l'idea più pazza del più pazzo fra gli scrittori

"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"
SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

giovedì 4 ottobre 2012

RACCOLTA DIFFERENZIATA BIS - "Dedizione"


DEDIZIONE


“Questa non è un’uscita”.
(Bret Eston Ellis, American Psycho)



Il nuovo coach veniva da Gorizia. Si chiamava Maurilio Ilicic, e negli anni della sua permanenza alla Pallacanestro Lavinia saremmo riusciti a farcelo amico. Sulle prime ci mise soggezione. Introdusse sistemi d’allenamento inconsueti. Ci faceva correre palleggiando lungo il perimetro della palestra, mentre i suoi ordini fitti rimbombavano tra le pareti altissime che ne restituivano echi spezzati, inafferrabili. Si capiva un cazzo, mediamente. Si spiavano i movimenti dei compagni per indovinare come regolarsi.
Questo Ilicic era un tipo allampanato. Ombroso. Baffi incolti e biondicci. Era un timido di quelli che poi, quando meno te l’aspetti, esplodono in crisi di collera. Laureato in lettere, viveva di pane e basket. Nel parlato infilava qua e là tranci di dialetto friulano. Avevi l’impressione che lo facesse per sentirsi meno lontano da casa, senonché otteneva l’effetto, contrario, d’immalinconire pure te. Guardavi quei suoi occhi spaesati e chissà come ti mancava Gorizia, dove non eri mai stato.
Uomo caparbio, Maurilio si dedicava anima e corpo alla sua missione-passione. La pallacanestro. Allenava noi juniores e la prima squadra, e insegnava minibasket nelle scuole. Più che altro insegnava anche a noi, una volta preso atto del nostro livello tecnico davvero sconcertante. Veder giocare male gli procurava dolore fisico. Spesso, negli esercizi d’attacco, piazzava una sedia al limite dell’area dei tre secondi. L’ostacolo rappresentava un difensore da evitare, mediante un piede perno, una finta, un giro dorsale, una partenza incrociata. Al terzo errore di fila afferrava il difensore artificiale, lo innalzava sopra la testa e lo agitava bestemmiando. Quando la sedia volava via e si schiantava contro un pilone di sostegno della tribuna, capivamo che ci conveniva imparare.
Per lui era una professione, e si accontentava di guadagni appena sufficienti a tirare avanti con la moglie e due figli. Per questo lo rispettavo e lo ammiravo. L’ammirazione e il rispetto si gonfiavano dentro me in maniera esponenziale quando sentivo qualche mio compagno stronzetto e nato ricco dargli del fallito, ovviamente alle spalle, nel chiuso dello spogliatoio, o sotto il vapore delle docce, le poche volte che lo scaldabagno funzionava. Mi si gonfiavano dentro in maniera triste e indignata. Era come se quelle infamie le dicessero su di me, che avrei voluto diventare simile a lui. Differente solo per tipologia di, pazza, vocazione.

Fu per non ferire quella sua dedizione totale che la sera che stetti a casa a vedere l’Inter in TV chiesi al mio amico Julien di raccontargli che ero a letto con l’influenza. Julien eseguì diligente l’incarico e la volta dopo, a bordo della sua 127 gialla, mi disse che era tutto a posto. Perfetto. Bene così. L’avevo sfangata. Ma non era da me. Non avevo mai mentito così da vigliacco in vita mia. Così, seduto su una panca dello spogliatoio, cambiai idea. Gli avrei detto la verità. Era per me stesso che lo facevo, non per Ilicic. Quando scuola e parrocchia e famiglia per “educarti” ti immergono in una melassa da Libro Cuore, finisci col convincerti che confessare qualcosa contro il tuo interesse e senza esserci costretto possa fruttare un encomio, una medaglia, un’accresciuta considerazione della tua personalità, un umano incondizionato apprezzamento. Ovviamente non è così che funziona. Non è sparandoti ai piedi che diventi eroe guerriero.
Indossati i pantaloncini, la double face da allenamento, i calzettoni, le Nike azzurre con le stringhe azzurre e la giacca della tuta, feci il mio ingresso in palestra. Dovetti attendere. A colloquio con Maurilio c’era Julien. Mi avvicinai e ascoltai senza interrompere. Julien, chissà perché, gli stava chiedendo cosa pensasse del volley. «Dunque, la pallavolo. Sì. Sì. La palla-volo», ripetè lentamente Maurilio. Pareva animato dal più grande rispetto. Intento a scegliere e soppesare le parole per esprimere la sua scontata volontà di inchinarsi, ci mancherebbe, davanti a una diversa disciplina sportiva, un altro degnissimo sport come lo era la pallacanestro. «Sì sì, la pallavolo… xè la merda del basket!», esclamò a tradimento. «Quei che no gà testa per giocare a basket i và giocare a palavolo. Xè tuta la merda del basket. I salta i salta, i gà i mùscoi, ma i no gà un casso in dela testa. Alora i gioca a palavolo».
La curiosità di Julien era sistemata. Ora toccava a me. Mi avvicinai a Maurilio, in piedi vicino alla cesta metallica, ormai quasi vuota, dei palloni a spicchi. Erano rimasti quelli più piccoli, leggeri e spesso deformi, per lo più inutilizzabili, che chiamavo “gommini”. «Devo chiederti scusa per il mio comportamento dell’altra sera» sussurrai a mezza voce.
«Quale comportamento, Nicky?». Per tutti gli altri ero Nick. Per lui ero Nicky, o addirittura Nickily. Forse per la mia fragile magrezza. Tuttavia non lo diceva per sfottere. Lo diceva con affetto. Così alto e snello, potevo essere suo figlio. «Eri ammalato, no? È tutto a posto, Nicky» mi fece. «Vai a riscaldarti».
Presi fra le mani un pallone. Avevo pescato il peggiore di tutti. Un gommino vagamente a pera. «Ti ho fatto dire che ero malato» insistetti. «Invece sono stato a casa a vedermi l’Inter. Ti chiedo scusa. Non succederà più.»
Non si arrabbiò, ma gli cascarono le braccia. Come due pesi morti lungo i fianchi. «Che vuoi che dica», mi fece con un tono tra l’indispettito e il depresso che non prometteva nulla di buono. «Se devo aspettarmi questo da te che sei il più corretto, dagli altri che cosa mi dovrò aspettare?» Era ritto in piedi, ma sembrava prostrato sulle rovine di se stesso. Con la mia inutile, stupida sincerità lo avevo pugnalato nel petto. Anche se devo dire che il suo esagerato rammarico mi sgomentò. Era un uomo distrutto. Guardò in direzione dei due crocchi di giocatori che si riscaldavano sotto gli opposti canestri, nel gran rimbombo di palloni che rimbalzavano a grappoli sul linoleum azzurrino puzzolente di polveri e afrori di palestra. Il suo sguardo era quello del capitano di una nave ammutinata. Forse eravamo tutti maturi per passare alla pallavolo.
Per superare l’imbarazzo tentai un primo palleggio col mio pallone, che se ne schizzò via quasi rasoterra sulla destra come una palla da rugby, e andò perduto nella zona d’ombra oltre i piloni. Gommino a pera di merda. Non superai l’imbarazzo.
L’incidente si chiuse lì. Ma da quella volta, e per anni, io fui “quello che sta a casa a vedere l’Inter”, pur non perdendo mai più un allenamento, neanche con 38 di febbre, pur essendomi presentato anche la sera della finale di Coppa Uefa Roma-Inter. Era un superfluo allenamento di fine stagione, e allo Stadio Olimpico era in palio la storia. Ma io presi la macchina, la mia borsa e andai a Lavinia per allenarmi. Eravamo in sette, e Maurilio ci rispedì a casa. A vedere il secondo tempo dell’Inter.
«Non sei stato a casa a vedere l’Inter?» mi avrebbe chiesto beffardo sotto i baffi a ogni concomitanza con le coppe.
«No» mi sarei limitato a rispondere. Avevamo comprato un videoregistratore. Ogni volta, verso fine allenamento, irrompeva in palestra qualche imbecille di dirigente a strombettare il risultato.

Il nostro rapporto fra uomo e ragazzo divenne sempre più amichevole, nonostante quello fra allenatore e giocatore facesse acqua da tutte le parti, sfiorando il disastro. Di lui in particolare odiavo quegli scioperi del silenzio, quelle assurde manfrine che attuava quando le partite si mettevano male. Fasé quel casso che volé gridava abbandonando lo spogliatoio negli intervalli in trasferta sotto di venticinque punti, se qualcuno osava fiatare per contestare una sua attribuzione di colpa, o un porcodio urlato a pieni polmoni in faccia al giocatore sbagliato.
E alla ripresa del gioco si accasciava in panchina fermo, zitto, come un automa spento. Salvo riaccendersi quando le riserve, le presunte mascottes semispastiche, buttate nella mischia dal dirigente accompagnatore tanto per dar loro un contentino, un premio fedeltà, uno zuccherino amaro, rimettevano in piedi il punteggio fino a meno quattro. Allora Maurilio saltava su come una molla e chiamava il minuto di “sospenzione”. Per smitragliare istruzioni tattiche e suggerimenti, ma soprattutto per levare dal campo senza un grazie noi riserve, le presunte mascottes semispastiche, ributtare dentro i suoi stronzi campioncini boriosi Salvioni e Burgellis, spompi per aver giocato a tennis tutto il pomeriggio, e riperdere definitivamente la partita. Il fatto è che Maurilio Ilicic valeva mille volte più come istruttore che come psicologo e come stratega. Come istruttore tecnico, cadreghe sfasciate a parte, era il migliore e il più sapiente del mondo. Come stratega e come psicologo avrebbe fatto retrocedere in A2 la grande Ignis di Bob Morse e Meneghin.

Passarono gli anni. Una mattina mi trascinai di malavoglia in banca per chiudere il mio conto, che da ridisoccupato era solo fonte di stronze spese e balzelli. Mi parve di riconoscere nel funzionario che si occupò di me un giocatore del Castelprete che avevo affrontato da avversario col Lavinia. Un bestione pelato e massiccio a cui avevo fatto sentire i gomiti, uno con un cognome corto e molto buffo, che avevo sulla punta della lingua ma al momento non mi veniva. Udii un impiegato che nel passargli una telefonata lo chiamò Bum. Gli domandai se era proprio lui quel Bum del Castelprete e se giocava ancora, anche se dalla pancia che gli era cresciuta capivi subito che era una di quelle domande così, tanto per parlare. Era praticamente incinto. Disse che aveva smesso e ora faceva il dirigente incinto sempre a Castelprete. Per inerzia di fiato gli dissi che giocavo ancora a Lavinia. A lui non gliene poteva fregare di meno, è chiaro. Però mi chiese se a Lavinia c’era ancora “quel pazzo di Ilicic”. Risposi che c’era sì, quel pazzo di Ilicic, ma allenava le giovanili. Noi della prima squadra adesso avevamo un mio coetaneo che aveva giocato in serie B. Fungeva da allenatore-giocatore, e ci stava spingendo fin su in Promozione.
«Quello è un pazzo», ribadì questo Bum, che pareva interessato solo a denigrare Ilicic. «Un mentecatto. L’anno scorso si è presentato da noi a Castelprete a offrirsi di allenare. Voleva settecentomila lire al mese, voleva. Patetico. Sembrava un mendicante. Mi son vergognato io per lui. Ma trovati un lavoro vero, diocristo! Un lavoro dignitoso! E allena nel tempo libero come fanno tutti gli altri, perbacco! Invece di renderti ridicolo!»
Io a questo qui in partita avevo fatto sentire i gomiti. Eccome se glieli avevo fatti sentire. Ero magrolino e tutto, ma nei tagliafuori sapevo farmi rispettare. Così grande e grosso, non mi aveva fatto paura neanche un po’. Gli avevo fatto assaggiare i miei gomiti. Avevo anche preso un rimbalzo d’attacco nella stratosfera sopra la sua testa pelata, e poi gli avevo segnato in faccia. Ma soprattutto gli avevo fatto più volte assaggiare i miei bei gomiti affilati.
Ma adesso, incredibilmente, inarcai le sopracciglia per dargli ragione. Perché devo essere così codardo, mi dicevo nel contempo, e senza motivo alcuno per esserlo? Scossi persino il capo, per dargli ragione. Invece di ripiantargli un bel gomito in quella cazzo di pancia. Bum! Perché così vigliacco, mi accusavo, e senza vantaggio alcuno da ricavarne? Mi attestai su un distratto sorriso di circostanza. Anche se non capivo esattamente di quale, circostanza.

Ma io voglio più bene al pazzo Ilicic o a questo schiavo escrementizio, cercavo di chiarirmi, mentre da pusillanime continuavo ad annuire, a mostrarmi condiscendente, mentre dentro mi sentivo come se quelle cattiverie le stesse dicendo contro di me, pezzente ridisoccupato con ambizioni, figurarsi, letterarie che chiudeva il conto, che batteva in ritirata, con sulle labbra un indecoroso sorriso fuori luogo, un sorriso di resa, di rinuncia, di rottamazione del sé. Proprio lì dentro poi, in quella filiale che un paio d’anni prima, dopo il pensionamento di mio padre, avrebbe dovuto secondo regola non scritta della Popular Bank diventare il mio luogo di lavoro, a patto di soddisfare due postille ancor meno scritte di tutto il regolamento non scritto: aver avuto un padre lecchino (e la mia stirpe ha molti difetti, ma peli di culo sulla lingua non ne abbiamo mai avuti e non ne avremo mai), e soprattutto divenire, come requisito minimo di base, un adepto di cielle, questa setta moderna e mafiosina che adora con sincera passione il Dio Filigranato, e in sottordine Gesù di Nazareth (nella filiale c’erano entrambi: Sua Maestà il Denaro, e un disgustoso crocifissone particolarmente grosso e contorto). Che poi l’avevo solo scampata bella, ma questo è un altro discorso.

Frattanto, in coda agli sportelli, c’era questo energumeno vestito da analfabeta che si agitava sempre più. Era tutto sporco. Aveva in mano, nelle zampe bisunte, svariati milioni in contanti da versare. A un certo punto, lo Sporco si mise a scaricare insulti contro gli impiegati, colpevoli di non sbrigarsi abbastanza in fretta con gli altri clienti. Non avevano tempo da perdere, lui e i suoi contanti stropicciati. I cassieri, invece di mandarlo in culo, fecero a gara nel genuflettersi e nello scusarsi con lo Sporco. Anche il signor Bum schizzò in piedi, e abbandonò per un attimo la sua postazione defilata per andare a blandire l’arrogante energumeno arricchito e maleducato, usando la pancia per scodinzolare. Una scena stomachevole. Dai racconti che faceva mio padre quand’ero bambino, queste cose nella piccola filiale succedevano almeno due o tre volte alla settimana. Rispetto a ‘sta roba, il racconto della rapina, col vetro sfondato da una jeep, i mitra spianati e tutto quanto, mi aveva fatto assai meno impressione. Non sempre la peggior feccia è quella che i soldi, da una banca, li porta via. Anzi.

Presto! Via di qui! La sola cosa che riuscivo a pensare, guardando il bruttissimo crocifissone contorto appeso alla parete del tempio dell’usura. Mentre l’ex pivot, dopo aver leccato lo Sporco, finiva di spiegarmi. Che doveva trattenere sul conto una certa cifra di soldi miei per le “formalità di chiusura”. Praticamente tutto ciò che mi rimaneva, e che io avevo sperato di poter prelevare. Se fosse avanzato un rimasuglio di settanta-ottantamila, disse Bum, m’avrebbero poi spedito un assegno. Schifosissimi ladri.
Via! Pensavo io. Fuori di qui! Aria! Fatemi uscire!
Alla fine, indeciso se provare più pena per me stesso, per l’uomo-canestro pazzo o per l’uomo-valuta incinto, mi rinchiusi nella bussola strettissima all’ingresso con sulle spalle uno strano fardello di compassione tripartita. Mi sentivo meglio, lì chiuso. Come se la bussola fosse stata un rifugio. Un’isola di vetro dove morire in pace. E non un passaggio per uscirne fuori.



Nella foto in alto: il vostro Nick (ventenne) va a canestro nello scenario più suggestivo (e adatto a lui?) che si possa immaginare: il cortile di un manicomio abbandonato ad Agrigento!


54 commenti:

  1. Agrigento? avrei scommesso sul campetto oratoriano di angera... un bel manicomio pure quello cmq! :)

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  2. Good job Zio, Un altro racconto da leggere tutto d'un fiato. peccato per quel "crocifissone" che nel disprezzare CL (condivido) anche senza intenzione disprezza Gesù (non condivido). xo

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  3. * unwise
    Bentornato carissimo (ex) baskettaro... (la prima volta il racconto era dedicato a te e nico, dedica che ovviamente rinnovo... :D)
    Resta con noi, perché da queste parti si anunciano novità pazzesche, roba che al confronto un manicomio è un asilo nido... :-)))

    * Giorgia
    No, in realtà che più che Gesù (figura difficilina da disprezzare) direi che disprezza chi ha reso disprezzabile quel simbolo-oggetto (fra l'altro esteticamente bruttissimo, ma lì è questione di gusti) collocandolo in un contesto così assurdo, così fuori luogo, così ripugnante, così antievangelico (a meno che del vangelo non si legga solo la parabola dei Talenti, e non si operi la furba forzatura di considerarli, alla lettera, nel senso di "monete"...).
    Grazie per aver apprezzato il racconto! :)

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  4. * amanda
    ops, mi sei apparsa mentre rispondevo agli altri... bello avere di queste apparizioni: ciao carissima! :)

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  5. Leggerti caro Nicola è sempre un piacere, ciao e buona giornata.
    Tomaso

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  6. grazie grazie Zio oggi ci voleva

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  7. Funzionario incinto è meravigliosa... Posso copiartela se prometto di usarla solamente riferita a me stesso? ;)

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  8. ** Tomaso e Ernest
    Buona giornata anche a voi, cari amici, e grazie di essere passati.

    * El Gae
    Fa' pure, mon ami, rinuncio al copyright sull'incinto... :)

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  9. Vabbuò...dicevo...
    stanotte ti ho sognato!!!!
    Eri venuto a M. a presentare il tuo nuovo libro! C. suonava...il locale è un caffé letterario, chiamiamolo così. Molto bello, ha anche un'area dedicata alla lettura. Vi abbiamo già organizzato concerti e una bella serata flamenca (http://www.targatocn.it/index.php?id=234&tx_ttnews%5Byear%5D=2011&tx_ttnews%5Bmonth%5D=09&tx_ttnews%5Bday%5D=13&tx_ttnews%5Btt_news%5D=459919&tx_ttnews%5Bcat%5D=226&cHash=32e508fb56d550e0894192b56b02aff5).
    Ho anche sognato il giorno: 7 novembre...sicuramente mi gioco i numeri, ma a questo punto lo dobbiamo realizzare...che ne dici???

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  10. «Sì sì, la pallavolo… xè la merda del basket!»
    tranne lo xè, mi ricorda il mio professore di ginnastica, nonché allenatore di pallacanestro. Ma non ho avuto la fortuna di reincontrarlo.
    ciao

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  11. * Simona
    Ti ho risposto in privato... :)
    Un bacio, carissima!

    * Francesco
    Fra i due sport c'è sempre stata una certa rivalità, e spesso, a livelli giovanili e amatoriali, ci si guarda in cagnesco... Forse anche perché la pallavolo è uno di quegli sport, come il tennis, in cui non sai mai quando c**** finiscono le partite (specie coi vecchi regolamenti, oggi è un po' diverso), e se nella stessa palestra c'è una partita di volley prima di un allenamento di basket capita che ai baskettari tocchino attese snervanti e infinite.

    Un abbraccio, caro amico!

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  12. ma io passo sempre di qua, magari commento molto meno spesso (non ho più un ufficio per me, sono in un open space).
    sono anche tornato a tiracchiare a canestro, più che altro da solo, sul campetto che il comune di ilano, in un impeto di pazzia, mi ha costruito davanti a casa! i vecchi amori non muoiono mai...

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  13. Lo avevo già letto, ma me lo sono riletto; certe cose fanno sempre bene, e la seconda volta sempre meglio.
    Alla fine mi hai fatto venire il magone brutto: eh già, io quando metto piede in una banca mi sento come un assaltatore in territorio nemico, sto lì attento al fischiar delle pallottole pronto a buttarmi pancia a terra, cioè a squagliarmela ratto e silenzioso.
    Ciao.

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  14. * ri-unwise
    il comune di ilano: sulle prime ho pensato ti fossi trasferito in qualche nuovo posto misterioso... :-))))

    * Enzo
    non è decisamente il nostro habitat... :D
    Ciao!

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  15. Sempre bello leggere i tuoi racconti e sempre con grande piacere.
    Mi piace come passi da Puddu a racconti di gioventù!!
    Un abbraccio:))

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  16. ce l'ho proprio per vizio il non rileggere mai quello che scrivo...

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  17. Uno di quei tuoi racconti che ti fanno grande ai miei occhi di lettore.
    Di quelli in cui ci trovo l'universo mondo e anche un po' di più: la possibilità di immedesimarmi nei tuoi personaggi, non tanto per aver vissuto esperienze simili, quanto perché la tua penna li fa veri, ricchi di suggestioni, di quel miscuglio di sentimenti a volte anche contraddittori attraverso cui si esprime l'umana essenza. Mi piace come scavi fin nelle pieghe più nascoste...

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  18. E' proprio vero che certe volte si prende una posizione perchè si ritiene di compiere un atto di lealtà e poi, vien colto il lato negativo e sei bollato a vita (a scuola mi è successo tante volte)e... poi son belle queste storie di varia umanità sportiva... io non dimenticherò mai un allenatore di atletica leggera scanzonato e un po hippy che ci faceva giocare a basket per spezzare la monotonia degli allenamenti e poi ci raccontava le sue storie di donne... uh quante ne aveva viste quello! Un salutone, Fabio

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  19. I funzionari incinti vanno adesso per la maggiore, anche quelli non incinti che vanno in palestra ma ugualmente cinici. Sembra non sia tempo questo di idealisti che pure ci sono, te compreso.

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  20. Bello, l'ho letto di filata,
    poi ho guardato la foto
    cazzo, sei alto!
    Ma quanto sei alto?
    Quanto tempo ci bada il sangue per andare dal cuore al cervello?
    Da te un sacco di tempo,
    da me invece... zac,arriva subito
    è per questo che tu non hai reagito all'incinto,
    io gli avrei fatto mangiare il contante dello sporco,
    monete comprese!
    Ciao spilungone.

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  21. * keiko
    Sì, credo che una certa schizofrenia per un artista sia vantaggiosa e salutare: troppa gente riscrive sempre lo stesso libro, o ricanta sempre la stessa canzone... :)
    Un abbraccio, e grazie!

    * unwise
    Così però è più divertente :)

    * nina
    Sono grande ai tuoi occhi anche perché i tuoi occhi sono grandi: ricorda che la lettura è un atto creativo, e tu sei una meravigliosa lettrice. (Dopodiché io cerco di metterci del mio, ci mancherebbe... :D)
    Ciao carissima!

    * Fabio
    Professori e allenatori sono vere fonti viventi di materiale narrativo... alcuni meriterebbero delle percentuali... :D
    Un caro saluto anche a te!

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  22. * Alberto
    Più che un idealista mi considero un ingenuo. Talmente ingenuo da sentirmi felice e orgoglioso di esserlo!!

    * Pierrot
    Sperando che Meneghin non si offenda...
    Un abbraccio, mon ami.

    * nucci massimo
    Hai ragione, sono un gigante buono di quelli troppo buoni, a volte imperdonabilmente buoni...
    Oddio, proprio gigante gigante no: 1,94... :)
    Un abbraccio, e un caro saluto anche a te.

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  23. Un gran bel racconto.

    Bacio e buon venerdì!

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  24. Bello zio. Però lasciami dire che la pallavolo non è per mentecatti. :o)

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  25. * Kylie
    Grazie!
    Bacio e buon venerdì anche a te.

    * Harmonica
    Hai fatto bene a dirlo: personalmente non ho nulla contro la pallavolo (se non, magari, il fatto di essere negato per quel gioco, una schiappa totale in fase di ricezione... :D)
    Un abbraccio, caro amico.

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  26. ..forse eravamo tutti maturi per passare alla pallavolo..è questa miscela di momenti tristi con considerazioni ironiche che mi piace!
    Il tutto non è mai estremamente serio, o estremamente ridicolo, come nella vita. Che bel racconto.
    Nella foto mi piace l'azzurro del cielo e l'azzurro della divisa, del campione in elevazione..
    Ultima considerazione: perchè rovinare tutto per seguire una partita dell'Inter? Dell'Inter, poi..
    Un abbraccio.

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  27. mi hai piacevolmente immalinconito il venerdì..:P

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  28. no, Zio, quello che tu definisci "simbolo-oggetto esteticamente bruttissimo" è l'immagine del più elegante gesto d'amore della Storia. Però per vederlo così ci vuole la fede ed io ho il massimo rispetto per chi non ce l'ha.

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  29. mi piace un sacco, è stato bello rileggerlo. dopo commento meglio :)

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  30. * mr.Hyde
    Scopro così che ti piace l'azzurro ma non abbinato al nero interista... ma continuerò a volerti bene lo stesso... :)

    * Andrea
    Fortuna che c'è anche il "piacevolmente", o mi sentirei (quasi) in colpa per averti immalinconito.

    * Giorgia
    Ti capisco e ti rispetto anch'io.
    E ti dirò di più: amo anch'io quel meraviglioso gesto d'Amore, pur non avendo nessunissima fede.
    Ma insisto nel dire che quanto il protagonista pensa del simbolo (e i simboli in sé possono essere vuoti, o addirittura pieni di significati in stridente contrasto col messaggio originale) è dovuto all'abuso che di esso vien fatto da chi lo appende "nel tempio dell'usura". Sarebbe un po' come vedere un "simbolo" di Pace sopra un carro armato, o sopra una mina antiuomo destinata a dilaniare un bambino: ovvio che vedendolo ti verrebbe da vomitare, ma non certo perché non ami la Pace!

    * Reverend Emi
    Felice di averti dato la possibilità di rileggerlo, mon ami! :)

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  31. * ri-Giorgia
    Scusa, mi accorgo adesso che forse ti ho tratta in inganno con la mia prima risposta: "esteticamente bruttissimo" non era riferito al crocifisso in sé, ma al fatto che quello esposto in quella banca era veramente opera di un pessimo, pessimo artista. (Sempre per i gusti del protagonista del racconto, ovvio)

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  32. Ciao caro Nick! Bello questo racconto! Situazione a me famigliare. Imbarazzanti momenti, dove vorresti spaccare la faccia a chi hai davanti e invece annuisci ignaro di quello che ti dice. Il senso di colpa dopo!! Ma perchè non avevo reagito? Ma perchè non avevo dato un pugno sul naso a chi mi stava di fronte? Ma perchè? Il senso di colpa lo provo tutt'ora, ma senza un perchè succede che certe volte rimani impassibile, indifeso, e annuisci e basta..succede! Un abbraccio caro Nick.

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  33. Grazie Zio, anche per la premura nel chiarire. Il confronto tra pensieri diversi e' sempre il più interessante, buon week end :)

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  34. ...eccomi qua! La prima parola che mi vien da associare a questo racconto, senza pensarci, è "claustrofobia". Causata da certi schemi mentali piccoli e poveri, da certe realtà grette, certe persone meschine, situazioni opprimenti. E non è proprio lo stesso senso di disagio che viene in certi ascensori-scatoletta, è molto peggio: come dici alla fine, a volte vien voglia proprio di rinchiudersi in posti così per scappare da tutto. Come sensazione, l'ho provata un sacco di volte.

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  35. * Galdriel
    Sì: il confine tra l'essere educati, miti, timidi, remissivi, gentili, e il farsi mettere i piedi in testa (o peggio il diventare compiacenti e complici) è davvero paurosamente sottile. Davanti alla stupidità, la noncuranza o la (finta) condiscedndenza possono essere segno a volte di forza e superiorità e altre di vigliaccheria, e non sempre è facile distinguere.
    Un grande abbraccio anche a te!

    * Giorgia
    È davvero bellissimo potersi confrontare civilmente, senza cattiverie e senza anatemi.
    Buon week end anche a te! :)

    * Reverend Emi
    Una chiave di lettura molto acuta e originale, che condivido: la claustrofobia "esistenziale" (cioè la sofferenza a contatto con l'altrui meschinità e cattiveria) può spingere a considerare come un rifugio, anziché una fonte opprimente di disagio, proprio ciò che dovrebbe dare claustrofobia "fisica" (in questo caso la strettissima bussola della banca) e a provarne addirittura sollievo.

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  36. i sognatori sono sempre malvisti da chi non osa desiderare, però sono coloro che ci ricordano che esistere è anche altro che avere certezze solide e rendono la vita meno amara, anche se per loro è molto difficile. Il tuo disagio che si ripeteva con questa figura ne è lo specchio, ma anche la conferma che il pazzo è un personaggio che ti ha "dato" molto, mentre l'incintone sistemato è un ricordo sbiadito e sgradevole. Sono splendidi questi racconti di vita. Miaoooo
    ps
    però sulla pallavolo con il coach abbiamo differenti vedute ....

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  37. * Felinità
    Fra le ultime nuove citazioni della mia colonnina di destra, ce n'è una di Oscar Wilde: "La società perdona spesso il criminale, ma non perdona mai il sognatore". Be', che si fotta, la società. Si tenga pure gli incintoni danarosi e più o meno criminali (magari ai posti di comando...), che io mi tengo i miei sogni... :-))
    Ciao e Miao!

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  38. Bel post Nico', compreso la "questione bancaria" e l'ex cestista panciuto Bum.
    Naturalmente, avendo seguito mio figlio nei suoi anni giovanili quando anche lui giocava a pallacanestro, la tua foto e il successivo racconto hanno completato l'opera per un maggior gradimento.
    Mi sembra di avertene già parlato ma il " pupo", ha 53 anni, un giorno a settimana gioca ancora, per divertimento ma anche per passione. Lui è stato sempre un play.
    Un caro saluto,
    aldo.

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  39. Ci voleva un po di tempo e serenità, così ho lasciato questa storia, che prometteva bene, per il fine settimana. In effetti, continua anche meglio. Ci si riconosce nei personaggi e ci si perde nella malinconia respirando un'aria di casa, di vissuto. Ciao Zio

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  40. Non credo Meneghin si potrà offendere, soprattutto lui non sa anche scrivere come fai tu.
    Bon dimanche sotto canestro :))
    Pierrot

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  41. Un racconto molto bello e coinvolgente,nella migliore tradizione degli scritti di Zio Scriba.


    P.S.m un appunto piccolissimo :ma val davvero la pena stare a casa a vedere l'Inter?

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  42. * il monticiano
    Allora se ti capita fallo leggere anche al "pupo"... :-)
    Ciao!

    * Roscio
    Grazie, mio nuovo amico Artista. È una gioia e un onore averti qui fra i miei lettori.

    * Pierrot
    Sempre gentilissimo, mon ami. Vorrà dire che se vieni a Varese proveremo a invitare a cena anche Meneghin (magari padre e figlio... :D)

    * Costantino
    Grazie anche a te, carissimo.

    p.s. Ne valeva doppiamente la pena: vedere la magica Inter, e procurarsi materiale per questo racconto... :-))

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  43. Un abbraccio veloce ma fortissimo.
    Leggero' tutto tra una settimana....spero.
    Teresa

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  44. * Teresa
    Che gioia rivederti da queste parti... :-))
    Abbraccio ricambiato.

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  45. Ogni volta che vengo da te, mi rendo conto che essere possidente ed avere capitale il tempo...è un'altra bugia di questa strega che ha letto tutto in apnea... respirando poi a pieni polmoni per il piacere provato in un racconto in cui vi è molto, moltissimo per il mio backgroung.
    Buona srata Zio... me ne vado di la soddisfatta....

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  46. * strega bugiarda (O fata sincera?)
    Quando metto racconti così lunghi mi sento un po' in colpa, ma poi vedo che ve ne andate via soddisfatti, e questo mi rende davvero felice.
    Buona serata anche a te! :)

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  47. Gran bel racconto Nicky, tra il migliore Happy Days (mi hai ricordato Richie Cunningham, quando il protagonista si pente per la frottola all'allenatore), e il Bertold Brecht di "Cos'è lo svaligiare una banca rispetto al fondarne una?"
    p.s. sicuramente in questo momento stai guardando l'Inter ;)

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  48. * Ally
    Grandissimo Ally, per le due citazioni e per il p.s.: già, ero di nuovo a soffrire per l'Inter, ma stavolta senza saltare allenamenti (comincio a non avere più l'età... :D)
    A questo giro è andata alla grande per entrambi, anche per il tuo magico Chievo!
    Ciao :)

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  49. Già, ci siamo ripresi, ma ho dovuto ritornare allo stadio dopo anni (sono la carta segreta del Ceo ...). A voi il derby.

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  50. A questo punto il buon Campedelli dovrebbe regalarti un abbonamento... :D

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  51. La trilogia del basket colpisce ancora!!!! Grande Nik ;-) Qualche volta ho visto Bum in giro e mi fa sempre ridere associarlo al tuo racconto!
    A presto, franz

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Questo blog è Nemico dichiarato di ogni censura. Ma sono costretto mio malgrado a ricordare che rimuovere insulti gratuiti, scorregge occulte o minacce vigliacche non è censura: è nettezza urbana. Voglio che qui da me vi sentiate esattamente come a casa vostra: quindi Liberi, ma non di pisciare sul pavimento, o mi toccherà pulire. :)