"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"

SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

lunedì 22 novembre 2010

Assaggi di romanzo (7)




da il taccuino rosso di wolfsburg
prima parte del capitolo 25



Dalla Marilù del bosco a portare il latte, nella speranza di trovare il coraggio di baciare ‘sta benedetta Cristina, di sfiorare con le labbra le sue guance di pesca, presi ad andarci tutte le sere. Ogni volta era una storia in tre atti. Il primo atto, l’andata, era allegro e spensierato. Il terzo, il ritorno, era l’atto dei batticuori e dei patimenti d’amore e della rabbia sorda per la mia vigliaccheria. L’atto centrale, più che il latte e il signor Sandro e la Marilù del bosco, riguardava, di nuovo, l’intontita e silente adorazione di quella meraviglia che era il televisore a colori. Certe volte, affacciandomi appena alla soglia del salotto, mi capitava di sbirciarlo, con rispetto e deferente stupore, anche spento.
A casa mi accontentavo dei fumetti. Prima dei Tex la mia passione erano stati i Topolini. Ma anche di quelli non è che me ne comprassero tanti. Mi toccava prenderli a prestito dalla biscugina Violetta di Cuvio e dimenticarmi di restituirli. Mi approvvigionavo da questa cugina di secondo o terzo grado molto più grande di me che ce li aveva proprio tutti, e poi soffrivo di amnesie restitutive. Aveva anche quelli con le medagliette metalliche dell’Operazione Quack, però le medagliette non c’era verso di ranzarle via perché la grandona le teneva sotto chiave. Il mio preferito era Paperinìk. Anch’io mi vedevo come un eroe mascherato, quando espropriavo i Topolini. Corradinìk alla riscossa! Ma lei era molto stronza e possessiva e non gliene sfuggiva uno. Doveva tenere uno schedario su cui annotava i numeri di serie. Martedì 23 maggio. Topolini 672, 894 e 895. Se doveva assentarsi si cautelava contro le mie incursioni mobilitando una specie di prozia zoppa che viveva con loro, e m’impediva di prenderne altri se non restituivo i precedenti. La prozia zoppa non li chiamava giornalini. Li chiamava “i libri della Violetta”. Non capiva un put, quella lì. Probabilmente non capiva neanche di essere zoppa e pensava che gli strani fossero gli altri. Oppure veniva lei, la Violetta di Cuvio, in missione a cercarmeli a casa, e io non riuscivo mai a nasconderli abbastanza bene. Avrebbe dovuto vergognarsi, quella grandona.

Gli Stevanato non avevano il telefono. Ogni tanto la Beatrice veniva da noi per chiamare nel Veneto. Telefonava in piedi per non disturbare la sedia o non sfondarla, e ci faceva sbellicare coi suoi intercalari e i suoi ondeggiamenti d’anca. Per un po’ credemmo che la parente con cui parlava si chiamasse Imelda, poiché sembrava ripetere di continuo “Va, Imelda, va Imelda”, ma poi se prestavi maggior attenzione scoprivi che l’intercalare telefonico era “Va’ in merda”, detto però con affetto.
Dopo ci lasciava duecento lire sul tavolino del telefono.
La Marilù del bosco ne aveva uno a muro in fondo al corridoio, ma io non l’avevo mai vista telefonare e sospettavo fosse finto. Una sera aprimmo la porta che non era mai chiusa a chiave, e la Marilù del bosco, di solito la donnona più tranquilla e rassicurante del mondo, era lì in fondo al corridoio che sbraitava. Stava parlando con la sorella di Cuveglio, così ci parve di capire, e si lamentava a gran voce. Nel corridoio rimbombavano parole volgari che io avevo creduto non conoscesse nemmeno. Né lei né il corridoio. Ce l’aveva con la farmacista di Cuviago. È mai possibile, si lamentava, che tutte le volte uno debba dire davanti a quindas persone che la pomata gli serve perché ghe brusa el cü? Ebbene sì, santa Madonna, el me brusa ‘l cü! E alùra? Secondo me, si lamentava, quelle stronze delle farmaciste lo fanno apposta. Succede ogni volta, sempre, mica dimà a Cüviàgg, m’è succedü, anca a Shtì, e a Caravé, e giò a Lavinia, e semper dimà par i pumàtt contro il bruciore all’ano. Qualsiasi altra cosa tu compri, dall’aspirina ai barbiturici alla cicuta non gliene frega niente a nessuno, mai nessuno che ti domanda “a che cosa le serve”. Ma se tu compri una pomata contro il bruciore all’ano, ci sarà sempre una stronza di farmacista che ad alta voce ti chiederà davanti a tutti: “E a cosa le serve codesta pomata?” Solo se non c’è nessun altro in negozio, non te lo chiedono. Ma se ghè lì di gent: “Per cosa le abbisogna la pomata, signora?” Mi abbisogna perché ci ho giù un incendio nei paraggi del culo, santa Madonna dei pompieri!
Di andare a contemplare la tv a colori accesa o spenta non se ne parlava, perché il signor Sandro era parcheggiato di sbieco in salotto e armeggiava laborioso con la patta aperta come se volesse mettersi a pisciare sul tappeto, per una forma di protesta o che so io, (magari la telefonata andava avanti così da un paio d’ore, porcu dìghel) e la diatriba anale non accennava a sfumare o a placarsi, così io e la Cristina dopo esserci lanciati uno sguardo d’intesa andammo ad appoggiare la bottiglia piena di latte sano puzzolente appena munto, insieme a un paio di mosche di staffetta che ci avevano seguito, sul tavolo della cucina, dove regnavano odore di piatti lavati e pace di pendola. Poi prendemmo quella vuota del giorno prima per il giorno dopo che la Marilù del bosco aveva risciacquato e preparato lì per noi e, dopo aver rivolto alla suddetta Marilù Infuriata Per L’Interrogatorio Sulla Pomata un non ricambiato cenno di saluto, sgattaiolammo fuori.
Allora dopo sulla via del ritorno io facevo l’imitazione della Marilù del bosco che gli brucia il culo, la Marilù del bosco che grida “Me brusa ‘l cü, e alùra?!”, facevo l’imitazione e la Cristina rideva come una matta, e anch’io ridevo ma lei di più, perché io mi dovevo controllare per non interrompere l’imitazione e lei no, e più rideva più mi si stringeva addosso a frotte di Cristine che mi davano spallate come per sbattermi fuori strada nel bosco (spallate che mi rallegravano il midollo e mi attizzavano focherelli nell’anima) e più mi guardava con occhi innamorati come se mi si volesse mangiare intero lì nella via Roccolo da tanto che mi amava e da tanto che la facevo divertire, era un momento così bello da augurarsi che non finisse mai, perché i suoi occhi ridevano e di certo mi amavano, al punto che mi chiesi, lì per lì, se il segreto per far innamorare le femmine non fosse proprio quello di riuscire a farle ridere – e noi maschi piciorla che credevamo bisognasse essere belli e coraggiosi e regalare fiori e anellini e fare a botte per loro, quando invece bastava solo essere simpatici e farle morir dal ridere!
Da tanto che rideva la Cristina le uscivano le lacrime dagli occhi, erano belle, quelle lacrime, mi piacevano, m’ingolosivano, avrei voluto berle, e avrei voluto fossimo più grandi e già sposati per abbracciarla e metterglielo dentro lì per strada e fare un altro figlio dei magari quindici moribondi di fame che avevamo già, e a un certo punto ci fermammo a ridere, io di fronte alla Cristina del mio cuore e lei di fronte al Corradino del suo cuore, lei con le lacrime di riso sulle guance e il collo della bottiglia vuota in una mano, io senza niente in mano tranne la voglia di accarezzarle le lacrime e di metterlo dentro alle lacrime e stringerla forte forte forte più di come lei stringeva la bottiglia, e allora qualcosa mi disse che il momento era quello, che l’occasione non si sarebbe ripetuta, e mi slanciai verso di lei per azzardare un bacio su una guancia, non in mezzo alla guancia ma addirittura a lambire le vicinanze della bocca, presi coraggio e mi slanciai facendo il grugnetto per il bacio in direzione della sua guancia sinistra alla mia destra, ma non avevo calcolato (come potevo calcolarlo? come potevo anche solo sognarlo o implorarlo in preghiera?) che lei in quel preciso istante si sarebbe buttata di scatto verso la mia bocca per baciarmi sulle labbra, e così le nostre bocche a grugnetto pronte a scoccar baci s’incrociarono distanti nello spazio cosmico come quando si dice che una cometa sfiora un pianeta ma in realtà è passata a quarantamila milioni di chilometri, cosicché il suo bacio, la cosa per me più preziosa e desiderabile del mondo, il suo bacio audace e inaspettato destinato addirittura alle mie labbra per farmi felice donandomi l’ambrosia delle sue mancò le mie labbra e andò sprecato nell’aria della sera (o magari beccò un moscerino non all’altezza di apprezzare la fortuna che gli stava capitando), mentre il mio, destinato alla sua guancia sinistra alla mia destra, andò a cozzare goffamente contro la sua orecchia sinistra sempre alla mia destra. Goffamente e pure con una certa violenza, per la somma algebrica dei nostri opposti slanci a grugnetto proteso.
Ci guardammo, istupiditi da quello che era successo. Difficile spiegare il cambiamento repentino che era avvenuto. Era come se invece dell’orecchia le avessi ammaccato un parafango in maldestra manovra, una situazione assicurativa da constatazione (si sperava) amichevole. Se ci fossimo rimessi a ridere la risata ci avrebbe salvati, e probabilmente ci avremmo riprovato con più calma e ci saremmo riusciti, ma io rimasi lì come un allocco, incerto se scusarmi per averla voluta baciare o per averle di fatto impedito di baciarmi o per averle beccato l’orecchia, lei glacialmente perplessa in parte per avermi mancato per colpa mia (era come se avessi voluto schivarla!!), ma soprattutto perché le avevo beccato quella cazzo d’orecchia, insomma l’incantesimo era svanito, lei tacque, io stetti zitto, e lei, dopo aver taciuto, toccò la sua orecchia contusa, come per valutare i danni, e poi mi chiese: «Perché qui?»
«Così», risposi. Da bravo idiota che ero. Neanche l’avessi progettato per mesi con tanto di simulazioni e disegni, di baciarle l’orecchia. Non dissi che mi ero sbagliato e che magari era il caso di riprovare, semplicemente risposi: «Così».
Dopo, da lì fino ai pilastroni della fattoria, non ridemmo né parlammo più.


Nell'immagine in alto: copertina della precedente stesura (intitolata gementeseflentes) con la fotografia artistica di Klas Pedersen AVANZI PERPLESSI DI NATURA COTTA.


giovedì 18 novembre 2010

Sorensen Puddu - Replica (16)

non amarmi ti meno


Ardevo in la biemmevù benimboscata al buio a cm pochi dal mio malassortito e non corrisposto ammòre (io nella mia fase Jane, lui sempre Tarzan, ma meno sofisticato e istruito, più trinariciuto, più Cito imburgnito, e pure maledettamente cocciuto) quandecco telefonò l’intempestivo Ezequiel
Aló, como va?
Bene, grazie, e tu?
Bene, grazie, e tu?
Bene, grazie, e tu?
Bene, grazie, e tu?
Chiedigli come sta, s’intromise il mio malassortito ammòre
Il mio malassortito ammòre mi chiede di chiederti come tu stai, o intempestivo Ezequiel
Bene, grazie, e lui?
Bene, grazie, e tu?
Bene, grazie, e lui?
Lo so che repetita scassant, ma del resto riattaccare in faccia a un amico è cosa che a livello galateiale non si fa, linasotis stradocet
Laocoonte per cui spensi

Ti dissi ti amo e tu rimanesti esterrefatto come uno stronzo uscito di bocca, cioè col permesso di linasotis cagato contromano. Poi arrivò la tua risposta e io rimasi tume fatto. Ti dissi ti odio e tu mi dicesti OK, questo è accettabile. Eppure credevi nell’amore universale e ti piaceva quel signor cristo. Ti diedi un bacetto piccino e lieve sul labbrotto e tu con un pugno mi facesti volare quattro denti dei più belli tra cui proprio il mio preferito contro il parabrezza interno della biemmevù. T’appioppai una pappina spaccanaso e tu dicesti OK, questo è già più normalino-omologatino, finalmente un gesto schietto da ometto perfetto – che ce l’avresti un fazzoletto por la sangria nasàl?
Ma de nuevo, mierda y vacca merenda, l’intempestivo Ezequiel
Ola, cioè s-ciaos, como vas?
Mira che il movìl es spentolinos!
Bene, grazie, e tu?
Aggia skassat’a miinkya!
Bene, grazie, e tu?
Simulai un ictus alle batterie.

Eravamo sempre lì, mi sdentàt, yu epistàss (ma come ci eravamo arrivati a imboscarci così bene? allora inconsciamente ci stavi, brutta checca repressa?) me Yanez corretto Marian, tu Sandokaz, ma più bruto, più rude, più puzzolente, atto a difendere la tua macha pisellonità anacronistica a colpi di scimitarra scorbutika e fetente
Mi vuoi un po’ di bene?
Boh
Un po’ di pene?
Passo
Bacino?
Ti ammazzo
Cazzotto in testa?
Yess
Ma di che segno sei?
Lattuga
Questo spiega tutto
Cioè?
Che ne so. Mai stato attento, alle spiegazioni

Provai con una carezzuola, e mi ammollasti una cazzuolata di quelle che arrivano di taglio nelle balle, frastagliandole. Ti assestai un bel calcione nel culo che così da seduti non so come ci ebbi riusciuto e tu mi dicesti OK, finalmente un comportamento non dico da maschio ma almeno, perdiana, da uommmo. Eppure credevi n’il dolce clito universale e nella bellezza senza pari dell’amore. Ti regalai una rosa e tu mi denunciasti delatore al telefono macho. Eppure pergabbana avevi sempre detto di non sapere il numero. Ti dissi Guarda che meraviglioso planar di gabbiani nel crepuscolo e tu mi sputasti in bocca. Ti dissi Fffiuuuuu, ardakeffffffiiga! mentre passava la tua mamma, e tu mi dicesti Forse non sei del tutto senza speranza, ex amico mio, e comunque vaffanculo e beccati ‘sto gancio alla bocca dello stomaco e non farti più vedere, brutto finocchio. (Hai ragione, scusa: tua mamma non è figa. È un cesso umano che mollami, anzi, scrofigno. Altri due denti). Ma perché rifiuti di godere assai mediante stimolazione digitale del tuo perineo sulla biemmevù benimboscata al buio che non ci vede nessuno, per colpa di uno stolto pregiudizio viriloide? Se il tuo dio non avesse voluto farci godere non avrebbe dato un punto G financo ai cazzoncelli, o quantomeno non lo avrebbe piazzato da quelle parti lì!, postulai. Allora tu come risposta volesti stimolarmi un’altra settina di piccole ossa gengivali, e quella mi conveniva considerarla oltre che un uppercut una risposta definitiva, giacché i dentini cominciavan a scarseggiare, e l’effetto di tanto affetto a influire su certe consonanti della mia dizione

Sulla biemmevù si creò un grandevuoto, riempito solo dalla scoreggia di cui mi omaggiasti prima di scendere furibondo e petente. Incisivi e premolari a parte, non una grandeperdita per me, ma una doppia perdita (di Me e di gas) for you
Ti consigliai una visitina da mio cugino, il famoso gastropetologo (vetero etero, vai tra)
Ti chiesi anche perché diavolo scendevi e te ne andavi, visto che la biemmevù era la tua, ma tu non volesti sentir ragioni e io pensai di correre a rivendermela
Tornatore indietro ti facesti per dirmi una robina
Stavi forse insinuando che il mio subconscio è frocio, visto che la macchina era mia e guidavo io e son venuto a imboscarmi con te?!!
Che ne so
Allora tienti il mio subconscio e la biemmevù e andatevene affanguglia tutti e tre
Posso rivenderla?
No, mangiala
E con cosa la mastico?

A quel punto ero talmente ferito e contuso e sballottato e sanculotto da non capirci più un cristo, e allora in quella mi apparve un tizio e disse Vedo che la mia storia non ti ha insegnato proprio nulla
Ma come, non capisco
Dico, sapevi di giovanni e ci provi lo stesso con diegubaldo? Se è andata male a me, come speravi andasse a tu, che sei fetecchia di polvere e polvere tornerai, e scaracchio di cenere nel mio portacenere?
Non capisco.
Vedi di svegliarti!
Cioè?
Ti sto chiedendo, sapevi di giovanni?
Diciamo di sì, lo assecondai.
E per cosa credi che mi abbiano appeso?
Va bene, ma tu chi cavolo sei, che non capisco più un cristo?
Sono per l’appunto l’invan summenzionato unto e non caputo
Presi uno spillo e feci scoppiare l’apparizione

Mentre cercavo denti sul tappetino ritelefonò l’intempestivo Ezequiel
Uélla, come va?
Egne, accie, e u?
Bene, grazie, e tu?
Egne, accie, e u?
Bene, grazie, e tu?
Sfanculai e riagganciai (cara linasotis, quando ci vuole ci vuole) ma poi tu ti rifacesti tornatore indietro (2 maroni) e mi dicequi Va bene mi hai convinto sono tuo baciami carezzami proteggimi sposami riempimi di coccole leccami succhiottami penetrami sfondami sgonfiami fammi, fammi di tutto e fallo presto che più non resisto ammoremmìo!
Spiacente, risposi, tempo scaduto, è orora terminata la mia fase Jane, ho giustappunto appuntamento fra due minuti e un quarto con tua sorella per una trombatella regular vaginella
Fin troppo prevedibboli la tua reazzzione:
denti finiti, storiella pure

fimmafo: foenfen fuffu


martedì 2 novembre 2010

Poesie del poeta pentito

Ne ho scritte solo fra i 16 e i 19 anni. Poi smisi, perché mi parevano bruttine. Ma su questo blog ho deciso di darmi con generosità, senza paura di figuracce. Quindi, vogliatene gradire un microassaggio.



COINCIDENZE SUL BINARIO MORTO


Corre
La terra
Luccicante
Sui campi
Sonnolenti

(Così stanco
Di stare
Da solo...)

E mi guardo
Con sospetto
Nel vetro

Sto vivendo
Come un'ala
Senza volo




OCCHI SUL TRENO CHE CORRE


Tu,
Occhi belli sul treno che corre
Forse un giorno ti rincontrerò
Sarai madre di tre o quattro figli
E io chissà come sarò

Tu,
Occhi dolci sul treno che corre
Forse un giorno ti rincontrerò
Sarai padre di tre o quattro figli
E io... io temo proprio di no

Tu,
Occhi stanchi sul treno che corre
Forse un giorno ti rincontrerò
Sarai una foto su una lapide bianca
E io credo che t'invidierò

Tu,
Occhi ciechi sul treno che corre
Dal respiro senti che sono triste
Stai per dirmi qualcosa di dolce
Ma purtroppo devo scendere qui




VENTO BASTARDO


Uccelli
Imperterriti
Volano
Via
Pur se
Il vento
Bastardo
Li vorrebbe
Fermar

Il mio
Cuore
Incagliato
Dentro questa
Poesia
Sta cercando
Il sistema
Di venire
Da te

E di tante
Illusioni
Celate in fondo
Al mio sguardo

Restan solo
Bastarde
Poesie
Dentro il vento
Bastardo

venerdì 22 ottobre 2010

Assaggi di romanzo (5)


da il taccuino rosso di wolfsburg
parte iniziale del capitolo 17



A luglio la frescura della chiesa era più ristoratrice di un ghiacciolo alla menta comprato all’Hostaria dei Cacciatori lì in piazza, e il primo sgocciolio d’acquasantiera sui polpastrelli e sulla fronte (il Padre) pareva scaturir da viscere di rocca di montagna.
La visita alle tombe era sfumata, per oggi. Le incombenze spalerecce avevano tenuto Gianni inchiodato alla fattoria per tutta la mattina e il primo pomeriggio, e alle sei eravamo di turno come chirichetti per servir messa alla vespertina delle vecchie, che si sarebbe prolungata oltre la chiusura del camposanto. Le cui muraglie impervie lo rendevano ben più impenetrabile di Villa K.

(...)

La chiesa parrocchiale dedicata a San Rocco, ricca di affreschi e decorazioni, era sproporzionata per Cuviago come lo sarebbe una cattedrale gotica a Lavinia. Io tutte le volte che entravo non potevo evitare di commettere peccato ripensando alla barzelletta sacrilega dello zio Renzo al matrimonio piemontese. Era la storia di uno che inciampava in chiesa, e non volendo bestemmiare si sfogava rivolgendosi ai romani nel quadro della via crucis:
“Forza fiòj! Inciodélo!”
Ma oggi, se chiudo gli occhi e penso “chiesa”, la prima cosa che mi viene in mente è don Gioele con la sua bellissima voce da baritono, e un brivido sconquassante mi percorre ora come allora da capo a piedi nel risentirlo cantare, fremendo di commozione e quasi tremando, quella strana, lunga, disperata parola: “Geementesefleeentes…” che sta nel cuor cuore del Salve Regina. Ero e sono sicuro che in quei frangenti, su quegli acuti, lui ci facesse l’amore, con la sua Regina. Ascoltandolo e guardandolo intuivo che l’amore puro era qualcosa che poteva esistere veramente, che gli angeli asessuati non erano degli esseri con qualcosa di meno, ma con qualcosa di più. Però gli ignorantoni del paese queste cose non potevano capirle, e spettegolavano che don Gioele si scopava (che schifo) la De Ropp.
La De Ropp vista da noi non era una donna, ma un’istituzione come il catechismo, l’acquedotto, il passaggio a livello. Non era roba che si potesse scopare.

Arrivammo appena in tempo. In chiesa c’erano già tutte e cinque le vecchie, che ci guardarono malissimo – eravamo ansanti e zuppi di sudore, e con l’acquasanta per la fretta invece del segno della croce bel completo avevamo finito col mimare spennellamenti a carciofo sulle fronti. Don Gioele era già in sagrestia che ci aspettava, in compagnia del Norino che lo aiutava nella vestizione. Il vecchio Norino era un personaggio dell’Italia in miniatura: piccolo, pelatino, coi baffettini da un po’ avvizzito Charlot, omino piissimo, origliava le messe dalla galleria che metteva in comunicazione sagrestia e altar maggiore, e sbucava fuori solo per ricevere l’ostia, come un topino timido attirato dal formaggio. Mai lo sentii pronunciar parola che non fosse l’impercettibile “Prosit” che sbiascicava addosso a don Gioele a fine celebrazione. Per il resto sembrava muto: se doveva redarguire noi chirichetti per il nostro arrivare chiassoso, si limitava a guardarci male e a mettere l’indice in miniatura davanti alle labbra in miniatura. Per mesi lo credetti una creatura dedita a null’altro che alla sagrestia, dove pensavo vivesse e dormisse dentro qualche custodia o tabernacolo, e fui molto sorpreso quando venni a sapere che il buon Norino Prosit era nonno: il nonno materno del terrificante bullo Pierfranchino Azzalonna.

venerdì 8 ottobre 2010

ANTROPOMETRIA - Il meritato esordio di Paolo Zardi


Oggi voglio concedermi una recensione come quelle che scriveva Bukowski: semplice e immediata, forse un poco ingenua, ma fatta con quel genuino, sincero entusiasmo che dovrebbe essere il succo di tutte le recensioni che abbiano lo scopo di mettersi al servizio dei lettori e della scrittura, e non di mettere in mostra la bravura del recensore.

E allora semplicemente vi dico, consiglio, ordino: leggete il bel libro d’esordio (l’atteso e promettente esordio) di Paolo Zardi intitolato Antropometria e appena pubblicato dalla Neo Edizioni (pagg 176, € 13), una giovane e appassionata casa editrice che oltre a fare libri originali e coraggiosi ha pure la prerogativa non da poco di fare bellissime copertine. Inutile dire che la Neo è piccola ma onesta: fossero imbroglioncelli a pagamento non ne parlerei. Siete ancora lì indecisi? Non fatemi incazzare.

Dopo tanto mio scrivere (giustamente) male di tutta quella schifosa feccia raccomandata o ben maritata che non merita un cazzo ma che a mafiopoli spopola, lasciatemi la soddisfazione di dirlo: Paolo Zardi è uno che ha talento, è uno senza peli (di nessuno!) sulla lingua, e merita che i miei amici divengano suoi lettori, e i miei lettori divengano suoi amici. I suoi racconti grondano umanità e vita vera. Ma non è la squallida, banale, deludente, rasoterra docufiction degli scrittori-magnetofono che vanno oggi tanto di moda: è la vita vera narrata da un vero artista. Ché la Narrativa è ancora un’Arte, checché ne pensino certi lobotomizzati editoriali e i loro spastici scolaretti.

Questi suoi racconti, ne sono sicuro, vi daranno qualcosa. Vi daranno molto. Se non vi dessero nulla, ci sarò qua io a rimborsarvi il prezzo del libro. Non lui: io.

Parola di Scriba.

sabato 4 settembre 2010

Domenica maledette cavallette della domenica


UNA SEDIA AL MARE



Pomeriggio infuocato di luglio, giorno del Signùr e delle Cavallette, in attesa della bella cosa chiamata Lunedì Mattina…

Il vostro Zio preferito arriva in spiaggia all’Oasi e, appena sbucato dal viottolo della pineta, riporta ferite in scontri frontali con: due gormiti di cui uno (il più leggero) di piombo; un frisbee d’acciaio inossidabile; il bambino idiota inossidabile che stava inseguendo il frisbee; il padre scimpanzorla del bambino che inseguiva il pargolo per, se dio vuole, menarlo a sangue, possibilmente col frisbee, di taglio; una vecchia carrarmata con le tette in titanio, in lacrime (lei, non le tette) per aver visto la madonna e averla poi subito persa di vista nell’assai poco mistico bailamme; un vecchio allo stato bradipo appena cascato dal tavolino al cui orlo era appeso per giocare a maraffa scolandosi una caraffa, di grappa; un pallone da beach volley proveniente dal campo del limitrofo Bagno Lux ove il prode Pamparani, unico rimasto su tutto il litorale a preferire il beach volley al beach tennis, gioca contro se stesso (e perde). Il vostro Zio preferito osserva allora perspicace che forse c’è un pochettino troppo casino, e la domenica pomeriggio converrebbe dedicarla tutta a un ristorator pisolino, o a danza della pioggia per originare il Fugone, detto anche Feu Di Bàl.

Intanto, nel bel mezzo della zona pavimentata (tavolini verdi maxiombrelloni crema sedie blu) s’è venuta a creare una strana isola di semideserto: c’è un omino biondo sui 45 seduto tutto solo su una sedia isolata, senza tavolo, come se gliel’avessero portato via, lo sguardo vuoto perso nel vuoto, in mano un boccale di birra, indifferenti lui la sedia e la birra a tutto il caos che li circonda.


Poco dietro di lui, una fila di persone 44 stringe d’assedio la famiglia Bonanza Educanza asserragliata nella cabina della doccia. Nei precedenti 50 minuti i Bonanza Educanza hanno proceduto alle seguenti operazioni: docciaschiuma, shampoo (prima e seconda passata), balsamo, asciugatura, rivestitura, taglio unghie, bigodini al bambino di due anni, ma ancora non si schiodano perché non trovano la presa per la spina del phon. Da più o meno metà fila partono un porcapaletta, un paio di bestemmie silenziate, un vaffanguglia neanche tanto silenzioso. Ma i Bonanza Educanza in buona sostanza se ne sbattono le balle, mica c’è esposto un cartello che fissi tempi massimi per la doccia. È già tanto se il capofamiglia non fa fuoriuscire un dito medio dalla feritoia in alto a sinistra…


Tra i vecchietti e meno vecchietti ai tavoli da maraffa con o senza caraffa c’è anche il sosia dell’attore Carotenuto, incarognito nero perché si ritiene giocatore abile ed esperto ma è dal ‘72 che non vince un trentuno. Il sosia di Carotenuto è famoso per essersi, anni fa, appropinquato non invitato allo spigolo del tavolo ove giocavamo in quattro ragazzi alle prime armi. Restò in muto e comatoso dormiveglia russante per lo svolgersi di varie mani, dopodiché, trascorsi all’incirca ore una e minuti 56, sbottò a tradimento all’indirizzo di un ragazzino alla seconda partita della sua vita: “Il do ad coppi, diobojjèèè!!”, per poi alzarsi e andarsene via disgustato.

L’omino biondo è sempre fermo e zitto sulla sua blusedia in mezzo al delirio, vuoto lo sguardo nel vuoto a perdere del mondo, il terzoquarto boccale di birra quasi vuoto anche lui.

I Bonanza Educanza al gran completo (la figlia femmina nel frattempo ha fatto cacoty, redarguita da mamma che le dice Non potevi farla nel mare? – non al cesso, giustamente, nel mare) tengono duro chiusi a chiave nella doccia. Dal settantesimo posto della fin troppo paziente fila parte ora, fragoroso come un tuono, un Boiadiquelcane, giochiamo a briscola lì dentro o cosa, boiacane?


Nel campo da Beach Tennis è in corso fin dall’alba un torneo di racchettoni organizzato da sboroni venuti da fuori. Siamo alle semifinali, e la partita di doppio misto è tutta uno show testosteronico maschile del Semi Professionista De Racchettis Bandanaitis Scurnacchiato Marabù e del Professionista Semo Rogerio Scrofigno Schisciapuleggia di Valpupazza, Terzo. Nessuno di loro è dell’Oasi. Questi tornei di doppio misto per Professionisti Semi sboroni venuti da fuori partono sempre all’insegna della galanteria, della poesia e cavalleria, del fair play e del bon ton (rose rosse a ogni battuta, baciamano al cambio campo), ma poi nelle fasi decisive per la decisiva assegnazione di una borsa sponsorizzata o di una maglietta troppo stretta si arriva molto vicini al fatidico Spostati Troia Che Le Prende Tutte Superman.

Un folto pubblico assiste all’esibizione, metà assiepato sul lato sinistro del campo, metà dietro, nella veranda del bar. Quelli di lato sono amici parenti e amanti dei Professionisti Semi, e ad ogni colpo applaudono in estasi orgasmica. Quelli dietro sono i bagnanti dell’Oasi che li guardano torvi e cagneschi e pensano: Perché i vostri tornei del cazzo non ve li fate ai vostri lidi ravennati del cazzo, dove ci sono sei cazzo di campi per ogni cazzo di bagno mentre qui ce n’è uno solo e vorremmo tanto poterci fare una partitina, cazzo, noi?

Si levano anche, in volo radente, stormi di porcapaletta in assetto di guerra, boiacàn e distinti fanculi.


Rifugiarsi nel mare? Di questi tempi l’acqua dell’Adriatico è pulita, invitante, limpida persino, ricca di cefali e cavallucci marini, ma di domenica non ci sono i cavallucci perché non c’è nemmeno l’acqua: c’è la piscia delle cavallette e i loro stronzi tartufati, e al posto dei cefali i microcefali della tintarella in riva.


L’omino biondo è sempre lì, sempre più insediato sulla sua sedia, sempre più imbirrato nella sua birra, svuotato sempre più il vuoto sguardo disperso nel vuoto che è sempre più vuoto.

Verso le 5 e mezzas de la tardes lo staff dell’Oasi riserva una piacevole sorpresa, fette di cocomero gratis per tutti, bello rosso rinfrescante e succoso, e davvero ce ne sarebbe per tutti i troppotroppi che siamo, ma ecco scattare dai blocchi il capofamiglia dei Bonanza Educanza che arraffa per la famigliola sua fette di cocomero 236, e ne butta pure la metà nella spazzatura lamentandosi pei troppi semini. Partono, in ordine sparso, dei porcapaletta, un dio treporcellini (mio), un boiacane, un vaffanculo generico e uno dedicato. Più, di uno.


I Professionisti Semi escono dal campo con l’aria di voler firmare autografi, le loro donne invece non si schiodano, anzi chiamano dentro le amiche pigolando: “Facciamone qualcuna amichevole fra noi, che fino adesso non ci siamo divertite, con quei cazzoni merdoni sboroni testosteroni”. In veranda e altrove si perde il conto di vaffa, diovincùli e paternòstar.


L’omino biondo della sedia è sempre lì, sperduto e isolato nel blu, circondato da bambini che danzano al ritmo di musiche assordanti, gabbiani che si credono avvoltoi, cavallette che si credono persone, vecchie sguaiate che gridano, culi che parlano e bucce d’anguria che tacciono. Lui sta per avere un abbiocco. Sta per addormentarsi e lasciar cadere a terra il boccale di birra. La piccola catastrofe potrebbe originare un disastro cosmico, il Buco Nero finale. Ma per fortuna (o sfortuna?) gli vibra la mutanda. L’omino si riscuote. Estrae un telefono cellulare dai mutandiferi meandri. Risponde alla chiamata (sa come si fa). Ascolta la voce di qualcuno che da qualche mondo a noi ignoto lo chiama, chiama proprio lui. L’omino biondo della sedia ascolta per un po’. Pare persino capire cosa gli stiano dicendo o chiedendo. Forse la voce all’altro capo dell’onda gli pone un quesito filosofico del tipo Dove cazzo sei?, perché l’omino biondo della sedia, con un misto di quieta disperazione e umorismo esistenziale, come risposta non esclama null’altro che: “Sono nella sedia!”. Poi riattacca. E resta lì.


lunedì 16 agosto 2010

A buon intenditor poche parole: un vaffanculo basta e avanza.


Non c’è ramo dello scibile e dello sperimentabile umano in cui non nutra ammirazione per gli appassionati edonisti e sinceri, per quelli che seguono i loro gusti e assecondano le loro inclinazioni traendone emozione, soddisfazione e godimento. (Sia chiaro che mi riferisco a esseri pensanti e dotati di vita interiore: se a darvi godimento è Moccia, o un’intera giornata sui canali mediaset, prendete il telecomando e cambiate blog, o meglio ancora sparatevi.)

Non c’è ramo dello scibile e dello sperimentabile umano in cui non abbia antipatia per i cosiddetti “intenditori”.

L’intenditore di caffè ti insegna che va bevuto amaro.

Se ci metti lo zucchero non capisci un cazzo.

L’intenditore di sigari si vanta di fumarli forti e puzzolenti.

Se li preferisci dolcemente aromatizzati non capisci un cazzo.

L’intenditore di liquori elogia il puro whisky e la vodka liscia.

Se apprezzi il drambuie e la vodka alla pesca o all’anguria non capisci un cazzo.

L’intenditore di vacanze dice che è d’obbligo far pipì in ogni angolo di mondo.

Se vai sempre nello stesso posto (perché ci stai da dio) non capisci un cazzo.

Per l’intenditore di donne è fin troppo ovvio che contano il culo e le poppe.

Se ti innamori degli occhi, non capisci un cazzo.

L’intenditore di musica ti dice che esiste solo Mahler.

Se ti piace di più Mozart, non capisci un cazzo.

L’intenditore di cinema afferma che il cinema è solo Kubrick.

Se preferisci Woody Allen o Clint Eastwood, non capisci un cazzo.

Per l’intenditore di pittura esistono solo le madonne del Settecento.

Se ti piacciono Van Gogh, Kandinskij o Picasso, non capisci un casso.

L’intenditore di tv dice che i reality son brillanti metafore della nostra società

Se non li guarderesti neanche sotto minaccia armata, non capisci un cazzo.

Per l’intenditore di letteratura non puoi non leggere Tolstoij.

Se ami Bukowski, Vargas Llosa e Paul Auster, non capisci un cazzo.


È ufficiale: gli intenditori mi hanno cotto il razzo.


domenica 27 giugno 2010

Il Questionario dello zio Marcel (replicaccia)


Il vostro Capitano abbandonerà per qualche giorno il ponte di comando. Non avendo garanzie sul funzionamento in mare aperto della bussola-kiavetta (che devo ancora procurarmi…) in caso di naufragio vi affido questo message in a bottle. In realtà si tratta di un’altra spudorata replica, ma avendo bruciato il mio personale Questionario di Proust in un periodo in cui i miei lettori erano buoni ma pochi, ho pensato che riproporlo poteva essere, per i nuovi (quelli fra loro che fossero interessati, ovviamente) un modo per fare un po’ più a fondo la mia conoscenza. Usando poi i commenti per applaudire o criticare a sangue le mie risposte, o per dare quelle due o tre vostre che vi intrigassero di più. È lunghetto, così potrete leggerlo un po’ alla volta e farlo durare… Ciao a tutti e (speriamo) a presto!


NICOLA PEZZOLI

INTERVISTA ZIO SCRIBA

(O FORSE VICEVERSA…)


Il tratto principale del suo carattere?

L’essere un bastiancontrario.

Le qualità che preferisce in un uomo?

Dolcezza e gentilezza. E ovviamente l’intelligenza (cioè il pensare con la propria testa).

E in una donna?

Semplicità e simpatia. E ovviamente l’intelligenza (cioè il pensare con la propria testa).

Il suo principale difetto?

Un cocktail di timidezza e ansietà.

Il suo sogno di felicità?

Possedere un’isola e starci con chi voglio io. (Banalotto e naif, lo so: ma è il concetto di “felicità” a essere banale).

Il suo rimpianto?

Avere rimpianti è sciocco: se ne hai uno, ne collezionerai altri mille.

L’incontro che le ha cambiato la vita?

Quello con Domenico Nodari. Sono fiero che un uomo così nobile e coraggioso, vero signore d’altri tempi, sia stato il mio primo editore.

Sogno ricorrente?

Un incubo. Mi trovo in una squallida caserma, fra tutti l’unico coglione che sta rifacendo il servizio militare: sono andati persi i documenti comprovanti che l’avevo già fatto!

Il giorno più felice della sua vita?

Spero debba ancora venire.

E il più infelice?

La morte della mamma.

La persona che richiamerebbe in vita?

È una violenza che non farei a nessuno.

Quale sarebbe la disgrazia più grande?

Avere altri che mi dicono cosa pensare e cosa fare, magari in nome di fanfaluche ideologiche o, peggio ancora, mitologico-superstiziose.

La sua goduria più perfida?

La juve in serie B.

Materia scolastica preferita?

Italiano scritto, naturalmente. (Sottolineo il naturalmente perché non c’è un solo scrittore o scrittrice italiana che abbia visto rispondere a questa domanda “italiano scritto”, e questo dovrebbe darci da pensare…)

Animale preferito?

Il gatto.

Colore preferito?

Tutti tranne il grigio. E tranne il rosa e l’azzurro quando sono obbligatori per la ridicola distinzione maschio-femmina già a partire dalla culla.

Città preferita?

Venezia.

Popoli amati o ammirati?

Scandinavi, Pellerossa, Tibetani.

Bevanda preferita?

Caipiroska alla fragola.

Il piatto preferito?

La pizza. Morbida e con tanta mozzarella.

Il suo primo ricordo?

Un gran freddo e una luce abbagliante. Piangevo, perché si stava meglio DENTRO.

E il ricordo più bello?

Tanti, per fortuna, e tutti dell’infanzia: le mattine di Natale con la scoperta dei doni (mi piaceva far durare l’attesa, prima di alzarmi), le partenze per il Mare, giocare fino a tardissimo nei prati fra i grilli e le lucciole…

Se avesse qualche milione di euro?

Aiuterei i giovani artisti emarginati da sette, cosche e conventicole italiote.

Libro preferito di sempre?

La zia Julia e lo scribacchino, di Mario Vargas Llosa.

Libro preferito degli ultimi anni?

Un giorno questo dolore ti sarà utile, di Peter Cameron.

Autori preferiti in prosa?

Oltre i due appena detti, Auster, Bukowski, Donleavy, Philip Roth, Saramago, McCarthy.

Poeti preferiti?

Rilke, ma più per le sue Lettere che per le sue poesie.

Pensatori?

Cioran, Bertrand Russell, Panikkar, J. Krishnamurti, Nietzsche.

Cantautori preferiti?

Paolo Conte, Fortis, Battiato.

Cosa canta sotto la doccia?

Sotto la doccia faccio una cosa strana, viziosa e fuori moda: penso.

Attori?

Totò, Clint Eastwood, Walter Matthau, Woody Allen.

Il suo eroe o la sua eroina?

Paperino.

Pittore preferito?

Van Gogh.

La trasmissione televisiva più amata?

Cinico tv di Ciprì e Maresco.

Cosa le piace di meno nella tv di oggi?

Quasi tutto: i cosiddetti reality, il compiaciuto pettegolezzo sulla feccia famosa, l’informazione sciacalla in mano a gioppini semianalfabeti, il velinismo sciacquettistico, la fiction sceneggiata da somari, il genuflesso leccaculaggio verso politici e porporati sempre più impresentabili, la pubblicità che ti considera un imbecille o tale vuole renderti, il patriottismo obbligatorio applicato allo sport, il mattatoio mentale degli pseudotalent show per ambiziosetti, l’appiattirsi sui format più cretini. E che tutto questo faccia parte di una deliberata strategia volta a inferiorizzare e manipolare la povera gente ignorante (laureati, ahimè, compresi…)

Film cult?

Il grande Lebowski. Dead man. Brian di Nazareth. La dea dell’amore. Signore e signori, buonanotte.

Se dovesse cambiare qualcosa nel suo fisico, che cosa cambierebbe?

Boh. Magari un bel nasino all’insù… Ma poi sarei troppo bello, e la bellezza porta guai.

Personaggio storico più ammirato?

Il Faraone Akhenaton (cui mi dicono assomigli molto più che a Tondelli…) Scelgo lui, il più dolce e affascinante Strano della storia, per la sua battaglia contro la suinitudine sacerdotale, e per aver capito che se proprio abbiamo bisogno di inventarci un Dio simbolico, tanto vale adorare il Sole.

A chi chiede consiglio nei momenti difficili?

Lo chiamano brain storming: affollatissime riunioni… con me stesso.

Il suo migliore amico?

Scrittori, musicisti, registi. Non necessariamente in carne e ossa. Non necessariamente vivi.

L’ultima volta che ha pianto?

La scorsa estate.

Sport preferito?

Mi spiace quasi dirlo, perché è un ambiente di sottosviluppati mentali, ma il calcio è qualcosa di meraviglioso.

Più bel complimento mai ricevuto?

Un ragazzo sconosciuto di Trieste, dopo aver letto il mio romanzo d’esordio, mi mandò un commento in cui diceva di essersi goduto il libro, e terminava con questa sinfonia per le mie orecchie: “e tu Nicola non sei mica normale!!!!”. La normalità è merda.

Personaggio politico più detestato?

Joseph Ratzinger. Un omofobo reazionario oscurantista ascoltato da milioni di sempliciotti e di poveri di spirito, con effetti devastanti sull’intelligenza media nel mondo.

Quel che detesta di più?

Il trionfo dei mediocri e della merda raccomandata. E poi l’ipocrisia e la bigottaggine, e tutto ciò che puzza di pecora conformista.

Cosa pensa dell’umanità in generale?

Quel che ne pensava Ionesco: mi fa orrore.

Se non avesse fatto il mestiere che ha fatto?

Mi sarei ucciso.

Il regalo più bello che abbia mai ricevuto?

Una lettera inaspettata.

Le più grandi invenzioni umane?

La scrittura, il gioco, la musica, l’arte in generale.

Se le si parasse davanti l’uomo più potente del mondo, cosa gli direbbe?

Spostati, stronzo, che mi togli il sole.

Il dono di natura che vorrebbe avere?

Ne ho già troppi, lasciamo qualcosa anche agli altri… Scherzi a parte, vorrei saper suonare il piano. E, per ovvi motivi, saper scrivere in perfetto inglese.

Attuale stato d’animo?

Bellicoso. Ispiratissimo. E come sempre innamorato, di tutti e di nessuno.

Come vorrebbe morire?

Con un sorriso sereno sulle labbra.

Le colpe che le ispirano maggiore indulgenza?

Le mie.

Il suo motto?

Se uno vale deve farsi valere, se no tanto valeva non valere niente.

Citazione preferita?

“Considerate i gigli del campo, puttana ladra”. (Jesus Nazarenus rivisitato, e rinforzato, dai fratelli Coen)

Ma anche questa di Borges non mi dispiace: “È fama tra gli etiopi che le scimmie non parlino di proposito, per non essere obbligate a lavorare”. Mica sceme le scimmie, vero?


venerdì 18 giugno 2010

Semplicemente Ciao


Un saluto, un ringraziamento, e una rosa del mio giardino

per José Saramago, che non c’è più ma c’è ancora.



“Quando la prova sarà terminata, riporrà il violoncello nella custodia e tornerà a casa in tassì, uno di quei tassì dal portabagagli grande, ed è possibile che stasera, dopo cena, apra la suite di bach sul leggio, tragga un profondo respiro e sfiori con l’arco le corde perché la prima nota che nascerà possa consolarlo delle incorreggibili banalità del mondo…


(José Saramago, Le intermittenze della Morte)