"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"

SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

lunedì 27 febbraio 2012

Assaggi di romanzi inediti - da IL VOLO INTERROTTO DEGLI ANGELI: Gabriele costretto a nascondersi


gabriele

Da quando sono venuto a nascondermi qui ho perso il conto dei giorni, smarrito il senso del tempo. Questa pensioncina cadente. A pochi passi dal Cimitero Monumentale. Questo rifugio per clandestini e tossici e topi. Io qui. Seppellito nell’odore di piscio, di scalogno e di polvere. Una stanzetta scrostata come nei più disperati racconti di John Fante e Bukowski. Con l’intonaco a chiazze. Il soffitto nero di muffa e di crepe. Avanzi di tappezzeria consunta e sudicia, venuta via negli angoli. Ogni tanto uno scarafaggio in ricognizione. A disagio pure lui. Ragni così polposi che ti fanno paura anche dopo averli spatasciati. Gente che litiga e scopa dietro ogni muro. A tutte le ore. La serratura andata. E l’unica sedia per barricare la porta. (Coi miei duemila in verdoni da cento accartocciati nelle calze e il portatile sotto il materasso sono un miliardario, qua dentro). Un lavandino mezzo rotto in camera e il cesso comune in fondo al corridoio. Pisciare sempre nel lavandino. Ovvio. Risoluzione già adottata da altri, ci sono tracce che parlano chiaro. E un solo oggetto d’arte a ravvivare l’ambiente, unico tocco personale all’arredamento, solitaria presenza affettiva a legarmi a qualcosa là fuori, in verità non consolandomi ma facendomi sentire ancora più male, ogni giorno d’un passo più vicino al suicidio: il gatto di Mattia appeso sopra il letto. Al posto di un’antipatica madonna del tutto fuori luogo. Le ho fatto un favore a levarla da lì. Che cosa ci stai a fare? A guardare i disgraziati in preda alla depressione che pisciano nel lavandino rotto? In attesa di non avere più i soldi nemmeno per pagare la pigione di questa topaia? Senza la possibilità di muovere un dito per loro, perché semplicemente, diciamocelo, semplicemente tu non esisti? Ma vattene, va’. Vai almeno a piangere sangue per qualcuno che crede ancora alle favole. O vai a guarire un bambino al Misericordia, tanto per cambiare, invece di apparire agli stronzi disonesti e ai fanatici con le stimmate. Così ci ho messo il gatto senza coda. Che avevo fatto incorniciare.
E nessuno in carne e ossa con cui scambiare due parole. Mai avuto nessuno, prima e dopo Mattia. La mamma che se ne andò così presto. Mio padre fuori di testa, in quei pochi anni prima di raggiungerla.
Cosa c’è papà?
Non rompere. Sto parlando con la stufa.
Ah. Cercate almeno di non litigare.

La sola distrazione rimastami, anche se per me è un lavoro, è il poker online. Ci potresti scrivere un libro, solo coi nicknames che si sceglie certa gente. Mi è capitato di sedermi al tavolo con avversari che si chiamavano ciccione, balubone, culone, jackfogna, smemorato, sciancatello, ammazzagallittu, il merda, guapopapo, mbriaco, flautomolle, megaciuccione, melociucci, bocio, baffotomettaret, stoga220, bigolo, e poi peppopaz, vaffanfull, baiacagai, totòriina, scomunicat, olatitant, osicario, miononno, latumamma, e waschintoon, cavagliere, puzzetta, subuteo, sukaminkiapuppu, frullapassere, stracciamutande, e poi ancora pompetto, sperminetor, sbrodolino, scopatore, ratzinger, borbonauta, crocifisso, mortaccio, natustunatu, nunvincomai, mezzopolmone, scurnacchiat, disgraziat, ebete, farabbutto, cornogobbo, kitemmuertu, fessacchiotto, vaintecasen, mozzamani e sticazz. Più tutto uno zoo di procione, mulacchione, giaguaro, coguaro, supercammello, supertopo, topino, topolinonero e topodue, e pitone, struzzubellu, lince, tigro, gufo, tricheco, cercopiteco, civetta, gallina, lupone, cinghial8, yellowpecora, porco, ringhio, marcodobermann, vacco, pinguino, tacchinella, faraona, fagianotta, girino, pipistrello, bisonte, talpone, cornabobò…
L’effetto comico è accentuato dal fatto che certi server, in uno spazio separato dal tavolo di gioco – solitamente una colonnina laterale – verbalizzano le mani annotando di volta in volta il nome del virtuale mazziere (c’è un dealer fittizio, quasi sempre un ologramma tettuto, ma per mazziere designato s’intende colui che a turno sta prima di buio e controbuio), del vincitore della mano e dei giocatori via via eliminati, per cui può capitarti di leggere frasi del tipo “il mazziere è smemorato”, “il mazziere è mbriaco”, oppure “il vincitore è porco”, “il vincitore è crocifisso”… Poi ci sono le chat, dove i giocatori più che altro si insultano, dicendosene di tutti i colori… Ieri notte, prima ancora dell’inizio del torneo, a carte non distribuite (quando al massimo taluni azzardano gentili saluti o auguri menarogna quasi mai ricambiati) uno, mi pare un certo svizero, con una zeta sola, se ne viene fuori, senza che si possa capire con chi ce l’abbia (forse una presentazione autocritica di se stesso) con un enigmatico: “in ogni tavolo ce da sta nu strunz”.
Poi si parte col torneo, e due animali di cui non ricordo il nome vanno subito all in. Il primo ha coppia di 2. Il secondo coppia di 8. Al flop esce subito il terzo 8. La coppia di 2 pare spacciata. Senonché uno dei 2 è di picche, e spuntano fuori altre quattro picche! Allora il vincitore tenta di consolare l’avversario malamente eliminato, e sotto gli occhi di tutti appare la coraggiosa e forse doverosa scritta: “scusa ho sculato”.
Pochi secondi e arriva, in due folate, la risposta di quell’altro Lord di Oxford in stampatello maiuscolo: “MA VAFANCUL A MAMMMT”.
E: “TU E ST’EUROBET D MERDDDDD”.
Notare che non eravamo su eurobet! Caratteristica comune di questi semianalfabeti dell’insulto è non distinguere un server dall’altro: paradossali trogloditi incredibilmente forniti di pc, chiavetta e card ricaricabile, nemmeno sanno dove cavolo stanno giocando, forse perché, avendo del denaro sporco da riciclare, avranno ognuno venti conti cifrati diversi… E però, non è un bell’enigma antropologico, non è la misura del tempo assurdo in cui viviamo, immaginarsi certe pelosissime scimmie alle prese con computer portatile, connessione internet e poker online? Come diavolo faranno a digitare un pin mentre si arrampicano sugli alberi o gironzolano per liane? E a ricordarselo? Se lo faranno tatuare sulla coda? Boh!!
Il bello è che in teoria ci sarebbero dispositivi spietati che vegliano contro il turpiloquio: io preferisco giocare e tacere, come tutti i veri Giocatori, ma una volta che uno mi tirò fuori dalla grazia di dio e volevo dargli del pirla, il sistema me l’ha impedito e mi ha pure sgridato. Ma le proscimmie se ne fanno beffe, e per aggirarlo s’insultano e t’insultano facendo ricorso ad abbreviazioni, sgrammaticature volute e a dialetti austroungarici o beduini…
Solo il Gioco mi rende sopportabile la maggior parte degli esseri umani, soprattutto se mentre giocano stanno zitti, o si limitano a dire “Palla!”, “Out!”, “Briscola denari”, cioè le cose più intelligenti che diranno in tutta la loro vita. Che al poker online sia abbinata una chat, ma non un lanciafiamme interattivo, è già TROPPO per la mia sopportazione.

[ .... ]

Oggi, mattina presto di sabato, è capitato l’incredibile. Stavo litigando con la Madonna. Un po’ come mio padre che parlava con la stufa. No, non è questa la cosa incredibile. Lo sconforto può giocare brutti scherzi. L’avevo riesumata dal fondo di un cassetto, e ci stavo litigando. Le rinfacciavo tutte le mie rimostranze sull’inganno e la puzzonaggine delle istituzioni religiose. La cocente delusione della prima messa in ricordo della mamma a un anno esatto dalla morte. Avevo nove anni. Mi dissero vèstiti e andiamo che c’è la messa per la tua mamma. Potrò leggere una poesia per lei, dissi. No, ci pensa già il signor curato, disse mio padre. “Per la tua mamma”. E ci avevo creduto! Non pretendevo uno show in suo onore, con i canti e l’incenso, e la sua icona al posto della Vergine. Ma due paroline del prete apposta per lei. Dedicate proprio a lei. Davvero per lei. Un pensiero. Un ricordino. Una riflessione. Una cosetta durante la predica. Niente. Sapete come funziona, no? Venne nominata di striscio con burocratica freddezza al momento predeterminato. Quando nel rituale c’è una casella vuota e il sacerdote ci sbatte dentro il nome di chi è morto quel giorno un anno prima. Di chi è morto quel giorno tutti gli anni prima. Il 13 settembre mica era morta soltanto lei. Ricordati di nostra sorella Lucia. E di nostra sorella Giovanna. E di nostro fratello Mario… Una palata di nomi. Nella casella vuota. Che diavolo me ne poteva fregare, del loro “nostra sorella Lucia” nella casella vuota? Nel mio cuore sì, che c’era un vuoto. Spaventoso e indicibile. Dio, se c’era! Lucia era mia mamma, pensavo. Non era vostra sorella. Mia mamma adesso potrebbe essere mille cose. Un angelo, una goccia di pioggia, un bel sogno, l’amore che arde nel mio petto, la Donna di cuori nel mazzo di carte di un bambino, un bocciolo di rosa in oriente… Quello che solo so per certo è che cosa non è: lei non è nessuna cazzo di “nostra sorella Lucia” sbiascicata da un pretonzolo per quattro beghine. Vostra sorella un paio di cazzi! Lo gridai, piangendo. In chiesa. Così forte che l’eco della mia indignata voce bambina sarà lì ancora adesso che rimbalza tra le navate, in cerca di un’uscita. Non mi arrivò nessuno schiaffo. Anzi, mi parve di indovinare sul viso di mio padre un mezzo sorriso. Forse il primo della sua vita.
Non che fosse colpa sua, povera madonnina. Cominciava a farmi pena. Lì indifesa tra le mie grinfie blasfeme. Mi guardava basita e ingiustamente ferita. Ma io sbraitavo queste mie rimostranze alla signora Madonna morta un bel pezzo prima della mia mamma perché anche oggi era il maledetto 13 settembre, e mi frullava in testa una mezza idea di farla diventare un’abitudine di famiglia. Un giorno come un altro, per morire. Ma la mamma aveva tracciato la via.
Poi è successa la cosa. Alla pensioncina è venuto a cercarmi un tizio.



giovedì 2 febbraio 2012

PAOLO ZARDI "La felicità esiste"


Paolo Zardi
La felicità esiste
Alet edizioni
Pagg 278  € 10


Dopo tutte le parole che ho speso contro prostituzioni intellettuali, mafie giornalistiche, letterarie conventicole, recensire il libro di un Amico mi crea sempre qualche remora di tipo morale. Però con Paolo Zardi (che guarda caso non è Amico di vecchia data o di assidua frequentazione – ancora mai incontrati né telefonati – ma lo è per averlo scoperto fratello nella scrittura) il problema non si pone: questo ragazzo è oggettivamente troppo bravo. E chi ha letto i racconti del suo splendido esordio, Antropometria (Neo Edizioni), lo sa già.
Paolo, tramite il dono che ha ricevuto e la passione con cui lo mette a frutto, sembra essere qui per ricordarci una verità che in troppi vorrebbero calpestare e farci dimenticare: che la Narrativa è un’Arte, che lo Scrittore è, grazie al cielo (o grazie al cazzo, comunque Grazie!), un Artista. Dall’intelligenza acuta e penetrante. Ma invece di andare avanti a incensare in astratto le sue doti e il suo Talento, eccone una prova inconfutabile, scelta quasi a caso fra decine di pari o superiore livello (è un libro che mi sono goduto, ma alcune pagine mi hanno addirittura deliziato):

“Dal tetto bitumato sbucavano, equamente distanziate, le enormi ventole dei condizionatori, che d’estate mantenevano a una temperatura adeguata le brulicanti tonnellate di carne umana al lavoro là sotto. Era un luogo reale, quello che vedeva? C’entrava qualcosa con la natura umana? Erano trascorsi sì e no un centinaio di secoli da quando l’homo sapiens aveva iniziato a differenziarsi dalle scimmie. Con quali mezzi era possibile comprendere una simile disposizione delle cose? Ormai da anni, cioè migliaia di giorni, la vita della maggior parte dei suoi colleghi si svolgeva dentro a quel triangolo: lavoro, cibo, shopping. I soldi che guadagnavano da una parte venivano spesi sul lato opposto della strada. Mangiavano per poter guadagnare i soldi che servivano per mangiare che servivano… Alle cinque del pomeriggio la piccola fabbrica di componenti per macchine a controllo numerico apriva le porte e restituiva al mondo i suoi automi organici che con le loro utilitarie inorganiche sarebbero tornati nei loro appartamenti semiorganici, dalle loro famigliole tutte intente a formare, con pazienza e amore, nuovi automi: mentre uscivano da là, ridevano e scherzavano. Ma la notte, cosa sognavano quelle macchine viventi?”
[…]
“Dall’alto, il triangolo sembrava un formicaio dotato di vita propria, il cui scopo non era la felicità delle singole formiche, ma la perpetuazione della sua stessa esistenza. Generazioni di operosi insetti continuavano ad emergere dalle uova deposte dalle generazioni precedenti, a prodigarsi per compiere il loro dovere, e alla fine dello sforzo, a sparire, inghiottiti da un nulla al quale il formicaio nella sua interezza pareva immune. Non era chiaro neanche chi avesse messo in moto quel meccanismo.
Tra quelle costruzioni Baganis vide passare la macchina di Paola, che guidava con una mano sola (l’altra sembrava impegnata ad armeggiare con la boccetta di Amuchina). Vide lo scintillio del rosario fosforescente che penzolava come un amuleto dallo specchietto retrovisore. Quando l’avevano fatto in macchina, qualche settimana prima, come due ventenni (ma facevano più di ottant’anni in due) il piccolo Cristo era stato costretto a guardare, smarrito, privo anche della possibilità di coprirsi gli occhi con le mani inchiodate, il culo peloso di Baganis  che andava avanti e indietro, imprigionato tra le gambe schiaccianoci di una donna sposata.”


Più avanti ne ho trovate a bizzeffe, di pagine anche migliori di questa, ma non è che possa mettermi a ricopiarle tutte. Vi rovinerei la degustazione. E poi credo sia contro la legge… Che altro posso dirvi? Che è un libro a cui si vuole bene, perché si resta incantati e ammirati davanti alla maestria dell’autore nel conferire profondità e dignità psicologica a qualsiasi personaggio, a cominciare dal protagonista, Baganis, che finirà con l’assumere nel vostro cuore inaspettati contorni di eroe, pur essendo l’antieroe per eccellenza (al punto che in certi momenti fa quasi ribrezzo). Che le descrizioni sanno essere al tempo stesso esaustive e sintetiche, poche pennellate per vividi quadri. Che anche nelle parti più strazianti (c’è un bambino di otto anni che muore) la voce sa essere vera, onesta, nuova, mai patetica, mai ricattatoria. E che non mancano le spruzzate di cinismo e di lucida ironia, e i lampi comici, a creare quel contrasto che costituisce poi il nocciolo stesso dell’arte di scrivere, arte che oggi pochi, assai pochi, possiedono e padroneggiano.

In un panorama italico autoconsegnatosi (per masochistica scelta commercial-filosofica) alla Serie C dello sciatto, del banale, del ripetitivo, del non originale, dell’imitazionale, alla Serie D del livellamento in basso e dell’omologazione copincollereccia, e alla Serie Z meritofobica della fogna ideologica e delle velleità veteropoliticoidi (o religioidi da catechismo spicciolo), col risultato di produrre la superflua e sovraffollata (di)scarica diarroica del déjà vu, déjà lu, déjà vomi (già visto, già letto, già vomitato) Paolo Zardi (iconoclasta in questo senso? perché spacca la brutta icona del Brutto, e sputa sopra i suoi brutti cocci?) con la sua scrittura Alta (ma, si badi bene, tutt’altro che stucchevolmente “vecchia”, e tutt’altro che sterilmente virtuosistica o fine a se stessa) si pone in meravigliosa, benedetta controtendenza. A tal punto da sembrare un americano tradotto. Ma tradotto divinamente bene.
Non fatemi incazzare.
Paolo Zardi. La felicità esiste.
Sì: anche la felicità di leggere un bel Romanzo.
Parola di Scriba.

lunedì 30 gennaio 2012

Oggi sono 45 anni che il mondo mi sopporta… :D





Volevo essere originale, e NON fare il post per il mio compleanno. Ma ho così tanto bisogno di sentire il vostro calore e il vostro affetto…
Grazie alla magia resa possibile dallo scanner, ho voluto regalarvi qualche ritratto dell’artista da giovane (e meno giovane): nella prima ho 1 anno, nell’ultima 44.

SQUILLINO LE TROMBE
TROMBINO I CANGURI
UN ABBRACCIO GRANDE
A CHI MI FA GLI AUGURI!


martedì 10 gennaio 2012

Raccontini adolescenziali rinvenuti in fondo a un cassetto - (1) 216 UBH 14



216 UBH 14


L’appuntamento con il Vice Direttore era fissato per le tre del pomeriggio, nel grattacielo di vetro della Sede Centrale.
Il primo ad arrivare fu Cristo. Ordinò un Johnny Walker al bar, quindi, facendo tintinnare il ghiaccio nel bicchiere, andò a sedersi su uno dei lussuosi divani della grande sala d’attesa, che da sola occupava tre quarti del piano rialzato.
Lo sguardo languido e profondo, a metà fra il disincantato e il vagamente insoddisfatto, comune a una gran parte di quei superprofessionisti, egli ispezionava coi suoi grandi occhi bruni le invisibili sfumature del vuoto, mentre sorseggiava tranquillo e quasi distratto il suo whisky.
Subito dopo entrò Paperino.
Non prese niente e andò a distendersi su un secondo divano, al lato opposto della sala. Se ne stava con le mani unite dietro la nuca, nella posizione di chi non schiaccia un pisolo solo perché atteso da importantissime incombenze.
Fu quindi la volta di X 33433, che chiese un drink ma restò a berlo in piedi presso il banco, appoggiato su un gomito e con le gambe incrociate.
Akhenaton a Cavallo Pazzo giunsero, ridacchiando e parlottando fra di loro, un paio di minuti più tardi. Ignorarono X 33433 e Paperino, e si diressero nella zona in cui era seduto Cristo.
Ignorare X 33433 era un obbligo professionale. Quanto a Paperino, invece, Cavallo Pazzo non lo vedeva di buon occhio, anzi, non lo poteva proprio sopportare.
Ma per lavorare al Progetto 216 UBH 14, cioè il motivo per cui erano stati convocati, avrebbero dovuto collaborare tutti e cinque, e anche Cavallo Pazzo si sarebbe rassegnato alla non gradita compagnia.
Del resto, il regolamento parlava chiaro: a ogni singolo Progetto dovevano lavorare da un minimo di due a un massimo di tre Agenti della Prima Fascia, coadiuvati da un Agente Segretissimo X, del quale nessun componente del Nucleo poteva conoscere l’identità.
Nei rari casi in cui il Progetto fosse un P5 o un P6, cioè richiedesse l’impiego di un Nucleo formato da cinque o da sei agenti, si rendeva necessario l’apporto di uno o due Agenti della Seconda Fascia.
Il 216 UBH 14 era per l’appunto un P5, il che spiegava la presenza di Paperino.

Si aprì la porta scorrevole di un ascensore e ne uscì un funzionario giovanissimo, con una lunga cascata di capelli biondi a coprire le spalle, e la faccia di un ragazzino. Fece qualche passo in direzione del bar tenendo un foglio in mano, poi si fermò e cominciò a leggere:
“Agente Nucleico N. W. Amenophis IV AKHENATON, Agente Nucleico Jesus Nazarenus CRISTO, Agente Nucleico Crazy Horse, Agente Nucleico Donald Duck, Agente Nucleico X 33433: il Vice Direttore vi attende. Vogliate seguirmi, prego.”

L’ascensore si fermò al quarto piano (al quinto stava il Direttore, dal sesto in poi c’erano gli Archivi e la Zona Operativa) e i sei travasarono se stessi dalla porta scorrevole a quella blindata che stava subito di fronte.
Il Vice Direttore aveva sulla sua scrivania una busta gialla con dei sigilli. Su entrambi i lati era stampigliata la scritta: 216 UBH 14.
Come al solito fu di poche parole. Disse ai ragazzi che si trattava di un progetto interessante e complesso, non più importante di tanti altri ma particolarmente delicato e curioso, a cui teneva molto.
Il fatto sorprendente fu che, a differenza delle altre volte, il Vice Direttore si rifiutò di fornire le abituali informazioni sul Progetto Gemello e sull’Anti-Progetto.
“Su quest’ultimo posso dire qualcosa io”, bisbigliò Cavallo Pazzo nell’orecchio di Cristo, che gli stava accanto. “Poco fa ho scorto un simpatico gruppetto, in fondo al corridoio, che s’infilava nell’ascensore speciale che conduce direttamente ai piani dal sesto in poi, e fra loro mi è sembrato di scorgere Nabucodonosor, Custer e Barabba”.
“Si servono ancora di quella gentaglia?”, domandò Cristo.
“Ora più che mai, amico mio. Siamo noi che siamo superati, a quanto pare”, aggiunse amaramente Cavallo Pazzo. “Me, non mi convocavano da anni”, concluse.
Il Vice Direttore li richiamò al silenzio con un cenno e poi disse:
“Se qualcuno ha delle osservazioni o delle obiezioni da muovere, o chiarimenti da chiedere, che parli adesso, perché dal momento in cui la busta verrà aperta al ventitreesimo piano sarà impossibile fermarsi o tornare indietro. Nessun progetto di tipo P5 può venire annullato dopo che si è cominciato a lavorarvi”.
Nessun Agente Nucleico aveva mai osato avanzare obiezioni, ma ogni volta il Vice Direttore ripeteva la stessa litania. Gli Agenti tacquero. Ognuno di loro pensava soltanto ai mesi di lavoro ininterrotto e di estenuante clausura che il progetto avrebbe richiesto. Il Vice Direttore affidò la busta sigillata a X 33433, sollecitando la massima attenzione durante il tragitto in corridoio e in ascensore, poiché si trattava delle ultime due occasioni in cui il Progetto 216 UBH 14 poteva essere messo in pericolo da qualcuno.
Naturalmente andò tutto liscio.

Ma poi, quando i cinque Agenti si trovavano già da qualche minuto rinchiusi nella stanza loro assegnata al ventitreesimo piano, avvenne un fatto clamoroso e inaudito: il Vice Direttore in persona, sudato e ansimante, col viso completamente stravolto, fece irruzione urlando a gran voce:
“Fermi, per carità, fermate tutto! Fermatevi! Non apritela!”
Spiegandosi a fatica per l’emozione, il Vice Direttore disse di aver appena ricevuto un rapporto sconvolgente dalla Sezione di Sicurezza, che ordinava di annullare quel Progetto.
216 UBH 14 era qualcosa di immensamente pericoloso, perché era in grado di risalire da solo alle proprie origini!
Ma era troppo tardi.
La busta gialla era già stata aperta. Fu Akhenaton a leggere le prime righe:
“Identità 216 UBH 14
Pianeta: Terra.
Nome: Nicola Pezzoli.
Nascita: Cittiglio (Italy) 30.01 1967…”

Quelli della Sezione di Sicurezza avevano visto giusto: sono riuscito a risalire alle mie origini, allo strambo cocktail archetipico che compone il mio dna. Per mia fortuna, l’avevano capito troppo tardi.

mercoledì 21 dicembre 2011

I TENERI AMICI DI CASTELBELLO – la mia favoletta per bambini, e per voi.


Foto: l’atmosfera natalizia ai tempi della Mamma.

Le favole per bambini non sono il mio mestiere, e probabilmente non lo saranno mai. Ma un paio d’anni fa, trovandomi a corto sia di soldi che di idee regalo, ne scrissi una per le mie adorate nipotine. Poi confezionai per loro due libri gemelli, in cartoncini formato A4 ben rilegati, con la copertina colorata, la dedica e delle pagine bianche tra un pezzo di fiaba e l’altro perché potessero farci dei disegni. Così, adesso, mi è sembrato un pensiero carino regalare anche a voi questa favoletta senza pretese: magari, se ne avrete voglia e se non vi sembrerà troppo brutta, potrete leggerla ai vostri figli o nipoti. O ai vostri gatti. Buona lettura, allora. E perdonate le lacune: come potrebbe dirmi un protagonista del Grande Lebowski: “Non è il tuo campo, Nick”.
L’importante è saperlo…
Un abbraccio grande grande. E i miei più dolci Auguri a tutti voi!


I teneri amici di Castelbello


Il negozio di animali TENERI AMICI ha una bella insegna colorata e tanti bei cuccioli in vetrina, e si trova nel paesino di Castelbello, in vicolo Bentivoglio al numero 7. Sembra quasi un posto inventato, come tutte le cose troppo simpatiche e carine che esistono solo nella fantasia.
Invece esiste per davvero. Ed è un negozio davvero speciale, perché il negoziante, che si nasconde dietro il finto nome di Michele Campovecchio, in realtà è un Mago. Ma un mago di quelli buoni, forse l’ultimo rimasto: il suo unico scopo nella vita è vedere felici i bambini, e rendere felici insieme a loro i cuccioli degli animali, che come tutti sanno non chiedono altro che essere amati e accuditi dal tenero cuore di un bimbo. Michele Campovecchio dimostra cinquant’anni, ma in realtà ne ha quasi quattromila.


Il mago buono indovinava sempre la bestiolina adatta per ogni bambino. Se uno andava al negozio e chiedeva l’animale sbagliato, il mago Michele non se ne preoccupava: sapeva che sarebbe bastato far incontrare gli occhi dell’animale giusto e quelli del bambino, e allora il bambino se ne sarebbe innamorato e avrebbe detto: “No, ho cambiato idea: voglio quello”. Come il piccolo Filippo che voleva un gattino, ma il Mago alla fine gli vendette per pochi centesimi (a lui non importava arricchirsi) una piccola tartaruga acquatica. Il Mago sapeva che la tartaruga era la bestiola adatta per lui, perché Filippo era un bambino scontroso e solitario che non si fidava di nessuno. Il Mago sapeva che grazie alla tartaruga, anche lei sospettosa e guardinga, ma che di lui si sarebbe fidata eccome, anche Filippo avrebbe imparato a fidarsi, e sarebbe così guarito dalla solitudine. Fidarsi, ma non di tutti. Solo di quelli giusti. Così come la tartaruga (che avrebbe poi chiamato Mordimordi, perché ogni tanto gli mordeva per gioco i ditini) si fidava, ma solo di lui, anche Filippo avrebbe imparato che le persone non sono tutte uguali. Che bisogna sapersi difendere da chi potrebbe farti del male, ma che se incontri un amico vero devi saperlo riconoscere e donargli il tuo cuore.
Della tristezza del gattino rimasto senza padrone il Mago non si crucciò: sapeva già che il giorno dopo l’avrebbe venduto a Valentina, venuta a chiedere dei pesciolini rossi ma subito conquistata dallo sguardo del micino, che era il cucciolo perfetto per lei.
Fu molto bella anche la storia di Piero: voleva un pappagallo, ma il Mago gli vendette un cagnolino che alcuni anni dopo, diventato uno splendido cane lupo, gli avrebbe salvato la vita mentre rischiava di annegare nel fiume.


Quando si sparse la voce che a Castelbello i bambini erano troppo felici, al mago cattivo Paonazzo Brubrù, che viveva in un vecchio e freddo castello in cima al Monte Nero, venne un colpo per la rabbia. Come sua abitudine in questi casi, si mise davanti allo specchio e cominciò a sputacchiare a se stesso, e a strapparsi via con molto dolore i peli duri come fil di ferro che gli uscivano a ciuffi dalle orecchie, usando le dita dei piedi.
“I bambini non possono, non devono essere felici!”, ripeteva furioso il mago Paonazzo Brubrù al sé stesso nello specchio. “Come si permettono questi qui di Castelbello di non avere mai paure né tristezze, né malattie né rimpianti né lacrime? Il mondo, il mio mondo, ha tanto bisogno di lacrime di bimbi!”
E sptù!, e sptù!, si sputacchiava in faccia nello specchio tutto sputacchio. E stràp, e stràp, si strappava i peli duri dalle orecchie con le dita puzzolose dei piedi.

Allora un brutto giorno il mago cattivo Paonazzo Brubrù arrivò a Castelbello, per indagare sul motivo di tanta fastidiosa felicità. Non ci mise molto a scoprire che la colpa era tutta del negozio di animali TENERI AMICI di vicolo Bentivoglio. Decise dunque di fare del male al mago buono e a tutti i suoi animali: micini, cagnolini, criceti, porcellini d’india, conigli, e uccellini e topini e marròfoli. Così tutti i bambini sarebbero finalmente ridiventati tristi.

Ma invece: sorpresa! Il mago buono non dovette far altro che far incontrare lo sguardo di Paonazzo Brubrù con quello del coniglietto azzurro. Era l’animale giusto per lui, e stava da più di cent’anni nel retrobottega in attesa del suo padrone ideale, che non veniva mai. Allora il coniglietto, vecchissimo, fece un sospiro di contentezza, e poi morì soddisfatto. Allora (chi non l’ha visto non ci crederà mai) il mago cattivo prese fra le sue mani il corpicino senza vita del coniglietto azzurro e si mise a carezzarlo teneramente. Come tutte le persone cattive, Paonazzo Brubrù non era mai stato capace di piangere in vita sua. Ma per la morte del coniglietto azzurro il mago cattivo si sorprese a distillare una lacrima: un’unica, solitaria, densa lacrima azzurra che fuoriuscì dal suo occhio sinistro (molto timidamente, come se pensasse di dover chiedere “permesso” prima di uscire).
E questa lacrima che pianse per il suo coniglietto lo trasformò per sempre in un mago buono.
Così i due maghi divennero amici, e si misero in società per ingrandire il negozio e fare ancor più felici i bambini.


Queste cose succedono solo a Castelbello, e una volta ogni quattordici secoli.
Ma l’importante è che succedano.
Poi Castelbello sparisce, persino dalle carte geografiche, e ridiventa per molto tempo un paese nascosto. Così che nessuno, né buono né cattivo, possa andarci a ficcanasare.
Perché da quelle parti amano tanto gli animali e tantissimo i bambini.
Ma non sopportano i curiosi.

martedì 20 dicembre 2011

Eresia flash – La banalizzazione dei Sentimenti: “Tradire fa bene all’amore”? Io direi proprio di NO!


Ma perché gli italioti debbono sempre e su tutto essere i più banali e conformisti del mondo? Eterni cantori della più grigia e squallida ipocrisia? Di scempiaggini rasoterra tipo quella secondo cui “tradire fa bene all’Amore”? Ma quando mai? C’entrerà, come al solito, il bieco cattolicesimo, quella salsina rancida e furbetta in cui vengono incarpionati da piccoli? Quella religioncina di comodo che li convince del fatto che puoi anche rubare e ammazzare, basta che poi ti confessi, e fai una bella offerta per restaurare la chiesa?
Il celebrato regista Pupi Avati dice: “Ho tradito, ma credo nel matrimonio”.
Be’, io nel matrimonio non ci credo neanche un po’. Ma il tradimento e i traditori mi fanno proprio schifo. Uno schifo da conati di vomito. È più forte di me.
Ormai lo si sarà capito: io sono italiano soltanto per capriccio anagrafico (e per l’uso di questa Lingua che ritengo Meravigliosa), ma il mio molesto parere è il seguente:
chi sceglie di essere libero, libero sia, con gioia (il che vale tanto per i single cosiddetti “farfalloni” quanto per le coppie, per loro decisione, “aperte”).
Ma chi, per scelta non imposta da nessuno, è coppia, abbia il cuore, l’anima, il cervello e le palle per essere coppia!

lunedì 12 dicembre 2011

Tre poesie dei giorni rubati (1989-1990)



PARANAJA 223



Scheisse-Stadt

Ville de merde
Quattro case e una kasèrm

Here tu ne peux be pas youself
Qui you can't etre a real man

Solo in sonno sogni freedom
La sfiori in walkman television

Qu'est-ce que c'est suicide temptation
I don't know se è la solution

E mi sento down down down
Perché vorrei volare but

I'm intrappoled dan' this
SHIT TOWN






ROSSANA



Mia cara Rossana
Non era impossibile, sai
In quella notte bugiarda e sincera
Cambiare la mia e la tua vita

Caserma Rossani
Da mesi qui dentro oramai
Prigioniero di questa bandiera
Pensando fra poco è finita

Rossana
Rossana
Rossana

Ma poi chi sarà la mia vita?






GUARDIA NOTTURNA IN PORTA CARRAIA



"Altolà
Chi va là
Passi al largo"
Forse sono
Già pazzo
Ma non
Me ne accorgo

"Ufficio
Addestramento
Geniere Pezzoli"
E in fondo
Erano tutti
Peccati
Veniali

Forse sono
In catene
Soltanto
Per sbaglio
O per poca
Fortuna

E mi trovo
A inseguire
Distratto
Quei raggi
Di luna



Pattugliando
E vegliando
Sul sonno
Dei mezzi
M'illudo
Di poter ignorare
I miei nervi
Ormai a pezzi

Stare soli
Con un fucile
E dei colpi
E' cosa assai dura
E quando mi specchio
Nel cielo mi faccio
Paura

Ma non devo
Lasciarmi
Scappare
Di mano
La speranza
Che scivola

E continuo
A inseguire
Distratto
Quei raggi
Di nuvola




sabato 10 dicembre 2011

Non solo stroncature. Consigli per le feste, per provare a difendervi dall’editoria ecospurgo-natalizia che mirerà a CONCIARVI, per le feste…. (3)



Martin Amis
L’informazione
Einaudi
Pagg 436 € 12.50
Voto:

Quella di partenza è una situazione che ricorre spesso nella narrativa moderna: il rapporto perverso fra due amici scrittori, con quello semisconosciuto e fallito (che però si ritiene più dotato, e forse lo è) a macerarsi nell’invidia per il successo commerciale e mondano (ai suoi occhi clamorosamente immeritato) dell’altro, che percepisce sempre più come individuo fortunato, superficiale e fasullo, arrivando al punto di desiderarne, e addirittura progettarne in modo concreto, la distruzione persino fisica.
Non qualcosa di particolarmente nuovo, dunque, ma nessuno l’aveva mai resa con la verve geniale e travolgente di questo riuscitissimo romanzo, pienamente comico in alcune sue trovate, pienamente tragico nel descrivere la disperazione di un uomo portato dalla sua lucida ipersensibilità, ma anche da un’ambizione smisurata e frustrata, sull’orlo della follia.

Vulcanico e talvolta un po’ arruffone, ricco, originale e generoso fino all’incasinamento, elettrico ai confini del cortocircuito, Martin Amis è un certamente ottimo scrittore, ma forse di quelli da prendere a piccole dosi non consecutive: diciamo che un paio di suoi libri all’anno potrebbe essere la giusta posologia. Piacevoli comunque il suo umorismo corrosivo, l’inventiva, il sarcasmo, la perfidia. Amis non è un amante della sintesi, almeno non qui (più di quattrocento pagine a caratteri molto minuti, altrimenti sarebbero state settecento), quindi ogni tanto un po’ di noia, ma poca poca, ve l’assicuro.

E poi, come non amare uno capace di riversare ironia al vetriolo persino sui pianeti e i loro satelliti? [pag. 66: “E ora Plutone. Non bisognerebbe mai prendere in giro gli afflitti, naturalmente, ma Plutone è davvero un disgustoso pezzetto di merda. Giove non ce l’ha fatta a diventare stella; Plutone non ce l’ha fatta nemmeno a diventare pianeta. Atmosfera rarefatta, una crosta di ghiaccio spessa 500 chilometri, e poi roccia. La massa di Plutone è circa un quinto della massa della nostra luna, e la sua luna, Caronte (altro cesso) è ancora la metà.”]

Chi non sa, o non vuol sapere (perché non gli conviene) cosa sia uno Scrittore, accusa Martin Amis di essere troppo virtuosistico, pirotecnico e autocompiaciuto. In altre parole, lo accusa della grave e imperdonabile colpa di essere troppo bravo.
Be’, che devo dirvi: se vi piacciono sciatti e mosci, come certi nostri balbettanti e presuntuosi coglioncelli, come certi nostri scolaretti politicizzati e omogeneizzati e pompati che non sarebbero degni di pulirgli una ciabatta con la lingua (o, per fare un esempio cinematografico, se preferite cinepurgoni e mediocri checchizaloni a Woody Allen), non leggete Martin Amis.
Ma se vi piacciono bravi e talentuosi, avrete già indovinato cosa sto per dirvi: non fatemi incazzare.
In ogni caso, questo è un romanzo da regalare solo a chi ama davvero leggere, che siate voi stessi o una persona a cui volete bene. Se ama solo leggiucchiare di tanto in tanto, potrebbe non apprezzare un simile dono. Questo mi pareva corretto dirvelo.
Parola di Scriba.

domenica 4 dicembre 2011

Non solo stroncature. Consigli per le feste, per provare a difendervi dall’editoria ecospurgo-natalizia che mirerà a CONCIARVI, per le feste…. (2)



Paul Auster
La notte dell’oracolo
Einaudi
Pagg 207 € 11
Voto: 10+

Dopo l’ottimo thriller di Collins di tre giorni fa, oggi vi voglio parlare di un romanzo per palati ancor più sopraffini.
Questo è un libro da regalare innanzitutto a voi stessi, per farvi del bene, per gratificarvi, premiarvi, coccolarvi. Oppure da regalare a qualcuno che sapete particolarmente innamorato dell’Arte Narrativa (ma in questo caso dovrete essere ben sicuri di non fare un doppione, perché se è innamorato dell’Arte Narrativa è abbastanza probabile che La notte dell’oracolo sia già da tempo presente tra gli scaffali della sua libreria).
Si tratta forse del più bel romanzo scritto dal mio autore preferito, un romanzo talmente geniale che francamente non saprei che altro dire, quindi non fatemi incazzare eccetera eccetera.
L’unica cosa che posso aggiungere è che, se non l’avete ancora letto e pensate di leggerlo, non potrò far altro che invidiarvi, nel ricordo dell’irripetibile emozione che provai, qualche anno fa, al cospetto di questo libro, e di tutti i successivi di Paul Auster che divorai in rapida successione (dovendo fare una classifica, gli altri migliori sono per me, nell’ordine: Il libro delle illusioni, Trilogia di New York, Moon Palace, Follie di Brooklyn, Timbuctu, tutti con voto fra 9 e 10 – e sapete quanto sia cattivello, io, coi voti – ma consiglio anche la sceneggiatura di Smoke, o il dvd dello splendido film).
Parola di Scriba.


venerdì 2 dicembre 2011

Eresia flash: vatikaliA-lobotom italY colpisce ancora!



ASINO CHI NON LO DICE

Amici miei, quando l’ho letto non ci volevo credere: ieri, 1 dicembre, giornata mondiale contro l’AIDS (il cui vero significato per certi simpatici bigotti sembra continuare a essere Auspicato Intervento Divino Sanzionatore), è circolata in RAI una direttiva (qualcuno dice di origine ministeriale, ma al ministero negano) che ordinava, come ai tempi della peggiore censura fascistoide, di NON PRONUNCIARE mai, nemmeno una volta, per tutto il giorno, la parola tabù “profilattico”.
Lo riporta stamattina in prima pagina il Corriere della Sera, che riferisce di un’email “con priorità alta” mandata dalla tv di Stato a conduttori e giornalisti di Radio 1:
“Il ministero [della Salute!!!!] ha ribadito che in nessun intervento deve essere nominato esplicitamente il profilattico; bisogna limitarsi al concetto generico di prevenzione nei rapporti sessuali…”
Da notare che Radio 1 aveva per l’appunto in programma (guarda caso) un lungo speciale sull’argomento. Sarebbe un po’ come vietare ai radiocronisti di “Tutto il calcio” di pronunciare la parola “palla”: ne saranno usciti pazzi, quei poveracci…

Ricordando che qualcuno ha già sulla coscienza milioni di africani, per essere andato a dirgli non tanto di non pronunciarlo, quanto proprio di non usarlo (!), e in attesa di circolari che proibiscano anche “intelligenza”, “pensiero”, “onestà”, “libertà” e “civiltà” (tutte cose che comunque in vatikaliA-lobotom italY sono state già da tempo abolite di fatto), approfitto della mia fortuna di NON lavorare per la RAI per scrivere un paio di volte, o qualcosolina di più, il nome del Benedetto Coso che può salvarci doppiamente la vita, poiché agisce come barriera protettiva sia nei confronti delle malattie sessualmente trasmissibili, sia nei confronti della bomba atomica demografica destinata a spazzarci via nel giro di pochi decenni. Giuro e certifico di averlo digitato ogni singola volta, perché si tratta di una questione troppo seria, per banalizzarla con un copia e incolla:
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Mi sono stancato (l’ho scritto solo, simbolicamente, una volta per ogni anno della mia vita).
Ma potete andare avanti voi, se volete.



giovedì 1 dicembre 2011

Non solo stroncature. Consigli per le feste, per provare a difendervi dall’editoria ecospurgo-natalizia che mirerà a CONCIARVI, per le feste…. (1)



Michael Collins
Morte di uno scrittore
Neri Pozza
Pagg 464 € 19
Voto: 8

Lo ammetto: nei confronti della letteratura cosiddetta “di genere” ho sempre avuto atteggiamenti un po’ snob, che mi han portato ad arricciare il naso persino davanti allo sdoganamento (meritato) e alla successiva glorificazione (esagerata) di Simenon.
Ma è innegabile che quando a sfornare, in via eccezionale, una storia con delitto-indagine è uno scrittore coi controfiocchi, non solo le cose cambiano, ma addirittura si giunge a qualcosa di indicibilmente gustoso, si giunge al prodotto ideale da abbinare all’ideale situazione di umano relax poltrona-gatto che fa le fusa-fuoco nel camino-mentre fuori nevica.
“Ma la situazione ideale è fare l’amore!”, verrà subito a dirmi il solito guastafeste, impaziente di rovinarmi il bel quadretto. Allora facciamo così: domani hai appuntamento con una splendida ragazza appena conosciuta, e ieri, per non farti mancare niente, ti sei spaciugato un bel transettino brasiliano ventenne (se sei un vecchio modello monosessuale, scegline pure solo uno dei due). Ma stasera poltrona, libro, gatto e camino, e non rompere i maroni! O ti spedisco fuori a spalarla, la neve.
Non giro l’esempio al femminile perché so che voi ragazze ne siete già tutte consapevoli, del fatto che il sesso è (quasi sempre) sopravvalutato, e la lettura poltronesca sottovalutata…
Come al solito non svelo la trama, che per chi volesse è a portata di un paio di clic sui mille siti che si occupano di libri.
Dico solo che in questo romanzo atipico (rispetta poco gli schemi e gli stereotipi, anche se qualcuno inevitabilmente c’è) e mai noioso (malgrado la lunghezza), il delitto, anzi, i delitti, hanno risvolti inconsueti, il contesto psicologico e culturale è al tempo stesso atroce e stimolante, i personaggi sono tutti interessanti e tutt’altro che monodimensionali, le descrizioni originali e accurate, con qualche bello sprazzo poetico-visionario.
La scrittura è di medioalto livello, sapiente ma semplice, fluida (e non so perché ci abbia messo quel “ma”: se la scrittura è di medioalto livello e sapiente, è ovvio che sia anche semplice e fluida, ormai l’abbiamo capito che i barbosi sono persone che non sanno scrivere…).
Questo è decisamente il mio consiglio come regalo natalizio, quindi non fatemi incazzare e provatevi a seguirlo. E se non volete seguire il mio (e se non avete la fortuna di avere un amico libraio davvero appassionato), vi scongiuro almeno di seguirne altri di cui vi fidate, o comunque di andare a fare i vostri acquisti con le idee chiare e un bel foglietto con autori e titoli già scritti, altrimenti, in quella babele dell’ecospurghi in cui si trasformano le grandi librerie trash-commerciali in occasione delle feste, finiranno col rifilarvi le peggio cose…
Io vi ho avvertiti. Poi non venitevi a lamentare se il bestseller che vi ha appioppato la commessa faceva talmente vomitare che l’amico a cui l’avete regalato vi ha tolto il saluto, dopo aver barattato il vostro regalo da classifica italiota con una scatoletta di cibo per cani.
Parola di Scriba.


lunedì 28 novembre 2011

Eresia flash: voti pesanti o voti pensanti?



RATTOCRAZIA

Leggo di questa assurda idiozia che prende sempre più piede (come del resto TUTTE le idiozie, che paiono godere di corsie preferenziali…): l’ipotesi di far “pesare di più” i voti di chi è giovane e di chi fa un maggior numero di figli. Sempre nell’ottica, sempre sulla scia cretina e demente, di considerare valori positivi e irrinunciabili la cosiddetta crescita, il cosiddetto sviluppo, e la deflagrazione demografica destinata a spazzarci via tutti quanti (e mi riferisco alla funesta tendenza planetaria – non vuol essere, la mia, una sparata contro chi ha due o tre figli, quelli magari vorrei averli pure io: sono solo contro la glorificazione del riproduzionismo, l’apologia della proliferazione, l’arroganza panteganesca del “fate largo e me perché ho tanti bebè”…)

Non sono mai stato per la gerontocrazia, e mi scappa da ridere quando mi si dice che un vecchio è per forza un saggio, ma l’idea che il voto di uno zoticone semianalfabeta, di un coniglio affollamondo che a vent’anni ha già fatto cinque figli dovrebbe contare più di quello di un artista-scienziato-filosofo sessantenne celibe è così stolta e ripugnante, così gravida di putrida imbecillità, che non mi verrebbe neanche da chiamarla “idea”.
Semmai, mi sembra ovvio che dovrebbe essere L’OPPOSTO. Se proprio dobbiamo sconfessare la regola “una testa, un voto”, non dovremmo dare più peso alle teste pensanti, cioè più intelligenti (a patto di poterle riconoscere e misurare, cosa che non sarà mai possibile, il che forse è una fortuna, in un contesto in cui intelligenti è meglio esserlo di nascosto…) che non a lobotomizzate teste di minchia piene solo di testosterone e di televisione, ma con tanti bei muscoloni per lavorare e bei cazzoni per ingravidare?

L’imbecillità ha già abbastanza peso e fa già abbastanza danni, in democrazia, proprio perché i figli degli imbecilli saranno, un domani, imbecilli che votano. Vogliamo aumentare il danno facendoli già ragliare dal seggiolone, dalla culla? O vogliamo far passare la mentalità beota secondo cui chi fa meno figli è meno responsabile, e chi non ne fa per nulla è un irresponsabile, o un egoista cui non sta a cuore il futuro dell’umanità? Magari al sessantenne celibe il futuro sta a cuore semplicemente perché è altruista, o illuminato, o perché è un buddista che pensa di tornare a nascere, o ancora (per rimanere a questi discutibili moventi “di sangue”) perché ha dei fratelli che han messo al mondo dei nipotini che adora… Per non parlare del fatto che il saggio sessantenne celibe potrebbe essere portatore di un punto di vista più empatico-terrestre, e quindi più responsabilmente proiettato sul futuro collettivo, mentre tanti “bravi” genitori gretti e bigotti non vedono un centimetro più in là delle immediate ed egoistiche esigenze del proprio ristretto clan, e poco gli importerebbe di far vivere nove decimi di umanità ancor più a mollo nella povertà, nella fame, nell’inquinamento e nella schiavitù di quanto non ci vivano adesso, se questo favorisse il benessere materiale dei kompetitivi mostriciattoli che hanno scodellato (magari senza volerlo, perché la contraccezione “è peccato”…) E stronzi simili dovrebbero ipotecare il futuro di tutti, solo perché producono e si riproducono? Quale sarebbe il nuovo slogan: “Una testa, un vuoto”? “Il voto è in sé gretto?”

Ma se tu facessi la proposta (anche solo provocatoria) di premiare l’intelligenza verresti liquidato come elitario, radical-chic, razzista borghese o addirittura nazista. Mentre se fai quella di premiare la giovinezza (“Giovinezza”, vi ricorda qualcosa?) e la prolificità (tanti figli alla cagnA patriA, anche questa non mi è nuova…) passi per Giusto e moderno!
Già, l’intelligenza. Come diceva, l’immenso Arthur Bloch?
“La somma dell’intelligenza sulla Terra è costante.
La popolazione è in aumento”.
Le mie più sentite condoglianze.

sabato 19 novembre 2011

CI SENTO BENE MA VOI PREFERIREI NON SENTIRVI, GRAZIE



EEH??

Brutta notizia per i venditori di apparecchi acustici: il mio anziano padre ha tanti altri problemi, poverino, ma in compenso ci sente benissimo. Però, come tutti sanno, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. E così, imperterriti e mai disposti alla resa, dai call center della “misurazione gratuita dell’udito” (ma esisterà una paroletta più odiosa e disonesta di “gratis” e derivati?) ci subissano di chiamate. Alla faccia della Privacy – la Privacy vera, non quella dei manigoldi altolocati, la Privacy del Cittadino che non vorrebbe essere disturbato, o, come diceva il personaggio di un grandioso film, “non vuole essere rotto i coglioni”.

La fregatura è che non si qualificano subito, altrimenti sarebbe divertente prenderli in giro facendo finta… di non sentire quello che dicono, come lo Zio Storno di un mio romanzo che un giorno leggerete.
“Misurazione gratuita dell’udito”
“Cooosa? Parli più forte!”
“MISURAZIONE GRATUITA DELL’UDITO”
“Eeh??”…

Mi rendo conto che l’avere 77 anni fa di mio padre una succulenta potenziale preda, ma quella dell’altra mattina sarà stata la quarantesima chiamata in un anno (in fondo, nel breve intervallo di tempo, il problema prima inesistente potrebbe sempre insorgere… Tiè!). Inutile dire che noi qui ci siamo pure presi la briga di iscriverci al famosissimo e inutilissimo Registro delle Opposizioni (neanche ci illudessimo di vivere in Danimarca, e non in Lobotom-Italy), nella speranza di poter dire basta a tale sconcio. Ma questi signori, e non solo loro (vero, vodafone?), vanno avanti. Io che sono una persona mite, gentile e civile, non immaginate come mi debba trattenere, quando arriva la classica telefonata di persona sconosciuta che, guarda caso, esordisce soltanto col nostro cognome seguito da punto interrogativo, oppure col nome di mio padre perché è quello che figura nell’elenco, quanto mi debba trattenere dal mandarli dove meritano, questi disturbatori fuorilegge della quiete privata.
Sì, lo so, quello che chiama è solo uno sfruttato sottopagato che si arrabatta per guadagnare qualcosa, anche se quello che gli fanno compiere è un Reato bello e buono (anzi, brutto e antipatico). Ed è il motivo per cui, pur riattaccando sempre, cerco però di essere cordiale, arrivando addirittura a giustificarmi con frasi del tipo “Non voglio farle perdere tempo”, quando invece quello che sta perdendo tempo sono io. Ma se avessi per le mani i loro furbi padroncini…
Finirà mai, questo illegale e insopportabile schifo peculiarmente italiota?