"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"

domenica 28 novembre 2010

Cara Enel, non avrai rotto un pochettino il ca***? Ma solo un pochettinetto, neh.


Provincia di Varese, Lombardia, anno 2010 (dopo Cristo, credo).
Ore 11.45 di venerdì scorso. La corrente se ne va e riviene, senza motivo né preavviso, per tre o quattro volte in un minuto, rischiando anche di danneggiare apparecchi delicati tipo router eccetera. Poi manca del tutto, per una bella oretta. Da queste parti era già capitato che, in maniera del tutto inspiegabile e imperdonabile, si verificassero andirivieni, sbalzi di tensione e black out in occasione di piogge torrenziali o nevicate. Ma venerdì era sereno.
Un po’ meno serene le bestemmiole della gente (anno 2010 durante le madonne).
Gente cui si spegne il computer e perde i dati su cui stava lavorando.
Gente che perde i soldi che stava giocando online.
Gente con le pietanze nel forno rovinate a metà cottura.
Gente con la lavatrice ferma a tre quarti di lavaggio.
Gente con la bronchite e l’impianto di riscaldamento che si blocca.
Gente che vorrebbe avere tempo e soldi per fare a questi signori la causa per danni che strameriterebbero, ma purtroppo non ce li ha.

Quando poi, finalmente (bontà loro) si degnano di ridare quell’Energia preziosa che mio padre, come tutti, STRAPAGA, mi precipito su internet, con zanne affilate e bava di lupo alla bocca, per cercare un posticino in cui poter reclamare. Trovo subito una bella paginetta Enel dedicata ai reclami. Nella bella paginetta dedicata ai reclami si parla addirittura dell’esistenza di un Modulo Reclami. Perfetto. Almeno quello. Quasi da Paese Civile. Ho detto quasi.
Anzi, ci sono ben due diversi link che conducono a questo Modulo Reclami!
Clicco sul primo.
Error
siamo spiacenti, la pagina richiesta non è presente sul server.
Clicco sul secondo.
Error
siamo spiacenti, la pagina richiesta non è presente sul server.
Splendido.

Devo dire che in compenso, un pomeriggio di alcuni giorni prima, il mio lavoro di scribacchino venne telefonicamente disturbato per mezz’ora da un’anziana sciura dell’Enel. Con la scusa di rendermi edotto circa la possibilità di ricevere la bolletta online e non più cartacea (sì, ma se poi non mi date la corrente, o se con gli sbalzi mi scassate il... router, comecavolo...) ella tenta poi di estorcermi un “sì” (ottenendo ovviamente un “colcazz”) per il trattamento dei miei dati sensibili affinché qualcuno possa in futuro, senza incorrere nel reato di violazione della privacy, tornare a disturbarmi con proposte telefoniche commerciali mentre sto scrivendo, o mentre sto mangiando, o mentre sto cagando, o mentre sto bestemmiando contro l’Enel che mi fa vergognosamente mancare l’energia elettrica... (tra l’altro col vecchio odioso trucco di farti prima dire una scarica in crescendo di altri “sì”, da lei registrati, in automatica risposta a domande del tipo “Lei mi conferma che sto parlando con...” “Lei mi conferma che la data di oggi è...”)

Be’, visto che ho un blog (chiedendo scusa ai miei adorati lettori, abituati a leggervi cose un po’ più interessanti e più divertenti) il mio reclamo lo faccio adesso qui!



Fuoritema (Eresia flash!)


Solo in una desolata landa di contorsionisti mentali di merda come l’italiA si potevano chiamare “Pro Vita” coloro che si oppongono all’Eutanasia (non la propria, come sarebbe giusto e lecito, ma quella di chiunque). Lasciando intendere che gli altri cattivoni siano “Pro Morte”, cioè dei nichilisti sadici e assassini, e non delle persone che vogliono eliminare dal mondo (o almeno diminuire e lenire su base VOLONTARIA) inutili e atroci sofferenze “salvifiche” (quelle che auguro, non mi stancherò mai di dirlo, in dosi MOLTO durevoli e massicce a personcine come Casini, ma naturalmente lui non soffrirà, come non soffrirà Kaga Kazzinger, come non soffrirà nessuno di questi disgustosi ipocriti che predicano male e razzolano peggio, a cominciare da argomenti tipo famiglia, divorzio ecc.)
Va bene che siamo un paese violentatore di parole (basti vedere cos’è successo a “Libertà”...)
Ma come osano chiamarsi “Pro Vita” questi viscidi prepotenti che fingono di reclamare, piagnucolando, un negato “diritto di parola” per un argomento su cui già dominano e legiferano sulla pelle degli altri con medievale arroganza e ignoranza?
Pure io sono per la vita. Ma avendo Cuore e Intelligenza, sono anche per la (facoltativa) Dolce Morte.
Allora voi chiamatevi Pro Dolore, o Pro Sofferenza, o Pro Teocrazia Assoluta, o più semplicemente Anti Eutanasia. Ma dopo aver rubacchiato il copyright della parola “Libertà” non scippateci anche la parola “Vita”. Stronzi che non siete altro.

lunedì 22 novembre 2010

Assaggi di romanzo (7)




da il taccuino rosso di wolfsburg
prima parte del capitolo 25



Dalla Marilù del bosco a portare il latte, nella speranza di trovare il coraggio di baciare ‘sta benedetta Cristina, di sfiorare con le labbra le sue guance di pesca, presi ad andarci tutte le sere. Ogni volta era una storia in tre atti. Il primo atto, l’andata, era allegro e spensierato. Il terzo, il ritorno, era l’atto dei batticuori e dei patimenti d’amore e della rabbia sorda per la mia vigliaccheria. L’atto centrale, più che il latte e il signor Sandro e la Marilù del bosco, riguardava, di nuovo, l’intontita e silente adorazione di quella meraviglia che era il televisore a colori. Certe volte, affacciandomi appena alla soglia del salotto, mi capitava di sbirciarlo, con rispetto e deferente stupore, anche spento.
A casa mi accontentavo dei fumetti. Prima dei Tex la mia passione erano stati i Topolini. Ma anche di quelli non è che me ne comprassero tanti. Mi toccava prenderli a prestito dalla biscugina Violetta di Cuvio e dimenticarmi di restituirli. Mi approvvigionavo da questa cugina di secondo o terzo grado molto più grande di me che ce li aveva proprio tutti, e poi soffrivo di amnesie restitutive. Aveva anche quelli con le medagliette metalliche dell’Operazione Quack, però le medagliette non c’era verso di ranzarle via perché la grandona le teneva sotto chiave. Il mio preferito era Paperinìk. Anch’io mi vedevo come un eroe mascherato, quando espropriavo i Topolini. Corradinìk alla riscossa! Ma lei era molto stronza e possessiva e non gliene sfuggiva uno. Doveva tenere uno schedario su cui annotava i numeri di serie. Martedì 23 maggio. Topolini 672, 894 e 895. Se doveva assentarsi si cautelava contro le mie incursioni mobilitando una specie di prozia zoppa che viveva con loro, e m’impediva di prenderne altri se non restituivo i precedenti. La prozia zoppa non li chiamava giornalini. Li chiamava “i libri della Violetta”. Non capiva un put, quella lì. Probabilmente non capiva neanche di essere zoppa e pensava che gli strani fossero gli altri. Oppure veniva lei, la Violetta di Cuvio, in missione a cercarmeli a casa, e io non riuscivo mai a nasconderli abbastanza bene. Avrebbe dovuto vergognarsi, quella grandona.

Gli Stevanato non avevano il telefono. Ogni tanto la Beatrice veniva da noi per chiamare nel Veneto. Telefonava in piedi per non disturbare la sedia o non sfondarla, e ci faceva sbellicare coi suoi intercalari e i suoi ondeggiamenti d’anca. Per un po’ credemmo che la parente con cui parlava si chiamasse Imelda, poiché sembrava ripetere di continuo “Va, Imelda, va Imelda”, ma poi se prestavi maggior attenzione scoprivi che l’intercalare telefonico era “Va’ in merda”, detto però con affetto.
Dopo ci lasciava duecento lire sul tavolino del telefono.
La Marilù del bosco ne aveva uno a muro in fondo al corridoio, ma io non l’avevo mai vista telefonare e sospettavo fosse finto. Una sera aprimmo la porta che non era mai chiusa a chiave, e la Marilù del bosco, di solito la donnona più tranquilla e rassicurante del mondo, era lì in fondo al corridoio che sbraitava. Stava parlando con la sorella di Cuveglio, così ci parve di capire, e si lamentava a gran voce. Nel corridoio rimbombavano parole volgari che io avevo creduto non conoscesse nemmeno. Né lei né il corridoio. Ce l’aveva con la farmacista di Cuviago. È mai possibile, si lamentava, che tutte le volte uno debba dire davanti a quindas persone che la pomata gli serve perché ghe brusa el cü? Ebbene sì, santa Madonna, el me brusa ‘l cü! E alùra? Secondo me, si lamentava, quelle stronze delle farmaciste lo fanno apposta. Succede ogni volta, sempre, mica dimà a Cüviàgg, m’è succedü, anca a Shtì, e a Caravé, e giò a Lavinia, e semper dimà par i pumàtt contro il bruciore all’ano. Qualsiasi altra cosa tu compri, dall’aspirina ai barbiturici alla cicuta non gliene frega niente a nessuno, mai nessuno che ti domanda “a che cosa le serve”. Ma se tu compri una pomata contro il bruciore all’ano, ci sarà sempre una stronza di farmacista che ad alta voce ti chiederà davanti a tutti: “E a cosa le serve codesta pomata?” Solo se non c’è nessun altro in negozio, non te lo chiedono. Ma se ghè lì di gent: “Per cosa le abbisogna la pomata, signora?” Mi abbisogna perché ci ho giù un incendio nei paraggi del culo, santa Madonna dei pompieri!
Di andare a contemplare la tv a colori accesa o spenta non se ne parlava, perché il signor Sandro era parcheggiato di sbieco in salotto e armeggiava laborioso con la patta aperta come se volesse mettersi a pisciare sul tappeto, per una forma di protesta o che so io, (magari la telefonata andava avanti così da un paio d’ore, porcu dìghel) e la diatriba anale non accennava a sfumare o a placarsi, così io e la Cristina dopo esserci lanciati uno sguardo d’intesa andammo ad appoggiare la bottiglia piena di latte sano puzzolente appena munto, insieme a un paio di mosche di staffetta che ci avevano seguito, sul tavolo della cucina, dove regnavano odore di piatti lavati e pace di pendola. Poi prendemmo quella vuota del giorno prima per il giorno dopo che la Marilù del bosco aveva risciacquato e preparato lì per noi e, dopo aver rivolto alla suddetta Marilù Infuriata Per L’Interrogatorio Sulla Pomata un non ricambiato cenno di saluto, sgattaiolammo fuori.
Allora dopo sulla via del ritorno io facevo l’imitazione della Marilù del bosco che gli brucia il culo, la Marilù del bosco che grida “Me brusa ‘l cü, e alùra?!”, facevo l’imitazione e la Cristina rideva come una matta, e anch’io ridevo ma lei di più, perché io mi dovevo controllare per non interrompere l’imitazione e lei no, e più rideva più mi si stringeva addosso a frotte di Cristine che mi davano spallate come per sbattermi fuori strada nel bosco (spallate che mi rallegravano il midollo e mi attizzavano focherelli nell’anima) e più mi guardava con occhi innamorati come se mi si volesse mangiare intero lì nella via Roccolo da tanto che mi amava e da tanto che la facevo divertire, era un momento così bello da augurarsi che non finisse mai, perché i suoi occhi ridevano e di certo mi amavano, al punto che mi chiesi, lì per lì, se il segreto per far innamorare le femmine non fosse proprio quello di riuscire a farle ridere – e noi maschi piciorla che credevamo bisognasse essere belli e coraggiosi e regalare fiori e anellini e fare a botte per loro, quando invece bastava solo essere simpatici e farle morir dal ridere!
Da tanto che rideva la Cristina le uscivano le lacrime dagli occhi, erano belle, quelle lacrime, mi piacevano, m’ingolosivano, avrei voluto berle, e avrei voluto fossimo più grandi e già sposati per abbracciarla e metterglielo dentro lì per strada e fare un altro figlio dei magari quindici moribondi di fame che avevamo già, e a un certo punto ci fermammo a ridere, io di fronte alla Cristina del mio cuore e lei di fronte al Corradino del suo cuore, lei con le lacrime di riso sulle guance e il collo della bottiglia vuota in una mano, io senza niente in mano tranne la voglia di accarezzarle le lacrime e di metterlo dentro alle lacrime e stringerla forte forte forte più di come lei stringeva la bottiglia, e allora qualcosa mi disse che il momento era quello, che l’occasione non si sarebbe ripetuta, e mi slanciai verso di lei per azzardare un bacio su una guancia, non in mezzo alla guancia ma addirittura a lambire le vicinanze della bocca, presi coraggio e mi slanciai facendo il grugnetto per il bacio in direzione della sua guancia sinistra alla mia destra, ma non avevo calcolato (come potevo calcolarlo? come potevo anche solo sognarlo o implorarlo in preghiera?) che lei in quel preciso istante si sarebbe buttata di scatto verso la mia bocca per baciarmi sulle labbra, e così le nostre bocche a grugnetto pronte a scoccar baci s’incrociarono distanti nello spazio cosmico come quando si dice che una cometa sfiora un pianeta ma in realtà è passata a quarantamila milioni di chilometri, cosicché il suo bacio, la cosa per me più preziosa e desiderabile del mondo, il suo bacio audace e inaspettato destinato addirittura alle mie labbra per farmi felice donandomi l’ambrosia delle sue mancò le mie labbra e andò sprecato nell’aria della sera (o magari beccò un moscerino non all’altezza di apprezzare la fortuna che gli stava capitando), mentre il mio, destinato alla sua guancia sinistra alla mia destra, andò a cozzare goffamente contro la sua orecchia sinistra sempre alla mia destra. Goffamente e pure con una certa violenza, per la somma algebrica dei nostri opposti slanci a grugnetto proteso.
Ci guardammo, istupiditi da quello che era successo. Difficile spiegare il cambiamento repentino che era avvenuto. Era come se invece dell’orecchia le avessi ammaccato un parafango in maldestra manovra, una situazione assicurativa da constatazione (si sperava) amichevole. Se ci fossimo rimessi a ridere la risata ci avrebbe salvati, e probabilmente ci avremmo riprovato con più calma e ci saremmo riusciti, ma io rimasi lì come un allocco, incerto se scusarmi per averla voluta baciare o per averle di fatto impedito di baciarmi o per averle beccato l’orecchia, lei glacialmente perplessa in parte per avermi mancato per colpa mia (era come se avessi voluto schivarla!!), ma soprattutto perché le avevo beccato quella cazzo d’orecchia, insomma l’incantesimo era svanito, lei tacque, io stetti zitto, e lei, dopo aver taciuto, toccò la sua orecchia contusa, come per valutare i danni, e poi mi chiese: «Perché qui?»
«Così», risposi. Da bravo idiota che ero. Neanche l’avessi progettato per mesi con tanto di simulazioni e disegni, di baciarle l’orecchia. Non dissi che mi ero sbagliato e che magari era il caso di riprovare, semplicemente risposi: «Così».
Dopo, da lì fino ai pilastroni della fattoria, non ridemmo né parlammo più.


Nell'immagine in alto: copertina della precedente stesura (intitolata gementeseflentes) con la fotografia artistica di Klas Pedersen AVANZI PERPLESSI DI NATURA COTTA.


giovedì 18 novembre 2010

Sorensen Puddu - Replica (16)

non amarmi ti meno


Ardevo in la biemmevù benimboscata al buio a cm pochi dal mio malassortito e non corrisposto ammòre (io nella mia fase Jane, lui sempre Tarzan, ma meno sofisticato e istruito, più trinariciuto, più Cito imburgnito, e pure maledettamente cocciuto) quandecco telefonò l’intempestivo Ezequiel
Aló, como va?
Bene, grazie, e tu?
Bene, grazie, e tu?
Bene, grazie, e tu?
Bene, grazie, e tu?
Chiedigli come sta, s’intromise il mio malassortito ammòre
Il mio malassortito ammòre mi chiede di chiederti come tu stai, o intempestivo Ezequiel
Bene, grazie, e lui?
Bene, grazie, e tu?
Bene, grazie, e lui?
Lo so che repetita scassant, ma del resto riattaccare in faccia a un amico è cosa che a livello galateiale non si fa, linasotis stradocet
Laocoonte per cui spensi

Ti dissi ti amo e tu rimanesti esterrefatto come uno stronzo uscito di bocca, cioè col permesso di linasotis cagato contromano. Poi arrivò la tua risposta e io rimasi tume fatto. Ti dissi ti odio e tu mi dicesti OK, questo è accettabile. Eppure credevi nell’amore universale e ti piaceva quel signor cristo. Ti diedi un bacetto piccino e lieve sul labbrotto e tu con un pugno mi facesti volare quattro denti dei più belli tra cui proprio il mio preferito contro il parabrezza interno della biemmevù. T’appioppai una pappina spaccanaso e tu dicesti OK, questo è già più normalino-omologatino, finalmente un gesto schietto da ometto perfetto – che ce l’avresti un fazzoletto por la sangria nasàl?
Ma de nuevo, mierda y vacca merenda, l’intempestivo Ezequiel
Ola, cioè s-ciaos, como vas?
Mira che il movìl es spentolinos!
Bene, grazie, e tu?
Aggia skassat’a miinkya!
Bene, grazie, e tu?
Simulai un ictus alle batterie.

Eravamo sempre lì, mi sdentàt, yu epistàss (ma come ci eravamo arrivati a imboscarci così bene? allora inconsciamente ci stavi, brutta checca repressa?) me Yanez corretto Marian, tu Sandokaz, ma più bruto, più rude, più puzzolente, atto a difendere la tua macha pisellonità anacronistica a colpi di scimitarra scorbutika e fetente
Mi vuoi un po’ di bene?
Boh
Un po’ di pene?
Passo
Bacino?
Ti ammazzo
Cazzotto in testa?
Yess
Ma di che segno sei?
Lattuga
Questo spiega tutto
Cioè?
Che ne so. Mai stato attento, alle spiegazioni

Provai con una carezzuola, e mi ammollasti una cazzuolata di quelle che arrivano di taglio nelle balle, frastagliandole. Ti assestai un bel calcione nel culo che così da seduti non so come ci ebbi riusciuto e tu mi dicesti OK, finalmente un comportamento non dico da maschio ma almeno, perdiana, da uommmo. Eppure credevi n’il dolce clito universale e nella bellezza senza pari dell’amore. Ti regalai una rosa e tu mi denunciasti delatore al telefono macho. Eppure pergabbana avevi sempre detto di non sapere il numero. Ti dissi Guarda che meraviglioso planar di gabbiani nel crepuscolo e tu mi sputasti in bocca. Ti dissi Fffiuuuuu, ardakeffffffiiga! mentre passava la tua mamma, e tu mi dicesti Forse non sei del tutto senza speranza, ex amico mio, e comunque vaffanculo e beccati ‘sto gancio alla bocca dello stomaco e non farti più vedere, brutto finocchio. (Hai ragione, scusa: tua mamma non è figa. È un cesso umano che mollami, anzi, scrofigno. Altri due denti). Ma perché rifiuti di godere assai mediante stimolazione digitale del tuo perineo sulla biemmevù benimboscata al buio che non ci vede nessuno, per colpa di uno stolto pregiudizio viriloide? Se il tuo dio non avesse voluto farci godere non avrebbe dato un punto G financo ai cazzoncelli, o quantomeno non lo avrebbe piazzato da quelle parti lì!, postulai. Allora tu come risposta volesti stimolarmi un’altra settina di piccole ossa gengivali, e quella mi conveniva considerarla oltre che un uppercut una risposta definitiva, giacché i dentini cominciavan a scarseggiare, e l’effetto di tanto affetto a influire su certe consonanti della mia dizione

Sulla biemmevù si creò un grandevuoto, riempito solo dalla scoreggia di cui mi omaggiasti prima di scendere furibondo e petente. Incisivi e premolari a parte, non una grandeperdita per me, ma una doppia perdita (di Me e di gas) for you
Ti consigliai una visitina da mio cugino, il famoso gastropetologo (vetero etero, vai tra)
Ti chiesi anche perché diavolo scendevi e te ne andavi, visto che la biemmevù era la tua, ma tu non volesti sentir ragioni e io pensai di correre a rivendermela
Tornatore indietro ti facesti per dirmi una robina
Stavi forse insinuando che il mio subconscio è frocio, visto che la macchina era mia e guidavo io e son venuto a imboscarmi con te?!!
Che ne so
Allora tienti il mio subconscio e la biemmevù e andatevene affanguglia tutti e tre
Posso rivenderla?
No, mangiala
E con cosa la mastico?

A quel punto ero talmente ferito e contuso e sballottato e sanculotto da non capirci più un cristo, e allora in quella mi apparve un tizio e disse Vedo che la mia storia non ti ha insegnato proprio nulla
Ma come, non capisco
Dico, sapevi di giovanni e ci provi lo stesso con diegubaldo? Se è andata male a me, come speravi andasse a tu, che sei fetecchia di polvere e polvere tornerai, e scaracchio di cenere nel mio portacenere?
Non capisco.
Vedi di svegliarti!
Cioè?
Ti sto chiedendo, sapevi di giovanni?
Diciamo di sì, lo assecondai.
E per cosa credi che mi abbiano appeso?
Va bene, ma tu chi cavolo sei, che non capisco più un cristo?
Sono per l’appunto l’invan summenzionato unto e non caputo
Presi uno spillo e feci scoppiare l’apparizione

Mentre cercavo denti sul tappetino ritelefonò l’intempestivo Ezequiel
Uélla, come va?
Egne, accie, e u?
Bene, grazie, e tu?
Egne, accie, e u?
Bene, grazie, e tu?
Sfanculai e riagganciai (cara linasotis, quando ci vuole ci vuole) ma poi tu ti rifacesti tornatore indietro (2 maroni) e mi dicequi Va bene mi hai convinto sono tuo baciami carezzami proteggimi sposami riempimi di coccole leccami succhiottami penetrami sfondami sgonfiami fammi, fammi di tutto e fallo presto che più non resisto ammoremmìo!
Spiacente, risposi, tempo scaduto, è orora terminata la mia fase Jane, ho giustappunto appuntamento fra due minuti e un quarto con tua sorella per una trombatella regular vaginella
Fin troppo prevedibboli la tua reazzzione:
denti finiti, storiella pure

fimmafo: foenfen fuffu


martedì 16 novembre 2010

A mio molesto parere - giro sgaffo di provocazioni assortite


I think...


Non ci capisco più niente: uno che si considera Pastore (tedesco) di Pecore dice ai giovani di “ribellarsi al cieco conformismo”. Grandioso insegnamento, ma da quel pulpito marcio sa tanto di presa per il culo.

Il giorno in cui l’ONU riconoscerà l’alto valore psicoconsolatorio della buona narrativa, molti editori italiani subiranno pesanti condanne per crimini contro l’umanità.

Se berlusconi fosse un uomo saggio (cioè degno di governare) ostenterebbe le rughe e riderebbe della calvizie, così naturali in una persona anziana. (Ma se proprio deve continuare a essere una raccapricciante Barbie nana, che qualcuno gli consigli una plastica alle sproporzionate orecchie da elefantino: sono più vaste delle chiappe di un ippopotamo!)

Un blogger palestinese rischia COME MINIMO l’ergastolo per aver scritto che l’ateismo è l’unica speranza di pace e di salvezza (verità sacrosanta, laggiù in Terra San... guinolenta!)
L’uomo definisce sé stesso “Sapiens”, ma il Pianeta sta ancora aspettando la PRIMA condanna per Reato di Idiozia. E nel frattempo prende atto della miliardesima per Reato d’Intelligenza...

Se avete un apparecchio tv, date ogni tanto un’occhiatina alla pubblicità, magari proteggendo il cervello col tasto MUTE: la scelta delle marche da boicottare e dei film da evitare non dev’essere lasciata al caso.

Non capisco perché l’attuale (simpatico) allenatore dell’Inter venga chiamato “il Professore” anziché, come sarebbe giusto, “la bidella”.

Io non dico che un giornale come Avvenire andrebbe fatto chiudere. Dico solo che bisognerebbe obbligarlo a chiamarsi col suo giusto nome: Trapassato Remoto.

Se un giorno dovessi usare la formuletta “condoglianze” (a parte questa qui che non vale) autorizzo chiunque a prendermi a calci.

Per gli scrittori banali ci vorrebbe la pena di morte. Per quelli noiosi mi contenterei della non-nascita. Già, e quelli che copiano? A zappare.

Per stare incollati davanti ai reality e partecipare al televoto delle miss non c’è bisogno di essere dei perfetti cretini. Però un pochettino aiuta.


Bonus Track


Pensiero nato per caso leggendo una rece dell’amico robydick che parlava di ottusa censura vatikaliana contro un capolavoro di Pasolini: dalle iniziali di Cattolico Oltranzista Nostrano si ricava CON. In francese: STRONZO.

giovedì 11 novembre 2010

Assaggi di romanzo (6)




Per continuare a spiazzarvi con la molteplicità schizoide della mia ispirazione (confesso di andare in brodo di giuggiole quando qualcuno mi chiede: “Ma quanti siete a scrivere?) ho deciso di accantonare per un attimo Il taccuino rosso di Wolfsburg, e di farvi invece assaggiare un pezzetto di Gigoló per cliente unica*, il più bukowskiano dei miei romanzi.
Siamo nella seconda metà del capitolo 8, dopo che gli stridori di una messa assurdamente amplificata in esterni da un prepotente prete-muezzin ha appena svegliato, e continua a disturbare, i protagonisti, reduci dalla loro prima notte di sesso a pagamento.
Ho detto bukowskiano: minorenni avvisati.


da gigoló per cliente unica
parte finale del capitolo 8


La porta del bagno si apriva lì in camera, come in una stanza di motel. Lei la lasciò spalancata. La sentii pisciare a cascatella, poi ne rividi apparire mezzo volto nella porzione di specchiera che dal letto avevo sotto controllo. La vecchia nuda bruca si sciacquò la faccia, poi prese lo spazzolino, ci stese sopra un fil di dentifricio e cominciò a lavarsi i denti a chiappe infuori, ancheggiando in bilico sugli alti tacchi delle zoccole di legno. Così andai là, e la presi da dietro mentre si lavava i denti. Adesso il pretone cantava ALLELUJA, cantava con foga, cantava meglio di come parlava, e a me girava un po’ la testa, mentre ci davo dentro nella fessura scivolosa di bel piscio tiepido e intanto guardavo il suo ghigno nello specchio, col dentifricio che trapelava e colava ai lati della bocca come bava d’indemoniata all’ultimo stadio. Se la colonna sonora fosse stata a richiesta più che alleluja avrei gradito come on baby, do the loco-motion… eravamo due vagoni molto ben agganciati, chi lo nega. Le mie mani sulle tettine tutt’altro che flosce mungevano e strizzavano capezzoli duri. Il mio membro nell’antica fregna ben lubrificata faceva sgnik sgnik sgnik, il mio corpo contro il suo corpo contro il suo lavandino faceva thumpf! thump! thud!, mentre il dentifricio diventava un pizzetto colante.
Lei smise di lavarsi i denti.


* dal rifiuto Rizzoli: "... abbiamo letto con attenzione e curiosità... un romanzo rabbioso, disperato, malinconico, che lascia un forte senso di inquietudine e di sconfitta esistenziale. In particolare, abbiamo molto apprezzato il suo linguaggio originale, la sua voglia di giocare con gerghi e modi di dire, la sua fantasia nel coniare soprannomi e neologismi. Tuttavia, la sua è una storia molto "forte", sia nei contenuti che nella veste formale, una storia che vive di eccesso e di trasgressione, vale a dire, purtroppo, una storia che mal si inserisce nella programmazione editoriale Rizzoli..."

Vabbè.

dal rifiuto Fazi: "Nonostante abbia dalla sua una buona inventiva, delle spiccate intuizioni, una scrittura piana ma agile e fluida, capacità di eleborare gli spunti proposti, un modo accattivante di coinvolgere il lettore, in realtà il testo risulta poco affine, per tematiche trattate e filone narrativo, alla linea editoriale scelta. Per questo motivo soltanto la nostra risposta non può che essere negativa. Ci teniamo molto affinché la casa editrice non snaturi i principi per i quali è nata; e questo diventa ogni giorno più rilevante."

Come no. (Per chi non lo sapesse, ricordo che questi signori hanno lanciato Melissapì...)


domenica 7 novembre 2010

Le fanfaluche mitologico-superstiziose come pericolo mortale e intralcio alla civiltà: Salman Rushdie ne sa qualcosa...


Rispondendo al filosofo Bernard-Henry Lévy, che sulla rivista “La Règle du Jeu” interrogava decine di cervelli eccellenti su “come sarà il mondo tra vent’anni”, lo scrittore Salman Rushdie, dopo aver affermato di non avere alcuna visione dell’avvenire, e di non essere interessato alle profezie, conclude così: “Posso dire cosa mi piacerebbe vedere: meno religione, più giustizia, meno reality, più benevolenza, meno confusione durante i tea parties, più intelligenza e meno football (soprattutto la Coppa del Mondo)... Ma se non avessi diritto che a un solo auspicio, meno religione mi andrebbe benissimo. Molta meno religione. Preferibilmente, che la religione non ci fosse affatto. Questo abbasserebbe il livello di idiozia mondiale di almeno una buona metà. Forse di più. Sarebbe sufficiente.”

Be’, lui ne sa qualcosa. Una vita sconvolta, e per fortuna non stroncata (ma vennero feriti il traduttore italiano e l’editore norvegese, e ucciso il traduttore giapponese!) solo per aver osato insinuare, in un romanzo di fantasia (The Satanic Verses, 1988), che un paio di versetti di un testo cosiddetto sacro fossero d’ispirazione non divina ma subdolamente satanica. Quando il punto è che trattasi di roba desolatamente umana, come chiunque può (potrebbe) arrivare a capire con estrema facilità. (Fra l’altro non si trattava neanche di un’invenzione dell’autore, che aveva solo proposto una rivisitazione in chiave onirica di un qualcosa di preesistente). Ma forse, anche se è brutto dirlo, specie per chi ci ha lasciato le penne, non tutto il male è venuto per nuocere: è infatti in arrivo (uscirà nel 2012) un libro autobiografico in cui Rushdie dedicherà molte pagine proprio ai giorni della clandestinità e della segregazione, protetta dei servizi segreti britannici, cui fu obbligato dalla condanna a morte, con tanto di taglia miliardaria per la scimmia bastarda che avesse fatto centro, decretata dai caproni integralisti. Non vedo l’ora di leggerlo.

Inutile dire che all’epoca l’approccio più viscido e peloso all’argomento fu, come sempre, quello italiota, dove le reazioni più gettonate (e infastidite, e annoiate) furono all’insegna del “però se l’è cercata”, un vergognoso leccaculaggio verso il delirio assassino portato avanti senza il coraggio di rendersene pienamente alleati, ma sbiascicato a suon di “ma” e di “se” e di “boh”, e che si è da poco ripetuto a proposito dei vignettisti Danesi (amico Westergaard, amico Flemming Rose, ripeto qui la mia solidarietà!).
Perché sono ancor oggi così sensibile all’argomento? Forse perché, guarda caso, una delle poche voci italiche che all’epoca si levarono indignate in difesa di Rushdie fu la mia. Peccato avessi solo 22 anni, e scrivessi sullo sconosciuto Varese Mese, che dedicò un’intera pagina al primo vero articolo della mia vita (cui non tagliarono nemmeno una virgola!) intitolato KOME IN UN INCUBO (l’esordio della mia rubrica “Eresie in salsa rosa”), nel quale davo dell’imbecille a Khomeini e degli ipocriti bigotti agli occidentali, che avevano appena finito di piantare un casino (quasi) altrettanto disgustoso contro il film di Martin Scorsese “L’ultima tentazione di Cristo”.

Nell’immagine in alto, un eretico flambé. L’ho scelta come promemoria per chi fosse tentato di liquidare certe nefandezze come esclusiva di solo alcune religioni. Perché fino all’altroieri i porci inquisitori della porca chiesa cattolica hanno fatto anche di peggio. Senza andare a scomodare Giordano Bruno e altre Libere Intelligenze cucinate alla griglia, c’è stata ad esempio gente messa a morte per aver tradotto in inglese la bibbia, in un’epoca in cui tale involgarimento della “Parola” dell’Essere Immaginario era considerato blasfemo e proibito (e soprattutto inopportuno, poiché era più facile tenere in soggezione le pecore col latino – come herr ratzingeR vorrebbe tornare a fare).
Non dimentichiamolo mai: si tratti di sacrifici umani, di guerre sante, di condanne per blasfemia, di assurdi martirii, di coercizioni o di persecuzioni, “Sacro” è la parola più schifosamente lorda di sangue della storia dell’umanità, la più raccapricciante. E non c’è teocrazia che non sia regno di arretratezza e di terrore.
Liberiamocene, o non saremo mai liberi.

mercoledì 3 novembre 2010

Se dei Maiali di Orwell resta solo il (piccolo) glande



DIREI MEGLIO GAY,
CHE NANI FASCISTI




Assai raramente su questo blog ci si è voluti insozzare con la lercia politica di questo paese arretrato, corrotto, ignorante, mafioso, stupido e disonesto. Non perché non sia nelle nostre corde: è che proprio siamo schizzinosi.
Merda: volevo godermi ancora un po’ le mie poesiole postate appena ieri sera nel linkazzo riarredato, ma come si può stare zitti davanti a gente che se ne va in giro, come direbbe il Paul Auster di Smoke, con la testa infilata nel culo?
Eh sì, perché ieri Coso Nostro, pur essendo sempre più piccino, l’ha detta proprio grossa. Per difendere a randa tratta i suoi sputtaneggiamenti più o meno minorili (di cui personalmente non mi frega uno stracazzo) ha pensato bene di uscirsene a dichiarare “Meglio appassionati di belle ragazze che gay”. (Immaginare prego la neanche troppo segreta standing ovation da tutte le fogne d’italiA, a tombini spalancati...)
Che cazzo c’entravano, i gay? Che stia già regolando il tiro su Nichi Vendola?
Non bastavano i ragli omofobi nazipapestri (invito ancora una volta alla lettura del libro I TRIANGOLI ROSA DI BENEDETTO XVI, Kaos Edizioni, dove si fa un inquietante parallelo con un famoso discorso di Himmler): adesso gli italioti meno intelligenti avranno come ulteriore modello d’incoraggiamento all’intolleranza caprona (e magari all’aggressione fisica) anche quel misero figuro di nano illetterato e sturatroiette di Coso Nostro, questo disgustoso gerontosatiro prostatico, meglio noto come sua Altezza Coi Tacchi il Presidente del Malconsiglio. Uno che va alla “Fiera del ciclo e motociclo” a dire al popolino di non leggere i giornali! No, no, mi raccomando, non leggete: fate le impennate col motorino, che diventate intelligenti. Oppure continuate a guardare le nostre luride tv da ottavo mondo!
(Strano non abbia anche detto che Lui incoraggia l’Economia, visto che le ragazzuole mica la danno VIA GRAtis!)
Naturalmente è tutto calcolato: poteva Coso Nostro, il Re della Demagogia inferiorizzante, astenersi dal grufolare nel truogolo omofobo di quei bifolchi codini bigotti e cretini che compongono la maggioranza dei nostri connazionali? Adesso sì che volerà nei sondaggi!
E questo proprio mentre l’Europa ci tira le orecchie per la mancanza di aggravanti di discriminazione sessuale nel nostro ordinamento! (In realtà ce le aveva tirate anche per la vergogna medievale dei simboli cattolici nelle aule, ma si sa, l’Europa è tanto cattivona. E comunista. O peggio ancora Illuminista...)
Ricordate le famose 3 “i” del programma del Polo delle Libertà per Decorrenza dei Termini? Be’, ormai è ufficiale: significavano Idiozia, Ignoranza, Imbecillità.
Come direbbe il grande Totò: Esequie indistinte!

Di nuovo esequie.

martedì 2 novembre 2010

Poesie del poeta pentito

Ne ho scritte solo fra i 16 e i 19 anni. Poi smisi, perché mi parevano bruttine. Ma su questo blog ho deciso di darmi con generosità, senza paura di figuracce. Quindi, vogliatene gradire un microassaggio.



COINCIDENZE SUL BINARIO MORTO


Corre
La terra
Luccicante
Sui campi
Sonnolenti

(Così stanco
Di stare
Da solo...)

E mi guardo
Con sospetto
Nel vetro

Sto vivendo
Come un'ala
Senza volo




OCCHI SUL TRENO CHE CORRE


Tu,
Occhi belli sul treno che corre
Forse un giorno ti rincontrerò
Sarai madre di tre o quattro figli
E io chissà come sarò

Tu,
Occhi dolci sul treno che corre
Forse un giorno ti rincontrerò
Sarai padre di tre o quattro figli
E io... io temo proprio di no

Tu,
Occhi stanchi sul treno che corre
Forse un giorno ti rincontrerò
Sarai una foto su una lapide bianca
E io credo che t'invidierò

Tu,
Occhi ciechi sul treno che corre
Dal respiro senti che sono triste
Stai per dirmi qualcosa di dolce
Ma purtroppo devo scendere qui




VENTO BASTARDO


Uccelli
Imperterriti
Volano
Via
Pur se
Il vento
Bastardo
Li vorrebbe
Fermar

Il mio
Cuore
Incagliato
Dentro questa
Poesia
Sta cercando
Il sistema
Di venire
Da te

E di tante
Illusioni
Celate in fondo
Al mio sguardo

Restan solo
Bastarde
Poesie
Dentro il vento
Bastardo