialbotto, quasi infantile (quand’ero piccolo mio padre lo chiamava “spirito di patata”, o anche “spirito di Topolino”), vetero-anglosassone nella sua accezione peggiore. Proporlo in apertura è una scelta che rasenta l’autogol. (Stavo per non dirlo per non infierire troppo, ma… “Difetto 14” in tutto il suo malefico splendore).

Achille Campanile 6- 
Spunto originale e carino, ma il risultato è un raccontino insipido e superfluo.

Dorothy Parker  
Una robina insulsetta, banale, insignificante, con l’aggravante di una prolissa malagrazia (nel breve, il che è incredibile) che risulta irritante, soporifera e fuori luogo. Nella prima parte si dilunga a descrivere un tizio famoso per far ridere con le sue battute, riuscendo nella monumentale impresa di non far neppure sorridacchiare stancamente, ma neanche mezza volta. Mah.

Alan Bennett 9
Finalmente una perla di comicità intelligente, piena di ritmo, di brio, di piccole sorprese e momenti spassosi. Grande Alan!

James Thurber 7+
Non un capolavoro ma divertente assai, col guizzo di genio della disputa coniugale su Greta Garbo e… Paperino.

Stefano Benni
Qui forse non nel suo stato di grazia, ma fra gli italiani proposti è di gran lunga il migliore (non che ci volesse molto, visto che mancano all’appello Flaiano, Rodari, Bergonzoni, Pezzoli… Ma persino fra gli stranieri ci si è dimenticati di qualcuno molto bravo – Auslander, tanto per dirne uno. Un grande merito a Marco Rossari va però riconosciuto: si è comunque concentrato – piacciano o non piacciano – su scrittori veri, lasciando fuori il guittume televisivo e altri usurpatorelli assortiti, e di questi tempi non è cosa da poco).

Irvine Welsh 6
Forse il più lampante esempio di “Difetto 14”: l’autore ci stende con la trovata geniale delle ragazze famosissime (cantanti e attrici) che fanno impossibili sogni a occhi aperti leggendo le gesta gossippare di hooligans del calcio e altri oscuri energumeni, dopodiché ci annoia a morte sviluppando il temino nel modo più scontato e ripetitivo possibile.

Tiziano Scarpa 6+
Un pezzo un po’ pretenzioso, che vuol sembrare chissà che, ed è invece insignificante e moscio, non dice nulla, non propone nulla, al di fuori di qualche sprazzo di buon esibizionismo descrittivo (perché l’autore sa scrivere, eccome!). Soprattutto non diverte neanche un po’. Perché inserirlo in un libro intitolato “Racconti da ridere”?

Nora Ephron 6-
Raccontino arguto e autoironico, ma fondamentalmente insulso e spaccamaroni. Pare tratto da uno di quei rotocalchi femminili che circolano dalle parrucchiere e nelle sale d’attesa dei dentisti, e forse è davvero così.

David Sedaris 7- 
Ingegnoso brano al vetriolo, ma non esente dal “Difetto 14”: la caduta dei protagonisti in un precipizio di demenzialità segue inesorabili cadenze matematiche, e più vuol sorprendere o scioccare meno ci riesce. (Ad ogni modo, ecco un autore che mi era del tutto sconosciuto e che ha stimolato la mia curiosità, e per un’antologia questo è sempre un grande merito, se non il merito principale).

Martin Amis
Un geniale spunto (inversione di ruoli, notorietà e fortune fra poeti e sceneggiatori di cinema, coi primi a far milioni d’incasso con singole poesie e i secondi, disperati e frustrati, a nuotare nei bassi fondali della cultura alternativa…) che era a forte, fortissimo rischio di “Difetto 14”: e invece l’autore, essendo uno dei più grandi scrittori di sempre, riesce a tenersene alla larga con brillante spavalderia.

Charles Bukowski 9
Semplicemente meraviglioso (e la cosa non mi stupisce) il racconto dello zio Buk. Ma bisognava dare una rispolverata alla pessima traduzione, con quel verbo “badare” assurdamente usato (più volte) al posto di “continuare” che mi aveva indispettito già la prima volta che lo lessi…

Umberto Eco 7+
Più che geniale l’idea di ribaltare “Lolita”, col protagonista che diventa gerontofilo. Peccato non si sia fermato all’incipit o poco oltre, perché poi fa morire di noia sprofondando di brutto nel “Difetto 14”, con l’aggravante di un registro eruditoide e pedante che non ha assolutamente nulla a che vedere con quello del capolavoro di Nabokov. La parodia della perfezione dev’essere perfetta, altrimenti zoppica e fa addormentare.

Margaret Atwood 7-
Satira del politically correct, intelligente, pungente (e meritoria!) ma piuttosto ovvia e scontata, come te la potresti aspettare dalla penna di una brava quindicenne. 

Mark Twain 8-
Gustosissima parodia dell’Antico Testamento, che ha forse il torto di osare poco per paura di incorrere nella blasfemia (ma vista l’epoca in cui scriveva lo possiamo perdonare). Comunque tanta roba.

Michele Mari
Abbiamo qui il raccontino saporito (ma un po’ déjà vu) di un ragazzino che vuol vedere per la prima volta una figa, e si riduce ad approfittarsi della scema del villaggio. Carino ma nulla più, e forse penalizzato dalla scelta di un linguaggio fin troppo forbito, professorale (l’ho sempre considerato un handicap di questo bravo autore), che dovrebbe far ridere per contrasto ma ci riesce solo fino a un certo punto. Molto bello e tenero il finale, ma siamo sempre lì: se mi intitoli l’antologia “Racconti da ridere”…

Slawomir Mrozek 5-
Questa storiella potrebbe essere usata come dimostrazione (in negativo) di come anche il nonsense abbia bisogno di un minimo di senso. Se mi scrivi la storia di un conte che per eccitarsi e trombare ha bisogno (in contemporanea) di una truppa di fanteria che gli marci sotto le finestre, di violinisti che gli suonino dal vivo in camera, di un orso non addomesticato e incazzato messo sopra una roccia artificiale, e poi mi fornisci pure le spiegazioncine di psicologia dell’età evolutiva che stanno dietro a tutto questo, non solo non mi diverto io a leggere, ma mi viene da chiedermi come diavolo abbia fatto a divertirti tu mentre scrivevi.

Anton Cechov
Che dire: forse anche qui quel poco di comicità si nasconde nella tragica stupidità del protagonista, e nella perfidia del finale (che sarebbe una folgorante sorpresa, se non fosse, mi permetto di dirlo, per l’imperdonabile errore del titolo che l’anticipa!), e forse anche qui abbiamo un testo sabotato da traduzione in italiano vetusto (i participi passati accordati al femminile, la parola “sollecitatori”, e quell’inguardabile “in istrada”) eppure la grandezza del Maestro rifulge a ogni riga, e a dargli un voto più basso mi sarei sentito un bestemmiatore, o uno sciocco.

Nikolaj Gogol’
Un racconto (“Il naso”) famosissimo e magistrale, ma non esattamente scompiscioso, se non in un paio di momenti felici. E decisamente troppo lungo rispetto agli altri della raccolta. (Lo so, sono uno spaccaballe, ma non mi sembra una controindicazione dappoco: proprio perché si tratta di un classico conosciutissimo, lo si poteva rimpiazzare con due o tre racconti più agili e freschi, e un po’ più divertenti). Per traduzione e voto, vale quanto detto a proposito di Cechov. (Ora che ci penso, anche quello di Martin Amis era quasi della stessa lunghezza, solo che in quel caso, chissà perché, non me n’ero reso conto…)

Jorn Riel 8-
Be’, questo Riel non mi ha esattamente conquistato ma mi ha incuriosito, perché il suo racconto, pur non straordinario, è decisamente stravagante, piacevole e ricco di significati.
Interessante anche come persona, per le sue particolarissime scelte professionali e di vita.

Joe R. Lansdale 8
Un pezzo brevissimo che risulta originale, travolgente, intelligente, brillante, carino. Lansdale, che a volte ho adorato e quasi idolatrato (“La sottile linea scura”, per dire un titolo meraviglioso) e altre volte detestato per le sue cadute nella più puerile e goffa insulsaggine, quasi che a scrivere fosse un altro, una controfigura (“La foresta”, per dirne uno che fa cagare) qui conferma di essere, in generale, un Grande.

Donald Barthelme 10
Oh, finalmente! È di perle simili che un’antologia di racconti umoristici dovrebbe essere farcita! Ma la genialità pura è dono di pochi, e davanti a questo puro genio m’inginocchio. Se non avete letto i suoi libri, fatelo!!
(Potete cominciare, senza indugio, con "Ritorna, dottor Caligari".)

Heinrich Böll 8-
Insomma, finale decisamente in crescendo. Bravo anche Böll. E bravo Rossari.


venerdì 16 agosto 2019

Altre letture estive (2)


Philip Roth – HO SPOSATO UN COMUNISTA
Voto: 8-

Non il miglior romanzo di questo grandioso scrittore. Mi è parso un libro mal congegnato, prolisso, strutturalmente zoppo, amorfo, involuto: la quasi totalità del testo si basa sul monologo ben più che torrenziale di un novantenne, che obbliga il lettore ad ampie concessioni sulla credibilità del timing. (Non puoi far parlare uno per 90 pagine e poi dire che ciò è avvenuto nel tempo di “sorbire un martini”. Io sono un centellinatore di alcolici, ma lì di martini ce ne stavano venti o trenta. E verso la fine, giunti a pagina 283, Roth pensa di cavarsela così: «Potrei ascoltare per tutta la notte – gli dissi – ma forse è bene che tu dorma un po’. Nel pantheon dei narratori, hai già strappato il titolo a Sheherazade». Mah.)

Eppure, scremata via quel po’ di noia a cui Roth non sa mai rinunciare, quasi avesse paura di non sembrare abbastanza serio, complesso e profondo, scremato via quel po’ di déjà vu, e quel po’ di pesante-zavorresco che sempre hanno gli argomenti politici nelle opere d’arte narrativa, rimane comunque un gran buon libro.
Mirabile il modo in cui mette in (tragico) ridicolo la devastante opera degli zelanti fanatici bigotti e degli stronzi burattini affamati di fama e potere, senza per questo mancare di mettere in risalto l’antitetico (e spesso patetico) zelante fanatismo trinariciuto di certi “buoni, duri e puri” militanti.
Ma è soprattutto un romanzo che contiene Parole Dannatamente Sante come queste:

«Chi le ha insegnato che l’arte è solo una serie di slogan? Chi le ha insegnato che l’arte è al servizio del popolo? L’arte è al servizio dell’arte: altrimenti non esiste arte degna dell’attenzione di chicchessia. Per quale motivo si fa della letteratura seria, signor Zuckermann? Per disarmare i nemici del controllo dei prezzi? Il motivo per fare della letteratura seria è fare della letteratura seria. Lei vuole ribellarsi alla società? Le dirò io come si fa: scriva bene. Vuole abbracciare una causa persa? Allora non si batta per la classe lavoratrice. Se la caveranno benissimo senza di lei. Si riempiranno di Plymouth finché non saranno sazi. Il lavoratore ci conquisterà tutti: dalla sua noncuranza deriverà la sbobba che è il destino culturale di questo paese filisteo. Presto avremo in questo paese qualcosa di molto peggio di un governo di contadini e di lavoratori: avremo la cultura dei contadini e dei lavoratori. Vuole una causa persa per cui battersi? Allora si batta per il verbo

E come queste:

«Non devi scrivere per legittimare il comunismo e non devi scrivere per legittimare il capitalismo. Sei estraneo all’uno e all’altro. Se sei uno scrittore, non ti allei né con l’uno né con l’altro. Sì, vedi le differenze, e naturalmente vedi che questa merda è un po’ meglio di quella merda, o che quella merda è un po’ meglio di questa merda. Molto meglio, forse. Ma la merda tu la vedi. Non sei un funzionario governativo. Non sei un militante. Non sei un credente. Sei uno che affronta il mondo, e ciò che vi accade, in un modo assai diverso».

E poi, una delle chiusure più belle e lapidarie della storia della Narrativa:

«Le stelle sono indispensabili».

Talmente bella e lapidaria (e ricca di significato) che di sicuro l’editor italiano medio avrebbe tentato di eliminarla, inarcando le sopracciglia e bofonchiando: “Troppo ad effetto, Philip, troppo compiaciuto!” (Di cosa poi sarebbe stato capace costui pur di smantellare le Parole Sante antipolitiche di poco più sopra – se avesse avuto l’ardire di scriverle un esordiente nostro connazionale – ve lo lascio semplicemente immaginare…)

Non vi consiglio di comprarlo, perché se poi non vi piacesse mi sentirei, onestamente, in colpa. (Lo sapete, questo blog ha tante pecche, ma qui si danno soltanto consigli sinceri e onesti, basati sulle pure Emozioni provate al cospetto dell’opera d’arte).
Ma vi ripeto che non è un bruttissimo libro.
E non è un libro superfluo.

Parola di Scriba.


sabato 10 agosto 2019

Altre letture estive (1)


Walter Tevis – L’UOMO CHE CADDE SULLA TERRA.

Voto: 8

Chi come me si sente un po’ alieno in mezzo ai terrestri non dovrebbe perdersi per niente al mondo questa piccola gemma narrativa.
Un romanzo originale, avvincente, acuto, struggente, scritto bene: vivamente consigliato da Zio Scriba.



giovedì 1 agosto 2019

TRANCI DAL MIGLIOR ROMANZO ITALIANO DELL'ANNO. (Ma non lo troverete fra i premiozzi, e neppure in libreria, com'è giusto che sia. E-book e cartaceo SOLO su AMAZON).


Avevo anche provato a sguazzare nei fondali bassi del giornalismo di provincia, conquistando non si sa come una pagina tutta mia su una rivista cittadina. Potevo scriverci quello che volevo! Mica male, come chance per un ragazzotto. Attaccai Khomeini e non mi successe niente. Attaccai la Democrazia Cristiana e non mi successe niente. Attaccai certi cuor di leone che sparavano col fucile ai pettirossi, e venni licenziato. Questione d’inserzionismo: gli Ayatollah dell’Iran non compravano spazi pubblicitari sulle riviste varesine, gli armaioli della zona sì.

Loro non lo sanno, ma il vantaggio delle primissime eiaculazioni è che viene fuori una gocciolina concentrata, acquosa e trasparente, quasi invisibile, non rintracciabile, e la goduria è di gran lunga superiore a quella degli orgasmi adulti – forse per via del mistero, della novità, della sorpresa – ma insomma non sporchi e non lasci traccia, per cui mi scopavo di tutto, dai cuscini piacevolmente urticanti del divano in sala (mentre i genitori in cucina sorseggiavano il caffè Paulista) ai copriletti in camera mia. Nessuno si accorgeva di niente. Poi chiedevo scusa al Dio di Paura, a questo spauracchio cagacazzo e notaio delle goccioline altrui, e gli promettevo, chissà perché, di non farlo mai più. 

Ma stamattina lo subisco anch’io, lo stupro di qualcuno che mi paga uno stipendio. Devo scendere verso l’incrocio, e immettermi nello sciabordante scorrere dell’incubo su ruote. Attenzione. È pericoloso. Eccomi inserito. Eccomi fagocitato. È più di quanto si possa sopportare. È così ogni mattina, per voi? Come dite? Anche il sabato notte? Solo che lì lo chiamate “divertimento”? Ma come può essere. Eccomi preceduto, tallonato, sfiorato. Paura del lupo nessuna. Tanta paura di voi.

Ben presto ci arrivai, ad associare le mie seghette undicenni alle femmine, alle compagne di classe. Le scopavo di solito sul mio letto, sempre disteso al contrario con la testa dalla parte dei piedi, e della porta, per controllare che non facesse irruzione nessuno. Ma la stranezza era che invece di andare su e giù ancheggiavo da sinistra a destra e da destra a sinistra: mi ero fatto fregare dalla parola “scopare” (le parole ci fregano sempre), e credevo che la figa andasse ramazzata, spennellata via in superficie come un pavimento peloso con la scopa di saggina. Il che oltretutto spiegava come mai le donne rimanessero incinte così raramente, solo dopo numerosi e pazienti tentativi.

Certe sere leggevo per lei da un libriccino di haiku giapponesi, delicati lirici flash che invece che scritti sembravano dipinti con gli acquarelli sulla pagina bianca. C’era una bella immagine che ritornava spesso: “Aki no kure”. 
Veniva tradotta con “Crepuscolo d’autunno”. 
Ogni volta che leggevo dei versi che terminavano con aki no kure mi commuovevo, e lei mi guardava interrogativa.

Latte, müesli, cioccolato, formaggio dolce, marmellate, burro, succo di mela, mi sento svizzero anch’io, ho imparato a esserlo a Berna e in riva allo Zugersee, ero solo un bambino, porgevo noccioline agli scoiattoli e correvo al recinto del “bidióbidie” al Thier Park, mi venne spiegato che il bisonte non le voleva, le mie noccioline del cazzo, ma era lui, solo lui, il mio preferito. Adesso volevo essere uno scoiattolo.

Solo la libertà, contava. Più dell’ossigeno stesso. E il tutto, si capisce, in selvatica solitudo. La mia canzone-manifesto era Who can it be now?, incisa dagli australiani Men at work nei primi Ottanta, contrariata reazione al bussare alla porta che in valcuviese si tradurrebbe: E mò ki ghè scià?, e in italiano: Chi è che rompe il cazzo a quest’ora? 
Lo so, lo so, io sarò di quelli rinvenuti, già ben decomposti e assaggiati dal gatto affamato, una ventina di giorni dopo la morte, e solo a causa della puzza, e i cacanotizie mi appiccicheranno col naso tappato la risaputa etichetta: NUOVO DRAMMA DELLA SOLITUDINE. (Semmai il dramma della putrefazione, coglioni!)

Se la colonna sonora fosse stata a richiesta, più che alleluja avrei gradito come on baby, do the locomotion… Eravamo due vagoni molto ben agganciati, chi lo nega. Le mie mani sulle tettine tutt’altro che flosce mungevano e strizzavano capezzoli duri. Il mio membro nell’antica fregna ben lubrificata faceva sgnik sgnik sgnik, il mio corpo contro il suo corpo contro il suo lavandino faceva thumpf! thump! thud!, mentre il dentifricio diventava un pizzetto colante. 
Lei smise di lavarsi i denti.







domenica 14 luglio 2019

Paolo Zardi - LA GENTE NON ESISTE


«Io le dico che la separazione è tutto quello che sappiamo del cielo, e tutto quello che ci serve dell’inferno; non ricordo dove l’ho letta, questa cosa, ma sono convinto che fosse marzo. E mentre nel cielo passa il cerbiatto che ci guardava nel bosco, lento come una nave, bianco come una nuvola, io ti vedo tornare verso di me, dal mare, in controluce, come in una foto bruciata dalla luce che la colora».

Quando definisco Paolo Zardi un grande scrittore che ha sempre dato il suo meglio sulle distanze più brevi, non lo faccio per sminuire i suoi bellissimi romanzi, bensì per affermare, con decisione, che come autore di racconti Paolo si pone su livelli di assoluta eccellenza a livello mondiale. Un fuoriclasse. Un maestro del genere.
Ed è quindi con estrema gioia che ho accolto la notizia del ritorno di Zardi al racconto. Chi ha amato e apprezzato “Antropometria” e “Il giorno che diventammo umani” sarà felice quanto me per questo ritorno alle origini (anche editoriali: Paolo ritrova la Neo, la piccola e prestigiosa casa indipendente che negli anni ha avuto il merito di lanciare, oltre allo stesso Zardi, altri fior di scrittori come Gianni Tetti e Alessandro Turati). 

Non mi dilungherò sui singoli racconti, per non guastarvi il gusto della scoperta. Dico solo che quello d’apertura, “Ombrelloni” è un delizioso e divertente capolavoro. Che in “Tuca Tuca” l’autore è bravissimo a mostrarci il punto di vista della squallida inferiorità mentale dei conformisti omofobi (e di quei genitori, che sono poi la maggioranza, che considerano i figli come emanazioni/proprietà, su cui far valere gravose pretese tipo quella di diventare nonni) dando loro voce e pensiero senza giudicarli apertamente, ché bisogno, in fondo, non ce n’è. Che “Controluce” è caldo, emozionante e perfetto come una poesia incisa sopra un quadro assolato di Van Gogh poco prima che la pittura si asciugasse. Che “Urano” è semplicemente sontuoso. E che fra tutti gli altri non si riuscirebbe a trovarne uno brutto o insignificante neanche a volerlo.

«Come il piccolo e instancabile tosaerba, aveva fatto il proprio dovere e ora era il momento di ricaricare le batterie. In fondo, le loro vite non erano così diverse: condividevano desideri semplici, qualche talento specifico applicato con pazienza, una certa attenzione nell’evitare i pericoli; e chissà se anche quella scatoletta, la sera, rimuginava sulla giornata trascorsa, se ricordava qualcosa del verde dell’erba, del suo odore, del batticuore di fronte a un ostacolo, del sole che aveva attraversato il cielo da parte a parte; chissà se aveva piccoli rimpianti, qualche ferita, e ricordi dolci che venivano a cullarlo nel cuore della notte. Ecco, avrebbe potuto scrivere un racconto di fantascienza su quel robottino. Sui suoi sogni. Sulla sua paura della morte e sulla tenacia con la quale vi si opponeva».

Paolo Zardi
Grazia, intelligenza, lirismo, empatia, una cura minuziosa dei dettagli, curiosità per le persone e per le cose del mondo, pietà ma non troppa, cinismo ma non troppo, capacità di sorprendere e stupire senza bisogno di ricorrere a sensazionalismi grossolani, l’orecchio attento di chi sa guardare e lo sguardo penetrante di chi sa ascoltare: nella scrittura di Zardi c’è tutto ciò che deve esserci per deliziare un lettore esigente, annoiato dalle illeggibili minchiate a nastro di quasi tutta la nostra sconcertante editoria, che da decenni ansima come un motore ingolfato dai miasmi pestilenziali da essa stessa prodotti. 

La gente non esiste, dice l’autore. Gli Scrittori, anche se pochi e in via d’estinzione, invece sì, vi dico io.
Non perdetevi per niente al mondo questa nuova, e rara, prelibatezza, questo confetto dai mille sapori. 
Non fatemi incazzare.
Parola di Scriba.

«Tutti, però, coloravano le notizie con una voce adeguata: una fermezza istituzionale per le tragedie, una sottile euforia per la moda e i fatti stravaganti, e una grigia rassegnazione per i numeri dell’economia. A volte pensava che il tono fosse una proprietà intrinseca delle parole, una qualità innata che gli speaker dovevano limitarsi ad assecondare».


lunedì 27 maggio 2019

Silva Gentilini - LE FORMICHE NON HANNO LE ALI


Due sono i tratti da sempre all’origine della vera arte: un minimo di talento naturale che sta, necessariamente, alla base (checché ne dicano i truffatorelli del siamo tutti scrittori), e poi un’anima ferita, violentata, “grattugiata” come i muri delle case di certi immigrati nell’America dei primi del Novecento. L’anima ferita aiuta, non poco, a far scaturire i capolavori.
Due sono anche le storie qui portate avanti a capitoli alterni, come nei migliori romanzi di Vargas Llosa. Si tratta di capitoli brevi, intensi, incalzanti, che invogliano a divorare il libro, struggenti, dei piccoli dardi, avvelenati da una giusta rabbia, che centrano il cuore, ma il veleno è un veleno reso quasi piacevole dall’arte del saper scrivere, dalla magia dell’esprimersi, dal coraggio di vivisezionare un’infanzia brutalizzata e un’innocenza violata, incidendo a fondo pur sapendo che in tal modo sanguineranno ancora, e tanto, tanto.

Margherita, nel 1914, è una quindicenne toscana sedotta e ingravidata dal rampollo dei riccastri del paese, il quale si guarderà bene dal riconoscere il figlio, e costretta dagli eventi a imbarcarsi verso l’America non per rifarsi una vita ma per avere una vita, che grazie alla sua bellezza, intelligenza e forza di carattere decollerà oltre ogni aspettativa, ma resterà sempre orba di quel primogenito che ha dovuto abbandonare in un convento di suore per salvarsi dall’opprimente piccineria di un mondo che invece di chiamarti sfortunata, e aiutarti stringendosi vicino, ti chiama puttana, e ti condanna all’isolamento. 
Emma, una sessantina di anni dopo, da bambina viene massacrata di botte, e da adolescente stuprata e ingravidata, dal padre, uno schifoduomo di quelli che ti fanno vergognare di essere maschio, di quelli che non ti sembra possibile esistano e invece te li ritrovi ogni giorno nella cronaca nera, in questo caso con la sola (insufficiente) attenuante della depressione, un demone che lo porterà a impiccarsi troppo tardi, fuori tempo massimo sul timing delle altrui vite devastate per sempre, irrimediabilmente. 
Ma non si creda che il romanzo sia una di quelle poco oneste “fucilazioni” del maschio, con annessa glorificazione della bontà femminile: il primo personaggio negativo con cui facciamo conoscenza è la madre di Margherita: un’orrenda bigotta gelida e anaffettiva, capace soltanto di giudicare e di preoccuparsi dello scandalo al cospetto delle malelingue di paese (dopo il parto terrà la figlia segregata in casa, e quando poi seguirà il consiglio del medico di “farla uscire” sarà per spedirla come sguattera presso un disgustoso vedovo arrogante e bavoso), uno schifodidonna, insomma, come troppe ce ne sono. La piccola Emma, dal canto suo, ha una mamma dolcissima e colpevole solo di debolezza e sottomissione, vittima quanto lei, ma anche una sorella maggiore modello Empatia Zero, che la tratta come un’estranea e le nega ogni possibile spiraglio di complicità e consolazione.
Le due storie sono legate come una maledizione ereditaria: Margherita è la bisnonna di Emma (ma non sto “spoilerando”: se volessi farlo rivelerei le sorprese più grandi custodite nelle ultime pagine…)

«Quando Lui mi colpiva sentivo il sapore del sangue. Era pastoso e con il gusto di una vecchia chiave… Quanto durava il tempo dei pugni e dei calci? Pochi attimi. Il resto veniva dopo. Un affanno di rabbia muta attraverso il corpo. E la voglia di urlare, di correre via, di cambiare identità... Assumere le sembianze di un gatto randagio, di un pesce rosso, di un fiore, di un sasso. Ancora meglio, di una formica. Le formiche hanno uno scopo fermo, inossidabile: prendono una mollica, un pezzetto di qualsiasi cosa e lo trasportano. Lo fanno a prescindere. Nessuno le ferma. Puoi schiacciarne una, ma quelle che restano non hanno paura. Vanno avanti. Si riorganizzano. Ricominciano. Le formiche non hanno paura. Avrei voluto essere una formica.»

Una scrittura, quella di Silva Gentilini, asciutta ed efficace, di precisione chirurgica, e al tempo stesso coinvolgente, capace di evocare odori, suoni e sensazioni tattili facendoteli provare fisicamente, così come ti fa respirare l’ansia e l’angoscia. Leggendo vi si stringerà il cuore, e al contempo vi si dilaterà l’anima, e giunti alla fine vi verrà voglia di abbracciare l’autrice, per farle sapere che al mondo c’è anche chi invece di picchiare e violare preferisce amare e proteggere. Amare e proteggere i bambini, le donne, gli artisti.
Un romanzo che ti avvince e ti rimane addosso. Indubbiamente un libro che merita di essere letto: bello, tremendo, toccante, coraggioso. Come piacciono a me e ai buongustai che frequentano questo blog, e che come me odiano i rigurgiti delle mezzeseghe copincollerecce, i meteorismi mentali degli intellettualoidi della mutua, i peti a ripetizione di certi cacacommissari, i libercoli noiosi e superflui e quel tanfo di stantio che ha la fuffa troppe volte riciancicata.

Non fatemi incazzare.
Parola di Scriba.


domenica 26 maggio 2019

26 Maggio col cuore in mano [e quindi, come direbbe Alessandro Bergonzoni, coi polsini tutti insanguinati]


Resisti ancora, papà!
Col tuo occhietto spento e l’altro occhietto debole e stanco.
E le tue vecchie gambe con cui ogni mattina zampetti per andare a comprare il pane, il latte e il giornale.
Col tuo cuore triste per la dolcissima Lidia che ci manca ormai da quasi sedici anni.
Col tuo carattere precisino e a volte impossibile.
Con la tua insospettabile simpatia alla Totò.
Con la tua bellissima bruttezza da caratterista, orchettaccio buono in un film fantasy.
Resisti ancora, papà.
Tu che eri così intelligente e generoso da portarci al Mare anche quando avevi i debiti per la casa e a te stesso non concedevi neppure un caffè al bar (non lo chiamavi mutuo, li chiamavi debiti e non ci dormivi la notte, e quando rivelai agli amichetti a scuola che “avevi i debiti” un paio di loro ti chiamarono crudelmente fallito, e io nemmeno ti difesi).
Tu che prendevi gli ansiolitici per sopportare un lavoro di merda, che non mollavi perché serviva a dar da mangiare e da vivere a noi.
Tu che mi hai insegnato quanto è bello leggere libri, passeggiare nei boschi, ascoltare la sera, pensare con la propria testa senza essere schiavi di nessun disonesto cane pastore.
Tu che quando vedi un mendicante sei più buono con lui di tanta gente che va in chiesa tre volte al giorno, e non c’è verso di spiegarti che non sempre dare quella monetina è cosa giusta.
Resisti ancora, papà, perché a sostenere questo figlio pazzo, talentuoso e deficiente siete rimasti solo tu, tu e ancora tu, e poi di me chissà che ne sarà.
85 volte Auguri.
85 volte Grazie.
E 85 volte Scusa.



mercoledì 22 maggio 2019

Rassegna STUMPY!

«Sei uno scontento!»

«Il miglior Pezzoli di sempre». 
NEW PORK REVIEW OF BUKÈN

«Stre-pi-to-so!» 
VANITY FUCK

«Parbleu! Chapeau!»
 LE FIGAROTT

«Vergognoso! Da dare alle fiamme!»
 LA MUFFETTA ACCADEMICA

«Minchia che figata!»
LA RES PUBICA

«Gli orgasmi meglio scritti e più divertenti d'ogni tempo».
TROMBETTIERE DELLA SEGA

«Al cospetto dei misteri buffi dell’autoerotismo adolescenziale questo autore sa essere talmente strepitoso che persino il famoso capitolo “Seghe” del Portnoy di Roth gli fa, appunto, una sega».
THE PIGS GUARDIAN








sabato 4 maggio 2019

"Gigoló per cliente unica" non è soltanto il mio decimo libro: è anche il migliore. Parola di Scriba.


Paolo Lizzenci si considera uno scapestrato nel senso letterale di “libero dal capestro”: sta finendo i soldi dell’eredità, ma non ha nessuna intenzione di mettersi a lavorare. Paolo Lizzenci è bisex, con un alter ego femminile che chiama Véronique. Paolo Lizzenci riuscirà a farsi mantenere da un’anziana signora in cambio di prestazioni sessuali, per poi spendere con prostitute e travestiti ciò che guadagna come atipico gigoló. Paolo Lizzenci ha trentasette anni e non crede più nell’amore, ma gli toccherà ricredersi per ben due volte, forse tre. Paolo Lizzenci dopo un’adolescenza piena di guai aspira a tutto ciò che è tramonto e crepuscolo, e la sua è una storia decadente, un capolinea nel buio. Paolo Lizzenci è l’anagramma del nome dell’autore: perché la scrittura è una magia combinatoria, e l’autofiction ne è la diramazione più coraggiosa e al tempo stesso misteriosa: un mettersi a nudo quando sembra ci si stia mascherando, un prendersi teneramente gioco di se stessi e dei lettori quando sembra ci si stia confessando.

Impossibile dire se questo romanzo sia più disperato o più divertente: questa volta più che mai vi condurrò per mano nei territori del tragicomico assoluto.

«L’unico problema con Reginalda era la pretesa ch’io indossassi gli abiti del defunto marito, che oltretutto mi andavano strettissimi, e m’incollassi sopra le labbra, onde somigliargli di più, dei ridicoli baffoni neri che mi impizzicorivano le narici. Sul più bello, poi, mentre io, tamponandola pegoraro, coi baffoni spioventi le solleticavo il collo e le imbrividivo la spina dorsale, lei invariabilmente si metteva a invocare la buonanima inumata: 
“Ooh, Pierguido! Pierguidooo! Pierguidooooooooooo!” 
A quel punto, starnutivo».






mercoledì 1 maggio 2019

Non mi si chieda di celebrare la schiavitù alienante che ruba le vite. Né di chiamarla con nomi diversi.


«Il nuovo fanatismo del lavoro, con cui questa società reagisce alla morte del suo idolo, è lo stadio finale di una lunga storia. Dall'epoca della Riforma, tutte le forze propulsive della modernizzazione occidentale hanno predicato la sacralità del lavoro. Soprattutto negli ultimi 150 anni, le teorie sociali e le correnti politiche sono state addirittura possedute dall'idea del lavoro. 
Socialisti e conservatori, democratici e fascisti si sono combattuti fino all'ultimo sangue, ma per quanto fossero nemici mortali si sono sacrificati insieme all'idolo "lavoro". 
Il verso dell'inno dei lavoratori dell'Internazionale che recita : "Non c'è posto per gli oziosi" ha trovato un'eco macabra nell'iscrizione "Il lavoro rende liberi" sopra l'ingresso del lager di Auschwitz. 
Poi le democrazie pluralistiche del dopoguerra hanno fatto solenne giuramento di difendere l'eterna dittatura del lavoro. Perfino la costituzione della cattolicissima Baviera, proprio nel solco della tradizione di Lutero, insegna ai cittadini: "Il lavoro è la fonte del benessere del popolo e si trova sotto la particolare protezione dello Stato", e il primo articolo della costituzione dell'Italia, culla del cattolicesimo, recita: "L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro". Alla fine del XX secolo, tutti i contrasti ideologici sono praticamente svaniti nell'aria. In vita è rimasto lo spietato dogma comune che il lavoro è la vocazione naturale dell'uomo».

Robert Kurz, Norbert Trenkle, Anselm Jappe (Gruppo Krisis), Manifesto contro il lavoro*.

«Il lavoro nobilita stocazzo».

Anonimo.


* chi fosse interessato, potrà trovare l'intero Manifesto a questo link.