"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"

SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

domenica 19 giugno 2011

RACCOLTA DIFFERENZIATA (21) - vecchi racconti inediti del Nick




Fraseggio



Erano quasi le otto del mattino. Era inverno. E soprattutto era domenica. L’acqua aveva cominciato a venir giù poco prima dell’alba, sferzata contro le tapparelle da un vento gelido e insistente. Nei tre palazzi gemelli della nuova periferia residenziale una luce soltanto era accesa, lassù al quinto piano della costruzione di destra. Una lucina arancione tenue tenue che vista da fuori e dal basso non squarciava il grigiopioggia neanche un po’. Era la cucina di Loffante, l’allenatore di basket.
Con movimenti felpati, per non svegliare moglie e bambini, Loffante si era alzato al momento dovuto senza bisogno di puntare la sveglia, aveva ciabattato fino in bagno, aveva pisciato e scorreggiato, e adesso era lì in cucina a prepararsi il caffè. Non pisciava più ma scorreggiava ancora. Solo un altro paio di colpetti. Assestamento, poca roba. Peto, ri-peto. Altro petino. Basta.
Accese la radiolina e la depose sul tavolo. Regolò il volume scendendo a patti col concetto d’infrasuono. Captò il segnale orario delle otto. Alzò leggermente. Per essere l’unico giorno in cui avrebbe potuto dormire a piacimento, era una bella levataccia. Adesso il volume andava bene.
La squadra di seconda divisione che allenava due sere la settimana si trovava a Cuviago, qualcosa più di quindici chilometri dalla città, e quel che era peggio aveva la pessima abitudine di disputare le partite casalinghe di domenica mattina. Loffante aveva accettato di diventarne allenatore dopo aver giochicchiato in varie altre squadre fin quasi a cinquant’anni. Si era lasciato convincere a causa del suo grande amore per quello sport, e per aiutare una società di buoni amici che, a volerla dire proprio tutta, difficilmente avrebbe trovato un tecnico vero. Era un uomo altissimo e massiccio, i baffi appena appena sgrigiti. Stazzava oltre il quintale, ma nessuno che non cercasse guai gli avrebbe dato del ciccione.
Spillò dal rubinetto l’acqua necessaria a lambire la vite interna della sua moka, facendo attenzione. Poi inserì il filtro, e tolse il coperchio di plastica dalla scatola del caffè macinato. Mise ogni cura a non sbagliare la dose, e assestò colpi rapidi e leggeri col taglio del cucchiaino per non pressare troppo la miscela, che spandeva tutt’attorno il suo profumo. Infine avvitò la caffettiera, le diede una stretta possente con quelle sue mani simili a tenaglie, e accese il più piccolo dei quattro fornelli.
Loffante non aveva neanche il patentino federale, ma in tutto il campionato di seconda divisione c’erano solo due arbitri – quel vecchio pignolo di Corcugliati e l’odioso Rizzuto Caporalo, figlio di non meglio precisato poliziotto – che gl’impedivano di sedersi in panchina e lo facevano accomodare in tribuna, oppure al tavolo dei cronometristi. Tutti gli altri chiudevano un occhio. Forse intimiditi da quei suoi capelli corti e ispidi da istrice incazzato.
Mentre aspettava il caffè, sistemò sul tavolo una tazzina con dentro una zolletta di zucchero, e si sedette a sfogliare un giornale, proprio mentre Petunia, che si era svegliata nonostante le sue precauzioni, entrava in cucina con una vestaglia viola chiaro e un’espressione tirata da mattina presto, due fessure al posto degli occhi, e andava subito ad armeggiare con la macchinetta per l’espresso, ben sapendo che Loffante non avrebbe tardato più di un minuto a magnificare l’aroma superiore del caffè fatto con la moka. Petunia aveva ventisei anni, la metà di quelli del marito, e poteva sembrare sua figlia.
Il giornale radio locale stava parlando di una tizia che era entrata in ascensore al decimo piano di un palazzo. La porta si era aperta e lei era entrata. Ma l’ascensore non c’era. Sfracellata. Una fine orrenda. La donna usciva dallo studio di una cartomante che predice il futuro.
La moka si mise a borbottare. Loffante la sollevò dal fornello e si versò il caffè, non prima di aver annusato con ostentato rapimento dei sensi, come nel peggio recitato degli spot pubblicitari, il vapore che usciva dal beccuccio.
«C’è più gusto in questa nuvoletta che in tutta la tua tazza» disse a Petunia, che stava già sorseggiando l’espresso veloce sbrodolato fuori dalla sua Gaggia.
Per tutta risposta la moglie si limitò a sfoderare un sorriso assonnato, a denti stretti e occhi più cisposi di prima, seguito da un impercettibile scuotimento di testa.
«Hai visto sul Piccione Sera di venerdì?» chiese Loffante, quand’ebbe finito la sua degustazione. «SECONDA DIVISIONE MASCHILE. IL CUVIAGO DI LOFFANTE BALZA AL QUARTO POSTO.»
«Sono soddisfazioni» commentò Petunia con un velo, appena un velo, d’ironia.
La pioggia frustata dal vento veniva giù di traverso e tamburellava sui vetri. Di cielo non ce n’era più per nessuno.
Loffante non staccava lo sguardo dal microscopico trafiletto di sport locale di quel giornale di provincia, comprato soltanto da giocatori dilettanti di calcio e pallacanestro in cerca del proprio cognome, il più delle volte scritto sbagliato, e da certe vecchine che controllavano i necrologi. Per i primi era “il Pìcius”, per le seconde “ür giurnaal”. Morire sul campo da giovane atleta avrebbe comportato doppia fama, da quelle parti. Loffante stava pensando di ritagliare quel titolo e incorniciarlo, magari dopo averlo fatto ingrandire almeno un po’.
Alla radio le previsioni meteo prefiguravano un peggioramento. Sembrava una burla. Peggiorare quel tempo da lupi. Anche se al peggio, persino lui lo sapeva, non c’è mai stato limite alcuno.
Ad ogni modo l’allenatore del Cuviago, imperterrito, continuava a godersi la notizia delle sue gesta. Guardava l’articoletto e annuiva. Guardava l’articoletto e gongolava. Guardava l’articoletto e si grattava la nuca.
«Ti chiamano Lo Bue.»
Nella cucina, arancionata dal paralume acquistato all’Ikea, si diffuse una ventata di gelo. Nemmeno Petunia sembrava in grado di spiegarsi perché avesse buttato lì quella frase. Non l’aveva fatto con cattiveria. Aveva piuttosto l’aria di una madre che cerca, a malincuore, di risvegliare un figlio da illusioni sbagliate.
«Chi» domandò il marito.
«Soprattutto quel Pedersoli. Credo si chiami così. Quello alto alto magro magro che non gioca quasi mai. Ma temo anche gli altri.»
«Lo Bue?» ripeté Loffante. Impietrito. Non gli sembrava possibile.
«L’ho sentito io. Con le mie orecchie. Era in tribuna che guardava la partita con dei suoi amici. Non lo avevi nemmeno convocato per la panchina. Era lì vicino a me. Sarà stato tre settimane fa, quella volta che ho portato i bambini a vederti. Non poteva immaginare, che sono tua moglie.»
«Se sapesse che ho una bella moglie di ventisei anni, forse mi troverebbe molto meno bue» cercò di metterla sul ridere. Ma il suo era il tono di un uomo deluso. Quello che si dice un duro, ma era bastata quella rivelazione per farlo star male. Sentì una fitta alla bocca dello stomaco.
«Pensare» aggiunse con amarezza, «che ho dato io l’okkèi per accettarlo in squadra, e viceversa. Ma tu, perché me lo dici solo adesso?»
«Non volevo che ne soffrissi» disse la moglie. «Poi ci ho ripensato. Tu ci metti troppo cuore, in questa cosa. È ora che tu apra bene gli occhi.»
«Quel magrolino del cazzo» disse. «Solo perché lo faccio giocare poco. Solo perché lo tormento un po’ per il suo bene quando sbaglia in allenamento e viceversa. Gliela farò pagare.»
«Non è solo lui, se è vero quello che diceva agli amici.»
Loffante spense la radiolina picchiandoci sopra una manata rabbiosa, che fece tremare la superficie del tavolo.
«Piano, i bambini» disse Petunia.
«Scusa» si ricompose l’allenatore Loffante di seconda divisione. «Dimmi che altro c’è».
«A sentire lui, tutti nello spogliatoio ti prendono in giro, tutti ridono alle tue spalle. Alcuni dicono che non capisci niente di basket. Altri che più che un allenatore sei un participio presente, ma questa non l’ho proprio capita.»
«Alcuni chi.»
«I fratelli Conigliaro, per esempio.»
«Quelle tre gatte morte.»
Loffante si alzò in piedi, a contemplare la pioggia attraverso la finestra. La sua caffettiera ancora calda lo guardava perplessa da sopra il ripiano del lavandino, e lui sembrava uno che si sta chiedendo se non sia il caso di tornarsene a letto. Tacque per un lungo minuto, poi:
«Che altro si dice» domandò.
«Dicono che sei andato a spiare una squadra avversaria, che è una cosa che a questi livelli non fa nessuno, e che l’hai fatto per darti importanza con te stesso. Dicono che dopo esserti sorbito cento chilometri tra andata e ritorno per spiarla, ne hai ricavato come unica osservazione che il play e l’ala “fanno un fraseggio”, e pare che questa cosa li abbia fatti scompisciare dalle risate, e che sia diventata la frase tormentone dello spogliatoio. Mentre raccontava di questo fraseggio, per poco Pedersoli non scoppia dal ridere. Era piegato in due. Gli faceva male la pancia.»
«Ci penso io a piegarli in due, martedì sera. Vai avanti.»
«Devo proprio?»
«Devi. A questo punto devi. Hai cominciato e ora devi finire. E viceversa.»
Petunia si alzò a sua volta, e si avvicinò al marito. Gli mise una mano su una spalla, come a scusarsi di ciò che stava facendo, ma anche un po’ per consolarlo. Poi arretrò di un passo per inquadrarlo meglio, e proseguì:
«Dice che chiedi cose che non stanno né in cielo né in terra, come, che ne so, stoppare con due mani invece che con una sola. Che non conosci uno schema di gioco che sia uno. Che fanno di proposito il contrario di quello che ordini durante i time out, perché altrimenti gli faresti perdere le partite… Sai che c’è? Non mi va che ti trattino così. Non mi piace. Non lo meriti. Con tutti i sacrifici che ti costa allenarli. Gratis. Rimettendoci i soldi della benzina. E le mattine di domenica. Le mattine di domenica insieme alla tua famiglia
Altro peggioramento in arrivo.
Barometro coniugale.
«Lo faccio per passione, lo sai» si giustificò Loffante, allargando le braccia.
Per la prima volta da quando lo conosceva, a Petunia sembrò d’intuire la presenza della traccia di una lacrima su quel faccione burbero. Ma doveva essere un inganno della luce, e delle gocce d’acqua fredda che si rincorrevano sul vetro.
«È ora che vada» disse l’allenatore Loffante di seconda divisione. Praticamente Serie Zeta. Lo aspettavano qualcosa più di quindici chilometri sotto la pioggia. E qualcosa meno di un’esperienza umana gratificante.
«Hey » sussurrò la moglie quando fu sulla soglia di casa: «Sii paziente, con quei ragazzi.» Gli diede un bacio, e poi se ne stette lì a guardarlo, finché tutto quel corpaccione non sparì oltre la prima rampa di scale. Sii molto paziente, ripeté col pensiero Petunia, richiudendo la porta. E viceversa, aggiunse poi a mezza voce. Ma subito si pentì di averlo detto.
C’era da preparare la colazione ai bambini, fra poco.
Di sotto la vestaglia viola chiaro, sommesso e lieve partì un peto.



sabato 4 giugno 2011

Assaggi di romanzi inediti - da "gémenteseflentes": la panchina grigia e il pettinatino simpatico.




Dopo il film, che quella sera era adatto, dopo la fine dei titoli di coda, quando apparvero quei loghi che mio padre chiamava “i scatulìtt”, andai in camera per chiudere bene le persiane. Se mi attendevano visite notturne del vecchio K., non era il caso di facilitargliele. Il crepuscolo si attardava, placido e liquefatto di blu intensi, viola accesi e ori sparsi. Non era ancora sceso il buio. Sembrava non dover scendere mai. I mostri verdi erano lì, più minacciosi del solito. Non sembravano un cuscino di protezione fra me e K. Sembravano piuttosto avanguardie, di K. Forse sarebbe stato prudente provare a dormire a pezzetti: un quarto d’ora e poi sveglio, un quarto d’ora e poi sveglio, un quarto d’ora e poi sveglio… Quarti d’ora: non di più. Buttai uno sguardo oltre il granturco, il più fugace possibile, perché se K. fosse stato là, fermo in piedi a spiarmi, preferivo non vederlo. Ma non potei non pensare all’avventura di otto notti prima. A tutto quello che io e Gianni avevamo visto attorno a Villa K. A tutto quello che mi aveva colpito con la sua stranezza. Le panchine, ad esempio. Cosa ci facevano tutte quelle panchine di pietra in un posto dove non andava a sedersi mai nessuno? Strano.

Anche nel giardino della nonna e della De Ropp c’era stata, anni prima, una panchina di pietra così. Una sola. Un giorno erano venuti a trovare la De Ropp una signora riccona e il suo figlio pettinatino, che aveva la riga da parte e un paio d’anni più di me. Il pettinatino mi trovò lì ginocchioni, intento a rivestire la panchina di un altro colore che a me pareva più bello. Lo facevo con grande cura, picchiettandoci sopra lo spigolo estremo di un mattone tenero e friabile tenuto in mano di sbieco, che cedeva alla superficie grigia il suo bel rosso argilla, pigmento per pigmento, millimetro per millimetro. Un lavoro da certosino di cui andavo ogni minuto più fiero. «Sei diventato pazzo tutto insieme, o è stato un pvocesso gvaduale?» mi aveva chiesto il pettinatino. Non gli avevo badato più di quel tanto. Del mio rivestimento color mattone ero proprio orgoglioso, ma poi mentre eravamo distratti erano spuntate la De Ropp e la madre riccona del pettinatino, che aveva pensato bene di sedersi proprio lì con la sua gonna da venti milioni, e allora non dico di aver smesso di essere orgoglioso, ma di certo avevo diminuito un bel po’. Era un’eventualità a cui non avevo pensato, che sulla panchina qualcuno avrebbe potuto volersi sedere! Noi artisti siamo fatti così. La De Ropp aveva guardato molto male i miei capelli e stava per avventarglisi contro, ma la riccona era una donna con un suo insospettabile corredo di nobiltà d’animo, e l’aveva fermata. Aveva detto che non era niente, e che per una gonna in tintoria non era mai morto nessuno. Io alla fine al pettinatino avevo detto “Ciao” anche se la sua riga da parte mi stava leggermente sul culo, lui invece mi aveva risposto “Cavo debosciato a mai più”, e la madre aveva fatto finta di rimproverarlo, ma col sorriso. Poi la De Ropp mi aveva concesso due ore per far tornare grigia la panchina.

lunedì 30 maggio 2011

ERESIE IN SALSA ROSA - Giù le mani dalla zia Julia!




In un articolo apparso sul Corriere della sera di lunedì 23 maggio, lo scrittore Alessandro Piperno dichiara di essere “pazzo” per i grandi romanzi storici di Mario Vargas Llosa. Ovviamente, non solo questo è un suo pieno diritto, ma rivela anche ottimo gusto, perché Mario Vargas Llosa è a mio giudizio uno scrittore immenso, nonché uno dei più degni vincitori di Nobel per la Letteratura di ogni epoca.

Senonché, nel dire questa cosa, il buon Piperno arriva, ahimè, a premettere: “Temo [teme!] che i lettori tendano a prediligere la produzione più disimpegnata di Vargas Llosa: i deliziosi [e meno male che si salva in corner dicendo deliziosi!] romanzi ironico-picareschi come Pantaleòn e le visitatrici o La zia Julia e lo scribacchino”.
Ora, si dà il caso che La zia Julia e lo scribacchino sia, a mio molesto parere, un meraviglioso (e per fortuna ironico!, e per fortuna “disimpegnato”!) Romanzo, che io metto senza alcun dubbio fra i miei cinque preferiti di sempre. Non ho niente contro Piperno, ma posso dire che questo modo di sminuire un simile capolavoro è a dir poco assurdo, pacchiano e riprovevole?

Tale atteggiamento è ulteriormente indicativo, pur in modo indiretto, della cronica povertà (per non dire miseria) d’offerta nella narrativa italiana contemporanea. La nostra pseudo élite culturale, i nostri grandi editori, sembrano essersi fossilizzati su due soli tipi di proposte, che essendo antitetiche danno loro l’impressione di coprire tutto lo spettro di domanda dei lettori (mentre invece non è così, e chi vuole di meglio non può far altro che rivolgersi agli stranieri!): da un lato i raccomandatelli, le mogli d’arte, gli scarsoni politicizzati, le mezzeseghe sopravvalutate, la mediocrità pretenziosa e pompata, e la piaga del semianalfabetismo sciatto, banale e commercialoide (su cui stendiamo qui un peto veloso); dall’altro i secchioncelli più o meno eruditi e più o meno barbosi – l’accademia della muffa. Manca del tutto la via di mezzo. Questa via di mezzo si chiama: Scrittore. Avete presente? Stile, talento, inventiva, facilità e felicità di scrittura, uniti a freschezza, leggerezza, humor, capacità di esprimere e suscitare emozioni profonde, originalità (di temi, di idee e di linguaggio), passione straripante e sincera, dedizione, attitudine a osservare, penetrare, catturare, ricordare, e a produrre pagine ricche di polpa, di sugo e di midollo, nonché, naturally, qualcosa di vero e di urgente e di nuovo DA DIRE…
Da quanti decenni, oramai, se guardiamo i cataloghi della grande editoria nostrana, e i vincitori dei principali premi, ci tocca dedurne, con immensa amarezza, che “scrittore italiano” pare esser diventata, per autolesionistica scelta di ammiragli e timonieri, spesso a loro volta inadeguati, una patetica contraddizione in termini?


giovedì 26 maggio 2011

Poesie del poeta pentito (6) - nuova infornata di versi adolescenziali




SO FAR AWAY


Quando il sole se ne va
Sento che sei così distante da me...
E sfioro con le mie labbra
Un piccolo iceberg fatto a pezzi
Annegato in un mare di vodka triste





IO


Io
Che mi conosco
O forse no
E vedo nello specchio
Gli occhi miei bambini
Prigionieri di una maschera
Che non mi somiglia

Io
Che non mi conosco
O forse sì
E mi rincorro
Tra mille chimere

Se mi vorrai bene
Io sarò te





WAITING FOR (YOUR) LOVE


E' come


Aspettare


La pioggia


Di luglio


In Sicilia





NETTUNO CHIAMA


Urano di giada
Si masturba nel vuoto

Troppo grande e troppo bello
Per non essere solo

Forse da Nettuno
Qualcuno sta chiamando

Chissà





TUTTO NORMALE


Tutto normale

Ti sembra un gran sogno
Morire
Ma forse poi basta
Partire

Ti sembra un miraggio
L'amore
E in fondo poi basta
Pagare

Tutto normale

Vorresti un tuo mondo
Di sogno
Ma ti riduci a soddisfare
Un bisogno

E ti pare tanto urgente
Capire
Ma è sufficiente non starci
A pensare

Tutto normale

Ti piace fare solo ciò che è
Proibito
Ma ti hanno già quasi del tutto
Inibito

E dopo tutto sei un bravo
Ragazzo
Non lo sospettano che tu sia ormai
Pazzo

Da legare

Ma è tutto normale
Tutto normale





A ME STESSO


Veramente tu pensavi
Di poter trovare
Sangue nelle pietre
Un'anima nei superficiali
Lacrime negl'insensibili?

Hai voluto continuare
A inventare amicizie perfette
A immaginare amori meravigliosi
Elevare a Dèi degli esseri inferiori
Inferiori come te, ricordalo

Ma poi
Un giorno o l'altro
Finivi sempre col doverti arrendere
Arrendere all'evidenza
E lo facevi con lacrime amare

Perché continuare a sognare dolcezza infinita?
Scendi dal piedistallo, o dalle nuvole
E vivi!

Ma sto perdendo i contatti...

Perché volano tutti
Sempre così in basso?





PINKHOUSE IN THE EVENING


Che vi importi o no

Mi state perdendo


sabato 21 maggio 2011

Trattoria Toscana da Aldo - Viale Sarca 187 - 20126 Milano





Come promesso, ecco il mio piccolo contributo in favore di questa storica bottega, un pezzo di cuore della vecchia Milano che rischia di scomparire per sempre. Facciamo il possibile perché ciò non accada: parlandone, e soprattutto andandoci a mangiare!



sabato 16 aprile 2011

Assaggi di romanzi inediti - da "gémenteseflentes", un flashback sul primo anno alla scuola materna




Se non vi piace Corradino siete in buona compagnia: neanche a me piaceva il mio nome, e per un qualche tempo m’ero illuso di poter essere chiamato con qualsiasi altro fosse garbato a me. Proprio non mi andava giù che mi avessero battezzato con questo nome così strano e così lungo, che nessun altro all’asilo portava. L’unico nome che avrei amato meno del mio era Stelvio, perché all’asilo c’era un tizio insopportabile che si chiamava Stelvio. Questo bambino Stelvio aveva una testolina a pera che faceva pensierini a pera. Non solo gli era stato appioppato quel nome abbastanza ridicolo, ma siccome aveva appena compiuto gli anni passava il tempo a domandare a tutti gli altri bambini quanti anni avessero, e se dall’oggi al domani le età non cambiavano faceva seguire il suo sconcertato commento: “Ma come, sempre tre?”, “Sempre quattro?” Di giorno in giorno il bambino Stelvio domandava l’età agli altri bambini assumendo sempre più un’aria di superiorità, doveva essersi convinto che cresceva solo lui, il cretino, finché non cominciarono ad arrivare a poco a poco anche i compleanni degli altri a normalizzare la situazione. Altro nome dell’asilo che non avrei mai voluto avere, ma per motivi opposti, era Eligio: l’Eligio mi faceva pena. Era uno scricciolo con un grande neo sulla tempia sinistra. Una mattina era venuto in ritardo, accompagnato dal giovane padre, che nel cortile, davanti a tutti, aveva scartato per lui una succosa gomma da masticare, bella rosea e compatta, che al solo vederla mi aveva fatto venire l’acquolina. Senonché, pochissimi istanti dopo, passata di mano l’Autorità dal papà alle suore, la truculenta Suor Rosa Tutta Spine s’era avventata su di lui come uno spauracchio di stoffa nera, e gliel’aveva fatta sputare prima ancora che potesse cominciare a gustarla.
All’asilo del Ponte di Lavinia, che era quello piccolo dei due che esistevano, c’erano solo due suoracce e una suorina. Delle due suoracce, una si chiamava Suor Mangusta: aveva l’attenuante di essere vecchia bacucca, e i suoi compiti si esaurivano nel sorvegliarci durante il sonnellino sulle sdraio nel salone e nell’impedire, quando si usciva a giocare in cortile, ai maschi di mischiarsi con le femmine (più che altro impediva a me di giocare con mia cugina, cosa che fuori di lì facevo sempre), mentre Suor Rosa Tutta Spine, che doveva essere la direttrice, era una carogna pura. Ci portava spesso nella chiesa adiacente, solo per poterci dire, una volta là dentro, che “chi si volta a guardare indietro brucerà all’inferno per l’eternità”.
La suorina invece era giovane dolcissima e brava, e di conseguenza non contava un put.
Tutti i bambini venivano identificati oltre che col nome con una cosa chiamata “contrassegno”, un semplice simbolo che veniva applicato o ricamato sopra alcuni effetti personali, come la piccola sacca bianca con chiusura a cordicella che conteneva il bavaglino e le posate per il supplizio del pranzo schifoso. I contrassegni degli altri erano quasi tutti carini – leprotti, fragole, orsi, funghetti – ma a me le pinguinacce di stoffa avevano rifilato un demenziale scarabocchio rosso, e questo ghirigoro indecifrabile che mi era stato assegnato lo chiamavano “frusta”. Dunque io avevo la frusta. Dunque io ero la frusta. Me ne sfuggivano motivo, significato e intelligenza. Ma corrispondevo a quell’orribile frusta.
Bella predestinazione, vero?
I giocattoli in cortile erano tutti per le femmine, e difficilissimi da ranzar via. Ci sarebbe voluta l’azione ben combinata di una squadriglia, alcuni a creare diversivi e finte zuffe, gli altri, pochi agenti scelti, a fare da incursori. Ma l’unico duro ero io. Gli altri stazionavano al livello mentale del bambino Stelvio, soffrivano di un’ammirazione smodata e terrorizzata per l’autorità delle pinguinacce di stoffa. Avessi solo accennato al piano, avrei suscitato una mezza dozzina di “Ce lo vado a dire!”
L’unica commistione maschi-femmine avveniva in occasione di certi giochi propedeutici alla competizione della vita, giochi che davano modo ai bambini più sensibili e acuti di decidere fin da subito di non competere affatto. Il più reiterato si chiamava “Dame&Cavalieri”. Schierati a fronteggiarci su due file, una di piccoli esseri umani col pene, l’altra di piccoli esseri umani con la vagina, avevamo come obiettivo la formazione di coppie. Del tutto fine a se stessa: non è che dopo si ballasse, o ci si desse un bacio. Si formavano coppie e morta lì. Il procedimento era di una noia bovina, come solo un gioco inventato e imposto da suore potrebbe mai essere: a turno, pedissequamente, uno scemetto sceglieva una stronzetta e le faceva l’inchino. La stronzetta decideva se ricambiare l’inchino oppure voltarsi simpaticamente a mostrare le natiche. Con matematica spietatezza, i più bruttini di ambo gli schieramenti imparavano subito quale sarebbe stato il loro posto nella vita. I poveri l’avrebbero imparato poco più tardi.
Per fortuna non mi chiamavo né Stelvio né Eligio, ma anche chiamarmi Corradino mi faceva sentire un idiota. E così tempestavo la mamma con pretese di altri nomi: “Chiamami Aldo!”, imploravo. “Chiamami Paolo!” Ma lei non mi assecondava mai. Non accettava cambi. Non voleva chiamarmi con nomi diversi da Corradino neppure per gioco, anzi ci rimaneva male, proprio si arrabbiava, come se ripudiare il nome che aveva scelto per me fosse stato lo stesso che ripudiare il suo amore. La volta che mentre lavava i piatti l’avevo supplicata di chiamarmi Miriam s’era arrabbiata un po’ di più.


mercoledì 13 aprile 2011

Immancabile post sulle chiavi di ricerca più balzane usate per arrivare a questo blog


Tanto per cazzeggiare un po’, facciamoci quattro risate, come promesso-minacciato da tempo, vedendo i mille e uno modi usati da taluni per capitare da ‘ste parti negli ultimi mesi (ho dovuto scartarne a bizzeffe, altrimenti veniva fuori un elenco telefonico o giù di lì...). Li ho anche numerati, così, se ne avrete voglia, potrete votare il più bello! Imprecisioni, sgrammaticature e strafalcioni non sono stati, ovviamente, corretti. Inutile aggiungere che non ne ho inventato neanche uno: questi sono i casi in cui la realtà è già abbastanza esilarante e assurda (e grottesca, e patetica) di suo...

1 briscola pazza il chiamatore può buttare fuori la partita
2 lbero har videomassaggi
3 mapez show cartoni
4 pingozzo gioco
5 film con trama ingravidata dal cognato
6 otto uomini ballano nudi notizie gay
7 gli skritori italiani e le capolavore italiane
8 i pareri dei giocatori del camerun sulla presunta combine
9 quando gioco a scarabeo e con una parola tocco due volte 3p
10 sandomaso porn
11 sun ciupà jannacci testo
12 fuori dai coglioni la data di nascita vediamo chi è il prossimo
13 evtusenko depressione psicotica
14 astianatte in afghanistan
15 troiette in auto
16 innamorato non attratto fisicamente
17 masturbazione naja
18 mulatte astianatte
19 premio megera
20 patta elevata
21 incularsi l’ufficiale di picchetto
22 calciatori gay
23 come sarà il nuovo anno per il mio nonno
24 donne colitiche
25 senza ritegno
26 video di cera una volta scughizzi la parteche vede la sua
27 foto 17enne inculata dallo zio gratis
28 ragazza 17enne inculata dallo zio gratis
29 ragazza 17enne scopata dallo zio gratis
30 baffi incolti
31 mamme da leccare racconti
32 ano vergine in primo piano
33 paerni canalari
34 nonne e zie troie dei paesi tuoi gratis
35 storie porno zia purcella
36 enel scocciatori
37 fero batuto.it
38 l’ippopotamo sul lippo castagno
39 una sorella maiala
40 si dice oioi ohiohi
41 faccio scoregge puzzolenti e ho bruciore all’ano
42 mia figlia non si lava
43 foto sorensen nudo o in mutande
44 significato cavrones
45 celine beffa pompini
46 cerco statuetta maradona in resina?
47 esercizi su come personificare un pallone
48 esaurimenti nervosi per lavinia triglia
49 vecchie puttane
50 un pompino fra gay etiopi
51 dite di autotrasporti novi ligure
52 come andava ilicic a scuola gli piaceva studiare
53 come fare i baffi da gaucio argentino
54 seso porno sandomaso
55 come faccio a vedere il quadro di gattuso su caronte?
56 cerco puttane
57 prohaska lumaca
58 che fine ha fatto corny thompson
59 alle spetizion
60 corsi per imparare a ingravidare bovini artificialmente
61 sindrome di bestemmiare e sputare sindrome di tourette
62 a mio papà piace crozza
63 a 15 anni ti ci vuole la mugliera per aumentare la fam
64 leggere gratis odore di femmina pitigrilli
65 racconti proibiti di masturbazioni in convento
66 foto di facce sporche da sperma
67 foto di lupo rabbioso con la bava alla bocca
68 la zia vedova desidera cazzo
69 lettere di rifiuto ad una festa
70 corrado guzzanti minidotati
71 di gennaro piede sinistro
72 inculato nei cessi
73 scoregge attraverso i secoli beato da udine
74 zia masturba guanti cucina
75 cosa succede se non pago l’affitto
76 caserta dove posso trovare ostia dell’inter per torte
77 come scrivere una lettera di compleanno
78 auguri buon compleanno al cognato circa 59 anni
79 sarà colpa del toner
80 racconti porno con i vecchi barboni
81 44 cazzi in fila per 2
82 cane che caga il costume del inter
83 piccole troielle crescono

sabato 9 aprile 2011

Una recensione con voto 10: quando ci vuole ci vuole!



Jonathan Franzen
Le Correzioni
Einaudi Super ET, pagg 599, € 12,50
Traduzione di Silvia Pareschi
voto 10

Avete presente quando un romanzo “vi fa compagnia”, quando la sua lettura vi fa sentire in stato di grazia, quando, se siete abituati a sottolineare o annotare dei passaggi che vi hanno colpito, con quello rinunciate a farlo, perché quasi a ogni pagina c’è uno spunto originale, una riflessione intelligente, un guizzo ironico e tagliente, una descrizione che vi lascia ammirati e a bocca aperta, un modo di cogliere l’animo umano che vi commuove nel profondo? Quei libri che impiegate molto a leggere, perché le pagine si lasciano gustare, assaporare, ogni singolo frammento di pagina, indipendentemente dalla cazzo di sopravvalutata trama? (perchè qui la trama ovviamente c’è, come in tutte le storie, ma se siete di quelli che leggono solo per sapere chi ha sposato chi o chi ha ammazzato chi, o se il doppio gioco della spia era in realtà un – telefonatissimo – triplo gioco carpiato, o se il nostro eroe riuscirà a bloccare il timer della bomba atomica, guarda caso, all’ultimo secondo, allora lasciate perdere, questo gioiello è troppo prezioso per voi.) Quei libri che vi colmano di gratitudine nei confronti dell’autore, che vi rendono partecipi di quel misterioso miracolo che è l’Arte, perché l’incanto è così bello da farvi sentire al tempo stesso il fruitore e il co-creatore dell’opera, e che pur avendo moltissime pagine vi paiono sempre troppo brevi, perché vorreste non finissero mai? Be’, tutto questo, e anche qualcosa di più è il capolavoro d’ottima scrittura di Jonathan Franzen che ho recentemente letto per disintossicarmi da certa roba italiota che avevo DOVUTO sorbirmi, diciamo così, “per lavoro”.
Sì, perché Le Correzioni è anche un’ulteriore dimostrazione dell’incredibile squilibrio fra il catalogo Einaudi “Strangers” (in cui figurano Meravigliosi Scrittori quali Amis, Auster, Franzen, Roth, Saramago e Vargas Llosa) e la corrispondente sezione italiota contemporanea (Ammaniti, Bajani, Ballestra e Baricco, tanto per circoscrivere lo sfacelo alla lettera B...) Motivo? Forse, che il lavoro di selezione, per fortuna, in America lo fanno gli americani, e in ogni altro Paese i relativi padroni di casa. Se lo facessero i “nostri”, ci cuccheremmo il Moccia del Maine, la Tamaro del Kansas, il Giordano dell’Illinois, la Melissapì dell’Ohio, la Avallone del Portogallo ecc. (i signori dell’Einaudi sono quelli che in Tutta colpa di Tondelli mi fanno dire da una segretaria scortese e dalla voce mummiesca – le davi cent’anni o giù di lì – di non spedirgli nulla perché non desiderano ricevere “invii spontanei”: gli scrittori italiani se li scelgono spontaneamente per altre vie, e i risultati SI VEDONO).
Mi sono chiesto spesso come sia possibile una simile discrepanza all’interno dello STESSO catalogo (il che vale per TUTTI i nostri grandi editori). Com’è possibile che nessun giornalistozzo culturozzo la denunci e se ne indigni pubblicamente? La terra di Dante si arrende all’evidenza di essere retrocessa nella serie C2 della Liga Letteraria Mondiale, o c’è sotto qualcosina d’altro, magari dovuta alla conformazione mafiosa e meritofobica e truffatorella dell’attuale territorio lobotom-italico? Siamo arrivati al punto di dover sospettare che gli unici “autori” di romanzi in italiA siano oggi i Traduttori! Come direbbe Totò: “Siamo nel Congo Belga o ALTROVE?” C’era una volta la Vergogna...
Dimenticavo: qui nessun personaggio si esprime come un banale goffo deficiente per far sembrare la storia “più vera”, perché con gli Scrittori Veri, mettiamocelo in testa una volta per tutte, questo non succede MAI; alla verità essi arrivano attraverso l’Arte e l’Intelligenza, cioè attraverso il lavoro ingegnoso della Scrittura, non sbobinando un registratorino in cui s’è impigliata la merda che passava per strada!!
Se amate il genere Romanzo e i grandi scrittori, non fatemi incazzare: leggetelo e non ve ne pentirete.
Parola di Scriba.



giovedì 7 aprile 2011

Omaggio a STIG DAGERMAN: "L'uomo che ama", poesia postuma.



L’uomo che ama trova una conchiglia sulla spiaggia. Quando la porta all’orecchio non sente né il mare né il vento né gli angeli, ma la sua stessa voce che canta: Ti amo. Non ha mai udito niente di così bello.
Su un’altra spiaggia giacciono tutti gli uomini addormentati. Qualcuno cammina lentamente sulla spiaggia, li solleva uno per uno, se li porta all’orecchio e rimane in ascolto. In alcuni uomini-conchiglia sente un abbaiare di cani, in altri un lontano ruggire di tigri o colpi di martello, in altri ancora un pesante rombare di macchine. Ma in una conchiglia echeggia il grido di un pesce. E’ questo il suono dell’uomo che ama quando qualcuno se lo porta all’orecchio. Se i pianeti potessero amare uscirebbero dalle loro orbite e sarebbe il caos. La sopravvivenza dell’universo è garantita dal fatto che l’amore è impossibile. Anche l’uomo che ama ha il presentimento che l’amore sia fratello della morte. Ma questo non gli impedisce, lui prigioniero della sua orbita, di aprirsi una breccia fino alla cella del vicino, gridando di gioia: Sono libero!

da Il viaggiatore, Iperborea, Milano, 1991

Stig Dagerman, amato fratello nella scrittura, svedese, suicida nel 1954 a soli 31 anni, al culmine della fama e del successo. Oltre allo splendido libro di racconti Il viaggiatore, che caldamente consiglio, le sue opere tradotte in italiano sono lo scritto breve Il nostro bisogno di consolazione (Iperborea, 1991), il reportage sul dopoguerra Autunno tedesco (Il Quadrante, 1987) e i quasi introvabili romanzi Il serpente, L’isola dei condannati, Ragazzo bruciato e Pene di nozze. “Anarchico viscerale incapace di accontentarsi di verità ricevute”, dice di lui l’editore nella quarta di copertina, “Dagerman appartiene alla famiglia dei Kafka e dei Camus, dei ribelli alla condizione umana.”



mercoledì 30 marzo 2011

Poesie del poeta pentito (5) - un altro piccolo assaggio di versi adolescenziali




DELIRIO



Su tele radio melanzana
Si trasmette nella notte buia
Pensieri ossessivi da isole lontane
E tramonti rossi e gialli sopra fiordi freddi e blu

Forse è il tiglio a farti delirare
La mente gira e gira dentro te
Forse la febbre o il gelo dentro i nervi
Senti vertigini e non sai se scendi o sali su

Dammi brividi
Per impazzire
Non fermarti
Dolce voce

Sulla pelle
Sento caldo
La tua lacrima
Mi vuole

Stai con me
E non fuggire
Dai miei occhi
Amore Amore





SAN MARTINO



Con il cuore appoggiato ad un gelido muro
Indeciso se rimpiangerti o ammirare il panorama
Mi ritornano alla mente le parole della lapide...

La vita migliore era morire con gli Eroi





TRENI DI NOTTE



Case di notte a Roma Tiburtina
Gente che passa e vede la tua luce
Ma non conosce il tuo nome
E non porta con sé il tuo pensiero

Treni vuoti e illuminati a Roma Tiburtina
Guarda il fantasma passare le case
A volte la morte coincide col sogno

Treni di notte a Roma Tiburtina
Forse un giorno voleremo via





MANIFESTO



Noi siamo il meglio del pianeta
Musica, amore e fantasia
Il denaro, un po' ci serve
Ma è più importante la poesia

Siamo
Feeling and Fantasy
Cantiamo
We love Miss Liberty

Nel nostro cuore tanti amori lontani
Ma basta poco per sentirli vicini
Noi siamo matti, diversi e un po' strani
E s'innamorano anche i bambini

Siamo
Sentimento e Fantasia
Cantiamo
Signora Libertà, non te ne andare via

Abbiamo occhi dolci e sguardi sinceri
Se sorridiamo i sorrisi son veri
Meglio un amico che un impiego sicuro
Senza di noi, che mondo grigio scuro!

Viviamo sognando
Sentimento e Fantasia
Viviamo cantando
Signora Libertà, non te ne andare via





OMBRE



Luna quasi spenta e buio sulla spiaggia

Cammino passo incerto sulla sabbia

La pistola fredda pronta sulla tempia

E la mano di qualcuno che mi salva

(Non per molto)

In mezzo ad altri colpi e corpi morti





OGNITEMPO (incompiuta)



Dinosauri e dischi volanti
Sotto un cielo di nuvole nere
Lampi nel buio e bisbigli assordanti
D'imprecazioni, canzoni e preghiere


(...)


Ho udito un'aquila urlare morendo

Ero io in Ognitempo ero io


Ho visto un vecchio scappare piangendo

Era Dio in Ognitempo era Dio




sabato 12 marzo 2011

"Ah, okèi..." (i cujùn in semper quèi)




Adesso qualcuno me lo deve spiegare. Già, perchè avendo io la fortuna di non frequentare certe tv, non ho la minima idea su chi abbia fatto partire questa nuova odiosissima moda. Dell’indizio televisivo sono quasi sicuro: dev’essere per forza da lì che è venuta fuori. Ma chi sarà stato il primo, il modello originale, il caposcimmiotto dello scimmiottismo imitazionale? Una presentatrice stronza? Un coglionazzo da reality? Un guitto di zelig? Un bamboccio di mtv? Una famosa star straniera? Un tormentone pubblicitario? O è invece stato un deejay radiofonico? Ditemelo voi: io non ho modo di saperlo. Mi riferisco, lo si capisce dal titolo, all’inflazionatissimo “Ah, okèi”. Penso che molti di voi l’abbiano orecchiato, no? Ormai da un paio d’anni, tutte le persone che prima dicevano di continuo “Okèi” adesso usano a pappagallo la nuova formula “Ah, okèi”. Che però nel tono si differenzia, dall’espressione originale, per un retrogusto semisfottente, del tipo “Stai dicendo una gran cazzata, però facciamo finta che ci credo”.
“Quanti anni ha detto di avere, quella vecchia?”
“Trentanove”
“Ah, okèi!”
Ma l’”Ah, okèi!” va soprattutto pronunciato con espressione vacua e ritardatella, come di uno che ha (quasi) afferrato il messaggio solo dopo esserselo fatto ripetere una mezza dozzina di volte.
“L’ipotenusa è quella roba più lunga, hai capito adesso, imbecille?”
“Ah, okèi!”
“Per fermarti prima del muro dovevi schiacciare il pedale in mezzo, idiota, non la frizione!”
“Ah, okèi!”
Ricordo una scena d’infanzia nella sala d’aspetto d’una stazione. Una ragazzotta non molto sveglia sta al telefono e ripete di continuo “Okèi... okèi... okèi...” finché non salta su un vecchio a commentare a mezza voce: “Eh, okèi, okèi... i cujùn in semper quèi”...
Ma mentre l’okèi era un semplice intercalare, l’”Ah, okèi” è qualcosa di più (e di peggio): fa parte infatti delle nuove espressioni-jolly, buone per tutto. La gente sta diventando così pigra che, a furia di limar via parole, è capace di trascorrere una vita usandone non più di venti o trenta (un tempo per indicare un povero ignorante si diceva “avrà un vocabolario di 500 parole”, oggi con 500 parole sei un mostro di oratoria...)
Trionfa da tempo, in italia, il fastidioso monoaggettivo-jolly “importante”, che certi imbecilli usano così a profusione che io ormai mi faccio scrupolo di ricorrervi anche quando starebbe a pennello:
“Hanno conseguito una vittoria importante in una partita importante contro un avversario importante, grazie a un gol importante del loro giocatore più importante”. Un commentatore che parla così non viene deriso o licenziato a calci, ma ringraziato per l’importante contributo...
L’”Ah, okèi” è invece diventata la rispostina-jolly. La si può usare al posto di qualunque altra.
Al posto di “Grazie”:
“Che ore sono?”
“Le tre meno venti”.
“Ah, okèi!”
Al posto di “Salute”:
“Eeeetcììììììììììììììììììììììì!”
“Ah, okèi!”
Al posto di “Andate affanculo e vergognatevi!”:
“I referendum sul nucleare e la privatizzazione dell’acqua si terranno a giugno inoltrato”
“Ah, okèi!”
Quello che però non capisco è: se hanno così urgenza di risparmiare parole e quindi fiato, perché poi devastano la minchia con quei cazzo di “assolutamente sì” e “assolutamente no” al posto di Sì e No??!!
Perché lo dice simonaventura?
Ah, okèi...


lunedì 28 febbraio 2011

J. Krishnamurti: l'Intelligenza è pensare con la propria testa




J. Krishnamurti
Lettere alle scuole
(Ubaldini Editore)


Forse il testo più accessibile e meno criptico fra quelli del geniale autore di Libertà dal conosciuto, cioè Jiddu Krishnamurti, l’anti-guru per eccellenza. Allevato in gran segreto da una Supersetta di “Illuminati” per rivelare al mondo le Verità Definitive, il giovane Krishnamurti mandò la setta a carte e quarantotto rivelando che, ovviamente, non c’era un beato cazzo da rivelare. E che nessun essere umano ha il diritto di ergersi a guida spirituale di altri esseri umani. L’autore sostiene che le tanto esaltate Tradizioni sono malefica, orrenda zavorra di cui liberarsi per poter cominciare finalmente a ricostruirci da zero, a pensare cose nuove. Che il nozionismo e l’erudizione sono roba da scimmiette ammaestrate. E che ideologie e religioni sono le due facce altrettanto odiose dello stesso sciocco e fetido inganno. Ma soprattutto ci spiega che l’Intelligenza ha sempre avuto ben poco a che vedere con le attitudini logico-analitiche che determinano il cosiddetto Q.I. (buone tutt’al più per diventare servi di lusso di qualche multinazionale dell’informatica militare). L’Intelligenza è, molto più semplicemente, saper pensare sempre e comunque con la propria testa. Liberi da ogni condizionamento. Se ci sembra una cosa facile è perché forse, in realtà, non ci abbiamo mai veramente provato.

pag 39: L’imitazione, o conformismo, è uno dei grandi fattori di corruzione della mente; il modello, l’eroe, il salvatore, il guru, è il fattore di corruzione più rovinoso. Il seguire, l’obbedire, il conformarsi, negano la libertà... Quindi l’autorità è corruzione.

pag 44: Non vi è alcuna tradizione buona o cattiva: vi è solo la tradizione, la vana ripetizione di rituali in ogni chiesa, tempio o moschea. Essi sono assolutamente privi di senso, ma l’emozione, il sentimento, il romanticismo, l’immaginazione gli donano colore e illusione. È la natura della superstizione e ogni prete al mondo la incoraggia.

pag 50: Il pensiero può essere il fattore principale della degenerazione della mente, mentre l’intuizione schiude la porta alla totalità dell’azione.

pag 56: Dio è disordine. Esaminate gli innumerevoli dèi che l’uomo ha inventato, o il dio unico, l’unico salvatore, e osservate la confusione che ciò ha creato nel mondo, le guerre che ha causato, le innumerevoli divisioni, le credenze, i simboli e le immagini che dividono... Noi ci siamo abituati, lo accettiamo prontamente, perché la nostra vita è così pesante per la noia e il dolore che cerchiamo conforto negli dèi evocati dal pensiero. Questo è stato il nostro sistema di vita per migliaia d’anni. Ogni civiltà ha inventato gli dèi ed essi sono stati la fonte di una grande tirannia, di guerre e distruzione. I loro templi possono essere straordinariamente belli, ma all’interno vi è oscurità e la fonte della confusione.

pag 58: Ci occupiamo del desiderio e della comprensione di esso, non del fattore abbrutente di reprimerlo, evitarlo o idealizzarlo. Non potete vivere senza il desiderio. Quando avete fame avete bisogno di cibo. Ma comprendere, che vuol dire esaminare tutta l’attività del desiderio, è dargli il posto giusto. In questo modo non sarà una fonte di disordine nella nostra vita quotidiana.

pag 59: Ciò che l’uomo ha fatto all’uomo non ha limiti. Lo ha torturato, lo ha bruciato, ucciso, lo ha sfruttato in ogni modo possibile – religioso, politico, economico... Lo sfruttamento di un altro – uomo o donna – sembra il sistema della nostra vita quotidiana. Ci usiamo l’un l’altro, e ciascuno accetta questa consuetudine. Da questo rapporto particolare ha origine la dipendenza con tutte le sue sofferenze, confusioni, e l’angoscia che le è connessa. L’uomo è stato sia interiormente sia esteriormente sleale verso se stesso e gli altri; e come vi può essere amore in queste circostanze?

pag 78: L’arte suprema è l’arte di vivere, superiore a tutte le cose create, con la mente o la mano, dagli esseri umani, superiore a tutte le scritture e ai loro dèi. Solo per mezzo di quest’arte di vivere può nascere una nuova cultura. Darle origine è la responsabilità di ogni maestro, particolarmente in queste scuole. Quest’arte di vivere può risultare soltanto dalla libertà assoluta.

pag 80: Il pensiero crea divisioni perché è limitato in sé stesso. Osservare interamente implica la non interferenza del pensiero – osservare senza che il passato, sotto forma di conoscenza, freni l’osservazione. In questo caso non vi è un osservatore, poiché l’osservatore è il passato, la natura stessa del pensiero.

Be’, se le scuole private italiane fossero come quelle di Krishnamurti, anziché cacchetta cattolica per somarelli figli di papà, sovvenzionata dal governo leccapapa coi soldi dei contribuenti (cacchetta che a quanto pare piace tantissimo a Peto Taccuto da Arcore, poiché inculca i “Valori” gretti e ipocriti del rivoltante famiglismo bigotto e fascistoide, e alleva squallidi schiavi kompetitivi, in vista di una tomba più grossa al cimitero del cazzo), direi anch’io “Evviva le scuole private”, e se avessi dei figli ce li iscriverei di corsa.

venerdì 11 febbraio 2011

Poesie del poeta pentito (4) - nuovo intermezzo con assaggio (doppio) di versi adolescenziali





VOLENDO


Se solo tu l'avessi voluto
Potevi diventare un oceano
Nel deserto del mio cuore

Ma invece hai preferito essere
Un miraggio, portato via dal vento



E adesso io sto qui, seduto
In un'oasi di lacrime

E nelle notti dopo il sole bruciante
Sento la sabbia che viene a cercarti




PIOGGIA D'ESTATE


Non è un sogno

C'è qualcuno in una
Casetta di legno
Che sorseggia una tazza di tè
Fatto con gocce
Di pioggia d'estate

Non fate incazzare gli angeli
Mentre li culla il temporale
Non schiaffeggiate un angelo
Non vi conviene

Dovreste imparare
A riconoscere gli angeli
Al primo sguardo

Intanto vi ricordo

Che questo non è un sogno




DER TOD IN VENEDIG (Fantasma d'amore)


Fluttuando in una Venezia blu
Fra sospiri di suicidi che nessuno piange più
Io nel sogno m'illudevo d'incontrarti

Poi, cadevo giù

Aleggiando nella notte di una Parigi che abbaglia
Spolverata e imbiancata di neve vaniglia
Ormai stremato singhiozzando continuo a cercarti

Ma non ci credo più

Disperato il mio cuore intossicato di dolcezza
Annullato il mio spirito da giorni tristi e grigi
L'Amore non esiste sta gridando Venezia
L'Amore non esiste sussurra Parigi

L'Amore non esiste, io ripeto
E in lacrime mi arrendo


Poi

All'improvviso

Tu




INCOMUNICABILITA'


Un giorno o l'altro
Potrei essere ubriaco abbastanza
Da riuscire a suicidarmi

Un giorno o l'altro
Sarai ubriaco abbastanza
Da riuscire a parlare con me?




LONTANANZE


Messina soffice e serena, stasera
Una vecchia zingara vende madonne
Senza maledire

Le auto, i semafori, le luci, lo Stretto
Mi sento un po' strano su questo traghetto

Il sole, le nuvole, il fuoco, la luna
Mi manchi, e le lacrime ci porteranno fortuna

Messina soffice e serena, quella sera
Una vecchia zingara vendeva madonne
Senza maledire




RINUNCERO' A SOGNARE


Rinuncerò a sognare
Se così potrò salvarmi la vita

Rinuncerò a sognare
Basta con gli angeli che poi mi sfuggono
Con voi ormai ho chiuso, è finita

Rinuncerò a sognare
Se in questo modo
Potrò farvi contenti

Rinuncerò a sognare

MA L'HO DECISO IO

Voi,
Non siete stati
Per nulla convincenti