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giovedì 25 gennaio 2018

NEL LABORATORIO DELLO SCRITTORE - Assaggi da un romanzo prossimo venturo

[Estate del 1980: il tredicenne Corradino sta trascorrendo una vacanza nella Svizzera Tedesca, ospite di alcuni lontani parenti]


Dalla seconda parte del capitolo 6 ("Chiavi in meno"), l'episodio degli stronzi di pietra.


"Il culmine della mia giornata fu quando una specie di vecchia coi capelli biondi tinti irruppe nel bagno mentre tentavo di cagare. Perché l’unico difetto del cugino Bernardo e di Martina Weckerli era lo sfizio intellettuale – un misto di Woodstock e sessantottismo bohémien – di lasciar volutamente sprovvista di chiave la porta di quel così delicato localino, e questo era l’unico lato di loro che non solo non approvavo, ma proprio, con tutto me stesso, detestavo. La barbagianna intrusa si mise subito a pigolare «Ooh, scussi, scussi», con vocina stridula e imbarazzata, poi richiuse la porta e se ne andò. 
Ma intanto mi aveva inibito i complicati equilibri psicointestinali dell’evacuazione.

Questi svizzeri erano proprio incomparabilmente più civili, checché ne dicano i brubrù italici amanti dei rifiuti nei boschi, degli sputi per terra, delle cacche di cane sui marciapiedi e dei pacchetti vuoti di marlboro gettati dalle auto in corsa. Solo che a volte certi aspetti di civiltà possono rivelarsi controproducenti. Per esempio questi svizzeri di cui ero ospite non usavano chiavi. Proprio da nessuna parte. L’unica chiave da loro conosciuta era quella per avviare la duecavalli color panna. Se le macchine fossero partite in altro modo, quello di “chiave” sarebbe stato presso di loro un concetto sconosciuto, o quantomeno superato. Tenevano sempre tutto aperto. La porta d’ingresso, il portone da basso, perfino l’atelier che era zeppo di opere d’arte e materiali costosi. E se l’essere senza chiave della porta d’ingresso di casa può darti la piacevole impressione di stare davvero in un posto tranquillo, in un luogo di fiaba dove niente di male ti potrà mai accadere, dove i ladri o non esistono o si sono beccati l’ergastolo preventivo dopo la prima merendina rubata all’asilo, e dove gli attentatori bombaroli vengono individuati e strozzati in culla da Alexander Schwartz, lo stesso non si può dire dell’assenza della maledetta chiave nella maledetta toppa interna di quella cazzo di porta del cesso.

Non che la vecchia pigolante mi avesse visto nudo: quando stai assiso su quel trono coi pantaloni arrotolati non si vede mica niente, ma da quel momento in poi rimasi terrorizzato dal possibile prodursi di altre irruzioni consimili e violazioni mangiacrauti della mia intimità, e a un certo punto maturai la decisione che per qualche giorno avrei potuto benissimo tenerla.
Ma quando fai così per troppi giorni, poi finisce che gli stronzi (nel senso di “pezzi di sterco”, come il vocabolario di casa mia definiva l’unica parolaccia che vi si potesse reperire all’epoca) diventano vendicativi e fanno le rappresaglie. Le rappresaglie degli stronzi consistono nel fatto che diventano di pietra. Dicono, questi stronzi: “Non mi hai lasciato uscire quando volevo? E allora io adesso divento di pietra e non esco mai più, fino a quando non crepi intossicato!”

E allora, a metà della settimana successiva, ci fu una mattina in cui il cugino Bernardo ci portò al piccolo rigoglioso parco che stava in cima alla via, la lunghissima Non So Più Che Cazzen Strasse che ci ospitava. Luogo incantevole e mattina incantevole, non fosse stato che io avevo gli stronzi di pietra vendicativi nel colon che mi davano il mal di pancia e le allucinazioni mistiche, tipo dromedari che si arrampicavano in cima agli alberi al posto degli scoiattoli, cigni fosforescenti appollaiati sui rami invece che nel loro laghetto, e nel laghetto elefanti marini che felici emanavano fagotti di feci enormi e scivolosi come tonni vivi.
Tenerla non si poteva più: nella pancia avevo ormai una pietraia. Non che tecnicamente mi scappasse: era quello il dramma, gli stronzi di pietra mica scappano, non sono vigliacchi, sono pigri, stanno benissimo comodi nella pietraia, loro. Solo che il mal di pietraia ti fa capire che o trovi il modo di dar luogo allo sgombero, di farli smammare, oppure schiatti, scoppi, muori. Ero lì lì per chiedere a qualcuno di aprirmi il ventre con un coltellaccio, dal male che mi faceva: una provvidenziale cagata cesarea.
Vicino a un liriodendro gigante c’era un piccolo svizzerissimo cesso (bello, pulito, profumato, con la chiave per chiudersi dentro) e io mi ci rifugiai in cerca di salvezza, mentre il cugino Bernardo, Dora e Damien nel suo carrozzino vagolavano per il parco che già conoscevano come le loro tasche e avrebbero voluto far conoscere a me, e si armavano di umana pazienza per far passare, senza troppo farmeli pesare, i cinque, dieci, quindici, venticinque minuti necessari al mio arduo, possente, doloroso sforzo di travaglio escrementizio.

Ora, dovrò dire che la parlata svizzero-tedesca è di solito qualcosa di ritmico-incalzante-ferroviario (a maggior ragione in una città come Zug che vuol dire anche "treno"), ma molto pacifico e quasi muliebre, del tipo “Telerùnfete-stròmfete-rànkete, likka-lokka, kùuuet”… (il parlante-tipo che bisogna immaginare è un Sigfrido alpestre vagamente effeminato, con le gote paonazze e la barba marroncina, e un piccone che usa solo per scalare le rocce, previa autorizzazione scritta). 
Ma se tu stai chiuso barricato tre quarti d’ora al cesso pubblico monotazza del parco per via che hai gli stronzi di pietra, e fuori qualcuno ha bisogno, quello non si metterà a dire “Kùuuuet” in modo pacifico e muliebre: si metterà invece a inveire-smadonnare in modo piuttosto teutonico e viepiù minaccioso, non più da rossocrociato terùn dei tùder, ma proprio da tedesco di quegli altri là di sopra, e a comportarsi come un rastrellamento. 
Vien da pensare che se gli dicessi qualcosa in Italiano, o peggio ancora un timido “Eine moment!” con inconfondibile e facilmente smascherabile accento italienish, dentro quel cesso potrebbero piovere granate. Allora taci, e raddoppi gli sforzi, e preghi quegli stronzi degli stronzi di pietra di smetterla di fare gli stronzi, e di venire fuori, se ne hanno il coraggio.

Nel momento clou, in cui ormai mi giocavo la vita, mi aggrappai con le mani ai polpacci, stringendoli forte, mentre sentivo la testa implodere: stavo spingendo anche con le meningi. Lo sforzo sia con te, Corradino!

Alla fine, dunque, ci riesci. 
E quando alla fine esci da quel cesso, sotto gli occhi truci della gestapo pisciona teutonica che non t’incenerisce solo perché ha dimenticato a casa il lanciafiamme (e perché per fortuna si tratta a occhio e croce di un ottantacinquenne), hai le membra sfinite, il viso tirato e l’anima felice della donna che abbia appena partorito.
Sì, quegli stronzi di pietra svizzeri erano stati i miei primi figli."



20 commenti:

  1. Yuppiii! Lo sapevo che non potevi abbandonare il buon Corradino.

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    1. Ti dirò di più: questo nelle mie intenzioni dovrebbe essere il Corradino numero CINQUE. Prima, potrebbe inserirsi una grande sorpresa... :)

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  2. Molto bene amico mio, non vedo l'ora. Di Corradino e della sorpresa!

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    1. Come direbbero i citrulli della tv: non cambiare canale! :-))

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  3. In bocca al lupo per questo tuo nuovo lavoro.

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  4. Valentino de Curtis26 gennaio 2018 20:08

    Renditi conto: hai saputo rendere divertente e interessante un bambino che non riesce a cacare, laddove altri riescono a rendere cacca gli argomenti più interessanti e più divertenti!

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  5. Grazie! Non avrei saputo dirlo meglio... :)
    Un abbraccio.

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  6. Ah, ah, ah, ah,ah, ah, ah, ah, ah, ah ah, ah, ah ah, ah, ah ... Scheiße!

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    1. E ora posso dirlo: buon compleanno amico.

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    2. Frettoloso! Manca un giorno ancora al 30! :)
      (Ma grazie lo stesso!!)

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    3. Scheiße, ho sbagliato (e sul calendario era segnato giusto).
      Ritenterò, sarò più fortunato :)

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    4. Secondo le informazioni in mio possesso, dovrebbe qui apparire un nuovo post ad hoc, a un "casuale" orario: le 0.51 :)

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  7. Titolo del nuovo capitolo: Corradino Scatologico o meglio Konrandelle Skatologischen, ganz genau

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    1. Però che parolina bruttarella e buffa, questo "scatologico": diciamo pane al pane, e pupù alla pupù. :-)

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    2. ah domani ricordati di passare a riscuotere :D

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    3. Non mancherò, mia impareggiabile amica. :)

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