"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"

TANTI AUGURI PER I TUOI SPLENDIDI 80 ANNI!

TANTI AUGURI PER I TUOI SPLENDIDI 80 ANNI!
Ho scoperto che il mio Eroe preferito, perfetto modello di Saggezza e Pigrizia, è coscritto di mio papà! Buon compleanno, Paperino!!

lunedì 26 marzo 2012

RACCOLTA DIFFERENZIATA BIS - "Dottoressina"


DOTTORESSINA


Ero stato l’unico a non avere l’idea, a quanto pare.
L’idea era venuta al capo area. Eravamo usciti in affiancamento. Cioè lui telefonò la sera sul tardi e io andai a prelevarlo davanti a casa la mattina dopo. A dirla chiara m’era come al solito piovuto tra i coglioni. È che io ero l’agente più vicino. Mi teneva di riserva. Se all’ultimo gli saltava un affiancamento a Udine o Modena o Bolzano, lui tac!, piovigginava tra i coglioni al sottoscritto. Allora il sottoscritto metteva giù di notte in fretta e furia un giro di lavoro vero per menare il can per l’area. Per quel giorno me lo potevo scordare, di lavorare due o tre ore e poi farmi gli affari miei.
Almeno era bravo a vendere e mi faceva impennare il fatturato, di buono c’era questo. Era una macchinetta per vendere, il mio capo area. Era al mondo solo per rifilare roba agli altri. Il mio capo area era uno di quelli che se vanno al mare dopo due giorni si rompono di essere al mare e tentano di vendere le ciabatte usate al bagnino, o la suocera agli zingari. (In America hanno fatto un film su un tizio che si chiamava Bill Porter. Uno che vinse il premio di venditore dell’anno. Ecco, era come il mio capo area, Bill Porter. Un venditore di successo. Un tutt’uno con la Vendita. Bill Porter era anche cerebroleso dalla nascita. E questo vorrà pur dire qualcosa.)

Quel giorno, fra la dozzina di dentisti che visitammo c’era anche la dottoressina – due tre anni più di me – che esercitava nel prestigioso studio paterno. Io per la cronaca ero un rappresentante ventitreenne molto demotivato e molto imbranato. Più demotivato, che imbranato. Proprio non me ne fregava niente di rifilare tutta quella merda a tutti quegli stronzi. Ma l’iniqua minimum tax del ministro Goria si preparava a stangarmi, sulla base di guadagni presunti almeno QUADRUPLI. Ero una ditta individuale già avviata a cessazione. Io al mare ci sarei stato vent’anni di seguito, e senza tentar di vendere nessuna cazzo di ciabatta a nessun cazzo di bagnino. Solo che per andare al mare dovevi prima vendere. O te stesso o qualche prodotto di cacca o tutte e due le cose. Era quella la fregatura. Era tutta una maledetta trappola. Non se ne usciva. Nessuno ne sarebbe uscito mai.
«Va là che io con la dottoressina ci proverei, se fossi in te.»
Gli era venuta ‘sta idea. Era come se avesse voluto vendermi la dottoressina.
L’idea era venuta anche alla dottoressina, a quanto pare. Neanche si fossero messi d’accordo. Una manovra a tenaglia per stringermi in trappola. Una trappola di genere diverso, ma complementare a quella del lavhorror.
«Sono contenta di aver fatto l’ordine con lei» aveva cinguettato la volta dopo, quand’ero tornato da solo per vedere se si decideva a comprare da noi. «È l’unico rappresentante simpatico di tutti quelli che vengono, e sono contenta di aver a che fare con lei.»
Un ordine piuttosto risicato, a dir la verità: quattro strumenti canalari, un po’ di frese su cui la provvigione era quasi nulla, un assaggio di materiale da impronta, e puttanatine monouso sulle quali non guadagnavo una lira. Niente amalgama niente composito niente lampade sterilizzanti all’ultravioletto. Non un nuovo cliente da festeggiare a sigari e spumante, insomma.
«La cosa è reciproca» m’ero lasciato scappare. E adesso ero nei guai.

Mi sentivo in pericolo. Lo sapevo per certo. E mi ci ero messo con le mie stesse mani. Con la mia stessa lingua. Su idea di altri.
Perché la dottoressina era simpatica e non brutta e gentilissima e probabilmente piena di soldi. Ma io non ero innamorato. Né attratto fisicamente. Su questo avevo dati certi. Scientifici. Cento seghe in quel periodo, e non una pensando a lei. Vorrà pur dire qualcosa.
L’assistente bionda del dottor Kerringher, quella sì che avrei trapanato fino al dente del giudizio. Volevo dire il giorno, del. E probabilmente ci stava. Ma ero uno stupido timidone ventitreenne, e la biondina andava per i quaranta e doveva saperne una più del diavolo. Ventina di seghe e stop. Diciamolo, come timidone non potevo finir preda che di tipi a posto come la dottoressina, che avrebbe smesso di darmi del lei dopo l’anello di fidanzamento e mi avrebbe spalancato le gambe vergini solo in viaggio di nozze, con meta decisa da lei o dal suo babbo dentistone.
Ma poi, a che vita mi avrebbe costretto? Piena di soldi, ma non mi avrebbe certo mantenuto. Lei a far miliardi coi ponti e le dentiere e io a casa a scrivere poesie? Sì, domani. Scòrdatelo. Funziona mica così. E comunque non certo a Varese. Qui i soldi ce li hanno per farli pesare. Non per alleggerirsi l’esistenza. Figurarsi alleggerirtela a te, poeta da strapazzo. In ogni caso dovevo difendere con le unghie la mia libertà. Difendere la mia povertà. La mia dignitosa balordaggine. Buttar via la vita ma senza il concorso di altri. Me la sarei cavata benissimo da solo, come fallito.

Nello studio della dottoressina c’era un cartello che diceva così: IL BUON DIO TI HA FORNITO I DENTI GRATIS PER BEN DUE VOLTE. RICORDATI CHE ALLA TERZA LI DOVRAI PAGARE. Giuro. Così, diceva. A me suonava tanto presa per il culo. A parte il fatto poi che avrei avuto moltissimo da ridire sia sull’intelligenza di quel “buondio” (ci voleva tanto a prevederne una decina, di set masticatori, o astenersi dal creare la carie?) sia sull’entità pazzesca dell’ammontar di quel “pagare”. Avrei voluto vedere la LORO, di minimum tax. Ma adesso il mio problema non erano né le tasse né i denti né le fanfaluche mitologico-superstiziose, adesso il mio problema era la dentista. Come liberarsi della dottoressina.
Be’, liberarsene fu di una facilità irridente, da restarci persino male. Da restarci malissimo. Senza volerlo, mi aiutò lei.

Alla visita successiva, una settimana più tardi, la dottoressina mi accolse truccata da uccello rapace. La paffutella acqua e sapone che avresti magari potuto sforzarti di trovare gradevole s’era tramutata in una maschera patetica e quasi volgare. Un uccello rapace pitturato coi colori di guerra che mi guardava minaccioso e concupiva la mia anima. Paura. Tremavano le gambe. Volevo scappar via di lì. La mamma. Volevo la mamma.
«Oh, cip ciao!» cinguettò l’uccello rapace non appena mi vide.
«Salve» avevo risposto io.
«Aah, cip salve» aveva ripetuto lei in un mugugno raggelato e deluso e spento, come se fosse bastato non dire anch’io Ciao per respingerla definitivamente, ferirla, insultarla, ripudiarla, infangarne la purezza dello slancio affettivo. Per un attimo temetti che mi si mettesse a piangere.
Pare strano, mi pare strano ancora adesso come mi parve strano allora, ma è così, era così – era bastato quell’imbarazzato e non premeditato Salve. Un salve ed ero stato salvo. Mi stupii che fosse stato così facile. Mi sentivo uno stronzo. La segretaria che stava lì mi guardava come fossi una cacchettina depositata da un chihuahua. L’altra assistente che poi mi dettò il nuovo ordine – corposissimo! – mi guardava come se stesse dettando a uno stronzo fumante. Mancava solo si tappasse il naso per non annusarmi. La dottoressina dovette pensare che fossi un pezzo di merda. Lo ero. Mi sentivo in colpa. Triste per lei. E già pieno di rimpianti economici per me. Un vero stronzone.
Però ero anche sollevato.
Soprattutto sollevato.

Ma nei momenti più neri, in futuro, avrei sentito montare il rimpianto. Nei periodacci neri – niente lavoro né soldi né soddisfazioni né prospettive né un cazzo di nessuno da amare – nei periodacci neri avrei avuto sempre questa tentazione di provare a chiamarla. Una cosa ciclica. Per tutta la vita. Poi non la chiamavo mai, ma nel periodaccio successivo ci pensavo di nuovo. Solo che più il tempo passava più l’impresa, capirete, si presentava impossibile, assurda, paradossale.
Pronto, dottoressina, si ricorda di me? Sono quel rappresentante altissimo, moro, carino, che veniva a trovarla uno, due, cinque, venti, trentaquattro anni fa. Lei era innamorata di me e io no.
Vaffanculo, scemo.


sabato 24 marzo 2012

Consiglierei viaggi più corti: Avignone non è lontana.



SITO DEPAPIZZATO


Lo dico da non comunista: che nell’epoca di massima recrudescenza del capitalismo più schiavista, sfrenato e inumano, la prima frase espettorata dal papA in America sia l’invito a Cuba a rinunciare al marxismo, è la cosa più putrida, disgustosa, reazionaria, nazistoide che abbia mai sentito.
Se pensassi che siamo in presenza di un uomo stupido, non esiterei a definirlo SOMMARO pontefice.
Ma non è un uomo stupido.
È un uomo cattivo.

Lungi da me la mitizzazione acritica di Cuba (come tutti i regimi totalitari, anche quello dell’Avana si è macchiato di porcherie assurde, a cominciare dalla persecuzione dei gay, a cui non mi risulta che il sanfrancesco degli ermellini abbia mai chiesto di rinunciare, anzi…), ma una cosa è certa: se la (non a caso) arretrata italiA non fosse terra di servi, di ignoranti, di mafiosi, di fascisti e di superstiziosi, avrebbe rimosso da tempo una certa pustola geografica dal proprio territorio.
E non sto parlando di San Marino.

giovedì 22 marzo 2012

RACCOLTA DIFFERENZIATA BIS - "La mano del caporale"


LA MANO DEL CAPORALE


C’è un caporale dell’esercito, altissimo e minaccioso nella sua divisa mimetica, in piedi con in mano una paletta da vigile all’inizio di un viadotto, sperduto nelle campagne dell’Oltrepò pavese. Non è lì per fermare nessuno. Deve solo segnalare di fare attenzione.
Gli automobilisti rallentano. Gli transitano davanti adagio adagio, gli sguardi interrogativi, la paura di essere fermati mescolata alla curiosa, fetida, sciacalla speranza che sia successo qualcosa di grave. Intimoriti non certo dalla divisa mimetica di caporale dell’esercito – altissimo – ma solo perché sulle prime temevano si trattasse d’un agguato di sbirri, un posto di blocco, un autovelox.
Il caporale si sente strano e fuori luogo. Fin dall’inizio della naja, per sopravvivere alla tortura, ha preso l’abitudine di estraniarsi, di guardarsi dal di fuori come fosse la propria controfigura, come recitasse in un film. Ma ormai non riesce nemmeno più a capire il senso del film.
Una parte di lui non nasconde di sentirsi importante, in divisa, statuario e imponente a spaventare gli automobilisti sul viadotto nelle praterie pavesi. Un’altra parte di lui ancora non si capacita di come diavolo ci sia arrivato, in quel posto e in quel tempo e in quel mondo spaventoso. Un’altra ancora, quella che forse non ha perso i contatti coi sogni dell’ultima notte, è indecisa se approfittare della situazione e buttarsi dal ponte, l’unico modo per dire “passo”, e fregarli tutti davvero. Un’altra ancora… sarà bene che vi avverta. Sono tante le fratture che dilaniano l’anima di questo smarrito ragazzo. Niente paura: non verrà, qui, dato conto di tutte. Resta solo da dire che in questo grigio e umido mattino pavese un’altra parte di caporale sperduto e perplesso è preoccupata del sopraggiungere di una camionetta verdognola, col Tenente Colonnello seduto accanto all’autista. Bisognerà salutarlo bene. Bisogna proprio concentrarsi, fare mente locale, e salutare per bene coi tempi giusti e i gesti marionettistici appropriati il Tenente Colonnello Martinelli, vice comandante di Battaglione, terzo bitigì gipì Lario, gipì sta per Genio Pionieri, ma quando in ufficio i polpastrelli del caporale battono per la centesima volta al giorno gipì sulla vecchia macchina da scrivere su all’Ufficio Addestramento una stupida associazione di idee gli fa sempre pensare Gran Premio. Comunque Martinelli è un bravuomo e il saluto va bene, e se non andava bene avrà fatto finta di non accorgersi.
La mano destra ancora accostata di taglio alla tempia, la paletta lasciata penzolare aderente alla gamba sinistra a sfiorare in una carezza di plastica il cuoio dell’anfibio, la schiena scossa da un brivido di freddo, un’ultima parte di caporale sta adesso riflettendo su questa frase, di cui ha dimenticato l’autore (Rilke, Heidegger, Jünger?): ma la poesia attiene all’essenza dell’uomo, non al suo bagaglio. Continua a essere il suo documento di identificazione, il suo segno distintivo, la sua parola d’ordine.
Sapessero da subito il poveraccio che è, sapessero che si trova lì solo per via di un’esercitazione di pionieri che fingeranno di far saltare il viadotto con gli esplosivi giocattolo, probabilmente gli automobilisti gli sfreccerebbero vicini a centoventi all’ora, si farebbero beffe di lui.
Un altro po’ di grappa poppata via dalla bottiglietta mignon, un’altra mattonella di cioccolato fondente. Le “razioni di conforto” sono davvero il solo conforto all’esistere.

Il caporale non ha ancora ben capito perché abbiano aggregato proprio lui, che non fa parte della Compagnia Pionieri, a quell’orribile scampagnata. Forse perché ci sono di mezzo anche i famosi cartelloni, allestiti nel loro ufficio in nome e per conto e al posto del tenente Monopalla – al monopallide eroe piace moltissimo delegare, soprattutto a chi è di leva e non può dire di no. Allora il caporale sarebbe lì come rappresentante della Sezione, e forse dovrebbe anche considerarlo un onore, fatto sta che il sergente maggiore Cristaldi l’ha fatto salire sul camion che trasportava il fragile e inutile materiale scenografico, di fianco al conducente, e ha fatto in modo di farsi sentir bene da costui mentre, ammiccando, lo istruiva: «Se corre troppo, ficcalo dentro
Quel povero cristo, una rana arrivata da poco, s’era spaventato davvero e aveva guidato da cagato addosso, aveva scarrozzato caporale, cavalletti e cartelloni a passo d’uomo, facendosela sotto a ogni sobbalzo, a ogni rattoppo dell’asfalto, come ne fosse responsabile di suo.

I pionieri stanno adesso fingendo di disporre un campo minato. È incredibile, ma veramente incredibile, quanto siano presi dalla cosa. Disporre le mine non è azione che questi cinghiali facciano con malinconia o ritrosia, pensando a una felice licenza o a una rorida figa o a una soffice branda. No. Tra le fila scorrono elettricità ed esaltazione, l’impegno è spasmodico e ligio, nei loro occhi la lucida determinazione a immaginare quelle mine vere, a sperare, anche solo per un po’, che vi s’imbattano bassi ventri di odiati nemici, o chissà, gambettine di bambini curiosi, purché con cognomi diversi dai loro.
Di solito campioni di svaccamento e sbragamento e ammutinamento spicciolo da caserma, questi cinghiali sono tutti presi dall’eccitazione del wargame, sembrano adesso sentire l’odore di sangue della guerra vera venir su dalle erbe umidicce, dai prati gibbosi, dagli arbusti rattrappiti, sono tutti in fermento, le pupille dilatate, le labbra umettate di schiuma. Siamo nel 1990, e pochi mesi dopo il caporale ritroverà quelle espressioni sui volti dei top gun inglesi che bombarderanno l’Iraq, veri e propri Hooligans con la licenza, finalmente, di uccidere. Feccia umana elevata al rango di eroe, pronta a vantarsi, dentro un microfono cnn, di voler uccidere più bambini iracheni possibili. Monopalla li osserva. Si aggira tra i suoi aspiranti eroi e assassini, fingendo di impartire ordini, ma anche lui starà pensando che cazzo ci sto a fare, che cazzo sto facendo per guadagnarmi da vivere, avevo due coglioni e uno l’ho lasciato al poligono delle bombe a mano per colpa di un coglione di soldato, fortuna che la carica ridotta è lo stesso di un petardo, ma i coglioni, porèlli, sono tanto tanto delicati.

Poco più in là, il caporale è insieme a un paio di sottotenenti del Battaglione (la paletta da vigile l’ha riconsegnata a uno di loro) davanti alla Tenda Comando, in prossimità della quale sono stati esposti, montati sui cavalletti di legno, i coloratissimi cartelloni esplicativi, che oltre a indicare le strategie della battaglia immaginaria e l’entità delle immaginarie forze in campo, sono lì per spiegarci, nella parte prettamente geografica, che in realtà non si sta giocherellando a un macabro gioco in un praticello nei dintorni di Pavia, ma si sta preparando un ormai anacronistico sbarramento antisovietico nelle vicinanze di qualche fatidico fiume del nord-est, il Tagliamento, lo Smarronamento, il Piave Mormorava o Addampazzì.

A un tratto ecco farsi avanti, circondato da una corte di tenenti e tenentini, un baldanzoso scrofone con tre stelle su ogni spallina. Gente estranea. Mai vista prima. Craxiforme e grugnomunìto, lo scrofo è un semplice capitano, ma gli sono già compagne la boria e l’insolenza dell’inutile generale da salotto che un giorno diverrà. Più insolente e più arrogante di lui, nei dintorni, c’è soltanto il sigarone – cubano, ovviamente – che fuma. Tutte quelle stelle su tutto quel maiale ti fanno venire in mente la pubblicità del salame Negroni. Un pensiero da scacciare. Potrebbe farti scoppiare in risate irrefrenabili. Potrebbe essere la tua rovina. Comunque, ti dici, gente così potrà anche dimagrire, ma resteranno sempre dei palloni gonfiati, dei cicciottelli mentali.
L’arcivescovo stringe giovialmente la mano ai nostri due sottotenenti, mentre i suoi, come un codazzo di comari, si mettono a guardare i tabelloni ridacchiando fra loro, neanche quella roba l’avesse disegnata Jacovitti, pensa il caporale, e non i miseri schiavi suoi colleghi dell’Ufficio Addestramento. Poi, dandosi il caso che lì davanti alla stupida tenda ci sia anche una terza figura alta e imponente, ecco sua eccellenza stringere la mano anche a quest’ultimo soldato. Il caporale a questo punto è confuso. Forse l’aveva giudicato male dall’apparenza, lo scrofone con sigaro, era stato giudice superficiale e frettoloso, non è da tutti gli ufficiali dare la mano così gentilmente a uno della truppa senza farsi problemi. Lo stordimento dura giusto tre secondi, il tempo che impiega lo scrofone a mettere a fuoco i suoi gradi, gli striminziti gradi del graduato di leva – o forse sono le comari, fra lazzi e sghignazzi, a fargli notare che non si trattava di un terzo onorevole sottotenente?

Adesso lo scrofoide sembra uno che voglia tagliarsi via l’avambraccio con l’accetta, o purificarsi la mano destra con l’acido muriatico, insomma la sua faccia è imbarazzata e incredula e schifata e contrariata come non mai. Si guarda intorno smarrito, si osserva le dita.
«Ho dato la mano al caporale! Cazzo, la mano al caporale!» ripete sbigottito, come se avesse assaggiato merda credendola cioccolato. «Ho dato la mano al caporale» ripete, e per fortuna c’è anche del divertimento e dell’autoironia nella sua voce, perché il caporale stava già temendo di poter essere punito, o fucilato sul posto, per aver avuto, lui, l’ardire di stringere lo zampone stellato, invece di genuflettersi e baciare l’anello.

E non crediate. Non crediate che se avesse saputo d’aver dato la mano non al milite ignobile ignoto, ma a un poeta sull’orlo del suicidio, indeciso se protrarre ancora a lungo la sua sofferta permanenza in un mondo senz’anima che affama i poeti e infama la poesia, non crediate che la sua reazione sarebbe cambiata.
Anzi sì.
Certo, che sarebbe cambiata.
Avrebbe avuto ancora più schifo.
«Ho dato la mano al caporale» continuava a ripetere, sconvolto. «Signori, avete visto cos’ho fatto? Ho stretto la mano al caporale

Non finiva più.

Non finiva mai.

martedì 20 marzo 2012

Dialoganze (neanche molto) surreali


dio li fa e poi
(purtroppo!)
non li accoppa

In dieci anni di matrimonio non eravamo litigati mai.
Forse siccomeché i nostri dialoghi non è che si spingerebberessero poi tanto in là

«Come si chiama…»
«Chi»
«Boh»
«Ah»

Non sorgevano fra noi dispute di carattere artistico

«Tosto il nuovo spot del coso»
«Figata! »
«Uau»
«Cioè»

né culturale

«Guardiamo zelig, alla tele? »
«Ahahah! »
«Mica è cominciato»
«Mi porto avanti ahahah! »

né di attualità generale

«Eh, la gente non sa più cosa sia»
«Tipo… cosa?»
«Tipo… boh»
«Assolutamente!»

o politica

«Ci vorrebbe la pena di morte»
«Per chi»
«Così»
«Ah, okèi»

Nessun problema di ménage coniugale…

«Dove cazzo l’avrò messo»
«Cosa»
«Boh»
«Ah»

… e perfetta unità di vedute sulle uscite sabatoserali

«In che disco andiamo a divertirci?»
«Shokki Makaki o Shokki Makaki?»
«Shokki Makaki, vah»
«Uau»

Ma soprattutto nessuno tentava d’imporre all’altro le proprie idee

«Se rimango incinta come lo chiamiamo?»
«O come mio padre… o come tuo padre»
«Quindi Marco?»
«Se è femmina, Marca»

Poi ci si è messo il maledetto spread, a farci litigare.
Io ero favorevole
Lei era contraria
O viceversa

Una parola tira l’altra
Un calcio in culo tira l’altro,
Abbiamo divorziato

E il bello è che nessuno dei due
Ha ancora capito
Cumminchia jè, stu spread.

sabato 17 marzo 2012

Eresia Flash – Nanni Moretti alle ferrovie? Magari!


La scorsa settimana, un certo signor Moretti delle ferroviE dello statO (per un attimo ho pensato si trattasse di Nanni, ma Nanni è un tipetto piuttosto serioso, non è mica un comico) ha dichiarato che, per usufruire del meraviglioso, confortevole, pulito, puntuale servizio (e magari per finanziare qualche nuovo spot televisivo…) i pendolari dovranno mettere pesantemente mano alle loro tasche. 
Ha detto che gli abbonamenti mensili DEVONO aumentare. Anzi, devono ALMENO RADDOPPIARE! “50 euro al mese vuol dire nemmeno un caffè per ogni giorno” ha detto il signor Moretti ciuf ciuf.
Ora, a parte il fatto che non è colpa dei pendolari se uno sputo di caffè costa DUEMILA LIRE (molti di loro non se lo possono neanche permettere, caro Moretti Non Nanni), quella che vorrei far notare è la superficiale faciloneria di dire che 50 euro al mese non sono neppure un caffè al giorno, mentre per un caffè al giorno, per scandalosamente caro che sia, di euro ne bastano una trentina o poco più. (È anche attraverso tali facilone superficialità che si favorisce l’inflazione, e si fomenta e giustifica la disonestà di certi esercenti: chissà quanti baristi dallo scontrino difficile, leggendo, avranno pensato che anche il prezzo dei caffè dovrebbe, come minimo, raddoppiare…)
Sulle prime, dopo aver ritagliato il trafiletto di giornale, volevo farci un raccontino sgaruppato. Ma poi mi sono reso conto che faceva già abbastanza ridere così. Ridere per non piangere, come al solito.
Stendiamoci sopra un bel peto veloso.

mercoledì 14 marzo 2012

REPLICOZZE SCELTE - "suggerire agli iraniani di aumentare la gittata"


suggerire agli iraniani di aumentare la gittata


Cioè voglio dire hai capito, dovrebbimo avere più rispetto, noi gggiovani. Sì, dovrebbimo. Ciè, accapito, credo proppio che dovrebbimo. Portare molto più rispetto, ogliodire. A chi? Cè. Glioìre: a tutti. Alle persone tipo rincoglionite, ad esempio, acapitto. O che ne so, cioè, dentro il metró tanfolante d’ascelle oiodire, se c’è una scrofa tipo gravida che proprio sta lì che, tipo, sviene, oglioìre, convincere tipo a calci un qualche afghano (sempre con rispetto calciando, haicapito?) dimmodo che si alza e la facci sedere. Ciè, oglioìre cioè, accapito, io gliodire l’avevo visto il neonato che stava per essere travolto dal filobus, cioè, giuro su quanto ho di più caro accapito sulla testa di britnispirs che stavo per chinarmi a toglierlo e salvarlo, cioè, accapito, mica mi sarebbe dispiaciuto fare l’eroa e finire alla tele a farmi chiedere Cosàiprovato e Cosavesti e Acchiladài e sui giornali anche se voglio dire non li legge nessuno. Cioè stavo per salvarlo il bambino, anche se le due borsate di scarpe tod’s e di modellini krizia in saldo che sono un amore ciè accapito non è che mi concedessero glioìre grandi margini di manovra e col cazzo che le mollavo lì alla mercè del primo albanese, ma poi, mica è colpa mia, vogliodire, chi non ti vedo sul marciapiede dall’altra parte? La divina modella sonna purcella! Ciè, non so se vi rendete conto, accapito oglioìre-uau: la divina modella sonna purcella! Il mio mito, accapito, il mio modello di modella, il mio sogno a culo aperto di vita uau miliardaria e sporcaccioncella! Ciè, accapito, tu cos’avresti fatto? Avresti fatto come me, ogliodire. Ho piantato lì tutto tranne le borse e mi sono messa a correre gridando. divina divina divina!, ‘ioìre. autografo autografo autografo! Sembravo pazza! Inciamponavo nelle borse ricolme! E intanto quello stronzo del filobus splat! Ciè accapitto, che colpa ne ho io se lasciano i bambini magari pure negri per terra? E pensa ogliodire cioè ce l’ho fatta! Uauu! Ciè, non era proprio la divina modella sonna purcella, alla fin fine, era la sosia di abbiategrasso, massì, quella che fa la televendita del rassodacu** interno su tele88. Però l’autografo me l’ha fatto lostesso! Ho il cuore che mi scoppia dalla gioia come un’anguria col timer piantata in gola. Uauu! La sosia di sonna purcella! Dal vero! Dal vivo! Volente o nolente! Acapitto! Per strada! Che camminava coi piedi! Come se era una comune mortale!



venerdì 9 marzo 2012

EKONOMIA, LAVHORROR, PENSIONI: la funesta idiozia di considerare eterni dei modelli che potevano essere soltanto PROVVISORI.


LAVHORROR?
MA ANCHE NO!

“Lui lavora duro, tu libera sarai”
Alberto Camerini, Rock’n’roll robot

“A place to stay, enough to eat”
Pink Floyd, The gunners dream


Il bello è che per l’Economia danno pure il Nobel. Ma dove sono questi economisti geniali, capaci anche soltanto di cominciare a intravvedere, a pre-prospettare, un nuovo modello per il mondo futuro? Non ci sono o non ce li fanno vedere? È perché devono essere comunisti (e quindi ostracizzati), per immaginare un sistema a misura-umanità, che sia giusto e sostenibile per tutti, un utopistico ma non impossibile regno affrancato dai quattro signorotti disonesti e prepotenti e falliti che stanno distruggendo, uccidendo, sfruttando, mandando affanculo tutta la baracca orbitante attorno al Sole? No, non è nemmeno questo, visto che i comunisti, per la maggior parte, sembrano i primi ad avere la fissa del lavhorror come “Valore” in sé, a volerlo mettere alla base delle Costituzioni (come fosse un Ideale e non una triste e sorpassabile necessità – parlo del lavoro duro, ripetitivo, alienante, automatizzabile), i primi a opporsi alla robotizzazione delle produzioni (e alla soppressione di quelle inutili, o di quelle che fanno venire il cancro) “per difendere i posti di lavoro”, come se l’Operaio fosse il loro perfetto ideale di Uomo da qui all’eternità (dato che scrittori, artisti e scienziati preferiscono di solito mandarli nei gulag o a spicconare in miniera…). E allora, a chi dobbiamo rivolgerci? In chi dobbiamo sperare, per sostituire un sistema basato sulle ruberie dei politici mafiosi, sulle ruberie delle banche strozzine, sulle ruberie degli industriali inquinatori e sfruttatori, sull’idiozia dei telespettatori-consumatori modaioli, e che sta andando inesorabilmente a catafascio?

La stessa distribuzione dei credits convenzionali per vivere (detti oggi “denaro”) sulla base di lavoro salariato e pensioni rappresenta un sistema più che mai provvisorio e da superare, per il semplice motivo che, per reggere, tale sistema fondato su lavoratori più numerosi dei pensionati richiederebbe un continuo aumento esponenziale della popolazione, del tutto insostenibile per questo splendido pianeta che abbiamo già ridotto a una chiavica (per evitare la bancarotta, gli attuali, già nefasti, 7 miliardi dovrebbero prestissimo diventare 70, e tutti incatenati a sfacchinare, scordatevi di dipingere quadri o scrivere romanzi o suonare la chitarra…)
Ma non vedete come si affannano, gli inadeguati gioppini chiamati a governare questa cosa ingovernabile, ormai sull’orlo di un ovvio sfacelo? Riforma delle pensioni, diminuzione delle pensioni, non adeguamento delle pensioni all’inflazione, età pensionabile a 67 anni, età pensionabile a 114 anni, 50 anni di contributi, 80 anni di contributi, 299 anni di contributi…

Intanto i giornalisti, tutti presi dallo “spettro” disoccupazione, infarciscono le pagine dei giornali padronali di consigli sugli studi (“almeno tre lingue!” – e perché non otto?), sull’infurbire i curricula, e sul modo di spandere merda e leccare ani durante i famigerati “colloqui” (1. Inginocchiarsi 2. Spergiurare di esser disposti a vivere per la fideistica Missione: lavorare! 3. Evitare domande da blasfemi disadattati sullo “stipendio”, o peggio ancora sulle “ferie”.) Poi riferiscono, allarmati, che una femmina su due risulterebbe “inattiva”. Ora, a parte che la quasi totalità di costoro sgobba in nero (ricordate i famosi laboratori tessili stile Barletta?) non vedo proprio che male ci sarebbe. Junger chiamava questo incubo (che vogliono farci scambiare per un sogno!) “Mobilitazione Totale”, sotto le insegne di quello che io chiamo Lavhorror, tra gente spremuta, nevrotizzata e depressa e bambini lasciati a languire (quando non a morire) nei lager-nido, mentre il Presidente cattocomunista chiama la schiavitù delle loro mamme e papà “privilegio”. Privilegio!

Siamo ancora qui coi pagliacci della krescitA, coi nazistoidi dell’Arbeit Macht Frei, con gli allevatori di servi che a 4 anni gli dicono: se a 18 non avrai le catene alle caviglie e i soldi nel culo sarai un fallito e un bamboccione! Gli fareste meno male ad ammazzarli nella culla!
Adesso l’ultima parola d’Ordine è che serve più “mobilità”. Magari anche in senso fisico-abitativo. Che è poi la penultima spiaggia del Crescione Impazzito statunitense (l’ultima saranno i bambini di sei anni a lavorare di notte in fonderia): eserciti di schiavi itineranti che vivono in case mobili non per turismo ma per correre dietro al lavhorror.
E per rovinare prima e meglio i ragazzi, meno Letteratura e più finanzA a sqhuola, per un mondo pieno di squallidi calcolatori e di avidi predoni: la nuova bella umanità katto-bocconiana, pronta a farsi cattolicamente un sol boccone delle (ultime) Risorse. E, si spera, strozzarcisi!
La puzzolente retorica di chi ci vorrebbe kompetitivi (a costo di non far altro nella vita che sacrificarci giorno e notte per produrre automobili escrementizie, e venderne più del “nemico”) è la stessa dei porci figli di puttana che, cent’anni prima, ci avrebbero mandati a farci macellare in trincea in nome della Cagna patriA, ovvero in nome delle loro finanze e delle loro industrie belliche… (Non a caso si sta blaterando sull’inno di mameli obbligatorio per gli scolari, da eseguirsi ogni porca mattina!)

Un allarmato articolo sul corriere della sera del 26 ottobre diceva che in America e nel mondo genialoidi ricercatori si stracciano le vesti e si preparano a suicidarsi a roncolate autoinferte a causa della (per loro) lugubre scoperta che la tecnologia non produce posti di lavhorror, ma anzi li falcia via come la falce della morte!
Ebbenedett’ilcazzo! Non dovrebbe essere questo, lo scopo del Progresso? Affrancarsi dalla schiavitù del lavhorror? Possibile che ormai su questo pianeta l’intelligenza sia solo nei vecchi film di fantascienza? Nei vecchi film di fantascienza gli esseri umani sono sempre evoluti. Sono serviti dalle macchine. E soprattutto sono POCHI. Forse, se cominciassimo a smettere di riprodurci all’impazzata come sordide pantegane… Se cominciassimo a spedire in Africa meno bibbie e più Profilattici… Poi, magari, sarebbe il caso di cominciare a riprogrammare anche l’educazione dei nostri bambini. Per farli diventare futuri Uomini (o bisogna scomodare l’Oltreuomo di Nietzsche?), anziché schiavi consumatori e conformisti, anziché coglioni disposti a massacrarsi a vicenda nel nome di dèi inventati da antichi mammalucchi, anziché obbedienti pezzi di ricambio del decrepito e marcio sistema, indottrinati e fottuti in partenza.

Vi assegno un compitino. La prossima volta che sentite qualcuno parlare di “Crescita & Sviluppo” in senso obbligatorio e positivo, con una fanatica lucina da Pensiero Unico negli occhi (dopo esservi assicurati che non stia parlando di piantine o di cuccioli nel primo caso, e di rullini fotografici nel secondo), assestategli un bel calcio nel culo, perché o è molto stupido o è molto in malafede (spesso è entrambe le cose). Se invece sentite qualcuno parlare di Decrescita, e di sviluppo limitato e sostenibile, anziché di produrre per produrre, consumare per consumare, anche nel nome di quel Crimine contro l’umanità noto come Obsolescenza Programmata (e sotto l’egida della porca pubblicità, sua lugubre scagnozza, sua lurida picciotta)… proponetelo per il Nobel.

Un dato per meditare, e ribaltare certi luoghi comuni: nel 1840 gli schiavi coloniali delle Antille lavoravano meno ore dei “liberi cittadini” di oggi!!!
Cent’anni dopo, Bertrand Russell sosteneva che grazie al progresso tecnologico avremmo potuto lavorare non più di 4 ore al giorno. E adesso, coi passi avanti fantascientifici che abbiamo fatto, per non parlare di quelli che ci nascondono perché non convengono a Lorsignori (a cominciare dalle lampadine ETERNE, su su fino ai motori ad emissione ZERO)? Ogni quanto potremmo/dovremmo faticare, dividendoci i compiti con onestà e intelligenza? Un giorno alla settimana? Uno al mese? Già, mi direte, e poi lo stipendio, se si lavora così poco? Chiaro che tutta la struttura andrebbe rivista, ripensata, riorganizzata. Ma ci siamo talmente fossilizzati nell’idea che essere schiavi ergastolani in cambio di un’elemosina fissa sia la regola perfetta, che non ci sognamo neppure di metterla in discussione. Anzi, se un economista stronzo viene a dirci che dobbiamo “preoccuparci” per qualcuno che vive con meno di un dollaro al giorno (perché sta in un villaggio di venti abitanti affacciato su un lago pescoso) noi subito abbocchiamo: “Oh poverino, bisogna proprio aiutarlo a diventare come noi!” (magari avvelenandogli il lago…)

Di contro, la stupidità e la malafede del delirio schiavoide sono incarnate dal signor sarkozY, che di recente ha avuto il coraggio di dichiarare: “Tra guadagnare meno e lavorare di più, sono convinto che la seconda soluzione sia preferibile” (ma anche viscO di bankitalien non ha voluto far mancare le sue paroline magiche: “Lavorare di più, in più e per più tempo”)… Lavorare di più?! E quando gliele togliamo, le catene, a ‘sti poveracci scippati del tempo libero, del tempo per provare a essere vivi? Gliele togliamo per una settimanina di ferie non pagate in agosto, da trascorrere tutte in aereo per non deprimere la krescitA del fottuto settore trasporti?
Una vita incarcerati dentro un ufficio o una fabbrica, per produrre dell’inutile merda ricevendo in cambio un’elemosina insufficiente a comprare la stessa merda senza indebitarsi (mentre i peggiori sciacalli internazionali ti privatizzano anche il buco del culo): perché non ci vai tu, monsieur sarkozY, e non ti porti dietro anche viscO?

Ma a colpire, oggi, è come sia ormai perfettamente ammaestrato anche chi “contesta”. Basta leggere le letterine di indignazione sui giornali. Non dicono di no all’assurdo sistema dello schiavismo per quattro soldi, del lavhorror, del rigenitoraggio geriatrico, dei negozi aperti la domenica e della crescita suicida, no, dicono cazzate come “se non ci danno i posti fissi poi non si lamentino se calano le nascite!”. I Gran Maiali, in un incubo peggiore di Matrix, vogliono schiavi che pensino solo a produrre e riprodursi (sperminator putiN vorrebbe “50 milioni di nuovi russi”, tutti etero, s’intende), e loro credono di fargli il ricattino: “Guardate che se non ci lasciate produrre noi poi non ci riproduciamo”. Cazzo! Gli andava benissimo lo status quo ante: l’abbrutimento kompetitoide, lo sfruttamento in cambio di due monete per comprarsi gadgets di cacca, l’inferiorizzante rincoglionimento televisivo, una grigia esistenza omologata e conformista. Gli andava così bene che lo rivogliono come fosse un Diritto e un Valore, invece di approfittare dell’auspicabile sfascio di tutto ciò per provare non dico a costruire, ma almeno a sognare, uno stile di vita migliore e più umano. Protestano, ma lo fanno da bovini già pronti per il giogo, vogliono solo essere schiavi ma più in pace, servi ma più tranquilli, bestie da soma ma meglio pagati. La loro lotta non può essere la mia.

Ma forse, ho qui tentato inutilmente e confusamente (e ve ne chiedo scusa!) di razionalizzare un Sentimento. Chi come me ha un’anima Sioux, non potrà mai capire gli avidi wasichu. (A proposito di “pochi”: Loro, i nativi americani, erano pochissimi, il che ha dato modo a qualche cretino politically correct di accusarli di “egoismo”, perché pretendevano di vivere in armonia con la loro terra, anziché permettere agli invasori di panteganizzarla!) Parole attribuite a mio zio Toro Seduto: “Quando avrete abbattuto l’ultimo albero, quando avrete pescato l’ultimo pesce, quando avrete inquinato l’ultimo fiume, allora vi accorgerete che non si può mangiare il denaro”.

“Stronzi wasichu del cazzo”, aggiungo io.


mercoledì 7 marzo 2012

“Un giorno questo dolore ti sarà utile”: compratevi il Romanzo, please!


Peter Cameron
Un giorno questo dolore ti sarà utile
Adelphi
Voto: 10

Mi limito a copincollare per voi la mia minirece su ibs del 2008, firmata col vecchio pseudonimo Kristian d’Arc:

Un capitolo, e già sono innamorato di questo Autore e grato della sua esistenza! Scrittura semplice ma originale, al tempo stesso divertente e commovente, ironica e profonda, e così frizzante, così piacevole, così bella... Dopo mille tentativi abortiti e spesso patetici e/o sfacciatamente imitativi, ecco finalmente un Holden Caulfield contemporaneo, ancora più complesso, stranoide, spiazzante, irrisolto, spaesato, controcorrente. E soprattutto sessualmente incasinato e confuso, laddove il Vecchio Holden risultava bovinamente istituzionalizzato e omofobico da far pena. A questo diciottenne che pensa con la propria testa, a costo di divorziare da un genere umano fatto di scimmiette-pappagallo, non si può che voler bene. Grazie, Peter!

Non mi stupisce la delusione di tanti miei amici che hanno visto solo il film. Proprio come Il giovane Holden, questo libro è tutto tranne che filmabile (a meno di non trovare un regista di quelli eccellenti, supremi). Forse, a volte, lo show business dovrebbe imparare l’umiltà di fare qualche passo indietro, e di lasciare alla Narrativa ciò che è della Narrativa.
È una storia che gioca molto coi cliché (i matrimoni che non durano, la non-arte moderna, la superficialità della gente, la psicanalisi inadeguata, le chat per cuori solitari, i bei rapporti nonna-nipote), ma lo scrittore lo fa con una grazia, un umorismo e un’acutezza introspettiva difficilmente riproducibili su pellicola.

Ora avete la possibilità di acquistare la nuova edizione economica a 10 euro (8.50 su ibs) : io ne sganciai 16.50, ma non ne sono certo pentito. Anzi, corsi subito a comprarne una seconda copia, da regalare a una persona che mi stava molto a cuore, e feci pubblicità gratuita al buon Peter in una mia intervista radiofonica.
Quindi, come dico sempre: Non fatemi incazzare…

Sul film, il mio consiglio è lasciar perdere. Lo stesso Peter Cameron, pur avendo collaborato alla prima parte della sceneggiatura, ne ha poi preso, seppur garbatamente, le distanze, dicendo che alcune cose gli piacciono e altre meno.
Non pretendo, è chiaro, che le impressioni mie valgano per tutti, ma ci sarà un motivo se leggendo il libro ho provato empatia quasi totale nei riguardi del protagonista, e tenero affetto per il personaggio della nonna, mentre del film mi è bastato il trailer per farmeli stare sul culo tutti e due! (Lui – un bamboccetto slavato da telefilm disney – è doppiato con vocina antipatica da fesso che si crede genio, e lei sembra sbucata fuori da una stronzo spot di detersivi.)


domenica 4 marzo 2012

REPLICOZZE SCELTE - "l'atomica iraniana è il meno"


l’atomica iraniana è il meno

 
Per tua fortuna non hai figli. Altrimenti questo natale (se ti avanzavano credits dopo il milione speso in botulino antirughe ascellari PER LEI + rassodacu** interno viennese a metà prezzo Rapsodia in Cü PER TUTTI E DUE) pure tu gli avresti regalato me, cioè il coniglione multimediale wi-fi BRAGABAZZ, il primo coniglio esplosivo con prezzo collegato a internet, cioè volevo dire il primo coniglio collegato a internet (esplosivo era il prezzo, nel senso che secondo loro è basso) con tutto il contenuto dell’internet parlato, cantato, suonato, scorreggiato, danzato, eiaculato dal più adorabile e servile dei Conigli! BRAGABAZZ si nutre di internet; lampeggia, muove le orecchie parla e trasmette musica; legge testi scritti ad alta voce in 16 lingue diverse tranne la tua; segnala le previsioni meteo e l’andamento della borsa; esegue con le suddette recchia esercizi di Tai Chi; rincoglionisce tuo figlio (ah, ce l’hai il figlio? C**** tuoi! Non lo sapevi che la vita è uno scherzo del c****, e pure di cattivo gusto, spermaticoso e amaro?) e gli stacca i neuroni a morsi a uno a uno; tutto questo ed altro ancora!!! INCLUSE NEL PREZZO UN PAIO A SCELTA DI ORECCHIE DI RICAMBIO. Rendi anche tuo figlio un Darwin-reverse! Catapultalo nel meraviglioso mondo rutilante fracassone lampeggiante del darwinismo-gambero! Da domani non dovrai più essere invidioso del figliuolo down dei tuoi vicini! E nelle rare interruzioni in cui BRAGABAZZ si assenta per cacare sul tappeto, non disperare, non temere che tuo figlio si metta a pensare (e con cosa? ah ah ah): c’è sempre la cara, vecchia, tv generalista.

[Il dramma, disse Popper, non sta nel fatto che lo schermo tv gronda *erda. Il dramma è che tutti la leccano con l’avidità del criceto digiuno e la proverbiale prontezza imitazionale del suinello pecora.
Popper chi?, dissero gli altri 6 miliardi di esseri subumani, e all’unisono cambiarono canale per istupidirsi con un bel reality che s’intitolava, come tutti, La finestra sul porcile.]

Perché la scrittura è il passato, baby! Da domani quella scimmia evoluta e poi a tradimento e a precipizio involuta per motivi di crescita e pil e sviluppo delle nostre ville in Sardegna di tuo figlio navigherà velocissimo su interfess soltanto vocalmente! Basta con la fatica atavico-preistorica di digitare w e poi w e poi ancora w! Tuo figlio, la scimmia involuta come l’hai voluta tu, non dovrà far altro che sbiascicare “Uh! Uh! Uh!” e BRAGABAZZ che come tutti gli stronz* pericolosi non dorme mai salterà su e dopo un biliardesimo di secondo gli chiederà di scegliere Cosa desideri, o mio padroncino multitasko e decerebrato dal gameboy, o involutissima neoscimmietta frastornata, ordina orsù dal mio menù, Cibo, Meteo, Borsa, Videogiochi, Religio**, Musica o Figa? “Ffffuììga!”, risponderà per il tuo orgoglio di padre omofobo e ciola quel piccolo genio precoce di tuo figlio sputacchiando briciolame d’hamburger non più su una tastiera di tasti ma sulla testa d’un coniglio servile e testa di cazz*.
Naturalmente io, BRAGABAZZ, sporgerò querela per le infamie che stai scrivendo su di me facendo finta che sia io a parlare, ti leverò anche le mutande puzzolenti e riabiliterò il mio nome, perché io non sono servile e futile ma molto servo e molto utile, e su internet ti cerco e trovo anche cose belle e interessanti e serie o davvero divertenti, ma il punto è, cocco mio, il punto è, ti piaccia o no, che te le leggo tutte a voce io, così tu puoi finalmente disimparare la scocciatura della scrittura, e soprattutto impari a fidarti di me, e a fare quel ca*z* che ti dico io. (Tanto per cominciare via quel dito dal naso, che ti induce a pens***, e via pure da quell’altro posto, che aiuta a… lasciamo perdere).
E vorrà pur dire qualcosa se, fin dalla notte dei templi, l’anagramma di “coniglio” è sempre stato, (profeticamente?) “coglioni”.

[Zenta Popper, qvi è il marketsciallo Boyemann ke parla, atesso la fogliamo piantare, yaaaaaaaa?
Guardi che Popper è morto.
I zoliti vigliakki. Lanciano sassen e si nascontono sottoterren. Ma faremo causa at ereti!
(A propositen: afere tato sepoltura a pampini cinesi morti per fapprikare ciokattolen?)]