l'idea più pazza del più pazzo fra gli scrittori

"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"
SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

martedì 25 febbraio 2014

Nuova infornata di racconti - L'inutilificio

L'INUTILIFICIO


La mia mamma e il mio papà lavorano fin da quand’erano ragazzi all’inutilificio. A casa non si incontrano quasi mai, perché la mamma fa il turno di giorno all’inutilificio e il papà fa il turno di notte, sempre all’inutilificio. Sgobbano in reparti diversi: la mamma in quello leggero che fabbrica ciabatte per gatti e reggitesticoli umani di filo d’amianto, papà in quello pesante che fabbrica doppi attacchi per calessi, scaldabagni a rotelle e il famoso robot che caga. Il robot che caga è il fiore all’occhiello dell’inutilificio, perché tutti i robot che cagano imbrattano continuamente il paese di merda (non fanno nient’altro) e così per pulire e per smaltirla si crea altro Lavoro!

La mamma e il papà lavorano anche di domenica ma per fortuna hanno lo stesso giorno libero, il martedì. Così il martedì lo passiamo tutti insieme a fare shopping al centro commerciale. Ieri è stato molto eccitante perché c’era tutta la nuova linea di prodotti dell’inutilificio, che mamma e papà ci mostravano e ci spiegavano con orgoglio. Abbiamo comprato uno scaldabagno a rotelle più potente (anche se ne abbiamo già tre), l’intera collezione altamoda di reggitesticoli di filo d’amianto per me per mio fratello e per papà, anche se non è che proprio ci servissero, le sensazionali ciabatte arancioni e azzurre per gatti fosforescenti (le ciabatte, non i gatti) anche se per ora mici non ne teniamo, nonché l’ennesimo doppio attacco per calesse, anche se di calessi in paese non ricordo di averne mai visto uno. Per il robot che caga, invece, non c’è stato verso: presentavano l’ultimo modello SPVT, “superdiarrea che puzza veramente tanto”, e c’era una fila di gente coi numeri che faceva a botte e arrivava fino a ben oltre i cancelli del parcheggio.
Io per questa cosa del robot ci sono rimasto un po’ male. Certo, ne abbiamo già sei (e stiamo pagando le rate degli ultimi due), ma se tu hai solo modelli vecchi e tutti i tuoi amici hanno quello nuovo che sforna merda squàqquera ci fai la figura del fesso.

L’inutilificio lavora da sempre in perdita, ma allo Stato va bene così e lo aiuta, per preservare i posti di Lavoro.
Avrete poi saputo della polemica montata dagli ambientalisti perché il reparto vernici degli scaldabagni a rotelle dove lavora papà sarebbe cancerogeno, ma papà ha detto che l’inutilificio gli paga una bella assicurazione sulla vita, e che quei perdigiorno degli ambientalisti non dovrebbero permettersi di giocare col Lavoro degli altri. In realtà sarebbero abbastanza cancerogeni anche i reggitesticoli di filo d’amianto, ma fa parte dei rischi dell’esistenza, e poi almeno i sabati dispari la mamma mi permette di fare solo finta di metterli.

Due anni fa c’è stata crisi, all’inutilificio. Hanno licenziato uno cieco e senza gambe e prepensionato uno di ottantacinque anni. Le sovvenzioni per il primo e la pensione per il secondo erano molto ricche e gli avrebbero permesso di campare più che bene, ma naturalmente loro ne hanno fatto una questione d’onore, perché vivere senza un Lavoro all’inutilificio non è che abbia molto senso, e allora si sono dati fuoco in piazza e sono morti. Se continuava così si rischiava di perdere altri posti di Lavoro, e i miei hanno detto che in quel caso si sarebbero incatenati in cima alle ciminiere, perché il Lavoro è un diritto basilare della vita, ma per fortuna i nuovi dirigenti (tutti Cavalieri del Lavoro con la Ferrari, quindi possiamo stare tranquilli) hanno trovato il modo di salvare l’inutilificio: turni allungati di due ore non pagate, eliminazione delle ferie e stipendio dimezzato, più l’impegno dei lavoratori a usare almeno due terzi di stipendio per comprare i prodotti dell’inutilificio a prezzo leggermente maggiorato
Abbiamo dovuto stringerci e dormire tutti nella camera matrimonia-le, perché la cameretta dove dormivamo io e mio fratello s’è dovuta stipare di ciabatte per gatti e doppi attacchi per calessi, ma ci siamo sacrificati volentieri per la causa.

Ma poi il vero colpo di fortuna è stata la creazione di un nuovo mercato nel Congo Bergamasco. Infatti un commando di otto vigili urbani del nostro paese invece di rompere i coglioni con l’autovelox ha fatto un colpo di stato in uno staterello africano che è diventato appunto Congo Bergamasco, e ci hanno messo un dittatore fantoccio, Magutto Bangura M’bala Biscott (vent’anni d’esperienza in diplomazia internazionale come negro del parcheg-gio), che se gli indigeni non comprano le ciabatte per gatti li impicca (gli indigeni, non i gatti).
Alcuni però stanno cominciando a sentire puzza di bruciato: corre voce che gli schiavi negri (vivi) costino un po’ meno dei lavoratori del nostro paese, e che la vera mira dei nuovi dirigenti sia la delocalizzazione dell’inutilificio nel Congo Bergamasco. In quel caso i miei genitori sono pronti alla rivoluzione.

Intanto io cerco di andare bene a scuola per non rischiare di rimanere senza il mio bel posto di operaio o addirittura impiegato all’inutilificio, mentre mio fratello, che è molto più intelligente, vuole laurearsi in Scienze dell’Inutilità, per diventare dirigente all’inutilifi-cio, così tutti e due potremo sposarci con lavoratrici dell’inutilificio e fare tanti figli da mandare a lavorare all’inutilificio, nel rispetto delle Tradizioni. Quando non studio o prendo brutti voti, i miei genitori e mio fratello un po’ per minaccia un po’ per scherzo mi dicono che se vado troppo male a scuola finirò a spalare la merda dei robot che cagano, o peggio ancora finirò come quel loro amico matto che è scappato a fare il pittore di paesaggi su un’isola greca e non ha mai lavorato in vita sua, poveraccio. Ma io lo so che scherzano. Io sono molto ottimista, e vedo sempre le cose e il futuro in modo roseo e positivo, e so che un bel posto all’inutilifi-cio, alla fine, non me lo leverà nessuno!


giovedì 20 febbraio 2014

Corsi di scrittura giammai, ma 7 consigliucci onesti e GRATIS magari sì

CURS D’ITALIÀN
 PER SCRITÙR? NAA…

Lungi da me elargire consigli stilistici. Prima di tutto per umiltà. Poi per quella forma di sano egoismo che spinge lo chef a non divulga-re ingredienti segreti. Ma soprattutto perché ogni scrittore ha (dovrebbe avere) il SUO stile, e non vedo per quale motivo (o meglio lo vedo fin troppo bene, di solito si chiama DENARO, altre volte narcisismo) debba essere lui ad allevare le schiere dei propri ambiziosetti e superflui epigoni, o di scialbi scolari copioni che meglio farebbero a destinare diversamente il proprio tempo e le proprie aspettative. A maggior ragione nella patria della mitomania letteraria (ventimila "scrittori" ogni quattro lettori) e nell'epoca della fregola pubblicativa. 
Ma qualche consigliuccio sul puro e semplice uso della lingua italiana voglio divertirmi a darlo, fingendo di trovarmi davanti una persona molto giovane (il me stesso bambino?) che me li chiede, e badando bene a non prenderli (io per primo!) per oro inculato.

1 “d” eufoniche. Non sono un lupo mangiatore di “d” eufoniche. Le “d” eufoniche vanno bene. Servono a evitare un inciampo quando l’inciampo c’è. L’importante è che non siano loro a crearlo. Ne ho sempre usate anche nei miei romanzi. Ma usarne troppe (anche se a scuola non ve lo dicono perché non è tecnicamente sbagliato, anzi, vi sono maestrini inadeguati che obbligano gli alunni a impestare i pensierini con quella robaccia) è un errore gravissimo, più che rosso, più che blu, è un errore viola, perché oltre a essere stupido produce cacofonia e infastidisce il lettore. Il mio consiglio è usarle solo quando vanno a cozzare due vocali uguali (“ed è” “ad avere”) e anche qui stando pronti a qualche eccezione: “preparati a addobbare” si legge abbastanza bene strascicando leggermente quella “a” come se fosse un’unica vocale prolungata, e come effetto è senz’altro migliore del cacofonico “ad addobbare”. Ricordiamoci che, al contrario di quanto magari continuano a dire i manualetti ammuffiti, nella lingua italiana la “d” eufonica non è un obbligo, ma solo una questione d’orecchio e di scorrevolezza. Alcuni autori di narrativa arrivano a scrivere addirittura “e è”, ma quello è un vezzo letterario abbastanza fine a sé stesso. “Ed è” va benissimo e ve lo concedo. Ma se vi scopro a scrivere “ed andarono ad Udine ad addobbare l’albero, loro ed un dromedario od uno struzzo” magari non vi strozzo, ma con me avete chiuso. 

2 mai e poi mai fatevi prendere dal feticismo per una parola, un verbo o un modo di dire al punto da ripeterli in ogni paragrafo di ciò che scrivete per tutta la vita. È la vostra parola magica? La vostra parola preferita? Allora concedetele l’onore di metterla nel titolo, e poi imponetevi di non usarla più di una volta ogni cento pagine, per non consumarla, per non svalutarla inflazionandola e per non mancarle di rispetto! [e per non rompere i coglioni]

3 ma, peggio ancora, evitate come la peste le fobiche, maniacali e immotivate avversioni per qualche singola, normalissima componen-te della nostra lingua. Per esempio, gli avverbi che finiscono in “mente” possiedono una formidabile forza espressiva. Certo, in italiano hanno (l’unico) difetto di essere parole lunghette (un “naturally” intralcia meno di un “naturalmente”). Io stesso, se mi accorgo che in prima stesura ne ho piazzati tre o quattro in un paragrafo, di solito in fase di limatura vado a vedere se posso sostituirne uno o due, magari togliendo un “immediatamente” e mettendoci un “subito”. Uno o due, ma NON tutti: imporsi di farlo sempre e comunque significa depotenziare la propria scrittura, significa castrarsi con le proprie mani, significa privare il proprio esercito di un’arma non perché sia meno efficace delle altre ma solo perché al generale quell’arma esteticamente “non piace”. [Ecco, qui il cattivo scrittore si sarebbe fatto venire un attacco di panico, e pur di non usare “esteticamente” avrebbe scritto “su un piano estetico” o “per mere ragioni estetiche”, cioè avrebbe inutilmente allungato il brodo in nome della brevità!] Sarebbe come vedere una persona che in pieno inverno va al lavoro vestita elegantissima (e qui vi faccio notare en passant come pochi abbiano invece avversione per i superlativi, pur essendo anch’essi parole molto lunghe!) ma coi piedi nudi e congelati perché odia le scarpe. Le scarpe ci vogliono. L’importante è non infilarsele anche sulle mani al posto dei guanti, o non legarsele al collo al posto della cravatta o della sciarpa. Se gli avverbi in “mente” vi provocano allergia e vi fanno venire l’orticaria, assumete una compressa di cetirizina, e poi usateli. Con parsimonia, questo sì. C’è gente capace di inanellarne tre nella stessa frase di una riga e mezza. E questo è effettivamente da ritorno coatto in prima elementare…

4 siate pure innovatori, giocate, se ne siete capaci, con la lingua, che non è una roccia granitica ma è plastilina fusa e colorata. Evitando esagerate e goffe forzature, create pure dei neologismi. Ma abbiate sempre rispetto per la parola scritta e per la sua bellezza. Le abbreviazioni che utilizzano numeri o simboli matema-tici, o peggio ancora l’obbrobrioso “nn” al posto di “non”, sono forse tollerabili in quelle veloci forme espressive sottoposte alla tirannia dei 140 caratteri (sms, Cippicippi ecc.). Ma non sono tollerabili, perché indice di sciatteria, e di sfregio e spregio della Scrittura, in un testo di diverso genere. Scrivere “nn” al posto di “non” per risparmiare una “o” non comunica al lettore l’impressione che dall’altra parte ci sia una enorme intelligenza in azione. E di solito il Lettore (anche se molti critici italioti sostengono baldanzo-samente il contrario!) si aspetta che lo Scrittore sia persona abbastanza intelligentina, perché da lui si aspetta una visione particolarmente acuta delle cose umane, acutezza assai difficile da reperire in una persona che scrive “nn” invece di “non” per risparmaire una “o”, o peggio ancora per bovino conformismo da branco giovaniloide.
A volte mi diverto a leggere le recensioni dei lettori su ibs. Ebbene, le più stolide e rasoterra sono sempre quelle che usano queste forme di (non) scrittura: “kuesto libro nn mi e piaciuto xkè nn o capito ke voleva dì l autore”. E non è questione di età: magari subito sotto trovi commenti di quindicenni scritti da dio. L’unica idea che mi comunica un “nn” è “figlio di N.N.”. Associazione più che legittima: quel testo appare infatti orfano d’Autore, anzi, probabilmente è un orfano abortito.

5 non dico niente sull’uso nei dialoghi di virgolette o trattini o altro, perché questo è uno degli argomenti più inutili e ammorbanti della blogosfera: fate quello che vi pare! Piuttosto, e qui sconfino appena un po’ nello stilistico, non riempite un testo con dialoghi troppo numerosi e troppo lunghi, accorciate quelli accorciabili – il NON DETTO è sempre la parte più magica di uno scritto – evitate quelli evitabili, riassumetene ogni tanto qualcuno usando la forma indiretta. E soprattutto non dimenticate MAI che il dialogo è quella parte di testo cui dovrete dedicare l’opera di cesellatura più accurata e ispirata. Un dialogo, anche se in apparenza è fra due personaggi banali che dicono cose banali, deve (quasi) sempre contenere qualcosa di originale, di spiazzante, di geniale, di strano, di enigmatico, di inaspettato, di gustoso. Anche qui, senza esagerare: si deve poter capire COSA CAZZO DICONO QUEI DUE. Ma sempre ricordandosi che lo “scrivere” è cosa assai differente dal “trascrivere” (e pure qui sono in controtendenza: molti nostri criticozzi vanno in brodo di giuggiole per gli scrittorelli-magnetofo-no, capaci di imbrattare centinaia di pagine con dialoghetti sciatti e stucchevoli, che ti fanno prudere le mani, ma che loro elogiano perché “verosimili”). Se devo spendere soldi (e tempo) per un romanzo in cui i protagonisti parlano nel seguente modo:

Buonasera!
Ciao carissima!
E grazie mille, signora!
Prego!
Cioè, grazie ancora veramente di tutto
Ma di niente, voglio dire
Di nuovo buonasera signora
Arrivederci
Di nuovo
Ciao

allora lascio volentieri perdere (la lettura NON È un’attività di per sé nobile e superiore a prescindere, come sostengono certi tromboni) e mi dedico ad altro: mi guardo un bel film, mi faccio una passeggiata, gestisco la mia squadra di fantacalcio, accarezzo il mio gatto, ascolto il cd degli Unwise appena uscito, preparo un buon sughetto per la cena. Se mi interessa sentire gente che parla così, scendo giù dalla tabaccaia ad ascoltarla servire i clienti, non compro un Romanzo!

6 alla larga da luoghi comuni, modi di dire, parolette e frasette televisive o di gran moda e banalità assortite: frasi come “il 3 è il numero perfetto”, “aveva le calzine rosa quindi pensai che fosse una femminuccia”, “è un film adrenalinico”,  “ti piace vincere facile”, o non le si usa, o le si usa in senso ironico, o le si mette (ma il meno possibile) in bocca a personaggi cretini per far capire quanto sono cretini.

7 ricordatevi sempre che del vostro passato (o presente) scolastico l’esercizio più imprescindibile non è costituito dai temi, bensì dai RIASSUNTI. Perché le parole sono preziose, e vanno risparmiate. Perché le parole hanno potenza divina, che va rispettata e maneggiata con cura. E soprattutto perché, come diceva il grande Stanislaw J. Lec, “Ogni parola è un pensiero; non si può dire lo stesso di ogni frase”.

p.s. (o 7 bis): "si strinse nelle spalle" in Italiano non vuol dire un cazzo, nessuno lo utilizza nel parlato, probabilmente è un'espres-sione straniera tradotta alla lettera (in Italiano cosa sarà, dare un'alzata di spalle, una scrollata di spalle, allargare le braccia, mettersi a braccia conserte, fare spallucce, afferrarsi le spalle con le mani, o proprio restringersi di spalla dopo esser stati in lavatrice?) ma tutti ne abusano quando non sanno come guarnire un dialogo, perché "fa tanto scrittore"... (fra l'altro, curiosamente, sempre in terza persona e al passato remoto: nessuno mai che scriva "mi stringo nelle spalle" o "si stringeranno nelle spalle"... "Si strinse nelle spalle" è un meme, un logo, un marchio, un tic, un virus). Provate ancora a stringervi nelle spalle e gli Dèi della Scrittura vi taglieranno le palle!

Piuttosto che scrivere alla cazzo, caro immaginario Nick bambino, ci sono milioni di altre cose utili che potresti fare. Per esempio, come direbbe Bukowski, puoi andartene al cesso.



domenica 16 febbraio 2014

Lettera a una Fata uccisa

ELS BORST. Grazie a Lei, allora Ministro della Sanità, nel 2002
l'Olanda fu il primo Paese al mondo a dotarsi di una legge sull'Eutanasia.
La scorsa settimana è stata brutalmente assassinata. Aveva 81 anni.

Carissima Els, nonnina dagli occhi intelligenti e buoni. 
Ti giungano, tardivi ma appassionati, il mio abbraccio, la mia stima, la mia gratitudine, per aver dato ai Paesi Europei (o almeno alcuni, quelli più Civili) la possibilità della Dolce Morte. Così come avvenne, per diverse vie, in America con Jack Kevorkian, poteva essere solo una Persona proveniente dalla professione medica, esercitata con scrupolo, coscienziosità e amore, a regalare a tanti esseri umani straziati e senza speranza, ridotti allo stremo, dilaniati, umiliati, offesi dalla porca sofferenza fisica, il sollievo di andarsene in modo dignitoso, pacificato e indolore. 
Grazie a Te, l’Olanda ha potuto essere un faro e un esempio, poi seguita da altri Paesi a vocazione Civile: Belgio, Lussemburgo, Svizzera, Svezia, e presto molti, molti altri (non la vatikalia: la vatikalia mai – qui preferiamo uccidere a random con la malasanità, ma chi agonizza continui ad agonizzare, o si butti dal balcone, per diO!).

Antropologicamente istruttivo, istruttivo assai, vedere come anche in tali Paesi si siano creati due opposti schieramenti, istruttivo vedere da CHI e in nome di COSA essi sono formati. In un articolo che leggevo in occasione della tua ingiusta morte violenta, si diceva che contro la possibilità intelligente e misericordiosa di accomiatarsi in pace che grazie a Te viene offerta (POSSIBILITÀ OFFERTA, ricordiamolo sempre, NON COSTRIZIONE, ma alle menti ristrette danno fastidio possibilità e libertà individuali!) e in favore dell’obbligo a sopportare, da malati terminali e inguaribili, i più atroci dolori (il “salvifico” dolore, il famoso salvifico dolore ALTRUI) si schierano le seguenti belle persone: “gruppuscoli integralisti” di stampo cristianoide, bastardi che così bene hanno compreso Cristo da minacciare, come i loro cugini fanatici antiabortisti, di UCCIDERE per difendere “la sacralità della vita” (si potrà essere più teste di cazzo?), e poi “vescovi cattolici, rabbini ebrei, imam musulmani” (beeelli!!!). Che strano! Tutta simpatica gente can-pastorizia! Ma perché non pensano alle pecore loro? (Il consenso dei Cittadini per l’Eutanasia supera il 70%, poiché la considerano, ovviamente, una “libertà personale”, ma i cani pastori e i corvi della morte atroce abbaiano, sbavano, gracchiano e non si arrendono).
Dall’altra parte – quella che, inutile dirlo, mi appare come giusta e illuminata e intelligente – vi sono invece, guarda caso, “Scienziati, Scrittori, politici Socialisti e Liberali”.

Proprio in questi giorni, in vatikalia-lobotomitalY, si è scatenata una delirante e come sempre monopensierosa e corale campagna di stampa contro la decisione del Belgio di estendere l’Eutanasia ai minori di dodici anni. Gli italioti trovano tutto ciò vergognoso e nazista. Peccato che la legge belga prescriva che la Dolce Morte debba essere richiesta da ben tre persone: il bambino ed entrambi i genitori. Ci si rende conto del livello di strazio, dolore, tortura, disperazione, agonia, sofferenza, devastazione a cui si deve arrivare perché un bambino e i suoi genitori chiedano una cosa agghiacciante come la morte del piccolo, vedendo in essa un misericordioso sollievo? (Cosa credono, i nostri genialoidi, che l'Eutanasia verrebbe data a bambini con l'influenza, o col morbillo?) Già, perché purtroppo un tumore brutto e terminale è cosa che può accadere anche a un bambino. Esperienza che non auguro a nessuno di questi insolenti soloni italioti. Ma devo fare un grande sforzo, per non augurarglielo.

Grazie di esserci stata, nonnina Els dagli occhi intelligenti che mi ricordano quelli di mia nonna. Mio unico rammarico è che tu, fatina buona del progresso e della pietà, non abbia potuto avere quella fine così dolce che hai permesso a tanti altri di avere. Ma dolce resterà il Tuo ricordo in me, per il Regalo che hai fatto all’umanità. E se il vigliacco assassinio (massacrare una vecchiettina di 81 anni!) fosse davvero stato opera di feccia veteroreligioide (sarebbe in tal caso un clamoroso autogol, che mostrerebbe per l’ennesima volta da che parte stanno i Giusti e i Puri), spero che i loro maledetti Dèi inesistenti, quei loro aborti di fantasie troglodite e selvagge, diventino magicamente esistenti soltanto per Te e per loro, per regalare a Te il più confortevole paradiso, e a loro il giusto inferno, pieno di demoni sporchi, stupidi e violenti come loro, che per l’Eternità gli caghino in faccia e gli abbrustoliscano le carni. Amen.


venerdì 14 febbraio 2014

Nuova infornata di racconti - Aggiornamenti di meccanica popolare

AGGIORNAMENTI 
DI MECCANICA 
POPOLARE


I preparativi per il matrimonio si stavano rivelando più stressanti del previsto. 
Chi gliel’aveva fatto fare, dopo tre anni di consolidata convivenza? Il solito ricatto degli aspiranti suoceri. I genitori di lui li avrebbero fatti uscire da quel buco di merda, regalandogli la villetta con piscina e angolo barbecue. A patto di sottoporsi alla farsa di un “Sì” davanti a un prete. La madre di lei, dal canto suo, era vedova, povera, calabrese e religiosa, e si sarebbe limitata a smettere di piagnucolare. E pure quella non era mica una cosa da poco.
Noiosi e sfiancanti, quei giorni, fra ristoratori e sarti, chiesaioli e fioristi, fotografi e burocrati, confettari e cartolai, calzolai e autisti. E il ridicolo oltraggio del “corso prematrimoniale”, con quel corvaccio untuoso e celibe a insegnare a loro come si vive da coniugi. Ma non era quello il motivo per cui Mikaela aveva messo di nascosto venticinque gocce di valium nell’aranciata di Maicol.
“È meglio che ti siedi, a bere” gli disse. “Ti devo parlare”.
Lui le obbedì, per stanchezza e per sete. Scostò una sedia dal tavolo della cucina, sedette, prese il bicchiere e diede un primo lungo sorso.
“Ho delle cose tremende da dirti, amore. Ma non posso più tacere”.
“Ti han cannato la taglia dell’abito bianco?”
“Non scherzare, Maicol! Rendi tutto più difficile, così!”
“Sì, ma perché hai comprato l’aranciata amara? Lo sai che non la sopporto”.
“Devo aver fatto confusione… ma adesso, ti prego, ascoltami”.
Maicol ingollò in un soffio tutta la bibita, anche se il gusto non gli piaceva. Tornava sempre con la gola riarsa, da quel dannato cantiere. “Dimmi”, le disse.
Vederlo trangugiare così tutto il valium la tranquillizzò. Forse non aveva letto, sul bugiardino, che l’effetto può richiedere parecchi minuti.
“Siccome che… Cioè”, attaccò lei.
Cominciamo bene, pensò lui.
“Aspetto un bambino” disse lei.
“Bene!” disse lui.
“Non è tuo” disse lei.
“Ah” disse lui.
Pareva già calmissimo, e ciò le infuse ulteriore coraggio. “Ma non era questa la cosa peggiore”.
“Cazzo”, protestò lui. “Mi stai dicendo che mi hai cornificato. E che ti avrò di fianco sull’altare con un figlio non mio nella panza. Cosa può esserci di peggio, a parte il fatto che mi hanno chiamato Maicol?”
Il televisore piccolo della cucina trasmetteva da sopra il frigorifero la scena di un energumeno e una donna minuta ma risoluta che si scannano in tribunale per l’affidamento dei figli. Nessuno dei due li voleva. E il giudice aveva la faccia di uno che sta per estrarre una bella pistola. Dal televisore grande, acceso a volume alto in salotto, arrivava la voce petulante di una dodicenne che accusava un avarognolo quattordicenne di averle regalato un anello da due soldi per San Valentino.
“Siccome che… Voglio dire… È di tuo fratello, ecco” disse Mikaela guardandosi le unghie smaltate dei piedi, e arrossendo. (Le unghie invece erano verdi).
Nessuna esplosione.
Nessun accesso di follia da parte di Maicol.
“Dio cocker”, si limitò a sussurrare, pensieroso, aggrottando le sopracciglia.
“E adesso cacciami pure a calci”, disse Mikaela. “È stata una volta sola. Una debolezza. Una follia. Ma non ti sto chiedendo perdono, né di sposarmi lo stesso e far finta di nulla. Lo so che non me lo merito.”

“Potresti sposare mio fratello”, bisbigliò lui con tono assente e remotamente ironico, quasi catatonico, dopo una pausa infinita.
“Quello non ci pensa nemmeno. Tuo fratello tromba troppo bene, per essere tipo da sposarsi. Non glielo voglio neanche dire, che il bambino è suo, a quel farfallone.”
Ecco, anche se lui era affievolito, abbacchiato, afflosciato, e lei sempre più sicura di sé, forse quello sarebbe stato meglio non dirlo. Mikaela era stata onesta e coraggiosa, in fondo. Gli aveva confessato la sua colpa quando avrebbe potuto tacere, sposarsi quel danaroso compagno e continuare a vivere nella menzogna. Tuo fratello tromba troppo bene. No, quello decisamente sarebbe stato meglio non dirlo. E sarebbe stato meglio non accompagnare le parole con quel mezzo sorrisino, e col gesto volgare del pugno e dell’avambraccio. Anche se lui pareva già più addormentato, che sedato. Che avesse esagerato con la dose?
Non solo Maicol si era appena sentito dire che la sua compagna gli aveva messo le corna. Non solo si era appena sentito dire che nel mettergli le corna si era fatta mettere incinta. Si era pure sentito dire che stava per diventare lo zio di suo figlio. O il padre di suo nipote. E adesso quella cosa odiosa. Tuo fratello tromba troppo bene. Cioè tu trombi peggio di lui. Cioè tu, scusami tanto amore se già che ci sono te lo dico, mi hai sempre trombata maluccio. Tu sì che sarai un perfetto scopamoglie pocosessuale, pronto a collezio-nare altre corna e bicorna.
Il vero Tabù: la prestazionalità sminuita, il voto basso in ginnasti-ca. L’offesa all’onore del Pene. Il vilipendio salsicciottistico. Questo sì è insostenibile, per uno stantuffo umano che si rispetti, e voglia essere rispettato.
Dal televisorino sopra il frigo, spurgava fuori la pubblicità semiporno di un profumo. Di là, imperversava a tutto volume una compagnia di magnaccia telefonici, che faceva venir voglia di tornare, e di corsa, ai piccioni viaggiatori e ai segnali di fumo.
Maicol scadregò piano all’indietro. Si alzò in piedi. Barcollò un po’. Rimise a posto la sedia sotto il tavolo, delicatamente e senza fare rumore. Dando le spalle a Mikaela, si avvicinò alla credenza. Si appoggiò al ripiano con entrambi i pugni chiusi, come uno malsicuro sulle gambe. Respirò. Aprì il secondo cassetto. Esitò. Afferrò il coltello più lungo su cui riuscì a mettere mano. E con un unico secco fendente infilzò la promessa sposa e quell’oltraggiosa ipotesi di nipotastro.
Poi si calmò tantissimo.

martedì 11 febbraio 2014

Le recensioni più difficili sono quelle dei libri senza infamia e senza lode: vediamo come me la cavo con questo

Voto: 

La storia di un amore corroso, distrutto, disintegrato dall’inibizione sessuale proprio nel corso di una grottesca prima notte di nozze. Si legge anche come affresco socio-antropologico dell’Inghilterra dei primi anni Sessanta, in attesa di quella rivoluzione che porterà a un ribaltamento fin troppo accentuato, e a rovine di segno oppo-sto. 
La scrittura è gradevole, ricca, qua e là piacevolmente graffiante, però risulta al tempo stesso monotona. La cadenza sempre uguale, le troppe descrizioni e i flash-back (a volte davvero irritanti, specie quando scattano con prevedibile e altamente improbabile meccani-cità da psicoburattino – sta succedendo questa cosa quindi mi ricordo di quella volta che…) fanno sì che pur superando di poco le 100 pagine il libro non sia per nulla indenne dal Grande Nemico di chi scrive e di chi legge: la signorina Noia. Magistralmente resa la dinamica del litigio finale. 



sabato 8 febbraio 2014

Eresia flash in tripla dose (crepi l'avarizia, sempre)

1 IL MORBO DELL’INTELLIGENZA STA PER ESSERE DEBELLATO

Sono sempre più convinto che l’Intelligenza sia una rara malattia, e che la società sviluppi contro di essa anticorpi sempre più micidiali. Ieri leggevo la lodevolissima iniziativa di Venezia, dove il Comune ha distribuito alle maestre delle fiabe gay. Ma il mio pronostico è che la cosa verrà stoppata, magari da una bella insurrezione genial-genitoriale. Nel frattempo, ci sarebbe già stata l’immediata obiezione di una dotta psicologotta, che avrebbe affermato: “No al rovesciamento, è una realtà minoritaria”! (Abbastanza rasoterra e tristanzuola, come obiezione: quindi nello studiare geografia nasconderemo ai bambini l’esistenza degli islandesi, perché sono pochi? Nelle lezioni di zoologia censureremo i quasi estinti koala?)
Ora, a parte il fatto che parlare ANCHE di realtà minoritarie non significa “rovesciare” un bel cazzo di niente (non credo che a Venezia intendessero mettere le fiabe gay AL POSTO delle altre), non viene a nessuno il dubbio che MAGARI la realtà gay e bisex è “minoritaria” proprio per via del fatto che fin dalla culla cominciano a vangarci i maroni con le babbucce rosa e azzurre, e le sciarpine rosa e azzurre, e a farci il lavaggio del cervello a suon di stucchevoli principotti buzzurri che salvano e sposano stucchevoli princifessine rosa? O per via del fatto che genitori e zie cominciano già dall’asilo nido a inquisire il bambino con domande sciocche e petulanti su “come si chiama la sua fidanzatina”, e la bambina su “come si chiama il suo fidanzatino”? Ma che terrore hanno, questi paladini dell’eterosessualità obbligatoria e precocemente inculcata? Che per colpa dei gay i quasi otto miliardi di homo (mica tanto) sapiens si estinguano, come sostengono i genialoidi del Krescete & Moltiplicatevi? Certe argomentazioni, certe preclusioni pelose e fanatiche al solo PARLARE ai bambini dei diversi orientamenti sessuali, il considerare tabù anche il solo FAR SAPER loro che altre differenti realtà e altri differenti ma degnissimi Sentimenti esistono, sono cose che non si discostano molto dalle putride leggi omofobe dei fascisti russi. E affretteranno l'estinzione dell'Intelligenza.

2 DUECENTO SCRITTORI DI TUTTO IL MONDO CONTRO putiN: IL VOSTRO NICK È ASSENTE, MA GIUSTIFICATO

A proposito: leggo anche, nel frattempo, che l’unico "scrittore italiano" firmatario della lettera aperta a putiN sarebbe “il triestino Antonio Della Rocca”.
Tranquilli, miei amati lettori: non è che io non l’abbia firmata per-ché sia uno schifoso omofobo, o un vigliacchetto da quattro soldi: è che proprio non me lo hanno chiesto. Già, ma io, dimenticavo, in questo paesucolo che manda in classifica cabarettisti, deejay e pelapatate resto pur sempre uno Scrittore Non Autorizzato…
D'altra parte, piaccia o non piaccia a certa gente che io sia uno scrittore, e piaccia o non piaccia a me il dover essere italiano, resta pur sempre il fatto che sono anch'io uno scrittore italiano, e quindi, per quanto la mia precisazione possa apparire superflua o addirittura ridicola, mi sembrava giusto farla.
In ogni caso, se vi capitasse di leggere quel testo sul web o su qualche giornale, fate conto che la mia (im)modesta firma CI SIA.

3 MA QUANTO MI STARÀ SUL CAZZO NAPOLEONE?

Napoleòn già mi stava pesantemente sui cojòn in quanto guerra-fondaio e megalomane. Adesso scopro che non solo il torsolo di minchia non amava dormire, non solo a causa delle sue fisime antisonno obbligava i professori a tenere le lezioni in piedi per non rischiare che si addormentassero (?!), ma che è pure famoso per la seguente stupida e odiosissima frase: “Agli uomini bastano quattro ore di sonno, alle donne cinque, agli imbecilli sei”. Poi, guarda caso, scopro che Uomini del calibro di Michelangelo, Leonardo da Vinci, Kafka, Einstein dormivano dalle dieci alle dodici ore. Alla faccia degli imbecilli, caro il mio nefasto nanerottolo!
Io, manco a dirlo, dormo tantissimo. Tiè.

giovedì 6 febbraio 2014

CONSIGLI LETTERARI IN BREVE - Le mie migliori letture degli ultimi mesi

Voto: 9+

"Il progetto Lazarus" mi aveva fatto conoscere uno Scrittore genialmente tragicomico, come in Italia quasi nessuno sa o vuole essere: una di quelle penne di livello superiore, capaci di farti ridere e piangere nella stessa pagina, nello stesso paragrafo. Forse perché la vita li ha allo stesso tempo molto feriti e molto presi per il culo (ma ciò succede a tanti: per riferirne come fa lui ci vuole Talento). E questo atipico capolavoro autobiografico conferma tutto il bene che pensavo di lui. Adesso, signori editori, sarebbe ora di darsi una svegliata e ristampare i suoi primi due romanzi, "Nowhere Man" e "Spie di Dio", da troppo tempo assurdamente fuori catalogo.


Voto: 8

I romanzi “tramosi”, con storie in parallelo che confluiscono e si intrecciano, raccontate in terza persona, non sono il mio ideale di Narrativa. Se proprio devo leggerne qualcuno, pretendo che sia scritto da dio. Questo lo è. Una scrittura densa eppure semplice, ricca eppure nitida, senza le sciatte banalità degli incapaci, senza le inutili pesantezze dei tromboni e dei petomani. L'autore è di al-tissimo livello - uno dei pochi Premi Nobel non ridicoli e non marginali degli ultimi anni - e questo libro offre un modo davvero assai gustoso di passare il tempo, malgrado sia abitato da troppa gente che, durante i dialoghi, continua un po' troppo insistente-mente a "stringersi nelle spalle": una calamità che, dopo anni di letture, non ho ancora capito se vada imputata agli scrittori o ai traduttori.

domenica 2 febbraio 2014

Replica pezzi umoristici per i nuovi lettori - MARCONI PLAYS THE MAMBA LISTEN TO THE RADIO

marconi plays the mamba listen to the radio

  Hey you, gentolina che piagnucchi mentre lacrime di cielo sferzano lo suburbano tenebro e nessunomai ti pensa/ personcella che singultando n’il tramonto vorresti qualcuno con cui condivide la visione dell’astro quand’esso esita sospeso su orizzonte come uovo insanguinato eppoi splat down/ ma non è possibile condividere la tua visione poiché gli altri si sono accorti, ch’è nivulo e pìove 
  hey you, che ti disperi mirando dietro i vetri le spietate smoggose mura nude e fredde così estranee e indifferenti/ su cui nessuno ha sbombolettato il tuo nome anche perché al diciottesimo piano ciò risulterebbe arduo ma soprattutto perché nessuno sa come min-chia tu t’appelli/ insomma personcina un po’ ffregnona e molesta che ti senti triste e sola perché nessuno mai ti chiama, dico a te, sì, proprio a te: fatte riallaccià’ er telefono! A me mi chiamano 56 volte al giorno, ce lo sai? Vuoi fare accambio? Mi chiamano, por-coggiuda se mi chiamano, e quando questo succede io 
o ci ho il soffritto sul fuoc*
o tipo sto cagando
delle due l’una
oppure metti sto cagando sul fuoco
  E per cosa, mi chiamano, violando la mia privacy e sbattendos* le balle della Legge sulla Privacy? Metanolo allungato con succo d’uva, ho vinto un viaggio, enciclopedia treveli scottex a rotoli settimanali, perdistrada girazzonzo satellitare Tomtom Boh per amanti adventura, lines prime seghe, adotta uno gnu, scaldabagno a rotelle follow me, esequie prepagate beghe risparmiate, lei ha vinto un viaggio, rotelle di scorta, fornitura sessantennale non disdicibile detergente perlano e cazzi delica**, teledue, teletre, telestacco, telecom Kuwait, vincita voyage, telecom Qatar, sondaggio cosa pensa o crede di pensare lo scimunito della strada like you, 12 bottiglie di olio di ricino da provare senza impegno, ma non sarai così stronzo da rimandarcele indietr*, vero?, Toronto-Las Vegas a dorso di mulo, la vita di pulcinella in 98 volumi + dvd porno, sputapolvere per case troppo pulite, altro viaggio, minkia che culo. Finché l’altroieri
  Sorensen Puddu?
  Sì?
  Sono Spampinato
  Mi dispiace
  No, sono Spampinato dei ciechi dell’Indostan
  Mi dispiace il doppio
  Lei non capisce Sorensen Puddu, del resto con quel nome, io ci vedo bene ma raccolgo oboli per i (succa! succa! succa!) ciechi dell’Indostan
  Insomma lei cerca soldi da me
  Noo, non cerco soldi, raccolgo (squèèèkk!) obbboli
  Oboli
  Appunto, per i puttana! ciechi dell’Indostan
  E indostàn?
  Chi
  I ciechi
  E che ne so
  Mi dispiace il triplo, Spampinato, ma lei in questo momento mi trova interinale e nullatenente, e con lo scalogno che soffrigge in la padella
  Ci stanno apposta le calibbrazzioni, sgnàkkete!, le fasce d’obbolo-bù!
  Quali fasce
  Sono arcinote, pirla: 500 socio d’onore, 50 sostenitore, 5 micragnoso (brrrutto…)
  Micragnoso
  Esatto. Non vorrà essere (ciappalaingula, ciappalaingola, bìbidibòbidi) men che micragnoso
  Sono povero
  Caro Sorensen Puddu dei miei coglioni, ma non li ha apprezzati i nostri spot?
  Ci avete fatto pure lo spot?
  Due ne avimmo fatti, ce li paga il governo amicco inferiore, uno con la Divina Modella Sonna Purcella, l’altru (fottiti) con l’indossatro… l’indossatrice rumena famosa Grazia Pregu
  Grazia?
  Pregu, spero per lei animale che la padella sia (fottiti-fottiti) antiaderente, altrimenti gliene potrei vendere…
  E quanto hanno dato?
  Cosa
  No, dico, Sonna Purcella e Grazia Pregu, queste eroticissime divinità multimiliardarie, quanto hanno sganciato per i ciechi dell’Indostan
  Nulla, ovviamente, sottospecie di ritardato. Guuuurp! Loro le abbiamo strapagate
  Guardi Spampinato, mi dispiace davvero ma il soffritto…
  Spampinato a chi
  A lei
  Abbaio
  Scusi?
  No dico, almeno sguàzz! nu bbaio di euri!
  Senta Spampinato, e lei quanti ne ha obolati, di “euri”?
  Lei non capisce, blèèèèèt, Sorensen fanculo Puddu. Pure a me, buyuuuurrk, pure a me mi pagano
  Be’, ma allora, già che ci siete, stante che io mi trovo interinale e nullatenente, perché non allungate un qualcosina pure a me?! Perché devo essere l’unico che ci rimette?
  Vaddda all’inferniiyuuk, sprìk!, taccaugno-gggoista insensibbbile d’un caffuoooooo-ne!
  Ma lei offende?
  No, niente di personale, ehm, cara testa di cazzo: soffro di sindrome di Tourette. A proposito: ci sarebbe questa opportunità di cedere merda! un quindicesimo di stipendio per i sindromati di Tou…
  E chi l’ha mai visto, uno stipendio?
  Ma lei (sei-sette-otto kìkkirikì!) che fetenzìa d’uomo è lei?
  Sono un donno
  Allora quanti etti (bastardo) gliene affetto giù di enciclopedia?
  Cos’è, un’interferenza?
  Sempre Spampinato, caro (ucci ucci ucci) Pudduzen Sòrreta. Doppio (uhz!) lavoro, sa, ho quattro minkia! spampinatini da sfamaaaaàà-arrre… Si metta una mano sulla cosciazza…
  Mi spiace il quadruplo, Spampy, però insomma, si trasferisca nei miei panni e babbangulo
  Babbangulo a me?! Non sapevo che bèrk! la Tourette fosse (tua mamma lo succa!) telecontagiosa, brutto sceeeeee

  Starlo a sentire era davvero bello, ma d’altra parte mi stava andando a fuoco la cucina

  Niente male come ideaaahh!, mi dissi poi coniugando paternoster perché la pentola non era termoisolata e avevo dimenticato di usare le presine per il culino. Così decisi di buttarmi anch’io dentro il lucroso calderone tipicamente italiota della finta solidarietà (magari avrei potuto usare come testimonial la mia amica casalinga insoddisfatta e aspirante modella Brigitte Nelsen Piatti), e per non saper né leggere né sottoscrivere lanciai una sottoscrizione per aiutare i senza tette.