"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"
SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

lunedì 4 febbraio 2019

Michel Houellebecq - SEROTONINA

voto: 8

Se non è il miglior Houellebecq di sempre ci va molto vicino. Coraggioso, corrosivo, (auto)ironico, visionario, incline a provocare e a scioccare, spietatamente lucido (giustamente spietato con gli uomini persino più di quanto non lo sia – sempre giustamente – con le donne), capace di continui guizzi dal tetro all’esilarante e dall’esilarante al tetro, e sempre (malgrado la parte finale sia di una tristezza agghiacciante, assoluta e depressiva) sempre tragicomico (o mesto-umoristico) fino al midollo: tutte qualità senza le quali si può anche essere banali scriventi o noiosi scribacchini, ma non si potrà mai essere Scrittori. Lui lo è. 
(Con tutti i suoi limiti, e penso per esempio a certe parti storico-architettonico descrittive abbastanza superflue, e che paiono prese pari pari da wikipedia, o da un dépliant per turisti della domenica. In generale la sua scrittura produce in me uno strano e movimentato grafico con picchi elevatissimi, alcune cadute in una sciattonaggine probabilmente funzionale e voluta, e molto piattume, anche se per essere certo che non si tratti di pecche nella traduzione dovrei trovare il tempo di affrontare la versione originale. Mentre lo leggo, con la mia mania forse un po’ stupida, da quel maestrino che non sono e non vorrei mai essere, di dare voti ai libri, oscillo più volte dal 10 al 6, e si tratta forse dell’unico autore con cui sempre mi capita una reazione simile, e non riuscirò mai a decidere se tutto ciò, se questo essere perennemente disorientato al suo cospetto, sia segno di una sua assoluta grandezza o di irrisolta e irrimediabile incompiutezza – in ogni caso ecco spiegato il motivo per cui alla fine decido di assegnargli una media di 8).

«È sbagliato che due persone che si amano parlino la stessa lingua, è sbagliato che possano davvero capirsi, che possano comunicare con le parole, perché la vocazione della parola non è creare amore bensì divisione e odio, la parola separa man mano che avviene, laddove un informe balbettio amoroso, semilinguistico, il parlare alla propria donna o al proprio uomo come si parlerebbe al proprio cane, crea la condizione di un amore incondizionato e duraturo. Se almeno ci si potesse limitare a concetti immediati e concreti – dove sono le chiavi del garage? a che ora viene l’elettricista? – potrebbe ancora andar bene, ma più in là inizia il regno della discordia, del disamore e del divorzio.»

«Il suo passato la relegava nel settore culturale, e si trattava di un malinteso, perché il suo sogno era lavorare nel cinema d’evasione, lei stessa andava a vedere solo film immediatamente accessibili a tutti, aveva amato Le grand bleu e ancor di più Les visiteurs mentre il testo di Bataille le era sembrato “totalmente idiota”, e la storia si ripeté con un testo di Leiris nel quale fu coinvolta poco dopo, ma il peggio fu senza dubbio la lettura di un’ora di Blanchot per France Culture, mi disse che non avrebbe mai immaginato che potessero esistere stronzate del genere, mi disse che era incredibile che si avesse il coraggio di proporre al pubblico idiozie simili. Per parte mia non avevo alcuna opinione su Blanchot, ricordavo solo un divertente passo di Cioran nel quale spiega che Blanchot è l’autore ideale per imparare a battere a macchina, perché non si è mai “disturbati dal senso”.»

«Dio è uno sceneggiatore mediocre, è questa la convinzione che quasi cinquant’anni di esistenza mi hanno portato a maturare, e più in generale Dio è un mediocre, nella sua creazione non c’è niente che non abbia il segno dell’approssimazione e dell’insuccesso, quando non quello della cattiveria pura e semplice, ovviamente ci sono eccezioni, ci sono per forza eccezioni, la possibilità della felicità doveva sussistere già solo in quanto esca…»



lunedì 14 gennaio 2019

Tarzan e il Reddito di Cheeta Dinanzi


Tarzan aveva mangiato pesante (ippopotamo fritto) ed ebbe un bruttissimo incubo.
Il Reddito di Cheeta Dinanzi gli aveva permesso di sposare Jane. Ma quella, trasformatasi da amante selvaggia in mogliettina-tipo, aveva preso subito a scassare: e perché non si vestiva come diceva lei, e perché non aiutava a pulire bene la casa sull’albero, e perché i soldi non bastavano mai, e perché non riusciva a metterla incinta malgrado lo stesse obbligando a copulare diciotto volte al giorno, distruggendolo. Ma questa era solo la più piccola delle seccature arrecategli dal meccanismo del Reddito di Cheeta Dinanzi, che gli stava sconvolgendo la vita e anche corrodendo un pochettino la minchia. Ogni santo giorno il sindaco della Giungla lo convocava per un’oretta di lavoro volontario per la pulizia del sottobosco della medesima, e quasi sempre l’oretta diventava due ore e tre quarti. Ogni porca mattina doveva presentarsi al Collocamento Forestale per dei noiosissimi corsi obbligatori, in cui tentavano di insegnargli cose che non gli interessavano, e per le quali non era portato: tenere la contabilità in un ufficio, vendere aspirafoglie di ramo in ramo, protocollo dei call center. Ogni tanto riceveva le visite a domicilio di un fastidioso ispettore incaricato di accertare, con minuziose misurazioni, che la metratura della casa sull’albero non comportasse decurtazioni dell’assegno del Reddito di Cheeta Dinanzi, e già che c’era ficcava il naso nelle sue scorte di frutta e di crodino. Tarzan cominciava a non poterne più. Era esasperato e anche parecchio incazzato. Non ci capiva più niente: se il reddito era di Cheeta, perché non se lo teneva quella dannata scimmia, e non se la faceva sconvolgere lei, la vita? 
Nel rispetto del meccanismo del Reddito di Cheeta Dinanzi cominciarono ad arrivargli le proposte di lavoro. La prima proposta prevedeva che andasse a vendere assicurazioni ai gorilla a novanta chilometri di distanza. Tarzan rifiutò la prima proposta. La seconda proposta prevedeva che andasse ad abbattere piante e a liberare la foresta dalle liane a duecento chilometri di distanza, nell’ambito del nuovo piano di Crescita “asfaltiamo la giungla, che bello”. Tarzan rifiutò la seconda proposta. La terza proposta prevedeva che se ne andasse a mille chilometri di distanza a fare il minatore moribondo. Tarzan rifiutò anche la terza proposta e finalmente l’incubo finì. Si svegliò, e tutto era come prima: Jane lo deliziava del suo amore ma non scassava mai, nessuno veniva a dirgli cosa dovesse fare o non fare, lo stomaco aveva ripreso a funzionare, e Cheeta, com’era giusto che fosse, non percepiva nessunissimo assegno ricattatorio. Tarzan sorrise, mollò una piccola scorreggia d’assestamento e sospirò di sollievo. Era di nuovo libero, com’era sempre stato. 


mercoledì 2 gennaio 2019

Compatisco

Compatisco (ma bonariamente, lo giuro, bonariamente) chi non conoscerà mai il potere delle parole scritte. Adoro il cinema (arte sublime ed emozionante) e guardo in media un film al giorno, spesso con estrema soddisfazione e goduria, ma coloro i quali qualche decennio fa sostenevano che i film erano destinati a sostituire i romanzi (come se ne rappresentassero una semplice “evoluzione” tecnica) erano dei poveri fresconi che non capivano un beato cazzo. 
Il potere evocativo e magico delle parole scritte: ne fai cozzare una contro l’altra anche solo due o tre, ed ecco sprigionarsi scintille capaci di creare un nuovo mondo a sé stante, in cui ti puoi immergere, bearti, estasiarti, perderti, spaventarti, commuoverti, consolarti. Una semplice combinazione di venti o trenta parole particolarmente energica, originale, geniale, può farti rimanere imbambolato, incantato per tutto il tempo che vuoi, a leggerle e rileggerle e riguardarle e ripensarle e trarne ispirazione per una durata superiore all’intera scena di un film, all’intera puntata di una serie tv diluita nella furba insulsaggine come vino annacquato da un vinaio imbroglione. 
Ultimamente leggo molto di più (e leggevo già parecchio) e cerco di scrivere meno, ma meglio, sempre meglio. (Quanto a riuscirci, non starà a me giudicare). In un mondo con miliardi di libri, di cui il 99,99% è fuffa per non dir di peggio (e lo stesso vale, purtroppo, per i film), si dovrebbe scrivere solo in uno stato di grazia e di ispirazione esaltata e semidivina, per contribuire a creare nuovi mondi meravigliosi, e se in quel dato momento o in quel dato periodo non ti trovi in tali condizioni, se non sei all’altezza di concepire un capolavoro o almeno di provarci, tanto vale ricaricare le batterie e nutrirsi di ambrosia infuocata leggendo i mondi creati dalle migliori scintille degli altri, tanto vale fermarsi un attimo nell’ozio benedetto e fecondo, piuttosto che diventare impiegatucci della parola semitruffaldini, che scagazzano la loro ulteriore insulsa superflua diarrea di pagine da spacciare per letteratura presso gente che non capisce un cazzo, o che non vuole, preferisce, ha convenienza a non capire un cazzo, per bassi, sempre più bassi e deprimenti motivi commerciali, di convenienza più o meno mafiosa o di personale vanagloria. 
Non mi stancherò mai di ripeterlo: proprio perché le Parole possiedono un potere evocativo e magico, non c’è bestemmia peggiore dell’usare parole deboli o mediocri. (E perder tempo a leggerle è forse pure peggio, a meno che non capiti per sbaglio, e non troppo spesso). 
Perché anche le parole deboli o mediocri hanno il potere di creare mondi. Mondi di merda. Aborti imperdonabili.

Naturalmente parlo per me. Da artista individualista quale sono, non ho nessun interesse a propormi come leader di un nuovo movimento o di una nuova corrente, né tantomeno come uno stronzo capo cosca o capo conventicola, con la pretesa di dire agli altri cosa debbano fare. (Quale altro stramaledetto “ismo” dovrei mai fondare? Il perfezionismo? A volte la perfezione è noiosa. E poi chi la definisce, la perfezione? Io no di certo). È solo una pura questione di coscienza personale. E di spietata onestà autocritica: se in un certo campo mi sentissi un bluff o un mediocre, cercherei di fare qualcos’altro, perché la vita è breve, e peggio del passarla a prendere per il culo gli altri c’è soltanto il passarla a prendere per il culo se stessi. Fino a qualche mese fa ero convinto che bastasse essere bravi, avere qualcosa da dire e fare del proprio meglio (chi vuole, colga pure della grande ironia in quel “bastasse”, vista la mediocrità imperante che ci ammorba, neanche il titolo per la nostra Era fosse “Colpo di Stato dei mediocri”!) Adesso ho capito che essere molto bravi non basta – e più quest’aspirazione a eccellere suonerà in controtendenza col mondo, più mi ci avvinghierò! – ho capito che con me stesso dovrò essere molto, molto, molto più esigente. Ma nessuno è costretto a seguirmi. Per carità. Anche perché mi è ben chiaro che io, per uno strano e misterioso destino (potrei chiamarlo Destino-Morselli), resterò un fallito (inascoltato, incompreso e deriso) anche il giorno in cui dovessi riuscire (e non è detto vi riesca) a diventare il più bravo di tutti. Tutto è vano. Tutto è inutile. Ma ci sono inutilità meravigliose come galassie luminescenti. La grande scrittura è una di queste. E se qualcuno preferisce scorreggiare nel buio, in cambio dei disgustosi applausi (e dei disgustosi soldi) di qualche stupido imbecille, affari suoi. Gli affari sono affari. E, come tutti sanno, nel mondo di oggi non vi è affare più redditizio della spazzatura.

Le mie migliori letture nel periodo pre e post natalizio: consigliatissime!



giovedì 6 dicembre 2018

No-Saint Nicklaus, scopritore di Tal(i)enti

«Scrivere fu il suo unico modo di allenare il metacarpo e tutte quelle falangi»

Quest’anno ho deciso di usare il mio blog per fare un (minuscolo) regalo di Natale, o di San Nicola, o di Solstizio d’Inverno, o di cosa cavolo vi va di festeggiare. Un regalo ai miei lettori buongustai, e un regalo a una ragazza che lo merita, ma soprattutto ho voluto farMI un regalo per stare bene io stesso, perché come molti (o forse pochi) sanno è il donare, assai più del ricevere, che provoca la vera, incontenibile felicità.
Molte, fra voi che mi seguite, sono le persone che scrivono, e che scrivono bene, benone, benino. Ma Cristina Taliento è l’unica persona a cui sia andato a dire: “Tu scrivi divinamente”. E non essendo io un ipocrita né un ruffiano, né tantomeno uno squallido calcolatore del “do ut des”, se gliel’ho detto è perché lo pensavo. Cristina, come molti veri artisti, è persona umile e schiva, non ambiziosetta, poco propensa a mettersi in mostra (non sono neanche riuscito a contattarla per avere il permesso di questo post, e la sua recente latitanza dal blog e dai social mi sta anzi facendo un pochettino preoccupare, e volevo quasi rinunciare, ma poi ho pensato che era una cosa bella, e spero tanto che anche lei, se vi si imbatterà, vorrà considerarlo un piccolo bel regalo, una piacevole sorpresa). Se io anziché essere uno scomodo outsider, un due di picche (anzi, un due di lenticchie), visto nell’ambiente come una specie di folle e di appestato, fossi uno di quegli scrittoroni in grado di aiutare altre persone a pubblicare, mi impegnerei ad aiutare lei. Ma devo contentarmi di questo invisibile gesto, di questo message in a bottle gettato fra le correnti dalla mia zattera di carta. 

Cristina Taliento
Volevo anche buttar giù due righe di presentazione, ma non avrei mai potuto trovare parole migliori di quelle che Cristina usa per presentare se stessa nel profilo del suo delizioso blog Il ballo dei flamenchi (a proposito: è un blog che merita davvero, se vi capita fateci un salto!):
«Oh... sentite, è nata nel 1993. Le piacciono sapeste quante cose. Prima fra tutte, l’Umanità, quella fatta dagli uomini tristi e felici. Starebbe ore e ore a guardare il modo in cui sopravvivono, si ammalano, si innamorano, le espressioni che fanno quando inventano le loro bugie quotidiane, portando gli oggetti nei loro nidi. Le interessano le cose che dicono, quelle che non diranno mai. Vorrebbe riuscire a capire come funzionano i loro corpi e le loro menti. Per questo, scrive racconti e studia Medicina e Chirurgia». Ma è ora che mi levi di torno e lasci spazio a Lei, alle sue parole. Non avendo potuto chiederle di scegliere per me i suoi brani preferiti, e avendo dovuto alzar le mani in segno di resa davanti alle troppe, davvero troppe cose belle e toccanti che sobbollono nel suo blog come una calda sorgente sotto un laghetto ghiacciato, ho deciso di proporvi semplicemente l’ultima perla da lei postata, ormai quasi tre mesi fa. Sarete poi voi, se vorrete, a munirvi di setaccio per trovare altre pepite sul fondale di quel laghetto. Pronti per il viaggio? Andiamo:

Io e Genda
di Cristina Taliento

«Alcune sere, quando non sono impegnata a vivere, mi ricordo di quando scrivevo, dei miei personaggi e di tutto quello che la Tana significava per me, quando di parlare non mi andava e tutto quello che avevo era la mia fantasia. Non vivevo in un mondo parallelo, né tutto ciò che inventavo era davvero vivido, ma una frase che mi suonava bene in testa mi bastava per passare un bel weekend e una bella settimana. Io, i biscotti, i miei personaggi.
Genda era uno di loro, un personaggio, un matto scorbutico, vecchio poeta in esilio, zoppicante, si trascinava dietro la sua gamba e la sua malinconia. Lo odiavo. Gli volevo bene.
Genda era uno degli ultimi, un emarginato, anche se troppo orgoglioso per ammetterlo; e allora si metteva davanti a tutti, arrabbiato per i telegiornali e le idee politiche dei gatti che passeggiavano  sui muri.
Non litigavamo, io all’epoca ero piuttosto incline all’apprendimento e Genda mi elargiva con caritatevole perseveranza le sue lezioni di vita.
Dicevo: “ Noi siamo cuori sentimentali, ci muoviamo come alghe con la corrente. Basta un ormone e noi non siamo più noi”
Diceva: “Eh no! Siete voi eccome. Voi non siete fantasia a comando, voi siete proprio testosterone, serotonina, siete enzimi, siete piogge di sinapsi, cascate di potenziali d’azione. Siete cespugli di cellule mezze buone, mezze marce. Voi non fate altro che fraintendere il tramonto, idealizzare l’alba”.

Non riuscendo a ribattere, me ne uscivo con frasi come “ma questa è un’ovvietà“, anche se chiaramente, influenzata da quella solfa, divenni ben presto un pomodoro positivista di stampo liberale.

Ora non lo saprei più imitare, però quella sua rabbia era la cosa che mi piaceva di più e anche ciò che lo distingueva da altri miei personaggi come, ad esempio,  Jack Pavimento, l’Adolescente, Flacco Squidegno o il Cane Sentimentale. Genda aveva il Mondo sullo stomaco e anch’io, in fondo, ce l’avevo. A volte, seduti sul braccio di una gru, di notte, io e lui guardavamo il paese e la luna e tutto ci sembrava impossibile, ci sembrava che non ci avrebbero mai preso a Medicina, che Berlusconi avrebbe governato per sempre e che nessuno ci avrebbe mai davvero capiti, non così, giusto per, ma capiti, sul serio, veramente, anche se stanchi e in silenzio. Dubbiosi guardavamo il cielo, spogli dei nostri quotidiani modi di fare, ci abbandonavamo ai sogni – ognuno ai suoi – con gli occhi grandi di chi ha fame. Poche cose ci piacevano in fondo e parlare del futuro non era per noi.
Io avevo diciassette anni più o meno e lui di sicuro ottanta. Non lo so perché me l’ero immaginato anziano, forse perché volevo attribuire  una certa fragilità alla rabbia o, al contrario, accendere di fuoco la fragilità.

Ad ogni modo, crescendo, quel Genda via via si trasformò, sempre più razionale, più comprensivo. E la rabbia, che poi era simile alla mia di rabbia – alla rabbia di una ragazzina che da fuori non lo diresti mai – nel giro di pochi anni, svanì. Genda capiva e scusava, s’indignava ma poi si calava nei panni e perdonava. Quel matto, finalmente, si era dato una calmata. Per anni non l’ho più rivisto.

Eppure, m’immagino ad un tratto di salire sul braccio della gru una sera di queste, una di queste belle sere di settembre dove i grilli fanno gli arpeggi coi loro baffi e l’aria che arriva dai campi mi racconta come l’uva diventa vino. M’immagino io con la corona d’alloro in testa e un bel fiocco rosso, giacca e pantalone e un bicchiere di spumante in mano.
“Tieni” dico porgendo il bicchiere al Buio.
“Grazie” dice il Buio che, alla fine, non è altri che Genda.
“Ti sei laureata allora”
“Si, ma la strada è lunga, lo sai”. E rimaniamo in silenzio per un quarto d’ora. Nessuno dice niente e nessuno pensa niente. Non siamo più arrabbiati, anche se ogni tanto viene ancora ad entrambi la voglia di scappare di casa, zaino in spalla, fino alla montagna più alta.

Mi dispiace di aver abbandonato i personaggi, ma più di tutti mi dispiace per Genda, per aver smesso di dargli una voce.
A volte, un pensiero semplice è che il tempo porti assuefazione, faccia svanire i famosi ardori giovanili e, più in generale, ci faccia dimenticare chi siamo stati, quello che abbiamo provato, inventato. A volte sembra quasi come se sulla gru ci siano tante me di età diverse, una per ogni fase di vita, tendenti ad aumentare in numero a mano mano che invecchio. Ma come dicevo è un pensiero semplice, facile ma mica vero, perché in fondo è sempre e solo tutto dentro. Tutto quanto.
E, anche se il tempo per scrivere e quello per vivere attingono da spazi, dimensioni e sensazioni diverse, anche se la fantasia è un posto dove ci piove dentro e io corro a ripararmi sotto tutte le tettoie che mi capitano a tiro, mi sentirei di dire a Genda, qualora fosse preoccupato per il cambiamento della vera Cristina, che quella ancor più vera è sempre stata su questa gru, a occhi chiusi, sulle stelle.»

Che altro aggiungere? Solo questo: se in circolazione ci fosse ancora qualche editore munito di quella curiosità e di quella voglia d’esplorare senza le quali sarebbe meglio cambiare lavoro e smettere di fare danni alla narrativa italiana (per pigrizia, negligenza, insipienza o presunzione) lo invito a prendersi la briga di dedicare una bella giornata a visitare il blog Il ballo dei flamenchi e a saccheggiarne con piglio famelico almeno la sezione “Racconti”. Perché alla faccia di quei luridi pezzi di merda che a ogni piè sospinto mi danno dell’invidioso, io ho sempre fatto il tifo per le persone che meritano, e sempre gioito per i loro (sempre più rari) successi. E se Cristina, oltre alla splendida persona che è e al meraviglioso medico che sarà, dovesse diventare una delle Scrittrici italiane più lette, io ne sarei, semplicemente, FELICE.
Felice inverno a tutti voi!


venerdì 30 novembre 2018

Inferiorizzazione culturale. Qualcuno si offre volontario? Quasi tutti, purtroppo.

(Antidoti potenti contro l'inferiorizzazione precoce) 


Il fatto che Berlusconi si vantasse (sottovoce) di non far guardare la televisione ai suoi bambini dice TUTTO. 
Noi diamo a lui la colpa del declino mentale e culturale, ma lasciarsi inferiorizzare non era obbligatorio. Non era obbligatorio lasciarsi ridurre a una mandria di cafoni beceri e superficiali. Omologati e sguaiati e modaioli e chiassosi. 
Che a tavola ingeriscono spot invece di conversare. 
Con figli che si fanno le pippe sulla selezione estiva delle veline invece di scendere in cortile a giocare. 
Così come non sarebbe obbligatorio completare l’opera subendo una smerdofonizzazione sempre più precoce. Mettendo le perniciose protesi cerebrali in mano a povere creature che non hanno ancora imparato a parlare, e che hanno solo bisogno di qualcuno che gli racconti delle storie. Che non sono le stronzate su staminchiagram (anche la bella parola “Storie” ci siamo lasciati scippare!!!!). Ma l’inventarsi, o il leggere, delle favole.
Già, qualcuno che abbia ancora il tempo di leggere.
Qualcuno che sappia ancora leggere.
Già.



venerdì 23 novembre 2018

"Commiato degli uomini buoni" come idea-regalo per le prossime festività invernali.



[Quando pubblico una cosa molto carina ma che costa pochissimo, e propongo agli amici di farne un regalo di Natale, mi arriva spesso questa strana obiezione: “Grazie, ma come regalo le persone preferiscono qualcosa di più prestigioso, che rubi l’occhio e che costi di più”. Già: c’è di sicuro un sacco di gente che preferisce ricevere il nuovo volumazzo di Vespa, che magari non aprirà mai. Ma tutti voi che mi leggete avete parecchi amici intelligenti e buongustai, lo so, e allora sareste sorpresi dall’entusiasmo con cui apprezzerebbero una piccola perla come “Commiato degli uomini buoni”. È come regalare un fiorellino di campo invece di una brutta cravatta. La brutta cravatta rischiate di ritrovarvela il mese dopo al mercatino dei regali da riciclare perché sgraditi. Al fiorellino di campo non succederà mai.
(E se un fiore vi pare poco, di libriccini rari e sfiziosi se ne possono scovare d’ogni tipo, dalla narrativa alla poesia, e con questi comporre un bel mazzetto, confezionato con amore e su misura per l’anima di chi lo riceve, come sempre dovrebbe accadere facendo un regalo. Un regalo con cui fare migliore figura di quella che non fareste con mattonazzi che infestano tutte le vetrine).]

«Il cielo era un ventre argentato e gravido, rigonfio di fiocchi. E quando questi cominciarono a precipitare, sulle prime radi e incerti, e via via sempre più grossi e fitti, mentre ancora la vasca finiva lentamente di riempirsi, Bernhard Löwe ritornò con la mente alla placida gioia delle nevicate che osservava da bambino, da solo alla finestra, in estasi, le ginocchia su una sedia per poter appoggiare i gomiti al davanzale interno, com’era felice, e come gli piaceva perdersi nella danza felpata dei fiocchi che cadevano, ascoltarne la melodia silente, fissarsi con lo sguardo verso l’alto per lasciarsi ipnotizzare, perché se lo facevi abbastanza a lungo ottenevi l’effetto di ribaltare le sensazioni di movimento: non erano più i fiocchi che scendevano e atterravano con delicato ma percettibile rumore, eri tu che salivi, dentro un invisibile ascensore verso le nuvole e oltre le nuvole, una vertiginosa Ascensione atea verso nuove dimensioni.
Essere neve. Ma neve che sale.

In fondo, anche quella spaventosa frase sull’abisso poteva essere ribaltata: se scruti abbastanza a lungo nelle profondità del cielo, anche il cielo scruterà dentro te.»




Concludo regalandovi qualche dritta su altri romanzi brevissimi e brevi a cui attingere per comporre il vostro cadeau personalizzato:

AGOTA KRISTOF "Ieri"
BOHUMIL HRABAL "Una solitudine troppo rumorosa"
PAOLO ZARDI "Il signor Bovary"
ANNIE PROULX "I segreti di Brokeback Mountain"
RACHID O. "Cioccolata calda"
IVAN COTRONEO "Un bacio"
ERRI DE LUCA "Montedidio"
OGAWA YOKO "L'anulare"
LEONARDO SCIASCIA "Una storia semplice"
THOMAS BERNHARD "Camminare"
NICOLA PEZZOLI "Pazzoteca La Paz"
CARSON McCULLERS "Riflessi in un occhio d'oro"


lunedì 19 novembre 2018

Chiudersi fuori


Senza chiavi si è schiavi, e si rimane chiusi fuori. Senza intelligenza (nel suo originale significato di intelligere) non si gustano i Romanzi. Quando, in “Quattro soli a motore”, mettendo in scena le atmosfere di certe messe vespertine del mese di maggio, scrivo “le vecchie che non volevano morire”, il lettore un po’ sprovveduto pensa che l’impertinente Corradino stia dicendo “non sarebbe ora di schiattare?”, mentre invece ne sto descrivendo l’isterica e invasata pretesa di resurrezione e Paradiso – madre di tutte le superstizioni popolari, di tutti i fanatismi e di tutte le paure fomentate dal potere – l’abbarbicato voler persistere di ogni piccolissimo, meschino, peloso Ego in un sempiterno Io-Proprio Io-Sempre Io, con quel preciso corpo, quel preciso nome da difendere con le unghie, quel preciso codice fiscale, contrapposto al desiderio di dissolversi e sparire (o alla serena accettazione di provvisorietà e non individualità) di molti spiriti maggiori, anche quando profondamente religiosi.

Quindi, al di là di questo minuscolo esempio, stimolate e coltivate la curiosità per la lettura e la scrittura fin da ragazzini, perché è il Linguaggio il vero dono degli dèi all’umanità. 
O resterete chiusi fuori. 
A grufolare con un videogioco in mano, come quegli infermieri che torturavano i pazienti psichiatrici, beccati dalle telecamere a ribaltare una donna su sedia a rotelle per poter giocare più tranquilli. 
Forse, se avessero letto e capito Ken Kesey (per dirne uno), a quella donna avrebbero voluto bene. Forse, se avessero letto e capito Ken Kesey, la loro anima non sarebbe diventata una scorreggia, e il loro dna, con la sua doppia elica, non avrebbe virato come un elicottero rotto verso quello del più ritardato fra gli scimpanzé.


venerdì 16 novembre 2018

Edgar Hilsenrath - NOTTE


Marzo 1942. Sul ghetto di Prokov - città ucraina occupata dalle truppe romene, alleate con i nazisti - è sempre notte.

540 pagine di pugni nello stomaco. 
540 crude pagine che ogni persona intelligente dovrebbe trovare il coraggio di leggere. Un libro imperdibile, grandioso, terrificante, quasi intollerabile. E assolutamente necessario. Per capire dove possano arrivare l’abbrutimento e l’orrore. E per riuscire a scovare persino in essi una debolissima scintilla di speranza e umanità. Lo consiglio in particolare a Francesco Spinoglio, il buongustaio scrittore-blogger di Barcellona che apprezza Hilsenrath, Selby junior, Bukowski, Dan Fante, Pollock, Pezzoli (ma quest’ultimo nome fate finta di non averlo visto: è solo un intruso e un fallito), e grazie al quale ho potuto conoscere, qualche anno fa, questo splendido e geniale Scrittore, dalle nostre parti quasi totalmente ignorato (che strano…). “Nacht” è il suo romanzo d’esordio, che in Italiano arriva solo ora, con più di mezzo secolo di ritardo, grazie all’editore Voland, e allo splendido lavoro di traduzione di Roberta Gado.

(E sempre siano lodati gli editori che preferiscono le postfazioni alle prefazioni: quella scritta per questo romanzo da Paola Del Zoppo è molto interessante, e tutt’altro che superflua. Perché se è pur vero che nessuno ti impedisce di leggerla “dopo” anche se è una prefazione, o di leggerla “prima” anche se è una postfazione, a me le prefazioni appaiono sempre come un’invadente mancanza di rispetto, e di gusto, e di amorevole senso estetico nei confronti dell'entità Libro, del Testo e del suo Autore.)

«La vista sul Nistro era idilliaca. Al crepuscolo il colore dell'acqua si sfumava a metà tra il giorno e la notte, grigio e nero e marrone digradanti in un modo speciale; pareva persino che il fiume scorresse più placidamente. Nell'ora in cui il giorno volgeva al termine si aveva la sensazione che il Nistro fosse infinito, non provenisse da nessun luogo e scorresse verso il nulla, quasi fosse solo un fluire indistinto in un paesaggio silente e trasognato.
Due cadaveri galleggiavano pian piano verso valle: un uomo e una donna. La donna precedeva l'uomo. Sembrava un gioco amoroso, con l'uomo che cercava e cercava di raggiungere la compagna senza riuscirci. A un certo punto la donna virò di lato e presentò la faccia all'uomo. Questi ricambiò con la propria. La superò, il suo corpo urtò quello di lei.
I due cadaveri presero a mulinare, rimasero attaccati quasi volessero congiungersi e ripresero infine a galleggiare placidamente. Faceva sempre più buio. I due corpi erano lambiti dal vento che li accarezzava con la stessa dolcezza che riservava all'acqua, alla riva e ai campi di granturco sulla sponda romena.»



venerdì 2 novembre 2018

GIOCHIAMO A UN GIOCO (MA GIOCHIAMOCI BENE)


Da bambino, coi miei cuginetti, con soldi finti o anche senza soldi, per ingenua imitazione del mondo degli adulti si giocava “al negozio”. Un tavolo da giardino, un muretto, una panca di pietra, e ognuno aveva la sua bottega di mercanzie assortite: con foglie, sterpaglie e ciuffi d’erba diventavi il fruttivendolo, con sassolini e conchiglie il gioielliere o l’antiquario, mentre con giornali vecchi e Topolini avevi il più bello dei negozi: l’edicola. Se una bottega rimaneva troppo a lungo non frequentata, il titolare piagnucolava con gli altri cugini: «Dài, però facciamo che tu VENIVI, a comprare da me!»
Nel mondo adulto ho conosciuto, sia di persona che sui social, librai meravigliosi e libraie meravigliose. Gente sapiente, appassionata, piena di spirito d’iniziativa, vogliosa di organizzare eventi, incontri, presentazioni, col negozio pieno di titoli deliziosi e introvabili e la capacità di ordinarne al volo mille altri, e che non si lascia infestare la vetrina con troppo morchiume da classifica. Gente che mi piacerebbe facesse i soldi a palate, o almeno riuscisse a tirare avanti in modo più che dignitoso e con piena soddisfazione. 
Accanto a loro, parecchi librai inqualificabili, pigri, che di tutte queste cose non fanno nulla, che pretendono di campare sui dieci merdseller del momento, e che addirittura fanno ostruzionismo per ordinare su richiesta libri di editori piccoli ma ottimi, e ben distribuiti (gente che ha definito difficilissimi se non impossibili da ordinare i miei romanzi Neo, guarda caso distribuiti dal distributore più grande che c’è). Eppure questi sono sempre i primi a indispettirsi se poi il lettore, per fare presto, per avere più scelta, per risparmiare soldi, preferisce fare i suoi acquisti su internet (il babau ibs, il babau amazon…) È come se si mettessero a piagnucolare: «Dài, però facciamo che tu VENIVI, a comprare da me!» 
Te lo puoi scordare, cocco.
E quando sarai costretto a chiudere, non aspettarti la mia retorica scribacchina sulle librerie che scompaiono, o le mie lacrime di coccodrillo per il tuo strameritato fallimento. Perché a me è successo molto prima di te. Anche per colpa di gente come te.



sabato 27 ottobre 2018

PROPAGANDARE LA LETTURA? MAH: IO VADO CONTROCORRENTE PURE QUI

IO LEGGO (con o senza cancelletto del cazzo, ma direi proprio meglio senza) PERCHÉ mi nutre l’anima e la mente, e perché mi piace da impazzire, e chi non gli piace peggio per lui, e anzi, forse se non leggessero in troppi sarebbe pure meglio: si eviterebbe di pubblicare certa merda per speculare sugli orripilanti gusti della "ggggggente"…

domenica 7 ottobre 2018

Nicola Pezzoli - COMMIATO DEGLI UOMINI BUONI

Una delle proposte più carine e originali nel panorama narrativo europeo 2018 è questo libriccino di 79 pagine, contenente un microromanzo, un racconto e due poesie. Considerato anche il prezzo ridicolo (l’ebook costa come un caffè, il cartaceo poco più di due quotidiani da buttare via il giorno dopo) io non me lo lascerei scappare. Ma decidete voi, naturalmente.

Vieni alla mia pagina Amazon


alle anime senza prezzo, né scadenza


«L'aria irrompe e scioglie tutto».
(Thomas Bernhard, Amras)


«Non era un sogno, né un film in bianco e nero, ma un nitido frammento di stupore bambino. Prodigio di tenebre inondate di panna, come una stalla a finestre murate trasmutata in cisterna di latte, in cui annegare, in cui rinascere. 
L’immagine era vera, era lì, davanti a quello che lui era stato settantanove anni prima, quando sullo stradone sotto casa aveva visto arrancare nella tormenta uno spartineve trainato da buoi. 
Dodici pariglie di buoi. 
Se solo riusciva a ricreare abbastanza oscurità e pace nel turbinio dei pensieri, se li vedeva passare accanto ancora adesso, quei muti fantasmi. Perché avere ottantaquattro anni nel buco del cuore del Secolo Cretino, pensò Bernhard Löwe, significava anche questo: vivere in un mondo ipertecnologico e becero, ma ricordarsi di uno spartineve trainato da una fila interminabile di spettri a quattro zampe dentro una valle pietrificata nel silenzio, proprio ora che in alcune città si sperimentava lo sgombero dei viali e delle arterie principali mediante spazzini robot.

Gli spazzaneve meccanizzati erano molto efficienti. Ma le dodici pariglie di buoi avevano gli occhi. Quarantotto occhi. Che lo guardavano. Perché il bambino stava lì, a pochi passi dallo spartineve, dalla fila di bovini e dai carrettieri che li guidavano, quattro o cinque uomini a piedi, stava lì perché aveva disobbedito al divieto della madre di uscire a giocare con quel vento e quella neve, e nel vederli sbucare dal nulla era diventato una statua vivente. Una statua di stupore. Non solo i buoi lo avevano guardato coi loro quarantotto occhi (gli occhi dei carrettieri non contavano, questo gli era chiaro) ma lui era sicuro che il coro a infrasuoni di quelle iridi pazienti e sovrannaturali – le sole vere luci di tutta quella scena – avesse voluto dirgli qualche cosa. 
Non aveva capito cosa. 
O non lo ricordava più».

giovedì 20 settembre 2018

Lieto e orgoglioso di annunciare...



Prossimamente


Su questo


Canale


Una nuova


Strepitosa


Autoproduzione


Del più pazzo


Generoso


Scomodo


Atipico


Ispirato


Coraggioso


Originale


Autentico


Strano


Talentuoso 


Outsider


Mai


Esistito.


Mantenetevi


A tiro


Di voce!

venerdì 7 settembre 2018

LE DITA SUL TASTO CHE SCOPPIA - Dichiarazioni di guerra ai profanatori dei templi dell’Arte

QWERTYUIOP… BUUMM!!

[Avvertenza d'obbligo per i cervelletti più piccini: qui ovviamente si scherza e si provoca: da queste parti la violenza e i violenti sono da sempre considerati un paio di gradini al di sotto della merda.]

UNO
Niente è più blasfemo della cattiva scrittura. Niente è più maledetto del Verbo balbettante di una mezzasega ambiziosa e raccomandata. Il mio sogno? Penne, matite, tastiere intelligenti e spietate, che esplodano in mano a chi scrive male ma pubblica "bene". 
Piazza pulita, e disinfestazione usurpatori.
Per essere più chiaro: le troverei giuste e sacrosante anche se scoppiassero, o si difendessero con scariche elettriche, mentre scrivo IO.
L’arte della scrittura esige (dovrebbe esigere) Rispetto. E divieto assoluto ai mediocri.

DUE
Uno scrittore moscio, convenzionale e politicamente corretto è come un pugile non-violento: può fare strada se il manager è coglione, il match truccato, i giudici corrotti e il pubblico ubriaco.

TRE
Ma se Silvio Muccino non mi è mai piaciuto come attore e regista (che almeno è il suo mestiere), perché mai dovrei dargli credito come “scrittore”? 
(E visto che oggi da noi i romanzi li fanno scrivere ai registi – che almeno dovrebbero essere un po’ meglio dei cuocuzzi e dei cantanti, zio cantante – un altro editore risponde con la Comencini. Qualcosa di nuovo? Nein: coppiettismo etero in crisi, miliardesima puntata. 2 maroni.)

(TRE BIS)
Il calciatore è tutto un altro paio di natiche. Il calciatore è uno dichiaratamente incapace di scrivere, e il suo libro è dichiaratamente opera di un ghostwriter o di un cronista sportivo. Per cui quando entro in libreria non mi capita mai di pensare al calciatore “autore” di bestseller come a un USURPATORE. Cosa che invece penso di molti, molti, moltissimi altri.

QUATTRO
Tutte quelle personcelle senza ispirazione e senza talento, che scrivono romanzetti “a tema” svolgendo prima la loro brava ricerchina sull’argomento, e poi per far vedere che hanno fatto i compiti (come a scuola) impestano le pagine di astrusi termini tecnici del tutto inutili (anzi nocivi) alla narrazione: perché non lasciano perdere?
(Ancor più deprimente il pensiero che dietro possa esserci un editor che non ha posto rimedio, o peggio ancora ha incoraggiato/imposto tale scempio.)
Documentarsi è spesso utile, a volte indispensabile. Ma se sei uno Scrittore, da quel lavoro di ricerca devi saper ricavare un prezioso succo concentrato, non una cascata di termini precisini, saputelli e irritanti. (Vedasi la parte medico-ospedaliera di “Non ti muovere”, uno dei libri più brutti e sgraziati che abbia mai letto).

CINQUE
A dispetto del bellissimo titolo (che infatti fu deciso dall’editore) “La solitudine dei numeri primi” è uno dei libri più brutti, balbettanti e malscritti che abbia mai avuto la sventura di leggere. A dispetto del bruttissimo titolo (che infatti fu deciso dall’editore) “Quattro soli a motore” è uno dei romanzi più belli mai scritti e pubblicati. C’è bisogno che vi ricordi quale dei due abbia vinto il premio strega, quale dei due abbia dominato le classifiche, quale dei due abbia consentito all’autore di scrivere articoli sui giornali e di vivere di scrittura, e quale dei due invece non sia arrivato a vendere mille copie, e ad avere uno straccio di recensione sulle grandi testate? C’è bisogno che vi ricordi come si chiama l’unico vergognoso paese al mondo in cui una cosa simile poteva succedere?

TROPPO
L’intellettualozzo italico odierno è un fanatico feticista del brutto, un seguace (spocchiosissimo) della noia programmatica elevata a filosofia scorreggiona, della mosciaggine insipida elevata a (im)potenza. 
Se il tuo libro ha un bellissimo incipit, lui ti dirà che è “TROPPO scolpito”. Se c’è un paragrafo di travolgente brillantezza e comicità, lui sentenzierà che è “TROPPO compiaciuto”. Se esprimi un concetto con forza e chiarezza, lui sdottorerà che il tutto è “TROPPO detto”. Se c’è la descrizione di un paesaggio, o di un’emozione, meravigliosamente poetica, la liquiderà come “TROPPO letteraria”. Se ci sono neologismi geniali, ti accuserà di “TROPPO virtuosismo”. E via TROPPando. 
Spesso gente così è responsabile delle pubblicazioni di grandi case editrici, purTROPPO. E i risultati si vedono fin TROPPO. 
In questo paese, se hai talento sei di TROPPO. 
E io mi sono TROPPO rotto il cazzo.






domenica 2 settembre 2018

dal mio romanzo inedito "IL VOLO INTERROTTO DEGLI ANGELI"

[Stavolta non si tratta di mia madre, né di quella del mio alter ego Corradino, ma della mamma di un altro bimbo, che a distanza di anni ci torna sopra col ricordo. Ma la riflessione che ne scaturisce è tutta vera, e tutta mia.]

VOSTRA SORELLA 
UN PAIO DI CAZZI

«Oggi, mattina presto di sabato, è capitato l’incredibile. Stavo litigando con la Madonna. Un po’ come mio padre che parlava con la stufa. No, non è questa la cosa incredibile. Lo sconforto può giocare brutti scherzi. L’avevo riesumata dal fondo di un cassetto, e ci stavo litigando. Le rinfacciavo tutte le mie rimostranze sull’inganno e la puzzonaggine delle istituzioni religiose. La cocente delusione della prima messa in ricordo della mamma a un anno esatto dalla morte. Avevo nove anni. Mi dissero vèstiti e andiamo che c’è la messa per la tua mamma. Potrò leggere una poesia per lei, dissi. No, ci pensa già il signor curato, disse mio padre. “Per la tua mamma”. E ci avevo creduto! Non pretendevo uno show in suo onore, con i canti e l’incenso, e la sua icona al posto della Vergine. Ma due paroline del prete apposta per lei. Dedicate proprio a lei. Davvero per lei. Un pensiero. Un ricordino. Una riflessione. Una cosetta durante la predica. Niente. Sapete come funziona, no? Venne nominata di striscio con burocratica freddezza al momento predeterminato. Quando nel rituale c’è una casella vuota e il sacerdote ci sbatte dentro il nome di chi è morto quel giorno un anno prima. Di chi è morto quel giorno tutti gli anni prima. Il 13 settembre mica era morta soltanto lei. Ricordati di nostra sorella Lucia. E di nostra sorella Giovanna. E di nostro fratello Mario… Una palata di nomi. Nella casella vuota. Che diavolo me ne poteva fregare, del loro “nostra sorella Lucia” nella casella vuota? Nel mio cuore sì, che c’era un vuoto. Spaventoso e indicibile. Dio, se c’era! Lucia era mia mamma, pensavo. Non era vostra sorella. Mia mamma adesso potrebbe essere mille cose. Un angelo, una goccia di pioggia, un bel sogno, l’amore che arde nel mio petto, la Donna di cuori nel mazzo di carte di un bambino, un bocciolo di rosa in oriente… Quello che solo so per certo è che cosa lei non è: lei non è nessuna cazzo di “nostra sorella Lucia” sbiascicata per quattro beghine dal nuovo pretonzolo che nemmeno la conosceva. Vostra sorella un paio di cazzi! Lo gridai, piangendo. In chiesa. Così forte che l’eco della mia indignata voce bambina sarà lì ancora adesso che rimbalza tra le navate, in cerca di un’uscita. Non mi arrivò nessuno schiaffo. Anzi, mi parve di indovinare sul viso di mio padre un mezzo sorriso. Forse il primo della sua vita.»