"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"
SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

lunedì 27 maggio 2019

Silva Gentilini - LE FORMICHE NON HANNO LE ALI


Due sono i tratti da sempre all’origine della vera arte: un minimo di talento naturale che sta, necessariamente, alla base (checché ne dicano i truffatorelli del siamo tutti scrittori), e poi un’anima ferita, violentata, “grattugiata” come i muri delle case di certi immigrati nell’America dei primi del Novecento. L’anima ferita aiuta, non poco, a far scaturire i capolavori.
Due sono anche le storie qui portate avanti a capitoli alterni, come nei migliori romanzi di Vargas Llosa. Si tratta di capitoli brevi, intensi, incalzanti, che invogliano a divorare il libro, struggenti, dei piccoli dardi, avvelenati da una giusta rabbia, che centrano il cuore, ma il veleno è un veleno reso quasi piacevole dall’arte del saper scrivere, dalla magia dell’esprimersi, dal coraggio di vivisezionare un’infanzia brutalizzata e un’innocenza violata, incidendo a fondo pur sapendo che in tal modo sanguineranno ancora, e tanto, tanto.

Margherita, nel 1914, è una quindicenne toscana sedotta e ingravidata dal rampollo dei riccastri del paese, il quale si guarderà bene dal riconoscere il figlio, e costretta dagli eventi a imbarcarsi verso l’America non per rifarsi una vita ma per avere una vita, che grazie alla sua bellezza, intelligenza e forza di carattere decollerà oltre ogni aspettativa, ma resterà sempre orba di quel primogenito che ha dovuto abbandonare in un convento di suore per salvarsi dall’opprimente piccineria di un mondo che invece di chiamarti sfortunata, e aiutarti stringendosi vicino, ti chiama puttana, e ti condanna all’isolamento. 
Emma, una sessantina di anni dopo, da bambina viene massacrata di botte, e da adolescente stuprata e ingravidata, dal padre, uno schifoduomo di quelli che ti fanno vergognare di essere maschio, di quelli che non ti sembra possibile esistano e invece te li ritrovi ogni giorno nella cronaca nera, in questo caso con la sola (insufficiente) attenuante della depressione, un demone che lo porterà a impiccarsi troppo tardi, fuori tempo massimo sul timing delle altrui vite devastate per sempre, irrimediabilmente. 
Ma non si creda che il romanzo sia una di quelle poco oneste “fucilazioni” del maschio, con annessa glorificazione della bontà femminile: il primo personaggio negativo con cui facciamo conoscenza è la madre di Margherita: un’orrenda bigotta gelida e anaffettiva, capace soltanto di giudicare e di preoccuparsi dello scandalo al cospetto delle malelingue di paese (dopo il parto terrà la figlia segregata in casa, e quando poi seguirà il consiglio del medico di “farla uscire” sarà per spedirla come sguattera presso un disgustoso vedovo arrogante e bavoso), uno schifodidonna, insomma, come troppe ce ne sono. La piccola Emma, dal canto suo, ha una mamma dolcissima e colpevole solo di debolezza e sottomissione, vittima quanto lei, ma anche una sorella maggiore modello Empatia Zero, che la tratta come un’estranea e le nega ogni possibile spiraglio di complicità e consolazione.
Le due storie sono legate come una maledizione ereditaria: Margherita è la bisnonna di Emma (ma non sto “spoilerando”: se volessi farlo rivelerei le sorprese più grandi custodite nelle ultime pagine…)

«Quando Lui mi colpiva sentivo il sapore del sangue. Era pastoso e con il gusto di una vecchia chiave… Quanto durava il tempo dei pugni e dei calci? Pochi attimi. Il resto veniva dopo. Un affanno di rabbia muta attraverso il corpo. E la voglia di urlare, di correre via, di cambiare identità... Assumere le sembianze di un gatto randagio, di un pesce rosso, di un fiore, di un sasso. Ancora meglio, di una formica. Le formiche hanno uno scopo fermo, inossidabile: prendono una mollica, un pezzetto di qualsiasi cosa e lo trasportano. Lo fanno a prescindere. Nessuno le ferma. Puoi schiacciarne una, ma quelle che restano non hanno paura. Vanno avanti. Si riorganizzano. Ricominciano. Le formiche non hanno paura. Avrei voluto essere una formica.»

Una scrittura, quella di Silva Gentilini, asciutta ed efficace, di precisione chirurgica, e al tempo stesso coinvolgente, capace di evocare odori, suoni e sensazioni tattili facendoteli provare fisicamente, così come ti fa respirare l’ansia e l’angoscia. Leggendo vi si stringerà il cuore, e al contempo vi si dilaterà l’anima, e giunti alla fine vi verrà voglia di abbracciare l’autrice, per farle sapere che al mondo c’è anche chi invece di picchiare e violare preferisce amare e proteggere. Amare e proteggere i bambini, le donne, gli artisti.
Un romanzo che ti avvince e ti rimane addosso. Indubbiamente un libro che merita di essere letto: bello, tremendo, toccante, coraggioso. Come piacciono a me e ai buongustai che frequentano questo blog, e che come me odiano i rigurgiti delle mezzeseghe copincollerecce, i meteorismi mentali degli intellettualoidi della mutua, i peti a ripetizione di certi cacacommissari, i libercoli noiosi e superflui e quel tanfo di stantio che ha la fuffa troppe volte riciancicata.

Non fatemi incazzare.
Parola di Scriba.


domenica 26 maggio 2019

26 Maggio col cuore in mano [e quindi, come direbbe Alessandro Bergonzoni, coi polsini tutti insanguinati]


Resisti ancora, papà!
Col tuo occhietto spento e l’altro occhietto debole e stanco.
E le tue vecchie gambe con cui ogni mattina zampetti per andare a comprare il pane, il latte e il giornale.
Col tuo cuore triste per la dolcissima Lidia che ci manca ormai da quasi sedici anni.
Col tuo carattere precisino e a volte impossibile.
Con la tua insospettabile simpatia alla Totò.
Con la tua bellissima bruttezza da caratterista, orchettaccio buono in un film fantasy.
Resisti ancora, papà.
Tu che eri così intelligente e generoso da portarci al Mare anche quando avevi i debiti per la casa e a te stesso non concedevi neppure un caffè al bar (non lo chiamavi mutuo, li chiamavi debiti e non ci dormivi la notte, e quando rivelai agli amichetti a scuola che “avevi i debiti” un paio di loro ti chiamarono crudelmente fallito, e io nemmeno ti difesi).
Tu che prendevi gli ansiolitici per sopportare un lavoro di merda, che non mollavi perché serviva a dar da mangiare e da vivere a noi.
Tu che mi hai insegnato quanto è bello leggere libri, passeggiare nei boschi, ascoltare la sera, pensare con la propria testa senza essere schiavi di nessun disonesto cane pastore.
Tu che quando vedi un mendicante sei più buono con lui di tanta gente che va in chiesa tre volte al giorno, e non c’è verso di spiegarti che non sempre dare quella monetina è cosa giusta.
Resisti ancora, papà, perché a sostenere questo figlio pazzo, talentuoso e deficiente siete rimasti solo tu, tu e ancora tu, e poi di me chissà che ne sarà.
85 volte Auguri.
85 volte Grazie.
E 85 volte Scusa.



mercoledì 22 maggio 2019

Rassegna STUMPY!

«Sei uno scontento!»

«Il miglior Pezzoli di sempre». 
NEW PORK REVIEW OF BUKÈN

«Stre-pi-to-so!» 
VANITY FUCK

«Parbleu! Chapeau!»
 LE FIGAROTT

«Vergognoso! Da dare alle fiamme!»
 LA MUFFETTA ACCADEMICA

«Minchia che figata!»
LA RES PUBICA

«Gli orgasmi meglio scritti e più divertenti d'ogni tempo».
TROMBETTIERE DELLA SEGA

«Al cospetto dei misteri buffi dell’autoerotismo adolescenziale questo autore sa essere talmente strepitoso che persino il famoso capitolo “Seghe” del Portnoy di Roth gli fa, appunto, una sega».
THE PIGS GUARDIAN








sabato 4 maggio 2019

"Gigoló per cliente unica" non è soltanto il mio decimo libro: è anche il migliore. Parola di Scriba.


Paolo Lizzenci si considera uno scapestrato nel senso letterale di “libero dal capestro”: sta finendo i soldi dell’eredità, ma non ha nessuna intenzione di mettersi a lavorare. Paolo Lizzenci è bisex, con un alter ego femminile che chiama Véronique. Paolo Lizzenci riuscirà a farsi mantenere da un’anziana signora in cambio di prestazioni sessuali, per poi spendere con prostitute e travestiti ciò che guadagna come atipico gigoló. Paolo Lizzenci ha trentasette anni e non crede più nell’amore, ma gli toccherà ricredersi per ben due volte, forse tre. Paolo Lizzenci dopo un’adolescenza piena di guai aspira a tutto ciò che è tramonto e crepuscolo, e la sua è una storia decadente, un capolinea nel buio. Paolo Lizzenci è l’anagramma del nome dell’autore: perché la scrittura è una magia combinatoria, e l’autofiction ne è la diramazione più coraggiosa e al tempo stesso misteriosa: un mettersi a nudo quando sembra ci si stia mascherando, un prendersi teneramente gioco di se stessi e dei lettori quando sembra ci si stia confessando.

Impossibile dire se questo romanzo sia più disperato o più divertente: questa volta più che mai vi condurrò per mano nei territori del tragicomico assoluto.

«L’unico problema con Reginalda era la pretesa ch’io indossassi gli abiti del defunto marito, che oltretutto mi andavano strettissimi, e m’incollassi sopra le labbra, onde somigliargli di più, dei ridicoli baffoni neri che mi impizzicorivano le narici. Sul più bello, poi, mentre io, tamponandola pegoraro, coi baffoni spioventi le solleticavo il collo e le imbrividivo la spina dorsale, lei invariabilmente si metteva a invocare la buonanima inumata: 
“Ooh, Pierguido! Pierguidooo! Pierguidooooooooooo!” 
A quel punto, starnutivo».






mercoledì 1 maggio 2019

Non mi si chieda di celebrare la schiavitù alienante che ruba le vite. Né di chiamarla con nomi diversi.


«Il nuovo fanatismo del lavoro, con cui questa società reagisce alla morte del suo idolo, è lo stadio finale di una lunga storia. Dall'epoca della Riforma, tutte le forze propulsive della modernizzazione occidentale hanno predicato la sacralità del lavoro. Soprattutto negli ultimi 150 anni, le teorie sociali e le correnti politiche sono state addirittura possedute dall'idea del lavoro. 
Socialisti e conservatori, democratici e fascisti si sono combattuti fino all'ultimo sangue, ma per quanto fossero nemici mortali si sono sacrificati insieme all'idolo "lavoro". 
Il verso dell'inno dei lavoratori dell'Internazionale che recita : "Non c'è posto per gli oziosi" ha trovato un'eco macabra nell'iscrizione "Il lavoro rende liberi" sopra l'ingresso del lager di Auschwitz. 
Poi le democrazie pluralistiche del dopoguerra hanno fatto solenne giuramento di difendere l'eterna dittatura del lavoro. Perfino la costituzione della cattolicissima Baviera, proprio nel solco della tradizione di Lutero, insegna ai cittadini: "Il lavoro è la fonte del benessere del popolo e si trova sotto la particolare protezione dello Stato", e il primo articolo della costituzione dell'Italia, culla del cattolicesimo, recita: "L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro". Alla fine del XX secolo, tutti i contrasti ideologici sono praticamente svaniti nell'aria. In vita è rimasto lo spietato dogma comune che il lavoro è la vocazione naturale dell'uomo».

Robert Kurz, Norbert Trenkle, Anselm Jappe (Gruppo Krisis), Manifesto contro il lavoro*.

«Il lavoro nobilita stocazzo».

Anonimo.


* chi fosse interessato, potrà trovare l'intero Manifesto a questo link.