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"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"
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giovedì 22 marzo 2012

RACCOLTA DIFFERENZIATA BIS - "La mano del caporale"


LA MANO DEL CAPORALE


C’è un caporale dell’esercito, altissimo e minaccioso nella sua divisa mimetica, in piedi con in mano una paletta da vigile all’inizio di un viadotto, sperduto nelle campagne dell’Oltrepò pavese. Non è lì per fermare nessuno. Deve solo segnalare di fare attenzione.
Gli automobilisti rallentano. Gli transitano davanti adagio adagio, gli sguardi interrogativi, la paura di essere fermati mescolata alla curiosa, fetida, sciacalla speranza che sia successo qualcosa di grave. Intimoriti non certo dalla divisa mimetica di caporale dell’esercito – altissimo – ma solo perché sulle prime temevano si trattasse d’un agguato di sbirri, un posto di blocco, un autovelox.
Il caporale si sente strano e fuori luogo. Fin dall’inizio della naja, per sopravvivere alla tortura, ha preso l’abitudine di estraniarsi, di guardarsi dal di fuori come fosse la propria controfigura, come recitasse in un film. Ma ormai non riesce nemmeno più a capire il senso del film.
Una parte di lui non nasconde di sentirsi importante, in divisa, statuario e imponente a spaventare gli automobilisti sul viadotto nelle praterie pavesi. Un’altra parte di lui ancora non si capacita di come diavolo ci sia arrivato, in quel posto e in quel tempo e in quel mondo spaventoso. Un’altra ancora, quella che forse non ha perso i contatti coi sogni dell’ultima notte, è indecisa se approfittare della situazione e buttarsi dal ponte, l’unico modo per dire “passo”, e fregarli tutti davvero. Un’altra ancora… sarà bene che vi avverta. Sono tante le fratture che dilaniano l’anima di questo smarrito ragazzo. Niente paura: non verrà, qui, dato conto di tutte. Resta solo da dire che in questo grigio e umido mattino pavese un’altra parte di caporale sperduto e perplesso è preoccupata del sopraggiungere di una camionetta verdognola, col Tenente Colonnello seduto accanto all’autista. Bisognerà salutarlo bene. Bisogna proprio concentrarsi, fare mente locale, e salutare per bene coi tempi giusti e i gesti marionettistici appropriati il Tenente Colonnello Martinelli, vice comandante di Battaglione, terzo bitigì gipì Lario, gipì sta per Genio Pionieri, ma quando in ufficio i polpastrelli del caporale battono per la centesima volta al giorno gipì sulla vecchia macchina da scrivere su all’Ufficio Addestramento una stupida associazione di idee gli fa sempre pensare Gran Premio. Comunque Martinelli è un bravuomo e il saluto va bene, e se non andava bene avrà fatto finta di non accorgersi.
La mano destra ancora accostata di taglio alla tempia, la paletta lasciata penzolare aderente alla gamba sinistra a sfiorare in una carezza di plastica il cuoio dell’anfibio, la schiena scossa da un brivido di freddo, un’ultima parte di caporale sta adesso riflettendo su questa frase, di cui ha dimenticato l’autore (Rilke, Heidegger, Jünger?): ma la poesia attiene all’essenza dell’uomo, non al suo bagaglio. Continua a essere il suo documento di identificazione, il suo segno distintivo, la sua parola d’ordine.
Sapessero da subito il poveraccio che è, sapessero che si trova lì solo per via di un’esercitazione di pionieri che fingeranno di far saltare il viadotto con gli esplosivi giocattolo, probabilmente gli automobilisti gli sfreccerebbero vicini a centoventi all’ora, si farebbero beffe di lui.
Un altro po’ di grappa poppata via dalla bottiglietta mignon, un’altra mattonella di cioccolato fondente. Le “razioni di conforto” sono davvero il solo conforto all’esistere.

Il caporale non ha ancora ben capito perché abbiano aggregato proprio lui, che non fa parte della Compagnia Pionieri, a quell’orribile scampagnata. Forse perché ci sono di mezzo anche i famosi cartelloni, allestiti nel loro ufficio in nome e per conto e al posto del tenente Monopalla – al monopallide eroe piace moltissimo delegare, soprattutto a chi è di leva e non può dire di no. Allora il caporale sarebbe lì come rappresentante della Sezione, e forse dovrebbe anche considerarlo un onore, fatto sta che il sergente maggiore Cristaldi l’ha fatto salire sul camion che trasportava il fragile e inutile materiale scenografico, di fianco al conducente, e ha fatto in modo di farsi sentir bene da costui mentre, ammiccando, lo istruiva: «Se corre troppo, ficcalo dentro
Quel povero cristo, una rana arrivata da poco, s’era spaventato davvero e aveva guidato da cagato addosso, aveva scarrozzato caporale, cavalletti e cartelloni a passo d’uomo, facendosela sotto a ogni sobbalzo, a ogni rattoppo dell’asfalto, come ne fosse responsabile di suo.

I pionieri stanno adesso fingendo di disporre un campo minato. È incredibile, ma veramente incredibile, quanto siano presi dalla cosa. Disporre le mine non è azione che questi cinghiali facciano con malinconia o ritrosia, pensando a una felice licenza o a una rorida figa o a una soffice branda. No. Tra le fila scorrono elettricità ed esaltazione, l’impegno è spasmodico e ligio, nei loro occhi la lucida determinazione a immaginare quelle mine vere, a sperare, anche solo per un po’, che vi s’imbattano bassi ventri di odiati nemici, o chissà, gambettine di bambini curiosi, purché con cognomi diversi dai loro.
Di solito campioni di svaccamento e sbragamento e ammutinamento spicciolo da caserma, questi cinghiali sono tutti presi dall’eccitazione del wargame, sembrano adesso sentire l’odore di sangue della guerra vera venir su dalle erbe umidicce, dai prati gibbosi, dagli arbusti rattrappiti, sono tutti in fermento, le pupille dilatate, le labbra umettate di schiuma. Siamo nel 1990, e pochi mesi dopo il caporale ritroverà quelle espressioni sui volti dei top gun inglesi che bombarderanno l’Iraq, veri e propri Hooligans con la licenza, finalmente, di uccidere. Feccia umana elevata al rango di eroe, pronta a vantarsi, dentro un microfono cnn, di voler uccidere più bambini iracheni possibili. Monopalla li osserva. Si aggira tra i suoi aspiranti eroi e assassini, fingendo di impartire ordini, ma anche lui starà pensando che cazzo ci sto a fare, che cazzo sto facendo per guadagnarmi da vivere, avevo due coglioni e uno l’ho lasciato al poligono delle bombe a mano per colpa di un coglione di soldato, fortuna che la carica ridotta è lo stesso di un petardo, ma i coglioni, porèlli, sono tanto tanto delicati.

Poco più in là, il caporale è insieme a un paio di sottotenenti del Battaglione (la paletta da vigile l’ha riconsegnata a uno di loro) davanti alla Tenda Comando, in prossimità della quale sono stati esposti, montati sui cavalletti di legno, i coloratissimi cartelloni esplicativi, che oltre a indicare le strategie della battaglia immaginaria e l’entità delle immaginarie forze in campo, sono lì per spiegarci, nella parte prettamente geografica, che in realtà non si sta giocherellando a un macabro gioco in un praticello nei dintorni di Pavia, ma si sta preparando un ormai anacronistico sbarramento antisovietico nelle vicinanze di qualche fatidico fiume del nord-est, il Tagliamento, lo Smarronamento, il Piave Mormorava o Addampazzì.

A un tratto ecco farsi avanti, circondato da una corte di tenenti e tenentini, un baldanzoso scrofone con tre stelle su ogni spallina. Gente estranea. Mai vista prima. Craxiforme e grugnomunìto, lo scrofo è un semplice capitano, ma gli sono già compagne la boria e l’insolenza dell’inutile generale da salotto che un giorno diverrà. Più insolente e più arrogante di lui, nei dintorni, c’è soltanto il sigarone – cubano, ovviamente – che fuma. Tutte quelle stelle su tutto quel maiale ti fanno venire in mente la pubblicità del salame Negroni. Un pensiero da scacciare. Potrebbe farti scoppiare in risate irrefrenabili. Potrebbe essere la tua rovina. Comunque, ti dici, gente così potrà anche dimagrire, ma resteranno sempre dei palloni gonfiati, dei cicciottelli mentali.
L’arcivescovo stringe giovialmente la mano ai nostri due sottotenenti, mentre i suoi, come un codazzo di comari, si mettono a guardare i tabelloni ridacchiando fra loro, neanche quella roba l’avesse disegnata Jacovitti, pensa il caporale, e non i miseri schiavi suoi colleghi dell’Ufficio Addestramento. Poi, dandosi il caso che lì davanti alla stupida tenda ci sia anche una terza figura alta e imponente, ecco sua eccellenza stringere la mano anche a quest’ultimo soldato. Il caporale a questo punto è confuso. Forse l’aveva giudicato male dall’apparenza, lo scrofone con sigaro, era stato giudice superficiale e frettoloso, non è da tutti gli ufficiali dare la mano così gentilmente a uno della truppa senza farsi problemi. Lo stordimento dura giusto tre secondi, il tempo che impiega lo scrofone a mettere a fuoco i suoi gradi, gli striminziti gradi del graduato di leva – o forse sono le comari, fra lazzi e sghignazzi, a fargli notare che non si trattava di un terzo onorevole sottotenente?

Adesso lo scrofoide sembra uno che voglia tagliarsi via l’avambraccio con l’accetta, o purificarsi la mano destra con l’acido muriatico, insomma la sua faccia è imbarazzata e incredula e schifata e contrariata come non mai. Si guarda intorno smarrito, si osserva le dita.
«Ho dato la mano al caporale! Cazzo, la mano al caporale!» ripete sbigottito, come se avesse assaggiato merda credendola cioccolato. «Ho dato la mano al caporale» ripete, e per fortuna c’è anche del divertimento e dell’autoironia nella sua voce, perché il caporale stava già temendo di poter essere punito, o fucilato sul posto, per aver avuto, lui, l’ardire di stringere lo zampone stellato, invece di genuflettersi e baciare l’anello.

E non crediate. Non crediate che se avesse saputo d’aver dato la mano non al milite ignobile ignoto, ma a un poeta sull’orlo del suicidio, indeciso se protrarre ancora a lungo la sua sofferta permanenza in un mondo senz’anima che affama i poeti e infama la poesia, non crediate che la sua reazione sarebbe cambiata.
Anzi sì.
Certo, che sarebbe cambiata.
Avrebbe avuto ancora più schifo.
«Ho dato la mano al caporale» continuava a ripetere, sconvolto. «Signori, avete visto cos’ho fatto? Ho stretto la mano al caporale

Non finiva più.

Non finiva mai.

29 commenti:

  1. Caro Nicola il tuo racconto del caporale in tuta mimetica mi ricorda la mia giovane età quando vedevo dei militare che con una certa eleganza si presentavano a noi ragazzi.
    Bel racconto caro amico.
    Tomaso

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  2. Quanta tristezza...mi sono sentita catapultata in un paesaggio brullo del Carso e nelle narici sentivo la presenza di grotte umide pervase da un odore acre, misto tra la paura ed il muschio...
    Ogni volta che da piccola andavo in visita a Redipuglia, sacrario che custodisce 100.000 soldati della Grande Guerra, ero pervasa da questa sensazione; che brutta cosa la guerra, altro che Grande...

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  3. Sensazioni... sensazioni che ho provato anche io, che forse hanno provato in tanti indossando una divisa per obbligo di legge e se poi erano un po' poeti o "filosofi" come mi chiamavano i miei colleghi di sventura, allora quelle sensazioni assumevano un valore spropositato rispetto a ciò che eranoin realtà... Ed alla sera da "Mara" che gestiva un bar sulle rive del Brenta, i bicchierini di grappa smorzavano tutto ed anzi... facevano diventare bella pure lei "Mara", che forse bella lo era davvero...ma preso dai miei perchè.. me ne accorgevo solo la sera... Grande Zio...

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  4. * Tomaso
    Grazie della visita, carissimo amico.
    Ciao!

    * maura
    Essere militare di leva nel periodo in cui toccò a me era doppiamente squallido: da un lato percepivi comunque la putrida, luttuosa retorica guerresca e cazzona, dall'altro vivevi lo scadimento in una ridicola, buffonesca, pagliaccesca inutilità. Che fosse solo per finta era al tempo stesso un sollievo e una beffa.

    * nino p.
    Consoliamoci pensando di aver acquisito materiale emotivo e umano per scrivere...

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  5. Ciao Zio, istintivamente avrei avuto la stessa reazione dello scrofone, però nello stringere la sua di mano, poi ragionando, mi sarei detta che anche gli escrementi hanno la loro funzione.
    Scrivi veramente bene Zio, bene, bene, bene!!!
    Allegra giornata!

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  6. Fossi stato il caporale di questo (bellissimo) racconto, sarei stato io quello massimamente schifato, per aver dovuto aver contatto con lo scrofoide. Chissà che mano unticcia, oltretutto.

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  7. M'hai fatto tornare al 1950 quando, graduato di contabilità in fureria ad Asti, dovetti far parte di una Compagnia per un'esercitazione simile
    a quella da te descritta in montagna vicino Cuneo. Fortunatamente io ne fui esentato.

    ps. Quanto al fido Pasquale credo che molto presto farà una brutta fine. Stamattina ne ha combinata un'altra: stranamente non ha fatto un fiato, muto era, poi appena l'ho connesso s'è spento senza che nessuno gli abbia chiesto di farlo. Ho aspettato un po', l'ho riacceso ed ecco che ha ripreso a funzionare come un treno. Che faccio, l'uccido subito
    o lo lascio morire di sua spontanea decisione?

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  8. ** Sciarada e Cri

    "però nello stringere la sua di mano", "chissà che mano unticcia": confermo! :-))

    Vi ringrazio e vi saluto.

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  9. * il monticiano
    eh, queste agonie spesso sono molto lunghe: ti danno l'illusione che sia stato un problema momentaneo, poi ci ricascano, poi guariscono, poi schiattano... mi sa che è da mettere in meritato riposo, e che presto ci presenterai... Pasqualino!
    (magari per Pasqua?)

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  10. Tu immagina che mi sono preso non mi ricordo più quanti giorni di r. per aver rifiutato il grado.

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  11. Sono contento di non aver fatto il soldato, come quella canzone di Bennato: Raffaele è contento, non a fatto il soldato ...il Tagliamento, lo Smarronamento, il Piave Mormorava o Addampazzì. Ah, ah, ah!

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  12. * Alberto
    Imagine there's no countries ...

    * Ally
    Ti capisco: ne sarei stato contentone anch'io... :)

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  13. Ho voglia di abbracciare questo caporale e dargli entrambi le mani :D

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  14. * Melinda
    A nome suo ringrazio... e ti abbraccio due volte. :-))

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  15. Guerra finta e guerra vera..C'è gente che senza guerra perderebbe significato, come quel maiale ricoperto di stelle..Diventerebbe il salame che ogni tanto Jacovitti disegnava nelle sue storie..Io non volli fare neanche la guerra finta e mi sucai 16 mesi di servizio civile..
    Un caro abbraccio.

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  16. Scrivi bene.

    Un abbraccio e buon venerdì!

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  17. Mamma mia come lo racconti bene quello straniamento da servizio di leva. Per quel che mi ricordo non tutti si straniavano, ma era solo perché erano già fuori di testa di suo. Per me fu un incubo kafkiano e m'inventai di tutto pur di venirne fuori.

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  18. mi piace molto come scrivi, e non vorrei essere banale dicendo che leggere ciò che scrivi è come respirare anche la tua anima e quella dei personaggi che fai vivere...è un post molto bello e molto umano!
    Grazie! :-)

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  19. * mr.Hyde
    Io per fortuna, salvo rare eccezioni, ho sempre visto ufficiali a metà fra l'impiegatuccio e l'imboscato... ma mi hanno raccontato di certi fanatici imbecilli con la bava alla bocca...
    Abbraccio ricambiato.

    * Kylie
    Grazie, e buon venerdì anche a te, carissima.

    * ruhevoll
    Il vero incubo fu il primo mese di addestramento reclute, un po' per il contrasto con la vita di sempre, un po' per i caporali istruttori che abbaiavano e punivano la gente se al momento dell'adunata pomeridiana la barba fatta al mattino era già ricresciuta troppo (gente costretta a radersi due o tre volte al giorno, se voleva andare in libera uscita...)
    Poi, nel mio caso, solo tanti mesi buttati, ma anche spunti comici, e buone amicizie.

    * cristina
    Anch'io, venendo da te, mi abbevero di vita distillata in parole e poesia...
    Grazie a te! :)

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  20. Io sono sempre stato contrario ai militari... Posso proiettare la tua storia nel mondo "borghese"? Magari anzichè un caporale scelgo un impiegato al cospetto di un dirigente grasso e flaccido e al posto delle stellette ci metto tante carte di credito? Bella Zio, sempre bravo, buon weekend.

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  21. Mi hai fatto tornare alla mente due episodi della mia vita militare si sottotenente di complemento di artiglieria CC, dove sto CC non significa cazzi cubi, ma controcarro.
    Il primo alla scuola di artiglieria di Bracciano.
    Montavo di guardia alla porta principale; guardia semplice perché non ero allievo scelto, cioè con la V d'oro. Guardia del cazzo, sta lì solo per bellezza -si fa per dire- non guarda niente, non serve a niente, ma tutti si stava lì col culo stretto, perché verso la fine del turno sarebbe arrivato il Colonnello Comandante signor Fiaccavento, detto Fiaccaallievi, per via dei giorni di consegna che dava sempre perché pensava che quello fosse il compito del vero capo, sto stronzo. Ma non solo per l'arrivo del colonnello eravamo cagati, ma perché il nostro capoguardia, allievo scelto Colombini, era un milanese del cazzo che si gagava addosso mettendosi paura da solo.
    Arriva il coglioncello Fiaccavento
    Guardia attenti
    presentat-arm
    fermi e immobili
    e il coglioncello nemmeno saluta, guarda l'allineamento della punta degli scarponi
    i miei del 43 e quelli di Paradisi del 46, ma come cazzo potrebbero combinare?
    Piedarm, riposo
    ordina il coglioncello, poi rivolto al Capo guardia
    "Dividetevi 60 giorni di consegna"
    e se ne va.
    60 diviso 6 fa dieci
    e addio permesso del sabato.
    Il secondo episodio, tale a quale al tuo, al comando del 155° rgt CC.
    Arriva il generale Mosca, comandante del Presidio di Udine e io sono -ma guarda un po'- ufficiale di picchetto e tutti sanno che Mosca è matto e odia gli Sten di complemento, li vorrebbe tutti morti.
    Dalla mattina ho imparato a memoria la lezione:
    tanti Ufficiali, tanti sottufficiali, tanti uomini di truppa, tanti graduati, che poi lui come cazzo fa a contarli e a sapere se gli stai raccontando balle? Ma lui lo sa!
    Tutti pronti col trombettiere che si fa i gargarismi e le scarpe stralucide e all'improvviso compare un motociclista inzaccherato di fango e polvere alla porta principale.
    Fermo tu, dove cazzo credi di andare? Vai alla carraia imbranato
    ma quello smonta, mette il cavalletto e mi guarda con casco e occhialoni come fossero mitragliatrici
    Ho detto a te stronzo di merda, vai alla carraia.
    E allora lo stronzo di merda toglie la copertura dall'asticella che monta sul parafango anteriore e lascia garrire al vento una bandierina azzurra triangolare con frange dorate e in mezzo una, due, tre stelle d'oro: la bandierina di riconoscimento di un generale di corpo d'armata.
    Sto lì come uno stronzo e il mio capoguardia reagisce
    guardia attenti e tutte le stronzate
    il trombettiere stecca clamorosamente e io sto lì e non l'ho nemmeno salutato
    "LUI" mi dà la mano
    Mi fai pena tenente, vatti a prendere un caffè
    e togliti dai coglioni
    Devo aver sbattuto i tacchi mentre lui se ne andava
    ma mi sono sentito l'ultimo verme del pianeta Terra.
    Per fortuna sono sopravvissuto al disonore.
    Ciao Nik, bel pezzo.

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  22. * Tarkus
    La tua ri-proiezione può funzionare benissimo, caro amico. Quasi ovunque le leggi sono queste: gerarchia, prepotenza, mobbing, fondamentalmente bullismo (e infatti io il cosiddetto bullismo tendo a chiamarlo col suo vero, amaro nome: antropodinamica sociale!).
    Grazie, e buon fine settimana anche a te!

    * Enzo
    Decisamente bei pezzi anche questi tuoi che mi hai e ci hai regalato!
    Il primo fa solo rabbia: un mentecatto escrementizio che pretende il perfetto allineamento di un 43 e di un 46 meriterebbe di prenderseli tutti e quattro nel culo, quei piedi scarponati, un bel quadruplo calcio di Punizione alla Recoba...
    Il secondo, con quell'arrivo del misterioso motociclista inzaccherato, possiede tutta l'epica e la visionarietà di un grande film in poche righe.
    Grazie!

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  23. In bilico. Come rappresenti bene una condizione che appartiene anche a me.
    Difficile dimenticare il caporale solo nella nebbiosa campagna dell'Oltrepò pavese, con le scatole animate delle macchine intorno. Difficile dimenticare la poesia di un uomo, più facile scordarsi di uno "zampone stellato". Baciotto.

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  24. oh Zio leggerti mi ha sollevato la giornata!
    un saluto

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  25. * giacynta
    Lo zampone a capodanno, la poesia tutto l'anno...
    Baci8

    * Ernest
    Grazie Amico!
    Anche tu e gli altri, passando di qui, sollevate il mio umore e migliorate le mie giornate.

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  26. Questi tuoi racconti di vita militare, che surclassano tanti satirici tedeschi (non solo specialisti di turpi guerre, dunque, da quelle parti!), mi mancavano, invero, tanto!

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  27. Sovente i piccoli racconti , aprono a sguardi universali.
    Questo con tutta la tua proverbiale ironia, è proprio uno di quelli. Un bacione felinesco

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  28. * Adriano
    I tuoi apprezzamenti hanno sempre qualcosa di speciale, e io ti ringrazio!

    * Felinità
    Rispondo al bacione con felinesco ronron... :D
    Ciao e Miao!

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Benvenuti a bordo!!
Questo blog è Nemico dichiarato di ogni censura. Ma sono costretto mio malgrado a ricordare che rimuovere insulti gratuiti, scorregge occulte o minacce vigliacche non è censura: è nettezza urbana. Voglio che qui da me vi sentiate esattamente come a casa vostra: quindi Liberi, ma non di pisciare sul pavimento, o mi toccherà pulire. :)