"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"

TANTI AUGURI PER I TUOI SPLENDIDI 80 ANNI!

TANTI AUGURI PER I TUOI SPLENDIDI 80 ANNI!
Ho scoperto che il mio Eroe preferito, perfetto modello di Saggezza e Pigrizia, è coscritto di mio papà! Buon compleanno, Paperino!!

lunedì 30 maggio 2011

ERESIE IN SALSA ROSA - Giù le mani dalla zia Julia!




In un articolo apparso sul Corriere della sera di lunedì 23 maggio, lo scrittore Alessandro Piperno dichiara di essere “pazzo” per i grandi romanzi storici di Mario Vargas Llosa. Ovviamente, non solo questo è un suo pieno diritto, ma rivela anche ottimo gusto, perché Mario Vargas Llosa è a mio giudizio uno scrittore immenso, nonché uno dei più degni vincitori di Nobel per la Letteratura di ogni epoca.

Senonché, nel dire questa cosa, il buon Piperno arriva, ahimè, a premettere: “Temo [teme!] che i lettori tendano a prediligere la produzione più disimpegnata di Vargas Llosa: i deliziosi [e meno male che si salva in corner dicendo deliziosi!] romanzi ironico-picareschi come Pantaleòn e le visitatrici o La zia Julia e lo scribacchino”.
Ora, si dà il caso che La zia Julia e lo scribacchino sia, a mio molesto parere, un meraviglioso (e per fortuna ironico!, e per fortuna “disimpegnato”!) Romanzo, che io metto senza alcun dubbio fra i miei cinque preferiti di sempre. Non ho niente contro Piperno, ma posso dire che questo modo di sminuire un simile capolavoro è a dir poco assurdo, pacchiano e riprovevole?

Tale atteggiamento è ulteriormente indicativo, pur in modo indiretto, della cronica povertà (per non dire miseria) d’offerta nella narrativa italiana contemporanea. La nostra pseudo élite culturale, i nostri grandi editori, sembrano essersi fossilizzati su due soli tipi di proposte, che essendo antitetiche danno loro l’impressione di coprire tutto lo spettro di domanda dei lettori (mentre invece non è così, e chi vuole di meglio non può far altro che rivolgersi agli stranieri!): da un lato i raccomandatelli, le mogli d’arte, gli scarsoni politicizzati, le mezzeseghe sopravvalutate, la mediocrità pretenziosa e pompata, e la piaga del semianalfabetismo sciatto, banale e commercialoide (su cui stendiamo qui un peto veloso); dall’altro i secchioncelli più o meno eruditi e più o meno barbosi – l’accademia della muffa. Manca del tutto la via di mezzo. Questa via di mezzo si chiama: Scrittore. Avete presente? Stile, talento, inventiva, facilità e felicità di scrittura, uniti a freschezza, leggerezza, humor, capacità di esprimere e suscitare emozioni profonde, originalità (di temi, di idee e di linguaggio), passione straripante e sincera, dedizione, attitudine a osservare, penetrare, catturare, ricordare, e a produrre pagine ricche di polpa, di sugo e di midollo, nonché, naturally, qualcosa di vero e di urgente e di nuovo DA DIRE…
Da quanti decenni, oramai, se guardiamo i cataloghi della grande editoria nostrana, e i vincitori dei principali premi, ci tocca dedurne, con immensa amarezza, che “scrittore italiano” pare esser diventata, per autolesionistica scelta di ammiragli e timonieri, spesso a loro volta inadeguati, una patetica contraddizione in termini?


giovedì 26 maggio 2011

Poesie del poeta pentito (6) - nuova infornata di versi adolescenziali




SO FAR AWAY


Quando il sole se ne va
Sento che sei così distante da me...
E sfioro con le mie labbra
Un piccolo iceberg fatto a pezzi
Annegato in un mare di vodka triste





IO


Io
Che mi conosco
O forse no
E vedo nello specchio
Gli occhi miei bambini
Prigionieri di una maschera
Che non mi somiglia

Io
Che non mi conosco
O forse sì
E mi rincorro
Tra mille chimere

Se mi vorrai bene
Io sarò te





WAITING FOR (YOUR) LOVE


E' come


Aspettare


La pioggia


Di luglio


In Sicilia





NETTUNO CHIAMA


Urano di giada
Si masturba nel vuoto

Troppo grande e troppo bello
Per non essere solo

Forse da Nettuno
Qualcuno sta chiamando

Chissà





TUTTO NORMALE


Tutto normale

Ti sembra un gran sogno
Morire
Ma forse poi basta
Partire

Ti sembra un miraggio
L'amore
E in fondo poi basta
Pagare

Tutto normale

Vorresti un tuo mondo
Di sogno
Ma ti riduci a soddisfare
Un bisogno

E ti pare tanto urgente
Capire
Ma è sufficiente non starci
A pensare

Tutto normale

Ti piace fare solo ciò che è
Proibito
Ma ti hanno già quasi del tutto
Inibito

E dopo tutto sei un bravo
Ragazzo
Non lo sospettano che tu sia ormai
Pazzo

Da legare

Ma è tutto normale
Tutto normale





A ME STESSO


Veramente tu pensavi
Di poter trovare
Sangue nelle pietre
Un'anima nei superficiali
Lacrime negl'insensibili?

Hai voluto continuare
A inventare amicizie perfette
A immaginare amori meravigliosi
Elevare a Dèi degli esseri inferiori
Inferiori come te, ricordalo

Ma poi
Un giorno o l'altro
Finivi sempre col doverti arrendere
Arrendere all'evidenza
E lo facevi con lacrime amare

Perché continuare a sognare dolcezza infinita?
Scendi dal piedistallo, o dalle nuvole
E vivi!

Ma sto perdendo i contatti...

Perché volano tutti
Sempre così in basso?





PINKHOUSE IN THE EVENING


Che vi importi o no

Mi state perdendo


sabato 21 maggio 2011

Trattoria Toscana da Aldo - Viale Sarca 187 - 20126 Milano





Come promesso, ecco il mio piccolo contributo in favore di questa storica bottega, un pezzo di cuore della vecchia Milano che rischia di scomparire per sempre. Facciamo il possibile perché ciò non accada: parlandone, e soprattutto andandoci a mangiare!



mercoledì 11 maggio 2011

PAZZOTECA LA PAZ - il nuovo e conclusivo capitolo di Sorensen Puddu, inedito anche sul blog!

pazzoteca la paz



Il sole era appollaiato sull’orlo della valle come un fagiano-cucurnia, e sospingeva verso di noi grandi fiotti di luce tranquilla come se li stesse tranquillamente cagando.
Un po’ meno tranquilli eravamo noi, detti per l’appunto i Mica Tanto Cheti, noi, i villeggianti del matticomio La Pazzoteca, di recente gemellato con la città boliviana di La Paz, che non s’è capito se è un errore marchiano o una presa per l’ano visto che La Paz non significa “la pazzia” ma “la pace”, e ancor più di recente (praticamente adesso, anzi, fra un po’) intitolato alla memoria dei vuoti di memoria della famosa tennista Raketina Dementieva, la quaglia, lo riscordo a chi si fosse dimenticato di dimenticarla, anziché prodursi a ogni sracchettata nei vagiti ovarico-vaginali tanto cari alle sue colleghe e ai guardoni che le guardano (e agli ascoltoni che le ascoltano), aveva preso l’abitudine di accompagnare ogni singolo impatto pallico non coi soliti preorgasmici “Yeah! Yeah! Yeah!” che te lo fanno rizzare, bensì col suo caratteristico urlo all’indirizzo del giudice di sedia “Quanto hai detto che sta il punteggio? Quanto hai detto che sta il punteggio? Quanto hai detto che sta il punteggio?”

Soffrivo di smottamenti al cervello, dissero. Morbo di Krautfeld Spongibob. Una deficienza molto rara contro cui non avrebbero funzionato né gli elettroshock né le docce ghiacciate. Però decisero di sottopormici lo stesso. Anzi, per loro maggior divertimento, presero l’abitudine di farmi l’elettroshock mentre stavo sotto la doccia ghiacciata. A me garbava poco, e la doccia comunque conveniva farla molto veloce. “C’è poco da sguazzare” convenivano in coro tutti quei professoroni laureati all’American Psychologic Institute of Cippu. Ogni tanto ci scappava anche qualche calcio nel culo. La camicia di forza invece me la mettevano un giorno sì e uno no, perché non ce n’era una di ricambio e nel giorno sì mi cagavo sempre addosso, cosicché in un giorno no causa lavanderia ecospùrgola me ne scesi a prendere in prestito la zappa del giardiniere, ci zappai ben bene le testoline di quattro medici sadici e otto infermiere meretrici e fuggii alla ricerca di un dottore vero, l’unico che conoscessi: mio cugino il mio gastropetologo. Perché era ora di dare una zappata pure a lui, che alla Pazzoteca, non dimenticatelo o vi zappo anche voi, anzi, vi aro, mi ci aveva mandato!

No tenevo dinero per pagare il tassista, ma la vista delle mie nudità elettroscioccate e nu poco scioccanti (peli d’uccello permanentati alla Hendrix, in linea di massima) e forse poi soprattuttino della zappa piuttosto insanguinata indussero quel bravuomo a regalarmi la corsa, per non rischiare di passare dal taxismo alla taxidermia nel giro di due secondi, per Giove imbalsamato.
Purtroppo lo stronzo di mio cugino gastropetologo era stato avvertito da qualche spione, e non solo non riuscii a dissodarlo, ma mi tese un’imboscata di sbirri che mi arrestarono a crepapelle (c’erano i margini per riuscire a scappare, ma quando uno di loro cominciò a leggermi i diritti facendo errori gravi di grammatica non ebbi scappo, e cominciai a rotolarmi per terra in preda al mal di pancia ridarello). Siccome stavolta l’avevo fatta davvero troppo grossa (i taxi si pagano, cazzo, altrimenti la corporazione dei tassisti è capace di fare sciopero e paralizzare tutte le città del mondo con grave pregiudizio all’economia di mercatonero) non mi sbattettero più né alla Pazzoteca né tantomeno in prigione, ma mi condannarono a lavorare interanale in un call center.
Dovevo importunare tutto il santo giorno della gente per chiedere offerte in favore dei senza tette (e questo mi riscordava qualcosa, ma cosa?) e già che c’ero approfittarne per un sondaggio: dovevo segnarmi su un fogliettino a parte le diverse percentuali di quelli che riattaccavano, quelli che dicevano non m’interessa grazie, quelli che mi mandavano a caghèr.
Il primissimo che chiamai fu un certo Spampinato (e anche questo mi riscordava qualcosa, ma cosa?). Lui mi mandò a caghèr.

Il guaio è che io già prima avevo sempre avuto un brutto e problematico e vaffanculo rapporto, con la telefonia e consimili. Per esempio agli amanti e alle amanti infedeli facevo sempre telefonate in versi orrendi tipo questa:
Ti dissi
Falsa luce di luna
Brillantezza nessuna
Eppur sembravi lunatica
Perla

Ti dissi
Cuor di rasoio
Sangue di rettile
Cazzino retrattile
Pirla

Ti dissi
Bugiarda merdina
Cervello di rana
Salterina e puttana
Parla!

Mi rispondevano
Guarda stronzo che hai sbagliato numero.

In quel call center del cazzo stavo così male che a volte mi semiappisolavo e semisognavo a occhi aperti i pochi momenti belli della mia povera vita, i pochi veri amici che avessi mai conosciuto, che erano poi gli altri ospiti della Pazzoteca La Paz.
In realtà uno solo: ero riuscito quasi a fraternizzare, tramite insulti non troppo infamanti (le mamme vanno lasciate stare) e roncolate appioppate piano, col sommaro poeta Sgarfiolotti. Lui mi piaceva perché era scemo. Era talmente scemo che tutti gli altri, per far capire quanto fosse scemo, non lo chiamavano “lo scemo”, bensì “il scemo”. Il scemo sommaro poeta era nientemeno che l’autore delle due famosissime poesie monoverso che sconvolsero l’ultima parte del secolo scorso da tanto che non gliene fregava niente a nessuno:
Campinnevatinculassòrata” (quasi nobel nel 1978);
e “Arcobbaleninculappròzziata” (quasi quasi minchia per un pelo nobel nel 1985).
Ma soprattutto, il scemo Sgarfiolotti era l’autore di un notissimo romanzo di otto righe, inedito per un soffio, che raccontava la tragedia di un uomo annegato insieme al suo cavallo nel tentativo di attraversare un fiume in piena. Siccome ci rimanevano sia lui che il cavallo, il geniale titolo dell’opera era “Mal comune in mezzo al guado”. Ma poi all’ultimo momento non se ne fece nulla a causa di divergenze con l’editore a proposito degli (eventuali) diritti di traduzione in bulgaro autunnale.

Adesso la sera cerco di uscire, di distrarmi. Se restassi sempre a casa da solo mi riempirei la testa di strane voglie, tipo prendere a zappate in testa qualcuno. Se invece esco, posso zapparne un paio per davvero, e la mente resta libera. (Questo si che è zapping, mica voi coglioni davanti alla tv).
Cerco anche di concedermi un po’ di cultura e divertimento, anche se la mia non è che sia una città capace di offrire poi tanto. Ieri sono stato a una riunione dei rincoglioniti anonimi. Non c’era un cazzo di nessuno, perché i rincoglioniti non riescono mai a ricordarsi il posto e l’ora della riunione.
La sera prima mi sono beccato una conferenza sulla balbuzie. Una barba. Il relatore non la finiva più. Anzi, per essere precisi non cominciava mai. Si è preso una comoda ora e quaranta solo per dire Benvenuti: “B-b-b-b-b-b be-be-be b-b- beeeeee be-be-be-be-be…” Alla fine gli ho dato una zappata in testa e me ne sono andato via.

Era una brutta mattina di maggio, luglio, settembre meno un quarto, e il mio oroscopo vegetale (rimango sempre della verza, per ora) diceva: “Smettila di farti saghe, prendi una penna e scrivi la tua sega. Un giorno sarai ricco, e non dovrai più leggere di queste stronzate.”
Poiché sono un bastiancontrario solo a metà, con una mano continuai a fare quello che stavo facendo, ma con quell’altra obbedecqui.
E siccome non voglio che si dica che vi ho incula…ehm…incollati per ore a queste pagine senza fornirvi neppure mezza perla di saggezza, ma d’altra parte capitate male perché proprio non me ne vengono, facciamo così, dài: per la saggezza ripassate al prossimo libro. Oppure leggetevi la Tamaro.
Comunque, credetemi, aveva proprio ragione la bambina di quel documentario sui corvi: Non può piovere per sempre!
Già.
Cristo, c’è anche la grandine.

sabato 7 maggio 2011

Lidia Ferrari Pezzoli, 1938-2003-2011




MAMMA MIA

Oggi compi 73 anni.

Mi manchi tanto, sai.


THE LONG GOODBYE – Esercitazioni di Commiato

1/1/2004

Nell’albeggiare nitido e nuovo di un altro gennaio, mentre i minorati amanti di sibili e scoppi infuocati non allarmano più né il cielo né i gatti, a piedi io vengo da te.
Non fa così tanto freddo, e camminando mi sfilo via i bei guanti che tu mi regalasti.
Oltrepasso, di poco, il cancello.
Mi fermo.
Mi ricordo di quand’ero bambino, e senza crederci tratteggio nell’aria uno sghembo segno della croce, che però riesce a rimanere appeso all’azzurro, perché è incollato al pensiero di te che in qualche modo ci credevi – non troppo.
Attraverso a testa alta la distesa di tombe, senza badare a nessuno di loro ma rispettandoli tutti, e salgo gli scalini verso la parte nuova che attende.
Il ghiaietto, impregnato di umido e sabbia, mi scrocchiola sotto le suole, e un chiassoso monumento per ricchi lì accanto urla a se stesso la propria obiezione.
BESCIOCCHIS MARGHERITIS c’è scritto a caratteri d’oro, sotto un’orribile cuspide color della pece.
Begli sciocchi! Alla fine, bastava una semplice margherita. Possibile che non lo sappiano?

Starò in piedi, immobile, davanti all’ossario. Accenderò il lumino di cera che ho portato per te. Cercherò di non piangere. E nella nostra solitudine brillerà, tremolante, quell’unica fiammella non elettrica.
Che ci vuoi fare, mamma. Siamo persone troppo all’antica. Ancora convinte che l’enel abbia pochissimo a che fare con l’anima. Qualunque cosa Essa sia o non sia.

Sapevo che avrei trovato un sorriso, nell’immagine sulla piccola lapide, ma giuro, lo giuro davvero, non pensavo così intenso.

Finirla qui non è una brutta idea.

domenica 1 maggio 2011

Replica di raccontino sul moderno concetto di LAVHORROR, in occasione del Primo Maggio



Per tutti gli schiavisti che oggi (Primo Maggio E domenica) sfrutteranno commessi, cassiere e non solo. Per i loro colpevoli complici, i forzati dello shopping, quelli che alla festa non trovano di meglio che rinchiudersi in uno squallido centro commerciale, per comprare ciò che in settimana gli ha prescritto la tv. E infine, per i suinetti fascioliberisti dalle zampe unte, e per i loro lecchini che su certi merdosi giornali hanno definito “bigottismo di sinistra” l’essere contrari a questo sconcio (ché tanto in ball and chain di domenica primo maggio non sono loro a starci…). Continuiamo così. Evviva il Denaro. Abbasso la libertà, la civiltà, l’intelligenza, i diritti dei più deboli, abbasso il riposo, il gioco, lo svago e il tempo libero (ché nel tempo libero magari la gente potrebbe mettersi a pensare, o a leggere, o peggio ancora a voler bene al suo prossimo, tutte attività pericolosissime, controproducenti e poco produttive..). Sia lode e gloria alla Kompetitività, al Profitto e al (porco) Dio Filigranato. Nel 1840 gli schiavi coloniali delle Antille lavoravano meno ore degli sfruttati a sangue di oggi: ma il Progresso ha saputo porre rimedio alla pigrizia di quegli sfaticati lazzaroni pelandroni…
E ricordiamoci che oggi, per le persone dotate di sensibilità (e non necessariamente comuniste), è un giorno dedicato al pensiero dei poveracci assassinati dal lavhorror (gli stritolati dalle presse, gli spiaccicati nei cantieri, gli avvelenati nelle cisterne, i morti sulle strade provocati dalla fretta nelle consegne e dal sonno arretrato dei camionisti… ) e NON alla ridicola, grottesca, nauseabonda necrofilia papestre!



il twist nel momento più inadatto


Era una brutta mattina di maggio, luglio, settembre meno un quarto, e come previsto dal mio oroscopo vegetale (sono della verza) nel farmi la barba mi potai un capezzolo.
Alla radio le previsioni rossocrociate di Locarno Monti nella persona di Fosco S. o di suo cugino un certo Cappenbergher annunciavano con malvelata soddisfazione foschia infingarda e un po’ stronza sugli altopiani e io ero indeciso se dare prova di alto senso civico spargendo la voce o sbattermene sostanzialmente le ampolle. In quella fui travolto da un’ondata di jet lag, e capii che la presa sulla realtà cominciava a scivolarmi dalle mani. Poi mi sovvenne che non avevo mai volato in vita mia (non è che ho paura, la mia si chiama Sindrome di Bergkamp Patacrash, in pratica appena zompa nella mia visuale un qualcosa che somigli anche lontanamente a un check-in mi cago addos**): donc era senz’altro il caso d’inventarmi una scusa migliore, circa la mia non prensilità sul reale. Forse dormivo poco. Forse perdevo sangue.
“Zitto!” veniva nel frattempo intimato al contestatore durante il comizio del Partito Della Felicità Digitale Terrestre Per Tutti che andava in onda alla tv: “Non interrompere i Coglioni!”
Ma io, io che per anni mi ero creduto intelligente seppur a causa di un deprecabile malinteso, perché non spegnevo?
Dal canto suo la mia vita andava a ramengo, ma solo un capez… un pezzettino alla volta, a bricioline polliciniane, così riuscivo a stargli dietro, contuso e consapevole. Il che, non so se mi spiego, è molto peggio. Beati quelli che crollano a precipizio come will coyone nel burrone, un colpo e via.
Ero stanco di me. Ero stanco di voi. Soprattutto di voi.
Io ce lo sapevo che con queste agenzie interinali e il precariato del neoproletariato senza prole (e chi li mantiene?) sarebbe andata a finire così. Dopo l’impiego lampo al caseificio (venti minuti di stage non retribuito da intendersi, dissero, come periodo di provola ostentabile in curricula futuri) l’altra settimana mi hanno assunto con contratto terminale presso lo zoo di Cornate d’Adda, sì, proprio lui, il paese col monumento marmoreo maramaldeggiante
Il monumento come tutti sanno dice
CORNATE AI CADUTI
Assunto per fare il trattamento col cotton fioc alle giraffe. Capirete, coi due miliardi al mese solo di rata strozzinvest per il finanziamento avventato e sprovveduto diciamo pure coglione (coglione a chi?) per quel tostapane satellitare mks del 97 su cui non avevo letto le clausole e m’ero fatto abbindolare interessualmente (e fossi riuscito a farcene uno, di toast!), non è che uno possa andare tanto per il sottile, che possa dire Il cerume giraffesco mi fa senso oppure Guardi, a livello di remora non vorrei cascare giù da quella crincio di scala a pioli di trenta metri se metti la longicolla cornutiella si mette a ballare il twist nel momento meno adatto.
All’ingresso dello zoo di Cornate d’Adda c’era un cartello che diceva
VIETATO DAR DA MANGIARE AGLI ANIMALI
ma le mamme continuavano imperterrite a smerendare i loro bambini e i guardiani chiudevano un occhio. Con l’altro prendevano la mira e stendevano il marmocchio.
La caporalessa dell’interinale non sembrava una caporalessa vera. Chiamava a raccolta il lavoratore squillo con voce suadente, e pazienza se erano le tre di notte e lo sgobbo iniziava alle sei della seguente matinée. E non hanno neanche la scusa dei fusi orari, come il solito mongoloide che telefona nei film americani. “Ma che ore sono?!” “Ah, scusa, costì è mezzodì, ma ora che ci penso lì da te a Culdellup City devono essere le quattro del mattino”. “Vaffanculo pirla, t’vegna ’n canker” (quest’ultima battuta di solito viene tagliata).
Le tre e quattordici, per la precisione, e lei la signorina dell’agenzia Uniplus. Loro il lavoro non te lo procacciano: te lo cacciano su. Di qualunque misura esso sia. Alle pigreco di notte.
Sorensen Puddu?
Sì?
Il signor Mario Véronique Sorensen Puddu?
Signorino, prego
Grazie, sono la caporala Smerdìn dell’Agenzia Interanale Uniplus: si presenti a Cornate domattina un po’ prima delle 5, e senza mettersi le dita nel naso
Cornate? Ma sono 800 kilometri e sei etti
*azzi suoi.
Mmm… Aahhh…
Ho interrotto qualcosa? mi fa poi maliziosa la caporala, sentendomi ansimare mugoloso e gemente
Solo una colica addominale, rispondo
Oh pora stèla
Non si preoccupi, ora mando giù un po’ di butilbromuro di joscina e mi passa
Glielo proibisco, sa. La renderebbe sonnolenta sul lavoro

Un altro cartello diceva
VIETATO MANGIARE GLI ANIMALI
Ma era scritto in sloveno scolastico, sicché ogni giorno entrava un sacco di feccia armata di trincialepri, trucidalinci e tritatapìri.
Gradisce una giraffa? peroravo io, così, tanto per intavolare qualcosa di nuovo e costruttivo, quando me ne passava vicino uno particolarmente bene armato. Ma le longicolle cornutielle non se le filava nessuno. Toccava proprio mettersi al lavhorror.
Sulla porta dell’Ufficio Personale il cartello diceva
VIETATO ANIMALI
E così, quando scoprirono che ero un somaro, un porco e un elefante (per via che me la lego al dito) tutti in una persona, venni sbattuto fuori a calcincul* e non solo: la loro assicurazi*** fasulla non mi pagò l’ospedale, e mi fecero causa di risarcimento per i due cotton fioc sprecati e per la scala a pioli spezzatasi durante la mia caduta. Mi fecero pagare anche la foca: in buona sostanza c’ero atterrato sopra, pora bestia. Per San Giosafatte Fatto A Fette! E la notte dopo di nuovo
Sorensen Puddu?
Zì?
Raffineria di Falconara fra 40 minuti, ya?!

Voi andreste avanti, a vivere accussì?
Ci vorrebbe una sagace overdose, un bel cocktail di oppiacei.
Ma chi se li può permettere?
E non è finita.
Alla fine partecipai alla manifestazione di protesta. Avevo un cartello che diceva
ANIMALI
Fui arrestato.