"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"
SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

lunedì 28 ottobre 2019

Paolo Zardi - L'INVENZIONE DEGLI ANIMALI


L’invenzione degli animali di Paolo Zardi (Chiarelettere) è un thriller fra l’antropo-biologico, l’etico-genetico e il fantascientifico (ma sarebbe più esatto dire scientifico-predittivo: a quel punto stiamo per arrivare, o forse ci siamo già) talmente godibile, originale, avvincente e ben scritto da non sembrare neppure… italiano. 
(Lo considero il più bel complimento: quando lo dicono a me mi commuovo e mi esalto, e mi sento davvero Scrittore, visto che “scrittore italiano” negli ultimi trent’anni è diventata quasi una contraddizione in termini). 
Soprattutto per il modo in cui profondità, sapienza, accuratezza e intelligenza si sposano a leggerezza e leggibilità, laddove i secchioncelli italioti medi contemporanei (vere negazioni viventi dell’Arte di Scrivere) ritengono che produrre un romanzo oggi significhi dimostrare a ogni illeggibile pagina di “avere studiato”, un po’ come fanno quei somari col cervello piccolo, ma saturo di nozioni, che di imperversare in burocratese, medichese o filosofese addirittura si vantano. (Per non parlare delle lezioncine di perfezione politico-ideologica: qui, ovviamente, non ne troverete. O al massimo le intuirete, volendo, fra le righe, senza stucchevoli proclami o manifestini sul genere “fascistometro”).

Non c’è momento in cui non si capisca che Paolo sa benissimo di cosa sta parlando, che è padrone della materia e della storia in tutte le sue implicazioni e diramazioni, che non si arrampica sugli specchi, che è dentro i suoi giovani e palpitanti personaggi, che si è documentato leggendo con passione (una passione tramandata dal padre, cui il libro è con amore dedicato), che possiamo farci prendere per mano da lui e seguirlo con fiducia perché lui è pienamente conscio di cosa sta narrando, eppure mai, neppure una volta, l’autore asseconda quel vizio detestabile di stordirci e di trivellarci la minchia con terminologie incomprensibili di stretto gergo tecnico: essendo un più che valido narratore, non ha nessun bisogno di mettere sotto i nostri occhi i singoli risultati di un inevitabile lavorio di documentazione e approfondimento, ché quelle sono fasi preventive e intermedie, impalcature da far sparire quando l’edificio è completato. (Mi viene in mente il bravo Jonathan Lethem, quando in Anatomia di un giocatore d’azzardo racconta magistralmente una lunghissima e delicata operazione di plastica facciale, senza scomodarsi nemmeno una volta a fare il saputello terminologico da sala operatoria, anche se da come scrive risulta ovvio che ha indagato a lungo e che sa: ma vallo a far capire a quegli scribacchini e scribacchiotte che se il protagonista è un chirurgo scrivono in modo più astruso e ostile di una ricetta specialistica, per sbatterti in faccia i risultati della loro accurata ricerchina!)

Uno dei tanti meriti di Paolo è quello di saper rendere per certi versi convincenti e affascinanti anche (e soprattutto) i monologhi dei “cattivi”. Ascoltare il cattivissimo Kapoor (personaggio che mi è odioso) e le sue perfide, ciniche, ma tutt’altro che stupide idee (non metto assaggi qui per non guastarvi l’appetito) è una vera goduria.

I sempre più rari amanti della bella lettura lo sanno: un libro siffatto (che si pone fra Houellebecq e Michael Crichton) è un felice compagno che da un certo punto in avanti ti tiene inchiodato sul divano (possibilmente con un gatto in grembo, se hai la fortuna di averlo) fino alla fine – e tutto il resto si fotta.

È come se il mio illustre collega Paolo Zardi avesse voluto “punirmi” per la mia insistenza nel definirlo più bravo sul breve, più portato a scrivere racconti. Mai punizione giunse più gradita: questo è un Romanzo che meriterebbe di diventare un bestseller internazionale.

Non fatemi incazzare.

Parola di Scriba.


martedì 22 ottobre 2019

Richard Yates - PROPRIETÀ PRIVATA


Il modo in cui l’eccellenza di uno scrittore viene o non viene riconosciuta non smetterà mai di essere, per me, un affascinante mistero. E non parlo della deprimente cloaca dell’oggi, in cui facilmente tanta merda viene pompata e spruzzata in giro in maniera disonesta e stomachevole grazie agli usi distorti e sleali che si fanno dei sempre più potenti (e prepotenti) mezzi mediatici, e alla dabbenaggine di chi se ne lascia manipolare e prendere per i fondelli. No, stavolta sto parlando in generale, e nel particolare mi sto riferendo ad autori americani di tanto tempo fa. Per dire: io non nego certo la grandezza di quei magistrali autori di racconti che sono Cheever e Carver (o anche Ford, che a differenza dei primi due è ancora vivo, e che qui da noi è diventato di moda proprio negli ultimi tempi) eppure non posso non notare come il quasi misconosciuto Richard Yates sia di mezza spanna superiore a tutti loro, che vengono di continuo lodati sulle pagine culturali e nei circuiti accademici, e consigliati a tutto spiano da tanti librai. (Altri due che non sento consigliare, incredibilmente, mai sono Malamud e Barthelme, anche se forse Barthelme è un discorso a parte: un genio troppo genio, che non a tutti piace – a me ovviamente sì). Opinione personalissima, s’intende.
E sia chiaro che John Cheever lo adoro. (Carver e Ford un po' meno, ma neppure li disprezzo).
Però ho appena finito di deliziarmi leggendo la piccola raccolta “Proprietà privata”, tradotta in modo splendido da una bravissima Andreina Lombardi Bom: ebbene, si resta increduli nell’apprendere che tale bendidio è considerato quasi “materiale di scarto” (racconti inediti e racconti apparsi soltanto su riviste!), perché già questi conferirebbero a Yates il diritto a un posto fisso nell’Olimpo dei giganti. Una scrittura nitida, vivida e intelligente, personaggi che ti sembra di poter sfiorare con mano per accarezzarli o picchiarli, uno stile scintillante eppure semplice, leggero, e quella capacità di essere al contempo toccante e divertente, pietosissimo e perfido, che solo i grandi fra i grandi riescono ad avere e a coltivare. 
(Su tutto risplende una gemma: il racconto “Il revisore e la bufera” che possiede l’assoluta, appassionante, goduriosa perfezione di un microromanzo di ventisei pagine).
Trovatevi e leggetevi i suoi libri, non fatemi incazzare e segnatevi ‘sto nome: Richard Yates.


venerdì 4 ottobre 2019

Nicola Pezzoli - IL VOLO INTERROTTO DEGLI ANGELI

e-book e cartaceo, SOLO su Amazon

«Mi sono sognato cocomeri blu, melloni di polpa di cielo, e nu veliero che scivolava su nu mare lucente fatto no d'acqua ma di specchio».

Bovisa, periferia milanese, novembre 2007. Mattia è un ragazzino introverso che vuole bene solo alle tartarughe. I suoi giorni si trascinano uggiosi, fra una madre vuota e civettuola, il cui unico interesse è rappresentato dal reality La finestra sul porcile, al quale sogna di partecipare, un padre con trascorsi da boxeur – separato dalla moglie ma incombente – che vorrebbe fare di lui un vero uomo “chiavatore e pugile”, e i bulli del liceo che non lo lasciano in pace.
Una sera, in modo fortuito – Mattia siede sconsolato sul pianerottolo al terzo piano del palazzo in cui abita, tenendo fra le mani il corpo senza vita di Mordikai, la sua tartaruga acquatica – grazie a un ascensore chiuso male conosce Gabriele, un trentaseienne stranoide e solitario quanto lui, che per dargli conforto suggerisce di andare insieme a seppellire la tartaruga sotto un tappeto di viole nell’aiuola più bella della città. Nascerà così un’intensa amicizia, a dispetto della differenza d'età e del fatto di potersi vedere solo poche ore, il venerdì pomeriggio, nell’appartamento-ludoteca del Peter Pan Gabriele al quarto piano, fra giochi, dolciumi, musiche, misteriosi dvd di fantascienza, condivisione di progetti e di sogni a occhi aperti.

Gabriele è pieno di segreti. Si dedica all’assistenza di bambini malati terminali. Ma lo fa come volontario, per un rimborso spese che consente a malapena di pagarsi i mezzi pubblici per raggiungere la clinica fuori città, e coi giocattoli e i libri di fiabe che regala ai suoi piccoli amici ci va in perdita. Da vivere si guadagna col poker sui siti stranieri (illegali) e con le scommesse sul calcio. È un giocatore fortunato e abile, ma come accade a tutti i giocatori la rogna nera sta in agguato, e con essa il ricorso, rovinoso, agli strozzini. Né sarà questo l’unico guaio: Gabriele, sul piede di guerra contro lo scarso utilizzo di antidolorifici, da qualche tempo lenisce le sofferenze dei suoi malati somministrando di nascosto morfina per bocca. Ma verrà scoperto e cacciato in malo modo da quello che era il suo unico contatto col mondo degli altri (non che pure lì fossero rose e fiori, a causa di un’infermiera ostile e del minaccioso incombere di una lobby di clown).
Gabriele non è quello che si direbbe “un buon esempio” per il quindicenne Mattia: non lavora, gioca d’azzardo, traffica con la droga per quanto a fin di bene, e si vanta di essere un puttaniere sporadico. Ma gli orrendi genitori del ragazzino, di tutto questo, non sapranno mai nulla. Né ce ne sarà bisogno: per mettersi contro quell’idillio così insolito, e per loro – per chiunque? – sospetto, basterà molto meno: basterà scoprire l’incauto regalo di un braccialetto rosso come pegno d’amicizia.

Il padre, “ombra scimmiesca sui muri del mondo”, lo porterà via senza preavviso per fargli cambiare scuola e città, e iscriverlo d’ufficio alla nuova palestra che gestisce, sottraendolo a quelle che agli occhi suoi e della ex moglie sono le morbose attenzioni di uno squilibrato e di un pervertito.
Dal canto suo Gabriele, per sfuggire agli sgherri dello strozzino che si son fatti più violenti, sarà costretto a sparire e a rifugiarsi in un’infima pensione, così da rendere in apparenza impossibile il ricongiungimento. In apparenza, poiché a distanza di mesi, grazie all’aiuto del più improbabile dei personaggi – da cui nessuno si sarebbe aspettato niente di buono – i due riusciranno a ritrovarsi in circostanze fortunose e drammatiche, e a iniziare una fuga in treno verso il mare e verso una tragedia annunciata, in un finale movimentato e non certo avaro di colpi di scena, fra inseguitori che si moltiplicano, telegiornali sciacalli e sconvolgenti rivelazioni (la principale riguarderà la madre, divenuta “Pamela della Finestra sul porcile”). 

Con questo nuovo romanzo, Nicola Pezzoli ha voluto sperimentare una narrazione a più voci, nel solco di Mentre morivo di William Faulkner. Ne scaturisce un coro multiforme in cui la freschezza gergale di Mattia, la dolcezza un po’ ingenua di Gabriele, e la poesia (mai retorica e scontata) dei pensieri dei ragazzini morituri vanno a cozzare contro la stupidità, banalità, avidità e violenza degli altri personaggi, producendo scintille e stridore, generando effetti di contrasto ora comici, ora drammatici, ora grotteschi.
Con una bella storia nella storia (una fra tante, perché questo è un autore pirotecnico che non lesina spunti): quella (vera) del “Beijoqueiro”, uno svitato baciatore compulsivo brasiliano il cui principale record non sono le migliaia di baci dati a sconosciuti, ma i ricoveri ospedalieri e le nottate in gattabuia con cui veniva ripagato per il suo imperdonabile affronto.

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