"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"

lunedì 29 marzo 2010

Lettera di rifiuto (immaginaria ma non troppo)


Stamattina ho ricevuto (ma spero di essermela solo sognata) questa bella letterina editoriale:


TOTUNNO E TURIDDU MONTATTORI DI TORI

LIBBRI, AUDIOLIBBRI, PIZINI E CALCESTRUZI IN HOFERTA



Centili sinior Escriba tottòr Zilvio,


Cu mmynkja sìì?

Picciò, si nun me dicisti la coscha de riferimmentu de vossia, e lu nomine du pathrino toio, cumme faccio appubblicarte le tue fetenzìe? E qomuncue pucioppo pecchistanni stemo gia à postu, coi rumanzuna de nothri afiliati (chi stano havendu moltisimo sulcesso, e chi ne l’interese de la salute e de la longivivenza de l’affamigghia toia te consilio vedi de cumprari…)


Qomuncue nun ce spedire più ‘na mynchja, che accà nisciuno sapi legere.

Esequie indistinte.


In fete,


Braccobalda Provenzano


psst. si le serviresero calcestruzi o cemmenti per sepelire qualco spiùni in cantina, o segnalibbri in fero batuto, che mannasse na sechiata de denari fermo pozzo allu cascinale nosthro…



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sabato 27 marzo 2010

RACCOLTA DIFFERENZIATA (10) - vecchi racconti inediti del Nick


L’ERRORE



Lo seppero così.

Mandai in giro tutte queste partecipazioni per il mio matrimonio. Non vi dico la fatica per ricopiare a mano gli indirizzi, erano centinaia. Non vi dico i soldi spesi per cartoncini, buste, francobolli. A trentasette anni, mi ero finalmente deciso.

La prima a telefonarmi fu la zia Betta. Zia Betta è la zia Trepertré: tre figli, nove nipoti, ventisette potenziali bisnipoti, e via triproducendo. Non sono un esperto di crescite esponenziali, ma se nessuno li ferma basteranno loro, a saturare la Terra. La bomba demografica zibettiana.

«Povero Christian» disse, «càpitano tutte a te.»

«Perché, cos’è successo?» cercai di capire.

«Le partecipazioni» disse la zia. «Te le hanno sbagliate.»

«Come sbagliate.»

«Ma anche tu, accidenti. Non potevi controllare? Mai fidarsi!»

«Ma io le ho ricontrollate!»

«Christian, c’è un errore pazzesco. Grossolano!»

«Cioè?»

«Ma il nome di tua moglie! Hanno scritto Angelo invece di Angela, quei deficienti!»

«Non c’è nessun errore.»

«A proposito, quand’è che ce la fai cono…

venerdì 26 marzo 2010

A 15 anni la mia firma sulla Gazzetta dello Sport! (E faccio una figura di merda)


più bastiancontrario di così…



Ho ripescato nella scatola dei ricordi un ritaglio incredibile, una chicca pazzesca. Che rivela l’inizio precoce sia della mia carriera di grafomane che del mio cattivo rapporto con la stampa nazionale. Erano in corso i Mondiali di Spagna del 1982. Avevo solo 15 anni. Scrissi una lettera alla Gazzetta in cui attaccavo un giornalistucolo stronzo (di un altro giornale) che aveva fatto dell’ironia sulla presenza di squadre africane e centroamericane, e proponevo un torneo con molte più nazioni (in quell’edizione erano appena passate da 16 a 24). Mi venne pubblicata a stretto giro di posta. E io, pieno d’orgoglio, la ritagliai per conservarla, anche se nel titolo avevano ridicolizzato la mia idea (mica poi così scema, visto che in seguito diventarono 32…). Ma non è questa la lettera galeotta, bensì l’altra, sempre scritta a mano, che spedii al termine della prima fase, pochi giorni dopo, da Pinarella di Cervia, dov’ero nel frattempo andato in vacanza con genitori e fratellino. In quella il vostro futuro scrittore si arrabbiava per la composizione assurda e sbilanciata dei gironi, che provocava l’eliminazione di belle squadre e ne salvaguardava di squallidissime, protette dal fatto di essere teste di serie. Da appassionato neutrale e non patriottico che si gustava tutte le partite, ero dispiaciuto per il fatto che Scozia e URSS, di cui mi aveva colpito il gioco spumeggiante e offensivo, si fossero scontrate nel girone del Brasile, e una fosse andata a casa, mentre invece era proseguita l’avventura di due squadre del più antispettacolare dei gironi, quello che comprendeva Italia, Polonia, Camerun e Perù (con tanto di sospetti di combine a gravare su Italia-Camerun). Detta così, a quel punto del mondiale, non sembra così assurda, vero? (A quel punto del mondiale, vi furono anche interrogazioni parlamentari sui premi troppo alti che quei grattaculo di calciatori pretendevano, e un deputato arrivò a definirli “feccia”). Passavano i giorni, e questa seconda, al contrario della prima, non veniva pubblicata. Lo svolgimento del torneo, però, finì col tramutare il mio disappunto in ansiosa speranza che quella lettera NON venisse resa nota. Eh già, perché l’Italia s’era messa a infilare un’impresa via l’altra, aveva battuto Argentina, Brasile (indimenticabile emozione in uno sgabuzzino sul retro del Bagno Oasi, con dei francesi antipatici che sul 2-2 accompagnavano ogni attacco del Brasile con un “Attention, troisième!”) e Polonia, e una ventina di giorni dopo la spedizione di quel mio pezzo delirante si preparava ad affrontare la Germania Ovest in finale al Bernabeu. A quel punto mi ero ovviamente “convertito” anch’io. A quell’età si è parecchio pecorelle: come potevo non farmi contagiare dall’entusiasmo degli amici? Inoltre, a causa d’infortuni e defezioni varie, l’odiata nazional-juve era giunta a schierare, in finale, ben tre miei beniamini nerazzurri: Bergomi, Oriali e Spillo Altobelli! Tornammo dal mare proprio quell’11 luglio, e andai a vedere la partita da un vicino di casa, un vecchio ex ciclista costretto su una sedia a rotelle che aveva la tv a colori, forse l’unica di tutto il paese. Poi, mi rivedo ancora per strada a festeggiare. Avevo un enorme campanaccio di quelli per le mucche, più da tifoso svizzero che italiano, tanto per non smentire la mia strampalata diversità. Ma torniamo alla Rosea. Nei giorni successivi, paginate di Olé per il trionfo italiano sotto gli occhi di Pertini. Paginate di commenti entusiastici, anche da parte di gente che era stata più scettica e cattiva di me, e che adesso era ben contenta di fare dietrofront e gridare Forza Azzurri (che erano stati in silenzio stampa proprio per la ferocia di quegli stessi giornalisti che adesso li sommergevano di lodi e retorica trionfale). Una celebrazione uniforme e in pompa magna. Non una nota stonata. Anzi, una sì. Il 14 di luglio, a pagina 2, compare una lettera, e a me mi prende un colpo. Quasi un mese dopo averla spedita! Non dicono che l’autore è un ragazzino di 15 anni (non possono saperlo) e sono ben contenti della scorrettezza di farla apparire così, fuori tempo massimo, per fargli fare una figura di merda con milioni di lettori, e con gli amici. Da cui infatti mi beccherò insulti e sfottò. (E magari questo post provocherà agnizioni degne d’un film o d’un romanzo: se qualcuno di voi all’epoca leggeva la gazza, potrebbe ricordarsi di averla vista e dirmi: “Hey, ti avevo mandato affanculo anch’io!”) Né potrà salvarmi il fatto che in fondo ci sia scritto “Nicola Pezzoli (Cervia)”: inutile tentar di far credere che si tratti di un omonimo, lo sanno tutti che vado al mare lì. Ma ecco qui sotto il reperto storico, la lettera del moccioso imbecille che faceva meglio a starsene zitto (tengo però a precisare che si tratta del solito scialbo condensato riscritto “da loro”, perché io già a quell’età mi esprimevo assai meglio, e con più verve).


Le “ingiustizie” del mondiale


“La partita tra URSS e Scozia ci ha mostrato due squadre entrambe meritevoli della qualificazione. Non mi è parso giusto che la Scozia sia dovuta ritornare a casa mentre una squadra come la nostra, per esempio, sia andata a Barcellona.

Tutto ciò mi è parso un’offesa ai veri valori del calcio. Non è giusto che i meccanismi di sorteggio continuino a favorire squadre o scuole ormai ammuffite. È inammissibile che si creino gironi abissalmente diversi uno dall’altro e non è giusto che a rimetterci debbano essere quasi sempre delle squadre colpevoli soltanto di non avere un passato maggiormente glorioso ma che, adesso come adesso, potrebbero davvero insegnarci qualcosa.”


Nicola Pezzoli

(Cervia)


Ritaglio da “La Gazzetta dello Sport”, 14 luglio 1982.

mercoledì 24 marzo 2010

RACCOLTA DIFFERENZIATA (9) - vecchi racconti inediti del Nick


LA TALPA



Usava definire talpa l’ultimo della classe. A patto che questi fosse ultimo in maniera eclatante e inappellabile. Non si avevano notizie di talpe a pari merito, o di talpe in rimonta con fuori la freccia sulla corsia di sorpasso per diventare penultime.

Forse aveva qualcosa a che fare con la semicecità della bestiola. I più svegli venivano definiti aquile: c’entrava quindi la vista. La memoria visiva. Il colpo d’occhio che intuisce, che afferra le cose al primo sguardo. Lo sguardo che cattura, informazioni o prede. L’intelligenza che brilla negli occhi. La talpa della classe aveva sempre gli occhi opachi. O forse era solo la differenza simbolica fra lo scavare gallerie e il volteggiare nei cieli. In fondo ben poco c’importa. Di aquile e talpe in ogni caso si trattava.

Fu per questo che la Dal Pànigo Caterina venne da noi ben presto chiamata, crudelmente, “la Dalpa”. Si fingeva di abbreviarne il cognome. Si voleva marchiarla in via ufficiale come Talpa.

Ce la ritrovammo in classe in prima media, quando a noi di Gemonio si aggiunse la sparuta pattuglia di quelli di Azzio e Orino, paeselli di mezza montagna provvisti di scuole elementari ma non delle medie inferiori. Sapevamo che, con la piega del tutti promossi che aveva preso la scuola dell’obbligo, la Dalpa ci avrebbe allietati fino in terza con le sue incredibili gaffes. Era una vera e propria superstite di tempi passati. Di quando i figli dei contadini arrivavano a scuola dopo aver sentito declinare per tutta l’infanzia soltanto il dialetto, e con sfumature diverse da fattoria a fattoria.

Io ero un’Aquila Reale, e me ne compiacevo fin troppo. Neanche fosse stato merito mio, e non dei genitori e della fortuna, o sfortuna, biologica. Buona parte della colpa ce l’avevano i professori, che mi riempivano di elogi del tutto superflui, se non deleteri, per un ragazzino di undici anni. Al ricevimento genitori, una prof di musica disse a mia madre che le avevo presentato una ricerca da quinta liceo se non da università, e nel dirlo si commosse, e la Delgado di educazione artistica gridò davanti a tutti i genitori allibiti che aveva effettuato di sua iniziativa un test a sorpresa di cultura generale in cui la classe aveva fallito miseramente, eccetto uno, e purtroppo scandì a voce alta il nome di quell’uno, così che mia madre venne carbonizzata dagli sguardi furenti degli altri, e non dovette chiedere scusa ma quasi.

Comunque, i compagni non mi odiavano. I ragazzini odiano i secchioni, e io ero sempre al campo a giocare con loro. Ero anzi il più solerte organizzatore di partite a pallone. Né mi accontentavo di lasciarli solo copiare da me. Alle elementari avevo aiutato l’Amedeo e il Sauro, due fratelli nati in Germania da emigranti del sud. Avevano gravi difficoltà nel leggere e scrivere, e rischiavano, loro sì, la bocciatura, e li aiutai a rimettersi in pari seguendoli ogni pomeriggio a casa mia come un baby insegnante che dà ripetizioni gratuite.

Durante le interrogazioni, poi, mi piaceva suggerire in maniera spettacolosa. Una volta, chiamato fuori in storia proprio con l’Amedeo, in piedi di fianco alla cattedra con la prof che mi volgeva le spalle per torchiare lui dalla parte opposta, feci il saluto nazista per fargli capire chi aveva invaso la Polonia nel ‘39.

«L’attaccapanni» disse una tipa spiritosa dalla prima fila di banchi.

«Hi-Hi-Hitler» tartagliò invece il buon Amedeo, che mi aveva capito al volo.


Quando venni a sapere da mio padre che la Dal Pànigo Caterina era una lontana parente, cugina di ottavo grado o giù di lì, ebbi una reazione di stupido fastidio. A quanto pareva, proveniva dal ramo dello Stevendàsh, che da piccolo era stato per me un’unica indecifrabile parola, e che invece significava “lo Stefano di Azzio”.

La Dalpa una mia cugina! Avrei preferito un collaterale assassino, che so, un prozio in galera a San Vittore, tutto piuttosto che l’affinità imbarazzante con quell’incredibile talpa. Mi vergognavo di lei. Speravo non si venisse a sapere. Quella ragazzina grassoccia, occhialuta e taciturna era un totale disastro. In un compitino di religione aveva appena scritto che il pane azzimo era pane condito con olio pepe e sale.


Con una certa mancanza di tatto, la professoressa Durrenbauer-Dorfner prese l’abitudine di chiamare attorno a sé noi rapaci, io aquila reale, un altro mio amico aquilotto, due grifonesse e due poiane, per farsi aiutare nella correzione dei compitini-lampo di storia e geografia.

Rilucenti d’orgoglio, prendevamo le nostre seggiole e andavamo ad appollaiarci a semicerchio vicino alla grande cattedra, in alto sul soppalco di legno, innalzati dieci centimetri al di sopra dei nostri compagni comuni mortali.

Io e l’aquilotto, armati di penna bic rossa, avevamo in mente uno scopo preciso. Individuare il compitino della Dalpa e impossessarcene prima delle altre professoresse onorarie, per regalarci quattro risate. Mettemmo gli artigli su un compito di geografia in cui le ricchezze del sottosuolo della Grecia erano individuate in elettricità, patate, cipolle. E su uno di storia in cui veniva così brevemente tracciata l’origine del popolo ebraico: gli Ebrei erano un popolo che si nascondevano per non farsi vedere dai turisti.

Un minimo di pietà si celava nei nostri cuori, per cui facevamo di tutto per non farci scoprire da lei. Soffocavamo le risate, rimandavamo l’esplosione all’intervallo nel cesso dei maschi, la cui porta spalancavo sempre con un calcio da bullo, e se proprio non ci riusciva di trattenerci facevamo di tutto per non guardare verso il banco della Caterina.

Ma fu il giorno delle due grandi potenze mondiali che avvenne il patatràc.

Vedemmo quella bestialità, e ce la passammo increduli l’un l’altra, scoppiando a ridere a crepapelle, Durrenbauer-Dorfner compresa.

Le due grandi potenze mondiali, i due colossi che dividevano il mondo della guerra fredda nei due blocchi Est e Ovest, si chiamavano nientemeno che USAG e URSS, vale a dire l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e l’Utensileria di Gemonio. Non riuscimmo proprio a evitare di sganasciarci tutti quanti, e quelle stupide delle grifonesse e delle poiane si sganasciarono voltandosi apertamente a guardare verso la povera Dalpa.

La quale, intimamente, atrocemente ferita, scoppiò in lacrime.

Giuro che in quel momento avrei pianto anch’io. Mi sentivo un essere immondo. Insensibile e idiota. Non tanto o non solo per aver contribuito a farla piangere. Ma perché sapevo benissimo che non avrei mai avuto il coraggio di andare a consolarla, che non avrei mai saputo chiederle scusa.

Nella vita, di lì in avanti, un baratro ci avrebbe separati. I miei occhi di aquila un po’ stronza percepivano in maniera tangibile la divaricazione che si produceva.

Chi si sarebbe trovato dalla parte migliore non lo sapevo.

Solo intuivo che la sua sarebbe stata più facile.

Probabilmente a quarant’anni, sposa, mamma, proprietaria terriera, intellettualmente serena, inconsapevole, ignava, intrattenuta dalle tv commerciali e telefonatrice coatta, a quarant’anni sarebbe stata lei a farsi beffe di me.

domenica 21 marzo 2010

Scusate se per una volta mi occupo della... lippa


THANKS, MARCIONELLO!



Marcionello Lippi, bell’omino imbrillantato della juve ai tempi di bettega moggi giraudo (in attesa dell’Atto Secondo?), bel paparino di uno dei tanti esponentini della ”meglio gioventù” della GEA, nonché ct fortunoso-culoso dei Ladroni del Mondo 2006 (nel suo giardino avrà fatto un monumento a quel coglione di arbitro spagnolo, senza l’idiozia del quale Italia-Australia andava ai supplementari in 9 contro 11, e gli azzurri tornavano meritatamente a casa) è di nuovo uscito allo scoperto con l’ennesima velenosa e gratuita (ma non casuale) frecciata contro l’Inter, che sarebbe sì, bontà sua, “una grande squadra”, ma non “rappresenta l’italiA, perché non c’è neanche un italiano in squadra”. (Fosse stato intellettualmente onesto avrebbe detto che come club rappresentiamo “un movimento”, cioè la nostra serie A, che guarda caso potrebbe in futuro avere 3 oppure 4 squadre in Champions anche in virtù dei punti che porterà l’Inter con la sua avventura di quest’anno). Ora, a parte la palese e non professionale (diciamo pure STRONZA) mancanza di rispetto nei confronti di Materazzi che la Coppa del Mondo gliel’ha fatta vincere, nei confronti del giovane (bravo ragazzo) Santon e del giovane (stronzetto antipatico) Balotelli, a parte tutto questo: chi cazzo se ne frega di rappresentare l’italiA? Siamo una squadra di club, ci chiamiamo Internazionale proprio perché nati da scissione con gente che stranieri non ne voleva, e siamo orgogliosi di rappresentare soltanto noi stessi. (A proposito: ci portiamo pure dietro la macchia infamante di comparire tuttora nell’Albo d’Oro come Ambrosiana, nome di merda che c’imposero i porci fascisti: a quando una benemerita azione legale per riscriverci INTERNAZIONALE?!) Io, personalmente, semmai ti ringrazio della puntualizzazione, caro Marcionello: chi cazzo se ne frega di rappresentare il paese delle mafie, dell’analfabetismo di ritorno, dei criminali in parlamento, dei baciapile leccapapa, degli sciacalli ridens che festeggiano il terremoto, dei mediocri raccomandati che prosperano con arroganza, il paese eternamente svergognato da calciopoli non certo per colpa di Moratti o dei figli di Moratti?

Ma il punto è che certe parole non vengono sputacchiate a caso. Il punto è che, pur se i nostri stranieri non piacciono ai fascisti autarchici italioti (e men che meno il nostro intelligente allenatore straniero senza peli di culo sulla lingua), noi vorremmo avere il diritto, visto che nei nostri stranieri che non piacciono non vi è nulla di ILLEGALE, di competere alla pari con i nostri avversari, senza che le parole deliranti di un ct antipatico e viscido facciano venire il dubbio ai vari Rosetti Tagliavento e Rocchi che dare un po’ contro alla squadra “non italiana” sia, in fondo in fondo, qualcosa di giustificabile e altamente patriottico. (La cagna patria, parola che odio, forse perché le pecore la elencano sempre tra i sommi valori subito dopo l’altra bella paroletta, “dio”) Il clima è lo stesso della fine degli anni 90. Quando per influenzare gli arbitri e indirizzarne le decisioni (almeno quelle poche che già non indirizzava di persona chi sappiamo) persino le più alte (si fa per dire) cariche istituzionali si riempivano la bocca di cagate moralistiche sui troppi soldi spesi per Ronaldo (soldi privati di Moratti, non soldi pubblici elargiti dallo Stato alla Fiat). E quando, prima della finale di Coppa UEFA di Parigi, Inter-Lazio, l’allora presidente dei CONI GELATI Pescante se ne venne fuori a dire che lui avrebbe fatto il tifo “per la squadra italiana”! (L’Inter non lo era, poiché schierava ben 7 invasor… ehm… ben 7 stranieri, molti dei quali erano e sono argentini di origine italiana che parlano Italiano assai meglio di tanti “nostri” calciatorelli laureati… in playstation). Ma almeno a Parigi finì 3-0 per l’Inter. Tièèè!!

Se poi vai a curiosare in quei beceri pollai che sono certi forum calcistici, di simili carinerie sugli stranieri dell’Inter ne trovi ogni momento a bizzeffe, ripetute a pappagallo da un sacco di ignorantoni proprio perché le hanno sentite dire da certa bella gente in tv.

Non siamo una squadra italiana? E meno male! Fanculo, italiA di merda. Io ti guferò contro dal primo minuto del prossimo mondiale.

venerdì 19 marzo 2010

Una volta ti mandavano al confino, adesso ti rispediscono in questo paese di m.


VIA DALL’ISOLA, TESORO



Premetto che Aldo Busi non mi è simpatico. Che lo considero finito da un bel pezzo. E che se anche mi fosse stato simpatico non avrei visto un solo fotogramma della sua apparizione tv, in uno dei tanti squallidi programmini per minus habens italioti teledipendenti e mangiaspot formato Loggia P2. (Né l’esserci andato per sbugiardare quella diarrea mentale dall’interno è un merito tale da controbilanciare il demerito: essere lì, sull’isola fasulla dei morti di fama, anche per rilanciare la propria fama decadente.) Ma le reazioni del porcile mafioso, stronzo, bigotto e prepotente alle sue prevedibilissime provocazioni (“Una clausola mi imponeva di non parlare in modo offensivo di politica e di religione. Ho preteso che venisse tolta. Altrimenti cosa dovrei dire tutto il giorno? Cip-cip?”) fanno a dir poco accapponare la pelle. Nessuno, nemmeno le sottocaricature di associazioni consumatori che ci ritroviamo (per non parlare di quelle di genitorelli col cervello in allocazione anale), trova mai niente da ridire su programmi che in fascia non protetta sottopongono a ragazzini in tenera, delicata, pericolosa età imitazionale modelli di stupidità estrema, banalità esibita, idiozia caciarona, superficialità, ignoranza, imbecillità violenta, razzismo, omofobia, idolatria del denaro e del potere, istigazione allo schiavismo, indottrinamento alla telefonia compulsiva, bestialità cazzofigacea, insulsaggine modaiola, analfabetismo compiaciuto e arrogante (animali che si vantano di non leggere…), pubblicità pubica, velinismo prostituzionale, e chi più ne ha più la smetta. Ma se poi sullo schermo compare uno Scrittore che chiama le cose col loro nome, che dice le inevitabili e sacrosante parolacce (“pornografia verbale”, la chiamano gli intelligentoni del Moige), che osa esprimere quello che pensa di Herr ratzingeR, invece di mettersi a novanta gradi a far salamelecchi senza dignità come fanno le nostre più alte (si fa per dire) cariche istituzionali, APRITI CULO! Subito scatta la rivolta delle beghine, lo sdegno dei più laidi fascisti, il belato delle pecore, il latrato dei cani pastori, insorge lo scorreggìo delle facce da culo, l’erezione delle teste di cazzo, affamate di censura come cagne magre a digiuno da un mese a cui si mostri dall’alto delle reti del canile un trancio di carne insanguinata. Siccome oggi sono molto impegnato e assai poco ispirato, non mi metterò a inventare nuove parolacce. Mi limiterò a riportare in breve il campionario di reazionarie reazioni a Busi che mi è toccato, fra l’incredulo e il divertito, fra l’incazzato e lo sgomento, apprendere sul sito dell’ansa. Giudicate voi.


"Quello che è accaduto ieri sera durante la puntata dell’Isola dei famosi è inaccettabile". Così Maurizio Lupi, Vice Presidente Pdl della Camera dei deputati e componente della commissione di Vigilanza Rai. "Aldo Busi - spiega - ha insultato, davanti ad una platea di milioni di telespettatori, il Papa. La Rai dovrebbe fare servizio pubblico, non mandare in onda a pagamento trasmissioni e personaggi che offendono il Santo Padre e tutti i credenti. Mi auguro che il Presidente Garimberti, di cui conosco l'assoluta sensibilità, insieme al direttore generale e al Consiglio di amministrazione, intervengano immediatamente per fermare questo scempio. Chiedo che Busi non partecipi più ai programmi della Rai".


"La maggioranza, in Commissione di Vigilanza e nel Cda Rai, ha fatto di tutto in questi giorni per imbavagliare i talk show e perché in tv venissero bandite la politica e le critiche al governo. E' singolare che altrettanto zelo non venga dimostrato nel controllo dei contenuti di altri programmi del servizio pubblico". La denuncia è di Lorenzo Cesa, segretario dell'Udc riferendosi agli attacchi di Aldo Busi al Papa nel corso dell'Isola dei Famosi". Cesa spiega: "ieri in uno di questi, oltre a una 'raffinata' analisi politico-economica in diretta dal Nicaragua del noto economista Aldo Busi, dallo stesso personaggio è stata dileggiata senza ritegno davanti a milioni di telespettatori la guida spirituale dei cattolici nel mondo. L'azienda e la Vigilanza tolgano il paraocchi e guardino cosa succede negli altri programmi".


Il Codacons plaude alla decisione della Rai di escludere Aldo Busi da tutte le trasmissioni dell'azienda, ma ritiene che il provvedimento sia tardivo. "Già dalla prima puntata dell'Isola dei Famosi lo scrittore andava mandato a casa - afferma il presidente Codacons, Carlo Rienzi - Busi, infatti, fin dalle prime battute del programma si é abbandonato ad un linguaggio volgare e ad espressioni di cattivo gusto, nel tentativo fallito di provocare e suscitare attenzione sul suo personaggio o su temi a lui cari. Linguaggio e provocazioni non graditi ai telespettatori, molti dei quali hanno scritto al Codacons denunciando le scurrilità dello scrittore". "Giusta quindi la decisione della Rai di escludere Aldo Busi dalle trasmissioni dell'azienda, ma assolutamente tardiva, in quanto si chiude la stalla quando i buoi sono già scappati" - conclude Rienzi.


Per Francesco Storace, segretario nazionale de La destra, "é scandaloso che ci si preoccupi più delle trasmissioni di informazione che disinformano anziché del consueto e immondo spettacolo che continua a dare Aldo Busi in Rai con i soldi del canone. Gli inni alla pedofilia, gli insulti al Papa sono sconcertanti, indignano e rendono sempre più cupa una società ormai priva di etica. Sono queste le cose per cui certa gente dovrebbe andare in galera".


Sottoscrivo le parole di Aldo Grasso, che indirettamente indicano il VERO motivo dell’ostracismo dello Scrittore, totale corpo estraneo in un pollaio di ex sciacquette novantenni rifatte: “Busi era l’unico che parlasse in italiano, gli altri, a cominciare dalla conduttrice, mettono insieme alla rinfusa vocaboli ed espressioni… sono prigionieri delle frasi fatte e dei peggiori luoghi comuni (dove si annida il conformismo e l’insincerità). Per questo la Ventura continuava a ripetergli: “Rischi di non essere capito, hai capito?”… si è consumato il dramma dell’incomunicabilità e dell’ipocrisia.”


Lasciatemi solo aggiungere che, di tutti gli altri, quello che dà meno fastidio è proprio il fascistone, coerente con se stesso. Ma non rappresenta uno scandalo al limite del falso ideologico che quell’associazione si chiami codacons, come se li rappresentasse TUTTI (e a nome di tutti si permette infatti di parlare!) e non codaconsbf, aggiungendo per onestà e chiarezza quel “bf” che sta per bacchettoni e fascisti? “Si chiude la stalla quando i buoi sono già scappati”?. Be’, i buoi non so (a proposito, complimenti per l’intelligenza del luogo comune!) ma in compenso state tranquilli: le pecore ci sono ancora tutte.

giovedì 18 marzo 2010

RACCOLTA DIFFERENZIATA (8) - vecchi racconti inediti del Nick


DOTTORESSINA



Ero stato l’unico a non avere l’idea, a quanto pare.

L’idea era venuta al capo area. Eravamo usciti in affiancamento. Cioè lui telefonò la sera sul tardi e io andai a prelevarlo davanti a casa la mattina dopo. A dirla chiara m’era come al solito piovuto tra i coglioni. È che io ero l’agente più vicino. Mi teneva di riserva. Se all’ultimo gli saltava un affiancamento a Udine o Modena o Bolzano, lui tac!, piovigginava tra i coglioni al sottoscritto. Allora il sottoscritto metteva giù di notte in fretta e furia un giro di lavoro vero per menare il can per l’area. Per quel giorno me lo potevo scordare, di lavorare due o tre ore e poi farmi gli affari miei.

Almeno era bravo a vendere e mi faceva impennare il fatturato, di buono c’era questo. Era una macchinetta per vendere, il mio capo area. Era al mondo solo per rifilare roba agli altri. Il mio capo area era uno di quelli che se vanno al mare dopo due giorni si rompono di essere al mare e tentano di vendere le ciabatte usate al bagnino, o la suocera agli zingari. (In America hanno fatto un film su un tizio che si chiamava Bill Porter. Uno che vinse il premio di venditore dell’anno. Ecco, era come il mio capo area, Bill Porter. Un venditore di successo. Un tutt’uno con la Vendita. Bill Porter era anche cerebroleso dalla nascita. E questo vorrà pur dire qualcosa.)

Quel giorno, fra la dozzina di dentisti che visitammo c’era anche la dottoressina – due tre anni più di me – che esercitava nel prestigioso studio paterno. Io per la cronaca ero un rappresentante ventitreenne molto demotivato e molto imbranato. Più demotivato, che imbranato. Proprio non me ne fregava niente di rifilare tutta quella merda a tutti quegli stronzi. Ma la minimum tax del ministro Goria si preparava a stangarmi, sulla base di guadagni presunti almeno QUADRUPLI. Ero una ditta individuale già avviata a cessazione. Io al mare ci sarei stato vent’anni di seguito, e senza tentar di vendere nessuna cazzo di ciabatta a nessun cazzo di bagnino. Solo che per andare al mare dovevi prima vendere. O te stesso o qualche prodotto di merda o tutte e due le cose. Era quella la fregatura. Era tutta una maledetta trappola. Non se ne usciva. Nessuno ne sarebbe uscito mai.

«Va là che io con la dottoressina ci proverei, se fossi in te.»

Gli era venuta ‘sta idea. Era come se avesse voluto vendermi la dottoressina.

L’idea era venuta anche alla dottoressina, a quanto pare. Neanche si fossero messi d’accordo. Una manovra a tenaglia per stringermi in trappola. Una trappola di genere diverso, ma complementare a quella del lavhorror.

«Sono contenta di aver fatto l’ordine con lei» aveva cinguettato la volta dopo, quand’ero tornato da solo per vedere se si decideva a comprare da noi. «È l’unico rappresentante simpatico di tutti quelli che vengono, e sono contenta di aver a che fare con lei.»

Un ordine piuttosto risicato, a dir la verità: quattro strumenti canalari, un po’ di frese su cui la provvigione era quasi nulla, un assaggio di materiale da impronta, e puttanatine monouso sulle quali non guadagnavo una lira. Niente amalgama niente composito niente lampade sterilizzanti all’ultravioletto. Non un nuovo cliente da festeggiare a sigari e spumante, insomma.

«La cosa è reciproca» m’ero lasciato scappare. E adesso ero nei guai.

Mi sentivo in pericolo. Lo sapevo per certo. E mi ci ero messo con le mie stesse mani. Con la mia stessa lingua. Su idea di altri.

Perché la dottoressina era simpatica e non brutta e gentilissima e probabilmente piena di soldi. Ma io non ero innamorato. Né attratto fisicamente. Su questo avevo dati certi. Scientifici. Cento seghe in quel periodo, e non una pensando a lei. Vorrà pur dire qualcosa.

L’assistente bionda del dottor Kerringher, quella sì che avrei trapanato fino al dente del giudizio. Volevo dire il giorno, del. E probabilmente ci stava. Ma ero uno stupido timidone ventitreenne, e la biondina andava per i quaranta e doveva saperne una più del diavolo. Ventina di seghe e stop. Diciamolo, come timidone non potevo finir preda che di tipi a posto come la dottoressina, che avrebbe smesso di darmi del lei dopo l’anello di fidanzamento e mi avrebbe spalancato le gambe vergini solo in viaggio di nozze, con meta decisa da lei o dal suo babbo dentistone.

Ma poi, a che vita mi avrebbe costretto? Piena di soldi, ma non mi avrebbe certo mantenuto. Lei a far miliardi coi ponti e le dentiere e io a casa a scrivere poesie? Sì, domani. Scòrdatelo. Funziona mica così. E comunque non certo a Varese. Qui i soldi ce li hanno per farli pesare. Non per alleggerirsi l’esistenza. Figurarsi alleggerirtela a te, poeta da strapazzo. In ogni caso dovevo difendere con le unghie la mia libertà. Difendere la mia povertà. La mia dignitosa balordaggine. Buttar via la vita ma senza il concorso di altri. Me la sarei cavata benissimo da solo, come fallito.

Nello studio della dottoressina c’era un cartello che diceva così: IL BUON DIO TI HA FORNITO I DENTI GRATIS PER BEN DUE VOLTE. RICORDATI CHE ALLA TERZA LI DOVRAI PAGARE. Giuro. Così, diceva. A me suonava tanto presa per il culo. A parte il fatto poi che avrei avuto moltissimo da ridire sia sull’intelligenza di quel “buondio” (ci voleva tanto a prevederne una decina, di set masticatori, o astenersi dal creare la carie?) sia sull’entità pazzesca dell’ammontar di quel “pagare”. Avrei voluto vedere la LORO, di minimum tax. Ma adesso il mio problema non erano né le tasse né i denti né le fanfaluche mitologico-superstiziose, adesso il mio problema era la dentista. Come liberarsi della dottoressina.

Be’, liberarsene fu di una facilità irridente, da restarci persino male. Da restarci malissimo. Senza volerlo, mi aiutò lei.

Alla visita successiva, una settimana più tardi, la dottoressina mi accolse truccata da uccello rapace. La paffutella acqua e sapone che avresti magari potuto sforzarti di trovare gradevole s’era tramutata in una maschera patetica e quasi volgare. Un uccello rapace pitturato coi colori di guerra che mi guardava minaccioso e concupiva la mia anima. Paura. Tremavano le gambe. Volevo scappar via di lì. La mamma. Volevo la mamma.

«Oh, cip ciao!» cinguettò l’uccello rapace non appena mi vide.

«Salve» avevo risposto io.

«Aah, cip salve» aveva ripetuto lei in un mugugno raggelato e deluso e spento, come se fosse bastato non dire anch’io Ciao per respingerla definitivamente, ferirla, insultarla, ripudiarla, infangarne la purezza dello slancio affettivo. Per un attimo temetti che mi si mettesse a piangere.

Pare strano, mi pare strano ancora adesso come mi parve strano allora, ma è così, era così – era bastato quell’imbarazzato e non premeditato Salve. Un salve ed ero stato salvo. Mi stupii che fosse stato così facile. Mi sentivo uno stronzo. La segretaria che stava lì mi guardava come fossi una cacchettina depositata da un chihuahua. L’altra assistente che poi mi dettò il nuovo ordine – corposissimo! – mi guardava come se stesse dettando a uno stronzo fumante. Mancava solo si tappasse il naso per non annusarmi. La dottoressina dovette pensare che fossi un pezzo di merda. Lo ero. Mi sentivo in colpa. Triste per lei. E già pieno di rimpianti economici per me. Un vero stronzone.

Però ero anche sollevato.

Soprattutto sollevato.


Ma nei momenti più neri, in futuro, avrei sentito montare il rimpianto. Nei periodacci neri – niente lavoro né soldi né soddisfazioni né prospettive né un cazzo di nessuno da amare – nei periodacci neri avrei avuto sempre questa tentazione di provare a chiamarla. Una cosa ciclica. Per tutta la vita. Poi non la chiamavo mai, ma nel periodaccio successivo ci pensavo di nuovo. Solo che più il tempo passava più l’impresa, capirete, si presentava impossibile, assurda, paradossale.

Pronto, dottoressina, si ricorda di me? Sono quel rappresentante altissimo, castano, carino, che veniva a trovarla uno, due, cinque, venti, trentaquattro anni fa. Lei era innamorata di me e io no.

Vaffanculo, scemo.

mercoledì 17 marzo 2010

Correva il 1982, e noi correvamo verso la Serie A...


RICORDO BIANCOROSSO



Non è un vero racconto, solo una reminiscenza (deformata dal troppo tempo passato) scritta di getto e… in codice. Involontariamente stimolata dagli amici bloggers Euterpe e allelimo che, più o meno in quegli anni, e poche decine di chilometri più in là, andavano a vedere le partite del Monza. Sfido i più anziani e i più calciofili fra voi a indovinare qualche nome…


Avevamo 15 anni e l’abbonamento gratis alle partite del Gardinia. Lo ritiravi in un posto improbabile che si chiamava Cereria Schwartz. Portavi una foto formato tessera a questo signor Schwartz che fabbricava candele, e qualche giorno dopo andavi a ritirare l’abbonamento. Quell’anno il Gardinia, allenato dal genio Littorini, inventore dello schema “casino organizzato”, schizzò in testa alla classifica di serie B fin dalla prima giornata, e a tre quarti di campionato era ancora lì, incredulo più di noi increduli sugli spalti, che dominava. Erano belle domeniche d’emozione e d’avventura, dotate di uno strano, inspiegabile retrogusto epico, antico e provvisorio già mentre le vivevi. Forse perché in fondo lo intuivi fin troppo bene, che non saresti rimasto quindicenne a lungo… All’intervallo, l’omino dell’altoparlante ripeteva per la quattordicesima volta la pubblicità del negozio di stereo hi-fi Toshiba, poi dava i risultati parziali sugli altri campi che tutti sapevano già dalle radioline, infine passava a elencare i prezzi dei panini e delle bibite, e ogni volta un coro degli ultras gli rispondeva:

NOI!/PAGHIAMO!/QUEL-CAZZO-CHE-VOGLIAMO!.

A 15 anni ancora leggevo in chiesa e avevo paura a dire le bestemmie. Per raggiungere lo stadio si facevano venti minuti in treno e altrettanti a piedi, di buon passo. Una volta che pioveva come Dio la mandava, e tutti eravamo senza ombrello, dopo 19 minuti di doccia-bufera mi uscì di bocca sul marciapiede allagato la seguente perspicace costatazione seguita da madida semibestemmia salvata in corner: “Piove, Dio cagnòro!”

Poi, un brutto giorno, il biancorosso Gardinia dominatore del torneo ricevette la visita del Sacracorona United, e con esso del più potente Signore del calcio italiano, l’Onorevole Gian Pier Vituzzo Matruzzella, fratello di primo grado del presidente del Sacracorona, Pier Gian Vituzzo Matruzzella, che era uguale a lui ma diciamo meno alfabetizzato. (L’Onorevole Gian Pier Vituzzo era famoso per esser riuscito a dire in tv “Se io avrei saputo…”, ma in compenso Pier Gian Vituzzo avrebbe già incontrato serie difficoltà ad articolare “Se io”. Pare, dico pare, che ne incontrasse invece un po’ meno con la speculazione edilizia e il palazzinaggio abusivo.)

A proposito di “se”: se quell’anno il Sacracorona United fosse stato in A o in C le cose saressero andate diversamente. Ma purtroppo destino volle che staressero in B pure loro.

Ancor oggi non saprei dire come gli fosse venuto in mente, come gli fosse passato per la testa al presidente del Gardinia, l’avvocato Colapicco, di mettersi a fare prima della partita un giro d’onore sulla pista dello stadio-velodromo a braccetto con Gian Pier Vituzzo Matruzzella. Forse gli solleticava l’ego farsi vedere amico di uno così potente, poterlo esibire come fosse stato una merdaglia. Volevo dire una medaglia. Ma da ‘ste parti l’Onorevole Gian Pier Vituzzo Matruzzella, chissà perché, non aveva mai goduto di illimitati crediti di simpatia. Già nel passaggio sotto il nostro settore distinti cominciarono i primi pericolosi fischi, olezzi, peti e mugugni. Qualche buontempone, citando Totò, si spolmonò per urlare al Matruzzella: “Si ricordi che lei, in Italia, è un ospite!” Ma fu poi dalla curva stragremita che si levò il più fragoroso, assordante, protratto, autolesionistico dei:

LEGA!/ITALIANA!/FIGLI-DI-PUTTANA!.

Be’: contro il Sacracorona non fecero tecnicamente in tempo a farcela pagare. Ma quella fu l’ultima vittoria del Gardinia in campionato, e di lì in avanti, guarda caso, i biancorossi cominciarono a beccarsi arbitraggi che neanche Juve-Inter. Il tutto culminò nella drammatica Ciociaria-Gardinia della penultima giornata, partita che il genio Littorini, dopo altri vent’anni di onesta e incasinata carriera professionistica sulle panchine di mezza Italia, avrebbe ancora ricordato con un misto di stupore e di rabbia, ma con netto predominio del primo, perché va bene saper di vivere in un paese mafioso, ma quando certe cose te le vedi davanti agli occhi e te le senti sulla pelle ci resti talmente male da stupirti che non sia stato tutto un incubo. Fatto sta che in serie A salivano le prime tre, e perdi che ti perdi il dominatore Gardinia era ormai diventato quarto, ma stava ancora a un solo punto dalla terza, mentre il Ciociaria, nobile decaduta della nostra massima serie, addirittura annaspava per non precipitare in C.

A miglior garanzia per la regolarità di una simile sfida, fu deciso di affidarsi a un famoso e integerrimo arbitro straniero: dalla Liga Iberica il Gran Capo del nostro calcio Gian Pier Vituzzo Matruzzella si fece infatti prestare l’incorruttibile fischietto egizio-spagnolo Soriano Al Ladrèn, coadiuvato dai fregalinee Los Orbos e Ribaldones. Il Ciociaria, derelitta squadretta molle e allo sbando, ormai abbandonata persino dai suoi tifosi, dopo un quarto d’ora stava già sotto di due gol, realizzati dai giardinieri Bonasera e Turcazzi-Palazzi. Incredulo di un simile colpo di coda che ci riavvicinava in modo insperato alla serie A, diedi un bacio alla mia radiolina e col cuore esultante mi preparai un bel toast col formaggio e la pancetta. La vendetta di Gian Pier Vituzzo Matruzzella s’era dunque affievolita? Aveva avuto abbastanza soddisfazione? Si era accontentato di farli cagare addosso, i gardinesi che avevano osato offenderlo? Non si sarebbe spinto, per pura permalosità ferita, a falsare un campionato? Ma, come si dice, il calcio è strano, la palla è rotonda, gli asini volano e la merda è di cioccolato: in rapida sequenza arrivarono in groppa alle onde radio tre gol del Ciociaria segnati dalla vecchia gloria centoundicenne, scesa in campo con uno speciale permesso per usare il bastone e gli occhiali da presbite, e spostarsi in motoretta da una metà campo all’altra, Ilario Gasperone De Amicis. Rispettivamente su rigore (inesistente), punizione dal limite (inventata), altro rigore (che in confronto era netto quello su Grosso contro la povera Australia di ventiquattro anni dopo…) Gli unici modi in cui poteva essere battuto il nostro bravo e giovanissimo portiere Benedetto Michelangeli. Sul fischio finale dell’arbitro (i cui altri nomi dell’infinita logorrea anagrafica spagnola non potevano che essere y Cavròn y De Perro y Cabeza de Mierda) feci star zitta la radiolina, e sillabai accuratamente la prima vera bestemmia della mia giovane vita. Il mio toast l’avrei poi digerito nel tardo pomeriggio di lunedì. Quei due rigori, mai.

lunedì 15 marzo 2010

grazie di esistere, Amico Scrittore!



A furia di postare cose mie, e articoli cattivissimi su paccottiglia italiota che cattivissimi articoli merita, non vorrei correre il rischio di sembrare il solito coglione convinto di saper scrivere solo lui, il mitomane che scrive ma non legge le cose degli altri perché non li ritiene all’altezza del suo delirio. Tempo fa il babbo (il babbo!) inviperito dell’autore di un noto prodottino da classifica mise qui un commento in cui mi dava dell’invidioso. Gli risposi che se fossi un invidioso non invidierei certo il suo pargolo, ma i veri grandi scrittori, che invece, guarda caso, ben lungi dall’invidiare, AMO, e ringrazio di esistere inginocchiandomi davanti a loro. Per dimostrare che dicevo il vero, eccovi qui sette piccole perle che spero vi incuriosiranno, e magari invoglieranno a leggere qualcuno dei libri da cui sono tratte. Ve le servirò così, pure e scondite, senza l’invadente contorno di miei voti o considerazioni. Buona degustazione!
Fa una pallottola con il mio biglietto e tenta di gettarla nel cestino della carta straccia, ma lo manca. Per un attimo entrambi fissiamo la palla di carta sul pavimento, poi mi alzo e la butto nel cestino, dove c’è anche una buccia di banana: immagino la signora Dietrich che mangia la banana in quell’ufficio minuscolo e anche questo mi rende infelice.
“Siediti” dice la signora Dietrich.
Mi siedo.
“Ho saputo che ti è morto il cane. Vuoi che ne parliamo?”.
“No” rispondo io.
“È questo che ti rende infelice?” continua lei. “O c’è qualche altro motivo?”
Sto quasi per menzionare la faccenda della buccia di banana nel cestino della carta straccia, ma mi trattengo. “No” dico. “È solo il cane”.
La signora Dietrich riflette per qualche istante e capisco che parlare di un cane morto la imbarazza: sarebbe più a suo agio a consolarmi per la morte di un genitore, o di un fratello.
“Non voglio parlarne” ripeto.
Apre un cassetto e ne trae un blocco di permessi d’entrata: comincia a scriverne uno per me. Ha una bellissima calligrafia. Penso a lei che da piccola impara a scrivere in bella calligrafia e poi cresce per diventare assistente scolastico, e questo mi fa sentire triste.
PETER CAMERON, Paura della matematica.
Kellerman fa una sosta alla distilleria del gin. “Non sappiamo cosa farcene di quegli affari là”, dice il distillatore. “Quegli affari come si chiamano che lei ha sotto il braccio”.
“È il mio papà”, dice Kellerman. “Un tempo era noto come il Martello di Thor. Ora è in formato ridotto”.
“Credevo che fossero dei ravanelli”, dice il distillatore. “Un mazzetto di ravanelli”.
DONALD BARTHELME, Atti innaturali, pratiche innominabili.
Nettuno vanta una Grande Macchia Nera, venti che soffiano ai milletrecento all’ora e, tra i suoi otto satelliti, l’incantevole Tritone: grande come la luna, con geyser di azoto, e neve rosa. Anche Nettuno ha degli anelli. Uno dei suoi satelliti minori, Galatea, è uno stabilizzatore d’anelli – o “pastore d’anelli” come vengono chiamati.
E ora Plutone. Non bisognerebbe mai prendere in giro gli afflitti, naturalmente, ma Plutone è davvero un disgustoso pezzetto di merda. Giove non ce l’ha fatta a diventare stella; Plutone non ce l’ha fatta nemmeno a diventare pianeta. Atmosfera rarefatta, una crosta di ghiaccio spessa 500 chilometri, e poi roccia. La massa di Plutone è circa un quinto della massa della nostra luna, e la sua luna, Caronte (altro cesso) è ancora la metà. Non ci sono anelli, per cui Caronte non fa il pastore: è un traghettatore, che traghetta i morti nell’inferno di Plutone. Il suo periodo di rivoluzione è uguale a quello di rotazione di Plutone, per cui questa terribile coppietta, questa terribile coppietta di pianetinfimi da due soldi, è “agganciata”.
MARTIN AMIS, L’informazione.
Questa volta non c’erano dubbi, era un umorista sottile, si burlava di me e dei suoi ascoltatori, non credeva a una sola parola di quanto diceva, praticava l’aristocratico sport di provare a se stesso che noi uomini eravamo irrimediabilmente imbecilli.
“Lei ha avuto molti amori, una vita sentimentale molto ricca?” gli domandai.
“Molto ricca, sì,” annuì, guardandomi negli occhi al di sopra della tazza di menta e cedronella ch si era portato alle labbra. “Ma io non ho mai amato una donna in carne e ossa”.
Fece una pausa per creare effetto, come se misurasse la grandezza della mia innocenza o dabbenaggine.
“Lei crede che sarebbe possibile fare quello che faccio se le donne assorbissero la mia energia?” mi ammonì, con ribrezzo nella voce. “Crede che si possano produrre figli e storie nello stesso tempo? Che uno possa inventare, immaginare, se si vive sotto la minaccia della sifilide? La donna e l’arte si escludono a vicenda, caro amico. In ogni vagina è sepolto un artista. Riprodursi, cos’ha di bello? Non lo fanno già i cani, i ragni, i gatti? Bisogna essere originali, caro amico”.
MARIO VARGAS LLOSA, La zia Julia e lo scribacchino.
Entrambi credevano nell’America, ed entrambi credevano che l’America fosse precipitata all’inferno, che fosse sempre più stritolata dalla crescita di una montagna di macchine e di soldi. Come poteva, un uomo, pensare in mezzo a tutto quel clamore? Entrambi vollero venirne fuori. Thoreau si eclissò nei dintorni di Concord fingendo un esilio volontario nei boschi – al solo scopo di dimostrare che la cosa era fattibile. Purché avesse il coraggio di rifiutare quello che la società gli diceva di fare, un uomo poteva vivere secondo le proprie regole. A quale scopo? Allo scopo di essere libero. Ma libero a quale scopo? Allo scopo di leggere libri, di scrivere libri, di pensare. Di essere libero di scrivere un libro come Walden. Dal canto suo Poe si ritrasse in un sogno di perfezione. Se dài uno sguardo a Filosofia dell’arredamento ti renderai conto che la sua stanza immaginaria fu progettata esattamente per lo stesso fine. Un luogo dove leggere, scrivere e pensare. È una catacomba contemplativa, un santuario senza rumore dove l’anima infine può trovare una misura di pace. Utopistico, assurdo? Sì. Ma anche una saggia alternativa alle condizioni dei tempi. Perché il fatto è che l’America era davvero precipitata all’inferno. Era un paese spaccato in due, e tutti sappiamo che cosa accadde solo un decennio più tardi. Quattro anni di distruzione e morte. Un bagno di sangue umano determinato proprio da quelle macchine che avrebbero dovuto rendere tutti ricchi e felici.
PAUL AUSTER, Follie di Brooklyn.
Sul soffitto e sulle pareti erano incise delle scritte. “Nati per morire”. “Ci sono uomini che comprano le stesse cose per cui altri vengono impiccati”. “Budino di merda”. “Odio l’amore più dell’odio”.
Il vicepresidente, Clifford Underwood, era seduto sull’unica altra sedia dell’ufficio. C’era un solo telefono. Il locale puzzava di piscio, ma per arrivare al gabinetto bisognava percorrere circa quindici metri di corridoio…
“A che ora gli hai detto?” domandò Underwood.
“Alle nove e mezzo” disse Mason.
“Non importa”.
Attesero altri otto minuti. Si accesero entrambi un’altra sigaretta. Si udì un colpo alla porta.
“Avanti” disse Mason. Era Monster Chonjacki, completo di barba, in tutta la gloria del suo metro e novanta e dei suoi centotrenta chili. Chonjacki puzzava. Cominciò a piovere. Si udì un camion passare sotto la finestra. In realtà i camion erano ventiquattro, viaggiavano diretti a nord ed erano carichi di merci. Chonjacki continuava a puzzare. Era la star dei Yellowjackets, uno dei migliori schettinatori delle due sponde del Mississippi, venticinque metri per sponda.
“Siediti” disse Mason.
“Non c’è la sedia” disse Chonjacki.
“Dagli una sedia, Cliff”.
Il vicepresidente si alzò lentamente, con tutta l’aria di un uomo che sta per scorreggiare, non scorreggiò, si spostò e si appoggiò alla pioggia che batteva contro lo spesso vetro giallo. Chonjacki abbassò le guance, prese una Pall Mall e l’accese. Senza filtro. Mason si protese attraverso la scrivania: “Sei un ignorante figlio di troia”.
CHARLES BUKOWSKI, A sud di nessun nord.
“Parlami di te, per favore. Se non ti dispiace…”
“Io sono psicotico” disse Rybakov. E quasi a confermare il senso delle sue parole contrasse le folte sopracciglia e sorrise con falsa modestia, come farebbe un bambino che accompagni a scuola il padre celebre astronauta per farlo conoscere ai compagni.
“Psicotico!” ripeté Vladimir, e cercò di guardarlo con espressione incoraggiante. Non era insolito che i russi matti spiattellassero come prima cosa una diagnosi; alcuni si comportavano come se la malattia fosse una professione, o una missione.
***
I parrocchiani erano inequivocabilmente russi. Impossibile sbagliare. Facce stanche e severe, di uomini e donne che anche nella meditazione della preghiera sembravano pronti a prendere a calci nel culo chiunque, se si trattava di difendere la propria dose di barbabietole e zucchero o il posto per parcheggiare la microberlina Lada tutta rotta.
GARY SHTEYNGART, Il manuale del debuttante russo.