"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"

SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

venerdì 8 ottobre 2010

ANTROPOMETRIA - Il meritato esordio di Paolo Zardi


Oggi voglio concedermi una recensione come quelle che scriveva Bukowski: semplice e immediata, forse un poco ingenua, ma fatta con quel genuino, sincero entusiasmo che dovrebbe essere il succo di tutte le recensioni che abbiano lo scopo di mettersi al servizio dei lettori e della scrittura, e non di mettere in mostra la bravura del recensore.

E allora semplicemente vi dico, consiglio, ordino: leggete il bel libro d’esordio (l’atteso e promettente esordio) di Paolo Zardi intitolato Antropometria e appena pubblicato dalla Neo Edizioni (pagg 176, € 13), una giovane e appassionata casa editrice che oltre a fare libri originali e coraggiosi ha pure la prerogativa non da poco di fare bellissime copertine. Inutile dire che la Neo è piccola ma onesta: fossero imbroglioncelli a pagamento non ne parlerei. Siete ancora lì indecisi? Non fatemi incazzare.

Dopo tanto mio scrivere (giustamente) male di tutta quella schifosa feccia raccomandata o ben maritata che non merita un cazzo ma che a mafiopoli spopola, lasciatemi la soddisfazione di dirlo: Paolo Zardi è uno che ha talento, è uno senza peli (di nessuno!) sulla lingua, e merita che i miei amici divengano suoi lettori, e i miei lettori divengano suoi amici. I suoi racconti grondano umanità e vita vera. Ma non è la squallida, banale, deludente, rasoterra docufiction degli scrittori-magnetofono che vanno oggi tanto di moda: è la vita vera narrata da un vero artista. Ché la Narrativa è ancora un’Arte, checché ne pensino certi lobotomizzati editoriali e i loro spastici scolaretti.

Questi suoi racconti, ne sono sicuro, vi daranno qualcosa. Vi daranno molto. Se non vi dessero nulla, ci sarò qua io a rimborsarvi il prezzo del libro. Non lui: io.

Parola di Scriba.

sabato 4 settembre 2010

Domenica maledette cavallette della domenica


UNA SEDIA AL MARE



Pomeriggio infuocato di luglio, giorno del Signùr e delle Cavallette, in attesa della bella cosa chiamata Lunedì Mattina…

Il vostro Zio preferito arriva in spiaggia all’Oasi e, appena sbucato dal viottolo della pineta, riporta ferite in scontri frontali con: due gormiti di cui uno (il più leggero) di piombo; un frisbee d’acciaio inossidabile; il bambino idiota inossidabile che stava inseguendo il frisbee; il padre scimpanzorla del bambino che inseguiva il pargolo per, se dio vuole, menarlo a sangue, possibilmente col frisbee, di taglio; una vecchia carrarmata con le tette in titanio, in lacrime (lei, non le tette) per aver visto la madonna e averla poi subito persa di vista nell’assai poco mistico bailamme; un vecchio allo stato bradipo appena cascato dal tavolino al cui orlo era appeso per giocare a maraffa scolandosi una caraffa, di grappa; un pallone da beach volley proveniente dal campo del limitrofo Bagno Lux ove il prode Pamparani, unico rimasto su tutto il litorale a preferire il beach volley al beach tennis, gioca contro se stesso (e perde). Il vostro Zio preferito osserva allora perspicace che forse c’è un pochettino troppo casino, e la domenica pomeriggio converrebbe dedicarla tutta a un ristorator pisolino, o a danza della pioggia per originare il Fugone, detto anche Feu Di Bàl.

Intanto, nel bel mezzo della zona pavimentata (tavolini verdi maxiombrelloni crema sedie blu) s’è venuta a creare una strana isola di semideserto: c’è un omino biondo sui 45 seduto tutto solo su una sedia isolata, senza tavolo, come se gliel’avessero portato via, lo sguardo vuoto perso nel vuoto, in mano un boccale di birra, indifferenti lui la sedia e la birra a tutto il caos che li circonda.


Poco dietro di lui, una fila di persone 44 stringe d’assedio la famiglia Bonanza Educanza asserragliata nella cabina della doccia. Nei precedenti 50 minuti i Bonanza Educanza hanno proceduto alle seguenti operazioni: docciaschiuma, shampoo (prima e seconda passata), balsamo, asciugatura, rivestitura, taglio unghie, bigodini al bambino di due anni, ma ancora non si schiodano perché non trovano la presa per la spina del phon. Da più o meno metà fila partono un porcapaletta, un paio di bestemmie silenziate, un vaffanguglia neanche tanto silenzioso. Ma i Bonanza Educanza in buona sostanza se ne sbattono le balle, mica c’è esposto un cartello che fissi tempi massimi per la doccia. È già tanto se il capofamiglia non fa fuoriuscire un dito medio dalla feritoia in alto a sinistra…


Tra i vecchietti e meno vecchietti ai tavoli da maraffa con o senza caraffa c’è anche il sosia dell’attore Carotenuto, incarognito nero perché si ritiene giocatore abile ed esperto ma è dal ‘72 che non vince un trentuno. Il sosia di Carotenuto è famoso per essersi, anni fa, appropinquato non invitato allo spigolo del tavolo ove giocavamo in quattro ragazzi alle prime armi. Restò in muto e comatoso dormiveglia russante per lo svolgersi di varie mani, dopodiché, trascorsi all’incirca ore una e minuti 56, sbottò a tradimento all’indirizzo di un ragazzino alla seconda partita della sua vita: “Il do ad coppi, diobojjèèè!!”, per poi alzarsi e andarsene via disgustato.

L’omino biondo è sempre fermo e zitto sulla sua blusedia in mezzo al delirio, vuoto lo sguardo nel vuoto a perdere del mondo, il terzoquarto boccale di birra quasi vuoto anche lui.

I Bonanza Educanza al gran completo (la figlia femmina nel frattempo ha fatto cacoty, redarguita da mamma che le dice Non potevi farla nel mare? – non al cesso, giustamente, nel mare) tengono duro chiusi a chiave nella doccia. Dal settantesimo posto della fin troppo paziente fila parte ora, fragoroso come un tuono, un Boiadiquelcane, giochiamo a briscola lì dentro o cosa, boiacane?


Nel campo da Beach Tennis è in corso fin dall’alba un torneo di racchettoni organizzato da sboroni venuti da fuori. Siamo alle semifinali, e la partita di doppio misto è tutta uno show testosteronico maschile del Semi Professionista De Racchettis Bandanaitis Scurnacchiato Marabù e del Professionista Semo Rogerio Scrofigno Schisciapuleggia di Valpupazza, Terzo. Nessuno di loro è dell’Oasi. Questi tornei di doppio misto per Professionisti Semi sboroni venuti da fuori partono sempre all’insegna della galanteria, della poesia e cavalleria, del fair play e del bon ton (rose rosse a ogni battuta, baciamano al cambio campo), ma poi nelle fasi decisive per la decisiva assegnazione di una borsa sponsorizzata o di una maglietta troppo stretta si arriva molto vicini al fatidico Spostati Troia Che Le Prende Tutte Superman.

Un folto pubblico assiste all’esibizione, metà assiepato sul lato sinistro del campo, metà dietro, nella veranda del bar. Quelli di lato sono amici parenti e amanti dei Professionisti Semi, e ad ogni colpo applaudono in estasi orgasmica. Quelli dietro sono i bagnanti dell’Oasi che li guardano torvi e cagneschi e pensano: Perché i vostri tornei del cazzo non ve li fate ai vostri lidi ravennati del cazzo, dove ci sono sei cazzo di campi per ogni cazzo di bagno mentre qui ce n’è uno solo e vorremmo tanto poterci fare una partitina, cazzo, noi?

Si levano anche, in volo radente, stormi di porcapaletta in assetto di guerra, boiacàn e distinti fanculi.


Rifugiarsi nel mare? Di questi tempi l’acqua dell’Adriatico è pulita, invitante, limpida persino, ricca di cefali e cavallucci marini, ma di domenica non ci sono i cavallucci perché non c’è nemmeno l’acqua: c’è la piscia delle cavallette e i loro stronzi tartufati, e al posto dei cefali i microcefali della tintarella in riva.


L’omino biondo è sempre lì, sempre più insediato sulla sua sedia, sempre più imbirrato nella sua birra, svuotato sempre più il vuoto sguardo disperso nel vuoto che è sempre più vuoto.

Verso le 5 e mezzas de la tardes lo staff dell’Oasi riserva una piacevole sorpresa, fette di cocomero gratis per tutti, bello rosso rinfrescante e succoso, e davvero ce ne sarebbe per tutti i troppotroppi che siamo, ma ecco scattare dai blocchi il capofamiglia dei Bonanza Educanza che arraffa per la famigliola sua fette di cocomero 236, e ne butta pure la metà nella spazzatura lamentandosi pei troppi semini. Partono, in ordine sparso, dei porcapaletta, un dio treporcellini (mio), un boiacane, un vaffanculo generico e uno dedicato. Più, di uno.


I Professionisti Semi escono dal campo con l’aria di voler firmare autografi, le loro donne invece non si schiodano, anzi chiamano dentro le amiche pigolando: “Facciamone qualcuna amichevole fra noi, che fino adesso non ci siamo divertite, con quei cazzoni merdoni sboroni testosteroni”. In veranda e altrove si perde il conto di vaffa, diovincùli e paternòstar.


L’omino biondo della sedia è sempre lì, sperduto e isolato nel blu, circondato da bambini che danzano al ritmo di musiche assordanti, gabbiani che si credono avvoltoi, cavallette che si credono persone, vecchie sguaiate che gridano, culi che parlano e bucce d’anguria che tacciono. Lui sta per avere un abbiocco. Sta per addormentarsi e lasciar cadere a terra il boccale di birra. La piccola catastrofe potrebbe originare un disastro cosmico, il Buco Nero finale. Ma per fortuna (o sfortuna?) gli vibra la mutanda. L’omino si riscuote. Estrae un telefono cellulare dai mutandiferi meandri. Risponde alla chiamata (sa come si fa). Ascolta la voce di qualcuno che da qualche mondo a noi ignoto lo chiama, chiama proprio lui. L’omino biondo della sedia ascolta per un po’. Pare persino capire cosa gli stiano dicendo o chiedendo. Forse la voce all’altro capo dell’onda gli pone un quesito filosofico del tipo Dove cazzo sei?, perché l’omino biondo della sedia, con un misto di quieta disperazione e umorismo esistenziale, come risposta non esclama null’altro che: “Sono nella sedia!”. Poi riattacca. E resta lì.


lunedì 16 agosto 2010

A buon intenditor poche parole: un vaffanculo basta e avanza.


Non c’è ramo dello scibile e dello sperimentabile umano in cui non nutra ammirazione per gli appassionati edonisti e sinceri, per quelli che seguono i loro gusti e assecondano le loro inclinazioni traendone emozione, soddisfazione e godimento. (Sia chiaro che mi riferisco a esseri pensanti e dotati di vita interiore: se a darvi godimento è Moccia, o un’intera giornata sui canali mediaset, prendete il telecomando e cambiate blog, o meglio ancora sparatevi.)

Non c’è ramo dello scibile e dello sperimentabile umano in cui non abbia antipatia per i cosiddetti “intenditori”.

L’intenditore di caffè ti insegna che va bevuto amaro.

Se ci metti lo zucchero non capisci un cazzo.

L’intenditore di sigari si vanta di fumarli forti e puzzolenti.

Se li preferisci dolcemente aromatizzati non capisci un cazzo.

L’intenditore di liquori elogia il puro whisky e la vodka liscia.

Se apprezzi il drambuie e la vodka alla pesca o all’anguria non capisci un cazzo.

L’intenditore di vacanze dice che è d’obbligo far pipì in ogni angolo di mondo.

Se vai sempre nello stesso posto (perché ci stai da dio) non capisci un cazzo.

Per l’intenditore di donne è fin troppo ovvio che contano il culo e le poppe.

Se ti innamori degli occhi, non capisci un cazzo.

L’intenditore di musica ti dice che esiste solo Mahler.

Se ti piace di più Mozart, non capisci un cazzo.

L’intenditore di cinema afferma che il cinema è solo Kubrick.

Se preferisci Woody Allen o Clint Eastwood, non capisci un cazzo.

Per l’intenditore di pittura esistono solo le madonne del Settecento.

Se ti piacciono Van Gogh, Kandinskij o Picasso, non capisci un casso.

L’intenditore di tv dice che i reality son brillanti metafore della nostra società

Se non li guarderesti neanche sotto minaccia armata, non capisci un cazzo.

Per l’intenditore di letteratura non puoi non leggere Tolstoij.

Se ami Bukowski, Vargas Llosa e Paul Auster, non capisci un cazzo.


È ufficiale: gli intenditori mi hanno cotto il razzo.


domenica 27 giugno 2010

Il Questionario dello zio Marcel (replicaccia)


Il vostro Capitano abbandonerà per qualche giorno il ponte di comando. Non avendo garanzie sul funzionamento in mare aperto della bussola-kiavetta (che devo ancora procurarmi…) in caso di naufragio vi affido questo message in a bottle. In realtà si tratta di un’altra spudorata replica, ma avendo bruciato il mio personale Questionario di Proust in un periodo in cui i miei lettori erano buoni ma pochi, ho pensato che riproporlo poteva essere, per i nuovi (quelli fra loro che fossero interessati, ovviamente) un modo per fare un po’ più a fondo la mia conoscenza. Usando poi i commenti per applaudire o criticare a sangue le mie risposte, o per dare quelle due o tre vostre che vi intrigassero di più. È lunghetto, così potrete leggerlo un po’ alla volta e farlo durare… Ciao a tutti e (speriamo) a presto!


NICOLA PEZZOLI

INTERVISTA ZIO SCRIBA

(O FORSE VICEVERSA…)


Il tratto principale del suo carattere?

L’essere un bastiancontrario.

Le qualità che preferisce in un uomo?

Dolcezza e gentilezza. E ovviamente l’intelligenza (cioè il pensare con la propria testa).

E in una donna?

Semplicità e simpatia. E ovviamente l’intelligenza (cioè il pensare con la propria testa).

Il suo principale difetto?

Un cocktail di timidezza e ansietà.

Il suo sogno di felicità?

Possedere un’isola e starci con chi voglio io. (Banalotto e naif, lo so: ma è il concetto di “felicità” a essere banale).

Il suo rimpianto?

Avere rimpianti è sciocco: se ne hai uno, ne collezionerai altri mille.

L’incontro che le ha cambiato la vita?

Quello con Domenico Nodari. Sono fiero che un uomo così nobile e coraggioso, vero signore d’altri tempi, sia stato il mio primo editore.

Sogno ricorrente?

Un incubo. Mi trovo in una squallida caserma, fra tutti l’unico coglione che sta rifacendo il servizio militare: sono andati persi i documenti comprovanti che l’avevo già fatto!

Il giorno più felice della sua vita?

Spero debba ancora venire.

E il più infelice?

La morte della mamma.

La persona che richiamerebbe in vita?

È una violenza che non farei a nessuno.

Quale sarebbe la disgrazia più grande?

Avere altri che mi dicono cosa pensare e cosa fare, magari in nome di fanfaluche ideologiche o, peggio ancora, mitologico-superstiziose.

La sua goduria più perfida?

La juve in serie B.

Materia scolastica preferita?

Italiano scritto, naturalmente. (Sottolineo il naturalmente perché non c’è un solo scrittore o scrittrice italiana che abbia visto rispondere a questa domanda “italiano scritto”, e questo dovrebbe darci da pensare…)

Animale preferito?

Il gatto.

Colore preferito?

Tutti tranne il grigio. E tranne il rosa e l’azzurro quando sono obbligatori per la ridicola distinzione maschio-femmina già a partire dalla culla.

Città preferita?

Venezia.

Popoli amati o ammirati?

Scandinavi, Pellerossa, Tibetani.

Bevanda preferita?

Caipiroska alla fragola.

Il piatto preferito?

La pizza. Morbida e con tanta mozzarella.

Il suo primo ricordo?

Un gran freddo e una luce abbagliante. Piangevo, perché si stava meglio DENTRO.

E il ricordo più bello?

Tanti, per fortuna, e tutti dell’infanzia: le mattine di Natale con la scoperta dei doni (mi piaceva far durare l’attesa, prima di alzarmi), le partenze per il Mare, giocare fino a tardissimo nei prati fra i grilli e le lucciole…

Se avesse qualche milione di euro?

Aiuterei i giovani artisti emarginati da sette, cosche e conventicole italiote.

Libro preferito di sempre?

La zia Julia e lo scribacchino, di Mario Vargas Llosa.

Libro preferito degli ultimi anni?

Un giorno questo dolore ti sarà utile, di Peter Cameron.

Autori preferiti in prosa?

Oltre i due appena detti, Auster, Bukowski, Donleavy, Philip Roth, Saramago, McCarthy.

Poeti preferiti?

Rilke, ma più per le sue Lettere che per le sue poesie.

Pensatori?

Cioran, Bertrand Russell, Panikkar, J. Krishnamurti, Nietzsche.

Cantautori preferiti?

Paolo Conte, Fortis, Battiato.

Cosa canta sotto la doccia?

Sotto la doccia faccio una cosa strana, viziosa e fuori moda: penso.

Attori?

Totò, Clint Eastwood, Walter Matthau, Woody Allen.

Il suo eroe o la sua eroina?

Paperino.

Pittore preferito?

Van Gogh.

La trasmissione televisiva più amata?

Cinico tv di Ciprì e Maresco.

Cosa le piace di meno nella tv di oggi?

Quasi tutto: i cosiddetti reality, il compiaciuto pettegolezzo sulla feccia famosa, l’informazione sciacalla in mano a gioppini semianalfabeti, il velinismo sciacquettistico, la fiction sceneggiata da somari, il genuflesso leccaculaggio verso politici e porporati sempre più impresentabili, la pubblicità che ti considera un imbecille o tale vuole renderti, il patriottismo obbligatorio applicato allo sport, il mattatoio mentale degli pseudotalent show per ambiziosetti, l’appiattirsi sui format più cretini. E che tutto questo faccia parte di una deliberata strategia volta a inferiorizzare e manipolare la povera gente ignorante (laureati, ahimè, compresi…)

Film cult?

Il grande Lebowski. Dead man. Brian di Nazareth. La dea dell’amore. Signore e signori, buonanotte.

Se dovesse cambiare qualcosa nel suo fisico, che cosa cambierebbe?

Boh. Magari un bel nasino all’insù… Ma poi sarei troppo bello, e la bellezza porta guai.

Personaggio storico più ammirato?

Il Faraone Akhenaton (cui mi dicono assomigli molto più che a Tondelli…) Scelgo lui, il più dolce e affascinante Strano della storia, per la sua battaglia contro la suinitudine sacerdotale, e per aver capito che se proprio abbiamo bisogno di inventarci un Dio simbolico, tanto vale adorare il Sole.

A chi chiede consiglio nei momenti difficili?

Lo chiamano brain storming: affollatissime riunioni… con me stesso.

Il suo migliore amico?

Scrittori, musicisti, registi. Non necessariamente in carne e ossa. Non necessariamente vivi.

L’ultima volta che ha pianto?

La scorsa estate.

Sport preferito?

Mi spiace quasi dirlo, perché è un ambiente di sottosviluppati mentali, ma il calcio è qualcosa di meraviglioso.

Più bel complimento mai ricevuto?

Un ragazzo sconosciuto di Trieste, dopo aver letto il mio romanzo d’esordio, mi mandò un commento in cui diceva di essersi goduto il libro, e terminava con questa sinfonia per le mie orecchie: “e tu Nicola non sei mica normale!!!!”. La normalità è merda.

Personaggio politico più detestato?

Joseph Ratzinger. Un omofobo reazionario oscurantista ascoltato da milioni di sempliciotti e di poveri di spirito, con effetti devastanti sull’intelligenza media nel mondo.

Quel che detesta di più?

Il trionfo dei mediocri e della merda raccomandata. E poi l’ipocrisia e la bigottaggine, e tutto ciò che puzza di pecora conformista.

Cosa pensa dell’umanità in generale?

Quel che ne pensava Ionesco: mi fa orrore.

Se non avesse fatto il mestiere che ha fatto?

Mi sarei ucciso.

Il regalo più bello che abbia mai ricevuto?

Una lettera inaspettata.

Le più grandi invenzioni umane?

La scrittura, il gioco, la musica, l’arte in generale.

Se le si parasse davanti l’uomo più potente del mondo, cosa gli direbbe?

Spostati, stronzo, che mi togli il sole.

Il dono di natura che vorrebbe avere?

Ne ho già troppi, lasciamo qualcosa anche agli altri… Scherzi a parte, vorrei saper suonare il piano. E, per ovvi motivi, saper scrivere in perfetto inglese.

Attuale stato d’animo?

Bellicoso. Ispiratissimo. E come sempre innamorato, di tutti e di nessuno.

Come vorrebbe morire?

Con un sorriso sereno sulle labbra.

Le colpe che le ispirano maggiore indulgenza?

Le mie.

Il suo motto?

Se uno vale deve farsi valere, se no tanto valeva non valere niente.

Citazione preferita?

“Considerate i gigli del campo, puttana ladra”. (Jesus Nazarenus rivisitato, e rinforzato, dai fratelli Coen)

Ma anche questa di Borges non mi dispiace: “È fama tra gli etiopi che le scimmie non parlino di proposito, per non essere obbligate a lavorare”. Mica sceme le scimmie, vero?


venerdì 18 giugno 2010

Semplicemente Ciao


Un saluto, un ringraziamento, e una rosa del mio giardino

per José Saramago, che non c’è più ma c’è ancora.



“Quando la prova sarà terminata, riporrà il violoncello nella custodia e tornerà a casa in tassì, uno di quei tassì dal portabagagli grande, ed è possibile che stasera, dopo cena, apra la suite di bach sul leggio, tragga un profondo respiro e sfiori con l’arco le corde perché la prima nota che nascerà possa consolarlo delle incorreggibili banalità del mondo…


(José Saramago, Le intermittenze della Morte)




mercoledì 12 maggio 2010

Non avrai altro divertimento all'infuori di me


QUANTEBBELLA RINCOTECA

CHE IL CERVELLO PORTA VIA



Questo è uno di quei post che a volte hai già lì semipronti, sempre in cantiere e sempre rimandati. Lo spunto decisivo me l’ha dato l’amico Grande Marziano, che ieri ne ha dedicato uno alla nuova moda degli studentelli di marinare la scuola in massa il venerdì mattina per andare in discoteca.

Queste povere generazioni di bovini ugualozzi stanno riuscendo a togliere la poesia persino al verbo bigiare. Anche ai nostri tempi si bigiava. Ovviamente per motivi diversi e per andare in posti diversi: chi scendeva giù al lago in dolce compagnia, chi si rintanava in un baretto a sparare agli Space Invaders, chi prendeva il treno per andare in città e girare per negozi di dischi o di modellismo… Adesso bigiano tutti insieme, e tutti per andare a ingrassare i già grassi gestori delle rincoteche. Poi fra qualche anno questi giovani somari, diventati muli, si lamenteranno dello sfruttamento sanguinoso che subiranno sui posti di lavhorror. Quando uno le cose se le va a cercare e se le MERITA


Potrei riempire cento pagine per dire cosa penso delle discoteche, per dire quanto disprezzi queste sovraffollate stie del divertimento obbligatorio in cui si fanno volontariamente stipare a migliaia i polli stravolti e sudaticci, costretti a bere e impasticcarsi per resistere fino all’alba allo sfiancante orrore. Potrei descrivere con cinico ghigno le code di lamiere interminabili e tubi di scappamento velenosi che si formano il sabato notte sulle stesse strade in cui si formano di mattina presto dal lunedì al venerdì, con la sola differenza che nei feriali i poveracci stanno in coda per andare in posti brutti e inumani dove almeno ti pagano, mentre il sabato notte stanno in coda per andare in posti brutti e inumani dove per entrare devi pagare tu. La faccia sabatoseriale delle stesse catene settimanali, dello stesso incubo mortifero. Non sempre ne consegue una strage sulle strade. Quasi sempre ne consegue una strage dei cervelli. E il bello è che li prendono anche per il culo, perché più li omogeneizzano, più li appiattiscono, più li uniformano, ‘sti poveri ragazzi, più li abituano alla rincoteca attirandoceli la domenica pomeriggio fin dall’età di dodici anni, e più gli insegnano a chiamarla “trasgressione”. Ma quale cazzo di trasgressione, se è un obbligo per tutti peggio della naja?

Anche noi ai nostri tempi cominciavamo a venir rincoglioniti dalle discoteche, ma riuscivamo a conservare e praticare un’altra ottantina di modi di divertirci. Oggi, se di sabato sera un ragazzetto omologato ti dice che va a divertirsi, e tu gli chiedi quale tipo di divertissement, verrai fulminato da un’occhiataccia, o smontato da una smorfia di compatimento. Ma come, non lo sai, stupido matusa? Divertirsi vuol dire, è sinonimo strettissimo, di “andare in discoteca”. Dove si danno convegno a milioni, come diceva il “poeta” Caliceti, “i suini e le vagine”, bevendo o sniffando per resistere alla stanchezza e alla musica di merda che vi rimbomba fino all’alba, stordendosi fino al punto di confondere lo scorfanetto sbavante che ti si dimena appresso da cinque ore con la bellissima marionetta guardare-e-non-toccare pagata per troieggiare su quel cazzo di cubo, da cui purtroppo non cade mai.

Conosco un sacco di trentenni che, sospirando di contentezza e sollievo, mi raccontano di come sia bello, da un po’ di tempo a questa parte, passare i sabatosera a casa in compagnia di pochi amici scelti, a mangiare giocare chiacchierare bere ascoltare musica guardare film, finalmente lontani dal delirio sudaticcio delle stronze discoteche. Tutte le volte, davanti a una confessione così disarmante, gli rispondo: Ma non eravate mica obbligati neanche prima! Al che mi fissano con superiorità e disprezzo e ribattono: Cazzo dici?


Però non è questo il punto: se a uno piace andare in rincoteca, è giusto che ci vada. Affari suoi.


Ma un giorno mi capitò di leggere un ben triste articolo, e ne restai colpito. Riguardava un ragazzo morto in una schianto sulla tangenziale, una delle tante tragedie che i giornalistozzi etichettano come “stragi del sabato sera” ma che in realtà avvengono la domenica mattina. (Forse hanno paura che se le chiamassero “stragi della domenica mattina” il lettore, noto ritardato, penserebbe si tratti di persone che avevano una gran fretta di andare a messa…)

La madre del ragazzo era doppiamente disperata, perché, rivelò fra le lacrime, “mio figlio le odiava, le discoteche, ne aveva schifo, ci si annoiava, ci andava controvoglia. Ma se io gli dicevo Allora non andarci, lui mi rispondeva MAMMA, TUTTI I MIEI AMICI CI VANNO, E IO NON VOGLIO ESSERE DIVERSO DAI MIEI AMICI”.

Non voglio essere diverso!!

C’è qualcosa di più raccapricciante del morire di conformismo? Del lasciarci le penne per omologarsi forzatamente allo stupido branco? Forse sarebbe ora che qualcuno insegnasse a queste generazioni di pecore schiave, tatuate e disalfabetizzate, che stiamo tirando su (o che stiamo lasciando tirar su dalla televisione inferiorizzante e livellante in basso) che Diverso è la parola più bella e più nobile di tutte le migliaia di migliaia che compongono il vocabolario della lingua italiana, che l’omologazione fa schifo, che il conformismo è morte, che la normalità è merda. Insomma chi lo suggerisce a questi poveri ragazzi che Diverso lo si scrive con la D maiuscola, e se si ha la miseranda sfiga di non essere abbastanza Diversi bisogna lottare con tutte le forze per diventarlo almeno un po’?

Essere Differenti e Diseguali non dovrebbe costituire una semplice possibilità, ma un Sogno e una Missione. Altrimenti, tanto vale affibbiarci numeri e sigle invece che nomi. Se rincoglionimento totale dev’essere, se lobotomia dev’essere, che almeno sia indolore: chi se ne frega se muore XRW743863 invece di KBH152937? Se una formica viene calpestata, nel formicaio nessuno piangerà.

Ma noi siamo (dovremmo essere) Uomini. Cioè INDIVIDUI. Unici e irripetibili.


venerdì 7 maggio 2010

INTERVALLO CON LACRIMUCCIA


Oggi mi prenderò una pausa. Uscirò a farmi una passeggiata attorno al lago di Varese (anche se si mette a piovere: con la pioggia è più bello e c’è meno gente in giro). Ne approfitto per condividere con voi alcune immagini di queste mie immersioni nella natura in cerca di pace e di ispirazione. (Se sono brutte, ricordate che nel profilo mi definisco fotografo dilettante.) Potrò così immaginare di passeggiare in vostra compagnia, cari amici e amiche. Vi chiedo però di perdonarmi se, più che a voi, in questo pomeriggio penserò alla mia dolce mamma che non c’è più: era nata il 7 di maggio.