"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"

sabato 30 giugno 2012

ERESIA FLASH: Ci stanno facendo due balotte così!

A me tutta questa retorica balotellistica di giornalistozzi e capoclasse civici sta facendo girare le balotte, e mi dà fastidio (quasi) quanto il razzismo.
E capire una buona volta che siamo tutti terrestri, invece di menarla spargendo mamelate deamicisiane e nauseabonda melassa sugli italiani marroni, i tedeschi olivastri, gli svizzeri gialli?
Intanto, per colpa dei festeggiamenti insensati e imbecilli dopo la semifinale, una bambina di dieci anni s’è beccata una pallottola vagante, e sta rischiando la vita. E per cosa? Per una partita del campionatuzzo europeo più brutto e noioso di sempre. (Anch’io, rientrando da una cena a casa di mio fratello, ho rischiato autoscontri con parecchi coglioncelli esagitati e sbandierosi).
Se il muscoloso supereroe avesse fatto un bel paio di autogol, e avesse vinto la Germania, quella povera piccola sarebbe andata a nanna sana e salva.

sabato 23 giugno 2012

RACCOLTA DIFFERENZIATA BIS - "Andar per rane"

 
ANDAR PER RANE



Nelle “camerette” (da 24) del Settimo 89, su alla Compagnia Comando e Servizi, terzo piano, si parlava animatamente di queste rane del Primo 90 che dovevano arrivare l’indomani dal CAR di Albenga – anzi dal BAR, come avevan pensato di ribattezzarlo certi cavrones privi di senso del ridicolo al Ministero della Difesa.
Le si attendeva al varco da settimane, le rane. Le si era sognate per mesi. L’indomani all’imbrunire sarebbero andati a prelevarle coi camion alla stazione. Ma la fornitura si prefigurava scarsa. Più scarsa del solito. Mooolto, più scarsa. 
Correva infatti l’allarmantissima voce d’un incremento pazzesco e inaspettato del ricorso all’obiezione di coscienza, per via di nuove leggi che facilitavano i furbini.
 «E se invece di trecento ce n’arrivano cencinquanta-dugento?» chiedeva uno dal suo letto a castello.
«Peggio per loro» rispondeva un altro. «Faranno doppi servizi. Doppie guardie doppie corvée cucina doppia ramazza doppio tutto. Schiatteranno, quelle rane di merda. Per quattro mesi se lo scordano proprio, di andare a casa. Manco coi trentasei. Manco coi permessini. A noi non ce ne deve fregare un cazzo, di quante sono. Noi la nostra parte l’abbiamo fatta, porcozio.»
«Minchia se l’abbiamo fatta», una terza voce.
«Ora si tira il fiato, dioboia», una quarta.
«Dite facile voi» una quinta in dissonanza. «Ma se arrivano du scamorze ci piomba nel buciaccio a noialtri. Quegli stronzi là del Quarto, loro sì se ne sbatteranno e andranno a frotte in licenza, ma noi siamo ancora operativi, e datemi retta a me, a noi ci conviene pregare che n’arrivano una bella squadra, di quelle rane, per alleggerirci la situazione.»
Era marzo, e discorrevano quei del Settimo di queste rane nella notte.
Sentivi solo voci, non vedevi facce, perché il Silenzio era suonato da un pezzo e le luci erano spente. La cosa strana di questo Silenzio è che spengono le luci ma non tace un cazzo di nessuno. Dovrebbero chiamarlo Oscuramento.
E dovevate sentirle, le camerate del Quarto in subbuglio: oillellé, oillallà, il Quarto vi saluta, il Quarto se ne va. Eccetera.

Atmosfere più cupe e nervosette di preoccupazione, lì al Settimo:
«Servizio incivile, ziocane.»
«Bocchinari.»
«Conosco uno che faceva l’obiettore in una biblioteca comunale.»
«Aspetta che indovino…»
«Un cazzo da mane a sera.»
«Ah! Che figlio di puttana.»
«E dormono tutti a casa.»
«Ah, come mi prudono le mani!»
«E guadagnano di più, capite, perché a noi ci trattengono la sbobba e la branda. Pure quello che non mangi la sera perché vai in pizzeria! Infatti quando sei in licenza guadagni di più! Pure pel culo ci prendono!»
«Mi cugino guida il pulmino de’ mongoli. Ma al paese nostro c’è ‘n mongolo solo, e va in giro al massimo per mezz’oretta du giorni la settimana.»
«Capito il furbiciattolo!»
«Frocio imboscato!»
«Figlio di troia!»
«Oh, piano con la mi zia.»
Mica tutti partecipavano, mica tutti dicevano la loro. Qualcuno ascoltava e basta. Qualcuno aveva il walkman o i cazzi suoi per la testa. Qualcuno cercava di dormire. Qualcuno scorreggiava. La camerata era da 24 e le filosofie esistenziali, capite, variavano.

La luna quasi piena era padrona incontrastata del cielo, ma quaggiù a Pavia era padrona la nebbia, così se alzavi lo sguardo fuori dal finestrone con la tapparella rotta intravedevi soltanto una specie di frittellina lattiginosa e smunta – il poco chiaror di luna spantegato attorno come una macchia assorbita male. Era meglio non alzarlo, lo sguardo, metteva solo tristezza. Di sopra la branda a castello conveniva tener le palpebre cucite. Qualsiasi cosa vedessi da lì – il cielo degli uomini liberi, le foglie scure del platano, la nebbia fottuta che cancellava sia cielo che platano, i muri rigati di crepe, gli zainetti tattici in cima agli armadietti grigi alti tre metri e stretti mezzo – qualsiasi cosa vedessi da lì ti metteva l’angoscia. E se di rane non ne arrivavano sul serio? Non sarebbe finita mai.
«Io invece ne conosco uno che l’hanno messo a pulire il culo a un vecchio, e glielo doveva pulire davvero anche sei sette volte al giorno.»
«Oi, e che cagone era?»
«Poi il vecchio ha smesso di cagare, e allora questo qui l’han mandato a impazzire dieci ore al giorno in una comunità di tossici, e c’impazziva davvero e talmente tanto che per poco non diventa tossico lui.»
«Ben gli sta.»
«Addamuripazzo, addamurì.»
«Ma com’è possibile?»
«Anche d’imboscati c’è due tipi, come in tutto, quei raccomandati e quei sfigati. Se non hai le conoscenze devi stare attentino, a fare il furbo, se no poi te lo poggiano in culo peggio che se non lo facevi.»
«Dovrebbe andargli a tutti così!»
«Quei finti obiettori. Quegl’imboscati de merda.»
«I non violenti che poi fanno a sprangate allo stadio, va là. Da vomitare, mi viene.»
«Già, vorrei averne uno per le mani, adesso.»
«Baionetta su pel culo, gl’infilerebbe.»
«Ü a-é aè hu öa!» disse minaccioso il bresciano. Quando parlava il bresciano si capiva mica un cazzo. Lo lasciarono dire.
«Però, peccato non averci avuto l’idea.» disse qualcun altro.
«Cosa?»
«Dico, se le cose stan così, potevamo farci furbi anche noi.»
«Certo, dovevamo pensarci pure noi. Quelli son tipi furbetti, son tipi giusti, altro che.»
«’Date a prendere baionette n’il culo, coppia di froci!»
Da qualche parte venne via un rutto.
«Prosit» disse una voce.
«Sòrreta» rispose un’altra. E via così.

La sera dopo aspettavano il rientro dei camion andati a ranare. Chi scendeva in cortile, chi s’affacciava ai finestroni, chi se ne sporgeva impaziente come in attesa di cibo. L’accoglienza per le rane era bell’e pronta. Sarebbero state urla e strepiti e battiti e rimbombi da farli cagar sotto, da farli piangere-tremare e invocare la mamma. Com’era stato prima per tutti.
Arrivarono in anticipo. Il cancello si spalancò, e la lunga colonna verdognola cominciò a riversare se stessa nel gran recipiente d’infelici in mimetica e anfibi. Gl’infelici derubati d’un anno dei migliori per esser nati col pisello invece che con la passerina e le tette. Per un anno prigionieri d’uno straccio di bandiera.
Lei la bandiera se ne sbatteva il cazzo: si lasciava tirar su la mattina e ammainare la sera, e ogni tanto portare in lavanderia dove ben lontana dal diventare pulita veniva sbiadita, veniva irlandese.
Arrivò in cortile il primo camion ed era vuoto. L’autista che era uno del Settimo batteva pugni sul volante, il sottufficiale al suo fianco bestemmiava incredulo fuori dal finestrino. Boiacane! Boiacane! Oh, bbboiaduncane! bestemmiava incredulo. Il secondo camion era vuoto. Il sottufficiale scuoteva il capo e mostrava le mani giunte, l’autista se ne sbatteva le palle anzi quasi ghignava, perché lui era del Quarto e stava per diventare un fantasma. Il terzo, vuoto. C’era su il capitano con le mani nei capelli anche s’era pelato pelato e con un porro sulla guancia, l’autista era del Settimo ma si dava un contegno per via della vicinanza del capitano frustrato che aspettava solo di punire qualcuno per sfogarsi, e probabilmente aveva l’alito cattivo. Sul quarto camion non c’era una rana a pagarla un miliardo. Anche il quinto e il sesto erano vuoti. Carburante sprecato. Turni di guida sprecati. All’autista del settimo camion (vuoto) avevano strappato una licenza già firmata perché un altro tizio aveva marcato visita e c’erano le rane da andare a prendere alla stazione. Gli uscivano madonne tritate dalle narici e dalle orecchie. Non avresti voluto essere nei panni delle poche eventuali rane nascoste negli ultimi camion. Aó, nun ce se ccrede, venite a vvedé cche rrobba! gridava al suo fianco il sottotenente Sbardella, esterrefatto come uno stronzo uscito di bocca cioè cagato contromano.
Dall’ottavo camion zomparono giù sei sette ranine. Nemmeno sembravano vere, e nessuno ebbe il coraggio di fischiare, di spaventarle, di gridar loro qualcosa. Silenzio spettrale. Un camposanto. Militare. Mancavano solo le croci. Il nono ne portava poche più – una dozzina.
Il decimo e ultimo era l’unico a pieno carico.
Le rane vennero fatte allineare silenziose nel cortile.
In tutto erano meno di 50. Neanche un sesto del previsto. E andavano ancora suddivise fra Terza Compagnia Pionieri, Compagnia Attrezzature Speciali, Compagnia Comando e Servizi.
Era una tragedia.
Quello di Brescia al terzo piano sbiascicò qualcosa d’irripetibile.

martedì 19 giugno 2012

I più bei titoli della vostra vita

Quali sono i libri a cui dareste un premio per la bellezza o la forza evocativa DEL TITOLO?
Ecco i miei preferiti. (In un paio di casi ho scelto, per puro capriccio estetico, quello in lingua originale):

CUORE DI TENEBRA (Conrad)
L’AMORE È UN CANE CHE VIENE DALL’INFERNO (Bukowski)
A COLPI D’ASCIA (Bernhard)
MYSTERIOUS SKIN (Heim)
INSERZIONE PER UNA CASA IN CUI NON VOGLIO PIÙ ABITARE (Hrabal)
MOLTO FORTE, INCREDIBILMENTE VICINO (Safran Foer)
LA LINGUA PERDUTA DELLE GRU (Leavitt)
MATTATOIO N°5 (Vonnegut)
L’INVENZIONE DELLA SOLITUDINE (Auster)
EXIT GHOST (P. Roth)
IL CUORE È UN CACCIATORE SOLITARIO (McCullers)
CHIEDI ALLA POLVERE (Fante)
DISSIPATIO H.G. (Morselli)
LIVE FROM GOLGOTHA (Vidal)
LA ZATTERA DI PIETRA (Saramago)
L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL’ESSERE  (Kundera)

Adesso aspetto i vostri (senza limiti di numero: da uno solo a centomila…)


giovedì 14 giugno 2012

REPLICOZZE SCELTE - "sgarupperie"

 sgarupperie


Io d’agrande prima cosa mi compro l’Alfa Beta, che è una macchina tremendamente automatica che la possono guidare anche li gnoranti senza bisogno di fare l’appatente o di dare la bustarella a don Purscé, che è lo stesso prete che se li davi dieci miglioni non facivi la naja e quando il sendeco lo incontra li bacia le scarpe, l’anello no, chillo lo tiene in banca sennò i mariuoli glielo inculano, ma dico io se la fiducia nel prossimo sta a chisto punto i poveri onesti scippatori cummo facissero accampà?
Don Purscé invece campa benissimo che tutti gli stanno a dare sempre soldi.
Lui dice che i soldi sono per i poveri, per i poveri staminchia dico io.
Io questa cosa dell’Alfa Beta non è che me la sono studiata, modesta mente me la sono intuita, pecché il mio amico lo scugnizzo Lo Munco tiene il papà che non sapi legere ne scrivere, epure dice sempre che suo papà è in Alfa Beta e io ci credo, ma saccio anchi che non tiene l’appatente e che, essente un muorteffame, non può nemmanco pagare a don Purscé. L’Alfa Beta cammina con la benzina catarrizzata senza pioppo, ha il tettuzzo apribile per fare più meglio i gestacci e come opzionàl ci sta ‘na bottiglia rotta sotto u sedile per scannare il cornuto che non doveva sorpassare.
Che lavoro farò d’agrande anc’ora di priciso nun lo saccio. Saccio solo che farò il gnorante, pecché non tengo nisciuna intenzionalità di studiare per poi fare il spazino nettantomeno il bidello, o il copriwater in una genzia di pubicità. Di certo non farò il generale, pecché per me le guerre sono tutte sbaiate, tranne quelle contro i Viet Kong, che erano dei giganteschi scimmioni che rapivano le bellefighe per tenerle in mano che è pure uno spreco.
Comunque il gnorante non è proppio una scelta, è la squola che ti ci condanna. Presempio chillu fetente del nuovo maestro Sorensen Puddu, che secondo ammè il mio molesto parere non è un vero maestro ma nu busone busivo raccomandato da don Purscé, ci dice sempre che gli va benone se scriviamo sgaruppato, così poi lui ci fa i libri furbi e diventa migliardario, ma io e il mio amico lo scugnizzo Lo Munco habbiamo deciso che fondiamo una bebigheng e gli sgaruppiamo l’occiello a colpi di scemitarra e di mazza sterrata.
Il mondo è pieno di teste di cazzo.

Tutti i miei amici vogghiono fare il lavoro del patre o di qualche parente (spaciatore, chiller, invalido…) ma la mia è una famiglia sfigata e ammè convenisse cangiare.
Mio frate chillo grande presempio fa la comparsa nei film di San Domaso religiosi.
Sandomaso iè uno che ssi nun vede nun ce crede.
Quando Gesucristo resurgette, Sanpietro Sangiuda e Sanpancrazio li credettero, Sandomaso invece no, forse perché era pure un poco ciorbo. Comunque a Sandomaso lo facettero santo pure se non se lo meritava approfittando di un condono, come chilli della vendita delle indulgenze immobiliari alle oche giulive (Giuliveo) che il suplente checcià spiegato questultima cosa è stato appena licenziato con un tronco in copp’a capa stamatina.
Io nun capisco pecchè fràtomo nun vuole chevvediamo i suoi film Sandomaso Religiosi, e unaltra cosa che nun capisco èpperchè ogni tanto se ne viene a casa tutto dolorante como se l’avribbero frustrato o come se l’avribbero scusa te il termine inkiappettato.
Secondo me duvria trovarsi n’atro lavoro.

La mia famiglia è povera. I classon delle macchine dei papà degli amici miei fanno tutti peee invece la nostra fa sgut forse anche per via del fatto che è nu motocarro a remi, ringraziando la Maradonna.
Solo a tv siamo messi bene, pecché papà lavora interanale in un magazzino di lettricità, e ognitanto ne ciula qualcuna o qualchedue che se lo beccano si fa dieci anni con l’aria condizionata, sempre meglio che a Lamerica che li condannano alla sega elettrica opure a seconda degli Stati c’è Buscio che li spara o li gasa a petege religiose o coso Svarzeneggher che li stermina a fiammate, e lì ti salvi solo se ciài na barca de quattrini da dare a Lavocato.
Questo Lavocato devessere il figlio di puttana più ricco del mondo (doppo a don Purscé).
Lamerica è un posto pericoloso: tutti gli anni viene lu Ragàno e rade al suolo qualche negro di quelli marroni. Ieri in tv c’era coso Svarzeneggher che come tutti gli attori scarsi ci hanno detto guarda è meglio se fai il governatone o il presidente e lui rigoverna la Californikescion e stava dicendo in tv basta con queste iniezioni letali ai condonati a morte che costano troppo allo stato e poi nun son sicuro di aver sentuto pene pecché m’ero rotto e stavo giusto cangiando canale in cerca di pubicità porno o le veline che mi sparo una sega però mi pare che le parole dopo fussero “Li strozzo io!”
A Lamerica certi meschini crepano per una dose letame di mburgher che nun saccio che roba è ma è meglio dire ai bambini di non toccarla se la incontrano per strada
Il mio fratellino invece suona il flauto e fa delle bellissime flautulenze.

Poi ci sta la zia Protozoa. La zia Protozoa è molto calma e paziente, però se gli chiedi pecché gli anno dato quel nome di merda è facile che s’inalbera un pochettino. 
Le sue sorelle invece tengono nomi normali, e si chiamano rispettosamente Clavicembala, Pasquala, Bisunta, Crocifissa, Infilzata (Filzy per gli amici che peraltro essente nu cesso nun ne tiene) Frescobalda, Funerala, Incatramata e Protomartira. Sorelle ne tiene poche pecché i suoi ci stavano abastanza atenti.
Lo zio Mitocondrio è il marito della zia Protozoa. Fa molta fatica a camminare pecché è stato appena operato alla prostitùtata, che devessere una di quelle brutte parti del corpo che la Maradonna piange se le nomini e soprattutto dall’invidia se le tocchi. Lo zio Mitocondrio è molto sfigato. Il mese prima lo anno operato di catarrata, che pure quella non so bene cosa sia, ma devessere che uno rimane cilorbo pecché gli sputano furtizzimamente in un occhio.

Nella vita bisogna essere uterosessuali se no si fa peccato, ma bisogna esserlo con calma, contingenza e castrità se no è peccato lustesso, bisogna prendere esempiu da giuseppe suocastratissimo sposo che un giorno prese il pene, lo staccò, lo diede ai suoi amici e disse prendete e mangiatene tutti che tanto a me nun me serve ‘sto cazzo di coso. Bisogna stare anche molto attenti a non fare i matti o scemi in luogo pubico.
Elenco di lavori decenti due punti a capo tre virgolette il maldidente, che è un lavoro che si truffano i rincoglioniti e poi si scappa a Lestero, che è un paese molto popoloso dove ci stanno le famiglie dei linquenti, opure la mugliera di uno ricco famoso potente brutto e vecchio ma per fare la mugliera bisognasse non averci ucazzo, sto robo che apre un sacco di buchi ma chiude molte porte a meno di non diventare un tram sessuale, opure il politico che è un lavoro che si esprime sdegno e sgomento dopo un attentato che secondo ammè è un sistema in codice per congratularsi con gli assassini, opure unaltro lavoro benpagato e per nulla faticoso devessere poi il mangiasigilli, opure se proprio sei disperato puoi fare il prete che è molto vantaggioso pecché si vive gratis in pretura e in mancanza d’altro si pappano le ostie e ciài pure la perpetua che lo zio Mitocondrio ha detto sa fare tutto chillo che face ‘na mugliera tranne scopare forse pecché usa l’aspirapolvere, eppoi non cè molto da faticà pecché la gente oggiorduì preferisce l’inferno e al paradiso gli alberghi stanno tutti fallendo di brutto e ogni tanto Domineddio quand’è stanco di starsene da solo a giocare a domino che perde sempre e non si sa come cazzo è possibile e si chiamano misteri della fede va giù da Belzebrù e lo prega di fare accambio ma Belzebrù gli fa tiè col braccio, se vulevi ci pensavi prima.

Oggi per la gita distruttiva di scenze siamo andati allo spedale dove habbiamo intervistato un ornitorincolaringoiata, che volevo chiedergli perché si chiama così ma poi o avuto paura pecché ciaveva una brutta faccia e puzzava tutto d’alcùl. 
Allo spedale c’erano anche dei bambini di lasilo e si erano fatti quasi tutti la caccaddosso, e questo ci ha fatto insegnare che è molto meglio diventare grandi e giudizziosi e sporcare le mutande moderatamente.
Poi in classe habbiamo studiato una cosa molto schifosa, il poeta-vater, chiedo scusa, Pannunzio, che si fece togliere una costola per riuscire a far da solo chupachupa, ma bisogna studiare anche chille fetenzìe pecché pucioppo fanno parte di la vita.
I gatti tengono quattro zampe due per correre una per frenare una per grattarsi i coglioni.
Le feste più maggiurmente sacre sono il mio compleanno, il nomastico, sangennaro, la befania, la scesa in campo di gesudue la vendetta e l’ascensore della mai inculata confezione.
La zia Pasquala m’a diciuto che alla befania hanno bruciato in piazza tutte le befane, ma lei era lì e non ho caputo bene come a fatto che è scampata.
Poi c’è lo zio Aristobecco, che è quello che mi dice di pensare sempre alla salute e di non mangiare grassi e fetenzìe fritte sennò divento come il nonno Artemio sclerotico.
Insomma, se non avete la testa infilata int’u culo avrete capito che la mia è una famiglia sfigata e che nessuno di questi animali fa un lavoro deciente.
L’unica che porta a casa un po’ di soldi è la mamma ma lasciamo perdere.
In fin dei cazzi, che cosa farò d’agrande anc’ora nun lo saccio.
Mia matre, che si chiama Isoterma, dice di pensarci molto pene, pecché l’unica speranza di ricchezza della mia famiglia songo io, e lei vulisse che farei il gegnere.
Opure il scritore.

martedì 12 giugno 2012

ERESIA FLASH: uova e farina, però manca il sale (in zucca)




Di solito non amo cavalcare la retorica dei “bambini che muoiono di fame”. Ho sempre ritenuto assurdo, esagerato, sbagliato, sgridare e far sentire in colpa un figlio o un nipote che avanza nel piatto un boccone di carne grassa e nervosa, perché non gli piace, perché non riesce a masticarla, perché è già sazio (o perché in lui c’è un futuro vegetariano), come se mandar giù a forza quel pezzo di cibo potesse risolvere i problemi di chi cibo non ha, anziché produrre semplicemente qualche grammo di escremento in più.
Ma i vuoti stronzetti che celebrano l’ultimo giorno di scuola con la vergognosa, stupida, indegna, becero-conformista battaglia della farina e delle uova, sprecando quintali di ottimi alimenti, loro no, loro non possono non farmi pensare ai bambini che muoiono di fame. E allora io quei vuoti stronzetti li condannerei a un anno di lavoro socialmente utile. Ma non qui. Nel cuore dell’Africa.




sabato 9 giugno 2012

RACCOLTA DIFFERENZIATA BIS - "Lega Lomba"



LEGA LOMBA



Sul treno c’era questo buffo signore molto grasso e piuttosto imbiancato che si metteva sempre a parlare con noi. Cioè, lui parlava, e noi per educazione stavamo attenti.
Per chi ce l’ha presente, somigliava all’avvocato Renz di Un caso per due, un po’ più rotondo e un po’ meno avvocato. Chi non ce l’ha presente non mi rompa troppo il cazzo. Aveva degli occhialini che non servivano perché guardava solo da sopra, e parlava sempre dei programmi che ascoltava alla radio, e che la radio era intelligente e la televisione cretina, e noi lo lasciavamo parlare. Altre volte invece diceva cose sul latino e sul dialetto. Per fortuna, il nostro tragitto per andare a scuola era breve, e noi portavamo pazienza. Però a Gavirate eravamo contenti di scendere, e che il signore abbondante proseguisse per Varese.
Questi treni avevano almeno cinque vagoni, e noi cambiavamo sempre, e l’abbondante saliva a bordo una stazione prima. Ma evidentemente rimaneva in piedi, e a Gemonio ci teneva d’occhio. Aveva una predilezione per noi, come uditorio.
Ad ogni modo, anche se quello era il paese del maledetto ignorantificio, detto anche liceo scientifico, scendere a Gavirate era un sollievo, dopo tutti quei bla bla bla sul dialetto e il latino e le trasmissioni radiofoniche culturali.

A Varese il cicciottello aveva un negozio, mi disse un giorno il mio vecchio che lo conosceva di vista. Una piccola bottega di materiale elettrico e affini. Nel centro storico della città. Dalle parti di Corso Matteotti, però non proprio nel corso. In qualche viuzza più defilata, sperduta. Siccome questo tizio sul treno c’era sempre, e veniva sempre dove c’eravamo noi, e non se ne stava mai zitto, cominciammo di nascosto a chiamarlo l’Ippopotamo e a ridere di lui. Dicevamo “nienteippopotamo di meno” e altre simili stronzate. Così ci vendicavamo delle cose che ci toccava sentire tutti i santi giorni sulla radio e sul latino e sul dialetto, che proprio non ne potevamo più. Probabilmente, in questo suo negozietto non ci andava nessuno, e così lui passava tutto il tempo ad ascoltare qualcuna di quelle sue radioline che non avrebbe mai venduto. Pensai che da questo punto di vista poteva anche fare pena. Però agli altri non lo dissi.

A un certo punto all’Ippopotamo venne la frenesia della politica, e parlava sempre della Lega Lombarda, che a quel tempo non si chiamava ancora Lega Nord, e diceva Roma Ladrona e che i meridionali erano la nostra rovina. E che il dialetto andava scomparendo. L’unico che non scompariva mai, era lui.
Una volta ce lo ritrovammo nienteippopotamodimeno che sul treno della domenica pomeriggio che avevamo preso per andare allo stadio, a vedere la partita di serie B del Varese contro la Sampdoria. Venuto a sapere della nostra destinazione, ci ammannì tutta una serie di dotte delucidazioni sulla fusione tra le antiche squadre genovesi della Sampierdarenese e dell’Andrea Doria.
Noi eravamo tentati di dirgli qualcosa sulla fusione delle antiche parole babilonesi Vhaffah e ‘Nqulu, ma non dicemmo niente. A quei tempi si portava un sacco di maledetto rispetto, sapete, per i grossi. Volevo dire i grandi.

Quelli dell’Ippopotamo, col tempo, divennero dei veri comizi elettorali ferroviari (ma il bello è che li faceva solo con noi, che non avevamo l’età per votare). Ogni mattina scendevamo a Gavirate coi maroni fumanti. Il mio vecchio disse che questo Ippopotamo della Lega Lombarda, che però si chiamava Schivazappa, insomma questo signore, scusate il termine, logorroico, si era candidato alle elezioni nelle liste della Lega, che allora era un partito piccolo e accettavano cani e porci, però l’Ippopotamo l’avevano messo in fondo alla lista zoologica per non farlo eleggere, perché col fatto che non stava mai zitto gli si era posizionato sulle balle pure a loro.
A quanto pare lui si amareggiò moltissimo, per questa cosa.
Poi successe che per un paio di giorni l’Ippopotamo sul treno non si era visto più.
Secondo i più maligni fra noi si era suicidato per quella storia delle elezioni.

Il secondo giorno, ritornando a casa, vedemmo che sul ponte sopra la provinciale c’era dipinta con della vernice verde la scritta LEGA LOMBA, e io dissi che l’Ippopotamo era cascato giù mentre scriveva, e tutti risero come matti.
Proprio in quel momento, per la prima volta da quando lo conoscevo, mi dispiacque di averlo chiamato Ippopotamo, perché in fondo era anche lui un essere umano che viveva e che soffriva, e che ogni giorno apriva e chiudeva il suo negozietto senza riuscire a vendere un cazzo, e mi sentii il solo e unico responsabile del fatto che gli altri lo stessero deridendo.
Provai una tale sconosciuta sensazione di tenerezza e pietà, che credetti che una qualche lacrima mi stesse per sgorgare a tradimento da dietro una palpebra.
Sperai anche che dal ponte non fosse caduto nessuno.


lunedì 4 giugno 2012

BOHUMIL HRABAL - "Una solitudine troppo rumorosa"


BOHUMIL HRABAL
Una solitudine troppo rumorosa
Einaudi
Voto:

Dalla quarta di copertina: “A Praga, nelle viscere di un vecchio palazzo, un uomo, Hanta, lavora da anni a una pressa meccanica trasformando libri destinati al macero in parallelepipedi sigillati e armoniosi, morti e vivi a un tempo, perché in ciascuno di essi pulsa un libro che egli vi ha imprigionato, aperto su una frase, un pensiero…”

Mi piacciono i libri leggeri che posso leggere con la mano a leggìo, la sinistra, sdraiato sul dondolo coi cuscini di rinforzo dietro la testa, e la mano che regge senza fatica il libro leggero, il pollice e il mignolo davanti, le tre dita centrali che spariscono dietro. I libri come questo, leggeri di peso ma pesanti di poesia e pensiero geniale come un sole concentrato in un’unica goccia, come tutte le stelle e le lacrime dell’universo pressate in un unico punto da una pressa chiamata Scrittura.
A volte uno Scrittore ti colpisce così a fondo che ti assale la paura di non riuscire a trovare le parole adeguate per comunicare agli altri quanto è bravo, quanto ha impreziosito la tua vita e corroborato la tua anima con le sue, di parole. Questo è uno di quei casi, in cui capisco che devo sperare che vi limitiate a cogliere l’onestà e l’urgenza del mio consiglio, e a credere in me a occhi chiusi. Vi dico questo: dopo averlo letto, mi vorrete bene per avervelo consigliato. Dopodiché mi faccio da parte e vi propongo qualche estratto preso quasi a casaccio, ché tanto ovunque l’occhio cada, cade bene.

“… non urto contro i lampioni né contro i passanti, soltanto cammino e puzzo di birra e di sporcizia, ma sorrido, perché in borsa porto libri dai quali mi aspetto che a sera da loro apprenderò su me stesso qualcosa che ancora non so.”

“… mi sono raggomitolato e rannicchiato su me stesso, come un gattino d’inverno, come il legno di una sedia a dondolo, perché io mi posso permettere quel lusso di essere abbandonato, anche se io abbandonato non sono mai, io sono soltanto solo per poter vivere in una solitudine popolata di pensieri, perché io sono un po’ uno spaccone dell’infinito e dell’eternità e l’Infinito e l’Eternità forse hanno un debole per le persone come me.”

“… perché Leonardo già quella volta sapeva che i cieli non sono umani e che l’uomo che si occupa del pensiero non è umano neanche lui.”

“Io, se facessi il bagno, io mi ammalo subito, io con l’igiene devo andarci cauto e graduale, perché lavoro solo a mani nude, così a sera mi lavo le mani, io lo so, se mi lavassi le mani più volte al giorno, allora mi si screpolano i palmi, ma a volte, quando mi prende il desiderio dell’ideale greco del bello, mi lavo un piede e a volte anche il collo…”

“… la invitai a una gita, avevo vinto al lotto cinquemila corone e siccome non mi piacevano i soldi, allora volevo rapidamente farli sparire dal mondo, per non aver problemi col libretto di risparmio.”

“E poi si è allontanata da me quella servetta, perché ieri mentre pagavo mi è saltato fuori dalla manica un topo.”

“Ventuno girasoli erano accesi nell’oscuro rifugio del magazzino e alcuni topi che tremavano dal freddo perché in nessun luogo c’era più carta, uno di quei topi si avvicinò e mi attaccò, il topo piccolino saltava contro di me sulle zampe posteriori e voleva uccidermi con un morso, o forse rovesciarmi, forse voleva soltanto ferirmi, con tutta la forza del suo corpicino di topo saltava e mi mordeva la suola umida, ogni volta lo spostavo teneramente, ma il topo si gettava di nuovo contro la mia suola, per sedersi infine tutto sfinito in un angolo e guardarmi, mi guardava negli occhi e io presi a tremare, vidi che in quegli occhi di topo c’era in quel momento qualche cosa di più che il cielo stellato sopra di me, di più che la legge morale dentro di me.”

“… una luce ricciolina che nasceva dalla morte del legno.”

“Ma qui era incominciata una nuova era con nuovi uomini e nuovi procedimenti di lavoro, una nuova epoca che durante il lavoro beve latte, sebbene ciascuno sappia che una vacca crepa magari di sete piuttosto che bere latte.”

“… sbigottivo di fronte alla fede di quel venditore, che un monco si sarebbe comprato uno scarpino col calzino viola, il venditore credeva che da qualche parte esistesse uno storpio con la sola gamba destra e col numero quarantuno e col desiderio di recarsi a Stettino a comprare una scarpina e un calzino che accrescesse il suo fascino… come s’era chiuso il cerchio, quella mia scarpina e quel calzino viola, come avevano girato il mondo per frapporsi al mio cammino come un rimprovero.”

“… e se ne andò infelice, sognante, forse era quella stessa persona che un anno prima, vicino al mattatoio di Holesovice, m’aveva puntato contro a notte un coltello finlandese e dopo avermi costretto in un angolo aveva estratto un foglio e mi aveva letto una poesia sul bellissimo paesaggio di Ricany e poi si era scusato, che un modo diverso di costringere la gente ad ascoltare la sua poesia finora non lo conosceva.”

“… guardai la macchina con quel sorriso spasmodico e poi sentii lo scatto della macchina che non aveva mai avuto nelle sue viscere la pellicola, così compresi che al mondo non dipende proprio nulla da come le cose finiscono, ma tutto è soltanto desiderio, volere e anelito…”


La seconda parte del quinto capitolo, che narra dell’amore per una piccola zingara poi uccisa dai criminali nazisti, è Poesia allo stato Puro, che più puro non si può, che più triste e più tenera e dolce non si può. Eppure accanto a essa troverete, in questo Gioiello di ottantasei pagine (che si assapora all’inizio con voracità, e poi sempre più centellinando, nella speranza di farlo durare di più), anche tanta, tanta Intelligenza. E tanto Umorismo. Come succede coi veri Scrittori. E florilegi di microstorie che improvvise sbocciano e appassiscono, ognuna un piccolo grande romanzo di una pagina e mezza, a volte meno. Che meravigliosa, tardiva scoperta è stato in questi giorni per me mio Fratello Bohumil Hrabal. Sono quelle scoperte di cui sei grato alla vita, grato con le lacrime agli occhi, di quel genere di gratitudine che ti fa capire che vivere, comunque vada, valeva la pena.
Non fatemi incazzare. Non fatevelo mancare. Vi fareste non dico del male, ma di sicuro del non-bene.
Parola di Scriba.

p.s.
solita avvertenza: questa è Ambrosia per degustatori della Scrittura, non per i fissati della trama. In questo incantevole libriccino non troverete serial killer, indagini, autopsie, effbiài, cia, banda bassotti, mafia, clarabella e quiquoqua. Per fortuna. L’ultimo capitolo mi ha strappato lacrime di piacere e gratitudine, e questa scoperta è stata una gioia che non potevo non condividere con chi la merita: vedrete, verrà voglia anche a voi di continuare a frequentarlo, questo nuovo amico!
Buona lettura, e buona vita.

sabato 2 giugno 2012

Dimenticate i padri, ora!


ALLA MALPARATA

Imagine there’s no countries
It isn’t hard to do
Nothing to kill or die for
And no religion too
Imagine all the people
Living life in peace…
(John Lennon, Imagine)


Li hai visti? Sono loro
Gli stessi della pietra e della fionda
Forse resi un pochino più fessi
Dall’esser sempre fermi su quella stessa sponda
Imbrattata di sangue

Le trombe trombonesche e i latrati dei mastini
E gli Inni funesti, muscolosi e cruenti
I sacri furori patriottardi e deficienti
Che tanto vi piace inculcare nei bambini
(Ma poi li lasciate così, a naso in su, poveri figlioli?
Eran venuti per le capriole inquinanti delle frecce tricolori!)

Cristianotti incapaci d’un pensiero cristiano
Anche dopo sessantasei Cristi
Le vostre parole paiono uscire dall’ano
Da tanto son false, puzzolenti e tristi

Dobbiamo competere, cazzo
E riprodurci a raf-fìca
Ogni bosco asfaltare, e se ci riesce anche il mare
E se qualcuno vuol toccare il nostro golfo, che vuoi
Non lo lasciamo mica
Magari gli spariamo, soltanto un po’
Il golfo è nostro, grazie: lo avveleniamo noi!

Ai falchi ai balli in maschera piace vestirsi da colombe e pappagalli
Quelli veri li han già macellati per farci mangime e ventagli

Ma guarda amore mio com’è bello il palco d’onore:
Coccodrille che piangono e iene che brindano
Gorilla che parlano e sciacalli che ridono
Hai sentito l’ultima scossa? La nuova torta sarà bella grossa

Non riesco a Immaginare più niente di buono
Non adesso, non adesso John
Bitte, wo ist die Bar?
Dovrei ubriacarmi più spesso

Inutile che vi bardiate a festa, vi riconosco dall’odore
Aveva ragione Ionesco: l’umanità fa solamente orrore

Agli amici dell’Emilia
E a quanti altri soffrono
Voglio dedicare un distillato di lacrime and soda
Voi dedicategli pure le costose uniformi firmate
Ché anche nei massacri si segue la moda
E le bombette a mano ultimo grido

Ma che sia l’ultimo