"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"

SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

martedì 14 aprile 2026

Jonathan Franzen - CROSSROADS

 

Voto:

  Questo è un romanzo che sancisce una volta per tutte (ammesso ve ne fosse bisogno) la netta superiorità della buona e bella Scrittura su tutto ciò che è “trama”. Già, perché se qualcuno volesse sforzarsi di parlarne male, non gli verrebbe difficile liquidarlo come l’ennesima storiella di famigliola americana (dintorni di Chicago) dei primi anni Settanta: padre pastore protestante in crisi, invaghito pazzo di una vedovella biondina e androgina; madre insoddisfatta e sfatta, ma dal passato insospettabilmente oscuro (e ovviamente psico-analizzata, stavolta da un’analista anzianotta e corpulenta, una brava e onesta donna che l’autore ribattezza con divertita perfidia “il raviolo”); tre figli adolescenti alle prese con le risapute tempeste delle loro età: sesso, droghe, musica, studio, ribellione, moralismi militari e antimilitari; un quarto figlio piccolo, Judson, trattato alla stregua di un trascurabile cagnolino (persino nella sinossi in quarta di copertina, dove i nomi dei figli sono soltanto tre). A fare da scenario principale e da collante, un affollato e chiassoso gruppo giovanile collegato alla chiesa, ma non per questo essenzialmente religioso. In apparenza, insomma, ben poco di particolarmente nuovo o allettante o succoso o invogliante alla spesa e alla lettura. Eppure c’è qualcosa, un semplice dettaglio, che fa di questo libro una libidine irrinunciabile e imperdibile, un coinvolgente meccanismo di precisione da cui non riesci a staccarti una volta cominciato (una magia che per me si verifica sempre più di rado, e a cui di conseguenza sono sempre più grato). E questo dettaglio è costituito dal mero, innegabile fatto che Jonathan Franzen scrive da dio (e Silvia Pareschi divinamente traduce). Scrittura chiara, frizzante, possente, con la viva forza e la bellezza di una luce che si fa parola, come accade solo coi pochissimi Scrittori (trenta? cinquanta? duecento?) degni di questo nome. Leggetelo, leggetelo, leggetelo.

Non fatemi incazzare.

Parola di Scriba.



sabato 7 febbraio 2026

David Foster Wallace - LA SCOPA DEL SISTEMA

 

Voto: 9


Uno dei più solidi indizi del trovarsi davanti a uno splendido Scrittore è quando ti capita fra le mani un romanzone di 553 pagine e, ben lungi dall’arenarti ben prima della metà, arrivi alla fine con famelico entusiasmo, e ti rincresce che di parole di cui nutrirti non ve ne siano di più, e allora per consolarti vai a leggerti quella prefazione che avevi ovviamente saltato (non perché quella dell’ottimo Stefano Bartezzaghi non sia interessante, anzi!, ma perché da che mondo è mondo un editore illuminato propone semmai, non mi stancherò mai di dirlo, delle POSTfazioni, e qui nella fattispecie la “pre” DOVETE proprio posticiparla voi, essendo piena di spunti disvelanti la sostanza del racconto e persino il finale che rovinerebbero scoperta e godimento del testo vergine – ebbene sì, ho detto “disvelare”, non aspettatevi mai da me l’orrendo verbo italoangloide cominciante per “spoil”).

Ed è quello che mi è successo con questo libro geniale, divertente, frizzante, stroboscopico, allucinogeno, spiazzante, straricco di voci, di storie, di pazzi personaggi, di agnizioni, sperimentazioni e funamboliche invenzioni, un testo che sa farsi beffe dell’intera spina dorsale morale statunitense degli ultimi quarant’anni e delle sue malate diramazioni: dagli industriali truffaldini e voraci ai telepredicatori mangiasoldi e spennagonzi coi loro Cristi del Catodo, giù giù fino all’obbligo tutto merregàno di andare in rovina per pagare inutili sedute fluviali coi più inetti fra gli strizzaportafogli, spesso più matti – ma meno polli – dei loro pazienti.

Ma qui urge una mia confessione. Anni fa ero partito, nel mio rapporto con questo controverso scrittore, col piede sbagliato. Mi ero imbattuto (e forse anche in un mio periodo sbagliato, perché nel leggere conta, e molto, la nostra predisposizione) in Brevi interviste con uomini schifosi, che mi aveva sì mostrato un autore superintelligente, ma anche un giovane uomo votato in maniera disastrosa e autolesionistica a un intellettualismo sconfinante nella barbosità, a un iperconcettualismo ai confini col concetto di sega mentale, insomma una mente meravigliosa sabotata, rovinata, oserei quasi dire bacata dalla troppa filosofica erudizione, col finale colpo di grazia di quelle irritanti, dispettose, lunghissime note a caratteri minuscoli da postille di contratto assicurativo. Insomma il buon David mi era sembrato immensamente dotato e immensamente bravo, ma pensavo che di suo non avrei voluto comprare più niente. 

Poi, per puro caso, ecco capitarmi miracolosamente sott’occhio questo suo primo romanzo, datato 1987. Alla faccia del ritardino, mi direte voi. Già. Anche se poi, a guardar bene, mi trovo in buona e insospettabile compagnia: in un’epoca in cui i peggiori miasmi d’oltreatlantico (dalle stucchevoli serie tv al lobotomico wrestling, dalla psicopersecuzione pubblicitaria ai brutti rutti del rap fino al più fetido cinema adrenal-action, prodotto da gente che sembra aver peti di petardo al posto dei neuroni) già cominciavano a piombare qui da noi in presa praticamente diretta, la nostra editoria è stata capace di ignorare questo folle capolavoro giovanile per la bellezza di DODICI anni (la prima traduzione, Fandango, data 1999, mentre l’edizione che ho trovato io, Einaudi Super E.T., parte addirittura dal 2008). Com’è stato possibile?, mi sono chiesto. 

Per rispondermi ho provato a fare un semplice giochino: ipotizzare di averlo scritto io, in Italiano, e di aver inviato il manoscritto ai nostri principali editori nazionali, e poi immaginarmi le prevedibili motivazioni delle loro altrettanto prevedibili lettere di rifiuto. Tenetevi forte, e magari, dopo che avrete letto il libro, venite a correggermi se avrò sbagliato di molto: “Ci spiace doverle dire che la deformazione grottesca è esagerata fino a diventare francamente ingenua”, “Le parti caricaturali e ironiche appaiono troppo autocompiaciute”, “Storia potenzialmente forte rovinata da eccessi di virtuosismo e dalla troppa smania di essere brillante”, “Eccessivo ammasso di storie, personaggi e intertestualità scollegate fra loro che vanno a produrre un fastidioso effetto diorama”, “La trama principale è ahinoi debole se non addirittura inesistente, e oggi la trama è tutto!”, “Critica politico-sociale superficiale e puerile, che non va a sviscerare le vere istanze di sinistra volte alla presa di consapevolezza dei lavoratori e bla bla bla bla bla”, “Le consigliamo comunque di perseverare nella scrittura, perché un certo talento di fondo appare innegabile, ancorché necessiti di molta disciplina e duro lavoro…”, “Noi nel frattempo, per mantenerci sul sicuro, invaderemo le tv e le librerie – e le discariche – con Ampollosità di una fregna al rabarbaro fritto di Pierfagiana Pitale Stucazziellis, che le consigliamo vivamente di leggere, onde imparare”. Ecco, invece voi leggetevi La scopa del sistema, onde non farmi incazzare.

Parola di Scriba.