"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"

domenica 19 maggio 2013

La notizia della settimana riguarda anche il mio romanzo "Quattro soli a motore"!


BYE BYE BOIA


Riconoscete questo malo hombre? Si tratta dell’ex dittatore argentino Jorge Rafael Videla. La notizia della settimana è la sua (tardiva) morte. Più di ogni commento vale il titolo lapidario di una tv del suo Paese: “È deceduto Videla, responsabile genocidio”. Era l’ultimo rimasto in vita della giunta militare infame e assassina macchiatasi del golpe del 1976, e della immane tragedia dei desaparecidos. Ho detto “tardiva”, ma forse è stato meglio così: dal momento che l’Inferno non esiste, mi auguro che il suo inferno personale siano stati gli ultimi anni di vita, e il rimorso che non può non aver roso la sua misera anima imputridita e triste.

da QUATTRO SOLI A MOTORE, capitolo 2 (finale Olanda-Argentina allo stadio Monumental di Buenos Aires, 25 giugno 1978).

Pag. 21
Per centoventi minuti, quella sera di giugno dei miei undici anni, seguii per tutto il campo i riverberi di un sogno arancione destinato ad infrangersi. Infrangersi contro il muro di sorrisetti sconci e beffardi degli oligarchi della dittatura militare argentina, schierati a gongolare in maschera sotto i baffi pettinati in tribuna d’infamia, come tanti sinistri gioppini del Carnevale della morte.

I miei eroi, quella sera, furono tutti olandesi. E solo più avanti, nel tempo, se ne sarebbe sovrapposto uno argentino. Uno solo, ma di una grandezza rilucente che allora non potevo capire: il centravanti Mario Kempes dai lunghi capelli. Lui, proprio lui, che coi suoi gol era stato decisivo, rifiutò, solo lui, in mondovisione di stringere lo zampone al torturatore gioppino Videla.

Pag. 22
Fillol aveva parato tutto, tranne il pareggio di Nanninga. E quando non avrebbe potuto parare, l’aveva fatto per lui il palo alla sua destra, sul tiro ravvicinato che Rob Rensenbrink, di controbalzo, scoccò al novantesimo a colpo sicuro. Lo stesso palo che avrebbe poi invece fatto da sponda per la carambola del 2-1 di Kempes nei supplementari. Il palo destro della porta di destra: un palo fascista, un agente di Videla.

Mio Condottiero Sconfitto, mio immenso Rob Rensenbrink: poteva bastare, chissà, un’allacciatura di scarpino diversa o un taglio diverso dell’erba a governare il rimbalzo del pallone, e il tuo urlo del Gol, e il mio, non si sarebbe mozzato in gola, e la Coppa l’avrebbero alzata i miei eroi, Tu, e Johnny Rep e Arie Haan e Wim Rijsbergen e Rudy Krol. E invece, e invece…

Pag. 24
Al rientro, trovai il mio Videla domestico lì, nella semioscurità creata dall’unica lampada accesa, quella piccola della sala. Come fui a metà corridoio, vidi l’ombra di mio padre che aspettava qualcuno davanti alla porta del gabinetto, dietro l’arco che introduceva alla zona notte, la cintura dei pantaloni che gli spenzolava da una mano fino a lambire il pavimento con la fibbia. Il qualcuno che aspettava non era il gatto, e l’ombra della cintura che mi attendeva al varco si muoveva silenziosa avanti e indietro. Avanti e indietro. Ogni tanto la fibbia, nella sua oscillazione, incontrava la superficie di una piastrella e produceva un tintinnio strascicato. Il guaio era che attaccato all’ombra del padre c’era Il Padre, nel suo pigiama da aguzzino. Fregava niente, a lui, se c’erano stati i tempi supplementari. Avevo fatto tardi, e non avrei dovuto. 
Un possibile Corradino incupito...


Perdonatemi se di questo collegamento fra il personaggio, la notizia e il mio testo ho parlato io, che ero l’ultimo a doverlo fare.
Ma se aspettavo che lo facesse qualche Emerito Professionista del giornalismo cul-turale italioso…


giovedì 16 maggio 2013

Ma chi lo ha deciso che le parole sono pietre, e le pietre cioccolatini?


CAMBIERETE NOME A MALI?

Cronache semiserie dall’italiA, paesE in cui si è improvvisamente deciso che le parole sono pietre, e le pietre cioccolatini. Abbiate pazienza se ne ho già parlato, ma è il classico argomento da Pensiero Unico su cui non va controcorrente nessuno, e qualcuno deve pur farlo.
Partiamo con due esempi a caso (non i più clamorosi, ma forse fra i più significativi).
8 maggio: a Bergamo dei “tifosi”, dopo aver divelto piastrelle dai cessi (cioè da se stessi?), le gettano contro altri tifosi dentro lo stadio gremito. I telecronisti commentano sconsolati che “per queste cose non c’è soluzione”. Ma come? Tirare PIETRE in mezzo a una folla non dovrebbe essere tentata strage? Non dovrebbero essere previsti 25-30 anni di galera? I media quasi non ne parlano. È ordinaria amministrazione. Praticamente una bravata. Portate i bambini allo stadio, signore e signori. Che vuoi che sia un calcinaccio contrundente. Aiuta a crescere machi e non froci. Tutt’al più un po’ sdentati, o magari un po’ morti.
Solo quattro giorni dopo, in Milan-Roma, quattro coglioni (ma veramente quattro, forse meno) fanno BU a un superpagato professionista (roba che basterebbe prenderli per le orecchie e sbatterli a calci fuori dallo stadio, come avverrebbe in qualsiasi paese europeo non stivaliforme e non stivalipensante, avendo magari cura nel frattempo di dire alle superstar di darsi una calmata, e di evitare atteggiamenti tragico-plateali di lesa maestà) e il mondo, sconvolto, si mobilita. Come se questa fosse la cosa in assoluto peggiore che accade sulla Terra (per esempio in Siria va tutto bene, non c’è nessuno che fa Bu).
I telecronisti, nauseati, si stracciano le vesti. Gli addetti ai lavori insorgono compatti. I giornali titolano a caratteri cubitali “ADESSO BASTA”. (Che ci abbiano pensato sopra e si riferiscano al lancio di pietre? Ovviamente no!). La povera Roma si becca 50mila euro di multa per la solita assurda responsabilità oggettiva. (Di questo passo a fare apposta Bu contro gli avversari della Roma ci andranno i laziali, contro gli avversari del Milan interisti infiltrati, e così via, tanto ne bastano un paio su ottantamila…) Ma, incredibilmente, il presidente della Fifa Bla-Bla Blatter (rivelandosi a sorpresa un possibile italiano onorario?) non è soddisfatto, e si permette di tuonare contro questo provvedimento “troppo blando”. Cosa vorrebbe? Retrocessioni in serie C e fucilazione dei dirigenti se un becero tifoso del cazzo fa un rutto quando tocca palla uno con la pelle scura?
Il razzismo è merda ma: un po’ di senso della misura?
Questi signori, privi di percezione delle proporzioni, e delle priorità, vogliono trasformare il “Bu” nel Reato per eccellenza, nella Violenza per eccellenza (e quel che è peggio farla stolidamente pagare a chi non ne ha colpa). 
Pare che ieri un boss della droga colombiano abbia minacciato un tale che gli aveva fregato dieci chili di coca: “Al prossimo sgarro ti faccio Bu!”.
Adelante, signori capoclasse. Perché non rendere grave reato contro la persona anche il tradizionale “Arbitro cornuto”? A me sembra un po’ peggio picchiare una donna (picchiare chiunque), abusare di un potere politico, rubare, raccomandare stronzi (ops! dài Nick, piantala coi parulàsh!) o sparare alla gente. Ma probabilmente mi sbaglio e prendo un abbaglio. E poi sono un fan del turpiloquio (quando ci vuole): meglio una parolaccia arguta e colorita che un banalissimo belaglio (mi è venuta così, come unione di belato con raglio: se vi piace ve la regalo).

Dunque (e non solo in campo sportivo, anzi…) l’odioso politically correct, dato per moribondo fra le persone intelligenti a causa della sua piagnucolosa arroganza, della sua pretestuosa lamentosità, della sua querula e cantilenosa prepotenza, si appresta a trionfare con 20 anni di ritardo nell’arretrata italietta assetata di censura e di castighi, l’italietta bacchettona e permalosa, l’italietta ritardataria, tarda, tardiva e tardona (non dico “ritardata” per non finir ghigliottinato da qualche capoclasse della correttezza) dove il Premio Nobel Dario Fo ha potuto essere linciato (come sempre in coro, senza ironia e senza contraddittorio) per una battuta sulla statura di un ex ministro. Battuta infelice, scadente e di basso livello, ma che ha sollevato più scalpore di tanta povera gente morta ammazzata. Evidentemente non erano stati uccisi a colpi di Bu, quindi interessava poco. Non erano attinenti al temino di moda.

martedì 7 maggio 2013

"Allegramente"




ALLEGRAMENTE



Mi sveglio di soprassalto nella notte, e mi domando che ne sarà stato degli altri. Di tutte quelle altre persone che vedevo in sala d’aspetto dieci anni fa, quando ti accompagnavo al supplizio vano e crudele della chemio. Ne sarà sopravvissuto qualcuno? 
Quella donna molto anziana, ma bellissima, dal viso di star del cinematografo, che rivelava con arresa dolcezza di essere “stanca”. Quell’ometto che non emetteva mai parola né sospiro, perché anche per lui parlava fin troppo la moglie da me chiamata “la volgarona”, una capace di infondere buonumore e coraggio come papà non fu mai in grado con te, ma che forse esagerava, e lo metteva in imbarazzo. Guardava il compagno d’una vita, e poi, davanti a tutti, sbraitava cose del tipo “Come farò io senza te a rompermi le balle tutto il giorno col tuo carattere di merda?” E lui muto, come se il cancro l’avesse avuto alle corde vocali. E la donna in carriera operativissima al telefono: per quanto, ancora? E quel vecchietto accompagnato dalla nipote, che in quel luogo aveva già affiancato, per poco, il giovane marito ucciso da un melanoma. E quella ragazzona di vent’anni, alta e robusta, che avresti detto piena di vita e di salute, non fosse stato per la bandana che le copriva la calvizie? Sorrideva, lei. Ti guardava e sorrideva, con occhi grandi e acquosi come oceani d’amore minacciati di prosciugamento. Avesse avuto qualsiasi altra malattia, avresti potuto scambiare quel sorriso per superficialità o pochezza. Ma lì, in quel posto orribile, a sorridere non poteva essere che un angelo. Che fine avrai fatto, ragazza sfortunata?

Non ho mai saputo il nome di nessuno di loro. Al massimo i cognomi – tutti dimenticati – scanditi dall’oncologo o da qualche infermiera con un foglio in mano. 
La lista dei morituri. Ne ricordo solo uno, il primo, per la sua sconcertante, orripilante assurdità. Sono sempre più convinto che non poteva essere un cognome, non mi risultano cognomi così. 
Era la primissima volta, e sulla porta della sala d’aspetto s’affacciò il giovane oncologo in persona – un bell’uomo alto dalla faccia triste – scortato da un’infermiera. Diede una sbirciata al foglio, e poi, senza intenzioni ironiche né tantomeno umoristiche o psicoterapeutiche, chiamò quel nome impossibile, “Allegramente”, e poi restò qualche secondo in silenziosa attesa, come se davvero si fosse aspettato di vedere un signor Allegramente, il paziente malato di tumore Allegramente Mario, o Allegramente Roberto, alzarsi felice dalla sua sedia e seguirlo trotterellando. 
Magari per ricevere, al posto della gemcitabina, una dose di zucchero filato. La cosa ancora più assurda è che subito dopo il signor “Allegramente”, l’allegro fantasma, subito dopo la stridente stonatura, il funereo contrasto, il pugno nello stomaco di sentire una parola così lieve pronunciata in quella tomba al neon e con quel timbro così cupo, a venire chiamata fu la signora Ferrari, cioè Tu. Allora ripensai all’amica infermiera che aveva tentato di fissarci un appuntamento con l’altro oncologo dello stesso reparto, sostenendo, avvertendoci, che il giovane bello e triste era solito deprimere i pazienti, ma che sul giovane bello e triste aveva poi dovuto ripiegare, essendo la lista dell’altro davvero troppo affollata. Se l’oncologo giovane bello e triste, prima di chiamare Te, avesse detto “Allegramente” con amara ironia, e non avesse poi fatto quella pausa così lunga, avrei potuto immaginare che si fosse accorto della manovra non riuscita, e del (piccolo) discredito gettato su di lui, ed esternasse così il suo disappunto. Ma il suo pronunciare quell’incongrua parola come fosse davvero il nome di un paziente mi lasciò, e mi lascia tuttora, interdetto e allibito. L’unica spiegazione è che qualcuno (un superiore? un’infermiera? la stessa mia amica?) avesse scritto “Allegramente” prima dei nomi, come una frecciata dispettosa, oppure un invito, un’istruzione, un’esortazione, un auspicio, come l’allegretto o l’andante con brio che si stampa sugli spartiti musicali, e che l’oncologo giovane bello e triste l’avesse squallidamente preso per un nome da chiamare. A vuoto.

E quanti ne venivano chiamati, a vuoto. L’effetto più lugubre, là dentro, era dato dagli appelli a cui non rispondeva nessuno. Erano come singoli rintocchi di campana a morto, sentenze in differita: se al richiamo di un nome non seguiva il movimento di una sedia, sapevi benissimo perché quella persona non c’era. 
Fu per evitare quel cupo e angosciante rintocco, e per civile rispetto di altri esseri umani in lista d’attesa, che subito dopo la tua morte mi premurai di chiamare il reparto per disdire i successivi appuntamenti. Mi aspettavo la voce di una qualche infermiera. Invece mi rispose proprio l’oncologo giovane bello e triste. Mi disse che aveva fatto il possibile, ma che non c’era più niente da fare. Mi ringraziò per la sensibilità e l’altruismo dimostrati facendo quella telefonata in un momento così. Disse che era un pensiero che non aveva mai nessuno. Lo ringraziai anch’io. E dentro di me lo perdonai per l’esser stato, non per colpa sua, null’altro che un impotente funzionario di Madama la Morte, per non aver ricevuto in dotazione alla nascita il sorriso e l’empatia, e per aver evocato, in quell’orrenda mattina che mai dimenticherò, quel rabbrividente signor Allegramente, il cui ricordo mi perseguiterà finché campo.

Dimenticavo: oggi sarebbero 75.
Buon compleanno, mamma. Te lo dico più allegramente che posso.

martedì 30 aprile 2013

IL PERIODO NON COLLEGATO (col cervello) - seconda parte del mio vecchio stupidario telecronistico e sportivo (nuovi varchi per Kakà)




ALLA SEDERCALCIO HANNO
LA FACCIA COME IL CULO?!



MICA È SEMPRE DOMENICA!
“In questo stadio nel 1920 ci fu il famoso Bloody Sunday, il sabato di sangue” 
(Carlo Paris, Irlanda-Italia)

COI PIEDI SAREBBE MEGLIO NON PARLARCI…
Fermo Angelo, bloccato da un trauma discorsivo al piede sinistro 
(Gazzetta.it)

“CI SONO POCHI BIGLIETTI” PAREVA BRUTTO
Siamo in una condizione di bigliettazione contingentata
(Responsabile della Seder… ehm…Federcalcio, in versione Cervellazione Limitata)

CIOÈ NE VOLEVI DI PIÙ?
Qui a Kiev nello specifico l’influenza ha fatto una sola vittima, purtroppo
(Andrea Paventi)

PORCA PALETTA…
Anche Paletta, a dispetto del cognome, sul terreno sabbioso si è trovato in difficoltà.
(Chievo-Parma, genio radiorai)

???
Ha anche lui caratteristiche di centrocampità 
(Genio rai, Parma-Roma) [Qui si faceva persino fatica a trovare il titolino: caratteristiche di testadicazzità? Di mavammorimmazzà?]

OH POVERINO
Barreto è tornato a Treviso, dove è esploso. 
(Udinese-Reggina, radiorai)

CREDEVO SOTTO L’ASPETTO ORTOFRUTTICOLO
Empoli intenzionato a guastare la festa del centenario del Torino. Sotto l’aspetto sportivo, naturalmente 
(idiota radiorai)

MEGLIO SE TE NE VAI
Nell’altro posticipo domenicale vittoria 1-0 dell’Auxerre, meglio, vittoria 1-0 del Tolosa 
(Marco Paperino Foroni, sky)

NON C’È BISOGNO DI ESSERE COSÌ URBANI
Cattivi tra virgolette, cattivi in senso buono perché ci mancherebbe altro. 
(Urbano Cairo)

MADDAI
Siedono sulla panchina allenata da Cagni… 
(Antonello Orlando, Empoli-Milan)

PERCHÉ SFORZARSI PER INVENTARE LE BATTUTE?
…per Marianini, anzi Matteini, sono molto simili questi cognomi, anzi era Moro. 
(Emanuele Dotto o Livio Forma, anzi era Topo Gigio)

SÌ, CIAO NEH
Sarò più preciso nel precedente collegamento 
(Livio Forma, Milan-Torino)

MA QUESTO QUI LO PAGANO O CI METTE QUALCOSA LUI?
Lo vedo teso, nervoso anche nelle palle 
(Antonio Di Gennaro, Milan-Messina)

E QUESTO?
Ci avviciniamo alla Mancanza. 
(Carlo Nesti, Palermo-Samp)

E QUEST’ALTRO?
Il portiere altissimo nonostante i 202 centimetri australiano
(per entrare a sky italia faranno pure dei test, ma probabilmente non di italiano)

QUESTI LASCIAMO PERDERE
Mi ha convinto lo spirito dei miei ma nonarbitraggio 
(Siena-Fiorentina, mediavideo)

NON È CHE TU L’HAI ALZATO UN POCHETTINO, IL GOMITO?
Caserta col gomito cerca di andare un po’ più in là rispetto a sé stesso 
(Fabio “Rana dalla bocca larga” Caressa, Milan-Lecce)

IA IA OH?
Il portiere in Africa è un fattore. 
(Camerun-Egitto, Eurosport, un certo Malù Mpasikatu)

MENO MALE
Quello che vedete in volo è il portiere Nigeriano: è ancora vivo, è ancora tra i pali. 
(Ghana-Nigeria, Eurosport, ancora vivo, ancora lui)

A VOLTE A ESSER TROPPO SICURI…
Dossena a botta sicura, di sicuro, a colpo sicuro, ma la palla si stampa sulla traversa 
(pirla radiorai, Cagliari-Udinese)

MEGLIO TARDI CHE MAI
Il fallo di Gugliotta diventa duro solo nella parte finale 
(genio sky)

MA QUANTO VALE UN GOL DI PULZETTI?
Gol di Pulzetti! Reggina zero Livorno zero! 
(genio radiorai)

ASPETTA, RIPETI
Cruz è un allenatore che molti allenatori vorrebbero allenare. 
(Ciro Ferrara, Inter-Napoli: che parli così perché si crede un allenatore?)

ERA COSÌ BRAVO A EUROSPORT CHE L’HA VOLUTO ANCHE SKY
Il soldato con la sua mitraglietta posata… qualsiasi cosa succeda, non si muove una mosca viva in Costa d’Avorio
(Mpasikatu ipotizza che invece le mosche morte si diano alla rumba)

POTENZA DELLA MEDITAZIONE?
È una squadra, quella del Torino, a trazione interiore
(Beppe Savoldi, Atalanta-Toro)

E TU COSA DIAVOLO CI AVRAI? (SCUSATE SE SONO EUGENIO)
Ha un compasso al posto del cervello 
(genio di Sport Week su Eugenio Corini, pensando di fargli un complimento)

DALTONISMO O PERIODI PITTORICI?
…Un futuro molto roseo anche dal punto di vista azzurro… 
(Marco Civoli su Brighi, Inter-Roma)

ATTENTI AL LAMA!
Finisce a terra Vigiani dopo uno sputo 
(Raffa, Reggina-Lecce)

PARENTAL CONTROL
Si allarga Maicon, lo va a prendere Grosso 
(Maurizio Compagnoni)

VIRGOLETTATI QUESTO
Bernacci poteva tra virgolette non riuscire a realizzare 
(Bologna-Torino, il solito pirla senza virgolette)

COMPAGNONI È MOLTO PIÙ INTELLIGENTE, RISPETTO A COMPAGNONI
Vanden Borre è un giocatore molto più difensivo, rispetto a Vanden Borre.
(Maurizietto Compagnùn)

PER MEGLIO DIRE (SIDDAI, VISTO CHE TI CI PAGANO PURE, DILLO MEGLIO!)
La juve sta dando segnali di risveglio in questi minuti iniziali, conclusivi per meglio dire, della partita 
(Riccardo Cucchi)

L’APPROCCIO MAGARI SÌ
Un geniale Zaccheroni, dopo Juve-Siena 3-3 (con la juve che dopo 9 minuti vinceva 3-0!) invece di impiccarsi in sala stampa riesce a dire: “La sensazione mia è che abbiamo indovinato l’approccio alla partita”.

PERICOLOSISSIMO!
Ogni volta che tocca palla Cassano 30.000 italiani esplodono. 
(Carlo Paris)

RELIQUIA CONTESA O ATLETICO CANNIBAL?
È il medico dell’Atletico Bilbao che ha in mano il piede di Yeste, non il medico dell’Atletico Madrid 
(sky sport)

SI SALVI CHI PUÒ!!
L’Udinese ha dei buoni staccatori di testa. 
(Sergio Brio, Udinese-Catania)

CONFERMO
Certo, il sinistro non è il destro 
(Antonio “non è il suo piede” Di Gennaro)

FANNO LE FUSIONI E NEPPURE AVVERTONO?
Fiorentina 1 Udinsiena 0
(Televideo)

GOL DI MERDA
Praticamente un gol a metà tra Kakà e Kaka Kaladze
(Genio sky)

MA QUALE CAZZO DI GERGO?
In gergo si dice che chi sbaglia il primo rigore poi vince 
(Espanyol-Siviglia, solito pirla che non sa bene cosa significhi “in gergo”, però lo dice di continuo)

CHISSÀ CHI VINCE
Stasera ci sarà il posticipo tra Parma e Parma 
(Ilaria D’Amico)

NATURALMENTE. (SBAGLIATO NUMERO O SBAGLIATO MESTIERE?)
Dall’altra parte risponde naturalmente l’Ascoli 
(Siena-Inter, radiorai)

FERMI COI FUCILI (MA ANCHE NO)
Un tiro a colombella di Quagliarella 
(Samp-Torino, radiorai)

E POI UNO STA LÌ A INVENTARSI LE CAZZATE
Siena: Mangiavecchi responsabile dei giovani.
(Mediavideo)

MA COME
Ha avuto una buona carriera da centrocampista gobbo 
(Compagnoni vorrebbe parlare dell’ex calciatore Gobbo, ma poiché ignora il valore delle pause…)

NON VI AVEVO ANCORA PRESENTATO QUELL’UMORISTA DI ALTAFINI!
1 Cosa stava facendo Gago?
2 Se tu prendevi la palla con la mona venivi espulso

SIMULAZIONE DI ENCEFALO?
Non come pensava, o faceva finta di pensare, Maicon
(genio sky)

LA PACATA NONCHALANCE DEL GUFO
Non sbaglierà quest’imbucata al centro. L’ha sbagliata.
(Maurizio Cavalli porta fortuna a Hendry)

LA “S” DEL PLURALE, LA “R” DI RACCOMANDATO
La società ha bandito a vita dal proprio campo il supporters
(E qualcuno dovrebbe bandire a vita dal giornalismo gli ignoranti raccomandati…)

ATTACCO STITICO
Il Milan ha bisogno di Kakà 
(Beppe Bergomi, Lazio-Milan)

E DA QUALE, SE NO?
Giocatore che piace molto all’Inter, da un punto di vista calcistico
(Marco Civoli).

SOCCOMBERE PAREVA BRUTTO
Evitare di sopperire nel punteggio 
(raccomandatello sportitalia)

MA PER FIRMARE FAI LA CROCETTA?
… Delpiero a cui gli è preferito Di Natale 
(Analfamediavideo, 27.03.07)

QUESTA DEVI AVERLA PENSATA
A Edison Cavani non si è accesa la lampadina dell’aggancio 
(buffone radiorai).

DOPO SCAPPO: HO UN APPUNTAMENTO ALLE 26
Domani previsti collegamenti dalle 23.30 alle 25.30 
(Maurizio Cavalli, Eurosport)

BE’, IN FONDO PURE IO PARLAVO COL PORTATOVAGLIOLO
Sta parlando con la panchina, Rossi. 
(Caressa, Roma-Lazio)

INGRATI
Partita monumentale di Guti, e infatti lo prendono un po’ a calci…
(Antonio Nucera)

L’ATALANTA, E L’UMORISMO INTERNAZIONALE, RINGRAZIANO
Ci sono due giocatori della Fiorentina in pressing sui difensori fiorentini
(Antonello Orlando di radiorai, non starà insinuando che qualcuno si è venduto?)

IMPORTANTI PAROLE MULTIUSO
Il barese, se vede una squadra fatta con una certa importanza, torna allo stadio
(Antonio “Importanza” Di Gennaro)

DECIDES!
Si distende in pugno, in tuffo, in pugno, Pagliuca
(Livio Forma, Inter-Ascoli)

DIFFERENTI ANGOLAZIONI O LEGGERA SCHIZOFRENIA?
Stefano Pioli ha capito che la veemenza è tale da indurre Stefano Pioli…
(Siena-Parma, pirla radiorai)

RIDAJJE
Grosso s’è fatto mangiare in gergo la palla
(Claudio Ranieri, Spartak-Inter)

ATTENTION, GENIALON!
Il quarto uomo è una donna
(Udinese-Roma, radiorai)

RIPROVIAMO, MAGARI SI PUÒ RIUSCIRE A DIRLO PEGGIO…
La quarta donna…
(idem)

ALLIGATORE, ERI TU?
Festeggiano i tifosi del Chievo, non numerosissimi, anzi solo uno
(Genio sky)

martedì 23 aprile 2013

RACCOLTA DIFFERENZIATA BIS - "Puntidivista"


PUNTIDIVISTA



Entità numero uno
Cioè vogliodire cioè a un certo punto ho dovuto dircelo, a quello stronzo. Cioè voglio dire io sono una moglie fortunata mio marito non beve una goccia fuma poco non sporca non va a scopare in giro perché sa che altrimenti lo ammazzo mi aiuta in casa l’ho abituato ad aiutare in casa e soprattutto sono riuscita a farlo stare ai patti che partite di calcio del cazzo ne vede due all’anno, eh sì caro mio, scegli tu ci ho detto, scegli tu quelle che cavolo vuoi, finale dei mondiali, semifinale di cempions lì, juvemilan o che cavolo vuoi, due all’anno altrimenti spacco tutti i piatti poi scappo via col primo fico venuto e non mi vedi più voglio dire ci ho detto. Ma quell’altro stronzo lì in sala d’attesa al reparto maternità bisognava proprio che qualcuno ci dicesse qualcosa. Cioè, voglio dire, avresti dovuto vederlo. Io sono una moglie fortunata lo sai da quando sono incinta mio marito mi chiede le voglie asseconda le voglie va a cercarmi la papaya di notte parla con la mia pancia che voglio dire cioè sono attenzioni importanti, voglio dire mi scopa alla pecorina stando attento, ciè, oglioìre, sono cose importanti, ma quello stronzo lì, avresti dovuto vederlo: un cristone di due metri con pizzetto e orecchino, che già lì, voglio dire, o ti togli quel cazzo di orecchino o chiedo il divorzio in men che non si dica e mi prendo la casa e mi passi gli alimenti, stronzo, comunque, dicevo, ‘glioìre, ti arriva questo stronzone con la moglie incinta e la madre o la suocera ma credo la madre cocco di mamma del cazzo arriva in sala d’aspetto del reparto maternità che poi è un corridoio, e non ti si mette, lo stronzo, seduto dalla parte della madre invece che vicino a sua moglie, non ti si mette lo stronzo a leggere la Gazzetta dello Sport con aria seccata e annoiata, come se non fossero anche affari suoi, come se lui non c’entrasse un cazzo, che so, voglio dire, magari mamma sua mica ce l’ha spiegato come rimaniamo incinte noi donne, non ti si mette lì col muso lungo invece di stare lo stronzo vicino a sua moglie, lo stronzo, di accarezzarci lo stronzo 'ioìre la pancia, di parlarci dolcemente, lo stronzo, di chiederci ogliodire brutto stronzo se voleva una brioscina o un caffè dalla macchinetta automatica? Be’ voglio dire, alla fine ho proprio dovuto dircelo, sai? Naturalmente con eleganza e gentilezza – lo sforzo che non ho dovuto fare, guarda, per non essere più acida e insultarlo di brutto o prenderlo a sberle, lo stronzo, che io voglio dire a vedere certe cose… Semplicemente ci ho detto: «Vedrà che poi sarà contento, quando nasce» ci ho detto. 
Tiè! Voglio dire, se ha capito ha capito, ciè voglio dire.

Entità numero due
Oggi cazzo lì in sala d’aspetto alla maternità c’era uno che mi piaceva proprio, cazzo. Uno con le palle, cazzo, uno che non si fa tenere per i coglioni da quella stronza della moglie come da troppo tempo sto facendo io. Che devo registrarmi le partite e alzarmi a guardarle alle tre di notte quando la cagacazzo finalmente ronfa. Che devo star lì a tenerle la panza e quasi chiederle scusa se metà feto non posso alloggiarmelo nella panza io, e sguinzagliarmi a mezzanotte a cercarle la papaya del cazzo che tanto poi gli porto sempre il mango (la mia amica Gloria ne ha una scorta e così intanto ne approfitto e me la inculo – cioè Gloria m’inculo, non la scorta) e poi lei dice Che buona amore questa papaya perché l’ha visto in tv ma non sa nemmeno come cazzo è fatta, la papaya del cazzo. Insomma c’era in sala d’aspetto questo tipo giusto, con le palle, cazzo, che accompagna la moglie ma poi la piazza lì sulla sua sedia del cazzo e zitta, e lui poi zitto si dissocia e si fa i cazzi suoi e si legge la Gazza come fanno i veri uomini, zitto, che volevo tanto chiedergli se poi me la prestava ma se osavo chiederlo la mantide chissà che scenata mi faceva, mi squartava, cazzo, e allora porca troia potevo solo sbirciar da lontano ma non riuscivo a leggere un cazzo e quando stavo per afferrare una cosa quello mi voltava la pagina (nel tuo pieno diritto, amico, nel tuo pieno diritto) e mi è venuto il mal di testa e il torcicollo. La moglie con la panza piena come la mia, e lui, come i veri uomini di una volta, lì come niente fosse, come se non fosse stata opera sua, come se non l’avesse riempita lui, seduto lontano a leggersi la Gazza col pizzetto e l’orecchino. Be’, ti dirò che anche se io me lo sogno, di poter fare così, è stato consolante vedere che ci sono ancora in giro uomini veri, rari maschi in via d’estinzione non sottomessi non schiavi della figa come il sottoscritto. Eh ma un giorno o l’altro, un giorno o l’altro giuro mi decido e mi ribello, cazzo. Si cambia registro. Quel tipo giusto lì è stato un bell’esempio, una bella fonte d’ispirazione. E la stronza cagacazzo di mia moglie, invece di farsi i cazzi suoi, non se ne viene fuori a dirgli, tutta ironica e acidula: “Vedrà che poi sarà contento, quando nasce?” Ma vaffanculo, scema, fatti i cazzi tuoi. 

Entità numero tre
Stamattina ospedale Varese per fare da autista alla mamma e alla Cristina per l’ecografia di controllo. Non capisco perché abbia scelto di partorire a Varese. Il reparto maternità è roba da quarto mondo, la sala d’aspetto è un corridoio con otto cadreghe scomodissime, e le infermiere hanno certe facce… Sempre meglio delle facce di talune coppiette che stavano lì. Parevano condannati a morte. C’era una tizia, in particolare, con una gran aria da stronza rancida, che mi fissava malissimo, come se le avessi fatto qualcosa, come se mi volesse fulminare, mentre quello che doveva essere il marito – un’espressione pietosa da can bastonato – sembrava quasi guardarmi storto per il fatto che mi leggevo la Gazzetta e non Il Sole Ventiquattrore. Nessuno dice niente, finché a un certo punto, dopo una buona mezz’ora (le solite attese interminabili da quinto mondo) quella con l’aria da stronza salta su e mi dice: Vedrà che poi sarà contento, quando nasce.
Bella scoperta. Magari non lo do a vedere, ma sono strafelicissimo all’idea di diventare zio. E magari non lo davo a vedere, ma oggi l’ho fatta più che volentieri, questa gentilezza di accompagnare mia cognata Cristina a Varese per l’ecografia di controllo.


venerdì 19 aprile 2013

UGUALOZZO È STUPIDO - maledizione delle mode e dell'omologazione

L'INSOSTENIBILE PESANTEZZA DELL'ESSERE TONTO
(E L'IMPAGABILE BELLEZZA DEL SAPER DIRE IO NO!)

A volte mi sgomenta il grado di omologazione degli attuali ragazzini (basti pensare alla recente piaga delle crestoline un po' cretine, tanto più odiosa in quanto precocemente sessista e ruolizzante: creste da galletto, cioè per soli minimacho cazzoncelli).**

Ma pure noi non scherzavamo.
O forse dovrei dire loro, i miei coetanei, non scherzavano.
Nella seconda metà degli anni Ottanta, quando frequentavo la quinta liceo, dilagò una moda fra le più insulse e imbecilli. Le mode sono quasi sempre insulse e imbecilli, ma quella lo fu in modo particolare: farsi il “risvolto” in fondo ai pantaloni. 
Vale a dire un semplice (e sciocco) arrotolarseli un paio di volte fino a lambire il polpaccio, come a voler proteggere gli orli dal fango in una giornata di neve bagnaticcia e paciugosa. 
L'idea di aderire a quella buffonata non mi sfiorò mai, neppure per un nanosecondo.
E non era nemmeno per fare il “di più” o il bastiancontrario. 
Semplicemente non vedevo il motivo di mettermi, d’un tratto, a fare una cosina così stupida e senza significato (e dall’effetto estetico discutibile, o comunque irrilevante!) solo perché la facevano tutti. Probabilmente mi “ribellai” per pigrizia: non ero ancora del tutto pronto a fare il Differente al quadrato del cubo.

Poi, a fine inverno, andammo in gita a Strasburgo. E lì, per le strade, i miei compagni notarono con esagerato e infastidito sconcerto come i coetanei francesi indossassero bei tranquilli i loro pantaloni come li indossavo io (però a tal proposito non mi nominavano mai: i dissociati interni li si ignora, perché provocano imbarazzo). Li indossavano così come usciti dal negozio, o dal grande magazzino, così come congedati dalla lavatrice e dal ferro da stiro della mamma, com’era ovvio e naturale che fosse. La cosa divenne argomento di accorata discussione a un tavolino di bar. Ebbene: nessuno dei miei compagni ipotizzò che del risvolto, ai francesi, potesse non importare un emerito cazzo, a differenza dei pecorozzi italioti. Furono tutti concordi nel sentenziare che quei tardoni dei transalpini erano di sicuro “più indietro”, e che la moda dei risvolti, da loro, per incredibile che potesse sembrare, “non era ancora arrivata”. (La differenza che notavo io era semmai in positivo: gli indumenti dei francesini erano in generale più semplici e alla buona, e al tempo stesso più carini, più colorati, più strani, e più differenti da ragazzo a ragazzo, da individuo a individuo).
Inutile dire che simili sciocchi discorsi mi fecero sentire, per qualche attimo, piacevolmente FRANCESE. Ma purtroppo il pullman della gita avrebbe riportato in lobotom-italy anche me.

E voi? Qual è la moda più cretina a cui avete soggiaciuto (magari per piacere a un ragazzo o a una ragazza, o per farvi “accettare” dal gruppo) e di cui siete (o anche non siete) pentiti? E una che invece avete rifiutato, perché proprio vi ripugnava?
E per chi di voi ha figli (perché questo m’incuriosisce ancor di più): ne avete qualcuno che si dissocia dalle mode omologanti dei coetanei, o davvero oggi, a causa del bombardamento mediatico sempre più scientifico e spietato, è diventato quasi impossibile?
Ce n'è qualcuno capace di osare eresie assolute, del tipo: "La playstation non è poi così divertente, anzi, cheppalle!"?

** Naturalmente non ce l'ho con le creste in quanto tali: ciò mi renderebbe un trombone conformista, esattamente come quelli che ce l'hanno coi capelloni, o che ti spaccano i maroni per l'orecchino o per i colpi di sole. Quando guardavo le partite e l'unico con la cresta era Marek Hamsik, per quella cresta provavo ammirazione e simpatia. Ma adesso le crestoline un po' cretine sono diventate uno dei tanti segni del conformismo dei giovani pedatori, come i tatuaggioni imbrattabraccia, lo sputare per terra, l'entrare in campo saltellando su un piede solo sventagliando segni della croce scaramantici e dicendo messa in latino, il ragliare su Cippicippi, l'unir le dita a disegnare vulve fingendo che siano cuori, e l'esibire in tribuna-scrocco le loro perfette e antipatiche bamboline.
E i ragazzini imitano questi "influenti" modelli. So di genitori che invece di pensare all'istruzione dei loro figlioletti di otto anni aggrediscono gli insegnanti, rei di proibire l'accesso in aula con la crestolina. (Ma anche qui, stesso discorso di prima: se vengono vietate in quanto "strane" verrebbe da dar ragione ai genitori. Se vengono vietate in quanto precoce conformismo stronzo-modaiolo hanno ragione gli insegnanti, che anzi meriterebbero medaglie). Mentre una preside di liceo ha dovuto scomodarsi a diffondere una circolare nella quale invitava i ragazzotti a non sputare per terra nei corridoi!! (Io quando vedo uno che scatarra per terra vengo preso dall'impulso di aprirgli il coperchio del cranietto per vedere cosa c'è dentro. Poi, non avendo trovato nulla, userei quello come sputacchiera. Ma farei molta fatica: nel mio albero genealogico non figurano lama.)



domenica 7 aprile 2013

ERRI DE LUCA - "Montedidio"







Erri De Luca
Montedidio
Universale Economica Feltrinelli
Voto:





Aveva ragione chi me lo ha consigliato: semplicemente un gioiello. Erri De Luca è uno dei pochi scrittori italiani affermati a cui offrirei volentieri un caffè o un bicchiere di vino (o meglio ancora una pizza "gusto margherita" preparata da "Gigino ‘o fetente"), solo per il piacevole privilegio di stare in sua compagnia qualche minuto. Anche in silenzio: di cose belle mi bastano quelle che scrive. 

Montedidio: poco più di cento pagine. Ognuna è un capitolo a sé, la cui lunghezza è quasi sempre di mezza pagina, un terzo di pagina. Ma sono così sature di poesia, intelligenza, umanità, buona scrittura, vivide immagini, personaggi da non dimenticare, momenti di commozione intensa, che ti viene voglia di assaporarle al rallentatore, per gustarle meglio e di più. Sono paragrafi densi, opera di un vero e raro artista della parola scritta. Artista orafo e artigiano, poeta e falegname. Così ben intagliati e rifiniti con la pialla da rendere difficilissimo scegliere quali estrapolare per dare l’idea del livello del libro: si farebbe prima a ribatterlo per intero. 

Come spesso accade coi testi più magici e coinvolgenti, anche qui il mondo è visto con gli occhi di un ragazzino. Rarissimamente un romanzo così breve (concentrandolo in pagine “piene” potrebbero diventare poco più di 70) è un romanzo onesto. Questo lo è. Non è solo onesto: è bellissimo. 
Evidentemente, la napoletanità Artistica è destinata a entrare in sintonia con me, a guadagnarsi il mio affetto: dopo Eduardo e Totò, e dopo Ivan Cotroneo, ci voleva un secondo Scrittore. (Fra l’altro, grazie alla scena in cui i due ragazzini vanno a vedere proprio un film di Totò, ho imparato lo splendido modo napoletano – solo apparentemente spregiativo – di definire il cinematografo: “l’imbroglio nel lenzuolo”). Ho letto tardivamente il suo Montedidio a undici anni dalla pubblicazione. E adesso gli voglio bene, a Erri.



giovedì 4 aprile 2013

ERESIA FLASH - lobotom-italY: una testa, un vuoto.


Essendo gli anovotanti lobotomitalici il popolo più sensibile alle personalità mediatiche, l'unica possibilità per la sinistra di spuntarla sul berlusconismo e sul grillismo è candidare a Premier direttamente Benigni. Non lo dico perché lo auspico. Lo dico perché lo temo.
Una cosa è certa: se si ritornerà a votare con l'assurdo Porcellum, col rischio di un risultato identico all'ultimo, se non peggiore, io non mi renderò complice dell'ennesimo sperpero di milioni. Se vogliono il mio parere, mi chiamino come undicesimo saggio, ma non si aspettino di vedermi al seggio.
Che poi, diamo tutti per scontato che se cambieranno la legge la faranno davvero migliore... 
e invece, chissà cosa sono capaci di tirare fuori dal cilindro: un triplo turno carpiato alla coreana con presidenzialismo congo-bulgaro e superpremio di minoranza per chi arriva terzo ad Abbiategrasso...




giovedì 28 marzo 2013

Numa Sosa & the Guachos - "Artista"



Questa non è una recensione, perché io, tecnicamente, di musica non capisco un cazzo. Per esempio, manco sapevo dell’esistenza di un genere chiamato Latin Pachanga, che è per l’appunto quello a cui fanno riferimento i Numa Sosa & the Guachos.
Ma di questo giovane e interessante gruppo (di cui fa parte un ottimo musicista come Gregorio Arioli – da molti di noi conosciuto come il blogger Greg Petrelli) mi era già capitato di postare il video di “Non voglio te”, impreziosito dall’ottima animazione realizzata da Lucia Bulgheroni. Semplicemente perché mi era piaciuta e mi piace la loro proposta, che unisce musica gradevole e ben suonata a testi all'insegna di una accattivante mescolanza fra italiano, spagnolo e inglese, e soprattutto è in grado di emozionare, che è poi il fondamentale scopo per cui l’Arte esiste.
Sonorità sudamericane e buoni testi, dicevo, eppure di estrema semplicità: “Quel che so dell’Amor è che schiocca baci di bocca in bocca, libero da pudori e ipocrisia." Niente di troppo astruso o concettuale, ma tante frasi come questa che potrebbero fare da colonna sonora a tanti miei scritti.
Numa Sosa & the Guachos sono: Numa Sosa (voce e chitarre), Michele De Leo (chitarra solista), Jacopo Battaini (piano e tastiere), Gregorio Arioli (tromba), Giovanni Franzetti (sax tenore e voce), Francesco Marchese (basso), Stefano Marinucci (batteria e percussioni). La copertina dell'album è del pittore Kirka.
"Guachos" letteralmente sta per "orfani", ma significa anche e soprattutto scapestrati, sbandati, balordi, ragazzi cresciuti per strada.
Che altro aggiungere? Direi solo questo prezioso link, che vi permetterà il preascolto parziale di tutti i brani, e vi darà la possibilità, se vorrete, di acquistare sia l'intero album che i singoli pezzi.
Buon ascolto e buona vita. Rasserenata dagli Artisti. E da questo piacevole "Artista".

venerdì 22 marzo 2013

Assaggi di romanzi inediti - da "GIGOLÓ PER CLIENTE UNICA": prima metà del capitolo 3



3.

Gli incisivi della Jena



Ho avuto sedicianni, e ne sono uscito vivo. 
Il calendario diceva 1983, ed eravamo noi la fauna tracimata dagli steccati del liceo di Cuviate all’una meno venti, noi la sfilacciata e indolente processione che traversava i binari un quarto d’ora più tardi, come giocando alla roulette russa col sopraggiungere del treno. Non ci si crederebbe: già stanco di tutto, della vita avevo piene le tasche, ma ero solo un ragazzino. 
L’83, e ogni giorno feriale messo lì per dispetto dagli dèi dispettosi ci si trascinava placidi e afflitti lungo quell’ultimo tratto in pavé. Ci si inerpicava soppesando la sete e le borse di merda su per la scala col corrimano roso dalla ruggine. Ci si piegava per sgusciar sotto alla sbarra biancorossa del passaggio a livello. E ci si avventurava in apnea nell’approssimarsi di un brivido che non diventava paura, o forse sì: la curva era cieca e muta, e a vomitare la motrice dalle fauci d’acciaio sarebbe stata, da un momento all’altro, una tetra galleria. 
Abitudine pericolosa ma obbligata, tutt’altro che smargiassa: il treno proveniente da Varese fermava sul lato opposto, non esistevano sottopassaggi, e rimanerci non c’era ancora rimasto nessuno.

Sedicianni: ne sono uscito senza suicidarmi, e ancora non ci credo.
Settembre, e il branco che siamo, a prima vista uniforme, è quanto di più variegato si possa immaginare. 
Bambini sciamano spintonandosi allegri nella brezza di soffi lacustri al profumo d’uva: sono quelli del primo anno. I secondini li riconosci subito. Volendo sembrare grandi e seriosi, è facile coglierli a coppie filosofeggianti o a coppiette sospiranti. Queste ultime solo etero, come si conviene – stucchevoli, nella loro pedissequa obbedienza, e rese più pacchiane dall’essere teenagers: con tanta dovizia di assaggi e brividi omoerotici a portata di cuore, per la riproduzione animale c’è tempo. O no? Quelli di quarta e di quinta sembrano già uomini fottuti dalla vita. Tra loro c’è gente con la barba, e c’è perfino un tale, patetico e buffo, che per darsi un tono fuma la pipa. Fa parte di un quartetto che chiamiamo “i segalitici”. Noi che facciamo la terza siamo i più pecorecci e compatti. Più spossati dei primini, più numerosi dei quintini. È stata la nostra classe, due anni fa, a inaugurare una monca e derelitta sezione C. 
L’unica commistione di gruppi è data dalla presenza fra noi del quattordicenne Alessandro. Gliel’ho concesso io, il diritto di cittadinanza. La cosa è sotterraneamente malvista: sono ancora tempi di moderato nonnismo, e “far saltare” quei primini del cazzo continua a essere, specie nei giorni inaugurali, qualcosa più di un modo di dire. Ma posseggo quel non so che chiamato carisma, e aiuto troppa gente in certe ostili prove scritte, perché mi si possa rinfacciare a brutto muso la protezione del fanciullo. Più o meno tutti lasciano correre. L’unico che si sia provato a obiettare qualcosa è stato Jekko Macho Col Cappellino Americano Da Pirla. Dagli altri, di tanto in tanto, un timido insinuare ("Ma... quel primino...?") o una debole tirata d'orecchie ("Dovresti stare di più con noi, con quelli della tua età").

Chi sembra poco intenzionato a correre, per il momento, è il treno. Il suo ritardo è regola. Forse è per via del ritardo che sui binari non è stato ancora maciullato nessuno. La puntualità può uccidere. Oggi il mio protetto è furibondo per un compito in classe andato a ramengo. Si aspettava un 7. Si è beccato un 2. «Jena puttana», borbotta con quelle labbra che dovrebbero solo dar baci, o al massimo lasciarsi un po’ infiammare dalla polpa dei fichi stramaturi. «Dice che ho copiato l’articolo di un giornale».
«E invece?»
«Invece… boh… sì, l’ho un po’ scopiazzato. Ma quella zoccola mi ha dato 2 perché le sto indigesto».

Alessandro ce l’ha con Federica Sarti di Italiano. Unica insegnante su livelli di decenza di tutto l’ignorantificio, è stata a malincuore battezzata “Jena” dalla Commissione Soprannomi. Cioè da me. Sono io che appioppo ‘sti nomignoli, veri marchi indelebili. Appena arriva un prof nuovo, tac!, mi riunisco, mi consulto con me stesso e delibero. Le mie decisioni sono legge. A detta di tutti, il mio capolavoro è il Visòdano di storia dell’arte: grazie all’accento ingannevole, sulle prime non lo capisci, che vuol dire faccia di culo. La Jena è Jena per quel sorrisetto sardonico che le screpola il volto quando sta per stangar duro. Ogni volta, prima di stampare sul registro un 4, o di elargire un Impreparato, la Jena sghignazza, beffarda e carogna. Sghignazza e trema. Non può evitarlo. È più forte di lei. Con me non ci prova nemmeno. Scelto lo scientifico per diventare ingegnere come lo zio Oswald di Brema, ti arrivo in terza e l’Italiano è l’unica materia che riesca a sopportare. Se c’è una cosa che ho capito è che piuttosto che fare ingegneria preferirei buttarmi sotto quel treno, e sul conto della Jena non ho niente da ridire. Solo questione professionale se ho marchiato anche lei. Ed è solo perché sono innamorato stracotto degli occhi neri di Alessandro se resisto qui, mansueto, ad ascoltare i suoi insulti che durano ormai dalla fuga dalle aule, mentre un soffio appena percettibile sembra adesso scaturire dai solchi delle traversine, e sfrusciare via poco più che rasoterra in un turbinio riavvolto su sé stesso, quasi fosse il respiro mandato avanti dal treno ancor lontano. Qua e là, manifesti pubblicitari strappati o scarabocchiati raccontano di una stazione frequentata pressoché in esclusiva da questa irrequieta fauna che siamo noi.

Federica Sarti doveva aver girato da non molto la boa dei quaranta, ma dimostrava l’età di una nonna. Non aveva cura del suo aspetto. Non le importava. Spendeva nulla in cosmetici e messimpiega, poco più in abbigliamento da upim, e quasi tutto il resto in libri di narrativa. Che amava poi recensire per noi in chiusura di lezione. Non doveva comprare meno di tre romanzi nuovi a settimana. Ripensandoci adesso, più che Jena avrei dovuto chiamarla Erasma, in onore di Erasmo da Rotterdam, le cui priorità di spesa somigliavano molto alle sue. Per i miei compagni era solo una zitella inacidita, una tardona che leggeva per l’incapacità di vivere, che stangava duro per l’impossibilità di scopare. Io ero uno dei due o tre della classe interessati ai suoi consigli, sempre sommersi dal montante brusio pre-campanella (non sgridava mai nessuno ma era vendicativa, chi faceva più casino se lo segnava, e lo stangava il giorno dopo), e per afferrarli dovevi drizzar bene le antenne. Venne da lì una delle mie prime letture adolescenziali, spassosissima. Esercizi di stile, di Raymond Queneau. Dicevano tutti che portasse la dentiera. La Sarti, non Queneau. Aveva il tic di questa smorfia molto larga, a denti serrati, e nel farla si passava il pollice e l’indice distesi ai lati della bocca, dall’alto verso il basso, come un uomo che si alliscia il pizzetto, e in questa smorfia digrignava denti troppo bianchi e troppo uguali, secondo alcuni, per essere veri, e inoltre si diceva che il tic, la smorfia, originasse proprio da un senso di fastidio per l’ingombro della protesi.
Se devo dirla tutta, a me già fin da allora la Jena m’intrigava. Sul serio. Avevo certe fantasie sulla Jena Federica che non avrei ammesso nemmeno sotto tortura. Non che fossi un gerontofilo, non lo ero proprio per niente, e in genere sfogavo le mie intemperanze ormonali pensando quello a cui pensavano tutti – pensavo a Heater Parisi, a Sukia, a Zora la Vampira, pensavo ad Alessandro, a mia cugina Gloria, visualizzavo Carriolina di Monaco, Rita Dalla In Chiesa, la sorella del compagno di banco, le amichette delle medie, e poi Tina Turner, Nadia Cassini, Lilly Carati, il compagno di banco, Minni Tettaporca, me stesso vestito da troia, il/la cantante degli Sweets. 
Eppure quella donna non so come mi attizzava.