"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"

lunedì 29 settembre 2014

Dieci buoni motivi per NON leggere "Quattro soli a motore"


Oggi sono ospite del simpatico blog libri.tempoxme.it., dove sono stato sfidato a un gioco stimolante: elencare dei validi motivi per NON leggere il mio romanzo. Per chi fosse interessato e avesse tempo, questo è il pulsante da premere per il teletrasporto.

lunedì 22 settembre 2014

Assaggi di romanzi inediti - da "GIGOLÓ PER CLIENTE UNICA": capitolo 2


2.

Reginalda


Così s’approssimavano i quaranta, ben più reali di quella prua di transatlantico, e altrettanto minacciosi. I residui della già non pingue eredità andavano sciogliendosi come ghiaccioli sulla spiaggia a fine luglio, l’avarizia previdenziale non prevedeva reversibilità per figli ex mantenuti e vagamente artisti, e a suggerirmi l’idea gigolosa era stato un film con Andy Garcia. Ma l’essere scrittore fallito come quello impersonato da lui non era requisito sufficiente. Possedevo delle tare che mi zavorravano lo slancio. Due: ero un pigro e un codardo. Soprattutto un pigro. In quello non mi batteva nessuno. Mai accontentato delle sole pantofole: il mio ideale era vivere in pigiama. E così, invece di tuffarmi a corpo morto nell’idea e mettermi in pista, ne trassi spunto per un racconto. Incompiuto, è chiaro. 

La prima cliente si chiamava Reginalda, e poteva benissimo rimanere l’unica. E pazienza per i baffi. Un posto dove stare, abbastanza da mangiare, qualche capriccio di Véronique e di altri mestessi erotici da soddisfare di tanto in tanto noleggiando una ragazza, un cerbiattello, o attaccandomi a qualche tram sessuale, eccole qui le mie sole pretese – e riuscire, gigoleggiando, a stivare sufficienti provviste nelle cavità del mio castagno immaginario, per ritirarmici scoiattolo. (Parole d’ordine di quell’ultima fase: stiracchiarsi, conforto, cipeciop, centellinare, letargo, bromuro). In fondo m’ero sempre goduto quel poco che avevo, non per modestia rinunciataria, ma per sempre più acuita selettività, e più passavano gli anni più limavo via le esigenze. Solo la libertà, contava. Più dell’ossigeno stesso. E il tutto, si capisce, in selvatica solitudo. La mia canzone-manifesto era Who can it be now?, incisa dagli australiani Men at work nei primi Ottanta, contrariata reazione al bussare alla porta che in valcuviese si tradurrebbe: E mò ki ghè scià?, e in italiano: Chi è che rompe il cazzo a quest’ora? 
Lo so, lo so, io sarò di quelli rinvenuti, già ben decomposti e assaggiati dal gatto affamato, una ventina di giorni dopo la morte, e solo a causa della gran puzza, e i caganotizie mi appiccicheranno col naso tappato la risaputa etichetta: NUOVO DRAMMA DELLA SOLITUDINE. (Semmai il dramma della putrefazione, coglioni!)
Ma l’idea era quella: di cliente ne bastava una. Inutile collezionar baggiane. Trovare quella giusta e spremerla il giusto. Questa Reginalda poteva avere settant’anni, forse qualcosina più, ma sotto le sue lenzuola malva profumate di lavanda (lei profumava tutta di noce di cocco) sapeva dimenarsi come una focosa giumenta di, facciamo, cinquantacinque. Ero stato fortunato, come lo si può essere di solito nei parti più o meno indolori della creatività. Aveva anche, il che non guastava, il senso musicale e sapientissimo del gemito, quasi provenisse da una lunga carriera di doppiatrice di filmetti hard core. Doppiatrice, non protagonista, perché di viso non era bellissima, un po’ pinocchia di naso, seno ce n’era pochino, e in generale era un po’ troppo allampanata, spigolosa. Non ci si deve concedere la luna neppure con la fantasia. Bisogna essere onesti. Un minimo. Ma nel buio fitto della sua camera matrimoniale al quinto piano, i gemiti e la smania bastavano e avanzavano, per attizzarmi bene.

L’unico problema con Reginalda era la pretesa ch’io indossassi gli abiti del defunto marito, che oltretutto mi andavano strettissimi, e m’incollassi sopra le labbra, onde somigliargli di più, dei ridicoli baffoni neri che m’impizzicorivano le narici. Sul più bello, poi, mentre io, tamponandola pegoraro, coi baffoni spioventi le solleticavo il collo e le imbrividivo la spina dorsale, lei invariabilmente si metteva a invocare il marito: “Ooh, Pierguido! Pierguidooo! Pierguidoooooooooooooo!”. A quel punto, starnutivo. Poi lei scoppiava a piangere, e io la consolavo. 
Fin troppo bello, no? Al primo colpo, la cliente sognata da ogni gigoló: baffoni pierguidosi a parte non esageratamente rompiballe, zero pretese mondane (troppo ipocrituccia perbene per esibirmi al guinzaglio in Galleria o portarmi a lezione di tango, per mia fortuna) niente appiccicosità affettive appena smettevo d’impersonare il mortaccio, e fiato buono, ascelle non tanfolanti – grazie – e al reparto dermatologia pochi nèi e nessun bitorzolume. Mi meravigliavo di non avere concorrenti. 
Sì, non c’era nessun bisogno di andare alla ricerca di altre. Non avrei più ripetuto l’annuncio su Cazzi Paonazzi (“Bukowski mancato coccolerebbe Muse deluse. Astenersi fetuse”), e avrei declinato eventuali proposte di quante l’avessero già letto. Reginalda era un giochino divertente. Persino, lo ammetto, eccitante. E mi avrebbe dato di che vivere. Evviva il pigro gigoló che si contenta, evviva lo scoiattolino troia epicureo. Peccato solo che dopo appena la seconda manche mi risvegliai con lei che mi stringeva stretto stretto. Fin quasi a strozzarmi. L’abbraccio agghiacciante del più rigido rigor mortis. Stecchita nel suo mare di cocco e lavanda. L’urlo di raccapriccio che a stento trattenni doveva essere un urlo così liberatorio e potente che trattenerlo mi causò una gastroduodenite.
Cancellai tutto quel che potevo cancellare, e me la diedi a gambe.

A quel punto rivagliai proposte. Un giovedì pomeriggio mi recai nel palazzo puzzolente di muffe lussuose e moquettate di Anselma, nobildonna varesina costretta su una sedia a rotelle per essersi tuffata male da uno yacht in Costa Smeralda. La circondava una magnifica corte di servitù, ma io non avevo ancora deciso se Anselma, nel racconto, mi avrebbe fatto un duro predicozzo sull’amore mercenario e poi cacciato via con disprezzo, pagandomi lo stesso per mortificarmi di più, o se invece, avvinghiandomi a lei su quella sua sedia che sobbalzava e cigolava impazzita nella gran suite da castellana, avrei fatto con l’Anselma a rotelle la più scatenata, violenta, assatanata, politicamente scorretta (o corretta?) delle chiavate. Sapevo solo che poi la governante, o capo-serva, o damigella di compagnia, avrebbe costatato il decesso di Anselma come io avevo costatato quello di Reginalda.
E via così, col funesto gigoló sempre più terrorizzato, le clienti che gli crepavano a grappoli tra le mani, e lui a interrogarsi se a perseguitarlo fosse la sfiga, o una maledizione, o se un serial killer, o qualche demone, si prendesse pericolosamente gioco di lui, o ancora se fosse a livello inconscio e senza memoria lui, l’assassino da fermare – o se comunque di questo avrebbero finito col convincersi gli investigatori, piperecci e non.
Il racconto sarebbe diventato un romanzo, intitolato Gigoló mortale. Ma se non avevi scritto il racconto, figurarsi un romanzo. E poi, capivo benissimo che nessun editore avrebbe mai voluto pubblicare una sciocchezza simile. Bastava la scelta di quei nomi improbabili, a farmelo cestinare da me. Perché continuavo a sabotarmi così? Reginalda e Pierguido erano macchiettismo di retroguardia, e valevano da soli un rifiuto prestampato. Meritato.

Albero cavo o non albero cavo, esigenze ridotte all’osso oppure no, oramai ce ne avevo per meno di un anno, se oltre a mangiare volevo pagare anche l’affitto, e le bollette dell’acqua, della luce e del gas, e se non volevo immusonire troppo Véronique. Bisognava passare all’azione. 
Quella mattina mi alzai prestino, per essere novembre inoltrato: un po’ prima delle nove e un quarto. Véronique andò avanti a dormire. Le rimboccai bene il piumone danese. Sarebbe stato un delitto, sprecare tutto quel tepore. La colazione, nell’intima penombra in cui si mescolavano la fioca luce filtrante dalle persiane socchiuse e quella sbrodolata giù dalla lampadina sotto la cappa aspiratrice, era il momento in cui avvertivo di più la mancanza, la condizione di orfano cresciutello. Per soffrire meno accendevo la radio sintonizzata sempre sulla Svizzera, e ascoltavo per loro. Cambiando gli orari, non sapevi mai cosa. Poteva esserci il gioco del rumore misterioso, o una bella canzone, oppure le previsioni dall’osservatorio di Locarno Monti, con le timide voci di Marco Gaia, o Fosco Spinedi, o Giovanni Kapenberger. Una delle poche cose che li avessero mai visti d’accordo: la mamma aveva una venerazione per la radio svizzera in generale, mentre papà era un grande appassionato di previsioni del tempo. Mi beccai il bollettino dei valichi alpini. Prestai attenzione ai nomi come se m’importasse davvero, come se avessi dovuto affrontarne uno in motocarro, o ne dovessi riferire.
innevati Bernina, Flüela, Forcola di Livigno, Forno, Gran San Bernardo, Grimsel, Klausen
Latte, müesli, cioccolato, formaggio dolce, marmellate, burro, succo di mela, mi sento svizzero anch’io, ho imparato a esserlo a Berna e in riva allo Zugersee, ero solo un bambino, porgevo noccioline agli scoiattoli e correvo al recinto del “bidióbidie” al Thier Park, mi venne spiegato che il bisonte non le voleva, le mie noccioline del cazzo, ma era lui, solo lui, il mio preferito. Adesso volevo essere uno scoiattolo.
Lucomagno, Julier, Maloja… Spluga, Susten, Umbrail… Equipag-giamento invernale obbligatorio per
Dopo una lunga doccia calda, provai a telefonare alla mia possibile fonte di guadagno. Lontano, alle pendici del Monte Nudo, un’infarinata di neve precoce sui boschi fogliopinti d’autunno. Per me, più evanescenti di un fiocco bagnato sul palmo d’una mano calda, non restavano che 4.000 ghelli e uno spunto invendibile. Invendibile ma preconizzante. Fin troppo. 
Al quarto squillo non avevi ancora risposto.

martedì 16 settembre 2014

Eresia flash – chi sale e chi scende: come sempre una questione di punti di vista.


1

Quando, agli albori della tv commerciale, il Famoso Presentatore cominciò a piazzare il banchetto di vendita prosciutto nel bel mezzo dei suoi quiz, per il telespettatore italiota medio ciò significava che il prosciutto saliva al livello del Famoso Presentatore, e poi correva a comprarlo. Per me invece significava che il Famoso Presentatore scendeva al livello di un prosciutto, rinunciando a orgoglio e onore, e smisi per sempre di guardarlo. Ma naturalmente non ero io il bersaglio del dardo prosciuttato, e nemmeno voi 25 che mi leggete. Gli intelligenti, per il mondo, sono solo un effimero incidente di percorso. Abbiamo mille incresciosi difetti, ma uno li sovrasta tutti, e vale la nostra scomunica: siamo antieconomici.
(Leggo che alcuni sorcial si preparano a chiedere ai loro sorcini "il feedback della pubblicità"! Ma ce lo metteranno il bottone del VAFFA, o si dà ormai per scontato che la pubblicità faccia piacere a tutti?)

2

Adesso che l'unico modo di porgere notizie di tanti giornalistozzi televisivi sembra diventato mostrare stupide schermate di futili discussioni su twitter o robetta simile, sempre più spesso nella schermata si notano patetici intrusi che si intrufolano, e senza nemmeno far finta di partecipare al dibattito si limitano a scrivere "seguitemi, ricambio". Motivi per cui dovrei seguirti, e per cui tu dovresti seguire me? Non specificati. Non indispensabili. Ininfluenti. Conta solo fare numero. Ragliare in compagnia. Condividere foto di gente che si lava i denti o fa la cacca.
Siamo all'accattonaggio dell'attenzione. Alla grande svendita della dignità. All'amicizia in saldo a colpi di mipiace. A me non piace neanche un po'.
Magazzini del cervello. Grande liquidazione per fine attività. Sconti del 70%.
Presto l'unico modo di essere "in" sarà Non Esserci.



lunedì 25 agosto 2014

INKAZZO SPORADIKO VINTAGE n°2 - L'OMINO DI MERDA, diarroic version remix (una merdàfora italiosa?)


C’era una volta di merda un omino di merda, totalmente composto di merda: aveva gli occhi di merda, le orecchie di merda, la bocca di merda, insomma era tutto una merda.
L’omino di merda aveva pensieri di merda, mangiava cibo a base di merda, beveva bevande ricavate dalla merda e cagava una merda molto simile alla merda.
L’omino di merda aveva anche un raffreddore di merda, dovuto a emorroidi asmatiche, e passava le sue giornate di merda a soffiare la merda del suo naso di merda con merdosissimi fazzoletti di merda, del tipo smerda e getta.
Questo escrementizio omino di merda abitava in una casa di merda in un paesucolo di merda attraversato da un fiumiciattolo di merda, però non inquinato, alle pendici di merda di Monte Merdoso.
Era proprio una vita di merda.
Un giorno di merda, l’omino di merda andò dal merdaiolo a comprare un po’ di merda, perché aveva paura di restare senza (che testa di merda); poi fece una scappata di merda dal merdivendolo, per vedere se era arrivata la merda che aveva ordinato; quindi si recò dall’aggiustamerda, per sapere se era pronta la merda che gli aveva portato da riparare. L’aggiustamerda gli disse di avere pazienza: si trattava di un lavoro di merda, che richiedeva qualche altra merdata di giorni.
Poco dopo l’omino di merda entrò in un bar di merda per fare uno spuntino di merda, e qui fece un incontro di merda: era quella faccia di merda del suo amico di merda, che naturalmente gli diede un consiglio di merda: 
«Che cera di merda che hai! Prenditi un giorno di merda di vacanza di merda, e fatti un bel giro di merda per conoscere questo mondo di merda».
«Merda!» esclamò l’omino di merda, «ma lo sai che è proprio un’ideona di quelle di supermerda?».
Allora l’omino di merda infilò i suoi piedi di merda nelle sue scarpe di merda, e si mise in cammino su una strada di merda che andava in un posto di merda.
Camminando attraverso distese di merda, l’omino di merda ammirava paesaggi di merda, e ogni tanto incontrava qualche pezzo di merda, che però non lo cagava.
A un certo punto di merda, porca merda, temette di essersi perso. Chiese informazioni di merda a un certo Cambronne, che lo seppe subito indirizzare per benino.
La merda susseguiva alla merda, per poi lasciare il posto ad altra merda.
Stanco di tutta questa merda (era ora) l’omino di merda prese la decisione di merda di concedersi una sosta di merda, e si addormentò in un merdaio.
E fece un sogno di merda.
Sognò di essere un omino di merda, tutto fatto di merda, circonda-to da null’altro che altra merda…
E questa è la fine di merda della storia di merda dell’omino di merda, che è stata scritta con inchiostro di merda, e con la sola merdosissima intenzione di lasciarvi… di cacca.

lunedì 11 agosto 2014

Eresia flash – Chi ha orecchie attenda: prima o poi ridistribuiranno anche i cervelli.

Giordano Bruno
sia Lode agli Eretici e agli Spiriti Liberi

È stata di recente rispolverata una vecchia polemica fra lo Scrittore Martin Amis e colui che un bravo cabarettista di Drive In chiamava “Quello Con Le Orecchie”, al secolo il principecarlo. 
Martin Amis, essendo intelligente e quindi amante della libertà d’espressione, difendeva il (non eccelso) collega Salman Rushdie dai caproni integralisti che volevano scannarlo per colpa di un libro che non avevano neanche letto. 
Quello Con Le Orecchie rispondeva con scempiaggini viscide e stantie del tipo “Chi offende le più profonde convinzioni altrui eccetera eccetera blablabla”.
Sarà bene ribadirlo con forza (anche perché dalle nostre parti non lo dice mai nessuno): non è logicamente possibile “l’offesa delle convinzioni”, così come non esistono lo stupro delle sensazioni, il sequestro delle emozioni o l’usucapione delle paure.
Le “convinzioni” non possono essere offese. Anzi, quasi sempre sono le “convinzioni” a rappresentare un’offesa. Per l’intelligenza.

Che poi non si capisce questa discriminazione di convinzioni, sempre in favore di quelle dei più numerosi, permalosi, prepotenti, violenti, stronzi. Delle due l’una: o le convinzioni sono tutte soggettive e criticabili, oppure sono tutte lecite. Compresa la mia convinzione che le tue convinzioni siano troglodite e cretine.


mercoledì 30 luglio 2014

Ancora a proposito di traduzioni comiche...

Guardate che deliziosa merda-spam mi hanno regalato di recente, per il mio e vostro divertimento. (Fra l'altro, a dimostrazione dell'intelligenza dello spamming, 'sta roba s'era appena impigliata in fondo ai commenti di un post vecchio di tre anni che non leggerà mai più nessuno...)
N.B.: gli omissis e i vaffanculo ce li ho messi generosamente io.

"IO SONO onorevole kate ... Voglio testimoniare di ciò che un mago ha fatto per me e la mia hubby.we sono stati sposati dal 2007 senza un segno di gravidanza o conceiving.I andato fuori controllo delle nascite allora e non ha avuto un periodo. il mio giroscopio mi ha dato progesterone per far ripartire un periodo e lo ha fatto., ma non ho avuto un altro one.We ha fatto un altro giro di progesterone seguita da 100mg cicloide per 5 mesi, abbiamo seguito tutte le istruzioni dei medici, ma tutti senza avail.I sono stati l'acquisto di kit di ovulazione test di gravidanza e ho finalmente avuto 3 test quando ero ovulazione! Quindi, da quel che cercato per anni! Beh, ero molto confuso, perché io continuo a prendere em prova ting e tutti tengo svolta a b negativo! Voglio davvero una bambina mentre mio marito vuole un bambino Loll! Penso che forse stiamo solo cercando di duro, Cosa posso dirvi è che il suo stato tanti anni e ho ancora ma non avere il mio periodo?? Nessuno ad aiutare, perché ogni corpo intorno a noi era già sul punto di perdere la loro fede us.no dovesse correre fino a quando un fedele giorno stavo leggendo una rivista e ho inciampare su una pagina erano ho trovato argomento o una linea di testa {A PROFETA} che può guarire qualcuno da HIV e AIDS, riportare la vostra EX, ingrandire il seno, aiutare a vincere una lotteria VISA, perdere il peso e anche ottenere sei pack e appiattire la pancia, gli ho dato una prova e prima non potevo che il Profeta (omissis) mi libererà da mio problema lanciando un incantesimo per me e ho detto che vada a fare l'amore con mio marito, poi nove mesi dopo l'incantesimo e fare l'amore con mio marito ho espresso un gemelli un maschio e una GIRL.This scandire il nome (omissis) è profeta (omissis) così tante persone hanno testimoniare la sua meravigliosa opera .. Lui è bello, contattarlo su omissisvaffanculo@truff.com se siete in qualsiasi situazione • Grazie mille!"

Che dire? Grazie a te per esserti riprodotta due volte in un colpo solo! Il pianeta ha un tale disperato bisogno della prole di persone così intelligenti! :)

p.s.
Notare anche come, per effetto della genialità della traduzione, sembri che a far l'amore col marito dell'intelligentona ci sia andato il mago...


sabato 19 luglio 2014

Assaggi di romanzi inediti - da "LA CAMPAGNA PLAXXEN", inizio della seconda parte (L'UNIVERSO È UN CUORE CHE BATTE)

L’intuizione di Universo che mi piace di più è quella di un cuore che batte: miliardi di anni, un singolo battito. In questo senso non ho dubbi sul fatto che tornerà a contrarsi, che ci sarà un Big Crunch e poi un nuovo Big Bang e così via all’infinito. Se i nostri cuori battono, e a farli battere è l’Amore, saremo in armonia, in sincronia col Cuore più grande. Altrimenti languiremo nel nostro piccolo inferno. La mia armonia, la mia sincronia, la mia salvezza, è l’Amore per mio figlio Paolo.

Sarò sempre perseguitato dal rimorso dell’unica volta che pianse per colpa mia. Era un pomeriggio festivo inoltrato, e si passeggiava pigramente io e lui sul lungolago, in un paesotto dalle parti di Varese. Oltrepassammo un punto in cui stavano assiepati, quasi gomito a gomito, non meno di venti pescatori, in agguato dietro le loro lunghissime canne. Poco più in là, Paolino ebbe l’idea di gettare un sasso nell’acqua. E io cosa feci? Io lo sgridai, dicendogli con severità e a brutto muso la sciocchezza che qualsiasi genitore più o meno conformista, educato e di buon senso gli avrebbe detto: Fai scappare i pesci! Lui protestò: Ma io voglio che scappano! Così non li ammazzano, quei brutti!, e poi scoppiò in un pianto disperato. Aveva ragione lui, naturalmente. Fra l’altro era un lago inquinato, per cui non valeva neanche l’eterna romantica scusa del “procurarsi cibo sano come ai bei vecchi tempi”. Era solo per sport, per il divertimento di massacrare dei piccoli esseri, facendogli patire le pene indicibili delle ferite lancinanti in bocca e del dibattersi a lungo fuori dall’acqua, prima di trovare clemenza nella morte. Uccidere per sport e nel modo più disgustoso: fingendo di nutrirli, per farli cadere in una subdola trappola. Perché i piccoli esseri vedono l’esca. Ma non vedono l’amo adunco, né il filo, né la tua rozza faccia sadica nascosta lassù. Chissà perché, gli animi sensibili che giustamente si indignano per la caccia, non lo fanno invece quasi mai per la pesca. Eppure “Caccia & Pesca” vanno a braccetto, nei nomi delle riviste e sulle insegne dei negozi. Dopo quella volta, per mesi e mesi il nostro più grande divertimento divenne l’andare al lago apposta a tirare i sassi dispettosi per “spaventare i pesci”. Rischiai di buscarle, s’intende. Ebbi un paio di violenti alterchi con degli energumeni, e uno sgradevole vecchio mi mise le sue manacce, puzzolenti di pesce moribondo, addosso. 
Eppure, malgrado quel mio riscatto, ancora non riesco a perdonarmi per aver fatto piangere Paolo la prima volta. Per essere stato così stolidamente adulto. Così adulteratamente normalozzo e ammaestrato. Invece di capire e diventargli subito complice, al volo, da quel Peter Pan che a parole pretendo di essere. Lanciando subito anche il mio sasso per salvare qualche vita e poi fuggendo via con lui, ridendo insieme a crepapelle, e poi premiandoci con un bel gelato al limone e fragola con la panna montata.

Immaginarsi quindi lo spavento. 
No. Spavento è poco. Il terrore. Il terrore nello scorgere in lontananza il mio Paolo, nel parchetto davanti alla scuola, verso cui mi dirigevo di corsa per andarlo a prendere con cinque (vabbè, venti) minuti di ritardo, nello scorgerlo in compagnia di un altro uomo. In piedi davanti a quell’unica panchina di pietra sotto i salici piangenti. Con un altro uomo che non ero io. Perché Paolo si fida di tutti. Non c’è verso di convincerlo del contrario. Se uno sconosciuto gli si avvicina, lui ci parla. Non dico sia disposto a seguirlo fiducioso, ma ci parla, e starebbe lì delle ore a parlare con lui, e dicendogli la verità su tutto, come se lo conoscesse da sempre. L’uomo era un piccolo tamarro olivastro, dal collo taurino. La mia persecuzione-ombra di questi ultimi tempi. Collo Taurino mi vide sopraggiungere e rapido si dileguò, svanì. Inseguirlo? Sì, domani. Ero piegato in due per il fiatone. Non dovevo essere un bello spettacolo. Devo smetterla con le sigarette al mentolo.
Chi era quello?
Un signore…
Ma che voleva da te?
Dice che conosce la mamma. E forse qualche giorno la mamma non può venire a prendermi e allora viene lui.
(Cristo!)
E tu cosa gli hai detto?
Gli ho detto che se non viene la mia mamma viene il mio papà.
Bravo.
Sì, e gli ho detto anche che il mio papà ha le mani magiche.
E lui?
Mi ha detto che ci fai con le mani magiche.
E tu?
Le scurege!

Ma che tipo era, ti sembrava bravo o cattivo?
Era bravo, ma cattivo.
E come fa uno a essere sia bravo che cattivo?
Non lo so. Lui era bravo, ma cattivo.
Come spiegargli il viscidume e l’infida ipocrisia degli uomini di merda? Per lui, se uno dagli occhi cattivi ti approccia con untuosa e falsa gentilezza, non è un pericoloso serpente a sonagli: è uno “bravo ma cattivo”.
E papà? È più bravo o più cattivo?, gli chiedo mentre lo stringo al mio fianco nell’andarcene da lì.
Te sei solo bravo, mi dice tutto serio e compìto. Poi, mettendosi a ridere: Però fai i figli mongoli!

Vedendo che la cosa invece di farmi, come di solito fa, sorridere, rischia di farmi scoppiare a piangere, il suo cuoricino tenta di gettarsi in mio soccorso, e mi si stringe addosso ancora più forte mentre zampetta al mio fianco.
Cantiamo Pippoloni papà?
E così ce ne andiamo via cantando un’altra delle nostre storpiatelle hit. Stavolta tocca ai R.E.M.:
Shàiny appy Pippoloni

Le ho sempre trovate divertenti, queste storpiature maccheroni-che. Quando l’arbitro sbaglia di brutto contro la loro squadra, i tifosi inglesi, ovviamente, non si mettono a cantargli “Erroracciooo, o ‘mbecilleee…” Però, fateci caso la prima volta che ne avrete l’occasione, a un orecchio italiano suona proprio così! 
In Wild of the isle di Linda Wesley si sentono distintamente prima “Chella la tas mai” (Quella non tace mai) e poi “Questo s’è inciocado” (Questo s'è ubriacato). Verso la fine di I’m goin’ down di Springsteen, risuona un bel “E vaffanguglia”.

lunedì 14 luglio 2014

Sredni Vashtar!!

Altra chicca per i fan di Quattro soli a motore: ho scovato un recente cortometraggio intitolato Sredni Vashtar (il racconto di Saki!), con un biondo Conradin. Non c'è doppiaggio italiano, ma in questo caso credo non sia indispensabile.

venerdì 4 luglio 2014

MISS APPMAN SI PAPPA IL PENSIERO

il vecchio Miss Pacman, giochino della mia adolescenza

Non ci credevo. 
Pur essendo da sempre preparato al peggio, proprio non volevo credere all’esistenza dell’ultima frontiera tecnoglionita (uno dei tanti regali-eredità del dipartito guru, grazie mister jobS!): subdoli giochini in apparenza gratuiti, ma che necessitano di odiose app a pagamento per superare i livelli. Spesso le vittime sono bambini, e davanti alle loro lacrime il genitore sprovveduto compra… (anzi, “scarica”: l’antipatico e onnipresente verbo del decennio, che mi fa pensare alle scariche di diarrea…)
Del resto, a questo è finalizzata la strategia delle applicazioni gratuite: insegnare “la strada” ai più piccini (quanti poveri genitori ho sentito vantarsi: “Due anni e mezzo e già scarica le app!” Appanculo! Vedrai che gioia, fra qualche annetto!)

(Intanto c’è gente che fa rapine a mano armata “perché non può permettersi di comprare il cellulare al bambino”. Ormai si fa passare per necessità vitale quella che per il buon senso dovrebbe essere ancora una PERVERSIONE poco intelligente: l’obbligo di far parte del branco tecnoglionito e modaiolo fin dalla più tenera età. Così andrà a finire che a quel rapinatore, anziché contestare l’aggra-vante di essere un pessimo padre, si concederanno attenuanti, come se avesse rapinato per comprare il pane.)

Fino a pochissimi anni fa, mangiando e bevendo in compagnia, si PARLAVA. Adesso, persone che non vedi da un anno e dovrebbero aver mille cose da raccontarti (ma a ‘sto punto sorge il dubbio che non abbiano proprio un cazzo, da dire) si confrontano fra loro sui livelli raggiunti nel giochino ebete che va per la maggiore, oppure mostrano tronfie l’ultima app cretina scaricata nel pomeriggio: ed ecco che si filmano a vicenda mentre cacciano fuori la lingua, ruttano e battono le mani, dopodiché l’intelligentissimo gadget trasformerà il tutto in un videoclip musicale, coi protagonisti vestiti da donna cannone in tutù. 
E giù risate. Standardizzate. Tristissime.

Voi, che a scuola vi stupivate al racconto di sciagurati indios disposti a barattare terre con specchietti e perline colorate. Con cosa la state barattando, adesso, la vita?!

I miei coetanei o giù di lì si ricorderanno di Miss Pacman, il giochi-no-divoratore. Mai avremmo pensato che simbolo dell’umanità del nuovo secolo sarebbe invece stato l’annichilente Miss Appman. La sua missione? Eliminare l’intelligenza dal mondo, in cambio di milionate di apparenti (e a volte, non lo nego, abbastanza utili) comodità. Miss Appman che si pappa i pensieri. App app app app app app app…
Applausi.

mercoledì 25 giugno 2014

MI AVETE COTTO IL RAZZO (elogio dei "Parulàsh")

Ho sempre trovato patetiche e un po’ ipocritine, e di un livello intellettivo diciamo non stratosferico, quelle famigliole da film disney in cui un genitore (di solito è la madre) impone a tutti di mettere una monetina in un barattolo come multa per essersi lasciati scappare una cosiddetta parolaccia. (Nel suo delirio di malintesa purezza ella impone la sanzione anche al marito se gli scappa un “cazzo” guardando la partita, e a se stessa se una volta al mese le parte un’accidempolina di sbieco da sotto la chioccesca gonna, o un perbaccuccio deretano).
Spesso ne escono impeccabili figli-bonsai: ben educati, ben potati, ben castrati.

Avessi dei figli, le monetine nel barattolo le farei eventualmente mettere, semmai, per ogni frase banale o poco intelligente, per ogni intercalare fesso, per ogni paroletta idiota o modo di dire becero mutuato dalla tv o dal branco nonpensante. Cinquanta centesimi per ogni Uau, venti centesimi per ogni Cioè voglio dire, per ogni Adrenalina e derivati, per ogni Tipo, Inkualkemmodo, Assolutamente sì o Assolutamente no. Dieci centesimi per ogni stupido Ah-okèi. Un euro per ogni “2.0”, per ogni plus pronunciato “plas”, per ogni stage pronunciato “stéigg”, e per ogni osceno “mobàil”. Dieci euro (in monete) per ogni “virgolette” del cazzo (per le virgolette, non per il cazzo), e chi più ne ha più la smetta. 

Così magari imparerebbero a rapportarsi bene col linguaggio. Del quale le cosiddette parolacce fanno parte: se usate con misura e a proposito possono essere colorite, simpatiche, spassose, espressive, persino belle, e arricchiscono una lingua parlata che sta diventando ogni giorno più povera e piatta (certo, lo diventa anche se si usano solo parolacce, ma io qui non mi occupo del regno subumano…).

Guarda caso, quel simpatico intelligentone di putiN ha dichiarato guerra, oltre che alle diversità sessuali e al libero pensiero, anche alle cosiddette parolacce. Presso gli eredi del kgb si parla del progetto di un potentissimo software-spia capace di scoprire chi scrive cosiddette parolacce sul web, per poi acciuffarlo, manganel-larlo e gulaghizzarlo siberianamente. Quando un simile software arriverà anche in lobotom-italY (perché ci arriverà: noi siamo bravissimi a pappagallare il peggio del peggio, e poi potrebbe portar quattrini nel barattolo statale, come gli autovelox in quelli dei comuni) spero solo si riveli, come sempre accade con certe “meraviglie” della tecnica, un software imbecille, e pertanto aggirabile. In fondo sarebbe divertente, sarebbe stimolante, dover giocare un po’ con le cosiddette parolacce per farsi beffe del controllo e coniarne così di nuove, del tipo “mezzo di perda”, “cesta di tazzo”, “caccia da fulo”, “mi hai cotto i roglioni”…


domenica 22 giugno 2014

ERESIA FLASH: seghe bosniache, mezzeseghe neozelandesi e opinioni dei Cazzi

La posizione regolarissima di Dzeko sul gol
vergognosamente annullato alla Bosnia

La Bosnia è stata eliminata perché contro la Nigeria il solito guar-dalinee del quarto mondo calcistico (stavolta un neozelandese: complimenti a chi ce l’ha mannato!) ha fatto annullare per fuori-gioco un bellissimo gol di Dzeko che era buono di un metro almeno.

La Bosnia è stata eliminata perché è squadra simpatica ma mode-sta: i soli fuoriclasse erano Dzeko e Pjanic (più Ibisevic che però incredibilmente partiva dalla panchina).

La Bosnia è stata eliminata perché Spahic è il peggior difensore vi-sto ai mondiali, e centrocampisti come Besic, Hajrovic e Misimovic non sarebbero titolari nel Portogruaro.

La Bosnia è stata eliminata perché ha pure avuto sfiga: contro l’Argentina un assurdo autogol dopo pochi secondi, contro la Nigeria un palo da pochi passi nei minuti di recupero.

Ma è noto (e se non lo fosse ve lo dico io) che gli uomini si dividono in Cazzi e Cervelli (e la cosa curiosa è che mentre i Cervelli hanno sempre anche il cazzo, i Cazzi sono tutti sprovvisti di cervello, o se ce l’hanno lo tengono spento). 

Ebbene, secondo i Cazzi, la Bosnia è stata eliminata per mancanza di gnocca: il c.t. Safet Susic (lui sì un ex delizioso campione) aveva infatti negato ai suoi ragazzi in ritiro la presenza di esseri umani muniti di vagina con cui fare fiki fiki, dicendo (giustamente) che per qualche giorno potevano anche concentrarsi sull’avventura più importante di tutta la loro vita professionale, e che, nel caso, chi non avesse saputo fare a meno, poteva sempre fare a mano. E adesso sono Cazzi. Cazzi che ragliano.