"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"
SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

sabato 30 gennaio 2016

AGONIA DI UNA FATA E ALTRI SFACELI - Dal diario dei tuoi ultimi giorni, la prima pagina.

Mia dolce Mamma, nel giorno del mio 49° compleanno,
il mio primissimo pensiero è tutto per Te.


«Io sono come una rana in uno stagno asciutto».
(Maitri-upanisad, I, 4)


LA SENTENZA (frammenti dal giorno più brutto della mia vita)


9 maggio 2003

Allora il rifiutarsi di germogliare delle mie portulache era proprio un segno, come l’orrendo nero senza faccia che vidi (o credetti di vedere?) per le vie di Varese, levigata e raccapricciante boccia di De Chirico orba d’organi sensoriali apparsami d’improvviso in lontananza sull’altro lato della strada, vicino a una fermata del bus, ebano liscio senz’occhi né orecchie né narici… Come la tua candela colorata di Pasqua, la cui fiamma era più debole delle nostre e vacillava? 

Bevendo il caffè papà scoppia a piangere, stavolta sono io a dirgli Non farti sentire! (Lei è di là sulla poltrona a guardare, ancora ignara della telefonata del dottore, un po’ di tv.) 

Poi vado a ritirare questo esito che già conosco. 

Camminando per Varese, disperato, sotto i portici le facce delle donne anziane mi fanno rabbia. Come hanno osato invecchiare, mentre mia madre sta morendo? Come si permettono di starmi attorno? Non lo capiscono, il pianto che mi urla dentro il cuore?
Una timida e ingenua vocina interiore tenta di placarmi, dicendo che comunque mia mamma non ha quarant’anni, ne ha sessantacinque. Poteva andare peggio. Poteva capitarmi da bambino. Perché, adesso cosa sono?

Mi danno un bustone giallo. Mi fanno firmare. Non pago niente, perché considerano i 65 anni come già compiuti prima della tac. Le piccole inutili fortune a cui rinunceresti volentieri. Mi accascio su una sedia di plastica nera, e tiro fuori la sentenza. 
La metastasi più grande è già di sei centimetri. 

Mi metto nei panni di uno che non sa ancora niente, e che sia venuto a ritirare i referti del proprio esame. Com’è possibile che si debba venire a saperlo così, da soli? Alla faccia del sostegno psicologico.

Quando arrivo e sto per mettere la macchina in garage, la mamma è fuori che sta salendo le scale. Si ferma, mi guarda, e mi sorride. Indossa la sua solita felpa verde e consunta, quella che mette per i mestieri di casa e giardino, e mi sorride stanca. 

E adesso chi glielo dice? 

Ma non sono cose che si dicono, che si possano dire. Le viene dato il bustone, e lei, con noi attorno, muti, si siede presso il tavolo in sala, inforca i suoi occhiali da lettura e da scala 40 e poi, in apparenza serena, si mette a rileggere il referto della eco, e a leggere quello della tac. 
In questi referti non si fanno mai le parole cancro o tumore. Si parla solo di “macchie”, di “lesioni”, di “formazioni”. 
Le ultime parole sono: “si consiglia visita oncologica”. 



venerdì 22 gennaio 2016

NEL LABORATORIO DELLO SCRITTORE – In attesa del nuovo romanzo, vi regalo un capitolo tagliato da “Chiudi gli occhi e guarda” (Neo. 2015)


[Devo dire che stavolta si è trattato di un taglio abbastanza indolore. Certo, il capitolo onirico aveva le sue suggestioni anche forti e i suoi bei significati (altrimenti non lo avrei scritto). Ma rispetto al romanzo era assai facile sospettarne un carattere superfluo, o quanto meno non necessario. 
Inoltre, sua collocazione logica sarebbe stata quella di ultimo capitolo, ma così avrebbe depotenziato l’attuale finale, che molti (fra cui muà) trovano struggente, bellissimo e poetico. Sono quindi contento di potervelo regalare qui, senza rimpianti, ma con l’orgoglio di un padre verso i suoi figli anche meno riusciti. Per chi (imperdonabilmente) non avesse letto il romanzo, aggiungo che la fine del sogno rappresenta una chiusura del cerchio rispetto all’incipit del libro (dove, nell’andare al Mare a bordo della 127 della mamma di Corradino, la gatta Ciopy si caga addosso per il trauma del suo primo viaggio autostradale.]

e adesso


E adesso stai sognando.
Aleggi sospeso nell’aria sopra un’autostrada sconosciuta. Sei semplicemente lì, come un elicottero molto basso o un gabbiano che si è perso, e guardi. Le macchine ti vengono incontro in direzione nord-sud spartite su due corsie, le più lente e piccoline alla tua sinistra, le più potenti e veloci alla tua destra. Alcune di queste ultime hanno la luce della freccia che lampeggia, altre no. Qualcuna ha i fari accesi, ma è giorno. Sono tante, eppure il traffico scorre fluido e tranquillo, e produce rumori ovattati a malapena percettibili. 
Ma d’improvviso succede qualcosa. Lassù, in lontananza, un abbaglio di polvere e luce annuncia l’incedere di qualcosa di portentosamente veloce, e forse spaventoso, mentre l’asfalto e il mondo cominciano a rimbombare di un suono incalzante di tamburi sovrapposto a un altro, ossessivo, di chitarre elettriche, suoni che anni dopo riconoscerai come tutt’altro che vaga premonizione dell’attacco della canzone degli Oasis intitolata Put yer money where yer mouth is.
Le auto potenti, con scarti docili e rispettosi, sottomessi, si portano ora sulla prima corsia, rientrando negli spazi vuoti fra un’utilitaria e l’altra, come cagnolini obbedienti al fischio del padrone. Quando tutte le macchine si sono spostate dalla corsia di sorpasso, loro arrivano, e nel vederli arrivare la cosa che più ti stupisce è che non provi neanche poi tanto stupore. Sono guerrieri antichi. Cavalcano destrieri lanciati al galoppo, un galoppo forsennato e sovrannaturale, a duecento all’ora sulla corsia di sorpasso dell’autostrada sconosciuta, eppure a tratti li puoi vedere come in fermo immagine, immobili e perfetti. I guerrieri formano un mucchio compatto. Hanno armature, hanno spade e lance, alabarde, scudi decorati che mandano bagliori. Anche i cavalli sono bardati e colorati, i loro finimenti scintillano, i loro occhi fanno paura, le loro narici schiumano e mandano fumo, i loro zoccoli nella corsa paiono non toccare neanche terra. La musica incalza e li trasporta, forte e assordante com’è. Da elicottero o gabbiano che continui a essere cominci a distinguere le singole sagome dentro il mucchio selvaggio e rilucente, vedi che alcuni di questi misteriosi guerrieri hanno il viso completamente celato dal metallo, da altri fuoriescono lunghissimi capelli biondogrigi o rossi e barbe, e sguardi fiammeggianti che divampano dalle visiere lasciate alzate. Quelli davanti sembrano sacri Re nordici. Il loro aspetto, nel sogno, ti fa pensare alle carte da gioco. Questo è il Re di Cuori, ti dici, e sai di non sbagliare. Lui invece è il Cavallo di Spade. Lui il Re di Picche. 
Il Re di Cuori, un angelo risplendente e tremendo che cavalca davanti a tutti, pare adesso accorgersi di te, ti guarda, ti fissa per un interminabile attimo e poi solleva la lunghissima spada e ti indica, e con la punta ti lambisce il viso, ma il suo non è un atteggiamento minaccioso, è più un’investitura, forse è venuto per dirti che non importa se ti senti confuso, che non devi avere paura, perché tu sei speciale e predestinato a cose grandi e belle, e non ti puoi arrendere. Non puoi. O loro ne resteranno delusi.
Poi, incredibilmente, in un nuovo bussare di tamburi, e ripresa di chitarre elettriche, adesso, come prima le auto di grossa cilindrata si sono fatte da parte per consentire il passaggio di questi spettrali feroci cavalieri dalla consistenza di tuono e di folgore, ecco che adesso sono loro, diligenti, disciplinati, che si fanno da parte sulla corsia di destra (la sinistra per te, sempre elicottero o gabbiano con lo sguardo verso nord) per lasciar passare qualcuno o qualcosa che con ogni evidenza è ancora più importante e superveloce di loro, più elevato nelle gerarchie cosmiche e nella forza propulsiva. Ecco che sopraggiunge. A velocità supersonica.
È la macchina dei gattini puzzolenti. Al volante lo zio cieco, che guida meglio di tutti.







giovedì 14 gennaio 2016

Nuovo raccontino appena scritto per voi


UNA INNOCUA GENTILEZZA


Era la serata più bella della sua cazzuta vita. Rincasando comprò pasticcini, caviale e una bottiglia del prosecco più costoso. E rose rosse per sua moglie dal filippino al semaforo. E lui era uno che quelli ai semafori di solito li insultava. Solo il giorno prima, col finestrino della sua arrogante Audi semiabbassato, aveva sibilato a una zingarella: “Ma perché invece di cagare il cazzo non lo succhi? Non sarebbe più onesto?”
“Amore, finalmente ce l’ho fatta!” annunciò. Grondava trionfo, e stritolò in un impeto abbracciante la delicata coniuge extra small, sbaciucchiandole con moderata bausciosa lascivia il lobo sinistro, vicino all’oro dell’orecchino d’oro. “Il posto di vicedirettore è mio!” sibilò.
“Oh, tesoro, sono fiera di te!” cinguettò lei guardandolo negli occhi, e imitando senza consapevolezza le imbecillesse dei film americani. (Le imbecillesse dei film americani si dicono sempre “fiere” di qualcuno almeno quattro volte al giorno: del marito, del figlio, del chihuahua… “Come sono fiera, di te!”)
“Cristo, cinque anni ho dovuto stargli dietro, a quel dannato barbagianni.”
“Non insultarlo, caro: se alla fine ti ha scelto, è evidente che il Direttore ti stima.”
“Non è proprio così: non gli sono mai piaciuto, a quello là, come lui non è mai piaciuto a me. Ma alla fine ha dovuto prendere atto, seppure controvoglia, del mio talento per gli intrallazzi e le porcate. E questa è la serata più bella della mia vita. Quel posto era diventato lo scopo unico della mia esistenza, lo sai.”
“Come sono felice, per te, e per noi due. E guarda, un po’ sono anche orgogliosa di aver contribuito, proprio un minuto fa, a rafforzare il gioco di squadra!” gli rivelò spalancando quel suo sorriso di alta odontoiatria Carta Platinum (quasi a zero, la card, in attesa di venire rivitalizzata dal nuovo stipendio).
“Che stai dicendo, cara?” Non era ancora rabbuiato, ma corrugato sì.
“È arrivata una mail del Direttore. Era indirizzata a te ma io stavo navigando, sai, su quei siti di shopping di lusso, e l’ho vista al volo, e, trattandosi di una gentilezza che non mi costava nente, ho risposto subito.”
“Cara, apprezzo le tue buone intenzioni, ma lo sai che non mi piace per niente questo modo di fare. La mia corrispondenza preferisco sbrigarla io. Devo rimettere la password? Così poi ricominciamo con le gelosie e le amanti immaginarie?”
“Oh, ma è stata solo una formalità, e rispondendo subito l’avrò fatto contento. Tranquillo, amore.”
“Mmm… Ma che voleva?”
“Chiedeva se per caso avevi delle buone foto sue da usare per la presentazione coi giapponesi, perché lui aveva cancellato per sbaglio dei file e non riusciva più a trovarle nei dischi di backup. Così ho visto che ce n’erano un paio in memoria nel tuo schedario, e gliele ho mandate.”
“Gliele hai… occristo…”
“Ma che succede, tesoro? Che ti prende? Non ti ho mai visto tremare così, e diventare così pallido. Io… Le ho guardate bene, le foto, erano belle, non ci avevi mica fatto nessuno dei tuoi scherzetti porno con photoshop!”
“Le avrai almeno rinominate?”
“Rinomi… ma cos’è adesso ‘sta menata? Di nuovo con queste tue manie da impeccabile perfettino elettronico?” pigolò lei. “Le foto si riconoscono dalla faccia, mica dal numero che gli dài. C’erano quelle due foto bellissime, in cui era venuto così bene, così sorridente, e allora io… è stata solo una gentil…”
“Dovrei ammazzarti, dannazione!” disse lui scuotendola come si scuote un meletto per far cadere le mele mature, ma così intensamente che sarebbero cadute anche quelle acerbe, e le tettine finte. “Era la più bella serata della mia vita!” La sua voce era adesso un composto misto e molto instabile di urlo, gemito e piagnisteo.
“Ma si può sapere che avrei fatto di male?”
“Cos’hai fatto di male? Nascere, tanto per dirne una! Sei una stramaledetta gallina! Mi hai rovinato, mi hai fottuto la carriera!”
“Ma caro…”
“Caro un cazzo! Care sono le pellicce di leopardo! Chi le paga adesso? Devo mandarti a battere ai semafori? Devo andarci io? D’io rospo! Parca dea!”
“Perché mi tratti così? Perché diventi così orribile? Ero così fiera di t…”
Scaraventata che ebbe la bottiglia di prosecco contro il muro (così prestigiosa e robusta che invece di infrangersi e sputacchiare spuma aprì una breccia nel cartongesso da mutuo milionario, traendone a livello sonoro un inaspettato “grund-stlokk”, prima di atterrare sulla moquette e rotolare verso la porta d’ingresso, come avesse subodorato che da lì era più conveniente uscire) lui si precipitò nello studio. Frignando, grugnendo e bestemmiando, chiuse la porta a chiave. Il pc era già acceso, e bastò assestare un nervoso scossone al mouse per far riapparire il desktop che il dispositivo salvaschermo aveva oscurato. 
C’erano due ultime, debolissime speranze. La prima era trovare nella posta in arrivo una di quelle mail con oggetto “Delivery System ecc” che annunciava il fallimento dell’invio (una delle cose che più lo facevano incazzare, e che invece quella sera gli avrebbe evitato il fallimento suo, e l’obbligo del suicidio mediante rivoltellata alla tempia). 
Nulla, naturalmente. 
La seconda era che nella memoria dell’archivio fotografico esistessero altre foto del Direttore di cui s’era dimenticato, e che la moglie avesse allegato un paio di quelle, e non le due che temeva lui.
No, dannazione. C’erano soltanto quelle due. E quelle due erano state inviate.
Quella che lui aveva rinominato testadicazzofiglioditroia.jpg. E quella che sempre lui aveva rinominato crepamerda.jpg.
Immaginò il Direttore che le riceveva, prima sbigottito, poi furibondo, poi quasi contento – no, molto contento – di avere un pretesto per riconsiderare la decisione sul nuovo vice. Per poi levargli anche le mansioni che aveva, e sbatterlo in mezzo alla strada con una vigorosa pedata nel culo. Già: in mezzo alla strada. Perché l’influenza del Direttore, uomo potente e vendicativo se ce n’era uno, di sicuro gli avrebbe precluso qualunque approdo di ripiego lavorativo. Lui sì che stava per essere rinominato: da vicedirettore a vicefilippino al semaforo.
Non rimaneva altro da fare che spararsi.


domenica 10 gennaio 2016

ereZie in ZalZa roZa

EKKEKKAZZO!

1. RASCHIANDO IL FONDO
Editors che pubblicano (brutti) libri scambiandosi editore, conduttrici di (nauseabondi) reality che diventano concorrenti del reality… Manca solo De Laurentiiiis protagonista del prossimo cinepurgone, o che Thohir scenda in campo con la maglia dell’Inter (questa sarebbe la meno assurda, perché peggio di Felipe Melo non può giocare, e risparmierebbe uno stipendio: pensaci Erick, pensaci!).
Una volta addomesticato un pubblico, puoi fare sostanzialmente quel cazzo che ti pare.

2. OSCARKEKKO? MAGARI ANCHE NO…
IL RICATTO (UN PO’ RAGLIANTE) DEL CONSENSO OBBLIGATORIO
Premetto che il fenomeno Zalone non mi entusiasma ma neppure mi scandalizza. E che non ho visto l’ultimo film. E che Zalone mi diventa MOLTO simpatico allorché dichiara: “Io voglio far ridere, non sono il sociologo degli italiani!” (Quanto hanno nauseato ‘sti professorini secondo cui il pubblico “ride liberatoriamente e autoironicamente di se stesso”, quando invece il più delle volte è solo perversamente compiaciuto nel vedere la propria banalità moderna rispecchiata, “giustificata “ e incoraggiata da un’opera di straripante sucesso?) 
Sicuramente, di questi tempi, gira di peggio. Ma tanto peggio. [Penso agli ex “soliti idioti”: ho visto un trailer in cui l’UNICA scena potenzialmente divertente era quella della forchettata sulla mano: peccato fosse copiata (citata?) da un vecchio film di Pozzetto (ecco, Lui rispetto a ‘sta gente qua era da Oscar!), e peccato che nel nuovo grossolano contesto non facesse neanche più ridere!] 
Ho trovato i precedenti film kekkiani (visti con comodo ritardo in dvd, da mio fratello, come forse succederà con questo, perché la coda nei multisala non la farei nemmeno in cambio di uno dei tanti milioni incassati) li ho trovati, dicevo, da 2 palle-2 palle e mezza, cioè tutto sommato onestamente divertenti ma tutt’altro che geniali, qualcosa più di un cinepurgone e qualcosa meno di un film che ti conquista e ti fa dire “lo voglio rivedere ancora”. La gente fa la fila? Vabbè. Meglio per questo che per le 50 flatulenze vaginali. Non mi dà nessun fastidio se le persone si svagano e si divertono attraverso quel tipo di comicità facile, stereotipata, sempliciotta e prevedibile imposta negli ultimi anni dal sapiente marketing Zelig: sinceramente, sono contento per loro.
Ciò che però mi ripugna è il ricattatorio e quasi bullesco martellamento operato da tutti quei nuovi intellettualozzi, divenuti tali alternando sgobbate universitarie e trash television, non solo proni e invasati nel celebrare sui giornali ogni qualsivoglia successo pop (Zalone al cinema, Volo in narrativa, Pausini in musica) ma sempre più aggressivi nel dirti (da opportunisti Cantori della Mediocrità – a partire dalla propria, ovviamente) che se tu non ti mostri addirittura GRATO a Zalone per i suoi film, a Volo per i suoi libri, alla Pausini per le sue canzoni, tu allora sei automaticamente un antipatico snob, un invidioso, un noioso, un ignorante economico e un disfattista antipatriottico.
Non è mancato neppure il solito politico becero e populista, pronto ad annunciare, sulle ali degli incassi e quindi di un cavalcabile e sfruttabile “consenso” plebiscitario, che il bravo guitto di successo sarà Ministro della Cultura nel suo “futuro governo” (touch the balls!!). Massì, continuiamo a farci del male: in fondo, attualmente, siamo “soltanto” la nazione di gran lunga più somara d’Europa!
Io non credo che Zalone, Volo e la Pausini siano il diavolo, e rispetto chi li apprezza.
Ma posso ancora dire, mi è ancora permesso di pensare, che i miei Gusti sono differenti (e non sto parlando di Corazzate Potemkin, di Tolstoj e di Puccini: sto parlando di Woody Allen, Eastwood, fratelli Coen, di Narrativa Americana contemporanea, sto parlando di Beatles e di Depeche Mode e di sano poprock!), posso dire che se il cinema fosse SOLO Zalone, se la narrativa fosse SOLO Volo, se la musica fosse SOLO la Pausini, io molto probabilmente, e da un bel pezzo, non guarderei più film, non leggerei libri e non ascolterei canzoni? Che troverei più proficuo per la mia anima andare a pascolare capre in cima a una montagna? Posso dirlo? Posso? Grazie!



sabato 2 gennaio 2016

ereZia di kapodanno: l’insostenibile scandalo del suinteista tecnoglionito…

CAZZO, CHE DANNO!

Lobotom-italy, alba del 2016: la notizia NON è l’incredibile, sconcertante esistenza di migliaia di persone disposte a pagare una modica tariffa per vedere il proprio insulso sms scorrere sul video, sovrimpresso a una deprimente trasmissione fatta per dire al popolo telespettatore quando finiva l’anno (a quanto pare, o almeno così ho letto, con un buon fantozziano minuto d’anticipo!) 
E nemmeno che per la maggior parte questi sms saranno stati probabilmente scritti in orripilante bimbominkiese sgrammaticato.

No, la Notizia, a tutta pagina su tanti giornalozzi nazional-parrocchiali, è che durante questa sarabanda interpassiva del partecipazionismo tecnoglionito, il povero addetto, travolto da una tale mole di banal messaggiume, non sia stato in grado di scovare e censurare al volo alcune parolaccette, e addirittura UNA bestemmiola, tra l’altro fra le più scialbe, comuni e ordinarie che si possano immaginare. 

[Più sotto nella pagina: soliti stucchevoli e dozzinali articolozzi a nastro, pezzetti di costume sorcio-antropoILlogico, col solito inaccettabile e offensivo abuso del pronome “noi”: con fregnacce del tipo “ABBIAMO bisogno di accendere il televisore”, “Il contdown alla tv fa da garante e CI dà sicurezza”, “La tv è un rassicurante caminetto 2.0”, e giù banalità ortofrutticole che paiono riciclate dagli anni Ottanta con la sola aggiunta della scorreggetta magica “2.0”… (anche a casa mia quel “caminetto” era acceso, ma per gustarci due vecchi dvd – Witness e Provaci ancora, Sam – mangiando dolcetti e bevendo Moscato, e tentando di tranquillizzare il povero micio Isidoro traumatizzato dalle esplosioni della fecciolina là fuori, cominciate alle ore 23!!) perché, a volerla dire tutta, un altro non trascurabile scandaletto sta nel fatto che ci sia gente che guadagna SOLDI per scrivere “caminetto 2.0”…]

E la Notizia è che questo povero addetto è stato prontamente punito per aver “sbagliato”. A lui va naturalmente la mia solidarietà, non tanto e non solo per l’assurda punizione, ma per l’aver dovuto sottostare, per vivere, a una simile mansione: presiedere all’insulsa messa in onda di insulsi messaggini durante l’insulsa trasmissione dell’insulsa rete televisiva “bubbliga” di questo insulso paese. 
Queste sì sono bestemmie. Contro l’intelligenza umana.