"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"
SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

giovedì 28 novembre 2013

IL SESTO ASSAGGIO

Per chi non fosse ancora sazio dopo i 5 assaggi di Quattro soli a motore qui sotto proposti, ne segnalo un sesto che viene oggi ospitato sul bellissimo blog letterario "Tutta colpa della Maestra".

sabato 23 novembre 2013

Quattrocento Soli fa, la più bella emozione. (Superpost, chiedo scusa, autocelebrativo...)


Riceviamo dal nostro J. Stronkabook e ovviamente pubblichiamo, perché non siamo mica pirla.

CÈKKICCIÀ 4 SOLI
CÈKKICCIÀ 4 SÒLE

A 400 giorni dall'uscita del Romanzo "Quattro soli a motore", di Nicola Pezzoli, desideravo proporre e condividere con voi (per farli rivivere a chi li ha letti, per farli desiderare a chi deve ancora farlo) 5 brani fra i miei preferiti del libro. Curiosamente, nessuno di questi è stato mai citato nelle tante bellissime recensioni apparse sul web, che però ne hanno scelti in gran quantità e tutti altrettanto belli. A ulteriore dimostrazione dell'immensa ricchezza e generosità di questo straordinario e originale Romanzo, vero forziere pieno di cose preziose, imperdonabilmente IGNORATO dalla critica italiosa più incallita.

"I magna furmagìtt"

«Non capisco perché te la prendi così» mi fece a un tratto Gianni, squadrandomi con sospetto nell’oscurità di via Roccolo. «Non era mica l’Italia!»
Non gli dissi che io per l’Olanda avevo tifato già prima, quando aveva battuto quella che ai miei occhi era solo juventinaglia d’azzurro vestita, introdotta da una mamelata d’inno brutto come il peccato, grazie a due poderose bombe da lontano che avevano fatto fesso Dino Zoff. 
Anche se Gianni era mio amico, preferii non confessarglielo. 
Non sono cose che si possano confessare a cuor leggero. Sono cose gravi, imperdonabili – cose per cui potrebbero picchiarti, cose per cui potrebbero chiamarti Scrofa. Anche se sul versante Scrofa con Gianni mi ritenevo abbastanza tranquillo. C’era una specie di tacito accordo, fra noi due: lui non mi chiamava Scrofa, e io non lo chiamavo Spalone.
 «Insomma che te ne frega» disse, «di quei magna furmagìtt?»
Non risposi. Io tenevo all’Olanda per lo sgargiante colore arancione delle loro casacche. Tenevo all’Olanda perché giocavano tutti all’attacco, compreso lo stopper che nelle altre squadre era solo un mastino, uno scarpone, un maniscalco, un rozzo mazzulatore. Tenevo all’Olanda perché già allora consideravo gli olandesi più civili degli italiani. Tenevo all’Olanda per i bei capelli lunghi e biondi che rendevano i loro terzini e le loro mezz’ali simili a guerrieri vichinghi. Tenevo all’Olanda, in ultima analisi, perché la mia era una scelta – una semplice, libera, scelta. E per questo capivo che era meglio star zitto. 
Però, porcudìghel, io li amavo e stravedevo per loro, e lui, il mio migliore amico, me li chiamava “magna furmagìtt”. Mi faceva venir voglia di chiamarlo Spalone.

"Gelosia"

La decisione era presa: l’avrei sposata, e gliel’avrei messo dentro diciannove volte, e le sarei marcito addosso febbricitante di passione prima di decidermi a tirarlo fuori, e saremmo morti di febbre e di fame noi e i nostri diciannove figli come nei film con gli irlandesi conigli. Ma lei si divertiva a tenermi sulle spine con la tortura della gelosia. Mi raccontava che sul Veneto aveva un fidanzato che la stava aspettando e che si chiamava Alberto, e per farmi impazzire aveva chiamato un pulcino Cristinalbert e io per la rabbia una sera che non mi vedeva nessuno tranne il Cane Nero lo avevo preso a calci sotto il portico e il pulcino era diventato tutto strano e s’era messo a pedalare con le zampette verso l’alto e le orbite come albumi, e io m’ero sentito in colpa e avevo invocato aiuto, “Venite a vedere, il Cristinalbert fa degli strani movimenti”, e il Cane Nero abbaiava così forte che avrebbe potuto ammazzarmi di paura e soprattutto denunciarmi, ma siccome abbaiava sempre così nessuno si accorse della differenza. E poi, per fortuna, il povero pulcinetto che non c’entrava niente e mica lo sapeva di chiamarsi Cristinalbert non era morto e, anche se ci aveva impiegato un po’ di giorni di convalescenza dentro uno scatolone con la paglia, alla fine si era ripreso – che sollievo! – altrimenti sarei diventato non solo un assassino ma un assassino stronzo e vigliacco, che è pure un pochettino peggio. Come un cattivo di Tex che aveva sparato a un pulcino in un ranch per fare il gradasso e dopo Tex quando lo rincontrava lo disprezzava e gli diceva: “Toh, chi si rivede, il giustiziere di pulcini”. 

"Un prete poco lucido"

Il fatto di essere non rachitico ma quasi, a propulsione più nervosa che muscolare, aveva completato il mio ridimensionamento.
E poi, c’era il fatto che a Cuviago la mia personalità aveva subito il suo bel disinnesco religioso. Sì, perché dovete sapere che a Lavinia la religione era stata soltanto andare a Messa con la mamma ogni sabato sera alla chiesa del Ponte. Dove c’era un prete di duecento anni che stava messo male con la lucidità ma gli lasciavano celebrare la Messa lo stesso perché altri più a posto non ne trovavano. E così questo duecentenne non più molto lucido che però non andava in pensione passava tutta la Messa a barcollare e caracollare e biascicare uggiolii e lamentii e tremolio tremens e frasi incomprensibili che capiva solo lui, sempre ammesso che le capisse. Il momento peggiore era quando se ne stava in piedi per venti minuti di fila a ciancicare e pencolare, e quella era l’omelia o l’omelette che dir si voglia. Durante l’omelia, che sbiascicava a se stesso con vocina stridula e impastata, come se la stesse ripassando mentalmente davanti a uno specchio poco lucido, a un certo punto s’inclinava e pendeva e avevi paura che cadesse ma non cadeva mai, era come l’Ercolino Sempreinpiedi però conciato peggio, e alla fine la mamma diceva sempre Ma poverino, non lo dovrebbero far soffrire così, e io credevo che intendesse abbatterlo come i cavalli feriti nei Tex, e mi rappresentavo la scena, e in fondo non la trovavo neanche poi così tanto sbagliata.
L’unico momento bello era se c’erano i canti, perché allora potevo sentire la voce della mamma, così intonata e dolce che certe persone si voltavano a guardare anche se voltarsi in chiesa era peccato.

"Donna o istituzione?"

Ma ancora oggi, se chiudo gli occhi e penso “chiesa”, la prima cosa che mi viene in mente è don Gioele con la sua bellissima voce da baritono, e un brivido mi percorre da capo a piedi nel risentirlo cantare, fremendo di commozione, quella strana, lunga, disperata parola: “Geementesefleeentes…” che sta nel cuore del Salve Regina. Sono sicuro che in quei frangenti, su quegli acuti, lui ci facesse l’amore, con la sua Regina. Guardandolo intuivo che l’amore puro era qualcosa che poteva esistere veramente, che gli angeli asessuati non erano degli esseri con qualcosa di meno, ma con qualcosa di più. Ma gli ignorantoni del paese queste cose non potevano capirle, e spettegolavano che don Gioele si scopava (che schifo) la De Ropp. 
La De Ropp vista da noi non era una donna, ma un’istituzione come il catechismo, l’acquedotto, il passaggio a livello. Non era roba che si potesse scopare.

"La spugnetta"

Affrontai la scala a pioli esterna e montai su per quella interna. Gianni era già lì che mi aspettava. O forse no, non mi aspettava per niente. Aveva portato con sé una radiolina, piccola e nera, da cui usciva una canzone che faceva grosso modo “Gud babburèscion”. Mi avvicinai a lui. Aveva uno sguardo strano. Una luce malandrina negli occhi. Io non vedevo l’ora di sentire il proseguimento della storia dei dieci pianeti. Mi sedetti poco distante e aspettai che la spegnesse. Ma lui invece del quaderno nero tirò fuori il piccio. Cosa diavolo aveva in mente? Pisciare sul fieno? Però non si alzava a pisciare. Rimaneva seduto. Prese a strofinare, mentre quella cavolo di radiolina continuava a fare Babburèscion Babburèscion, senza molti guizzi di fantasia. Restai stupefatto da quel che stava accadendo. Mica lo sapevo che si potesse fare anche a mano. Io, che della cosa ero un neofita assoluto, quelle poche volte, in gabinetto, sistemavo una spugnetta per terra, mi sdraiavo a pancia in giù, e poi ci davo di addominali. Era più realistico, ma faticoso. Sfiancante. Io con gli addominali ero debole da fare schifo. Forse perché mi nascondevo sempre quando in palestra si facevano determinati esercizi. Finito lo stupore, pensai bene di imitarlo. «Per piacere, metti via quel cetriolo» mi sfotté lui. «Che mi viene da ridere». In effetti le misure non erano comparabili. Io però ero più piccolo di un anno, e a quell’età un anno fa tutta la differenza del mondo. Il bagno me lo faceva ancora la mamma, e quando me lo lavava lo chiamava Pirillino, e io non ci trovavo niente da obiettare. Però non ci pensavo nemmeno, a quel punto, a rimetterlo via. La faccia di Gianni si faceva sempre più stranita. Era come se stesse guardando un film che gli piaceva ma gli metteva paura, e continuava a darci dentro di polso. Non capivo perché invece di metterlo via non mi avesse chiesto di andare via. Non erano cose da farsi in privato, quelle? Credetti fosse una cosa che aveva inventato lui, che fosse il primo al mondo a sperimentarla, e per la prima volta. Io come ho detto mi rinchiudevo e mettevo la spugnetta rosa per terra e me la scopavo. Poi la risciacquavo ben bene. Di certo non avevo mai creduto potesse essere una cosa per comitive. Anzi. Le poche volte che m’ero dato da fare a mettere incinta la spugnetta, ero convinto d’essere l’unico al mondo in preda a tali perversioni, e dopo, ogni volta, promettevo a Dio di non caderci mai più.

E ora, in regalo per voi, un po' di "oggettistica" del romanzo. Stavo per aggiungervi le fotografie di qualche location, ma poi ho deciso di non farlo, per non interferire con le vostre fantasie di Lettori e con le magie evocative della Parola Scritta.

Il libro di Saki

La cartolina del signor Vecchio

La Ciopy

Il Salve Regina di Francesco Suriano


Che altro dirvi, miei cari? Non fatevi sfuggire, e non fate mancare ai vostri amici, la magia di Quattro soli a motore. E alla larga, nello scegliere i regali, dalle solite quattro sòle!
Con affetto,

J. Stronkabook


sabato 16 novembre 2013

Morte del Romanzo? Non c'è ancora un cadavere, ma il codazzo di aspiranti assassini del cazzo riempie le scale del palazzo, e già paralizza le vie della città.

VORREI SPEZZARE UNA LANCIA NEL...

Scusatemi se adatto un mio commento donandogli la dignità di un post, ma mi pareva interessante, e mi spiaceva averlo sprecato come intervento ultimissimo in fondo a un pezzo pubblicato da parecchi giorni, dove rischiava di non vederlo nessuno.
Scribosaurus Incazzatus Anacronisticus

La situazione del Romanzo oggi è qualcosa di grottesco, paradossale, surreale. Qualcuno, non del tutto fuori strada, sostiene che passeranno di moda come le sinfonie di Mozart. A me la realtà sembra ben più inquietante, e più assurda. È come se milioni di Pinkopallini si fossero messi a scrivere sinfonie credendosi Mozart, finendo col pinkopallinizzare i gusti di pubblico, critica, editoria (“La trama! La trama!”) (“L’argomento! L’impegno sociale!”) (“Mozart chi??”).
Svilimento zozzo anche più triste della paventata estinzione, che al confronto potrebbe apparire come una misericordiosa Eutanasia.
Il Romanzo non morirà perché superato, come ripetono a giorni alterni sui giornali certi pappagalli tromboni che lo danno per già morto, salvo poi continuare a sfornarne di pessimi e di pesantemente lassativi (ma col ticket di preno-tazione-classifica già pagato) per far quadrare il bilancio di casa (perché nei giorni dispari c’è il de profundis, nei giorni pari la recensione del capolavoro dell’amichetto giornalista, che poi ricambierà – funziona come per le targhe alterne quando c’è troppo smog: ci si ammorba comunque, solo con veleni usciti da tubi di scappa-peto diversi).
Il Romanzo morirà perché se ne scrivono troppi, e troppo pochi che valgano qualcosa. (E quei pochi non se li caga nessuno, poiché difettano d'imprimatur mass-merdiatico).
Il Romanzo morirà per asfissia e soffocamento da prolifera-zione. (Un meccanismo molto simile a quello dell’imminente estinzione umana, che vista l’attuale inarrestabile degenera-zione tecnoglionita, neoanalfabeta e Darwin-reverse non mi trova granché preoccupato o rattristato: mi spiace più per i Romanzi…)
Doppia, tragica, beffarda follia l’essere oggi Scrittore. Da un lato è come essere un Cavaliere Antico, superato dalla civiltà dei mezzi di trasporto. Ma d'altra parte è sempre, schifosa-mente, carnevale, e ogni imbecillotto si mette l’armatura di plastica, anche per andarci in motorino!
(E se la tv lo inquadra mentre lo fa, per tutti il vero Cavaliere sarà LUI!)
Non c’è Rispetto per un’arte, un mestiere, una vocazione.
E intanto, il pitocchismo e lo scrocconismo reclamano tutto gratis. Uno spettacolo di ragliante spudoratezza che sputa e scatarra sul lavoro creativo. 
Ma vista la qualità media offerta, non hanno tutti i torti. Io certe sòle da classifica non le leggerei nemmeno gratis: non si chiama "invidia", cari giornalistucoli, si chiama Gusto.
[Questa nuova tiritera CORALE dell'INVIDIA (inevitabilmente corale, o non staremmo parlando di "giornalismo" italico) è un'insinuazione viscida e bullesca, che aggiunge sberleffo al danno che in italiA subisco ogni giorno, come lettore prima ancora che come scrittore. Io per i grandi Scrittori più bravi di me, quasi sempre stranieri, provo solo AMORE E GRATITUDI-NE. Mentre per certi usurpatorelli italioti, e per l'impudenza di chi li pompa, provo solo FASTIDIO e DISPREZZO.]
Gioverebbero, come in quella vecchia intervista agli Spandau che citavo, pedate nel culo e la furia del dinosauro. 
E l’avverarsi (in senso figurato, ci mancherebbe!) del mera-viglioso auspicio contenuto in "AUTO DA FÉ" di Elias Canetti: “Gentaglia volerà per le scale”.

mercoledì 13 novembre 2013

Eresia Flash: NON C'INDURRE IN RELIGIONE


"C'è sempre la possibilità che qualche stronzo si possa offendere"
(Clint Eastwood, Fuga da Alcatraz)

Dalle nostre parti, un calciatore del Livorno è stato squalifi-cato perché una stupida telecamera spiona e kattoinkuisito-ria lo ha sorpreso a dire FRA SÉ E SÉ una bestemmiola dopo aver sbagliato un gol.
(Che poi qualcuno dovrebbe spiegare a questi genialoidi castigamatti, patetici decrittatori del labiale altrui, che uno potrebbe pure dire, in un impeto autocritico, “Porco d’Io”: come lo capisci se nel labiale c’è l’apostrofo??!!)
In russiA, la kiesa ortodossa è il principale sponsor dell'omo-fobia di Stato, perché i gay offenderebbero l'Altissimo (che giuro non sono io, anche se misuro 1,94).
In Norvegia, furibonde polemiche perché un sottile, minusco-lo, quasi invisibile gioiello a forma di croce indossato da una giornalista televisiva (costretta naturalmente a “scusarsi”, e nel frattempo sospesa dal servizio!) avrebbe “offeso” i simpaticoni islamici.
(Che non si capisce cos’altro facciano nella vita, visto che praticamente passano tutto il tempo a “offendersi”)
Io non voglio spingermi a dire che le fanfaluche mitologico-superstiziose dovrebbero esser dichiarate fuorilegge dalla moderna civiltà (anche se forse sarebbe ora). 
Ma chi si “offende” in base a esse per futili motivi, e vuol trasformare in oppressione altrui la propria permalosità codina basandosi unicamente sulla prepotenza del numero (perché la mamma degli intelligentoni, si sa, è sempre incintissima), ha veramente devastato il cazzo.

sabato 9 novembre 2013

Intermezzo sgaruppo fresco di jurnata

LA BRAGAMUTANDA

Il mio corpo umano dal sputo di vista organistico contiene delle cose unpo brutte dette anche con rispetto parlando “fetenzìe”, e in grecolatrino “prudenda”. Il Signore Progettista però he stato assai Eugenio e le a raggruppate tutte nella stessa zona malfama-ta del corpo, così per coprirle moltobene basta na cosa chiamata bragamutanda. Esse sono (duepunti elenca bene le fetenzìe) i peli pubblici, l’occiello e un par de cojoni, che in certi putacasi arrivano a somare 3 col proppietario. Poi ci sta lu bucoduculo, che però essente brutto e spuzzuloso he diventato timido e si he messo un po sconduto da laltra parte ma sempre a tiro di bragamutanda, e il nonno Artemio sclerotico dice sempre che sto bucoduculo bisogna averlo a senso unico da stare atentissimi con vigilanza urbana pecchè he meglio che di stronzi ne escono parecchi ma non ne entra nisciuno, o soccazzi (in tutti i sensi, dice sempre lui). Eppoi la Pubicità a diciuto che un fetentone su cinque s'offre di inculazione precoce, che sono scherzi coi fiammiferi 'int'u culo per vendere appiù medicine e si finisce drittifilati in galera, eppoi drittifilati si usce pecchè ci stanno l'Amnesia e l'Insulto.

In copp’a l’occiello ci sta na pellicina svergognata che si chiama “pretuzzo”, che la prozzia Carboidrata m’a diciuto che si appella accussì pecchè he la parte di noi regazini preferita da molti prevveti, però mica tutti, presempio il nostro, Don Purscé, preferisce scupacchiarsi li fimmini spusati, che qui non conviene mai dire a qualcuno per strada “figlio dun prete”, che poi magari he vero e si offende a roncolate, opure ti spara un po a dosso.

Da l’occiello anco se il buco he piccolo possono uscire per magia molte varie cose come piscio, panna sborata, malatie, renella, spiattole, adsl, spermi di zoo e spuzza. Se invece esce sputacaso lu catarro vi conviene farlo controllare. 

Poi ci sono le glande che non ho caputo ‘ndostanno (ma fare atenzione ai maiali e ai cingolati che ne vanno ghiotti e diventa pericoloso, specce le scrofe coi latticini che gli gira sempre la madonna, dice la zia Protomartira).
La bragamutanda he una venzione molto comoda, pecchè uno può tenere la stessa per coprire tutte chiste fetenzìe anche per molti mesi, fino a quando lei non si scoccia di essere sempre lei a farsi il culo in quei pustàzz, e allora prende a diventare gialla e marrone, che he un sistema elettronico del tessuto tecnologico per segnala-re che fra unpo he ora di cambiarla, però con comodo.

Poi ci stanno le recchia (piussù), che mi raccomando dovete sempre misurarle tutti i giorni che non diventano troppogrosse, pecchè mio patre a diciuto chiaro che se divento orecchione mi disarreda. Per non farmi disarredare a cazzotti e spranga e darci le soddi sfazioni debbo diventare nu Vero Uomo, che in gergo si dice anco “Pregiuddicato” (e deve tenere le urecchie piccole). 
Limportante nzomma he non diventare a Dumbo. Un mio amico da piccolo aveva i recchioni però a una recchia sola e he ito a lospedale dove l’ornitorinco lhà ringoiata. Il poveretto he rimasto unpo zoppo di recchia: una normale e una unpo monca, ma tanto mica ci deve caminare.

Le prossime cose del mio corpo umano magari ve le dico natra vota, che adesso m’aggia nupoco rott’ecazze. Che a scrivere troppobene si stanca la minchia. E poi se lo viene a sapere la Strega ti “premmia”, che devessere una cosa molto brutta.