"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"

domenica 27 giugno 2010

Il Questionario dello zio Marcel (replicaccia)


Il vostro Capitano abbandonerà per qualche giorno il ponte di comando. Non avendo garanzie sul funzionamento in mare aperto della bussola-kiavetta (che devo ancora procurarmi…) in caso di naufragio vi affido questo message in a bottle. In realtà si tratta di un’altra spudorata replica, ma avendo bruciato il mio personale Questionario di Proust in un periodo in cui i miei lettori erano buoni ma pochi, ho pensato che riproporlo poteva essere, per i nuovi (quelli fra loro che fossero interessati, ovviamente) un modo per fare un po’ più a fondo la mia conoscenza. Usando poi i commenti per applaudire o criticare a sangue le mie risposte, o per dare quelle due o tre vostre che vi intrigassero di più. È lunghetto, così potrete leggerlo un po’ alla volta e farlo durare… Ciao a tutti e (speriamo) a presto!


NICOLA PEZZOLI

INTERVISTA ZIO SCRIBA

(O FORSE VICEVERSA…)


Il tratto principale del suo carattere?

L’essere un bastiancontrario.

Le qualità che preferisce in un uomo?

Dolcezza e gentilezza. E ovviamente l’intelligenza (cioè il pensare con la propria testa).

E in una donna?

Semplicità e simpatia. E ovviamente l’intelligenza (cioè il pensare con la propria testa).

Il suo principale difetto?

Un cocktail di timidezza e ansietà.

Il suo sogno di felicità?

Possedere un’isola e starci con chi voglio io. (Banalotto e naif, lo so: ma è il concetto di “felicità” a essere banale).

Il suo rimpianto?

Avere rimpianti è sciocco: se ne hai uno, ne collezionerai altri mille.

L’incontro che le ha cambiato la vita?

Quello con Domenico Nodari. Sono fiero che un uomo così nobile e coraggioso, vero signore d’altri tempi, sia stato il mio primo editore.

Sogno ricorrente?

Un incubo. Mi trovo in una squallida caserma, fra tutti l’unico coglione che sta rifacendo il servizio militare: sono andati persi i documenti comprovanti che l’avevo già fatto!

Il giorno più felice della sua vita?

Spero debba ancora venire.

E il più infelice?

La morte della mamma.

La persona che richiamerebbe in vita?

È una violenza che non farei a nessuno.

Quale sarebbe la disgrazia più grande?

Avere altri che mi dicono cosa pensare e cosa fare, magari in nome di fanfaluche ideologiche o, peggio ancora, mitologico-superstiziose.

La sua goduria più perfida?

La juve in serie B.

Materia scolastica preferita?

Italiano scritto, naturalmente. (Sottolineo il naturalmente perché non c’è un solo scrittore o scrittrice italiana che abbia visto rispondere a questa domanda “italiano scritto”, e questo dovrebbe darci da pensare…)

Animale preferito?

Il gatto.

Colore preferito?

Tutti tranne il grigio. E tranne il rosa e l’azzurro quando sono obbligatori per la ridicola distinzione maschio-femmina già a partire dalla culla.

Città preferita?

Venezia.

Popoli amati o ammirati?

Scandinavi, Pellerossa, Tibetani.

Bevanda preferita?

Caipiroska alla fragola.

Il piatto preferito?

La pizza. Morbida e con tanta mozzarella.

Il suo primo ricordo?

Un gran freddo e una luce abbagliante. Piangevo, perché si stava meglio DENTRO.

E il ricordo più bello?

Tanti, per fortuna, e tutti dell’infanzia: le mattine di Natale con la scoperta dei doni (mi piaceva far durare l’attesa, prima di alzarmi), le partenze per il Mare, giocare fino a tardissimo nei prati fra i grilli e le lucciole…

Se avesse qualche milione di euro?

Aiuterei i giovani artisti emarginati da sette, cosche e conventicole italiote.

Libro preferito di sempre?

La zia Julia e lo scribacchino, di Mario Vargas Llosa.

Libro preferito degli ultimi anni?

Un giorno questo dolore ti sarà utile, di Peter Cameron.

Autori preferiti in prosa?

Oltre i due appena detti, Auster, Bukowski, Donleavy, Philip Roth, Saramago, McCarthy.

Poeti preferiti?

Rilke, ma più per le sue Lettere che per le sue poesie.

Pensatori?

Cioran, Bertrand Russell, Panikkar, J. Krishnamurti, Nietzsche.

Cantautori preferiti?

Paolo Conte, Fortis, Battiato.

Cosa canta sotto la doccia?

Sotto la doccia faccio una cosa strana, viziosa e fuori moda: penso.

Attori?

Totò, Clint Eastwood, Walter Matthau, Woody Allen.

Il suo eroe o la sua eroina?

Paperino.

Pittore preferito?

Van Gogh.

La trasmissione televisiva più amata?

Cinico tv di Ciprì e Maresco.

Cosa le piace di meno nella tv di oggi?

Quasi tutto: i cosiddetti reality, il compiaciuto pettegolezzo sulla feccia famosa, l’informazione sciacalla in mano a gioppini semianalfabeti, il velinismo sciacquettistico, la fiction sceneggiata da somari, il genuflesso leccaculaggio verso politici e porporati sempre più impresentabili, la pubblicità che ti considera un imbecille o tale vuole renderti, il patriottismo obbligatorio applicato allo sport, il mattatoio mentale degli pseudotalent show per ambiziosetti, l’appiattirsi sui format più cretini. E che tutto questo faccia parte di una deliberata strategia volta a inferiorizzare e manipolare la povera gente ignorante (laureati, ahimè, compresi…)

Film cult?

Il grande Lebowski. Dead man. Brian di Nazareth. La dea dell’amore. Signore e signori, buonanotte.

Se dovesse cambiare qualcosa nel suo fisico, che cosa cambierebbe?

Boh. Magari un bel nasino all’insù… Ma poi sarei troppo bello, e la bellezza porta guai.

Personaggio storico più ammirato?

Il Faraone Akhenaton (cui mi dicono assomigli molto più che a Tondelli…) Scelgo lui, il più dolce e affascinante Strano della storia, per la sua battaglia contro la suinitudine sacerdotale, e per aver capito che se proprio abbiamo bisogno di inventarci un Dio simbolico, tanto vale adorare il Sole.

A chi chiede consiglio nei momenti difficili?

Lo chiamano brain storming: affollatissime riunioni… con me stesso.

Il suo migliore amico?

Scrittori, musicisti, registi. Non necessariamente in carne e ossa. Non necessariamente vivi.

L’ultima volta che ha pianto?

La scorsa estate.

Sport preferito?

Mi spiace quasi dirlo, perché è un ambiente di sottosviluppati mentali, ma il calcio è qualcosa di meraviglioso.

Più bel complimento mai ricevuto?

Un ragazzo sconosciuto di Trieste, dopo aver letto il mio romanzo d’esordio, mi mandò un commento in cui diceva di essersi goduto il libro, e terminava con questa sinfonia per le mie orecchie: “e tu Nicola non sei mica normale!!!!”. La normalità è merda.

Personaggio politico più detestato?

Joseph Ratzinger. Un omofobo reazionario oscurantista ascoltato da milioni di sempliciotti e di poveri di spirito, con effetti devastanti sull’intelligenza media nel mondo.

Quel che detesta di più?

Il trionfo dei mediocri e della merda raccomandata. E poi l’ipocrisia e la bigottaggine, e tutto ciò che puzza di pecora conformista.

Cosa pensa dell’umanità in generale?

Quel che ne pensava Ionesco: mi fa orrore.

Se non avesse fatto il mestiere che ha fatto?

Mi sarei ucciso.

Il regalo più bello che abbia mai ricevuto?

Una lettera inaspettata.

Le più grandi invenzioni umane?

La scrittura, il gioco, la musica, l’arte in generale.

Se le si parasse davanti l’uomo più potente del mondo, cosa gli direbbe?

Spostati, stronzo, che mi togli il sole.

Il dono di natura che vorrebbe avere?

Ne ho già troppi, lasciamo qualcosa anche agli altri… Scherzi a parte, vorrei saper suonare il piano. E, per ovvi motivi, saper scrivere in perfetto inglese.

Attuale stato d’animo?

Bellicoso. Ispiratissimo. E come sempre innamorato, di tutti e di nessuno.

Come vorrebbe morire?

Con un sorriso sereno sulle labbra.

Le colpe che le ispirano maggiore indulgenza?

Le mie.

Il suo motto?

Se uno vale deve farsi valere, se no tanto valeva non valere niente.

Citazione preferita?

“Considerate i gigli del campo, puttana ladra”. (Jesus Nazarenus rivisitato, e rinforzato, dai fratelli Coen)

Ma anche questa di Borges non mi dispiace: “È fama tra gli etiopi che le scimmie non parlino di proposito, per non essere obbligate a lavorare”. Mica sceme le scimmie, vero?


lunedì 21 giugno 2010

Sorensen Puddu - Replica (7)


suggerire agli iraniani di aumentare la gittata



Cioè voglio dire hai capito, dovrebbimo avere più rispetto, noi gggiovani. Sì, dovrebbimo. Ciè, accapito, credo proppio che dovrebbimo. Portare molto più rispetto, ogliodire. A chi? Cè. Glioìre: a tutti. Alle persone rincoglionite, ad esempio, acapitto. O che ne so, cioè, dentro il metró tanfolante d’ascelle oiodire, se c’è una scrofa gravida che proprio sta lì che sviene, oglioìre, convincere a calci un qualche afghano (sempre con rispetto calciando, haicapito?) dimmodo che si alzi e la faccia sedere. Ciè, oglioìre cioè, accapito, io gliodire l’avevo visto il neonato che stava per essere travolto dal filobus, cioè, giuro su quanto ho di più caro accapito sulla testa di britnispirs che stavo per chinarmi a toglierlo e salvarlo, cioè, accapito, mica mi sarebbe dispiaciuto fare l’eroa e finire alla tele a farmi chiedere Cosàiprovato e Cosavesti e Acchiladài e sui giornali anche se voglio dire non li legge nessuno. Cioè stavo per salvarlo il bambino, anche se le due borsate di scarpe tod’s e di modellini krizia in saldo che sono un amore cioè accapito non è che mi concedessero glioìre grandi margini di manovra e col cazzo che le mollavo lì alla mercè del primo albanese, ma poi, mica è colpa mia, vogliodire, chi non ti vedo sul marciapiede dall’altra parte? La divina modella sonna purcella! Ciè, non so se vi rendete conto, accapito oglioìre-uau: la divina modella sonna purcella! Il mio mito, accapito, il mio modello di modella, il mio sogno a culo aperto di vita uau miliardaria e sporcaccioncella! Ciè, accapito, tu cos’avresti fatto? Avresti fatto come me, ogliodire. Ho piantato lì tutto tranne le borse e mi sono messa a correre gridando. divina divina divina!, ‘ioìre. autografo autografo autografo! Sembravo pazza! Inciamponavo nelle borse ricolme! E intanto quello stronzo del filobus splat! Ciè accapitto, che colpa ne ho io se lasciano i bambini magari pure negri per terra? E pensa ogliodire cioè ce l’ho fatta! Uauu! Ciè, non era proprio la divina modella sonna purcella, alla fin fine, era la sosia di abbiategrasso, massì, quella che fa la televendita del rassodacu** interno su tele88. Però l’autografo me l’ha fatto lostesso! Ho il cuore che mi scoppia dalla gioia come un’anguria col timer piantata in gola. Uauu! La sosia di sonna purcella! Dal vero! Dal vivo! Volente o nolente! Acapitto! Per strada! Che camminava coi piedi! Come se era una comune mortale!


venerdì 18 giugno 2010

Semplicemente Ciao


Un saluto, un ringraziamento, e una rosa del mio giardino

per José Saramago, che non c’è più ma c’è ancora.



“Quando la prova sarà terminata, riporrà il violoncello nella custodia e tornerà a casa in tassì, uno di quei tassì dal portabagagli grande, ed è possibile che stasera, dopo cena, apra la suite di bach sul leggio, tragga un profondo respiro e sfiori con l’arco le corde perché la prima nota che nascerà possa consolarlo delle incorreggibili banalità del mondo…


(José Saramago, Le intermittenze della Morte)




lunedì 14 giugno 2010

Ricordo strano che m'ha teso un agguato il 10 giugno mentre camminavo attorno al lago senza niente per prendere appunti.


NOI, POPPANTI COL FUCILE



Mi portano via con l’ambulanza militare, barella fra le camerate silenti nella notte profonda, domenica forse già lunedì, portone spalancato nella bocca autolettiga.


Venerdì. Prima volta a sparare, sui colli di Liguria. Ci sono i FAL e i Garand. I Garand comprati usati a peso dagli americani alla fine della Seconda Guerra Mondiale. La sigla FAL sta per Fucile Automatico Leggero. Pesa settantadue quintali, scarico. Se non sei nel primo turno i fucili poi scottano. Attento a dove tocchi o sono ustioni, e ostioni. Mi vede incerto, pericolose operazioni di ricarica al mio posto by caporale Mastinone (coi Garand c’è chi ci ha lasciato le dita) senza nemmeno sgridarmi. E dice nulla quando sparo dove capita, nessuna voglia di rovinare i bersagli o avvicinare troppo il visino ventiduenne al mirino (coi Garand c’è chi ci ha lasciato un occhio). Lo consideravo un cane istruttore e un gran pezzo di merda, oggi così paterno e dolce quasi quasi gli voglio bene. Ma come cola il sudore bollente sotto l’elmetto maledetto.


Che cosa vogliono da me, porcaccia italia, alzabbandiera del mio cazzo che mi ci pulirei? Un anno di vita per un cromosoma sbagliato, per esser nato col pìrulo? Una rabbia che mi viene da piangere.


Giù a capofitto con l’aria fredda in faccia sui camion scoperti, autista stronzo a tavoletta fra i tornanti in discesa a rischio di accopparci. E di volata licenza lampo di un giorno e mezzo viaggi compresi, farsi più male che bene, una Notte Nel Mio Letto a sudare sette incubi di trombe d’adunata e già impazzire di rientro, mal di gola e altra ariaccia sul treno, clangori ferroviari che mi rimbombano drumburombano dentro in galleria bomborombo appenninica, come bassi domdom e batteria bumbumbum della scena finale subway di Crocodile Dundee borumbùm, borumbùm, magari sono morto da un po’ ma non mi hanno avvisato. Bumburumbùm! Bumburumbùm! Bumbu-rumbumbu-rumbumburumbùm!


Lo ha chiamato il piantone, da dimensioni distanti sento dice “Delirava e si lamentava, mi sono spaventato”, allora il cane istruttore che si chiama Bianchi o qualcosa simile un biondino che legge solo fumetti mi mette la mano sulla fronte dice “Cazzo come brucia” e fa dare l’allarme, mi è sempre stato antipatico anche se non è l’istruttore mio di plotone è quello dell’armeria ma adesso in questo gesto della mano sulla fronte che scotta mi sembri una mamma.

Ribaltamenti, ribaltamenti, cambi di prospettiva e deviazioni in questo scécheraggio ribaltoso di ricordi d’Albenga. Quando capiremo che è (quasi) tutto il contrario di quello che sembra?

Ribaltamenti d’opinione nel ricordo del cappellano. Un prete con le stellette da capitano, più potere del comandante di battaglione, a rigor di logica dovrebbe starti sul cazzo, giusto? Ma come dimenticare l’adunata di domenica mattina in cui Mastinone stava per mandarci in fumo la giornata sulla spiaggia di Alassio gridando “Chi non alza la mano per andare a messa lo ficco dentro”, col treno che di lì a poco ci partiva, e lui bonario a dirgli “Mastinone, guarda che li puoi mica obbligare, su la mano solo chi vuole davvero”, e allora le braccia levate dei volontari messalinici come d’incanto scesero leggermente da CENTO a… DUE (Miracolo gesucristico alla rovescia: la divisione delle mani e dei bracci…)

Per non parlare del giorno, già dopo il giuramento, in cui ci apprestavamo a consumare gomiti e ginocchia su polvere e ghiaia per esercitarci nel passo del leopardo o chissà quale altra bestia, e lui sbucò fuori e al sottotenentino disse “Se ne vedo anche uno solo andare per terra avrai a che fare con me”, e allora il sottotenentino ci imboscò per due ore all’ombra di un alto muro, dove come scolaretti in gita ci raccontammo film di paura in attesa dell’orario mensa schifa, lo sapevano tutti tranne i generali invasati che l’esercito italiano era per finta.


Infermeria stanzone luminoso e infinito, solitudine fuori da tutto, il nome del pianeta non lo so. Finestre aperte per il gran caldo di giugno, tempo sospeso, soffitto infestato di vespe nere di quelle con la roulotte, come le odio come le odio le vespe con la roulotte. Il mio vicino di letto ha picchiato forte botta in testa cadendo non s’è capito da dove, un po’ se ne sta zitto, un po’ ascolta Raf col walkman, un po’ dice “diopòòrrco” per la testa che gli duole, ma più che altro sta zitto che è meglio.

È un piccoletto veneto con la faccia da casalinga bisbetica. Di quelli capaci di rammendarsi i calzini da soli, poi però cascano e si rompono la testa. Si beccherà novanta giorni di vacanza pagata a casa invece di fare il fuciliere assaltatore a Udine, lo stronzo, e si lamenta pure, voglia di dargli un’altra botta. Io solo ancora un altro paio di giorni per questa faringite acuta con febbre a quarantuno e poi mi cacciano a calci a Pavia, genio pionieri, caserma operativa, da dove cazzo sei caduto, coglione, che mi ci butto pure io?


Alle pareti paesaggi fotografici in formato gigante con laghi canadesi e boschi autunnali che sprizzano Libertà da ogni foglia dorata. Vorrei conoscere l’inqualificabile idiota merdone testa di cazzo gli venissero tutti i mali del mondo che ha operato la perversione di una simile scelta, farci annusare la Libertà così, a noi che l’abbiamo perduta. Appendete astrattismo o caricature o ritratti di generali granmaiali su cui si possa sputare, gran pezzi di merda, già ci prendete per il culo col fucile automatico leggero, non sfotteteci pure con la Libertà che ci fa venir voglia diopòòrrco di tagliarci le vene!


E mi avviavo alla stazione tutto solo straniato sperduto, da un lato contento dei giorni di ritardo che mi avevano evitato il trasferimento di massa su carri bestiame e l’accoglienza in strepito dei nonni a Pavia, dall’altro ancor più spaventato di quell’essere bambino sballottato e disperso e straniero nel mondo, quando vidi venirmi incontro lungo il viale un morettino in bicicletta. Riconobbi il personaggio che bazzicava i dintorni della caserma e si faceva chiamare “la Caporalessa”. Mi oltrepassò sfrecciando e in apparenza senza accorgersi di me, fantasma dolente convalescente zavorrato di bagagli. Lo sentii frenare, e prima di riallontanarsi gridare “Peccato, bella giraffona, ti aspettavo tanto tanto”.

Già, si sapeva: decine di eteromiliti teenagers in mancanza di fidanzata mamma biberon facevano la fila fuori mura dal bel morettino e i suoi amichetti per succhiarli e farsi succhiare, mentre io stupido mi contentavo dei soliti surrogati disperati da carenza affettiva e ciucciocapezzolare: sigarettina, birretta a canna, gelatino, zuccherino, pasticcino, e me ne stavo seduto sul molo a fumare nel tramonto schiena contro schiena col più bello e omofobo degli efebi commilitoni, barista e figlio di sbirro (“barrista”, diceva lui, e io i primi giorni a chiedermi Che cazzo sarà mai un barrista?).


Ti ricorderai anche tu, dell’esser stati cosa sola in quell’unico profilo di cameratesca virile appoggianza stagliato verso il mare, io e te come divi del cinema in posa o poppanti allo sbando, la mia schiena la tua schiena, e i nostri cuori e sogni e silenzi scapole pupille e stanchezze nel blu oltremare dipinto d’arancio e violetto? Forse un istante, per fugace distratto abbandono, addirittura guancia guancia mentre il sole se ne va come noi down down down. Ti ricorderai di me? Naturalmente no. A meno che tu domani non passeggi attorno a questo stesso lago magico, o su questo stesso, ancor più magico, blog.


giovedì 10 giugno 2010

Assaggi di romanzo (1)


da il taccuino rosso di wolfsburg

prima parte del capitolo 2



La sera del 25 giugno 1978, una domenica, nel catino del River Plate di Buenos Aires stipato di folla in delirio, la meravigliosa Olanda venne scippata dai biancazzurri argentini, e dalla più lercia malasorte, di una Coppa del Mondo che avrebbe strameritato di vincere.

Le cronache italiane sorvolarono sulla complicità dell’arbitro Gonella, che ai ladroni di casa – arrivati in finale grazie al portiere venduto del Perù – permise provocazioni, ostruzionismi e randellate. Se un giocatore in maglia arancione alitava su un avversario, invece era fallo. Questo, almeno, dal mio punto di vista distorto dal tifo: Gianni, che era seduto accanto a me, non vide nulla di tutto ciò, e applaudì convinto la travolgente forza dei sudamericani per i quali aveva simpatizzato fin dall’inizio, di certo a causa dell’italianità che sprizzava dai vari Daniel Bertoni, Tarantini e Passarella.

Dopo cena, ci eravamo dati appuntamento presso i pilastroni che segnavano l’accesso all’ex fattoria De Marchi, oggi fattoria Stevanato, per andare dalla Marilù del bosco a vedere la partita.

Per raggiungere la casa della Marilù del bosco si percorreva un pezzo di via del Campo Chiuso, che allora non era asfaltata, fino alla cappelletta di San Michele Arcangelo dagli occhi di bragia. E già questa cosa non è che mi andasse tanto a genio: era uno sguardo terrificante, il suo, e ogni volta che ci passavo davanti avevo una paura matta che mi s’incazzasse. Non potevano metterci qualcuno di un po’ più socievole? Le avevano finite le madonne? Il Michele brandiva una spada lunga e sottile. Ma era nelle pupille, stiletti incandescenti affilati nel fuoco, la vera minaccia. Guardandolo in faccia, non era poi così difficile credere che i diavoli fossero della stessa casata degli angeli. Un paio di volte gli avevo portato un mazzetto di ranuncoli e margheritine per tenermelo buono. Folgorasse qualcun altro: io avevo già mio padre che mi guastava i maroni con la cinghia.

Davanti alla cappella di San Michele Arcangelo la stradicciola si diramava. A sinistra diventava via Roccolo, e s’addentrava per boschi infiniti. Boschi di querce e di faggi e di castagni secolari e ontani neri e robinie. I boschi degli spettacolosi autunni. E verso la casa della Marilù del bosco, unico numero civico di tutta via Roccolo, il 2, che sorgeva, raggomitolata nel fitto della prima boscaglia, dopo un paio di curve. A destra prendevi a salire, non senza un po’ di fiatone, verso le scuole, e i primi contrafforti della collina su cui era adagiata Cuviago alta, antico insediamento gallico. Non che ci fosse una Cuviago bassa, all’epoca, a parte la Marilù del bosco e il nostro caseggiato e la fattoria Stevanato. E Villa Kestenholz, naturalmente. Più il cementificio Rusconi che non faceva parte di Cuviago, ma dovevi farci i conti lo stesso. Era come se uno che gli stan sul culo le giraffe va in uno zoo dove ci sono anche le giraffe: lui magari vuol guardare soltanto i leoni, ma non c’è scampo, non puoi evitare di vederli, quei colli svettanti come torri d’assedio pezzate coi cornini di lumaca. Lo stesso il cementificio. Dovunque ti trovassi, lui era lì che incombeva, come uno scheletro di esageratosauro schiattato di silicosi.

Eccoci lì in quella sera di giugno, Corradino e Gianni diretti a piedi alla casa della Marilù del bosco per guardare la finale dei mondiali e fare compagnia al signor Sandro. Muti e a passo svelto, per non perderci la cerimonia degli inni e la lettura delle formazioni.

Il signor Sandro era un uomo avanti negli anni e nell’obesità, né simpatico né antipatico, che stava da anni su una sedia a rotelle. Ad accudirlo provvedeva la sorella Marilù, detta da tutti la Marilù del bosco. Anche lei molto vecchia, qualcosa più di sessant’anni, e perigliosamente obesa. Era stata la Marilù del bosco, una sera che ci ero andato con la sorella di Gianni a consegnare la bottiglia del latte appena munto, a invitarmi per vedere le partite. Perché a casa loro, e ch’io sapessi solo a casa loro in tutta Cuviago, c’era da qualche tempo la cosa più stupefacente che fosse mai stata inventata: un televisore Philips a colori!

Io, a furia di andarci, finii con l’affezionarmi, a quei due vecchi né simpatici né antipatici, ma in ogni caso gentili. Non ci offrivano mai niente. Né bevande né dolci. Ma cosa vuoi pretendere più del colore, più della magia di un prato non grigio ma VERDE, di maglie non grigie ma ARANCIONI, così sature d’arancio carico che strizzandole e spremendole invece del sudore sarebbe sgorgato fuori l’oransoda, e le altre maglie a strisce BIANCAZZURRE invece che grigiogrigie? E il portiere Jongbloed tutto GIALLO? Vogliamo parlare del portiere Jongbloed così tanto giallo? Ormai non era più la prima che vedevo da loro, ma per qualche istante, all’inizio, la bocca spalancata di stupore, dovevo essermi detto chi se ne importa dello svolgimento della partita? Io adesso non farò altro che guardar fisso il prodigio di quel portiere così intensamente giallo! Persino il nero dell’arbitro juventino cornuto pareva un nero più vero, più nero.

Ma ero in continua apprensione per questo fatto che il signor Sandro, il signor Sandro a rotelle, avesse come unico sostegno non a rotelle questa vecchia sorella più obesa di lui, e allora alla sera pregavo sempre per lei, perché avevo paura che un giorno l’obesità le avrebbe piegato le ginocchia, e sulla sedia a rotelle si sarebbe ridotta anche lei. E allora, chi si sarebbe preso cura di entrambi in quell’isolamento boschivo? Chi avrebbe mai rimediato, a quel doppio sfacelo?

La cosa strabiliante del signor Sandro a rotelle, la cosa che nessuno crederebbe ma giuro che è vera e se non ci credete impiccatevi, era che il signor Sandro, che di cognome si chiamava Cattalani, adesso tu lo vedevi a rotelle così, vecchio e malandato e obeso e infermo su quella sua sedia, incapace di pisciare da solo, ma lui da giovane era stato un ciclista famoso e aveva corso il Tour de France, come gregario però, e nonna Corinna, prima di perdere la lucidità, mi aveva detto che a Parigi quando finiva il Tour lui e gli altri ciclisti si davano per giorni alle folies della bella vita. La bella vita che puoi fare quando invece delle rotelle ci sono due ruote, e tu che pedali. Per questo fatto che suo fratello era stato un corridore, spesso la Marilù del bosco ci invitava a guardare a colori le grandi classiche di ciclismo. Di nascosto da lui ci istruiva a far domande: “Fate mostra che ci tenete”, diceva. “Dategli soddisfazione, anche se a voi interessa più il fùtbol!” Allora noi obbedivamo, e chiedevamo di Moser e Saronni, di Giovanni Battaglin.

Certe volte durante le partite a colori nel sobrio salottino della casa nel bosco il signor Sandro ruttava. Allora sentivi diffondersi l’odore di cos’aveva mangiato per cena. Tipo carota bollita, o minestrone con le erbette, o stufato di cavolo. Ma più che altro carota bollita. Le carote bollite, si sa, fanno bene. Fanno bene alla salute. Per questo, fanno così schifo. Se una cosa fa bene, lo riconosci dal fatto che come sapore fa schifo. Come il latte genuino degli Stevanato. È un sistema infallibile. Ruttate da un vecchio obeso su una sedia a rotelle, le carote bollite facevano ancora più schifo. Secondo me avrebbe dovuto cominciare a mangiarle molto prima, le carote del cazzo, invece di folleggiare a Parigi alla fine dei Tour, di gozzovigliare a champagne e lumache dell’ostrega con tutti gli altri ciclisti viziosi, che poi porcudìghel si finisce sulla sedia a rotelle.

Per centoventi minuti, quella sera di giugno dei miei undicianni, seguii per tutto il campo i riverberi di un sogno arancione destinato ad infrangersi. Infrangersi contro il muro di sorrisetti sconci e beffardi degli oligarchi della dittatura militare argentina, schierati a gongolare in maschera sotto i baffi pettinati in tribuna d’infamia, come tanti sinistri gioppini del Carnevale della Morte.

I miei eroi quella sera furono tutti olandesi, e solo più avanti nel tempo se ne sarebbe sovrapposto uno argentino. Uno solo, ma di una grandezza rilucente che allora non potevo capire: il centravanti Mario Kempes dai lunghi capelli, lui, proprio lui che con i suoi gol era stato decisivo, rifiutò, solo lui, Kempes rifiutò in mondovisione di stringere lo zampone di porco al torturatore gioppino Vidéla.


Quando ci riavviammo verso casa la luna era conficcata nel cielo nero come un gancio di macelleria, e mi veniva da piangere. Il concerto dei grilli era così bello e assordante che quasi illuminava la notte al pari dei minuetti di lucciole di poco tempo prima, ma io ero contento che di luce ve ne fosse poca, e fioca, e che le mie eventuali lacrime non si vedessero, e intanto sfogavo la stizza prendendo a calci tutti i sassi che trovavo.

Altro che fissare il giallo di Jongbloed! L’avevo seguita sì la partita, l’avevo vissuta facendo un tifo disperato per la mia Olanda orfana di Cruijff, insultando Passarella che con una gomitata aveva spezzato due incisivi al leggendario Johan Neeskens (l’arbitro italiano, non essendo un dentista, dovette pensare che non fossero problemi suoi), e quel broccaccio di Jongbloed era stato semmai un traditore, il peggiore in campo dopo l’arbitro e il guardalinee, mentre il loro portiere Fillol, di cui mi perseguitava come lampo al magnesio conficcato nella rétina un primo piano maestoso in replay, con occhiaie sbarrate da invincibile indio dipinto coi colori di guerra, era stato il migliore. Fillol aveva parato tutto, tranne il pareggio di Portvliet, e quando non avrebbe potuto parare l’aveva fatto per lui il farabutto palo alla sua destra, sul tiro ravvicinato che Rob Rensenbrink, di controbalzo, scoccò al novantesimo a colpo sicuro, lo stesso palo che avrebbe poi invece fatto da sponda per la carambola del 2-1 di Kempes nei supplementari. Il palo destro della porta di destra: un palo fascista, un agente di Videla.

Mio Condottiero Sconfitto, mio immenso Rob Rensenbrink: poteva bastare, chissà, un’allacciatura di scarpino diversa, o un taglio diverso dell’erba a governare il rimbalzo del pallone, e il tuo urlo del Gol, ed il mio, non si sarebbe mozzato in gola, e la Coppa l’avrebbero alzata i miei eroi, Tu, e Johnny Rep e Arie Haan e Wim Rijsbergen e Rudy Krol. E invece, e invece…

«Non capisco perché te la prendi così», mi fece a un tratto Gianni, squadrandomi con sospetto nell’oscurità di via Roccolo. «Non era mica l’Italia!»

Non gli dissi che io per l’Olanda avevo tifato già prima, quando aveva battuto quella che ai miei occhi era solo juventinaglia d’azzurro vestita, introdotta da una mamelata d’inno brutto come il peccato, grazie a due poderose bombe da lontano che avevano fatto fesso Dino Zoff.

Anche se era mio amico, preferii non confessarglielo.

Non sono cose che si possano confessare a cuor leggero. Sono cose gravi, imperdonabili – cose per cui potrebbero picchiarti, cose per cui potrebbero chiamarti Scrofa. Anche se sul versante Scrofa con Gianni mi ritenevo abbastanza tranquillo. C’era una specie di tacito accordo, fra noi due: lui non mi chiamava mai Scrofa, e io non lo chiamavo Spalone.

«Che te ne frega» disse, «di quei magna furmagìtt?»

Non risposi. Io tenevo all’Olanda per lo sgargiante colore arancione delle loro casacche. Tenevo all’Olanda perché giocavano tutti all’attacco, compreso lo stopper che nelle altre squadre era solo un mastino, uno scarpone, un maniscalco, un rozzo mazzulatore. Tenevo all’Olanda perché già allora consideravo gli olandesi più civili degli italiani. Tenevo all’Olanda per i bei capelli lunghi e biondi che rendevano i loro terzini e le loro mezz’ali simili a Guerrieri Vichinghi. Tenevo all’Olanda, in ultima analisi, perché la mia era una scelta – una semplice, libera, scelta. E per questo capivo che era meglio star zitto.

Però, porcudìghel, io li amavo e stravedevo per loro, e lui, il mio migliore amico, me li chiamava “magna furmagìtt”. Mi faceva venir voglia di chiamarlo Spalone.


lunedì 7 giugno 2010

Sorensen Puddu - Replica (6)


european geographic



La svizzera confina


a nord non si sa


a est con estonia lettonia e quellaltra


sud teroni


a ovest franzuse cunscià ‘me ‘l belgio benelux liechtenstein casalpusterlengo san marino andorra cayman e altre consimili fetenzìe fiscali.

La svizzera è bagnata dai mari lago dei quattro cantoni mosca cieca rialzo alinghi cucù il mare non c’è più. La svizzera è un principato di monaco tipo monarchia parlamentare ma il re è morto e se lo sono pappato e zitti (accuse a gogo di lessa maestà) lo sostituisce dal trentottesimo del secondo tempo pascal cuspèn. L’ufficio federale commercio e turismo informa i valichi alpini sono tutti chiusi o innevati non venite a rompere i coglioni il patriziato di origlio ricorda che è sempre vietato pattinare sul laghetto di origlio chi infrange il divieto infrange anche il ghiaccio e i cozzi sono suoi ma che cazzo è ‘sto patriziato bisogna essere elvetici per averci il patriziato nel duemilaeotto. Il franco svizzero puzza un po’ meno del dollaro ma molto più dello yen. Gli svizzeri sono molto razzisti hanno chiamato per dispetto una dogana BROGEDA così i camionisti negri non si fermano e gli si può sparare con tutto comodo “brogeda un gazzo ghe g’è zembre una goda di gingue ghilomedri” ha protestato uno rimasto vivo per sbaglio un altro posto si chiama con l’inganno PONTE GROLLA così i negri si spaventano a morte e girano al largo. Gli americani hanno il besboll i francesi scopano le rane gli svizzeri fin da piccolissimi giocano a hockey funziona che il nonno si stende per terra sul tappeto se c’è se no fa niente e i nipotini gli zompano sopra e lo prendono a mazzate ed è una forma propedeutica come da noi il minibasket solo che non si chiama minihockey bensì hockey su pirla. Essi crescono molto fissati con l’hockey e con la mortalità anzianile e tutto questo passi, ma poi pagare per veder giocare a hockey in posti che si chiamano la rèssega e la valascia è francamente troppo. Un’altra stranezza della svizzera è che non ce n’è uno a pagarlo un miliardo che parla svizzero, poi sono in europa ma non se ne accorgono inoltre hanno località che si chiamano sputzermuller e boscoburìn ma se ne sbattono un altro paese si chiama coglio e secondo me non gli conviene ingrandirsi troppo gli conviene approvare un piano regolatore inflessibile. Niente da dichiarare bisogna dirlo con umiltà e molta educazione altrimenti lo stronzo ti smonta la macchina, i militari di settant’anni devono tenere il fucile in casa nel caso gli venisse il buzzo di accoppare la moglie e meno male che è un paese neutrale o magari ti accoppano un finto ladro mai accettare inviti di notte da chi non conosci poi magari ti spara col fucile dell’esercito e ti dà pure del ladro morto, uomo avvisato mezzo salvato l’altra metà schiatta prima per lo spavento, ma i doganieri hanno tutti il colpo in canna anche se vai lì solo un attimo per fare benzina e se ti chiami tipo sorensen puddu sorensen al limite può andare ma puddu scatta subito il controllo incrociato della carta d’identità bollo auto libretto di circolazione carta verde patente apra il bagagliaio e si tolga le mutande tutta la cocaina mascherata da pecorino sardo che le trovo nel culo è per usucapione mia attenzione viasuisse segnala c’è una pericolosa testa di cazzo che viaggia contromano sull’autostrada col cavolo che ce n’è una sola è da mezz’ora che incrocio svizzerotti contromano che mi schivano come se avessero schifo m’insultano e mi fanno i fari.

Invenzioni della svizzera guglielmo tell amianto swatch

prodotti del sottosuolo cavó cipolle talpe da pelliccia grosse come tapiri patate gnomi

ricchezze del soprassuolo minkia il lilla che invoglia cioè sukka la milka turgida e paonazza questa riga è vietata ai minori mettete il parental control e verrà cancellata o sostituita con qualcosa di peggio purché approvato dal moige la bandiera svizzera è una croce bianca in campo rosso e questo fa molto incazzare i turchi che dicono ci prendete per il culo con le crociate come la maglia del centenario dell’inter ma gli svizzeri non le hanno fatte le crociate, non lo sapevano nessuno li ha invitati l’inter invece sì li ha invitati moggi sperando che si facessero ammazzare tutti. Ci sono anche gli svizzeri italiani che gli piace parlare un italiano strano e provocatoriamente forbito oppure un pochettino idiota per darsi importanza per esempio loro il tentato omicidio te lo chiamano mancato omicidio cioè tu ti becchi otto anni per mancato omicidio e ti viene il dubbio che ti hanno condannato per non esserci riuscito, ma prima di darti gli otto anni entra in scena la procuratrice federale che fa davanti a tutti una pantomima che si chiama richiesta di pene e tu ti dici ma guarda che insaziabile svergognata che è questa qui. Attenzione viasuisse segnala una vettura in fiamme provoca disagi ma come sono perspicaci questi qui di viasuisse. Il giorno della festa nazionale va in scena una grande cerimonia in un posticino sacro che si chiama praticello ma la cerimonia viene sempre rovinata da contestatori ultrà che scelgono proprio quel giorno per sporcare il praticello e questo è un grosso problema che viene dibattuto e palleggiato pingpong tra cantoni e parlamento federale perché non si riesce a stabilire se spetti ai cantoni o al parlamento federale emanare una legge ad hoc che proibisca ad esempio putacaso di cagare sul praticello almeno quando è festa nazionale che oltretutto sono andati a scegliere il primo di agosto e col caldo gli stronzi fumanti puzzano mas. La furbizia media in svizzera non è molto alta neppure tra i delinquenti ieri lo giuro ho sentito alla radio che a niderbìpp tre sequestratori hanno preso due ostaggi allora la polizia ha chiesto di liberare un paio di ostaggi per dimostrare la volontà di trattare e i sequestratori ci sono cascati e la sezione speciale doganieri giunta appositamente da brogeda con la bava alla bocca li ha fatti secchi trattandoli coi fucili ad alta precisione anche se non erano del tutto negri ma neanche lo speaker della radio ha capito che la cosa faceva ridere nemmeno quand’è saltato fuori che quelli fatti secchi erano gli ostaggi e invece di mettersi a ghignare è partito con l’evoluzione del tempo vieppiù soleggiato da mercoledì a sabato a meno che disgraziatamente non grandini o nevichi, del resto era lo stesso speaker ch’era riuscito a dire che l’ambizione di un certo bertrand picard amante sport estremi e suicidi tipo patrick de spatasciòn riposimpace era spiccare il volo di giorno e rimanerci durante la notte, senza rendersi conto di aver sfoderato la battuta noir del secolo.

Spero d’essere stato prezioso ed esaustivo e di non aver offeso nessuna testa di cazzo perché questa cosa m’è venuta in mente di notte non di getto ma a dispettosissimi fiotti di farina del mio succo e a furia di prendere il blocchetto e la penna e la piletta da sotto il letto e scrivere stortignaccolo al freddo e rimetterli a posto e riprenderli e scrivere e rimetterli a posto e riprenderli e scrivere e rimetterli a posto e riprenderli e scrivere e rimetterli a posto mi sono slogato una spalla e rotto il cazzo torcicollo c’era la polvere sul blocchetto sono allergico a quegli stronzi degli acari il primo che mi viene ancora a dire la svizzera non esiste te la sei inventata lo spolpo adesso dormo andate affanculo voi e la svizzera.