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| Voto: 8½ |
Questo è un romanzo che sancisce una volta per tutte (ammesso ve ne fosse bisogno) la netta superiorità della buona e bella Scrittura su tutto ciò che è “trama”. Già, perché se qualcuno volesse sforzarsi di parlarne male, non gli verrebbe difficile liquidarlo come l’ennesima storiella di famigliola americana (dintorni di Chicago) dei primi anni Settanta: padre pastore protestante in crisi, invaghito pazzo di una vedovella biondina e androgina; madre insoddisfatta e sfatta, ma dal passato insospettabilmente oscuro (e ovviamente psico-analizzata, stavolta da un’analista anzianotta e corpulenta, una brava e onesta donna che l’autore ribattezza con divertita perfidia “il raviolo”); tre figli adolescenti alle prese con le risapute tempeste delle loro età: sesso, droghe, musica, studio, ribellione, moralismi militari e antimilitari; un quarto figlio piccolo, Judson, trattato alla stregua di un trascurabile cagnolino (persino nella sinossi in quarta di copertina, dove i nomi dei figli sono soltanto tre). A fare da scenario principale e da collante, un affollato e chiassoso gruppo giovanile collegato alla chiesa, ma non per questo essenzialmente religioso. In apparenza, insomma, ben poco di particolarmente nuovo o allettante o succoso o invogliante alla spesa e alla lettura. Eppure c’è qualcosa, un semplice dettaglio, che fa di questo libro una libidine irrinunciabile e imperdibile, un coinvolgente meccanismo di precisione da cui non riesci a staccarti una volta cominciato (una magia che per me si verifica sempre più di rado, e a cui di conseguenza sono sempre più grato). E questo dettaglio è costituito dal mero, innegabile fatto che Jonathan Franzen scrive da dio (e Silvia Pareschi divinamente traduce). Scrittura chiara, frizzante, possente, con la viva forza e la bellezza di una luce che si fa parola, come accade solo coi pochissimi Scrittori (trenta? cinquanta? duecento?) degni di questo nome. Leggetelo, leggetelo, leggetelo.
Non fatemi incazzare.
Parola di Scriba.

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