martedì 30 ottobre 2012
L'autore di QUATTRO SOLI A MOTORE intervistato da Paolo Franchini su VareseNoir
Non perdetevi per niente al mondo questa scoppiettante intervista... :)
lunedì 22 ottobre 2012
Nick Pezzoli ospitato su Vicolo Cannery
Oggi potrete trovare un mio racconto sul blog dell'agenzia letteraria Vicolo Cannery.
Alcuni di voi l'hanno forse già letto qualche settimana fa, ma era una cosa troppo prestigiosa per non segnalarvela. QUI!
venerdì 19 ottobre 2012
QUATTRO SOLI A MOTORE – Il nuovo romanzo di Nicola Pezzoli da oggi in libreria!
“…una storia totale, esilarante e tremenda come solo
l’adolescenza può essere.” “Quattro soli
a motore è un romanzo corale toccante e avvincente. È l’archetipo del
romanzo di formazione a tinte noir. È il capolavoro di un autore in evidente
stato di grazia.”
(dalla
quarta di copertina)
“Il sublime non è un
bello-molto-bello: è un’altra dimensione estetica, attorno alla quale si
aggirano i vari Nabokov, Flaubert, Franzen, Wallace, Kafka, Roth, Dickens,
Amis… Ecco, con il dovuto rispetto per i mostri sacri della letteratura, il
talento di Pezzoli è più vicino a questi giganti dell’arte che a quello degli
scribacchini che occupano i primi dieci posti nelle classifiche di vendita in
Italia…” “… uno stile che continua a oscillare tra il grottesco e lo
struggente, il malinconico e il dissacrante, italiano fino in fondo,
senza assomigliare (per fortuna?) a nessun italiano.”
(Paolo
Zardi, Grafemi)
“Avevo una voglia matta di leggere un bel romanzo di formazione
italiano, ambientato negli anni della mia infanzia, che fosse un avvincente romanzo
pieno di enigmi e di misteri, ma al tempo stesso divertente, originale, profondo,
irriverente, spiazzante. E in cui riecheggiassero, con la loro forza e le loro
suggestioni, le grandi storie adolescenziali della narrativa americana, da
Twain a Salinger, da La sottile linea
scura di Lansdale a Panino al
prosciutto di Bukowski, fino al racconto di King The body, da cui venne tratto il meraviglioso Stand by me. Avevo una voglia matta di leggerlo. Così me lo sono
scritto da solo.”
(Nicola
Pezzoli)
“Emozionante, spassoso, tenero, terrificante, commovente,
sconvolgente: tra i più bei romanzi italiani di sempre. Imperdibile per chiunque
sia stato bambino negli anni Settanta. Imperdibile per chiunque sia stato
bambino in un momento e in un luogo qualsiasi della vita di questo Universo”.
(J.
Stronkabook)
Per
chi volesse saperne di più, o lo volesse acquistare al volo senza nemmeno passare
in libreria, vi rimando al sito della NEO.
martedì 16 ottobre 2012
Frammenti Mentekatti – qualche battutozza zioscribesca per ingannare l’attesa.
Era un Dio
molto minore, ma volle lo stesso cimentarsi nella creazione del suo mini Eden.
Il giardino era di quattro metri per sei, e molto ben recintato. L’uomo e la
donna creati per viverci dentro si chiamavano Andamo e Indova.
Io dico sempre
pane al pane. Però il pane è assai maleducato e non mi risponde mai.
Ieri per un
attimo, con mio sommo terrore, la tv è diventata interattiva. C’era quel
Derrick in primo piano sullo schermo, e mia madre in poltrona, e Derrick ti salta su a dire:
“Suo figlio frequenta le prostitute!” Ma dico, non poteva farsi i cazzi suoi?
Per non passare
a miglior vita (proprio così, preferiamo la peggiore!) noi umani introduciamo
materia da un buco e ne espelliamo da un altro, e dopo queste operazioni ci
puliamo entrambi i buchi, ma dopo aver pulito il secondo ci laviamo anche le
mani.
Avevamo un toro
frocio e pedofilo. La stalla pullulava di vitel trombé.
Era figlio di
puttana per parte di madre.
Conoscevo un
tipo molto scaramantico: guidava sempre con tutte e due le mani ben premute sui
coglioni. (E fu così che lo ritrovarono in fondo a un burrone).
“Hai ancora tutta
la vita, davanti”, disse consolatorio il killer prima di guardare l’orologio.
“Per l’esattezza, hai cinque secondi”.
Non siamo una
famiglia tanto longeva. Un mio cugino è morto di vecchiaia a 25 anni.
Il più grande
capolavoro di coerenza della storia è senza dubbio il Diluvio Universale: dio
li fa e poi li accoppa.
Davvero
efficace la pillola anticalvizie. Uccisi due milioni di calvi.
Pensare che nel
’33 mio padre era uno spermatozoo. Praticamente gli mancavano il maglione
verdastro e gli occhiali.
Chi primo
arriva meglio sloggia.
Quando per
sbaglio si concepisce una legge buona, si è sempre in tempo a rimediare con gli emerdamenti.
Sul
pianerottolo stavano allineate le statuine della nonna, una madonna e sette
nani. Era una donna anziana e confusa.
Una delle
statue piangeva sangue tutti i venerdì, ma era quella di Mammolo, per cui era
meglio pulire bene in fretta e non dire un cazzo a nessuno.
È così avaro
che è diventato anche stitico: la tiene da conto.
Sogni un cane
che non sporchi, non puzzi, non abbai, non ti costringa a passeggiate serali e
mattutine quando fuori è sotto zero? C’è già. Si chiama gatto.
Mio nonno
andava a letto con le galline. Credeva che così avrebbero fatto le uova più
grosse.
Se sei al
volante da venti minuti, e non hai ancora incrociato nessuno stronzo che
telefona, è ora che tu ti decida a uscire dal box.
Se sei in
macchina col tuo capo, e insulti pesantemente una donna che intralcia il
traffico, quella è sua mamma.
Il vigile non
vuol sentir ragioni. La vigilessa sadica sì, perché crede esista anche la multa
per proteste.
Partire in
quarta è decisamente un modo di dire. Sicuramente non è un modo di partire.
Non parte
neanche in prima? Prova ad accendere il motore.
Se sei arrivato
in Marocco e la nebbia non si è ancora diradata, forse sarà il caso di dare una
pulitina ai vetri.
Il gatto nella
gabbietta decide di cagarsi addosso quando è troppo tardi per tornare indietro,
e tragicamente presto per arrivare a destinazione.
Se
l’autostoppista è moooolto carina, tu di sicuro sarai: a) a bordo di
un’utilitaria con altre cinque persone pressate; b) in compagnia di tua moglie;
c) omosessuale.
Se il giorno
dopo il tagliando provi ad andare in un’altra officina, ti cambiano ancora
olio, pastiglie, filtri e candele. Il terzo giorno idem. Il quarto giorno
comincerai fatalmente a chiederti: sono loro che sono disonesti o sono io che
sono deficiente?
Se l’antifurto
è scadente ti rubano la macchina. Se l’antifurto è infallibile ti rubano
l’antifurto.
Chi applica la
targhetta TURBO 24 VALVOLE sul retro di una 126 color cacca può essere o un
simpatico burlone o un pericolosissimo attaccabrighe. Meglio tenersi il dubbio.
Il significato
di quella gigantesca “P” sulla vettura
che ti precede non è quello a cui stai pensando tu. Però di solito coincide.
Legge del
paraurti: se è fragile si spacca, se è resistente si stacca.
Allora
vaffanculo mi sono iscritto a Ignoranza, ma son finito fuoricorso pure lì.
La demenza senile
non è quando alle donne impazziscono le tette.
La porcellana
non si ricava dalla tosatura dei maiali.
Da bambino ero
giovanissimo.
Piovve tanto,
ma non abbastanza da affogarci tutti. Un pediluvio universale, toh.
Sono una donna,
non sono una pianta, non mi pisciare contro la gamba.
Siamo andati a
vedere il presepe sommerso, però l’acqua del lago era troppo torbida. Non si
vedeva un cristo.
Una puttana che
fa la cresta sugli introiti viene sempre sgamata e percossa. Vedi anche alla
voce infallibilità del pappa.
Tanto va la
matta al largo che poi annega e vaffanculo.
Quarant’anni fa
eri una donna bellissima. Così piena di vita, così piena di passione, così
piena di tette.
Noi, in Italia,
abbiamo un’ottima classe digerente.
Gallina vecchia
vaffanbrodo.
Se sono rose
marciranno.
I maiali sono
molto pericolosi perché si nutrono di glande.
Costatazione
amichevole assistita: “Allora, chi dei due è la testa di cazzo?”
“E tu che
piercing hai?” “Poca roba: un anello delle tende sotto le ascelle e una coppa
Uefa nel culo.”
Aveva una tale
mania di protagonismo che non andava mai a nessun funerale che non fosse il
suo.
La prima
protesta omosessuale della storia: Martin l’Utero contro la chiesa maschilista.
Quelli che
precisano “come si dice in gergo”, non vi viene mai voglia, come si dice in
gergo, di strozzarli?
Era un vero
genio: chiamò i suoi petardi Mine Anticallo e triplicò le vendite.
Bussate e vi
sarà aperto. Il culo.
Gli ultimi
saranno i primi. In serie B.
C’è del marcio
in Danimarcia.
Del cacasenno
di poi sono piene le fosse biologiche.
Biscardi da
ragazzino guardava Bibbi Galzelunche.
In libreria il
nuovo Kamasutra del sesso orale: il Komesisukka. Prefazione di M. Lewinski.
È un uomo molto
retto. Nel senso che i suoi ragionamenti si formano per via rettale.
Grazie a un
nuovo Naso Astronomico, scoperti moltissimi Puzzar.
Il cinturino è
platinato in oro argenteo di rame (finto rame).
Il colmo dei
colmi è sentirti una merda perché nessuno ti caga.
Non è proprio
un imbecille: diciamo che è un portatore sano del morbo dell’intelligenza.
Tu sei Pietro,
e con questa pietra lapiderò l’adultera, perché io, adesso che ci ripenso, io
sono proprio senza peccato!
Avevo
escogitato un sistema che mi facesse al tempo stesso smettere e fare penitenza:
ogni bestemmia che mi scappava l’avrei scritta su un mattone, che mi sarei
portato appresso tutto il giorno come pesante fardello. Be’, dopo tre ore ero
murato vivo dentro un cilindro di mattoni, dio speculatore edilizio!
Se proprio
dovete sparare, sparate sul pianista. È lì apposta. E suona pure da schifo.
Almeno si sa dove sparate, eccheccazzo.
A volte la
censura può obbligarti a cambiare un titolo. È il caso della canzone Besame ‘l bucho.
Lo psicanalista
era stufo del suo lavoro e di quella dieta vegetariana, stufo di dividere la
vita fra invidia del pene e indivia del cazzo.
Non voleva
andarci, al funerale. Allora gli amici lo convinsero, ricordandogli che era il suo.
Riscaldamento
della Terra. Di questo passo, il prossimo diluvio sarà di acqua bollente. Dio
boiler.
Ma a un
beccamorto potrà capitare, per deformazione professionale o per distrazione, di
pensare a se stesso come possibile cliente?
Era un nano
cattivissimo. Un vero figlio di putnana.
Tristezza, o
praticità, dell’essere single: “Cosa stavi facendo?” “Stavo lavando il piatto”.
Sono allergico
ai giancarli della polvere.
In famiglia abbiamo sempre avuto la tendenza a personificare le cose. Da piccoli io e mia sorella facevamo la Pierpipì e la Gianpupù, e poi gli facevamo Ciao ciao con la manina mentre mamma tirava lo sciacquone.
In famiglia abbiamo sempre avuto la tendenza a personificare le cose. Da piccoli io e mia sorella facevamo la Pierpipì e la Gianpupù, e poi gli facevamo Ciao ciao con la manina mentre mamma tirava lo sciacquone.
Attentato a
Bush. Ferita una guardia del porco.
Yemen: salvi gli quattro turisti dispersi. (Mediavideo). E i regole de lu gramatica, acchì gli salva?
La classica
figlia del mafioso: se la guardi sei morto, se la tocchi sei sposato.
I genitori gli dissero che avrebbero
accettato una fidanzata di qualsiasi estrazione sociale, purché intelligente.
Lui disse a lei di prepararsi bene. Ma le prime due parole che ella pronunciò
al loro cospetto furono: “Siccomo che”. Furono anche le ultime.
domenica 14 ottobre 2012
CONTO ALLA ROVESCIA – Sembra che da queste parti qualcosa di miracoloso stia per accadere…
Mi dicono che
il magico scriba qui sopra ritratto sia finalmente in procinto di dare alla luce il suo
secondogenito narrativo…
Pare che manchino pochissimi giorni.
Pare che manchino pochissimi giorni.
E voi, siete pronti a
correre in libreria?
Com’è quel
sottofondo da stadio per rendere il senso dell’attesa?
“Oooooooooooooooooooooooooooo…”
[Foto by Fausto
Crepaldi, Blumediart]
mercoledì 10 ottobre 2012
lunedì 8 ottobre 2012
Italian way of administration (Lo Bove's Party) - REPLICA
Visti gli accadimenti degli ultimi tempi (ma dovrei dire degli ultimi decenni?) come potevo non replicare questo gioiello del cinema italiano, questa perla così grottesca e surreale da sembrare più vera del vero?
giovedì 4 ottobre 2012
RACCOLTA DIFFERENZIATA BIS - "Dedizione"
DEDIZIONE
“Questa non è un’uscita”.
(Bret Eston Ellis, American Psycho)
(Bret Eston Ellis, American Psycho)
Il
nuovo coach veniva da Gorizia. Si chiamava Maurilio Ilicic, e negli
anni della sua permanenza alla Pallacanestro Lavinia saremmo riusciti a
farcelo amico. Sulle prime ci mise soggezione. Introdusse sistemi
d’allenamento inconsueti. Ci faceva correre palleggiando lungo il
perimetro della palestra, mentre i suoi ordini fitti rimbombavano tra le
pareti altissime che ne restituivano echi spezzati, inafferrabili. Si
capiva un cazzo, mediamente. Si spiavano i movimenti dei compagni per
indovinare come regolarsi.
Questo Ilicic era un tipo allampanato. Ombroso. Baffi incolti e biondicci. Era un timido di quelli che poi, quando meno te l’aspetti, esplodono in crisi di collera. Laureato in lettere, viveva di pane e basket. Nel parlato infilava qua e là tranci di dialetto friulano. Avevi l’impressione che lo facesse per sentirsi meno lontano da casa, senonché otteneva l’effetto, contrario, d’immalinconire pure te. Guardavi quei suoi occhi spaesati e chissà come ti mancava Gorizia, dove non eri mai stato.
Uomo caparbio, Maurilio si dedicava anima e corpo alla sua missione-passione. La pallacanestro. Allenava noi juniores e la prima squadra, e insegnava minibasket nelle scuole. Più che altro insegnava anche a noi, una volta preso atto del nostro livello tecnico davvero sconcertante. Veder giocare male gli procurava dolore fisico. Spesso, negli esercizi d’attacco, piazzava una sedia al limite dell’area dei tre secondi. L’ostacolo rappresentava un difensore da evitare, mediante un piede perno, una finta, un giro dorsale, una partenza incrociata. Al terzo errore di fila afferrava il difensore artificiale, lo innalzava sopra la testa e lo agitava bestemmiando. Quando la sedia volava via e si schiantava contro un pilone di sostegno della tribuna, capivamo che ci conveniva imparare.
Per lui era una professione, e si accontentava di guadagni appena sufficienti a tirare avanti con la moglie e due figli. Per questo lo rispettavo e lo ammiravo. L’ammirazione e il rispetto si gonfiavano dentro me in maniera esponenziale quando sentivo qualche mio compagno stronzetto e nato ricco dargli del fallito, ovviamente alle spalle, nel chiuso dello spogliatoio, o sotto il vapore delle docce, le poche volte che lo scaldabagno funzionava. Mi si gonfiavano dentro in maniera triste e indignata. Era come se quelle infamie le dicessero su di me, che avrei voluto diventare simile a lui. Differente solo per tipologia di, pazza, vocazione.
Questo Ilicic era un tipo allampanato. Ombroso. Baffi incolti e biondicci. Era un timido di quelli che poi, quando meno te l’aspetti, esplodono in crisi di collera. Laureato in lettere, viveva di pane e basket. Nel parlato infilava qua e là tranci di dialetto friulano. Avevi l’impressione che lo facesse per sentirsi meno lontano da casa, senonché otteneva l’effetto, contrario, d’immalinconire pure te. Guardavi quei suoi occhi spaesati e chissà come ti mancava Gorizia, dove non eri mai stato.
Uomo caparbio, Maurilio si dedicava anima e corpo alla sua missione-passione. La pallacanestro. Allenava noi juniores e la prima squadra, e insegnava minibasket nelle scuole. Più che altro insegnava anche a noi, una volta preso atto del nostro livello tecnico davvero sconcertante. Veder giocare male gli procurava dolore fisico. Spesso, negli esercizi d’attacco, piazzava una sedia al limite dell’area dei tre secondi. L’ostacolo rappresentava un difensore da evitare, mediante un piede perno, una finta, un giro dorsale, una partenza incrociata. Al terzo errore di fila afferrava il difensore artificiale, lo innalzava sopra la testa e lo agitava bestemmiando. Quando la sedia volava via e si schiantava contro un pilone di sostegno della tribuna, capivamo che ci conveniva imparare.
Per lui era una professione, e si accontentava di guadagni appena sufficienti a tirare avanti con la moglie e due figli. Per questo lo rispettavo e lo ammiravo. L’ammirazione e il rispetto si gonfiavano dentro me in maniera esponenziale quando sentivo qualche mio compagno stronzetto e nato ricco dargli del fallito, ovviamente alle spalle, nel chiuso dello spogliatoio, o sotto il vapore delle docce, le poche volte che lo scaldabagno funzionava. Mi si gonfiavano dentro in maniera triste e indignata. Era come se quelle infamie le dicessero su di me, che avrei voluto diventare simile a lui. Differente solo per tipologia di, pazza, vocazione.
Fu per non ferire quella sua dedizione totale
che la sera che stetti a casa a vedere l’Inter in TV chiesi al mio amico
Julien di raccontargli che ero a letto con l’influenza. Julien eseguì
diligente l’incarico e la volta dopo, a bordo della sua 127 gialla, mi
disse che era tutto a posto. Perfetto. Bene così. L’avevo sfangata. Ma
non era da me. Non avevo mai mentito così da vigliacco in vita mia.
Così, seduto su una panca dello spogliatoio, cambiai idea. Gli avrei
detto la verità. Era per me stesso che lo facevo, non per Ilicic. Quando
scuola e parrocchia e famiglia per “educarti” ti immergono in una
melassa da Libro Cuore, finisci col convincerti che confessare qualcosa
contro il tuo interesse e senza esserci costretto possa fruttare un
encomio, una medaglia, un’accresciuta considerazione della tua
personalità, un umano incondizionato apprezzamento. Ovviamente non è
così che funziona. Non è sparandoti ai piedi che diventi eroe guerriero.
Indossati i pantaloncini, la double face da allenamento, i calzettoni, le Nike azzurre con le stringhe azzurre e la giacca della tuta, feci il mio ingresso in palestra. Dovetti attendere. A colloquio con Maurilio c’era Julien. Mi avvicinai e ascoltai senza interrompere. Julien, chissà perché, gli stava chiedendo cosa pensasse del volley. «Dunque, la pallavolo. Sì. Sì. La palla-volo», ripetè lentamente Maurilio. Pareva animato dal più grande rispetto. Intento a scegliere e soppesare le parole per esprimere la sua scontata volontà di inchinarsi, ci mancherebbe, davanti a una diversa disciplina sportiva, un altro degnissimo sport come lo era la pallacanestro. «Sì sì, la pallavolo… xè la merda del basket!», esclamò a tradimento. «Quei che no gà testa per giocare a basket i và giocare a palavolo. Xè tuta la merda del basket. I salta i salta, i gà i mùscoi, ma i no gà un casso in dela testa. Alora i gioca a palavolo».
La curiosità di Julien era sistemata. Ora toccava a me. Mi avvicinai a Maurilio, in piedi vicino alla cesta metallica, ormai quasi vuota, dei palloni a spicchi. Erano rimasti quelli più piccoli, leggeri e spesso deformi, per lo più inutilizzabili, che chiamavo “gommini”. «Devo chiederti scusa per il mio comportamento dell’altra sera» sussurrai a mezza voce.
«Quale comportamento, Nicky?». Per tutti gli altri ero Nick. Per lui ero Nicky, o addirittura Nickily. Forse per la mia fragile magrezza. Tuttavia non lo diceva per sfottere. Lo diceva con affetto. Così alto e snello, potevo essere suo figlio. «Eri ammalato, no? È tutto a posto, Nicky» mi fece. «Vai a riscaldarti».
Presi fra le mani un pallone. Avevo pescato il peggiore di tutti. Un gommino vagamente a pera. «Ti ho fatto dire che ero malato» insistetti. «Invece sono stato a casa a vedermi l’Inter. Ti chiedo scusa. Non succederà più.»
Non si arrabbiò, ma gli cascarono le braccia. Come due pesi morti lungo i fianchi. «Che vuoi che dica», mi fece con un tono tra l’indispettito e il depresso che non prometteva nulla di buono. «Se devo aspettarmi questo da te che sei il più corretto, dagli altri che cosa mi dovrò aspettare?» Era ritto in piedi, ma sembrava prostrato sulle rovine di se stesso. Con la mia inutile, stupida sincerità lo avevo pugnalato nel petto. Anche se devo dire che il suo esagerato rammarico mi sgomentò. Era un uomo distrutto. Guardò in direzione dei due crocchi di giocatori che si riscaldavano sotto gli opposti canestri, nel gran rimbombo di palloni che rimbalzavano a grappoli sul linoleum azzurrino puzzolente di polveri e afrori di palestra. Il suo sguardo era quello del capitano di una nave ammutinata. Forse eravamo tutti maturi per passare alla pallavolo.
Per superare l’imbarazzo tentai un primo palleggio col mio pallone, che se ne schizzò via quasi rasoterra sulla destra come una palla da rugby, e andò perduto nella zona d’ombra oltre i piloni. Gommino a pera di merda. Non superai l’imbarazzo.
L’incidente si chiuse lì. Ma da quella volta, e per anni, io fui “quello che sta a casa a vedere l’Inter”, pur non perdendo mai più un allenamento, neanche con 38 di febbre, pur essendomi presentato anche la sera della finale di Coppa Uefa Roma-Inter. Era un superfluo allenamento di fine stagione, e allo Stadio Olimpico era in palio la storia. Ma io presi la macchina, la mia borsa e andai a Lavinia per allenarmi. Eravamo in sette, e Maurilio ci rispedì a casa. A vedere il secondo tempo dell’Inter.
«Non sei stato a casa a vedere l’Inter?» mi avrebbe chiesto beffardo sotto i baffi a ogni concomitanza con le coppe.
«No» mi sarei limitato a rispondere. Avevamo comprato un videoregistratore. Ogni volta, verso fine allenamento, irrompeva in palestra qualche imbecille di dirigente a strombettare il risultato.
Indossati i pantaloncini, la double face da allenamento, i calzettoni, le Nike azzurre con le stringhe azzurre e la giacca della tuta, feci il mio ingresso in palestra. Dovetti attendere. A colloquio con Maurilio c’era Julien. Mi avvicinai e ascoltai senza interrompere. Julien, chissà perché, gli stava chiedendo cosa pensasse del volley. «Dunque, la pallavolo. Sì. Sì. La palla-volo», ripetè lentamente Maurilio. Pareva animato dal più grande rispetto. Intento a scegliere e soppesare le parole per esprimere la sua scontata volontà di inchinarsi, ci mancherebbe, davanti a una diversa disciplina sportiva, un altro degnissimo sport come lo era la pallacanestro. «Sì sì, la pallavolo… xè la merda del basket!», esclamò a tradimento. «Quei che no gà testa per giocare a basket i và giocare a palavolo. Xè tuta la merda del basket. I salta i salta, i gà i mùscoi, ma i no gà un casso in dela testa. Alora i gioca a palavolo».
La curiosità di Julien era sistemata. Ora toccava a me. Mi avvicinai a Maurilio, in piedi vicino alla cesta metallica, ormai quasi vuota, dei palloni a spicchi. Erano rimasti quelli più piccoli, leggeri e spesso deformi, per lo più inutilizzabili, che chiamavo “gommini”. «Devo chiederti scusa per il mio comportamento dell’altra sera» sussurrai a mezza voce.
«Quale comportamento, Nicky?». Per tutti gli altri ero Nick. Per lui ero Nicky, o addirittura Nickily. Forse per la mia fragile magrezza. Tuttavia non lo diceva per sfottere. Lo diceva con affetto. Così alto e snello, potevo essere suo figlio. «Eri ammalato, no? È tutto a posto, Nicky» mi fece. «Vai a riscaldarti».
Presi fra le mani un pallone. Avevo pescato il peggiore di tutti. Un gommino vagamente a pera. «Ti ho fatto dire che ero malato» insistetti. «Invece sono stato a casa a vedermi l’Inter. Ti chiedo scusa. Non succederà più.»
Non si arrabbiò, ma gli cascarono le braccia. Come due pesi morti lungo i fianchi. «Che vuoi che dica», mi fece con un tono tra l’indispettito e il depresso che non prometteva nulla di buono. «Se devo aspettarmi questo da te che sei il più corretto, dagli altri che cosa mi dovrò aspettare?» Era ritto in piedi, ma sembrava prostrato sulle rovine di se stesso. Con la mia inutile, stupida sincerità lo avevo pugnalato nel petto. Anche se devo dire che il suo esagerato rammarico mi sgomentò. Era un uomo distrutto. Guardò in direzione dei due crocchi di giocatori che si riscaldavano sotto gli opposti canestri, nel gran rimbombo di palloni che rimbalzavano a grappoli sul linoleum azzurrino puzzolente di polveri e afrori di palestra. Il suo sguardo era quello del capitano di una nave ammutinata. Forse eravamo tutti maturi per passare alla pallavolo.
Per superare l’imbarazzo tentai un primo palleggio col mio pallone, che se ne schizzò via quasi rasoterra sulla destra come una palla da rugby, e andò perduto nella zona d’ombra oltre i piloni. Gommino a pera di merda. Non superai l’imbarazzo.
L’incidente si chiuse lì. Ma da quella volta, e per anni, io fui “quello che sta a casa a vedere l’Inter”, pur non perdendo mai più un allenamento, neanche con 38 di febbre, pur essendomi presentato anche la sera della finale di Coppa Uefa Roma-Inter. Era un superfluo allenamento di fine stagione, e allo Stadio Olimpico era in palio la storia. Ma io presi la macchina, la mia borsa e andai a Lavinia per allenarmi. Eravamo in sette, e Maurilio ci rispedì a casa. A vedere il secondo tempo dell’Inter.
«Non sei stato a casa a vedere l’Inter?» mi avrebbe chiesto beffardo sotto i baffi a ogni concomitanza con le coppe.
«No» mi sarei limitato a rispondere. Avevamo comprato un videoregistratore. Ogni volta, verso fine allenamento, irrompeva in palestra qualche imbecille di dirigente a strombettare il risultato.
Il nostro
rapporto fra uomo e ragazzo divenne sempre più amichevole, nonostante
quello fra allenatore e giocatore facesse acqua da tutte le parti,
sfiorando il disastro. Di lui in particolare odiavo quegli scioperi del
silenzio, quelle assurde manfrine che attuava quando le partite si
mettevano male. Fasé quel casso che volé
gridava abbandonando lo spogliatoio negli intervalli in trasferta sotto
di venticinque punti, se qualcuno osava fiatare per contestare una sua
attribuzione di colpa, o un porcodio urlato a pieni polmoni in faccia al
giocatore sbagliato.
E alla ripresa del gioco si accasciava in panchina fermo, zitto, come un automa spento. Salvo riaccendersi quando le riserve, le presunte mascottes semispastiche, buttate nella mischia dal dirigente accompagnatore tanto per dar loro un contentino, un premio fedeltà, uno zuccherino amaro, rimettevano in piedi il punteggio fino a meno quattro. Allora Maurilio saltava su come una molla e chiamava il minuto di “sospenzione”. Per smitragliare istruzioni tattiche e suggerimenti, ma soprattutto per levare dal campo senza un grazie noi riserve, le presunte mascottes semispastiche, ributtare dentro i suoi stronzi campioncini boriosi Salvioni e Burgellis, spompi per aver giocato a tennis tutto il pomeriggio, e riperdere definitivamente la partita. Il fatto è che Maurilio Ilicic valeva mille volte più come istruttore che come psicologo e come stratega. Come istruttore tecnico, cadreghe sfasciate a parte, era il migliore e il più sapiente del mondo. Come stratega e come psicologo avrebbe fatto retrocedere in A2 la grande Ignis di Bob Morse e Meneghin.
E alla ripresa del gioco si accasciava in panchina fermo, zitto, come un automa spento. Salvo riaccendersi quando le riserve, le presunte mascottes semispastiche, buttate nella mischia dal dirigente accompagnatore tanto per dar loro un contentino, un premio fedeltà, uno zuccherino amaro, rimettevano in piedi il punteggio fino a meno quattro. Allora Maurilio saltava su come una molla e chiamava il minuto di “sospenzione”. Per smitragliare istruzioni tattiche e suggerimenti, ma soprattutto per levare dal campo senza un grazie noi riserve, le presunte mascottes semispastiche, ributtare dentro i suoi stronzi campioncini boriosi Salvioni e Burgellis, spompi per aver giocato a tennis tutto il pomeriggio, e riperdere definitivamente la partita. Il fatto è che Maurilio Ilicic valeva mille volte più come istruttore che come psicologo e come stratega. Come istruttore tecnico, cadreghe sfasciate a parte, era il migliore e il più sapiente del mondo. Come stratega e come psicologo avrebbe fatto retrocedere in A2 la grande Ignis di Bob Morse e Meneghin.
Passarono gli anni. Una mattina mi trascinai di
malavoglia in banca per chiudere il mio conto, che da ridisoccupato era
solo fonte di stronze spese e balzelli. Mi parve di riconoscere nel
funzionario che si occupò di me un giocatore del Castelprete che avevo
affrontato da avversario col Lavinia. Un bestione pelato e massiccio a
cui avevo fatto sentire i gomiti, uno con un cognome corto e molto
buffo, che avevo sulla punta della lingua ma al momento non mi veniva.
Udii un impiegato che nel passargli una telefonata lo chiamò Bum. Gli
domandai se era proprio lui quel Bum del Castelprete e se giocava
ancora, anche se dalla pancia che gli era cresciuta capivi subito che
era una di quelle domande così, tanto per parlare. Era praticamente
incinto. Disse che aveva smesso e ora faceva il dirigente incinto sempre
a Castelprete. Per inerzia di fiato gli dissi che giocavo ancora a
Lavinia. A lui non gliene poteva fregare di meno, è chiaro. Però mi
chiese se a Lavinia c’era ancora “quel pazzo di Ilicic”. Risposi che
c’era sì, quel pazzo di Ilicic, ma allenava le giovanili. Noi della
prima squadra adesso avevamo un mio coetaneo che aveva giocato in serie
B. Fungeva da allenatore-giocatore, e ci stava spingendo fin su in
Promozione.
«Quello è un pazzo», ribadì questo Bum, che pareva interessato solo a denigrare Ilicic. «Un mentecatto. L’anno scorso si è presentato da noi a Castelprete a offrirsi di allenare. Voleva settecentomila lire al mese, voleva. Patetico. Sembrava un mendicante. Mi son vergognato io per lui. Ma trovati un lavoro vero, diocristo! Un lavoro dignitoso! E allena nel tempo libero come fanno tutti gli altri, perbacco! Invece di renderti ridicolo!»
Io a questo qui in partita avevo fatto sentire i gomiti. Eccome se glieli avevo fatti sentire. Ero magrolino e tutto, ma nei tagliafuori sapevo farmi rispettare. Così grande e grosso, non mi aveva fatto paura neanche un po’. Gli avevo fatto assaggiare i miei gomiti. Avevo anche preso un rimbalzo d’attacco nella stratosfera sopra la sua testa pelata, e poi gli avevo segnato in faccia. Ma soprattutto gli avevo fatto più volte assaggiare i miei bei gomiti affilati.
Ma adesso, incredibilmente, inarcai le sopracciglia per dargli ragione. Perché devo essere così codardo, mi dicevo nel contempo, e senza motivo alcuno per esserlo? Scossi persino il capo, per dargli ragione. Invece di ripiantargli un bel gomito in quella cazzo di pancia. Bum! Perché così vigliacco, mi accusavo, e senza vantaggio alcuno da ricavarne? Mi attestai su un distratto sorriso di circostanza. Anche se non capivo esattamente di quale, circostanza.
«Quello è un pazzo», ribadì questo Bum, che pareva interessato solo a denigrare Ilicic. «Un mentecatto. L’anno scorso si è presentato da noi a Castelprete a offrirsi di allenare. Voleva settecentomila lire al mese, voleva. Patetico. Sembrava un mendicante. Mi son vergognato io per lui. Ma trovati un lavoro vero, diocristo! Un lavoro dignitoso! E allena nel tempo libero come fanno tutti gli altri, perbacco! Invece di renderti ridicolo!»
Io a questo qui in partita avevo fatto sentire i gomiti. Eccome se glieli avevo fatti sentire. Ero magrolino e tutto, ma nei tagliafuori sapevo farmi rispettare. Così grande e grosso, non mi aveva fatto paura neanche un po’. Gli avevo fatto assaggiare i miei gomiti. Avevo anche preso un rimbalzo d’attacco nella stratosfera sopra la sua testa pelata, e poi gli avevo segnato in faccia. Ma soprattutto gli avevo fatto più volte assaggiare i miei bei gomiti affilati.
Ma adesso, incredibilmente, inarcai le sopracciglia per dargli ragione. Perché devo essere così codardo, mi dicevo nel contempo, e senza motivo alcuno per esserlo? Scossi persino il capo, per dargli ragione. Invece di ripiantargli un bel gomito in quella cazzo di pancia. Bum! Perché così vigliacco, mi accusavo, e senza vantaggio alcuno da ricavarne? Mi attestai su un distratto sorriso di circostanza. Anche se non capivo esattamente di quale, circostanza.
Ma io
voglio più bene al pazzo Ilicic o a questo schiavo escrementizio,
cercavo di chiarirmi, mentre da pusillanime continuavo ad annuire, a
mostrarmi condiscendente, mentre dentro mi sentivo come se quelle
cattiverie le stesse dicendo contro di me, pezzente ridisoccupato con
ambizioni, figurarsi, letterarie che chiudeva il conto, che batteva in
ritirata, con sulle labbra un indecoroso sorriso fuori luogo, un sorriso
di resa, di rinuncia, di rottamazione del sé. Proprio lì dentro poi, in
quella filiale che un paio d’anni prima, dopo il pensionamento di mio
padre, avrebbe dovuto secondo regola non scritta della Popular Bank
diventare il mio luogo di lavoro, a patto di soddisfare due postille
ancor meno scritte di tutto il regolamento non scritto: aver avuto un
padre lecchino (e la mia stirpe ha molti difetti, ma peli di culo sulla
lingua non ne abbiamo mai avuti e non ne avremo mai), e soprattutto
divenire, come requisito minimo di base, un adepto di cielle, questa
setta moderna e mafiosina che adora con sincera passione il Dio
Filigranato, e in sottordine Gesù di Nazareth (nella filiale c’erano
entrambi: Sua Maestà il Denaro, e un disgustoso crocifissone
particolarmente grosso e contorto). Che poi l’avevo solo scampata bella,
ma questo è un altro discorso.
Frattanto, in coda agli
sportelli, c’era questo energumeno vestito da analfabeta che si agitava
sempre più. Era tutto sporco. Aveva in mano, nelle zampe bisunte,
svariati milioni in contanti da versare. A un certo punto, lo Sporco si
mise a scaricare insulti contro gli impiegati, colpevoli di non
sbrigarsi abbastanza in fretta con gli altri clienti. Non avevano tempo
da perdere, lui e i suoi contanti stropicciati. I cassieri, invece di
mandarlo in culo, fecero a gara nel genuflettersi e nello scusarsi con
lo Sporco. Anche il signor Bum schizzò in piedi, e abbandonò per un
attimo la sua postazione defilata per andare a blandire l’arrogante
energumeno arricchito e maleducato, usando la pancia per scodinzolare.
Una scena stomachevole. Dai racconti che faceva mio padre quand’ero
bambino, queste cose nella piccola filiale succedevano almeno due o tre
volte alla settimana. Rispetto a ‘sta roba, il racconto della rapina,
col vetro sfondato da una jeep, i mitra spianati e tutto quanto, mi
aveva fatto assai meno impressione. Non sempre la peggior feccia è
quella che i soldi, da una banca, li porta via. Anzi.
Presto! Via
di qui! La sola cosa che riuscivo a pensare, guardando il bruttissimo
crocifissone contorto appeso alla parete del tempio dell’usura. Mentre
l’ex pivot, dopo aver leccato lo Sporco, finiva di spiegarmi. Che doveva
trattenere sul conto una certa cifra di soldi miei per
le “formalità di chiusura”. Praticamente tutto ciò che mi rimaneva, e
che io avevo sperato di poter prelevare. Se fosse avanzato un rimasuglio
di settanta-ottantamila, disse Bum, m’avrebbero poi spedito un assegno.
Schifosissimi ladri.
Via! Pensavo io. Fuori di qui! Aria! Fatemi uscire!
Alla fine, indeciso se provare più pena per me stesso, per l’uomo-canestro pazzo o per l’uomo-valuta incinto, mi rinchiusi nella bussola strettissima all’ingresso con sulle spalle uno strano fardello di compassione tripartita. Mi sentivo meglio, lì chiuso. Come se la bussola fosse stata un rifugio. Un’isola di vetro dove morire in pace. E non un passaggio per uscirne fuori.
Via! Pensavo io. Fuori di qui! Aria! Fatemi uscire!
Alla fine, indeciso se provare più pena per me stesso, per l’uomo-canestro pazzo o per l’uomo-valuta incinto, mi rinchiusi nella bussola strettissima all’ingresso con sulle spalle uno strano fardello di compassione tripartita. Mi sentivo meglio, lì chiuso. Come se la bussola fosse stata un rifugio. Un’isola di vetro dove morire in pace. E non un passaggio per uscirne fuori.
Nella foto in alto: il vostro Nick (ventenne) va a canestro nello scenario più suggestivo (e adatto a lui?) che si possa immaginare: il cortile di un manicomio abbandonato ad Agrigento!
Iscriviti a:
Post (Atom)



