"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"

lunedì 28 novembre 2011

Eresia flash: voti pesanti o voti pensanti?



RATTOCRAZIA

Leggo di questa assurda idiozia che prende sempre più piede (come del resto TUTTE le idiozie, che paiono godere di corsie preferenziali…): l’ipotesi di far “pesare di più” i voti di chi è giovane e di chi fa un maggior numero di figli. Sempre nell’ottica, sempre sulla scia cretina e demente, di considerare valori positivi e irrinunciabili la cosiddetta crescita, il cosiddetto sviluppo, e la deflagrazione demografica destinata a spazzarci via tutti quanti (e mi riferisco alla funesta tendenza planetaria – non vuol essere, la mia, una sparata contro chi ha due o tre figli, quelli magari vorrei averli pure io: sono solo contro la glorificazione del riproduzionismo, l’apologia della proliferazione, l’arroganza panteganesca del “fate largo e me perché ho tanti bebè”…)

Non sono mai stato per la gerontocrazia, e mi scappa da ridere quando mi si dice che un vecchio è per forza un saggio, ma l’idea che il voto di uno zoticone semianalfabeta, di un coniglio affollamondo che a vent’anni ha già fatto cinque figli dovrebbe contare più di quello di un artista-scienziato-filosofo sessantenne celibe è così stolta e ripugnante, così gravida di putrida imbecillità, che non mi verrebbe neanche da chiamarla “idea”.
Semmai, mi sembra ovvio che dovrebbe essere L’OPPOSTO. Se proprio dobbiamo sconfessare la regola “una testa, un voto”, non dovremmo dare più peso alle teste pensanti, cioè più intelligenti (a patto di poterle riconoscere e misurare, cosa che non sarà mai possibile, il che forse è una fortuna, in un contesto in cui intelligenti è meglio esserlo di nascosto…) che non a lobotomizzate teste di minchia piene solo di testosterone e di televisione, ma con tanti bei muscoloni per lavorare e bei cazzoni per ingravidare?

L’imbecillità ha già abbastanza peso e fa già abbastanza danni, in democrazia, proprio perché i figli degli imbecilli saranno, un domani, imbecilli che votano. Vogliamo aumentare il danno facendoli già ragliare dal seggiolone, dalla culla? O vogliamo far passare la mentalità beota secondo cui chi fa meno figli è meno responsabile, e chi non ne fa per nulla è un irresponsabile, o un egoista cui non sta a cuore il futuro dell’umanità? Magari al sessantenne celibe il futuro sta a cuore semplicemente perché è altruista, o illuminato, o perché è un buddista che pensa di tornare a nascere, o ancora (per rimanere a questi discutibili moventi “di sangue”) perché ha dei fratelli che han messo al mondo dei nipotini che adora… Per non parlare del fatto che il saggio sessantenne celibe potrebbe essere portatore di un punto di vista più empatico-terrestre, e quindi più responsabilmente proiettato sul futuro collettivo, mentre tanti “bravi” genitori gretti e bigotti non vedono un centimetro più in là delle immediate ed egoistiche esigenze del proprio ristretto clan, e poco gli importerebbe di far vivere nove decimi di umanità ancor più a mollo nella povertà, nella fame, nell’inquinamento e nella schiavitù di quanto non ci vivano adesso, se questo favorisse il benessere materiale dei kompetitivi mostriciattoli che hanno scodellato (magari senza volerlo, perché la contraccezione “è peccato”…) E stronzi simili dovrebbero ipotecare il futuro di tutti, solo perché producono e si riproducono? Quale sarebbe il nuovo slogan: “Una testa, un vuoto”? “Il voto è in sé gretto?”

Ma se tu facessi la proposta (anche solo provocatoria) di premiare l’intelligenza verresti liquidato come elitario, radical-chic, razzista borghese o addirittura nazista. Mentre se fai quella di premiare la giovinezza (“Giovinezza”, vi ricorda qualcosa?) e la prolificità (tanti figli alla cagnA patriA, anche questa non mi è nuova…) passi per Giusto e moderno!
Già, l’intelligenza. Come diceva, l’immenso Arthur Bloch?
“La somma dell’intelligenza sulla Terra è costante.
La popolazione è in aumento”.
Le mie più sentite condoglianze.

lunedì 21 novembre 2011

Stronkabukko in doppia replica!!

Visto il successo delle ultime incursioni di J. Stronkabook in questi paraggi, abbiamo pensato (io e muà) di farvi un gradito regalo riproponendo due suoi pezzi d’incazzo risalenti a periodi in cui la qualità dei Lettori del linkazzo era già elevata come adesso, ma la quantità si aggirava attorno alle venti persone. Chiedo scusa a questi venti fedelissimi se per stavolta non avranno molto di nuovo da leggere e commentare (ma aggiungo che qualche ritocchino l’ho fatto, per cui sono sicuro che avrete di che divertirvi, o almeno ri-divertirvi, anche voi…)

"Diciotto cazzi, mi avete rotto!"
(Fruttero & Lucentini, La donna della domenica)

1 Lettera di rifiuto (immaginaria ma non troppo)


TOTUNNO E TURIDDU MONTATTORI DI TORI
LIBBRI, AUDIOLIBBRI, PIZINI E CALCESTRUZI IN HOFERTA


Centili sinior Escriba tottòr Ezio,

Cu mmynkja sii?
Picciò, si nun me dicisti la coscha de riferimmentu de vossia, e lu nomine du pathrino toio, cumme faccio appubblicarte le tue fetenzìe? E qomuncue pucioppo pecchistanni stemo gia à postu fino al thrimila, coi romanzuna de nothri afiliati (chi stano havendu moltisimo sulcesso, e chi ne l’interese de la salute e de la longivivenza de l’affamigghia toia te consilio vedi de cumprari…)

Qomuncue nun ce spedire più ‘na mynchja, che accà nisciuno sapi legere.
Esequie indistinte.

In fete,

dottorissima Braccubalda Pruvenzano

psst. si le serviresero calcestruzi o cemmenti per sepelire qualco spiùni in cantina, o segnalibbri in fero batuto, che mannasse na sechiata de denari fermo pozzo allu cascinale nosthro…


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2 Tuttolebbra (nuove supposte editoriali)

Una travolgente ventata di novità e originalità nelle suppost… ehm… nelle proposte editoriali italiote degli ultimi tempi. Caffelatte con tampax, di Cristino D’Arteria (Tiscordi Editore, € 32), narra la struggente storia d’amore adolescenziale tra Piercazzillo e Mariavulvetta. Piercazzillo, meschino, tiene una faccia un po’ da culo, e soffre di emorroidi asmatiche. Mariavulvetta è dislessica. Quindi la storia è raccontata da lei in prima persona. Non perdetela. Trenta centimetri dentro il buco del cielo è invece il nuovo capolavoro di Macho Vileda (Zozzogno, € 36). Narra la storia di un amore adolescenziale struggente. Piercazzillo ama le moto, la playstation e la figa (la figa si può dire, fa tanto figo). Mariavulvetta ama le scarpe firmate, le borsette griffate e i bei ragazzi (il cazzo non si può dire, fa tanto troia). I capitoli dispari del libro sono gli sms che Piercazzillo manda a Mariavulvetta, di cui è perdutamente innamorato. Finiscono tutti con tvb (ti voglio bene). I capitoli pari sono gli sms che Mariavulvetta manda al padre di Piercazzillo, imprenditore nel campo dei profilattici metallici, che da mesi se la tromba a bordo del suo Suv residenziale di 15 metri. Finiscono tutti con tvdd (trombi veramente da dio). L’inettitudine dei numeri sbagliati, di Giordana Paolillo (Findus, € 48), è invece la storia dello struggente amore adolescenziale fra Piercazzillo e Mariavulvetta, due sedicenni fuoricorso di quinta elementare con piccoli problemini di apprendimento. Il romanzo è curato dall’insegnante di sostegno, che però non è che si sia sforzata molto: nei capitoli dispari ci stanno i conticini di Piercazzillo, roba del tipo 2+2=5, nei capitoli pari ci stanno gli sms che Mariavulvetta manda a Piercazzillo, roba del tipo m ke t studdi ha ffa ke tnt nn kapis un k? +ttost trmbmi strnz! Nel caso non ne aveste abbastanza, ecco poi Mariavulvetta ti amo (Barilla, € 51,12), che è invece il diario scritto da un ghostwriter al posto di Piercazzillo di Amicci, notoriamente analfabestia. Piercazzillo è povero e scemo e un po’ zoppo e tiene una faccia da topo, ma in tv va alla grande perché fa pena alle mamme e alle nonne senza cervello che la guardano tutto il santo giorno. Il suo problema è essere innamorato cotto di Mariavulvetta sempre di Amicci, una gran gnoccoletta che sognava di fare da grande la prostituta in tv finché qualcuno non le ha detto Ma perché aspettare da grande? Ci sono solo capitoli dispari, e narrano, in esperanto sbagliato, delle disperate seghe che Piercazzillo si fa pensando a Mariavulvetta. I capitoli pari sono bianchi, ma lunghi, per far capire al lettore che lei non lo caga, ma anche per aumentare le pagine del libro in modo che il lettore non abbia subito abbastanza chiaro di essere stato truffato. Se vi venisse voglia di variare un po’ argomento, ecco invece Ma le palle quante sono?, il capolavoro di Giangiuliana Grancassa (Cirio, € 63). Di cosa parla? Parla, tanto per cambiare, della struggente storia d’amore adolescenziale tra Piercazzillo e Mariavulvetta. E tanto per cambiare è scritto malissimo. Molto, molto interessante.
Ma veniamo invece allo stato interessante, cioè ai parti delle partorienti della Letteratura Alta, quella che qui da noi si guadagna i Premi più ambiti.
Il Premio Prugna è andato quest’anno a Margherita Bellamazza Casteldritto per il suo Muco e placenta, (Scottex, € 98) cronaca ospedaliera di un travaglio difficile.
Il premio Pregna è invece andato a Piersilvia Alabbarda per il suo Preferisco quando entrano, (Zozzogno, € 102) cronaca ospedaliera di un travaglio difficile.
Il premio Fregna è infine andato a Concettina Shakespeare Vitiello Stendhal per il suo Vieni fuori stronzo se hai il coraggio, (Tiscordi&Zozzogno fusione a delinquere, € 299) cronaca ospedaliera di un travaglio difficile.
E mò me so’ rott’u caz.

J. Stronkabook


sabato 19 novembre 2011

CI SENTO BENE MA VOI PREFERIREI NON SENTIRVI, GRAZIE



EEH??

Brutta notizia per i venditori di apparecchi acustici: il mio anziano padre ha tanti altri problemi, poverino, ma in compenso ci sente benissimo. Però, come tutti sanno, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. E così, imperterriti e mai disposti alla resa, dai call center della “misurazione gratuita dell’udito” (ma esisterà una paroletta più odiosa e disonesta di “gratis” e derivati?) ci subissano di chiamate. Alla faccia della Privacy – la Privacy vera, non quella dei manigoldi altolocati, la Privacy del Cittadino che non vorrebbe essere disturbato, o, come diceva il personaggio di un grandioso film, “non vuole essere rotto i coglioni”.

La fregatura è che non si qualificano subito, altrimenti sarebbe divertente prenderli in giro facendo finta… di non sentire quello che dicono, come lo Zio Storno di un mio romanzo che un giorno leggerete.
“Misurazione gratuita dell’udito”
“Cooosa? Parli più forte!”
“MISURAZIONE GRATUITA DELL’UDITO”
“Eeh??”…

Mi rendo conto che l’avere 77 anni fa di mio padre una succulenta potenziale preda, ma quella dell’altra mattina sarà stata la quarantesima chiamata in un anno (in fondo, nel breve intervallo di tempo, il problema prima inesistente potrebbe sempre insorgere… Tiè!). Inutile dire che noi qui ci siamo pure presi la briga di iscriverci al famosissimo e inutilissimo Registro delle Opposizioni (neanche ci illudessimo di vivere in Danimarca, e non in Lobotom-Italy), nella speranza di poter dire basta a tale sconcio. Ma questi signori, e non solo loro (vero, vodafone?), vanno avanti. Io che sono una persona mite, gentile e civile, non immaginate come mi debba trattenere, quando arriva la classica telefonata di persona sconosciuta che, guarda caso, esordisce soltanto col nostro cognome seguito da punto interrogativo, oppure col nome di mio padre perché è quello che figura nell’elenco, quanto mi debba trattenere dal mandarli dove meritano, questi disturbatori fuorilegge della quiete privata.
Sì, lo so, quello che chiama è solo uno sfruttato sottopagato che si arrabatta per guadagnare qualcosa, anche se quello che gli fanno compiere è un Reato bello e buono (anzi, brutto e antipatico). Ed è il motivo per cui, pur riattaccando sempre, cerco però di essere cordiale, arrivando addirittura a giustificarmi con frasi del tipo “Non voglio farle perdere tempo”, quando invece quello che sta perdendo tempo sono io. Ma se avessi per le mani i loro furbi padroncini…
Finirà mai, questo illegale e insopportabile schifo peculiarmente italiota?

mercoledì 16 novembre 2011

SE NON SEI PECORA - poesia per Mohammed Abdul Salam Al-Mlaessa



SE NON SEI PECORA


Il presidente
Siriano
Un maiale
Con la faccia
Da sciacallo
Ha fatto bastonare
Dai suoi cani
E poi uccidere
A colpi di pistola
Un bambino
Di quattordicianni
Uno studente modello
Che si rifiutava
Di manifestare
"Spontaneamente"
In suo favore

In questo mondo
Se non sei pecora
I cani pastori
Ti bastonano
In questo mondo
Se non sei pecora
I cani bastoni
Ti pastorizzano
In questo mondo
Se non sei pecora
I bastoni dei cani
E le loro pistole
Ti ammazzano
Ovunque
Se non sei pecora
Il martello grigio
Ti schiaccerà

Come odio
Questo mondo
I suoi maiali
E i suoi sciacalli
Odio i cani pastori
E i loro bastoni
E pistole
E martelli grigi
Ma più di tutto
Io odio voi,
Pecore

Compresa quella
Che si nasconde in me



Gemonio, 16 novembre 2011, alba insonne.

giovedì 10 novembre 2011

DIARIO SGARUPPO - La genzìa Ansia mi spaventa à lu nonno

Tuti i giorni cè la genzìa Ansia che dice che alla borsa di Wallappiglia Stritt o di Pizza Affari anno bruciato i migliardi, che io allora dico ma invece di bruciarli pecchè nun me ne danno nu poco ammìa, quegli emmeriti fetentuna figliendrocchia e strunzemmerd?

Perchì nun tiene u compiuter o u tabblètt oltre alla genzìa Ansia ci stanno poi li giurnali, che sono un po’ come i tiggì ma con meno face da cazo e le notizie che stanno più ferme, e queli sono molto sconsilliabbili al nonno Artemio sclerotico, pecchè se ci legge sopra che i Ministronzi e i Tremorti je vogghiono fottere a pensiuna poi ci vengono le puzze al cuore, le colluttazzioni al collon e la palpitazione maleodorata. Eppoi danno notizie sbajate, che dicono che i politici sono bravi o nesti, opure chiamano scritori dei nalfabeti vaffabeti e dei giornalistozi cazzulli o racomandati, che il scritore vero Pezolly l’atro jorno se voleva sucidare.

Il zio Aristobecco lege sempre li serti salute e così ogni jorno se trova na nuova malatia, cheppoi ci scassa la mynchia a tuti, io inv’ece songo solo moderata mente lergico ai giancarli della polvere, perhò non scasso.

La zia Protozoa e la zia Pasquala inv’ece legeno solo il roscopo e lì stano bastanza tranquile e buonine, al masimo dicheno i brutti paroli se il roscopo è tristo, opure dicheno i brutti paroli dippiù se il roscopo è bello che alora sembra pigghià pou culo, scusa te il termine nu poco culestre.

Inv’ece il zio Mitocondrio segue solo lu sporc, e sicc’ome tifa u Napule rivolesse le apparizioni della Maradonna, e dice sempre che a Smazzarri nun capisce na mazza e bisognasse mazzularlo quando fa giocare a Scemàili e a Sfigheleff e a chillu catorcio de Fiat Pandev… perhò tiene molta fiduccia nel nostro presidente a De Laurentiiiis, che fa li brutti filme e quindi incassa miglionate ‘ncoppa a stupidità dell’agente, e dice che è sempre più megghio de Moratti Ambassador che tiene troppi denti da lavare o di Lavucato Gnello (perhò chillo vivo) che tratta male i perài, o i Della Balle che fano scarpe perhò non da palone e ci sarà pure nu motivo.

A me minteressa solo se cè le troie a colori a quatro zampe che fano pubicità ai rologi proffumi e gioieli e altre cazzate rotiche che alora almeno mi sparo una granseola (ma devo coprire i morti che stano nela stessa pagina senò mi si smolla), che doppo vado a confesarla a Don Purscé che mentre ce la raconto si sfruculia anco lui che il confesionale puza sempre strano e siamo tuti contenti, vah.


lunedì 7 novembre 2011

Eresia flash su buoni e cattivi maestri – Se Autogatto e Mototopo hanno la Laurea ad Honorem e pubblicano libri, e Socrate non lo conosce nessuno…

MEGLIO AVERE
UN PO’ MENO COGLIONI
(IN TUTTI I SENSI…)

Mi è tornato improvviso il ricordo di un incontro pomeridiano, facoltativo, al mio vecchio liceo scientifico. La piacevole e gratuita lezioncina (un’ora scarsa nell’aula di disegno) di un uomo che per me era un perfetto sconosciuto, ma si rivelò un vero Maestro di Vita (il suo nome, spero di ricordarlo giusto, era Maresca). Ci elargì, quasi con timidezza, tre piccoli, strani input psicologici e filosofici per la possible salvezza nostra e del nostro pericolante e rincretinito mondo. Il primo era “Fare ogni tanto un bagno di tomba”. Per riacquistare la giusta prospettiva. Era un’idea di Pablo Neruda. Distribuì fotocopie di quella sua poesia. Il secondo era “femminilizzare l’uomo”. Non necessariamente diventando tutti gay, volle aggiungere. Il terzo, bellissimo e geniale, era “imparare a FERMARSI COL VERDE”. Ovviamente in senso metaforico, non in senso strettamente semaforico. Altrimenti, sai i tamponamenti e le maledizioni…

Ebbene, ai nostri sciagurati e squallidotti giorni, in occasione della strombazzatissima uscita dell’autobiografia del calciatore Zlatan Ibrahimovic (in cui, fra le altre cose , il nostro eroe racconterebbe di aver minacciato di percosse un bravo allenatore e una persona squisita, Pep Guardiola, da lui poeticamente definito “senza coglioni”), i media hanno ritenuto opportuno e intelligente dar risalto alle sue illuminate parole: “Mi piacciono i tipi CHE PASSANO COL ROSSO”. E qualcosa mi dice che costui avrà molti più ascoltatori e discepoli, rispetto al buon professor Maresca, mio inaspettato buon maestro di 25 anni fa.

Se avessi dei figli, direi loro di appassionarsi liberamente a qualsiasi sport possano trovare affascinante. Ma gli direi pure che, nel caso in cui qualcuno avesse la pessima idea di regalargli un libro scritto da un atleta o da un pilota (o, come spesso accade, dal giornalista amico suo), magari zeppo di grotteschi aneddoti sul guidare come un pazzo la macchina a 325 all’ora lasciandosi dietro la polizia (e i neuroni), o di consigli sulla bellezza di andare in moto a 300, sul passare col rosso, sul fare a pugni con la gente, o sull’essere un machomacaco, o sul chiamare “trasgressiva” la più becera e bovinozza delle vite discotecare, non gli lascerei sfogliare nemmeno una pagina, e andrei di corsa (anzi, camminando adagio, adagissimo!) a svenderlo al Libraccio.



venerdì 4 novembre 2011

Il vostro poeta pentito ci ricasca, e dopo più di vent’anni torna a concepire qualcosa di almeno vagamente poetico!



Passeggiavo attorno al lago. A metà del cammino mi sono seduto su una panchina, scosso da qualcosa che accadeva nella mia testa, un misto di dolore e attacco di panico (assurdo, dato il luogo meraviglioso in cui stavo, e per questo ancor più spaventevole), e mi sono venute queste parole da scrivere sul mio piccolo taccuino nero. Sono solo strani pensieri, ma io provo a chiamarla poesia.


EFFIMERO BAGNO D'IRREALE



Sulla riva orientale un albero divelto
Mi mostra le ormai vane radici
Un suo fratello sussurra via foglie d'ocra
Le sparge su sciabordio e lamento di volatili

Seduto in solitudine io guardo
Canottieri improvvisi sorti dal nulla
Spettrali transumanze d'antico Canalgrande
Fantasmi gondolieri nel giorno dei morti

La maggior parte singoli in piccole canoe
In muto avanzare sparpagliato sull'acqua
A punteggiare di tenui colori il grigio palustre

Non pareva allenamento
Nella lattiginosa nebbia
Ma una pacifica
Processione di Caronti
Silenziosa
(Mi chiamavano?)

Finché il vento girando
Ha squarciato la patina
Di glassa ovattata
E mi ha portato le voci
Dell'istruttore al megafono
E degli atleti
Volgari e cretine
Han rovinato l'incanto
Disturbando i cormorani e me

Purtroppo erano veri
Purtroppo seguitavo a vivere



Lago di Varese, 2 novembre 2011, pomeriggio.

(Foto: MISTY LAKE, 2008)

mercoledì 2 novembre 2011

Il tragicomico Talento di Aleksandar Hemon


Aleksandar Hemon
Il progetto Lazarus
Einaudi
Pagg 305 € 21
Voto: 10-

Il commento più azzeccato e illuminante, fra quelli riportati in quarta di copertina, è di Cathleen Schine del New York Times: “Hemon prende la struttura formale dell’umorismo, la grammatica della commedia, il ritmo e il tempo degli scherzi, e li usa per rivelare la disperazione. Il progetto Lazarus è un libro pieno di divertimento e di battute, e allo stesso tempo indicibilmente triste”.
Non mi stancherò mai di ripeterlo: un grande scrittore è SEMPRE, istintivamente, intimamente, costituzionalmente – a volte perfino senza volerlo a livello consapevole – TRAGICOMICO, nell’accezione più estesa e totale del termine.
Ed è poi il motivo per cui oggi di Scrittori italiani ve ne sono pochini, e quei pochi sono semisconosciuti. Qui si preferisce, per funesta e autocastrante scelta editoriale, una netta distinzione, atta forse a non confondere, a non sballottare, a non traumatizzare certi piccoli e fossilizzati cervelli (a cominciare da quelli di chi queste “scelte” è chiamato, purtroppo, a operarle): o piagnucolosi, raffinatissimi, noiosissimi tromboni (pallosi, pallosi, pallosi!), o vuoti e pompati stupidelli da due soldi (banali, banali, banali!), gli uni e gli altri con meno talento di una zanzara sclerotica, di una larva di mosca. Ma finché i boccaloni vengono all’amo, finché preferiscono i cagnotti al caviale, che devo dire: buon pro gli faccia.
E tutti malati, questi cagnotti, di ripetitività (anzi, per meglio dare l’idea dovremmo dire: ripetitititititività): nel primo stentato (ma premiatissimo) libercolo sono già contenuti i trenta (o trecento…) successivi, inutile attendersi evoluzioni.
Ma noi qui ci occupiamo di caviale, cioè di tragicomico Talento.
In tal senso Hemon è stato per me una deliziosa sorpresa, una rivelazione.
Un esempio di questo cozzare fra toni diversi a produrre sublime stridore, fra i mille che potrete trovare in questo scrigno prezioso, è fra le pagine 98 e 100. Dove si passa dalla più pura e dura poesia del dolore (“L’alloggio è vuoto senza Lazarus, gli oggetti che la circondano sono estranei al suo mondo, insensibili alla sua pena: un catino vuoto, uno scialle appeso a una sedia, un’imperturbabile brocca d’acqua, la macchina da cucire, con la cinghia che a tratti tintinna. Olga non riesce a toccarli; ne fissa le forme, come in attesa del momento in cui si squarceranno rivelando il nocciolo duro di dolore che ogni maledetta cosa racchiude”) alla più dura e pura comicità della disperazione (“Cara mamma, Lazarus è morto e io sono impazzita. Per il resto stiamo bene e ti pensiamo tanto”).
Non fatemi incazzare: ci sarà una libreria abbastanza vicina a casa vostra, no?
Dimenticavo: una trama c’è, ma non sto neanche a dirla. A parte che volendo la troverete nel giro di un clic su ibs o dove vi pare, ciò che conta per me è che questo signore sia uno Scrittore, cioè uno che scrive da dio, e quindi in grado, all’altezza, di FARCI COMPAGNIA. Se avete altri (legittimi!) parametri o priorità, chiedete consigli a qualcun altro. Ma se la pensate come me, non perdetevi per niente al mondo Aleksandar Hemon.
Parola di Scriba.