"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"

SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

domenica 27 giugno 2010

Il Questionario dello zio Marcel (replicaccia)


Il vostro Capitano abbandonerà per qualche giorno il ponte di comando. Non avendo garanzie sul funzionamento in mare aperto della bussola-kiavetta (che devo ancora procurarmi…) in caso di naufragio vi affido questo message in a bottle. In realtà si tratta di un’altra spudorata replica, ma avendo bruciato il mio personale Questionario di Proust in un periodo in cui i miei lettori erano buoni ma pochi, ho pensato che riproporlo poteva essere, per i nuovi (quelli fra loro che fossero interessati, ovviamente) un modo per fare un po’ più a fondo la mia conoscenza. Usando poi i commenti per applaudire o criticare a sangue le mie risposte, o per dare quelle due o tre vostre che vi intrigassero di più. È lunghetto, così potrete leggerlo un po’ alla volta e farlo durare… Ciao a tutti e (speriamo) a presto!


NICOLA PEZZOLI

INTERVISTA ZIO SCRIBA

(O FORSE VICEVERSA…)


Il tratto principale del suo carattere?

L’essere un bastiancontrario.

Le qualità che preferisce in un uomo?

Dolcezza e gentilezza. E ovviamente l’intelligenza (cioè il pensare con la propria testa).

E in una donna?

Semplicità e simpatia. E ovviamente l’intelligenza (cioè il pensare con la propria testa).

Il suo principale difetto?

Un cocktail di timidezza e ansietà.

Il suo sogno di felicità?

Possedere un’isola e starci con chi voglio io. (Banalotto e naif, lo so: ma è il concetto di “felicità” a essere banale).

Il suo rimpianto?

Avere rimpianti è sciocco: se ne hai uno, ne collezionerai altri mille.

L’incontro che le ha cambiato la vita?

Quello con Domenico Nodari. Sono fiero che un uomo così nobile e coraggioso, vero signore d’altri tempi, sia stato il mio primo editore.

Sogno ricorrente?

Un incubo. Mi trovo in una squallida caserma, fra tutti l’unico coglione che sta rifacendo il servizio militare: sono andati persi i documenti comprovanti che l’avevo già fatto!

Il giorno più felice della sua vita?

Spero debba ancora venire.

E il più infelice?

La morte della mamma.

La persona che richiamerebbe in vita?

È una violenza che non farei a nessuno.

Quale sarebbe la disgrazia più grande?

Avere altri che mi dicono cosa pensare e cosa fare, magari in nome di fanfaluche ideologiche o, peggio ancora, mitologico-superstiziose.

La sua goduria più perfida?

La juve in serie B.

Materia scolastica preferita?

Italiano scritto, naturalmente. (Sottolineo il naturalmente perché non c’è un solo scrittore o scrittrice italiana che abbia visto rispondere a questa domanda “italiano scritto”, e questo dovrebbe darci da pensare…)

Animale preferito?

Il gatto.

Colore preferito?

Tutti tranne il grigio. E tranne il rosa e l’azzurro quando sono obbligatori per la ridicola distinzione maschio-femmina già a partire dalla culla.

Città preferita?

Venezia.

Popoli amati o ammirati?

Scandinavi, Pellerossa, Tibetani.

Bevanda preferita?

Caipiroska alla fragola.

Il piatto preferito?

La pizza. Morbida e con tanta mozzarella.

Il suo primo ricordo?

Un gran freddo e una luce abbagliante. Piangevo, perché si stava meglio DENTRO.

E il ricordo più bello?

Tanti, per fortuna, e tutti dell’infanzia: le mattine di Natale con la scoperta dei doni (mi piaceva far durare l’attesa, prima di alzarmi), le partenze per il Mare, giocare fino a tardissimo nei prati fra i grilli e le lucciole…

Se avesse qualche milione di euro?

Aiuterei i giovani artisti emarginati da sette, cosche e conventicole italiote.

Libro preferito di sempre?

La zia Julia e lo scribacchino, di Mario Vargas Llosa.

Libro preferito degli ultimi anni?

Un giorno questo dolore ti sarà utile, di Peter Cameron.

Autori preferiti in prosa?

Oltre i due appena detti, Auster, Bukowski, Donleavy, Philip Roth, Saramago, McCarthy.

Poeti preferiti?

Rilke, ma più per le sue Lettere che per le sue poesie.

Pensatori?

Cioran, Bertrand Russell, Panikkar, J. Krishnamurti, Nietzsche.

Cantautori preferiti?

Paolo Conte, Fortis, Battiato.

Cosa canta sotto la doccia?

Sotto la doccia faccio una cosa strana, viziosa e fuori moda: penso.

Attori?

Totò, Clint Eastwood, Walter Matthau, Woody Allen.

Il suo eroe o la sua eroina?

Paperino.

Pittore preferito?

Van Gogh.

La trasmissione televisiva più amata?

Cinico tv di Ciprì e Maresco.

Cosa le piace di meno nella tv di oggi?

Quasi tutto: i cosiddetti reality, il compiaciuto pettegolezzo sulla feccia famosa, l’informazione sciacalla in mano a gioppini semianalfabeti, il velinismo sciacquettistico, la fiction sceneggiata da somari, il genuflesso leccaculaggio verso politici e porporati sempre più impresentabili, la pubblicità che ti considera un imbecille o tale vuole renderti, il patriottismo obbligatorio applicato allo sport, il mattatoio mentale degli pseudotalent show per ambiziosetti, l’appiattirsi sui format più cretini. E che tutto questo faccia parte di una deliberata strategia volta a inferiorizzare e manipolare la povera gente ignorante (laureati, ahimè, compresi…)

Film cult?

Il grande Lebowski. Dead man. Brian di Nazareth. La dea dell’amore. Signore e signori, buonanotte.

Se dovesse cambiare qualcosa nel suo fisico, che cosa cambierebbe?

Boh. Magari un bel nasino all’insù… Ma poi sarei troppo bello, e la bellezza porta guai.

Personaggio storico più ammirato?

Il Faraone Akhenaton (cui mi dicono assomigli molto più che a Tondelli…) Scelgo lui, il più dolce e affascinante Strano della storia, per la sua battaglia contro la suinitudine sacerdotale, e per aver capito che se proprio abbiamo bisogno di inventarci un Dio simbolico, tanto vale adorare il Sole.

A chi chiede consiglio nei momenti difficili?

Lo chiamano brain storming: affollatissime riunioni… con me stesso.

Il suo migliore amico?

Scrittori, musicisti, registi. Non necessariamente in carne e ossa. Non necessariamente vivi.

L’ultima volta che ha pianto?

La scorsa estate.

Sport preferito?

Mi spiace quasi dirlo, perché è un ambiente di sottosviluppati mentali, ma il calcio è qualcosa di meraviglioso.

Più bel complimento mai ricevuto?

Un ragazzo sconosciuto di Trieste, dopo aver letto il mio romanzo d’esordio, mi mandò un commento in cui diceva di essersi goduto il libro, e terminava con questa sinfonia per le mie orecchie: “e tu Nicola non sei mica normale!!!!”. La normalità è merda.

Personaggio politico più detestato?

Joseph Ratzinger. Un omofobo reazionario oscurantista ascoltato da milioni di sempliciotti e di poveri di spirito, con effetti devastanti sull’intelligenza media nel mondo.

Quel che detesta di più?

Il trionfo dei mediocri e della merda raccomandata. E poi l’ipocrisia e la bigottaggine, e tutto ciò che puzza di pecora conformista.

Cosa pensa dell’umanità in generale?

Quel che ne pensava Ionesco: mi fa orrore.

Se non avesse fatto il mestiere che ha fatto?

Mi sarei ucciso.

Il regalo più bello che abbia mai ricevuto?

Una lettera inaspettata.

Le più grandi invenzioni umane?

La scrittura, il gioco, la musica, l’arte in generale.

Se le si parasse davanti l’uomo più potente del mondo, cosa gli direbbe?

Spostati, stronzo, che mi togli il sole.

Il dono di natura che vorrebbe avere?

Ne ho già troppi, lasciamo qualcosa anche agli altri… Scherzi a parte, vorrei saper suonare il piano. E, per ovvi motivi, saper scrivere in perfetto inglese.

Attuale stato d’animo?

Bellicoso. Ispiratissimo. E come sempre innamorato, di tutti e di nessuno.

Come vorrebbe morire?

Con un sorriso sereno sulle labbra.

Le colpe che le ispirano maggiore indulgenza?

Le mie.

Il suo motto?

Se uno vale deve farsi valere, se no tanto valeva non valere niente.

Citazione preferita?

“Considerate i gigli del campo, puttana ladra”. (Jesus Nazarenus rivisitato, e rinforzato, dai fratelli Coen)

Ma anche questa di Borges non mi dispiace: “È fama tra gli etiopi che le scimmie non parlino di proposito, per non essere obbligate a lavorare”. Mica sceme le scimmie, vero?


venerdì 18 giugno 2010

Semplicemente Ciao


Un saluto, un ringraziamento, e una rosa del mio giardino

per José Saramago, che non c’è più ma c’è ancora.



“Quando la prova sarà terminata, riporrà il violoncello nella custodia e tornerà a casa in tassì, uno di quei tassì dal portabagagli grande, ed è possibile che stasera, dopo cena, apra la suite di bach sul leggio, tragga un profondo respiro e sfiori con l’arco le corde perché la prima nota che nascerà possa consolarlo delle incorreggibili banalità del mondo…


(José Saramago, Le intermittenze della Morte)




mercoledì 12 maggio 2010

Non avrai altro divertimento all'infuori di me


QUANTEBBELLA RINCOTECA

CHE IL CERVELLO PORTA VIA



Questo è uno di quei post che a volte hai già lì semipronti, sempre in cantiere e sempre rimandati. Lo spunto decisivo me l’ha dato l’amico Grande Marziano, che ieri ne ha dedicato uno alla nuova moda degli studentelli di marinare la scuola in massa il venerdì mattina per andare in discoteca.

Queste povere generazioni di bovini ugualozzi stanno riuscendo a togliere la poesia persino al verbo bigiare. Anche ai nostri tempi si bigiava. Ovviamente per motivi diversi e per andare in posti diversi: chi scendeva giù al lago in dolce compagnia, chi si rintanava in un baretto a sparare agli Space Invaders, chi prendeva il treno per andare in città e girare per negozi di dischi o di modellismo… Adesso bigiano tutti insieme, e tutti per andare a ingrassare i già grassi gestori delle rincoteche. Poi fra qualche anno questi giovani somari, diventati muli, si lamenteranno dello sfruttamento sanguinoso che subiranno sui posti di lavhorror. Quando uno le cose se le va a cercare e se le MERITA


Potrei riempire cento pagine per dire cosa penso delle discoteche, per dire quanto disprezzi queste sovraffollate stie del divertimento obbligatorio in cui si fanno volontariamente stipare a migliaia i polli stravolti e sudaticci, costretti a bere e impasticcarsi per resistere fino all’alba allo sfiancante orrore. Potrei descrivere con cinico ghigno le code di lamiere interminabili e tubi di scappamento velenosi che si formano il sabato notte sulle stesse strade in cui si formano di mattina presto dal lunedì al venerdì, con la sola differenza che nei feriali i poveracci stanno in coda per andare in posti brutti e inumani dove almeno ti pagano, mentre il sabato notte stanno in coda per andare in posti brutti e inumani dove per entrare devi pagare tu. La faccia sabatoseriale delle stesse catene settimanali, dello stesso incubo mortifero. Non sempre ne consegue una strage sulle strade. Quasi sempre ne consegue una strage dei cervelli. E il bello è che li prendono anche per il culo, perché più li omogeneizzano, più li appiattiscono, più li uniformano, ‘sti poveri ragazzi, più li abituano alla rincoteca attirandoceli la domenica pomeriggio fin dall’età di dodici anni, e più gli insegnano a chiamarla “trasgressione”. Ma quale cazzo di trasgressione, se è un obbligo per tutti peggio della naja?

Anche noi ai nostri tempi cominciavamo a venir rincoglioniti dalle discoteche, ma riuscivamo a conservare e praticare un’altra ottantina di modi di divertirci. Oggi, se di sabato sera un ragazzetto omologato ti dice che va a divertirsi, e tu gli chiedi quale tipo di divertissement, verrai fulminato da un’occhiataccia, o smontato da una smorfia di compatimento. Ma come, non lo sai, stupido matusa? Divertirsi vuol dire, è sinonimo strettissimo, di “andare in discoteca”. Dove si danno convegno a milioni, come diceva il “poeta” Caliceti, “i suini e le vagine”, bevendo o sniffando per resistere alla stanchezza e alla musica di merda che vi rimbomba fino all’alba, stordendosi fino al punto di confondere lo scorfanetto sbavante che ti si dimena appresso da cinque ore con la bellissima marionetta guardare-e-non-toccare pagata per troieggiare su quel cazzo di cubo, da cui purtroppo non cade mai.

Conosco un sacco di trentenni che, sospirando di contentezza e sollievo, mi raccontano di come sia bello, da un po’ di tempo a questa parte, passare i sabatosera a casa in compagnia di pochi amici scelti, a mangiare giocare chiacchierare bere ascoltare musica guardare film, finalmente lontani dal delirio sudaticcio delle stronze discoteche. Tutte le volte, davanti a una confessione così disarmante, gli rispondo: Ma non eravate mica obbligati neanche prima! Al che mi fissano con superiorità e disprezzo e ribattono: Cazzo dici?


Però non è questo il punto: se a uno piace andare in rincoteca, è giusto che ci vada. Affari suoi.


Ma un giorno mi capitò di leggere un ben triste articolo, e ne restai colpito. Riguardava un ragazzo morto in una schianto sulla tangenziale, una delle tante tragedie che i giornalistozzi etichettano come “stragi del sabato sera” ma che in realtà avvengono la domenica mattina. (Forse hanno paura che se le chiamassero “stragi della domenica mattina” il lettore, noto ritardato, penserebbe si tratti di persone che avevano una gran fretta di andare a messa…)

La madre del ragazzo era doppiamente disperata, perché, rivelò fra le lacrime, “mio figlio le odiava, le discoteche, ne aveva schifo, ci si annoiava, ci andava controvoglia. Ma se io gli dicevo Allora non andarci, lui mi rispondeva MAMMA, TUTTI I MIEI AMICI CI VANNO, E IO NON VOGLIO ESSERE DIVERSO DAI MIEI AMICI”.

Non voglio essere diverso!!

C’è qualcosa di più raccapricciante del morire di conformismo? Del lasciarci le penne per omologarsi forzatamente allo stupido branco? Forse sarebbe ora che qualcuno insegnasse a queste generazioni di pecore schiave, tatuate e disalfabetizzate, che stiamo tirando su (o che stiamo lasciando tirar su dalla televisione inferiorizzante e livellante in basso) che Diverso è la parola più bella e più nobile di tutte le migliaia di migliaia che compongono il vocabolario della lingua italiana, che l’omologazione fa schifo, che il conformismo è morte, che la normalità è merda. Insomma chi lo suggerisce a questi poveri ragazzi che Diverso lo si scrive con la D maiuscola, e se si ha la miseranda sfiga di non essere abbastanza Diversi bisogna lottare con tutte le forze per diventarlo almeno un po’?

Essere Differenti e Diseguali non dovrebbe costituire una semplice possibilità, ma un Sogno e una Missione. Altrimenti, tanto vale affibbiarci numeri e sigle invece che nomi. Se rincoglionimento totale dev’essere, se lobotomia dev’essere, che almeno sia indolore: chi se ne frega se muore XRW743863 invece di KBH152937? Se una formica viene calpestata, nel formicaio nessuno piangerà.

Ma noi siamo (dovremmo essere) Uomini. Cioè INDIVIDUI. Unici e irripetibili.


venerdì 7 maggio 2010

INTERVALLO CON LACRIMUCCIA


Oggi mi prenderò una pausa. Uscirò a farmi una passeggiata attorno al lago di Varese (anche se si mette a piovere: con la pioggia è più bello e c’è meno gente in giro). Ne approfitto per condividere con voi alcune immagini di queste mie immersioni nella natura in cerca di pace e di ispirazione. (Se sono brutte, ricordate che nel profilo mi definisco fotografo dilettante.) Potrò così immaginare di passeggiare in vostra compagnia, cari amici e amiche. Vi chiedo però di perdonarmi se, più che a voi, in questo pomeriggio penserò alla mia dolce mamma che non c’è più: era nata il 7 di maggio.



















martedì 13 aprile 2010

E mio fratello a 7 anni inventò lo snowboard



Stavolta, invece di estrarre qualcosa dalla scatola dei ricordi, vi mostro… una scatola. Una vecchia, normalissima scatola da scarpe (diventata in seguito contenitore di decorazioni natalizie) che sono andato a riesumare in cantina, e sul cui coperchio il mio fratellino settenne Alberto aveva scritto con una biro rossa il seguente messaggio:


QUESTA E’ LA PRIMA SLITTA-SCI


Poi, su uno dei lati, aveva aggiunto:


Chi unque vuole collau=

darla e averla, si rivolga

allo Studio Alberti in Cameropoli, via comodino 6

BUON DIVERTIMEN=

to


Naturalmente il coperchio slitta-sci non se lo filò nessuno, e dalla montagnetta innevata dietro la fattoria dei vicini continuammo a scendere coi tradizionali slittini di legno, e coi primi orridi modelli in plastica di bob. Ma resta il fatto che mio fratello, a 7 anni, aveva avuto l’intuizione… dello snowboard! (Che a quei tempi o non esisteva o esisteva a nostra insaputa).

E poi il genio di famiglia sarei io…


Gli dedico questo ricordo perché oggi lui, il miglior giardiniere e il più bravo papà che abbia mai conosciuto, compie 40 anni.

Tanti Auguri fratellone!!!!

lunedì 29 marzo 2010

Lettera di rifiuto (immaginaria ma non troppo)


Stamattina ho ricevuto (ma spero di essermela solo sognata) questa bella letterina editoriale:


TOTUNNO E TURIDDU MONTATTORI DI TORI

LIBBRI, AUDIOLIBBRI, PIZINI E CALCESTRUZI IN HOFERTA



Centili sinior Escriba tottòr Zilvio,


Cu mmynkja sìì?

Picciò, si nun me dicisti la coscha de riferimmentu de vossia, e lu nomine du pathrino toio, cumme faccio appubblicarte le tue fetenzìe? E qomuncue pucioppo pecchistanni stemo gia à postu, coi rumanzuna de nothri afiliati (chi stano havendu moltisimo sulcesso, e chi ne l’interese de la salute e de la longivivenza de l’affamigghia toia te consilio vedi de cumprari…)


Qomuncue nun ce spedire più ‘na mynchja, che accà nisciuno sapi legere.

Esequie indistinte.


In fete,


Braccobalda Provenzano


psst. si le serviresero calcestruzi o cemmenti per sepelire qualco spiùni in cantina, o segnalibbri in fero batuto, che mannasse na sechiata de denari fermo pozzo allu cascinale nosthro…



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mercoledì 10 marzo 2010

I love my (black) cat


BLACK BEAUTY MIAO
Uno che passava per strada, con gli occhi fuori dalle orbite come se avesse visto il Diavolo, ha detto a mio padre: “Ma non le fa impressione avere in casa quella bestia lì?”. Non si riferiva a me. Si riferiva al mio micino nero. Siccome sia io che il mio gatto nutriamo per la superstizione la stessa simpatia che proviamo per sua prozia, la religione (lui non ha dimenticato cosa succedeva ai suoi simili nel medioevo, né io cosa succedeva ai miei), ho pensato di regalarvi qualche foto del mio simpaticissimo Isidoro. Buona visione e… miao! (E mi raccomando: tenetemi lontano quel bigazzi!)










giovedì 11 febbraio 2010

Non sono venuta per lodare Shakespeare ma per seppellirlo...

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E la chiamano Fortuna

Questa è una triste storia americana di fine gennaio. Abraham Shakespeare, camionista nero di 47 anni, semianalfabeta (con quel nome, ironie della vita) tre anni fa comprò il biglietto giusto di una super lotteria. Il premio era di 30 milioni di dollari diluiti nel tempo, ma lui, essendo semianalfabeta, si autotruffò fin dall’inizio scegliendo la formula “17 tutti e subito”. Il seguito, un copione già scritto: i soldi buttati per rolex, auto di superlusso e altra simile merda (i famosi stoltus symbols), la beneficienza forzata, l’azione legale di un ex collega che reclama parte della vincita, ma perde la causa (quindi probabilmente aveva ragione…), l’assedio di un’aggressiva corte dei miracoli che lo assilla di richieste. Poi spuntano gli squali più grossi, ma soprattutto una bionda orca che spacciandosi per scrittrice interessata alla biografia del boccalone se ne autonomina in seguito consulente finanziaria, mette le mani sul gruzzolo, si installa nella nuova villa di Shakespeare. Che poco dopo sparisce. L’orca paga falsi testimoni perché dicano di averlo incontrato, invia strani sms dal cellulare dello scomparso, arriva persino a corrompere un agente di polizia, crea depistaggi che conducono ai Caraibi o a problemi di aids, e nel frattempo sposta somme sul proprio conto personale, spende un milione in automobili e mutande griffate (orcona e scorreggiona, probabilmente le mutande le buca). Venerdì 29 gennaio lo sventurato Abraham salta fuori: dal cortile di un avvocato “fidanzato” dell’orca, dov’era stato seppellito sotto uno strato di cemento.
Ma la cosa che più riempie di brividi, in tutto questo, è la faccia trista e stolida, con maglietta bianca e cappellone nero, del disgraziato in posa dietro l’assegno ingrandito della colossale vincita: sembrava già la faccia di un condannato, di un maledetto, di uno zombi, di un cavallo davanti al cancello del mattatoio. E la chiamano Fortuna.
I bigotti moralizzatori che da noi reclamano un tetto di legge alle possibili vincite sbagliano (come sempre) motivazioni e argomentazioni, ma nella sostanza hanno ragione. Non perché vincere troppo sia, come loro stupidamente sostengono, “diseducativo” o “immorale” (per queste personcine educativo è lo schiavismo, morale è farsi sfruttare come somari per quattro fottuti spiccioli e allevare figli come pezzi di ricambio del sistema, pronti a subire lo stesso trattamento, a farsi ammazzare costruendo Piramidi o Ponti sullo Stretto), ma perché far vincere miliardi a un poveraccio significa rovinargli l’esistenza, quando non addirittura porvi fine.
Premesso che il Gioco è una cosa meravigliosa, e che giocare per soldi è l’Anima del Gioco (non permettete a nessun bacchettone di convincervi del contrario!), preferisco i giochi che mettono in palio discrete, ragionevoli somme con cui togliersi degli sfizi o migliorarsi un poco la vita, ma evito come la peste il superenalotto e le super lotterie. Non si riesce ad avere un’idea di che luttuosa calamità sia il vincere troppi soldi finché la “fortuna” non ci colpisce sul coppino come una tegola caduta dal cielo, com’è capitato al povero Abraham. E a quel punto è troppo tardi. Anche se tu scappassi terrorizzato davanti all’esagerata vincita, e vi rinunciassi, nessuno ti crederebbe. La sentenza di disastro sarebbe inappellabile. Pare che dopo una recente megavincita italiana, il titolare della ricevitoria che aveva emesso il biglietto sia stato contattato dalla ‘ndrangheta che pretendeva la sua percentuale. E con quei bastardi sciacalli dell’informazione che si scatenano nella caccia al “fortunato” vincitore, dopo quanti minuti finireste sull’agenda del boss di turno? Dopo quanti minuti la vostra vecchia vita diventerebbe un pallido ricordo, non perché migliorata, ma perché fottuta, minacciata e avvelenata per sempre? Per non parlare dell’assalto dei finti amici, a migliaia, dei parenti fino all’ottavo grado che prima non vi cagavano, a decine, dei procacciatori d’affari truffaldini, a centinaia, delle associazioni di vera o presunta beneficienza, di vero o presunto no profit, per non parlare dei postulanti in proprio: a milioni, peggio delle mosche! Non c’è come diventare miliardari dal nulla per rendersi conto, anche se si è analfabeti e non si è letto Jean Paul Sartre, che l’inferno sono gli altri. La brutale verità è che certe mostruose ricchezze le potreste amministrare, gestire e godere solo se foste a vostra volta delle personacce col pelo sullo stomaco più duro del fil di ferro. Ma in quel caso non sareste lettori del mio zioscribesco blog (non sareste lettori PUNTO). E soprattutto sareste già ricchi…

sabato 6 febbraio 2010

Deficiente? No, multitasking


BORN DIGITAL, DEAD SLAVE



Adesso per il rincoglionimento da tecnologia (ciò che ti rende tecnoglionito) hanno inventato l’immancabile paroletta disonesta, per farla sembrare una nuova qualità positiva: multitasking. Se hai un amico molto giovane, e ci resti male perché mentre ti confidi al telefono, o lo sfidi a scacchi, lui in simultanea si trastulla con un altro giochino, assorbe merda tv con occhi da pesce lesso, ascolta musica in cuffia, studia algebra e messaggia una fighetta (se fosse all’aperto farebbe anche un’impennata col motorino, ma nel salotto di mamma non può), non è lui che è deficiente (e magari anche un po’ stronzetto e maleducato): sei tu che sei superato. Lui è “multitasking”! Nella sua corteccia cerebrale modificata (aiuto!) si attivano zone lampeggianti e percorsi mentali che tu manco ti sogni! (Per tua fortuna).

Nel celebrare l’avvento del multitasking, l’inviato americano del Corriere Massimo Gaggi si spinge e profetizzare (citando le parole entusiastiche e preorgasmiche dell’immancabile nuovo guru della neuroscienza) che, GRAZIE alle generazioni “born digital”, nel futuro avremo “meno geni, meno individualismo, e più lavoro collettivo”. Come se non l’avessimo capito da un pezzo, che è a questo che mira chi da anni rincoglionisce, pardon, rende più svegli e intelligenti, i nostri ragazzini sconvolgendogli la vita a suon di nintendo, playstation, spot, videoclip, msn ed sms: generazioni omologate e massificate e tecnostordite di schiavi intercambiabili, di laboriose formiche cinesi, di solerti api giapponesi, di muli stakanovisti, molto più efficaci di noi antiquati bamboccioni nel produrre e nel riprodursi a raffica, per la gioia dei padroni e dei preti. Inclini a sopportare le catene e lo sfruttamento e la frusta perché nel frattempo ascoltano musica (tutti la stessa), titillano un giochino, chattano usando emoticon e geroglifici invece delle parole (un saltino indietro di 4.000 anni, che vuoi che sia), si procurano otto etti di ossobuco di figa (schiava) alla macelleria bovina Fessobukko Sex… e perché in cambio della libertà, dell’intelligenza, del farsi piallare la mente e fottere l’anima riceveranno (poco) sporco denaro con cui permettersi ogni settimana la tecnonovità trendy con cui multitaskeggiare. Insomma si daranno beatamente al multikazzing. Facendo dieci cose insieme senza dominarne nessuna, senza eccellere in nessuna, senza capirne nessuna, senza assaporarne nessuna, senza goderne con vero piacere nessuna. Senza accorgersi di ciò che gli succede attorno mentre loro sono “sempre connessi” con tutto, cioè col Niente. Il nostro buon Gaggi, alla fine di questo suo sguazzare nello zapping mentale perpetuo dei poveri disturbatelli frastornati e ipercinetici, annuncia fra il tronfio, il rassegnato e il quasi compiaciuto: “addio Homo Sapiens, benvenuto Homo Zappiens”! (Ma è mai esistito l’Homo Sapiens? Io credevo che, come l’Oltreuomo di Nietzsche, dovesse ancora arrivare, adesso scopro che non verrà più…) Ragazzi, svegliatevi e ribellatevi finché siete in tempo! Non vi rendete conto della mostruosa cosa che vi stanno facendo? Mascherando da favola il più grottesco dei film horror? O preferite aspettare il giorno in cui, già sulle ginocchia per il mutuo della casa, la rata della macchina e l’assegno al coniuge separato (solo tre cose insieme, già un progresso), vi licenzieranno con l’emoticon di un bel calcio in culo, perché i nuovi schiavi allevati dopo di voi sapranno svolgere ottocento mansioni in una volta, e non si fermeranno nemmeno per pisciare, perché gli avranno geneticamente modificato anche la vescica? Se certi bastardi vi vogliono spensierati, superficiali e spacconcelli, è perché non vi rendiate conto che fra un minuto sarete già vecchi! Non vi par già di sentirli, i nuovi mostriciattoli Born HD, che considereranno (verranno indotti a considerare) muffa chiunque sia nato nel secolo scorso, compresi quelli che al momento stanno in quinta elementare?

La tecnologia può essere una portentosa meraviglia, ma bisogna usarla, non subirla, né tantomeno “esserla”. Sarà un’inutile sottigliezza, l’esempio ch vi faccio, ma provate a chiedervi perché vi abbiano indotti a dire “Sei vodafone o sei tim?” invece di “Usi vodafone o tim”? (Adesso i mercanti di tecnoariafritta stanno lanciando i telefonuzzi double sim – perché non dieci o venti? – così potrete provare l’ebbrezza della schizofrenia…)


Riscoprite la libidinosa saggezza del Qui e dell’Adesso, del gettarvi anima e corpo in UNA cosa bella, speciale, interessante, appagante o divertente! Che siano anche mille, queste cose, più sono meglio è, certo, ma una alla volta! Ne va della vostra corteccia cerebrale (NON modificata), e quindi della vostra Libertà! Lo dico perché vi voglio bene. Potrei sbattermene, e godere con cinismo lo spettacolo: non saranno le mie caviglie a conoscere le vostre catene.


E ripigliatevi, vi prego, risollevatevi un po’ anche da ‘sto tam-tam comunikereccio standardizzato, de-alfabetizzato e frenetico in cui vi abbrutite, da questo mondo trasformato in orrido, assordante brusio d’alveare amplificato, percorso ogni minuto dalla scarica diarroica di miliardi di messaggi che dicono tutti le stesse cose, cioè Nulla.

Qualcuno una volta disse: “Comunicare è degli insetti. ESPRIMERCI, ci riguarda!”

Ma i magnaccia delle compagnie telefoniche sono molto più contenti se “comunicate”.


Non c’è niente da fare, davanti a certe cose ci vorrebbe il buon vecchio Totò:

Homo Zappiens? Ma mi faccia il piacere!

Homo Zappiens? Pprrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr!

sabato 30 gennaio 2010

Il lato fragile dell'Highlander


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Giù

Giù,
nel locale lavanderia profumato di ammorbidente
il mio micino contempla incantato
nell’oblò della lavatrice il movimento dei panni
mentre fuori uno sfarfallìo di neve
silenzioso mi saluta, e un uccellino, di sopra
è venuto a beccare le mie briciole sul davanzale
oggi non riesco a voler male
neppure a chi ho amato e mi ha tradito
vigliaccamente, voltandosi dall’altra parte
per non vedere le mie lacrime
(come in quella canzone di Jannacci:
“Mi hai sporcato girandoti”)
Mi sento un po’
giù
Ma perché ho avvertito il bisogno
di svelare il mio lato tenero e vulnerabile
pubblicando un simile, ridicolo post?
quest’involontaria parodia dell’idea di Poesia?
che ne so
forse è solo che non si può essere
Guerrieri Invincibili a tempo pieno
Scrittori Inkazzati a tempo pieno
Eremiti Orgogliosi a tempo pieno
Umoristi Geniali (e Modesti) a tempo pieno
Eretici Blasfemi a tempo pieno
perché forse, in qualche modo, tutte queste
non sono altro che maschere,
per quanto belle, soltanto maschere
ed è bene,
almeno una volta all’anno, ricordarsene,
e abbassarle, tirarle un po’
giù
o forse perché oggi
è il mio compleanno.