sabato 31 agosto 2013
lunedì 19 agosto 2013
STANISLAW J. LEC - "Pensieri spettinati".
Stanislaw J. Lec
Pensieri spettinati
Tascabili Bompiani
Traduzione di Riccardo Landau
e Pietro Marchesani
Voto: 8
Una preziosa raccolta di aforismi: non tutti geniali, d'accordo, ma le perle, vi assicuro, sono tantissime. Per dirla con Umberto Eco: "Un libro di cui qualsiasi persona civile e pensosa dovrebbe leggere almeno tre o quattro righe ogni sera prima di prendere sonno". Meditate, gente, meditate. E, nel caso in cui non vi fidaste del tutto, nel caso in cui qualcuno di voi mi sospettasse attendibile quanto certi recensori cagnolini al guinzaglio del padrone (cioè attendibilità ZERO) eccovi qualche piccolo assaggio:
La minaccia del futuro: i monumenti parlanti.
Ci saranno sempre degli esquimesi pronti a dettare le norme su come devono comportarsi gli abitanti del Congo durante la calura.
La gente che non ha niente a che fare con l'arte, non dovrebbe avere niente a che fare con l'arte. Mi sono spiegato?
Le dita dei servi dovrebbero lasciare le impronte dei padroni.
Un consiglio agli scrittori: giunge il momento in cui bisogna smettere di scrivere. Anche prima di incominciare.
C'è stato chi per la smania di brillare è finito appeso ad un lampione.
Tutti gli dèi erano immortali.
Ho sognato questa pubblicità dei mezzi anticoncezionali: "I non nati vi benediranno".
Più d'uno zero è convinto d'essere l'ellisse lungo la quale ruota il mondo.
Ho visto gabbie che volavano, c'erano dentro aquile.
Il potere passa più spesso di mano in mano che di testa in testa.
Gli uomini hanno i riflessi lenti; in genere capiscono solo nelle generazioni successive.
Anche i cannibali salvano gli uomini dalle fauci dello squalo.
Aveva la coscienza pulita. Mai usata.
Molti nei loro curricula tacciono la propria inesistenza.
Non sono d'accordo con la matematica. Ritengo che una somma di zeri dia una cifra minacciosa.
Disse lo sterco: "Vigliacco! Ha paura di toccarmi."
Frequentare i nani deforma la spina dorsale.
Di quello si potrebbe dire: "Persona non gratis."
Più d'un timoniere si circonda di zeri - assomigliano ai salvagente.
Chi porta il paraocchi, si ricordi che del completo fanno parte il morso e la sferza.
Temo sempre per i santi che li facciano a pezzi per ricavarne reliquie.
Neppure i dizionari vanno presi alla lettera.
Ogni parola è un pensiero; non si può dire lo stesso di ogni frase.
Tantissima gente fa sogni usati.
L'aureola talvolta non lascia arrivare nulla alla testa.
La banalità raccoglie migliaia di applausi. Da tutti i coautori.
I pensieri saltano da un uomo all'altro come pulci. Ma non li mordono tutti.
Speriamo che la letteratura di infimo livello diventi prima o poi elitaria. Per una ristretta cerchia degli ultimi semideficienti.
I grandi Don Chisciotte attaccano coscientemente i mulini a vento, perché non macinino gli orizzonti.
Esistono grandi parole così vuote che ci si possono imprigionare i popoli.
domenica 28 luglio 2013
Paolo Lizzenci Quizzer
Piccolo quiz-mistero per chi ha letto (o si appresta a leggere) Quattro soli a motore (pagg 74-76). (I due o tre a cui ne ho parlato direttamente sono pregati di astenersi...) *
Chi diavolo è, in realtà, Paolo Lizzenci?* naturalmente non si vince un cazzo.
domenica 14 luglio 2013
PHILIP ROTH - "Il teatro di Sabbath"
Philip Roth
Il teatro di Sabbath
Einaudi
Traduzione di Stefania Bertola
Voto: 9½
Domanda: è possibile scrivere un libro (quasi) tutto basato sull’erotismo e la voglia sfrenata e inestinguibile di sesso, senza far pensare nemmeno per un istante alla banalità, alla stupidità oltraggiosa, alla goffa insulsaggine, alla sciatteria, alla noia delle 50 sfumature di stoca***?
Risposta: sì, se sei uno dei migliori Scrittori di sempre. Sì, se ti chiami Philip Roth. Sì, se farcisci la storia con una miliardata di sfumature d’intelligenza. Poi naturalmente la storia, e il suo protagonista, possono piacere o non piacere per una questione di gusti e di sensibilità (io stesso ho sempre compatito i figomani, quei poveracci convinti che l’unica cosa che conta nella vita sia il sesso, e se ogni tanto pensi anche a qualcos’altro ti danno del “poco sveglio”, loro a te!) ma non c’è dubbio che sia scritta da dio (e che comunque il protagonista sia molto più, di un semplice ottuso figomane).
In una delle scene clou del romanzo, l’ultrasessantenne Morris “Mickey” Sabbath, tornato a New York per il funerale di un amico suicida, si fa sorprendere nella vasca da bagno dal suo migliore amico Norman, che lo sta ospitando e gli ha appena offerto aiuto, con in mano una foto della giovanissima figlia di lui, e il pene eretto che spunta dall’acqua. Norman non gli fa nessuna scenata e non lo sbatte fuori. Norman capisce (o meglio, fa finta di non capire fino in fondo). Però si fa ridare la foto. “Sarebbe un peccato” dice Norman “se si bagnasse”. Dopodiché Mickey, rimasto solo, se ne va tutto sgocciolante a recuperare la foto nella camera della ragazza, ritorna a immergersi nella vasca e ricomincia da dov’era stato interrotto.
Un altro grande autore, Jonathan Franzen, che Roth non ha mai fatto mistero di considerare un suo “nemico”, dice di provare “tanta gratitudine” per questo romanzo così “intrepido e feroce”, citando proprio questa scena, e poi quella in cui Sabbath, ritrovandosi in mano un bicchiere di plastica, decide di umiliarsi andando a chiedere l’elemosina nella metropolitana. “Sono felice” dice Franzen nel suo ultimo (a sua volta meraviglioso) libro Più lontano ancora, “di indicare la crudele ilarità del Teatro di Sabbath come una correzione e un rimprovero al sentimentalismo di certi giovani scrittori americani e di certi critici non tanto giovani che sembrano convinti, a dispetto di Kafka, che fare letteratura significhi scrivere cose carine”.
Ma ci sono anche critici che capiscono qualcosa: Frank Kermode definisce il libro “spassosamente serio” (e io non smetterò mai di dire che questa caratteristica è comune a tutti i più grandi romanzi), mentre James Wood parla di romanzo “stupefacente, sferzante, uno dei capolavori narrativi più insoliti che mi sia capitato di leggere… Una vera delizia”.
Dal canto mio, mi limito ad aggiungere un piccolo collage disordinato di spezzoni, un concentrato di alcune fra le parti degne di nota che mi ero segnato con la matita durante la lettura: “…si ritrovò a immaginare che sua moglie in jeans fosse uno di quei graziosi ragazzini omosessuali del college amici del parrucchiere.” “Sabbath detestava condividere come le persone per bene detestano il vaffanculo. Non possedeva una pistola, pur abitando in quel luogo isolato, perché non voleva avere una pistola a portata di mano in una casa dove si aggirava una donna che parlava continuamente di «condividere»”. “… le notizie non gli dicevano nulla. Erano qualcosa di cui la gente parlava, e Sabbath, indifferente alla routine priva di trasgressioni delle esistenze normalizzate, non desiderava parlare con la gente.” “Con quanta tenacia si attacca alla vita! Alla giovinezza! Al piacere! Alle erezioni! Alle mutandine di Deborah! Eppure nel frattempo guardava giù dal diciottesimo piano, la distesa verde del parco, e pensava che era arrivato il momento di fare quel salto. Mishima. Rothko. Hemingway. Berryman. Koestler. Pavese. Kosinski. Arshile Gorky. Primo Levi. Hart Crane. Walter Benjamin. Una squadra senza pari. Niente di male ad arruolarsi fra loro.” “… erano stati in Giappone per Natale, e quando erano andati a far compere in un grande magazzino in una grande città, la prima cosa che avevano visto entrando era stato un gigantesco Babbo Natale in croce. – I giapponesi proprio non ci arrivano, - aveva detto Gus. E perché dovrebbero?” “Non credo di essere mai entrato nel tuo ano senza una prescrizione medica e il tuo permesso scritto.” “… rabbrividiva a pensare che tutto ciò che nella città risultava atroce in realtà mostrava l’umanità di massa come veramente desidera essere.” “… ossessionato dall’io pur essendone a malapena provvisto…” “Chiunque abbia un po’ di cervello è consapevole di vivere una vita stupida anche mentre la sta vivendo. Chiunque abbia un po’ di cervello sa di essere destinato a condurre una vita stupida perché non ne esistono di altro genere.” “ – Kathy, - le disse, e la stanchezza gli dava la sensazione di essere intermittente e deluminescente come una lampadina che si estingue. – Kathy, - le disse, e guardando la luna salire pensava che se solo avesse avuto la luna dalla sua parte le cose sarebbero andate molto diversamente, - fai un favore a tutti, e succhialo a Brian, invece.” “… non c’è bisogno di lavorare in un ospedale psichiatrico per sapere come vada tra mogli e mariti.” "E se fossero ancora tutti vivi, a casa di Nikki? Morty. La mamma. Papà. Drenka. Abolire la morte: un pensiero emozionante, anche se certamente non era lui il primo, in metropolitana o altrove, a formularlo, a pensarci disperatamente, a rinunciare alla ragione e pensarci come quando aveva quindici anni e voleva assolutamente che Morty tornasse. Mandare indietro la vita come si fa con l'orologio in autunno. Staccarlo dal muro e mandarlo indietro e poi ancora indietro fino a che tutti i tuoi morti non ricompaiono, come l'ora legale." "Il giudice può infliggermi fino a un anno per ogni condanna. Ma non è cattivo. Ormai sono quasi le quattro del pomeriggio. Deve presiedere ancora dodici udienze, o venti, e desidera soltanto, disperatamente, andare a casa a farsi un bicchiere. Ha l'espressione di uno che è a cinquecento chilometri dal bicchiere più vicino."
Disperatamente bello anche il titolo della prima parte: “Non c’è niente che mantenga ciò che promette”. Ma certi grandi romanzi mantengono, eccome! E allora io dico: basta con l'essere complici delle classifiche cinosuinòfile, o potrei non rivolgervi più la parola.
Non fatemi incazzare.
mercoledì 19 giugno 2013
venerdì 7 giugno 2013
CONFRONTI IMPIETOSI: Superstar Stronzetta VERSUS Zio Scriba
"Canterò mentre crepate, danzerò sulla vostra sporca carogna".
(HENRY MILLER, Tropico del Cancro)
Dopo una breve ma intensa esperienza di presentazioni, ho individuato le seguenti differenze fra quello che di solito succede con Zio Scriba (di qui in avanti ZS, colore blu) e quello che succede al cospetto della Superstar Stronzetta media (di qui in avanti SS, marrone). Che spesso non è neanche uno scrittore (giornalistozzi pompati, stronzettume televisivo, Very Important Pirla e chi più ne ha più se li tenga) ma in italiA questo non conta.
Magari il confronto vi farà divertire. Magari vi farà incazzare.
La SS arriva in libreria con almeno 40 minuti di ritardo, quasi sempre voluti e calcolati: fa più figo.
ZS è già lì mezz'ora prima, per accogliere con un sorriso, e salutare, le Persone che gli hanno fatto l'onore di venirlo a sentire.
La SS sembra uno obbligato a stare lì, davanti a quella gente di cui non gli frega un cazzo. Se è in vena, piazzerà due o tre citazioni stantie (ma secondo lui molto brillanti). Se non è in vena, sembrerà di stare alla cerimonia finale di una di quelle sette del suicidio collettivo.
Alle presentazioni di ZS, malgrado lui sia emozionatissimo, sembra di stare a un ricevimento fra amici di vecchia data.
Dal libro della SS si fanno meno letture possibili. Forse si vergogna. Forse ha paura che la gente "se ne accorga".
Di solito i brani letti dal romanzo di ZS vanno da un minimo di tre a un massimo di dieci (potrebbero essere di più, ma a una cert'ora le librerie tendono a chiudere...)
Spesso la presentazione della SS è così deludente che gente venuta con la ferma intenzione di acquistare il libro (perché è in classifica) cambia idea, e se ne va via prima.
Quasi sempre a fine presentazione delle ragazze si avvicinano a ZS per dire: "Confesso che non pensavo di comprarlo, ma le letture e le cose che avete detto mi hanno convinto: mai vista una presentazione così!".
Molte volte la SS si fa presentare e affiancare da noiosi e pretenziosi parrucconi. Non che lo scelga: è la gente con cui ha a che fare nel mondo editoriale.
Chi accompagna ZS è, se possibile, ancor più entusiasta e appassionato di lui, in modo quasi contagioso. Se poi ci sono i reading di Francesco Coscioni, il pubblico sarebbe contento di star lì anche pagando il biglietto!
Questo non volevo dirlo, ma in italiA, patria della Meritofobia, il libro della SS, assai di frequente, fa cagare.
Non dovrei dire neanche questo, per via di quella menata del "chi si loda s'imbroda", ma il romanzo di ZS è bello da impazzire.
Il giorno dopo la presentazione della SS, un'altra vagonata di pilotate recensioni cartacee (e/o cartaigieniche) va ad assommarsi alle diecimila già scritte.
Su ZS, solito assordante silenzio assoluto da parte della simpatica servitù mediatica.
martedì 28 maggio 2013
Homo Sapiens: KRESCITA & SVILUPPO (il mantra degli stolti e dei disonesti)
Due fiumi cinesi a caso, Pianeta Terra, 2013
(e in Cina si preparano a produrre e riprodursi di più, sospendendo il controllo delle nascite)
Fiume Olona, provincia di Varese, Italy
Un ruscello nella verdeggiante Italia centrale
Anche l'industria bellica concorre (e alla grande) a Krescita & Sviluppo. Non di questa bambina, però. Ma chi se ne importa dei singoli individui? Ormai siamo numeri. Numeri di merda per le escrementizie strategie pubblicitarie. E per la merdosa industria della fuffa e dell'obsolescenza programmata.
"Il prato del comune": una verde location lombarda di Quattro soli a motore.
La stessa location dopo pochi anni, e un "cicinìn" di Krescita & Sviluppo...
Prefigurazione degli schiavi di un imminente futuro TECNOGLIONITOe DISUMANIZZATO: mobilitati e connessi 24 ore su 24 per crescere e svilupparsi meglio. Io PASSO.
Rifiuti alla deriva nell'Oceano Pacifico.
Nota di servizio. Le immagini, eccetto la sesta e la settima, sono tratte dal web. Resto a disposizione degli autori che volessero essere citati, o che desiderassero la rimozione delle foto.
domenica 19 maggio 2013
La notizia della settimana riguarda anche il mio romanzo "Quattro soli a motore"!
BYE BYE BOIA
Riconoscete questo malo hombre? Si tratta dell’ex dittatore argentino Jorge Rafael Videla. La notizia della settimana è la sua (tardiva) morte. Più di ogni commento vale il titolo lapidario di una tv del suo Paese: “È deceduto Videla, responsabile genocidio”. Era l’ultimo rimasto in vita della giunta militare infame e assassina macchiatasi del golpe del 1976, e della immane tragedia dei desaparecidos. Ho detto “tardiva”, ma forse è stato meglio così: dal momento che l’Inferno non esiste, mi auguro che il suo inferno personale siano stati gli ultimi anni di vita, e il rimorso che non può non aver roso la sua misera anima imputridita e triste.
da QUATTRO SOLI A MOTORE, capitolo 2 (finale Olanda-Argentina allo stadio Monumental di Buenos Aires, 25 giugno 1978).
Pag. 21
Per centoventi minuti, quella sera di giugno dei miei undici anni, seguii per tutto il campo i riverberi di un sogno arancione destinato ad infrangersi. Infrangersi contro il muro di sorrisetti sconci e beffardi degli oligarchi della dittatura militare argentina, schierati a gongolare in maschera sotto i baffi pettinati in tribuna d’infamia, come tanti sinistri gioppini del Carnevale della morte.
I miei eroi, quella sera, furono tutti olandesi. E solo più avanti, nel tempo, se ne sarebbe sovrapposto uno argentino. Uno solo, ma di una grandezza rilucente che allora non potevo capire: il centravanti Mario Kempes dai lunghi capelli. Lui, proprio lui, che coi suoi gol era stato decisivo, rifiutò, solo lui, in mondovisione di stringere lo zampone al torturatore gioppino Videla.
Fillol aveva parato tutto, tranne il pareggio di Nanninga. E quando non avrebbe potuto parare, l’aveva fatto per lui il palo alla sua destra, sul tiro ravvicinato che Rob Rensenbrink, di controbalzo, scoccò al novantesimo a colpo sicuro. Lo stesso palo che avrebbe poi invece fatto da sponda per la carambola del 2-1 di Kempes nei supplementari. Il palo destro della porta di destra: un palo fascista, un agente di Videla.
Mio Condottiero Sconfitto, mio immenso Rob Rensenbrink: poteva bastare, chissà, un’allacciatura di scarpino diversa o un taglio diverso dell’erba a governare il rimbalzo del pallone, e il tuo urlo del Gol, e il mio, non si sarebbe mozzato in gola, e la Coppa l’avrebbero alzata i miei eroi, Tu, e Johnny Rep e Arie Haan e Wim Rijsbergen e Rudy Krol. E invece, e invece…
Al rientro, trovai il mio Videla domestico lì, nella semioscurità creata dall’unica lampada accesa, quella piccola della sala. Come fui a metà corridoio, vidi l’ombra di mio padre che aspettava qualcuno davanti alla porta del gabinetto, dietro l’arco che introduceva alla zona notte, la cintura dei pantaloni che gli spenzolava da una mano fino a lambire il pavimento con la fibbia. Il qualcuno che aspettava non era il gatto, e l’ombra della cintura che mi attendeva al varco si muoveva silenziosa avanti e indietro. Avanti e indietro. Ogni tanto la fibbia, nella sua oscillazione, incontrava la superficie di una piastrella e produceva un tintinnio strascicato. Il guaio era che attaccato all’ombra del padre c’era Il Padre, nel suo pigiama da aguzzino. Fregava niente, a lui, se c’erano stati i tempi supplementari. Avevo fatto tardi, e non avrei dovuto.
Perdonatemi se di questo collegamento fra il personaggio, la notizia e il mio testo ho parlato io, che ero l’ultimo a doverlo fare.
Ma se aspettavo che lo facesse qualche Emerito Professionista del giornalismo cul-turale italioso…
Ma se aspettavo che lo facesse qualche Emerito Professionista del giornalismo cul-turale italioso…
giovedì 16 maggio 2013
Ma chi lo ha deciso che le parole sono pietre, e le pietre cioccolatini?
CAMBIERETE NOME A MALIBÙ?
Cronache semiserie dall’italiA, paesE in cui si è improvvisamente deciso che le parole sono pietre, e le pietre cioccolatini. Abbiate pazienza se ne ho già parlato, ma è il classico argomento da Pensiero Unico su cui non va controcorrente nessuno, e qualcuno deve pur farlo.
Partiamo con due esempi a caso (non i più clamorosi, ma forse fra i più significativi).
8 maggio: a Bergamo dei “tifosi”, dopo aver divelto piastrelle dai cessi (cioè da se stessi?), le gettano contro altri tifosi dentro lo stadio gremito. I telecronisti commentano sconsolati che “per queste cose non c’è soluzione”. Ma come? Tirare PIETRE in mezzo a una folla non dovrebbe essere tentata strage? Non dovrebbero essere previsti 25-30 anni di galera? I media quasi non ne parlano. È ordinaria amministrazione. Praticamente una bravata. Portate i bambini allo stadio, signore e signori. Che vuoi che sia un calcinaccio contrundente. Aiuta a crescere machi e non froci. Tutt’al più un po’ sdentati, o magari un po’ morti.
Solo quattro giorni dopo, in Milan-Roma, quattro coglioni (ma veramente quattro, forse meno) fanno BU a un superpagato professionista (roba che basterebbe prenderli per le orecchie e sbatterli a calci fuori dallo stadio, come avverrebbe in qualsiasi paese europeo non stivaliforme e non stivalipensante, avendo magari cura nel frattempo di dire alle superstar di darsi una calmata, e di evitare atteggiamenti tragico-plateali di lesa maestà) e il mondo, sconvolto, si mobilita. Come se questa fosse la cosa in assoluto peggiore che accade sulla Terra (per esempio in Siria va tutto bene, non c’è nessuno che fa Bu).
I telecronisti, nauseati, si stracciano le vesti. Gli addetti ai lavori insorgono compatti. I giornali titolano a caratteri cubitali “ADESSO BASTA”. (Che ci abbiano pensato sopra e si riferiscano al lancio di pietre? Ovviamente no!). La povera Roma si becca 50mila euro di multa per la solita assurda responsabilità oggettiva. (Di questo passo a fare apposta Bu contro gli avversari della Roma ci andranno i laziali, contro gli avversari del Milan interisti infiltrati, e così via, tanto ne bastano un paio su ottantamila…) Ma, incredibilmente, il presidente della Fifa Bla-Bla Blatter (rivelandosi a sorpresa un possibile italiano onorario?) non è soddisfatto, e si permette di tuonare contro questo provvedimento “troppo blando”. Cosa vorrebbe? Retrocessioni in serie C e fucilazione dei dirigenti se un becero tifoso del cazzo fa un rutto quando tocca palla uno con la pelle scura?
Il razzismo è merda ma: un po’ di senso della misura?
Questi signori, privi di percezione delle proporzioni, e delle priorità, vogliono trasformare il “Bu” nel Reato per eccellenza, nella Violenza per eccellenza (e quel che è peggio farla stolidamente pagare a chi non ne ha colpa).
Pare che ieri un boss della droga colombiano abbia minacciato un tale che gli aveva fregato dieci chili di coca: “Al prossimo sgarro ti faccio Bu!”.
Adelante, signori capoclasse. Perché non rendere grave reato contro la persona anche il tradizionale “Arbitro cornuto”? A me sembra un po’ peggio picchiare una donna (picchiare chiunque), abusare di un potere politico, rubare, raccomandare stronzi (ops! dài Nick, piantala coi parulàsh!) o sparare alla gente. Ma probabilmente mi sbaglio e prendo un abbaglio. E poi sono un fan del turpiloquio (quando ci vuole): meglio una parolaccia arguta e colorita che un banalissimo belaglio (mi è venuta così, come unione di belato con raglio: se vi piace ve la regalo).
Dunque (e non solo in campo sportivo, anzi…) l’odioso politically correct, dato per moribondo fra le persone intelligenti a causa della sua piagnucolosa arroganza, della sua pretestuosa lamentosità, della sua querula e cantilenosa prepotenza, si appresta a trionfare con 20 anni di ritardo nell’arretrata italietta assetata di censura e di castighi, l’italietta bacchettona e permalosa, l’italietta ritardataria, tarda, tardiva e tardona (non dico “ritardata” per non finir ghigliottinato da qualche capoclasse della correttezza) dove il Premio Nobel Dario Fo ha potuto essere linciato (come sempre in coro, senza ironia e senza contraddittorio) per una battuta sulla statura di un ex ministro. Battuta infelice, scadente e di basso livello, ma che ha sollevato più scalpore di tanta povera gente morta ammazzata. Evidentemente non erano stati uccisi a colpi di Bu, quindi interessava poco. Non erano attinenti al temino di moda.
martedì 7 maggio 2013
"Allegramente"
ALLEGRAMENTE
Mi sveglio di soprassalto nella notte, e mi domando che ne sarà stato degli altri. Di tutte quelle altre persone che vedevo in sala d’aspetto dieci anni fa, quando ti accompagnavo al supplizio vano e crudele della chemio. Ne sarà sopravvissuto qualcuno?
Quella donna molto anziana, ma bellissima, dal viso di star del cinematografo, che rivelava con arresa dolcezza di essere “stanca”. Quell’ometto che non emetteva mai parola né sospiro, perché anche per lui parlava fin troppo la moglie da me chiamata “la volgarona”, una capace di infondere buonumore e coraggio come papà non fu mai in grado con te, ma che forse esagerava, e lo metteva in imbarazzo. Guardava il compagno d’una vita, e poi, davanti a tutti, sbraitava cose del tipo “Come farò io senza te a rompermi le balle tutto il giorno col tuo carattere di merda?” E lui muto, come se il cancro l’avesse avuto alle corde vocali. E la donna in carriera operativissima al telefono: per quanto, ancora? E quel vecchietto accompagnato dalla nipote, che in quel luogo aveva già affiancato, per poco, il giovane marito ucciso da un melanoma. E quella ragazzona di vent’anni, alta e robusta, che avresti detto piena di vita e di salute, non fosse stato per la bandana che le copriva la calvizie? Sorrideva, lei. Ti guardava e sorrideva, con occhi grandi e acquosi come oceani d’amore minacciati di prosciugamento. Avesse avuto qualsiasi altra malattia, avresti potuto scambiare quel sorriso per superficialità o pochezza. Ma lì, in quel posto orribile, a sorridere non poteva essere che un angelo. Che fine avrai fatto, ragazza sfortunata?
Non ho mai saputo il nome di nessuno di loro. Al massimo i cognomi – tutti dimenticati – scanditi dall’oncologo o da qualche infermiera con un foglio in mano.
La lista dei morituri. Ne ricordo solo uno, il primo, per la sua sconcertante, orripilante assurdità. Sono sempre più convinto che non poteva essere un cognome, non mi risultano cognomi così.
Era la primissima volta, e sulla porta della sala d’aspetto s’affacciò il giovane oncologo in persona – un bell’uomo alto dalla faccia triste – scortato da un’infermiera. Diede una sbirciata al foglio, e poi, senza intenzioni ironiche né tantomeno umoristiche o psicoterapeutiche, chiamò quel nome impossibile, “Allegramente”, e poi restò qualche secondo in silenziosa attesa, come se davvero si fosse aspettato di vedere un signor Allegramente, il paziente malato di tumore Allegramente Mario, o Allegramente Roberto, alzarsi felice dalla sua sedia e seguirlo trotterellando.
Magari per ricevere, al posto della gemcitabina, una dose di zucchero filato. La cosa ancora più assurda è che subito dopo il signor “Allegramente”, l’allegro fantasma, subito dopo la stridente stonatura, il funereo contrasto, il pugno nello stomaco di sentire una parola così lieve pronunciata in quella tomba al neon e con quel timbro così cupo, a venire chiamata fu la signora Ferrari, cioè Tu. Allora ripensai all’amica infermiera che aveva tentato di fissarci un appuntamento con l’altro oncologo dello stesso reparto, sostenendo, avvertendoci, che il giovane bello e triste era solito deprimere i pazienti, ma che sul giovane bello e triste aveva poi dovuto ripiegare, essendo la lista dell’altro davvero troppo affollata. Se l’oncologo giovane bello e triste, prima di chiamare Te, avesse detto “Allegramente” con amara ironia, e non avesse poi fatto quella pausa così lunga, avrei potuto immaginare che si fosse accorto della manovra non riuscita, e del (piccolo) discredito gettato su di lui, ed esternasse così il suo disappunto. Ma il suo pronunciare quell’incongrua parola come fosse davvero il nome di un paziente mi lasciò, e mi lascia tuttora, interdetto e allibito. L’unica spiegazione è che qualcuno (un superiore? un’infermiera? la stessa mia amica?) avesse scritto “Allegramente” prima dei nomi, come una frecciata dispettosa, oppure un invito, un’istruzione, un’esortazione, un auspicio, come l’allegretto o l’andante con brio che si stampa sugli spartiti musicali, e che l’oncologo giovane bello e triste l’avesse squallidamente preso per un nome da chiamare. A vuoto.
E quanti ne venivano chiamati, a vuoto. L’effetto più lugubre, là dentro, era dato dagli appelli a cui non rispondeva nessuno. Erano come singoli rintocchi di campana a morto, sentenze in differita: se al richiamo di un nome non seguiva il movimento di una sedia, sapevi benissimo perché quella persona non c’era.
Fu per evitare quel cupo e angosciante rintocco, e per civile rispetto di altri esseri umani in lista d’attesa, che subito dopo la tua morte mi premurai di chiamare il reparto per disdire i successivi appuntamenti. Mi aspettavo la voce di una qualche infermiera. Invece mi rispose proprio l’oncologo giovane bello e triste. Mi disse che aveva fatto il possibile, ma che non c’era più niente da fare. Mi ringraziò per la sensibilità e l’altruismo dimostrati facendo quella telefonata in un momento così. Disse che era un pensiero che non aveva mai nessuno. Lo ringraziai anch’io. E dentro di me lo perdonai per l’esser stato, non per colpa sua, null’altro che un impotente funzionario di Madama la Morte, per non aver ricevuto in dotazione alla nascita il sorriso e l’empatia, e per aver evocato, in quell’orrenda mattina che mai dimenticherò, quel rabbrividente signor Allegramente, il cui ricordo mi perseguiterà finché campo.
Dimenticavo: oggi sarebbero 75.
Buon compleanno, mamma. Te lo dico più allegramente che posso.
venerdì 19 aprile 2013
UGUALOZZO È STUPIDO - maledizione delle mode e dell'omologazione
L'INSOSTENIBILE PESANTEZZA DELL'ESSERE TONTO
(E L'IMPAGABILE BELLEZZA DEL SAPER DIRE IO NO!)
A volte mi sgomenta il grado di omologazione degli attuali ragazzini (basti pensare alla recente piaga delle crestoline un po' cretine, tanto più odiosa in quanto precocemente sessista e ruolizzante: creste da galletto, cioè per soli minimacho cazzoncelli).**
Ma pure noi non scherzavamo.
O forse dovrei dire loro, i miei coetanei, non scherzavano.
O forse dovrei dire loro, i miei coetanei, non scherzavano.
Nella seconda metà degli anni Ottanta, quando frequentavo la quinta liceo, dilagò una moda fra le più insulse e imbecilli. Le mode sono quasi sempre insulse e imbecilli, ma quella lo fu in modo particolare: farsi il “risvolto” in fondo ai pantaloni.
Vale a dire un semplice (e sciocco) arrotolarseli un paio di volte fino a lambire il polpaccio, come a voler proteggere gli orli dal fango in una giornata di neve bagnaticcia e paciugosa.
L'idea di aderire a quella buffonata non mi sfiorò mai, neppure per un nanosecondo.
E non era nemmeno per fare il “di più” o il bastiancontrario.
E non era nemmeno per fare il “di più” o il bastiancontrario.
Semplicemente non vedevo il motivo di mettermi, d’un tratto, a fare una cosina così stupida e senza significato (e dall’effetto estetico discutibile, o comunque irrilevante!) solo perché la facevano tutti. Probabilmente mi “ribellai” per pigrizia: non ero ancora del tutto pronto a fare il Differente al quadrato del cubo.
Poi, a fine inverno, andammo in gita a Strasburgo. E lì, per le strade, i miei compagni notarono con esagerato e infastidito sconcerto come i coetanei francesi indossassero bei tranquilli i loro pantaloni come li indossavo io (però a tal proposito non mi nominavano mai: i dissociati interni li si ignora, perché provocano imbarazzo). Li indossavano così come usciti dal negozio, o dal grande magazzino, così come congedati dalla lavatrice e dal ferro da stiro della mamma, com’era ovvio e naturale che fosse. La cosa divenne argomento di accorata discussione a un tavolino di bar. Ebbene: nessuno dei miei compagni ipotizzò che del risvolto, ai francesi, potesse non importare un emerito cazzo, a differenza dei pecorozzi italioti. Furono tutti concordi nel sentenziare che quei tardoni dei transalpini erano di sicuro “più indietro”, e che la moda dei risvolti, da loro, per incredibile che potesse sembrare, “non era ancora arrivata”. (La differenza che notavo io era semmai in positivo: gli indumenti dei francesini erano in generale più semplici e alla buona, e al tempo stesso più carini, più colorati, più strani, e più differenti da ragazzo a ragazzo, da individuo a individuo).
Inutile dire che simili sciocchi discorsi mi fecero sentire, per qualche attimo, piacevolmente FRANCESE. Ma purtroppo il pullman della gita avrebbe riportato in lobotom-italy anche me.
E voi? Qual è la moda più cretina a cui avete soggiaciuto (magari per piacere a un ragazzo o a una ragazza, o per farvi “accettare” dal gruppo) e di cui siete (o anche non siete) pentiti? E una che invece avete rifiutato, perché proprio vi ripugnava?
E per chi di voi ha figli (perché questo m’incuriosisce ancor di più): ne avete qualcuno che si dissocia dalle mode omologanti dei coetanei, o davvero oggi, a causa del bombardamento mediatico sempre più scientifico e spietato, è diventato quasi impossibile?
Ce n'è qualcuno capace di osare eresie assolute, del tipo: "La playstation non è poi così divertente, anzi, cheppalle!"?
** Naturalmente non ce l'ho con le creste in quanto tali: ciò mi renderebbe un trombone conformista, esattamente come quelli che ce l'hanno coi capelloni, o che ti spaccano i maroni per l'orecchino o per i colpi di sole. Quando guardavo le partite e l'unico con la cresta era Marek Hamsik, per quella cresta provavo ammirazione e simpatia. Ma adesso le crestoline un po' cretine sono diventate uno dei tanti segni del conformismo dei giovani pedatori, come i tatuaggioni imbrattabraccia, lo sputare per terra, l'entrare in campo saltellando su un piede solo sventagliando segni della croce scaramantici e dicendo messa in latino, il ragliare su Cippicippi, l'unir le dita a disegnare vulve fingendo che siano cuori, e l'esibire in tribuna-scrocco le loro perfette e antipatiche bamboline.
E i ragazzini imitano questi "influenti" modelli. So di genitori che invece di pensare all'istruzione dei loro figlioletti di otto anni aggrediscono gli insegnanti, rei di proibire l'accesso in aula con la crestolina. (Ma anche qui, stesso discorso di prima: se vengono vietate in quanto "strane" verrebbe da dar ragione ai genitori. Se vengono vietate in quanto precoce conformismo stronzo-modaiolo hanno ragione gli insegnanti, che anzi meriterebbero medaglie). Mentre una preside di liceo ha dovuto scomodarsi a diffondere una circolare nella quale invitava i ragazzotti a non sputare per terra nei corridoi!! (Io quando vedo uno che scatarra per terra vengo preso dall'impulso di aprirgli il coperchio del cranietto per vedere cosa c'è dentro. Poi, non avendo trovato nulla, userei quello come sputacchiera. Ma farei molta fatica: nel mio albero genealogico non figurano lama.)
Ce n'è qualcuno capace di osare eresie assolute, del tipo: "La playstation non è poi così divertente, anzi, cheppalle!"?
** Naturalmente non ce l'ho con le creste in quanto tali: ciò mi renderebbe un trombone conformista, esattamente come quelli che ce l'hanno coi capelloni, o che ti spaccano i maroni per l'orecchino o per i colpi di sole. Quando guardavo le partite e l'unico con la cresta era Marek Hamsik, per quella cresta provavo ammirazione e simpatia. Ma adesso le crestoline un po' cretine sono diventate uno dei tanti segni del conformismo dei giovani pedatori, come i tatuaggioni imbrattabraccia, lo sputare per terra, l'entrare in campo saltellando su un piede solo sventagliando segni della croce scaramantici e dicendo messa in latino, il ragliare su Cippicippi, l'unir le dita a disegnare vulve fingendo che siano cuori, e l'esibire in tribuna-scrocco le loro perfette e antipatiche bamboline.
E i ragazzini imitano questi "influenti" modelli. So di genitori che invece di pensare all'istruzione dei loro figlioletti di otto anni aggrediscono gli insegnanti, rei di proibire l'accesso in aula con la crestolina. (Ma anche qui, stesso discorso di prima: se vengono vietate in quanto "strane" verrebbe da dar ragione ai genitori. Se vengono vietate in quanto precoce conformismo stronzo-modaiolo hanno ragione gli insegnanti, che anzi meriterebbero medaglie). Mentre una preside di liceo ha dovuto scomodarsi a diffondere una circolare nella quale invitava i ragazzotti a non sputare per terra nei corridoi!! (Io quando vedo uno che scatarra per terra vengo preso dall'impulso di aprirgli il coperchio del cranietto per vedere cosa c'è dentro. Poi, non avendo trovato nulla, userei quello come sputacchiera. Ma farei molta fatica: nel mio albero genealogico non figurano lama.)
martedì 16 aprile 2013
domenica 14 aprile 2013
domenica 7 aprile 2013
ERRI DE LUCA - "Montedidio"
Erri De Luca
Montedidio
Universale Economica Feltrinelli
Voto: 8
Aveva ragione chi me lo ha consigliato: semplicemente un gioiello. Erri De Luca è uno dei pochi scrittori italiani affermati a cui offrirei volentieri un caffè o un bicchiere di vino (o meglio ancora una pizza "gusto margherita" preparata da "Gigino ‘o fetente"), solo per il piacevole privilegio di stare in sua compagnia qualche minuto. Anche in silenzio: di cose belle mi bastano quelle che scrive.
Montedidio: poco più di cento pagine. Ognuna è un capitolo a sé, la cui lunghezza è quasi sempre di mezza pagina, un terzo di pagina. Ma sono così sature di poesia, intelligenza, umanità, buona scrittura, vivide immagini, personaggi da non dimenticare, momenti di commozione intensa, che ti viene voglia di assaporarle al rallentatore, per gustarle meglio e di più. Sono paragrafi densi, opera di un vero e raro artista della parola scritta. Artista orafo e artigiano, poeta e falegname. Così ben intagliati e rifiniti con la pialla da rendere difficilissimo scegliere quali estrapolare per dare l’idea del livello del libro: si farebbe prima a ribatterlo per intero.
Come spesso accade coi testi più magici e coinvolgenti, anche qui il mondo è visto con gli occhi di un ragazzino. Rarissimamente un romanzo così breve (concentrandolo in pagine “piene” potrebbero diventare poco più di 70) è un romanzo onesto. Questo lo è. Non è solo onesto: è bellissimo.
Evidentemente, la napoletanità Artistica è destinata a entrare in sintonia con me, a guadagnarsi il mio affetto: dopo Eduardo e Totò, e dopo Ivan Cotroneo, ci voleva un secondo Scrittore. (Fra l’altro, grazie alla scena in cui i due ragazzini vanno a vedere proprio un film di Totò, ho imparato lo splendido modo napoletano – solo apparentemente spregiativo – di definire il cinematografo: “l’imbroglio nel lenzuolo”). Ho letto tardivamente il suo Montedidio a undici anni dalla pubblicazione. E adesso gli voglio bene, a Erri.
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