Un Corradino tira l'altro... E l'appetito vien leggendo!

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«Pezzoli evolution... tre libri per un solo grande, toccante e indimenticabile romanzo di formazione.»
"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"
SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

sabato 16 luglio 2016

Mapporo Soldiers!

[C’è un episodio della mia giovinezza che ho sempre trovato così divertente da cercare, più volte, di infilarlo a forza dentro qualcuno dei miei romanzi, editi e inediti. Ma ne veniva subito espulso, mi ritornava a galla come un pesce morto, rivelando la sua natura di intruso, di corpo estraneo, forse proprio perché troppo vero e QUINDI macchiettistico, mentre nei romanzi il cabaret della vita deve essere sempre un po’ ATTENUATO. 
Ho così deciso, alla fine, di proporvelo qui, in regalo, come raccontino isolato (anche se, da un paio di indizi o forse più, i miei fedeli lettori non mancheranno di accorgersi che quest’ultima versione era stata “corradinizzata” in funzione… Mailand!)]

«Tonna Zùppeto?»

MAPPORO SOLDIERS!

In cerca di svago dai troppi pensieri, il pomeriggio successivo chiesi alla mamma le chiavi della Uno 45, attaccate a quel portachiavi coi pesciolini iridescenti che sguazzavano dentro un cuore di plastica, così colorati e simpatici che se non fossi stato un antimacho postmoderno me ne sarei di certo vergognato. Avevo in mente un giretto distensivo e senza meta per le strade semiagresti della Valcuvia, ma lei mi chiese, già che c’ero, un salto supplementare nella vicina Confederazione Elvetica per fare il pieno di benzina a basso costo, e siccome ci aggiunse i soldi per un rifornimento di dolciumi e sigarette al mentolo, non trovai nulla da obiettare. 
Il primo tratto fu pacificante come volevo, come avevo bisogno: avanzavo dentro una pioggerella fine fine lungo strade di campagna mai così ovattate, al calduccio nel mio involucro di lamiera e vetro come a bordo di un sottomarino, con Brian Adams a farmi compagnia nello stereo al ritmo gommoso del colpetti di tergicristallo intermittenti. 
Superai Luino contemplando di sfuggita il lago increspato, in quel tratto in cui il lungo e stretto Verbano somiglia a un fiume impetuoso, e m’inerpicai verso il valico di frontiera, cominciando ad avvertire vaghe contrazioni di stomaco: era la ben nota ansia da confine (per me che vengo da Shindar 9 queste barriere militarizzate fra voi terrestri sono incomprensibili) che però svanì come una pasticca solubile sotto la pioggia allorché alla dogana italica mi ritrovai davanti nientemeno che un famoso attore comico, vestito non da finanziere ma da carabiniere.

Abbassai il finestrino, e mi spuntò ‘sto sosia di Diego Abatantuono prima maniera, versione “Vade retro Saragat”. 
Era l’Abatantuono degli esordi, quello allucinato-arruffato-strepennato di Eccezziunale veramente, o di Sballato gasato completamente fuso
In divisa da carabiniere, coi baffoni e i riccioli neri che gli strabordavano da sotto il cappello, era credibile quanto poteva esserlo Gesù Cristo in sella a un sidecar nazista, o una Sofia Loren desnuda in piedi sulla motofalciatrice del signor Venanzio Stevanato. Mi sforzai in modo sovrumano per non scoppiare a ridergli in faccia. E quando attaccò a parlare fu pure peggio:
«Tònna zùppeto?», domandò cabarettistico e ruspante.
Restai un attimo interdetto. La mia traduzione interiore in “Torna subito?” non fu esattamente simultanea. 
L’Abatantuono strepennato era tale anche a livello sonoro. Inoltre la domanda suonava inconsueta e fuori ordinanza nella sua invadenza, ma io davanti alle divise, anche se contengono attori comici strepennati, mi cago sotto, e quindi mostrai deferenza e rispetto.
«Sì» risposi serio serio, «vado solo fin lì a far benza».
«Compumpakkètt’emmappòro?»
L’Abatantuon carìba mi stava porgendo dei soldi: quindi il suo non era un sondaggio preventivo da doganiere sulle mie intenzioni nel ramo importazione tabacchi. Nel tradurmi interiormente che ‘sto qui mi stava domandando se per favore non potevo acquistare un pacchetto di Marlboro per lui mi resi conto che eravamo al teatro dell’assurdo. Forse era una roba tipo candid camera. Conveniva abbozzare, e accettare sorridendo i soldi contati che l’Abatantuon carìba mi porgeva per andare a comperargli le sigarette all’estero. Massì, mi dissi divertito, nella mia stramba vita proverò anche questo: comprerò le sigarette all’estero a un doganiere in divisa, a questa pittoresca e in fondo simpaticissima apparizione, a questo cameo-solo-per-me (quanto sarà costato, alla Produzione?)

Ma in entrata alla dogana svizzera, che era posta in fondo a una discesina e in capo a un paio di curve, rischiai l’incidente diplomatico internazionale, e l’ansia da confine tornò a mordere le viscere. Le macchine, tutte di gente che come me andava a far rifornimento di carburante in culo ai prezzi italici e alle accise di ‘stopìrulo, passavano in modalità scorrevole, sfilando silenziose sotto le goccioline tiepide e sottili. Anch’io m’incanalai nel flusso, e come gli altri rallentai fin quasi a fermarmi, ma senza bloccarmi proprio, limitandomi a fare la faccia da niente-da-dichiarare e a un vago cenno d’intesa verso un paio di omini anziani in divisa grigioverde. Cenno d’intesa un crispius! D’improvviso venni pesantemente palettato da una sorta di Rambo, un giovine Rambo spuntato dal nulla e con una gran faccia da scorreggione: sembrava sponsorizzato da una marca di fagioli borlotti. Chissà perché, con me e solo con me Rambo Petegia s’incazzò. Forse era il famoso istinto selettivo bullo-vittima, o forse era giustappena montato di servizio, e mi ci ero imbattuto un secondo dopo l’inizio del suo rambesco turno. S’avventò addosso al mio cofano come un guerrigliero contro un tank nemico, e intimò l’ALT con una furia carognesca da Gestapo. Poi mimò l’ordine di abbassare il finestrino, possibilmente shnell. (O, come avrebbe detto ai tempi nonna Corinna, in svelta!)
Vuole le Marlboro anche lei? O è più tipo da brioche?, pensai di domandargli, ma fui abbastanza prudente da non aggiungerci il fiato.
«Sarebbe buona norma di creanza salutare il doganiere», mi disse Rambo Petegia con una cadenza talmente svizzerotta che il rischio di scoppiare a ridere fu ben più concreto e rovinoso che al cospetto dell’arruffato carìba da cabaret di poco prima. E giù un predicozzo sulla mia maleducazione e mancanza di rispetto, seguito da vendicativa richiesta dei documenti (tutti: carta d’identità, patente, club di Topolino, carta verde assicurativa) cui ovviamente Rambo Petegia non si limitò a dare una guardatina: se li portò dentro il casermotto per (far finta di) studiarseli mentre pisciava e beveva un caffè (o pisciava nel caffè), dopo avermi intimato di accostare a destra e spegnere il motore, in attesa di sapere se sarei potuto andare a far benzina o sarei stato più ragionevolmente fucilato sul posto.
Io stavo per rivelargli che ero in missione per conto di Abatantuono, ma poi magari lo stronzo la prendeva male e mi smontava la macchina. Quelli del ramo borlotti non si distinguono quasi mai per un gran senso dell’umorismo. Quindi, di nuovo, mi astenni.
‘Sto meteoritico represso d’un Rambo Petegia del put. Mentre buttavo via il mio quarto d’oretta di vita ad aspettare i suoi comodi, pensai che forse era parente di quel famoso arbitro svizzero che mi faceva sbellicare ogni volta che ne sentivo il nome: Cornù. Ma non gli avrei detto manco quello. Stavo diventando un ragazzo molto selettivo: cominciavo a capire che “con voi esseri umani” (come avrebbe detto il vichingo ellenico) un conto è pensare e un altro è dire. Tanto più in situazioni di tensione alle frontiere di Stato.
Guarda un po’ cosa ti va a capitare a un (non) studente di Diritto Internazionale!

In compenso, rientrando in Italia (al ritorno nessun Rambo al confine elvetico, doveva essere andato a sborlottare in der posto) fui sicuro che avrei potuto contrabbandare droga e kalashnikov senza intralci, che tanto l’Abatantuon carìba, che mi aspettava saltellando impaziente come un innamorato con le rose in mano in attesa della fidanzata ritardataria, non mi avrebbe di certo controllato…

A far benzina in Svizzera non ci tornai per un bel po’.