"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"
SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

mercoledì 22 maggio 2019

Rassegna STUMPY!

«Sei uno scontento!»

«Il miglior Pezzoli di sempre». 
NEW PORK REVIEW OF BUKÈN

«Stre-pi-to-so!» 
VANITY FUCK

«Parbleu! Chapeau!»
 LE FIGAROTT

«Vergognoso! Da dare alle fiamme!»
 LA MUFFETTA ACCADEMICA

«Minchia che figata!»
LA RES PUBICA

«Gli orgasmi meglio scritti e più divertenti d'ogni tempo».
TROMBETTIERE DELLA SEGA

«Al cospetto dei misteri buffi dell’autoerotismo adolescenziale questo autore sa essere talmente strepitoso che persino il famoso capitolo “Seghe” del Portnoy di Roth gli fa, appunto, una sega».
THE PIGS GUARDIAN








sabato 4 maggio 2019

"Gigoló per cliente unica" non è soltanto il mio decimo libro: è anche il migliore. Parola di Scriba.


Paolo Lizzenci si considera uno scapestrato nel senso letterale di “libero dal capestro”: sta finendo i soldi dell’eredità, ma non ha nessuna intenzione di mettersi a lavorare. Paolo Lizzenci è bisex, con un alter ego femminile che chiama Véronique. Paolo Lizzenci riuscirà a farsi mantenere da un’anziana signora in cambio di prestazioni sessuali, per poi spendere con prostitute e travestiti ciò che guadagna come atipico gigoló. Paolo Lizzenci ha trentasette anni e non crede più nell’amore, ma gli toccherà ricredersi per ben due volte, forse tre. Paolo Lizzenci dopo un’adolescenza piena di guai aspira a tutto ciò che è tramonto e crepuscolo, e la sua è una storia decadente, un capolinea nel buio. Paolo Lizzenci è l’anagramma del nome dell’autore: perché la scrittura è una magia combinatoria, e l’autofiction ne è la diramazione più coraggiosa e al tempo stesso misteriosa: un mettersi a nudo quando sembra ci si stia mascherando, un prendersi teneramente gioco di se stessi e dei lettori quando sembra ci si stia confessando.

Impossibile dire se questo romanzo sia più disperato o più divertente: questa volta più che mai vi condurrò per mano nei territori del tragicomico assoluto.

«L’unico problema con Reginalda era la pretesa ch’io indossassi gli abiti del defunto marito, che oltretutto mi andavano strettissimi, e m’incollassi sopra le labbra, onde somigliargli di più, dei ridicoli baffoni neri che mi impizzicorivano le narici. Sul più bello, poi, mentre io, tamponandola pegoraro, coi baffoni spioventi le solleticavo il collo e le imbrividivo la spina dorsale, lei invariabilmente si metteva a invocare la buonanima inumata: 
“Ooh, Pierguido! Pierguidooo! Pierguidooooooooooo!” 
A quel punto, starnutivo».






mercoledì 1 maggio 2019

Non mi si chieda di celebrare la schiavitù alienante che ruba le vite. Né di chiamarla con nomi diversi.


«Il nuovo fanatismo del lavoro, con cui questa società reagisce alla morte del suo idolo, è lo stadio finale di una lunga storia. Dall'epoca della Riforma, tutte le forze propulsive della modernizzazione occidentale hanno predicato la sacralità del lavoro. Soprattutto negli ultimi 150 anni, le teorie sociali e le correnti politiche sono state addirittura possedute dall'idea del lavoro. 
Socialisti e conservatori, democratici e fascisti si sono combattuti fino all'ultimo sangue, ma per quanto fossero nemici mortali si sono sacrificati insieme all'idolo "lavoro". 
Il verso dell'inno dei lavoratori dell'Internazionale che recita : "Non c'è posto per gli oziosi" ha trovato un'eco macabra nell'iscrizione "Il lavoro rende liberi" sopra l'ingresso del lager di Auschwitz. 
Poi le democrazie pluralistiche del dopoguerra hanno fatto solenne giuramento di difendere l'eterna dittatura del lavoro. Perfino la costituzione della cattolicissima Baviera, proprio nel solco della tradizione di Lutero, insegna ai cittadini: "Il lavoro è la fonte del benessere del popolo e si trova sotto la particolare protezione dello Stato", e il primo articolo della costituzione dell'Italia, culla del cattolicesimo, recita: "L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro". Alla fine del XX secolo, tutti i contrasti ideologici sono praticamente svaniti nell'aria. In vita è rimasto lo spietato dogma comune che il lavoro è la vocazione naturale dell'uomo».

Robert Kurz, Norbert Trenkle, Anselm Jappe (Gruppo Krisis), Manifesto contro il lavoro*.

«Il lavoro nobilita stocazzo».

Anonimo.


* chi fosse interessato, potrà trovare l'intero Manifesto a questo link.

venerdì 12 aprile 2019

Nicola Pezzoli - GIGOLÓ PER CLIENTE UNICA


Finalmente vede la luce il mio romanzo migliore e più atteso, quello più apprezzato dalla grande editoria, che trovò come unica scusa per non pubblicarlo il suo essere “troppo trasgressivo”. 
Comico ed eccessivo come Bukowski, malinconico e crepuscolare come Dissipatio H.G., destabilizzante e provocatorio come solo la vera arte sa essere, forse il suo destino è sempre stato, fin dall’inizio, quello di venire autoprodotto. 
O rischiava di uscire postumo, o di non uscire affatto. 
Gigoló per cliente unica è il gioco dell’autofiction portato al livello più estremo: dove sembro confessarmi sto probabilmente inventando, e dove sembro inventare cose folli sto probabilmente confessandomi. 
Non a caso ho deciso di chiamare il protagonista con l’anagramma del mio nome: Paolo Lizzenci. 
In un’epoca in cui per “romanzo erotico” s’intendono banali e solenni stronzate scribacchiate da illetterati e illetterate in fregola (basti pensare alle 150 sfumature di noia) questa perla di erotismo tragicomico (molto tragico e moltissimo comico) è una rarità a dir poco imperdibile. 
Da oggi per voi, SOLO su AMAZON.






lunedì 1 aprile 2019

MALEDIZIONE DEFINITIVA DEL POLITICALLY STRONZETT - parte seconda e ultima

SENZA PIÙ PAROLE

Se alla quarta volta che uno non capisce cosa gli sto dicendo gli domando (con un sorriso) “Ma sei sordo?”, non ho ovviamente nessuna intenzione, così facendo, di “offendere” i non udenti o di prendere in giro il loro dramma. E di fatto i sordi intelligenti, ne sono sicuro, non si offendono. (Anche perché non mi sentirebbero). Al contrario di quei tafaneschi e autoeletti capoclasse sempre pronti a offendersi per conto terzi. 
Se definisco una prosa “zoppicante”, uso un’espressione dotata della forza di rendere perfettamente l’idea, e che non può in nessun modo “offendere” i veri zoppi. Che non oso pensare come verranno chiamati da certa gente: non linearmente ambulanti? diversamente stabili? claudicanti cronici strutturali? discruralici? 
Ed è inutile che inarchiate le sopracciglia per questa mia impertinente “inzenzibbilità”: avendo dalla nascita una gamba più lunga di qualche millimetro, sono potenzialmente zoppo io stesso! 

Il politically stronzett non è solo un’arrogante e odiosa e petulante forma di censura fascista (di sinistra!). Il politically stronzett, portato alle estreme conseguenze, è la pura e semplice MORTE per imbavagliamento e asfissia del Linguaggio. L’incipit del mio incompreso romanzo “Mailand” recita: «Le parole cadevano una dopo l’altra, i vocabolari smagrivano». Ecco, io temo che neppure le persone intelligenti abbiano ancora capito QUANTO i vocabolari imploderebbero e smagrirebbero (come se già non bastasse l’azione inferiorizzante del mondo televisivo-smerdofonico che sta creando una nuova sottoclasse di ominidi gutturali e misalfabeti che di parole non ne usano più di cento, e tutte brutte), temo che non siano riuscite ad avere una giusta percezione della catastrofe in arrivo, così come politici somari ed economisti coi paraocchi non hanno voluto accorgersi dell’incombente catastrofe climatica. Forse per l’ingenuità manicheista di pensare che “da sinistra” non possa MAI venire, neppure per sbaglio, il Male? Forse perché i nostri “fascistometri” sono anacronisticamente (o poco onestamente) tarati da una parte sola, cioè ZOPPI?
Eppure lo scempio è sotto gli occhi di tutti. Faccio solo tre esempi fra mille: 

i fanatici religioidi vorrebbero abolire qualsiasi parola che “offenda” qualsiasi religione, ma soprattutto, inutile dirlo, quella attualmente più aggressiva e minacciosa (a cominciare dall’eliminazione di TUTTI i nomi di salumi e insaccati vari, e i loro derivati!) e pare ci siano incredibilmente già riusciti con alcuni testi scolastici inglesi, da cui sono state bandite parole come “suino”, “prosciutto” e “salame” (e per fortuna quella religione non è vegana, o non si potrebbe più scrivere neppure “latte” o “mozzarella”, per non offendere lorsignori); 

gli animalisti oltranzisti vorrebbero proibire qualsiasi espressione ritenuta lesiva o sminuente della dignità degli animali, persino quando usate “in positivo”: mai più vigliacchi come struzzi o pavidi come conigli o sudici come maiali o stupidi come galline o muti come pesci (infrazione doppia?) o ignoranti come capre o matti come cavalli (o quel “politici somari” da me usato a bella posta poc’anzi), ma neppure coraggiosi come tigri o laboriosi come api, e addio all’occhio di lince (o di falco) e agli specchietti per le allodole e alla memoria d’elefante, e chi più ne ha più la smetta. 
Ma se siamo così tanto antispecisti, perché dare così tanto peso e valore alle stupide parole della nostra stupida specie? Lo sciacallo non si offende mica, se noi diciamo “sciacallaggio”! Non gliene potrebbe fregare di meno! 
Il nostro Linguaggio è nato e si è evoluto a partire dalla natura che ci circonda: persino i simboli dei geroglifici egizi erano quasi tutti bestioline;

e il gruppo più nutrito e più raccoglitore di facili consensi demagogico-emotivi, cioè i fissati dell’“offesa” a chi soffre, darà (ha già dato) un bel colpo di cancellino squadrista sulla lavagna a ogni qualsivoglia parola o espressione più o meno colorita collegata (in modo quasi sempre indiretto e figurato) a malattie, menomazioni o semplici difetti fisici. (Se inizi a non poter usare “sordo”, alla fine non potrai più usare nemmeno “febbrile”: perché mai dovremmo avere il diritto di “offendere” chi sta avendo una crisi di malaria con la febbre a 40? Suvvia! E perché mai permettere di usare impunemente l’espressione “avere fegato”, che potrebbe urtare la suscettibilità di chi soffre di cirrosi o di epatite? O che dire dell’ingiusta sofferenza provocata ai mutilati dicendo o scrivendo “essere in gamba”, “darsela a gambe”, “avere una buona mano”, o parlando di “braccino corto” per esprimere l’avarizia?) 
Ed ecco i pelati diventare dapprima “scarsocriniti”, per poi, essendo anche la parola “scarso” vagamente denigratoria e discriminatoria, ripiegare (ipotizzo) su “crinoevanescenti”. (Crinoevanescente è talmente bella che già mi vedo persone che si spargono acidi sulla chioma per poterlo diventare…)

So di gente conciata intellettivamente così male da considerare denigratoria persino l’espressione “sindrome di Down”: costoro credono derivi dalla parola inglese che significa “giù”, e non dal nome del medico John Langdon Down!!!!

Naturalmente, c’è modo e modo. In tutti i casi, saranno sempre e soltanto bontà e cattiveria, gentilezza e stronzaggine, a fare la differenza, e le parole di per se stesse saranno sempre neutre, e cattivo (e pieno di coscienza sporca e code di paglia) è chi le vuole sopprimere. Oltre che, va da sé, chi le usa con violenza, e VOLUTAMENTE per far male. Mi pare ovvio che un Lucio Dalla, che prestava assistenza con amore, tenerezza e dedizione a persone che poi chiamava “i miei mongolini” fosse un uomo buono, mentre uno che dicesse “Non sopporto di avere fra i piedi questi con la sindrome di Down, mi danno fastidio!” sarebbe un uomo ignorante e cattivo, pur dicendo “sindrome di Down” in modo korretto e “appropriato”. (Mi torna in mente il poliziotto violento e razzista del film “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”, che si vanta nel professarsi torturatore di persone di colore, perché “torturatore di negri non si dice”).

Per concludere, anche se ci sarebbe da scriverci un libro (sperando poi che non venga censurato fin dal titolo):
se io facessi parte di queste odiose persone permalose e arroganti (o con seri problemi psicologici), che stanno al mondo per controllare, proibire, bacchettare e castigare, probabilmente mi scaglierei contro tutti coloro che mi “offendono” usando nei loro scritti parole come spilungone, lungagnone, pirlunga, pampaluga, giraffa, anima lunga, altoalto fessofesso, allampanato, dinoccolato, brindellone, manico di scopa… Ma per fortuna sono intelligentino, e quindi voglio che siano tutti liberi di usarle. Perché un po’, lo ammetto, mi danno fastidio. Ma MAI quanto me ne darebbe la FINE del Linguaggio per mano di quei bulli fascisti e prepotenti che vorrebbero sterilizzarlo per legge.

E comunque, il giorno in cui chiamerete “leona” la leonessa, spero tanto che vi sbrani. Quella sì che sarebbe un’azione corretta.

(Fine)

sabato 23 marzo 2019

MALEDIZIONE DEFINITIVA DEL POLITICALLY STRONZETT - parte prima

GIÙ LE ZAMPE DAI DWEM

Miniquiz. Sapete cosa sono Isaac Newton, Albert Einstein, Enrico Fermi, Stephen Hawking agli occhi dei razzistelli alla rovescia del politically stronzett? Null’altro che DWEM (maschi bianchi europei defunti). Ora, se nelle facoltà statunitensi di Fisica si pretendesse, con una smorfia sprezzante, di condannarli, liquidarli e accantonarli in quanto tali, e di studiare esclusivamente teorie enunciate da “femmine nere americane vive”, la cosa apparirebbe a chiunque una paradossale ridicolaggine (il che non significa che quell’ultima categoria non possa annoverare a sua volta nuove menti geniali, intendiamoci). Ebbene, nelle facoltà umanistico-letterarie sta già succedendo qualcosa di molto simile, e non solo nell’aberrante America.

All’università di Manchester c’era una poesia di Kipling (la famosissima “If”) scritta su un muro. È stata cancellata, e sostituita coi versi di un’autrice cosiddetta “di colore” (espressione, questa sì, fra le più brutte e più stupide che siano mai state concepite: quale cazzo di colore? E gli altri cosa sono, trasparenti?). Il motivo? Kipling è accusato dallo studentame iconoclasta e burino di essere stato “colonialista e razzista”. Come se non fosse altrettanto (o anche più) razzista decidere che la nuova poesia debba PROPRIO essere, guarda caso, opera di un’autrice “di colore”… Ma così, ai loro occhi miopi e imbecilli, giustizia è stata fatta. E mai come in questo caso io trovo sublime il fatto che nella mia Lingua “giustizia sommaria” e “giustizia SOMARA” siano espressioni spietatamente contigue…

Forse il Politically Stronzett non è che una delle tante facce di quel triste fenomeno dei nostri tempi che potremmo definire come virulento revanchismo degli zucconi, degli ultimi della classe, dei bocciati, dei somarelli infingardi, dei velleitari semianalfabeti e misalfabeti. 
Già, perché studiare (dalla tastiera m’era uscito “stupidiare”) i testi di un manipolo di agguerriti bulletti contemporanei (la cui smania di correggere tutto e tutti potrebbe fargli meritare l’appellativo di “correggioni”, con o senza “s” davanti) in fin dei conti, SARÀ ANCHE MOLTO PIÙ FACILE che sgobbare sui polverosi testi di tutti quegli altri cattivoni imperialisti e patriarcali.

Come quasi tutti sanno (o dovrebbero sapere), per i parametri odierni risulterebbe PROFONDAMENTE razzista persino l’illuminato presidente Abraham Lincoln. E allora cosa facciamo, lo sbattiamo nel girone degli infami criminali dell’umanità equiparandolo a Hitler? Oppure, tanto per fare una cosina davvero nuova e un po’ diversa, proviamo a usare il cervelletto? 

Niente è più stupido e sciagurato di un’interpretazione troppo estensiva, permalosa, arrogante, maniacale e totalitaria dell’idea di “Rispetto”.  
Certi malati di mente sarebbero capaci di costringerci ad abolire il sostantivo “destrezza” e gli aggettivi “sinistro” e “maldestro” nel nome del “Rispetto” dovuto ai mancini!!
E se uno si chiama Ammazzalorso di cognome? Lo obblighiamo a chiamarsi Rispettalorso?

Il giorno in cui capirete che “RISPETTARE SEMPRE TUTTO E TUTTI” equivale, se portato alle estreme conseguenze, a NON POTER DIRE PIÙ UN CAZZO DI NIENTE, sarà sempre troppo tardi. 

E per chiudere in bellezza questa prima parte, direi di divertirci a sparare a un bersaglio grosso, cioè nienteippopotamodimeno che a sua maestà “l’insulto sessista”.
Nessuno sembra rendersi conto di come l’espressione “insulto sessista” sia spesso un pleonasmo, una ridondanza, una menata stucchevole, un meme automatico e non pensato, caratteristico di quest’epoca petulante che ha sostituito ai pensieri una social sarabanda di riflessi condizionati burattineschi, di etichettine accusatorie da applicare con la bava alla bocca e il cervello in stand by. (Come tutto ciò che è politically stronzett, del resto). Un insulto è un insulto. È qualcosa di violento, greve, gratuito, volgare, infamante, cattivo, che dovremmo far di tutto per evitare, sempre. Ma è anche qualcosa a cui ti lasci andare quando sei fuori dalla cosiddetta graziadidio. E, quando ci vuole (ammesso che qualche volta ci voglia) dev’essere il più duro e sporco e “liberatorio” possibile. Se saltasse fuori che la maestra d’asilo del vostro adorato bambino è un’aguzzina violenta e una sadica torturatrice, voi, sinceramente, la chiamereste “scemotta” o ci andreste giù (tutti, maschi e femmine) un po’ più pesantelli, scomodando omonimie zoologiche con l’antica città di Ilio?

(Fine prima parte – continua)


giovedì 7 marzo 2019

Milan Kundera - L'INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL'ESSERE

voto: 9

(pag 106)
"Il rumore mascherato da musica la insegue fin dalla prima giovinezza. Quando studiava all’Accademia di Belle Arti doveva passare tutte le vacanze in un cosiddetto cantiere della gioventù. Abitavano in camerate comuni e lavoravano alla costruzione di un’acciaieria. La musica strepitava dagli altoparlanti dalle cinque del mattino alle nove di sera. Lei aveva voglia di piangere, ma la musica era allegra e non si poteva sfuggirle da nessuna parte, nemmeno al gabinetto, nemmeno a letto sotto le coperte, gli altoparlanti erano dappertutto. La musica era come una muta di cani lanciati contro di lei.
A quel tempo pensava che quella barbarie della musica regnasse solo nel mondo comunista. All’estero, ha scoperto che la trasformazione della musica in rumore è un processo planetario che fa entrare l’umanità nella fase storica della bruttezza totale. La bruttezza si è manifestata dapprima come onnipresente bruttezza acustica: le automobili, le motociclette, le chitarre elettriche, i martelli pneumatici, gli altoparlanti, le sirene. L’onnipresenza della bruttezza visiva non tarderà a seguire."

(pag 114)
"Un paio d’anni dopo aver lasciato la Boemia, si trovò del tutto casualmente a Parigi proprio nell’anniversario dell’invasione russa. Si teneva una manifestazione di protesta e lei non poté fare a meno di parteciparvi. I giovani francesi sollevavano il pugno urlando slogan contro l’imperialismo sovietico. Quegli slogan le piacevano, ma all’improvviso scoprì con stupore di non essere capace di gridare insieme agli altri. Non resistette nel corteo che pochi minuti.
Confidò quell’esperienza agli amici francesi. Ne furono stupefatti: «Ma allora tu non vuoi lottare contro l’occupazione del tuo paese?» Lei voleva dir loro che dietro il comunismo, dietro il fascismo, dietro tutte le occupazioni e tutte le invasioni si nasconde un male ancora più fondamentale e universale, e che l’immagine di quel male era per lei un corteo di gente che marcia levando il braccio e gridando all’unisono le stesse sillabe. Ma sapeva che non sarebbe riuscita a spiegarglielo."

(pag 271)
"In una società dove coesistono orientamenti politici diversi e dove quindi la loro influenza si annulla o si limita reciprocamente, possiamo ancora in qualche modo sfuggire all’inquisizione del Kitsch; l’individuo può conservare la sua individualità e l’artista può creare opere inattese. Ma là dove un unico movimento politico ha tutto il potere, ci troviamo di colpo nel regno del Kitsch totalitario.
Quando dico totalitario voglio dire che tutto ciò che turba il Kitsch è bandito dalla vita: ogni espressione di individualismo (perché ogni discordanza è uno sputo in faccia alla fratellanza sorridente), ogni dubbio (perché chi comincia a dubitare di una piccolezza finirà col dubitare della vita in quanto tale), ogni ironia (perché nel regno del Kitsch ogni cosa deve essere presa con assoluta serietà), e inoltre la madre che ha abbandonato la famiglia o l’uomo che preferisce gli uomini alle donne, minacciando in tal modo il precetto divino: «crescete e moltiplicatevi».
Da questo punto di vista, possiamo considerare il cosiddetto gulag come una fossa settica dove il Kitsch totalitario getta i suoi rifiuti."

Il motto a caratteri cubitali verdi che domina dall’alto il mio blog (DUBITARE, DISOBBEDIRE, DISERTARE) non vuol essere soltanto un semplicistico (e doveroso) slogan antifascista, ma si applica anche agli imperativi di precettazione delle rivoluzioni dei Buoni & Giusti & Perfetti (che tali, alla resa dei conti, non si rivelano quasi mai, per non dire MAI). Kundera ci ricorda che le voci delle menti più dotate, intelligenti, originali e oneste sono sempre state e sempre saranno fuori da ogni coro. PARECCHIO fuori.
Per tornare all’Insostenibile leggerezza dell’essere, quello che rifiuto è ciò che Kundera genialmente designa come “il Kitsch della Grande Marcia”.
Mi scopro insomma in sintonia con questo grandissimo autore di cui avevo solo sbiaditi ricordi di vaghe suggestioni adolescenziali.
Lettura (o rilettura) che consiglio appassionatamente a tutti.

venerdì 22 febbraio 2019

L’eretico recidivo (flambé): se le penso, le dico.

ERESIE ALLA GRIGLIA
E L'ACCIDENTE CHE VI PIGLIA

UN
Di solito scrive maluccio ma in compenso declama da dio, con molte smorfie e spasmi, gesticolando e drammatizzando ogni sillaba, lui sì che sa donare spessore e giusta quantità di saliva a ogni preposizione, nobilitare una pausa, valorizzare con navigato istrionismo un peto sfumato o un punto e virgola appena sfornato. La resa televisiva è superba! Ah, non averci pensato prima! Raschiato il fondo del barile dei registi, del paiolo dei cuocuzzi e del badile dei cantanti, è adesso decisamente lui, l’attore di cinema, la nuova miniera autoriale nel Paese Che Odia Gli Scrittori.

DUE
Vedo che ultimamente tutti parlano dell’ennesimo famosoide gossipparo cavalcato da certa editoria senza vergogna. Be’, ragazzi, io sono alto quasi due metri e soffro di problemini di schiena, e non mi va più di abbassarmi troppo. Quindi perdonatemi se stavolta non scenderò giù a vedere. (Uno dei miei detti latini preferiti è “Aquila non captat muscas”. Letteralmente, l’aquila non cattura le mosche. E di certo non si cura dei gusti escrementizi di queste ultime.) 

TRE
Agli scrittori-bussola continuo a preferire gli scrittori scombussolati. Se diventano edificanti esempi di felice e disciplinata normalozzità conformista anche gli artisti (e le loro opere), siamo veramente alla frutta. Marcia.

PEPPEREPPÈ
Un paio di domeniche fa, sul giornale comprato da mio padre, buttai un occhio all’anteprima di un nuovo (e già precocemente superpompato) romanzo italiota. Un paio di lenzuolate di pagine culturali, neanche si trattasse di Dostoevskij. Non chiedetemi di chi invece si tratti: non mi va di fare pubblicità involontaria, in questi casi si dice il pescato ma non il pescatore (ne accennai tempo fa: è il tizio che si vantava di scrivere solo calzando scarpe inglesi, nuovo discutibile pupillo dei signorotti della cultura, in rampa di lancio tra squilli di tromba preregistrati). Comunque, dopo qualche minuto risollevo l’occhio ferito, non saprei dire se più per la bruttezza dello stile o per la banalità degli argomenti, per l’esordio squallidotto della storia (un professore sposato “si fa” una studentessa, ovviamente nelle latrine dell’università; poco più avanti la prode mogliettina già sottopone la ragazzuola a un molto stucchevole interrogatorio) o per l’insipida pretenziosità dei dialoghi che mi rendono ogni personaggio antipatico al volo. Risollevo l’occhio annoiato da tanto déja vu (s)coppiettistico, dall’introspezione saccente tipo manualetto di antroposociologia sessuale, sconcertato e deluso da tanta celebrata pochezza, dalla presunzione di voler aggiungere parole “colte” e originali su miserie trite e ritrite come la psicologia del tradimento nel matrimonio contemporaneo. (Il registro attualmente in auge qui da noi pare essere l’insulso-erudito: dire cose risapute e dozzinali ma farle dire da personaggi-professorini capaci di costruirci sopra irritanti elucubrazioni, personaggetti in fregola che potresti ritrovarti in qualsiasi reality che si mettono a sdottorar liturgie sui propri cazzi perché loro – purtroppo, in questi casi bisogna dire purtroppo – hanno letto libri, basti pensare alla mogliettina agente immobiliare che subito si mette a citare a tambur battente nientemeno che un trancio dell’incipit di Lolita, banalizzandolo per sempre.) 
Ma scrivere male è diventata una moda? Senza dir nulla hanno imposto una “scrittura moderna” che (volutamente!) sta alla buona Narrativa come “l’arte moderna” (Cattelan & Company) sta a Michelangelo? Fortuna che in altre parti del mondo sembrano non essersene accorti: forse il colpo di stato della mediocrità si è verificato soltanto in certe nostre redazioni. Me ne torno a stragodere il mio caro José Eduardo Agualusa (se ancora non lo conoscete, leggetelo!), tutto contento e soprattutto zitto zitto, prima che magari avvertano anche lui. Lo avvertano di che? Che scrivere bene, divertire il lettore e dire qualcosa di nuovo non si usa proprio più.

E BUM!
Perché dovrei leggere uno come il celebratissimo Javier Marìas, se sostiene che i suoi libri gli sembrano “abbastanza brutti"?
Come dovrei considerarla: untuosa falsa modestia? Perfezionismo fuori luogo? Sconcertante sincerità?
Già le recensioni negative che ho trovato in giro (poche, per essere onesto, ma che paiono ben calibrate sui miei gusti e sulle mie allergie) non mi invogliavano per nulla (accusato di essere prolisso, pedante, noioso, eruditoide, di non avere niente di nuovo da dire, niente di diverso da indagare che il solito coppiettismo etero in crisi, insomma tutto ciò che NON amo in un romanzo e in uno scrittore…)
Ma se poi devo sentirmi dire che sono abbastanza brutti pure per te che li hai scritti, leggiteli tu!

CONDIRE, E GIRARE L’ERETICO SUL LATO ANCORA CRUDO
Se certi nostri illustri personaggetti editoriali si fossero occupati di pittura ai tempi di Vincent Van Gogh, probabilmente gli avrebbero suggerito, non senza arroganza, di essere più accurato nel disegno e di usare colori più tenui. “O non diventerai mai un pittore!”. Dopodiché si sarebbero messi loro medesimi personalmente di persona a dipingere quadri bruttissimi. E premiatissimi.


lunedì 4 febbraio 2019

Michel Houellebecq - SEROTONINA

voto: 8

Se non è il miglior Houellebecq di sempre ci va molto vicino. Coraggioso, corrosivo, (auto)ironico, visionario, incline a provocare e a scioccare, spietatamente lucido (giustamente spietato con gli uomini persino più di quanto non lo sia – sempre giustamente – con le donne), capace di continui guizzi dal tetro all’esilarante e dall’esilarante al tetro, e sempre (malgrado la parte finale sia di una tristezza agghiacciante, assoluta e depressiva) sempre tragicomico (o mesto-umoristico) fino al midollo: tutte qualità senza le quali si può anche essere banali scriventi o noiosi scribacchini, ma non si potrà mai essere Scrittori. Lui lo è. 
(Con tutti i suoi limiti, e penso per esempio a certe parti storico-architettonico descrittive abbastanza superflue, e che paiono prese pari pari da wikipedia, o da un dépliant per turisti della domenica. In generale la sua scrittura produce in me uno strano e movimentato grafico con picchi elevatissimi, alcune cadute in una sciattonaggine probabilmente funzionale e voluta, e molto piattume, anche se per essere certo che non si tratti di pecche nella traduzione dovrei trovare il tempo di affrontare la versione originale. Mentre lo leggo, con la mia mania forse un po’ stupida, da quel maestrino che non sono e non vorrei mai essere, di dare voti ai libri, oscillo più volte dal 10 al 6, e si tratta forse dell’unico autore con cui sempre mi capita una reazione simile, e non riuscirò mai a decidere se tutto ciò, se questo essere perennemente disorientato al suo cospetto, sia segno di una sua assoluta grandezza o di irrisolta e irrimediabile incompiutezza – in ogni caso ecco spiegato il motivo per cui alla fine decido di assegnargli una media di 8).

«È sbagliato che due persone che si amano parlino la stessa lingua, è sbagliato che possano davvero capirsi, che possano comunicare con le parole, perché la vocazione della parola non è creare amore bensì divisione e odio, la parola separa man mano che avviene, laddove un informe balbettio amoroso, semilinguistico, il parlare alla propria donna o al proprio uomo come si parlerebbe al proprio cane, crea la condizione di un amore incondizionato e duraturo. Se almeno ci si potesse limitare a concetti immediati e concreti – dove sono le chiavi del garage? a che ora viene l’elettricista? – potrebbe ancora andar bene, ma più in là inizia il regno della discordia, del disamore e del divorzio.»

«Il suo passato la relegava nel settore culturale, e si trattava di un malinteso, perché il suo sogno era lavorare nel cinema d’evasione, lei stessa andava a vedere solo film immediatamente accessibili a tutti, aveva amato Le grand bleu e ancor di più Les visiteurs mentre il testo di Bataille le era sembrato “totalmente idiota”, e la storia si ripeté con un testo di Leiris nel quale fu coinvolta poco dopo, ma il peggio fu senza dubbio la lettura di un’ora di Blanchot per France Culture, mi disse che non avrebbe mai immaginato che potessero esistere stronzate del genere, mi disse che era incredibile che si avesse il coraggio di proporre al pubblico idiozie simili. Per parte mia non avevo alcuna opinione su Blanchot, ricordavo solo un divertente passo di Cioran nel quale spiega che Blanchot è l’autore ideale per imparare a battere a macchina, perché non si è mai “disturbati dal senso”.»

«Dio è uno sceneggiatore mediocre, è questa la convinzione che quasi cinquant’anni di esistenza mi hanno portato a maturare, e più in generale Dio è un mediocre, nella sua creazione non c’è niente che non abbia il segno dell’approssimazione e dell’insuccesso, quando non quello della cattiveria pura e semplice, ovviamente ci sono eccezioni, ci sono per forza eccezioni, la possibilità della felicità doveva sussistere già solo in quanto esca…»



lunedì 14 gennaio 2019

Tarzan e il Reddito di Cheeta Dinanzi


Tarzan aveva mangiato pesante (ippopotamo fritto) ed ebbe un bruttissimo incubo.
Il Reddito di Cheeta Dinanzi gli aveva permesso di sposare Jane. Ma quella, trasformatasi da amante selvaggia in mogliettina-tipo, aveva preso subito a scassare: e perché non si vestiva come diceva lei, e perché non aiutava a pulire bene la casa sull’albero, e perché i soldi non bastavano mai, e perché non riusciva a metterla incinta malgrado lo stesse obbligando a copulare diciotto volte al giorno, distruggendolo. Ma questa era solo la più piccola delle seccature arrecategli dal meccanismo del Reddito di Cheeta Dinanzi, che gli stava sconvolgendo la vita e anche corrodendo un pochettino la minchia. Ogni santo giorno il sindaco della Giungla lo convocava per un’oretta di lavoro volontario per la pulizia del sottobosco della medesima, e quasi sempre l’oretta diventava due ore e tre quarti. Ogni porca mattina doveva presentarsi al Collocamento Forestale per dei noiosissimi corsi obbligatori, in cui tentavano di insegnargli cose che non gli interessavano, e per le quali non era portato: tenere la contabilità in un ufficio, vendere aspirafoglie di ramo in ramo, protocollo dei call center. Ogni tanto riceveva le visite a domicilio di un fastidioso ispettore incaricato di accertare, con minuziose misurazioni, che la metratura della casa sull’albero non comportasse decurtazioni dell’assegno del Reddito di Cheeta Dinanzi, e già che c’era ficcava il naso nelle sue scorte di frutta e di crodino. Tarzan cominciava a non poterne più. Era esasperato e anche parecchio incazzato. Non ci capiva più niente: se il reddito era di Cheeta, perché non se lo teneva quella dannata scimmia, e non se la faceva sconvolgere lei, la vita? 
Nel rispetto del meccanismo del Reddito di Cheeta Dinanzi cominciarono ad arrivargli le proposte di lavoro. La prima proposta prevedeva che andasse a vendere assicurazioni ai gorilla a novanta chilometri di distanza. Tarzan rifiutò la prima proposta. La seconda proposta prevedeva che andasse ad abbattere piante e a liberare la foresta dalle liane a duecento chilometri di distanza, nell’ambito del nuovo piano di Crescita “asfaltiamo la giungla, che bello”. Tarzan rifiutò la seconda proposta. La terza proposta prevedeva che se ne andasse a mille chilometri di distanza a fare il minatore moribondo. Tarzan rifiutò anche la terza proposta e finalmente l’incubo finì. Si svegliò, e tutto era come prima: Jane lo deliziava del suo amore ma non scassava mai, nessuno veniva a dirgli cosa dovesse fare o non fare, lo stomaco aveva ripreso a funzionare, e Cheeta, com’era giusto che fosse, non percepiva nessunissimo assegno ricattatorio. Tarzan sorrise, mollò una piccola scorreggia d’assestamento e sospirò di sollievo. Era di nuovo libero, com’era sempre stato. 


mercoledì 2 gennaio 2019

Compatisco

Compatisco (ma bonariamente, lo giuro, bonariamente) chi non conoscerà mai il potere delle parole scritte. Adoro il cinema (arte sublime ed emozionante) e guardo in media un film al giorno, spesso con estrema soddisfazione e goduria, ma coloro i quali qualche decennio fa sostenevano che i film erano destinati a sostituire i romanzi (come se ne rappresentassero una semplice “evoluzione” tecnica) erano dei poveri fresconi che non capivano un beato cazzo. 
Il potere evocativo e magico delle parole scritte: ne fai cozzare una contro l’altra anche solo due o tre, ed ecco sprigionarsi scintille capaci di creare un nuovo mondo a sé stante, in cui ti puoi immergere, bearti, estasiarti, perderti, spaventarti, commuoverti, consolarti. Una semplice combinazione di venti o trenta parole particolarmente energica, originale, geniale, può farti rimanere imbambolato, incantato per tutto il tempo che vuoi, a leggerle e rileggerle e riguardarle e ripensarle e trarne ispirazione per una durata superiore all’intera scena di un film, all’intera puntata di una serie tv diluita nella furba insulsaggine come vino annacquato da un vinaio imbroglione. 
Ultimamente leggo molto di più (e leggevo già parecchio) e cerco di scrivere meno, ma meglio, sempre meglio. (Quanto a riuscirci, non starà a me giudicare). In un mondo con miliardi di libri, di cui il 99,99% è fuffa per non dir di peggio (e lo stesso vale, purtroppo, per i film), si dovrebbe scrivere solo in uno stato di grazia e di ispirazione esaltata e semidivina, per contribuire a creare nuovi mondi meravigliosi, e se in quel dato momento o in quel dato periodo non ti trovi in tali condizioni, se non sei all’altezza di concepire un capolavoro o almeno di provarci, tanto vale ricaricare le batterie e nutrirsi di ambrosia infuocata leggendo i mondi creati dalle migliori scintille degli altri, tanto vale fermarsi un attimo nell’ozio benedetto e fecondo, piuttosto che diventare impiegatucci della parola semitruffaldini, che scagazzano la loro ulteriore insulsa superflua diarrea di pagine da spacciare per letteratura presso gente che non capisce un cazzo, o che non vuole, preferisce, ha convenienza a non capire un cazzo, per bassi, sempre più bassi e deprimenti motivi commerciali, di convenienza più o meno mafiosa o di personale vanagloria. 
Non mi stancherò mai di ripeterlo: proprio perché le Parole possiedono un potere evocativo e magico, non c’è bestemmia peggiore dell’usare parole deboli o mediocri. (E perder tempo a leggerle è forse pure peggio, a meno che non capiti per sbaglio, e non troppo spesso). 
Perché anche le parole deboli o mediocri hanno il potere di creare mondi. Mondi di merda. Aborti imperdonabili.

Naturalmente parlo per me. Da artista individualista quale sono, non ho nessun interesse a propormi come leader di un nuovo movimento o di una nuova corrente, né tantomeno come uno stronzo capo cosca o capo conventicola, con la pretesa di dire agli altri cosa debbano fare. (Quale altro stramaledetto “ismo” dovrei mai fondare? Il perfezionismo? A volte la perfezione è noiosa. E poi chi la definisce, la perfezione? Io no di certo). È solo una pura questione di coscienza personale. E di spietata onestà autocritica: se in un certo campo mi sentissi un bluff o un mediocre, cercherei di fare qualcos’altro, perché la vita è breve, e peggio del passarla a prendere per il culo gli altri c’è soltanto il passarla a prendere per il culo se stessi. Fino a qualche mese fa ero convinto che bastasse essere bravi, avere qualcosa da dire e fare del proprio meglio (chi vuole, colga pure della grande ironia in quel “bastasse”, vista la mediocrità imperante che ci ammorba, neanche il titolo per la nostra Era fosse “Colpo di Stato dei mediocri”!) Adesso ho capito che essere molto bravi non basta – e più quest’aspirazione a eccellere suonerà in controtendenza col mondo, più mi ci avvinghierò! – ho capito che con me stesso dovrò essere molto, molto, molto più esigente. Ma nessuno è costretto a seguirmi. Per carità. Anche perché mi è ben chiaro che io, per uno strano e misterioso destino (potrei chiamarlo Destino-Morselli), resterò un fallito (inascoltato, incompreso e deriso) anche il giorno in cui dovessi riuscire (e non è detto vi riesca) a diventare il più bravo di tutti. Tutto è vano. Tutto è inutile. Ma ci sono inutilità meravigliose come galassie luminescenti. La grande scrittura è una di queste. E se qualcuno preferisce scorreggiare nel buio, in cambio dei disgustosi applausi (e dei disgustosi soldi) di qualche stupido imbecille, affari suoi. Gli affari sono affari. E, come tutti sanno, nel mondo di oggi non vi è affare più redditizio della spazzatura.

Le mie migliori letture nel periodo pre e post natalizio: consigliatissime!



giovedì 6 dicembre 2018

No-Saint Nicklaus, scopritore di Tal(i)enti

«Scrivere fu il suo unico modo di allenare il metacarpo e tutte quelle falangi»

Quest’anno ho deciso di usare il mio blog per fare un (minuscolo) regalo di Natale, o di San Nicola, o di Solstizio d’Inverno, o di cosa cavolo vi va di festeggiare. Un regalo ai miei lettori buongustai, e un regalo a una ragazza che lo merita, ma soprattutto ho voluto farMI un regalo per stare bene io stesso, perché come molti (o forse pochi) sanno è il donare, assai più del ricevere, che provoca la vera, incontenibile felicità.
Molte, fra voi che mi seguite, sono le persone che scrivono, e che scrivono bene, benone, benino. Ma Cristina Taliento è l’unica persona a cui sia andato a dire: “Tu scrivi divinamente”. E non essendo io un ipocrita né un ruffiano, né tantomeno uno squallido calcolatore del “do ut des”, se gliel’ho detto è perché lo pensavo. Cristina, come molti veri artisti, è persona umile e schiva, non ambiziosetta, poco propensa a mettersi in mostra (non sono neanche riuscito a contattarla per avere il permesso di questo post, e la sua recente latitanza dal blog e dai social mi sta anzi facendo un pochettino preoccupare, e volevo quasi rinunciare, ma poi ho pensato che era una cosa bella, e spero tanto che anche lei, se vi si imbatterà, vorrà considerarlo un piccolo bel regalo, una piacevole sorpresa). Se io anziché essere uno scomodo outsider, un due di picche (anzi, un due di lenticchie), visto nell’ambiente come una specie di folle e di appestato, fossi uno di quegli scrittoroni in grado di aiutare altre persone a pubblicare, mi impegnerei ad aiutare lei. Ma devo contentarmi di questo invisibile gesto, di questo message in a bottle gettato fra le correnti dalla mia zattera di carta. 

Cristina Taliento
Volevo anche buttar giù due righe di presentazione, ma non avrei mai potuto trovare parole migliori di quelle che Cristina usa per presentare se stessa nel profilo del suo delizioso blog Il ballo dei flamenchi (a proposito: è un blog che merita davvero, se vi capita fateci un salto!):
«Oh... sentite, è nata nel 1993. Le piacciono sapeste quante cose. Prima fra tutte, l’Umanità, quella fatta dagli uomini tristi e felici. Starebbe ore e ore a guardare il modo in cui sopravvivono, si ammalano, si innamorano, le espressioni che fanno quando inventano le loro bugie quotidiane, portando gli oggetti nei loro nidi. Le interessano le cose che dicono, quelle che non diranno mai. Vorrebbe riuscire a capire come funzionano i loro corpi e le loro menti. Per questo, scrive racconti e studia Medicina e Chirurgia». Ma è ora che mi levi di torno e lasci spazio a Lei, alle sue parole. Non avendo potuto chiederle di scegliere per me i suoi brani preferiti, e avendo dovuto alzar le mani in segno di resa davanti alle troppe, davvero troppe cose belle e toccanti che sobbollono nel suo blog come una calda sorgente sotto un laghetto ghiacciato, ho deciso di proporvi semplicemente l’ultima perla da lei postata, ormai quasi tre mesi fa. Sarete poi voi, se vorrete, a munirvi di setaccio per trovare altre pepite sul fondale di quel laghetto. Pronti per il viaggio? Andiamo:

Io e Genda
di Cristina Taliento

«Alcune sere, quando non sono impegnata a vivere, mi ricordo di quando scrivevo, dei miei personaggi e di tutto quello che la Tana significava per me, quando di parlare non mi andava e tutto quello che avevo era la mia fantasia. Non vivevo in un mondo parallelo, né tutto ciò che inventavo era davvero vivido, ma una frase che mi suonava bene in testa mi bastava per passare un bel weekend e una bella settimana. Io, i biscotti, i miei personaggi.
Genda era uno di loro, un personaggio, un matto scorbutico, vecchio poeta in esilio, zoppicante, si trascinava dietro la sua gamba e la sua malinconia. Lo odiavo. Gli volevo bene.
Genda era uno degli ultimi, un emarginato, anche se troppo orgoglioso per ammetterlo; e allora si metteva davanti a tutti, arrabbiato per i telegiornali e le idee politiche dei gatti che passeggiavano  sui muri.
Non litigavamo, io all’epoca ero piuttosto incline all’apprendimento e Genda mi elargiva con caritatevole perseveranza le sue lezioni di vita.
Dicevo: “ Noi siamo cuori sentimentali, ci muoviamo come alghe con la corrente. Basta un ormone e noi non siamo più noi”
Diceva: “Eh no! Siete voi eccome. Voi non siete fantasia a comando, voi siete proprio testosterone, serotonina, siete enzimi, siete piogge di sinapsi, cascate di potenziali d’azione. Siete cespugli di cellule mezze buone, mezze marce. Voi non fate altro che fraintendere il tramonto, idealizzare l’alba”.

Non riuscendo a ribattere, me ne uscivo con frasi come “ma questa è un’ovvietà“, anche se chiaramente, influenzata da quella solfa, divenni ben presto un pomodoro positivista di stampo liberale.

Ora non lo saprei più imitare, però quella sua rabbia era la cosa che mi piaceva di più e anche ciò che lo distingueva da altri miei personaggi come, ad esempio,  Jack Pavimento, l’Adolescente, Flacco Squidegno o il Cane Sentimentale. Genda aveva il Mondo sullo stomaco e anch’io, in fondo, ce l’avevo. A volte, seduti sul braccio di una gru, di notte, io e lui guardavamo il paese e la luna e tutto ci sembrava impossibile, ci sembrava che non ci avrebbero mai preso a Medicina, che Berlusconi avrebbe governato per sempre e che nessuno ci avrebbe mai davvero capiti, non così, giusto per, ma capiti, sul serio, veramente, anche se stanchi e in silenzio. Dubbiosi guardavamo il cielo, spogli dei nostri quotidiani modi di fare, ci abbandonavamo ai sogni – ognuno ai suoi – con gli occhi grandi di chi ha fame. Poche cose ci piacevano in fondo e parlare del futuro non era per noi.
Io avevo diciassette anni più o meno e lui di sicuro ottanta. Non lo so perché me l’ero immaginato anziano, forse perché volevo attribuire  una certa fragilità alla rabbia o, al contrario, accendere di fuoco la fragilità.

Ad ogni modo, crescendo, quel Genda via via si trasformò, sempre più razionale, più comprensivo. E la rabbia, che poi era simile alla mia di rabbia – alla rabbia di una ragazzina che da fuori non lo diresti mai – nel giro di pochi anni, svanì. Genda capiva e scusava, s’indignava ma poi si calava nei panni e perdonava. Quel matto, finalmente, si era dato una calmata. Per anni non l’ho più rivisto.

Eppure, m’immagino ad un tratto di salire sul braccio della gru una sera di queste, una di queste belle sere di settembre dove i grilli fanno gli arpeggi coi loro baffi e l’aria che arriva dai campi mi racconta come l’uva diventa vino. M’immagino io con la corona d’alloro in testa e un bel fiocco rosso, giacca e pantalone e un bicchiere di spumante in mano.
“Tieni” dico porgendo il bicchiere al Buio.
“Grazie” dice il Buio che, alla fine, non è altri che Genda.
“Ti sei laureata allora”
“Si, ma la strada è lunga, lo sai”. E rimaniamo in silenzio per un quarto d’ora. Nessuno dice niente e nessuno pensa niente. Non siamo più arrabbiati, anche se ogni tanto viene ancora ad entrambi la voglia di scappare di casa, zaino in spalla, fino alla montagna più alta.

Mi dispiace di aver abbandonato i personaggi, ma più di tutti mi dispiace per Genda, per aver smesso di dargli una voce.
A volte, un pensiero semplice è che il tempo porti assuefazione, faccia svanire i famosi ardori giovanili e, più in generale, ci faccia dimenticare chi siamo stati, quello che abbiamo provato, inventato. A volte sembra quasi come se sulla gru ci siano tante me di età diverse, una per ogni fase di vita, tendenti ad aumentare in numero a mano mano che invecchio. Ma come dicevo è un pensiero semplice, facile ma mica vero, perché in fondo è sempre e solo tutto dentro. Tutto quanto.
E, anche se il tempo per scrivere e quello per vivere attingono da spazi, dimensioni e sensazioni diverse, anche se la fantasia è un posto dove ci piove dentro e io corro a ripararmi sotto tutte le tettoie che mi capitano a tiro, mi sentirei di dire a Genda, qualora fosse preoccupato per il cambiamento della vera Cristina, che quella ancor più vera è sempre stata su questa gru, a occhi chiusi, sulle stelle.»

Che altro aggiungere? Solo questo: se in circolazione ci fosse ancora qualche editore munito di quella curiosità e di quella voglia d’esplorare senza le quali sarebbe meglio cambiare lavoro e smettere di fare danni alla narrativa italiana (per pigrizia, negligenza, insipienza o presunzione) lo invito a prendersi la briga di dedicare una bella giornata a visitare il blog Il ballo dei flamenchi e a saccheggiarne con piglio famelico almeno la sezione “Racconti”. Perché alla faccia di quei luridi pezzi di merda che a ogni piè sospinto mi danno dell’invidioso, io ho sempre fatto il tifo per le persone che meritano, e sempre gioito per i loro (sempre più rari) successi. E se Cristina, oltre alla splendida persona che è e al meraviglioso medico che sarà, dovesse diventare una delle Scrittrici italiane più lette, io ne sarei, semplicemente, FELICE.
Felice inverno a tutti voi!


venerdì 30 novembre 2018

Inferiorizzazione culturale. Qualcuno si offre volontario? Quasi tutti, purtroppo.

(Antidoti potenti contro l'inferiorizzazione precoce) 


Il fatto che Berlusconi si vantasse (sottovoce) di non far guardare la televisione ai suoi bambini dice TUTTO. 
Noi diamo a lui la colpa del declino mentale e culturale, ma lasciarsi inferiorizzare non era obbligatorio. Non era obbligatorio lasciarsi ridurre a una mandria di cafoni beceri e superficiali. Omologati e sguaiati e modaioli e chiassosi. 
Che a tavola ingeriscono spot invece di conversare. 
Con figli che si fanno le pippe sulla selezione estiva delle veline invece di scendere in cortile a giocare. 
Così come non sarebbe obbligatorio completare l’opera subendo una smerdofonizzazione sempre più precoce. Mettendo le perniciose protesi cerebrali in mano a povere creature che non hanno ancora imparato a parlare, e che hanno solo bisogno di qualcuno che gli racconti delle storie. Che non sono le stronzate su staminchiagram (anche la bella parola “Storie” ci siamo lasciati scippare!!!!). Ma l’inventarsi, o il leggere, delle favole.
Già, qualcuno che abbia ancora il tempo di leggere.
Qualcuno che sappia ancora leggere.
Già.



venerdì 23 novembre 2018

"Commiato degli uomini buoni" come idea-regalo per le prossime festività invernali.



[Quando pubblico una cosa molto carina ma che costa pochissimo, e propongo agli amici di farne un regalo di Natale, mi arriva spesso questa strana obiezione: “Grazie, ma come regalo le persone preferiscono qualcosa di più prestigioso, che rubi l’occhio e che costi di più”. Già: c’è di sicuro un sacco di gente che preferisce ricevere il nuovo volumazzo di Vespa, che magari non aprirà mai. Ma tutti voi che mi leggete avete parecchi amici intelligenti e buongustai, lo so, e allora sareste sorpresi dall’entusiasmo con cui apprezzerebbero una piccola perla come “Commiato degli uomini buoni”. È come regalare un fiorellino di campo invece di una brutta cravatta. La brutta cravatta rischiate di ritrovarvela il mese dopo al mercatino dei regali da riciclare perché sgraditi. Al fiorellino di campo non succederà mai.
(E se un fiore vi pare poco, di libriccini rari e sfiziosi se ne possono scovare d’ogni tipo, dalla narrativa alla poesia, e con questi comporre un bel mazzetto, confezionato con amore e su misura per l’anima di chi lo riceve, come sempre dovrebbe accadere facendo un regalo. Un regalo con cui fare migliore figura di quella che non fareste con mattonazzi che infestano tutte le vetrine).]

«Il cielo era un ventre argentato e gravido, rigonfio di fiocchi. E quando questi cominciarono a precipitare, sulle prime radi e incerti, e via via sempre più grossi e fitti, mentre ancora la vasca finiva lentamente di riempirsi, Bernhard Löwe ritornò con la mente alla placida gioia delle nevicate che osservava da bambino, da solo alla finestra, in estasi, le ginocchia su una sedia per poter appoggiare i gomiti al davanzale interno, com’era felice, e come gli piaceva perdersi nella danza felpata dei fiocchi che cadevano, ascoltarne la melodia silente, fissarsi con lo sguardo verso l’alto per lasciarsi ipnotizzare, perché se lo facevi abbastanza a lungo ottenevi l’effetto di ribaltare le sensazioni di movimento: non erano più i fiocchi che scendevano e atterravano con delicato ma percettibile rumore, eri tu che salivi, dentro un invisibile ascensore verso le nuvole e oltre le nuvole, una vertiginosa Ascensione atea verso nuove dimensioni.
Essere neve. Ma neve che sale.

In fondo, anche quella spaventosa frase sull’abisso poteva essere ribaltata: se scruti abbastanza a lungo nelle profondità del cielo, anche il cielo scruterà dentro te.»




Concludo regalandovi qualche dritta su altri romanzi brevissimi e brevi a cui attingere per comporre il vostro cadeau personalizzato:

AGOTA KRISTOF "Ieri"
BOHUMIL HRABAL "Una solitudine troppo rumorosa"
PAOLO ZARDI "Il signor Bovary"
ANNIE PROULX "I segreti di Brokeback Mountain"
RACHID O. "Cioccolata calda"
IVAN COTRONEO "Un bacio"
ERRI DE LUCA "Montedidio"
OGAWA YOKO "L'anulare"
LEONARDO SCIASCIA "Una storia semplice"
THOMAS BERNHARD "Camminare"
NICOLA PEZZOLI "Pazzoteca La Paz"
CARSON McCULLERS "Riflessi in un occhio d'oro"