"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"

mercoledì 21 dicembre 2011

I TENERI AMICI DI CASTELBELLO – la mia favoletta per bambini, e per voi.


Foto: l’atmosfera natalizia ai tempi della Mamma.

Le favole per bambini non sono il mio mestiere, e probabilmente non lo saranno mai. Ma un paio d’anni fa, trovandomi a corto sia di soldi che di idee regalo, ne scrissi una per le mie adorate nipotine. Poi confezionai per loro due libri gemelli, in cartoncini formato A4 ben rilegati, con la copertina colorata, la dedica e delle pagine bianche tra un pezzo di fiaba e l’altro perché potessero farci dei disegni. Così, adesso, mi è sembrato un pensiero carino regalare anche a voi questa favoletta senza pretese: magari, se ne avrete voglia e se non vi sembrerà troppo brutta, potrete leggerla ai vostri figli o nipoti. O ai vostri gatti. Buona lettura, allora. E perdonate le lacune: come potrebbe dirmi un protagonista del Grande Lebowski: “Non è il tuo campo, Nick”.
L’importante è saperlo…
Un abbraccio grande grande. E i miei più dolci Auguri a tutti voi!


I teneri amici di Castelbello


Il negozio di animali TENERI AMICI ha una bella insegna colorata e tanti bei cuccioli in vetrina, e si trova nel paesino di Castelbello, in vicolo Bentivoglio al numero 7. Sembra quasi un posto inventato, come tutte le cose troppo simpatiche e carine che esistono solo nella fantasia.
Invece esiste per davvero. Ed è un negozio davvero speciale, perché il negoziante, che si nasconde dietro il finto nome di Michele Campovecchio, in realtà è un Mago. Ma un mago di quelli buoni, forse l’ultimo rimasto: il suo unico scopo nella vita è vedere felici i bambini, e rendere felici insieme a loro i cuccioli degli animali, che come tutti sanno non chiedono altro che essere amati e accuditi dal tenero cuore di un bimbo. Michele Campovecchio dimostra cinquant’anni, ma in realtà ne ha quasi quattromila.


Il mago buono indovinava sempre la bestiolina adatta per ogni bambino. Se uno andava al negozio e chiedeva l’animale sbagliato, il mago Michele non se ne preoccupava: sapeva che sarebbe bastato far incontrare gli occhi dell’animale giusto e quelli del bambino, e allora il bambino se ne sarebbe innamorato e avrebbe detto: “No, ho cambiato idea: voglio quello”. Come il piccolo Filippo che voleva un gattino, ma il Mago alla fine gli vendette per pochi centesimi (a lui non importava arricchirsi) una piccola tartaruga acquatica. Il Mago sapeva che la tartaruga era la bestiola adatta per lui, perché Filippo era un bambino scontroso e solitario che non si fidava di nessuno. Il Mago sapeva che grazie alla tartaruga, anche lei sospettosa e guardinga, ma che di lui si sarebbe fidata eccome, anche Filippo avrebbe imparato a fidarsi, e sarebbe così guarito dalla solitudine. Fidarsi, ma non di tutti. Solo di quelli giusti. Così come la tartaruga (che avrebbe poi chiamato Mordimordi, perché ogni tanto gli mordeva per gioco i ditini) si fidava, ma solo di lui, anche Filippo avrebbe imparato che le persone non sono tutte uguali. Che bisogna sapersi difendere da chi potrebbe farti del male, ma che se incontri un amico vero devi saperlo riconoscere e donargli il tuo cuore.
Della tristezza del gattino rimasto senza padrone il Mago non si crucciò: sapeva già che il giorno dopo l’avrebbe venduto a Valentina, venuta a chiedere dei pesciolini rossi ma subito conquistata dallo sguardo del micino, che era il cucciolo perfetto per lei.
Fu molto bella anche la storia di Piero: voleva un pappagallo, ma il Mago gli vendette un cagnolino che alcuni anni dopo, diventato uno splendido cane lupo, gli avrebbe salvato la vita mentre rischiava di annegare nel fiume.


Quando si sparse la voce che a Castelbello i bambini erano troppo felici, al mago cattivo Paonazzo Brubrù, che viveva in un vecchio e freddo castello in cima al Monte Nero, venne un colpo per la rabbia. Come sua abitudine in questi casi, si mise davanti allo specchio e cominciò a sputacchiare a se stesso, e a strapparsi via con molto dolore i peli duri come fil di ferro che gli uscivano a ciuffi dalle orecchie, usando le dita dei piedi.
“I bambini non possono, non devono essere felici!”, ripeteva furioso il mago Paonazzo Brubrù al sé stesso nello specchio. “Come si permettono questi qui di Castelbello di non avere mai paure né tristezze, né malattie né rimpianti né lacrime? Il mondo, il mio mondo, ha tanto bisogno di lacrime di bimbi!”
E sptù!, e sptù!, si sputacchiava in faccia nello specchio tutto sputacchio. E stràp, e stràp, si strappava i peli duri dalle orecchie con le dita puzzolose dei piedi.

Allora un brutto giorno il mago cattivo Paonazzo Brubrù arrivò a Castelbello, per indagare sul motivo di tanta fastidiosa felicità. Non ci mise molto a scoprire che la colpa era tutta del negozio di animali TENERI AMICI di vicolo Bentivoglio. Decise dunque di fare del male al mago buono e a tutti i suoi animali: micini, cagnolini, criceti, porcellini d’india, conigli, e uccellini e topini e marròfoli. Così tutti i bambini sarebbero finalmente ridiventati tristi.

Ma invece: sorpresa! Il mago buono non dovette far altro che far incontrare lo sguardo di Paonazzo Brubrù con quello del coniglietto azzurro. Era l’animale giusto per lui, e stava da più di cent’anni nel retrobottega in attesa del suo padrone ideale, che non veniva mai. Allora il coniglietto, vecchissimo, fece un sospiro di contentezza, e poi morì soddisfatto. Allora (chi non l’ha visto non ci crederà mai) il mago cattivo prese fra le sue mani il corpicino senza vita del coniglietto azzurro e si mise a carezzarlo teneramente. Come tutte le persone cattive, Paonazzo Brubrù non era mai stato capace di piangere in vita sua. Ma per la morte del coniglietto azzurro il mago cattivo si sorprese a distillare una lacrima: un’unica, solitaria, densa lacrima azzurra che fuoriuscì dal suo occhio sinistro (molto timidamente, come se pensasse di dover chiedere “permesso” prima di uscire).
E questa lacrima che pianse per il suo coniglietto lo trasformò per sempre in un mago buono.
Così i due maghi divennero amici, e si misero in società per ingrandire il negozio e fare ancor più felici i bambini.


Queste cose succedono solo a Castelbello, e una volta ogni quattordici secoli.
Ma l’importante è che succedano.
Poi Castelbello sparisce, persino dalle carte geografiche, e ridiventa per molto tempo un paese nascosto. Così che nessuno, né buono né cattivo, possa andarci a ficcanasare.
Perché da quelle parti amano tanto gli animali e tantissimo i bambini.
Ma non sopportano i curiosi.

martedì 20 dicembre 2011

Eresia flash – La banalizzazione dei Sentimenti: “Tradire fa bene all’amore”? Io direi proprio di NO!


Ma perché gli italioti debbono sempre e su tutto essere i più banali e conformisti del mondo? Eterni cantori della più grigia e squallida ipocrisia? Di scempiaggini rasoterra tipo quella secondo cui “tradire fa bene all’Amore”? Ma quando mai? C’entrerà, come al solito, il bieco cattolicesimo, quella salsina rancida e furbetta in cui vengono incarpionati da piccoli? Quella religioncina di comodo che li convince del fatto che puoi anche rubare e ammazzare, basta che poi ti confessi, e fai una bella offerta per restaurare la chiesa?
Il celebrato regista Pupi Avati dice: “Ho tradito, ma credo nel matrimonio”.
Be’, io nel matrimonio non ci credo neanche un po’. Ma il tradimento e i traditori mi fanno proprio schifo. Uno schifo da conati di vomito. È più forte di me.
Ormai lo si sarà capito: io sono italiano soltanto per capriccio anagrafico (e per l’uso di questa Lingua che ritengo Meravigliosa), ma il mio molesto parere è il seguente:
chi sceglie di essere libero, libero sia, con gioia (il che vale tanto per i single cosiddetti “farfalloni” quanto per le coppie, per loro decisione, “aperte”).
Ma chi, per scelta non imposta da nessuno, è coppia, abbia il cuore, l’anima, il cervello e le palle per essere coppia!

mercoledì 14 dicembre 2011

“AGONIA DI UNA FATA E ALTRI SFACELI” – tre altri maledetti giorni di quel maledetto 2003.



“Io sono come una rana in uno stagno asciutto”.
(MaitU I, 4)


2 giugno (lunedì)

Bellissima mattina.
In cucina, beviamo insieme un caffè, parliamo di libri (le faccio vedere una doppia recensione allettante) giochiamo una partita (la prima nostra) a cinquecentouno. Lo trova un gioco divertente.

Stanotte ho dimenticato il telefonino in sala, acceso. Fortuna che non ci sono stati squilli pubblicitari o di coglioni sbaglianumero. Sto andando un po’ via di testa.

La Lidia si sistema fuori, sul dondolo all’ombra, con una sedia per alzare le gambe, i cuscini, un bicchiere di tè, il suo libro.
Telefona col cellulare a T. per dire che ha giocato e vinto a quel nuovo gioco che ci ha insegnato lui: è tutto contento. Dopo le porto la felpa grigia perché c’è fin troppo venticello. Pagherei miliardi per altre mattine così tanto serene. La vedo leggere rilassata, tranquilla, seduta sul dondolo. Mi ricorda quando ascoltava il walkman, convalescente (lei, non il walkman) dal laser alla rétina. Soltanto due anni fa.

Arrivano Simona e frugoli. Invento un gioco con la palla da tirare dentro un portavasi di plastica, che tengo fra le mani trasformandomi in canestro vivente, una specie di babybasket molto baby, ci divertiamo.
Mangiamo, a pranzo, riso in insalata fatto in società, e delle ciliegie.

Si riparla di quanto è stata assurda sua madre – e assente suo padre (peggio della favola di Cenerentola) negandole perfino la possibilità (questa non la sapevo ancora) di frequentare le scuole serali quando faceva la baby schiava in sartoria!

Chiede del cotone con qualche goccia di acqua di rose perché dice, piangendo, che gli odori la torturano. In compenso, gustose ghignate per il libro che “è tornato dentro con le zampette” (suo marito Piermetapòst). Poi deve andare un po’ a letto.
Scrivo una lettera per conto di mio fratello. Adesso si mette a darmi problemi pure la stampante. Ma quanto le odio, le stampanti?

La lavanda è diventata stupenda. Era una minuscola piantina comprata al supermarket, di quelle che di solito durano due giorni, è diventata un cespuglio rigoglioso. Quell’angolo di guardino è il suo posto ideale.

Pomeriggio ancora fuori sul dondolo. Telefona il dottore per informarsi sulla prima visita oncologica, e resta interdetto per l’appuntamento del giorno 11. Insiste col consiglio di andare domani per averlo prima col dannato bollino verde. (Bisogna però sentire anche la L., che pasticcio!) Poi dice senza febbre alta sospendere il cortisonico, cosa che si rivelerà una colossale boiata. Il resto va bene.

Si parla un po’ lì alla rete coi P. Per la prima volta vedo lui sorridente appoggiarsi alla moglie. Ce l’ha ancora con le stramaledette lumache mangiatageti. Dice che se riescono a fiorire a quel punto sono salvi e si difendono da soli, perché il fiore puzza.

Stiamo tutti in giardino in attesa del temporale.
Farà solo due gocce.

Dopo cena scrivo un po’. Poi dovremmo vedere Uomini e topi. Sembra che l’idea di mettere il televisorino e il vhs in camera le vada.

Per stanotte, quando veglierò in gran segreto, terrò sulla scrivania vecchia solo un bicchier d’acqua, una candela, i testi Vedici, libri, appunti e l’articolo su Raimon Panikkar con la sua foto. Spero che per leggere, sussurrare le parole che ho scelto per Lei basti la luce della candela. Coprirò le cifre luminose dell’orologio.

Vengono Alberto e Marta. Chiama la L. Spiega che il giorno 11 era il primo buco per emergenze col dottor B. Cinque giorni prima c’era il dottor M., che sconsiglia sul piano umano avendolo avuto il suo defunto suocero: pare sia uno che ti tratta male, che non ti risponde se gli fai una domanda, che ti deprime. Il fattore umano è importante, decisivo, visto che quello sarà poi il medico che ti segue per tutto il tempo. La mamma è d’accordissimo. Comunque, domani prova a vedere se si può anticipare anche con B., poi ci telefona.


3 giugno

Apprendo di una notte di dolori e insonnia.
Le faccio bere la “pozione magica” senza dirle di cosa si tratta.
“Perché mi dai quest’acqua?”.

Papà in farmacia-coop-farmacia (sembra tarantolato, poi vuole reinformarmi su tutto, So già, dico, Non mi angustiare.)

Compriamo il contramal.
Telefono al dottore per sapere tempi e modi di somministrazione, lunga telefonata, non chiede più dell’oncologo e io non gliene parlo.

Sfumano 380 euro per colpa del maledetto Helsingborg. Colpa mia. Avevo azzeccato due pareggi spagnoli, quello del Varese, il primo tempo dell’Atalanta, un paio di Finlandesi facili. Ero stato praticamente un genio. Che bisogno c’era di aggiungere questa merdina quotata 1.20? Perché sembrava una vittoria scontata, per arrotondare! E invece mi va a finire 0-4. Così assurdo che per tutto il giorno lo vado a ricontrollare, sperando in un errore del televideo.

Mentre telefono al dottore, la mamma trova un quadrifoglio sotto il dondolo. Buon segno, o ci si prende anche per il culo?! Io in compenso mi ritrovo, in camera, una vespa sul collo, meno male che non mi punge. Poi la mamma si mette a rompere di brutto per i pavimenti sporchi, e io non ci capisco più niente.

Contrordine: telefona la L., appuntamento domani alle 15, però con M. Non per fare la volpe e l’uva, ma mi sento sollevato. Una settimana poteva essere troppo decisiva! E poi il lato umano è così soggettivo… magari la mamma si sarebbe trovata peggio con l’altro. Oggi andrò dalla L. per riprendere il nostro materiale.
Incredibile: sarà la prima volta che andrò a casa di questa mia cugina, inseparabile compagna di giochi nei primi anni della mia vita (era quella da cui le suore volevano separarmi nel cortile dell’asilo, i maschi di qua, le femmine di là, schifose arpie).

Mentre sono fuori a fumarmi una sigaretta, telefona, per interessarsi alla mamma, la dottoressa Z.! È davvero un’ottima cosa, e la Lidia ne viene molto rincuorata. (Ha confessato sia a lei adesso che alla L. prima tutta la sua paura. Paura cui si aggiungeva l’ansia per l’attesa: è davvero molto meglio che si cominci subito, domani).
Chiamerà anche la parrucchiera per una messa in piega domattina. Vogliano gli Dèi che sia tutt’altro che l’ultima.

Oggi Marta e Alice (aspettando il pulmino parlo con C. dei miei progressi culinari). Giochiamo e merendiamo. Poi il marròfolo fa un bel disegno, due fiori, per la nonna, e li ritaglia. Quando la nonna si alza, l’aiuta a sbucciare i fagioli. Do alla Lidia il numero della S., ma non la trova (faccio un po’ da agente telefonico, sollecitandola a parlare con quelle persone che le farebbe bene sentire).

Poco dopo le sei vado dalla cugina L. Trovo quasi subito. La casa è in una posizione bellissima, le tre bambine adorabili (non le avrei mai riconosciute). Hanno un bel cane, un coniglio, un acquario con pesciolini piccolissimi, e due mini pesci rossi hanno fatto pure un piccolo, microscopico. Le dico di venirci a trovare con le bambine, qualche giorno.

Dopo aver cenato papà va a coprire un buco di qualche minuto con le nipotine. Io esco ad annaffiare, e nonno e bambine mi guardano dal finestrone lassù. Partono saluti e scariche di baci. L’Alice si sbraccia, la Marta manda più che altro i bacini.

Quest’anno il nostro giardino pare magico: oltre alla zucca spuntata da sola non si sa come, alla lavanda, e alla piccola felce, adesso vicino alla siepe abbiamo pure le fragoline matte.

Mi fumo un sigarillo alla vaniglia sul dondolo, poi entro a dare un’occhiata a Italia-Irlanda del Nord già cominciata (frega un cazzo).


4 giugno

La mattina presto piove a dirotto. Stanotte ha dormito benissimo. In compenso, ha appena vomitato. Teme di aver rigettato gli antidolorifici prima di assimilarli. Vomitare pochi giorni prima della prima chemio. Non è un buon segnale. Non è incoraggiante.

Dopo colazione, mio padre viene a informarmi. Con gentilezza gli rispiego che appena mi alzo chiedo sempre alla mamma, e che dirmi le cose due volte serve solo ad angosciarmi. Ma so già che domani sarà di nuovo così: sono uno che quando parla non viene ascoltato.

È sempre stato un padre ossessivo, maniacale, opprimente, pignolo, meticoloso, assente dal reparto “giochi e divertimenti” e presentissimo nel reparto “raccogli subito quella cosa che è andata per terra e mettila al suo posto”. Mai violento, però iracondo sì. Una volta, da piccolissimo, restai impressionato da una sua scenata bestemmiosa, ne chiesi il motivo alla mamma, e lei mi spiegò che papà aveva rotto una bottiglia di birra. La sera dopo, altra scenata per chissà quale altra sciocchezza, e io che collegandola al precedente della birra rotta chiedevo: “Oto bìa, papà?”.

Alle dieci vado a portare la mamma dalla parrucchiera. Appena sul rettilineo (sono già sui sessanta, non sto intralciando), arriva un’autobotte a duecento all’ora. Il prepotente che la guida mi alza i fari più volte. Suona. Allora io rallento apposta, tipo safety-car. Quello si sbraccia, si agita, si contorce, di continuo alza i fari e strombazza, impazzisce, m’insulta, mi spaventa la mamma. Rallento ancora di più, abbasso il finestrino e gli faccio tutti i gesti che merita, gridando “Schiavo di merda, spezza le catene!” (forse la spavento più io, la mamma…)
Poi, quando giro al rondò, accelero e gli faccio ciao ciao.
Se potesse, lui mi ammazzerebbe. Roba da matti. Peggio di Duel.

Meravigliose le rose davanti alla parrucchiera. Non piove più, ma quando la mamma scende le porgo l’ombrellino. Al mio ritorno a casa, all’incrocio qui sotto, l’Alberto e papà stanno giusto uscendo, stanno tentando con pazienza di uscire, verso Varese, per andare a comprare i materassi nuovi.

Vado a riprenderla. Ripiove. Dolcemente.
Coi capelli corti sembra quarantacinquenne. E sana.

Il ragazzo accoltellato l’altra notte a Varese per aver chiesto una sigaretta era un compagno di scuola del figlio della parrucchiera. Viviamo in una piccola giungla di merda.

In sala, lunga chiacchierata sulla vita e sulla morte, e sulle mentalità un po’ di cacca (papà che la riprendeva se ci baciava da piccoli, dicendo cattiverie sulla mamma dell’A., zimbello del parentame perché troppo affettuosa, lui che adesso si attacca alle nipotine per sbaciucchiarle come uno sturalavandino di gomma. Ma forse è solo coi maschi, che non andava bene?)
Le dico quel mio struggente pensiero dell’altro giorno in giardino, di come dopo la sua morte, sperando sia tra vent’anni, ogni volta che succederà qualcosa di bello, di strano, di curioso, mi verrà l’impulso di dirlo a lei (ad esempio, un’ormai inaspettata fioritura della tulipifera).
Lei mi risponde Me lo potrai dire lo stesso.

I materassi li consegneranno venerdì. L’Alberto riferisce un’idea della Simona: per quando farà più caldo e lei sarà a casa dal lavoro, cioè dalla prossima settimana, ci offrono la loro macchina che ha il climatizzatore, per andare a Varese. Pensiero davvero gentile.
Preparo zucchine con lo scalogno.

Varese. Ospedale di Circolo. Padiglione di oncologia.
Dopo la visita, la mamma è enormemente sollevata. L’impressione del dottore è ottima. Molto giovane, della mia statura, persona carina, gentile e rassicurante. Tornati a casa, lei ancora dubita che sia “quel” M. Proprio vero, mai fidarsi quando qualcuno ti parla male di qualcun altro. Sollevata anche per quello che lui dice: nuovo tipo di chemio che non fa vomitare e non fa perdere i capelli. Anche lui ha visionato i chili di scartoffie che mi son portato dietro, e che alla fine non riuscivo quasi più a rimettere in ordine, anche lui conferma le cose dette dalla Z., di cui ha letto attentamente la lettera (ripeto, gentilissimo, come la sua assistente che trascrive l’anamnesi al computer): obiettivo far regredire il tumore, o al peggio arrestarlo com’è [patetica bugia, questo devo aggiungerlo, ma allora me la bevvi: mi attaccai al fatto che in sala d’attesa si vedevano donne molto anziane che col tumore – evidentemente di tipo diverso – ci “convivevano” da anni e anni.]. La chemio sarà una volta alla settimana per tre settimane, poi una di riposo, poi di nuovo.
Ad agosto, rifare tac o eco ed esami del sangue per vedere l’evolversi della situazione. (Esami del sangue, per averli recenti, da rifare anche adesso, scrive la richiesta, andremo domani a Cittiglio).

Utilissimo il foglietto che ho preparato con tutte le medicine che prende la mamma: per la trombosi fraxiparina due iniezioni, per la pressione combisartan una compressa, per il dolore tora-dol dieci gocce tre o quattro volte e contramal due capsule, per lo stomaco omeprazen due capsule e peridon una compressa, per la febbre soldesam sedici gocce (cortisonico), per la tosse levo tuss venti gocce due volte. Le danno già un cartoncino coi primi tre appuntamenti: venerdì 13 alle 12.15, venerdì 20 alle 8.30, venerdì 27 non ricordo a che ora.

Uscendo, lei mi aspetta su una panchina, perché entrando abbiamo dovuto camminare per l’impossibilità di parcheggiare vicino, e adesso è troppo stanca per rifarlo. Un vero manicomio, viabilità e parcheggi lì dentro. Oltretutto fa un caldo pazzesco.

L’unica cosa che mi ha lasciato perplesso è stata la povertà dell’anamnesi.
A parte le solite domande su ereditarietà e precedenti patologie, l’anamnesi di un malato di tumore al pancreas praticamente si limita a questo: Fuma? No. Ma in passato fumava? Sì.
Basterà per includere anche la mamma nella disonesta e facilona e superficiale statistica degli assassinati dalla sigaretta?
Nessuno le chiede se la sua vita è o è stata stressante, quanti gas di scarico di automobili respira, se ha sofferto di depressione, se vive vicino a cementifici o fabbricacce inquinanti, non le chiedono le abitudini alimentari, se faceva uso di dolcificanti chimici, quali carni mangiava, se esagerava con patatine o dolciumi o grassi animali, non le chiedono quanti rifiuti radioattivi siano stoccati nella vicina Ispra, all’azione di quali campi magnetici sia stata sottoposta, o quante decine di aerei le caghino in testa ogni giorno nell’avvicinarsi alla fottuta Malpensa.

Al parcheggio, trovo sotto il tergilunotto un altro opuscolo di finanziaria. Era già successo a Cittiglio, ma si trattava di un’organizzazione diversa. Sanno bene, i maiali, che in un ospedale si può trovare un sacco di gente disperata, che ha bisogno di soldi subito per pagare interventi o medicine o ricoveri in cliniche private. Sottouomini spregevoli, gli usurai, anche se legalizzati.
Strozza lo strozzino pare un giusto e sacrosanto slogan anche a un non violento come me.
E se esistesse un Inferno di tipo dantesco, mi dico, gli strozzini starebbero giù in fondo, con la testa conficcata nella roccia ghiacciata e le gambe all’insù, e Satana che gli infila nel culo miliardi e miliardi di dobloni roventi, come nella fessura di una stronza slot machine.

In macchina al ritorno faccio una sauna. Appena a casa, doccia salvavita. Prima mando baci alla mamma come faccio sempre con le bambine, e lei ricambia. Poi Alberto e Marta portano un po’ di felicità. La mamma sta sulla poltrona. Esco e parlo con l’Alberto, gli dico anche della mia idea del lettore dvd, lui dice che non saranno necessarie nuove casse, e se il nostro vecchio stereo ha una presa esterna useremo quello, come amplificatore. Andremo da B. appena incasserò la piccola vincita dell’altra settimana.
Propongo di andare io e lui a Gavirate a prendere granite e gelato. (Mi cambio, calzoni blu corti multitasca e maglietta color senape, lui scendendo le scale della cantina mi dice Ti sei vestito da spiaggia, mi volto ed è uguale, anzi, io almeno ho i mocassini, e lui dei sandalacci aperti. Ridiamo).

Alice sempre più triste per via della malattia della sua dolcissima nonna, il cui protrarsi non riesce a capire. Andiamo dove c’è la loro sabbia, bagnata per la pioggia, e facciamo un bel castello con torri, finestre, bandiere, fossato, coccodrilli (fatti con aghi di pino) e ponte levatoio. Poi arriva l’Enrica. Foto con tutti loro e papà. Dico alla zia quanto la mia Fujica sia un carissimo ricordo, perché comprata vent’anni fa coi soldi che mi diede la nonna.

A cena mangiamo pasta e fagioli. Buona ma non ottima come al solito. Dice Con lo stato d’animo in cui l’ho preparata ieri, alla brutto cane… Idea di mettere proprio sul menu “fagioli alla bruttocane”. Stasera la febbre è a 38, prende anche il cortisonico, che comunque il dottor M. ha consigliato di assumere in ogni caso.
Io e papà guardiamo in tv un poliziesco abbastanza deludente.

Il nome della speranza è (trascrivo dalla lettera della dottoressa Z.): GEMCITABINA.

lunedì 12 dicembre 2011

Tre poesie dei giorni rubati (1989-1990)



PARANAJA 223



Scheisse-Stadt

Ville de merde
Quattro case e una kasèrm

Here tu ne peux be pas youself
Qui you can't etre a real man

Solo in sonno sogni freedom
La sfiori in walkman television

Qu'est-ce que c'est suicide temptation
I don't know se è la solution

E mi sento down down down
Perché vorrei volare but

I'm intrappoled dan' this
SHIT TOWN






ROSSANA



Mia cara Rossana
Non era impossibile, sai
In quella notte bugiarda e sincera
Cambiare la mia e la tua vita

Caserma Rossani
Da mesi qui dentro oramai
Prigioniero di questa bandiera
Pensando fra poco è finita

Rossana
Rossana
Rossana

Ma poi chi sarà la mia vita?






GUARDIA NOTTURNA IN PORTA CARRAIA



"Altolà
Chi va là
Passi al largo"
Forse sono
Già pazzo
Ma non
Me ne accorgo

"Ufficio
Addestramento
Geniere Pezzoli"
E in fondo
Erano tutti
Peccati
Veniali

Forse sono
In catene
Soltanto
Per sbaglio
O per poca
Fortuna

E mi trovo
A inseguire
Distratto
Quei raggi
Di luna



Pattugliando
E vegliando
Sul sonno
Dei mezzi
M'illudo
Di poter ignorare
I miei nervi
Ormai a pezzi

Stare soli
Con un fucile
E dei colpi
E' cosa assai dura
E quando mi specchio
Nel cielo mi faccio
Paura

Ma non devo
Lasciarmi
Scappare
Di mano
La speranza
Che scivola

E continuo
A inseguire
Distratto
Quei raggi
Di nuvola




sabato 10 dicembre 2011

Non solo stroncature. Consigli per le feste, per provare a difendervi dall’editoria ecospurgo-natalizia che mirerà a CONCIARVI, per le feste…. (3)



Martin Amis
L’informazione
Einaudi
Pagg 436 € 12.50
Voto:

Quella di partenza è una situazione che ricorre spesso nella narrativa moderna: il rapporto perverso fra due amici scrittori, con quello semisconosciuto e fallito (che però si ritiene più dotato, e forse lo è) a macerarsi nell’invidia per il successo commerciale e mondano (ai suoi occhi clamorosamente immeritato) dell’altro, che percepisce sempre più come individuo fortunato, superficiale e fasullo, arrivando al punto di desiderarne, e addirittura progettarne in modo concreto, la distruzione persino fisica.
Non qualcosa di particolarmente nuovo, dunque, ma nessuno l’aveva mai resa con la verve geniale e travolgente di questo riuscitissimo romanzo, pienamente comico in alcune sue trovate, pienamente tragico nel descrivere la disperazione di un uomo portato dalla sua lucida ipersensibilità, ma anche da un’ambizione smisurata e frustrata, sull’orlo della follia.

Vulcanico e talvolta un po’ arruffone, ricco, originale e generoso fino all’incasinamento, elettrico ai confini del cortocircuito, Martin Amis è un certamente ottimo scrittore, ma forse di quelli da prendere a piccole dosi non consecutive: diciamo che un paio di suoi libri all’anno potrebbe essere la giusta posologia. Piacevoli comunque il suo umorismo corrosivo, l’inventiva, il sarcasmo, la perfidia. Amis non è un amante della sintesi, almeno non qui (più di quattrocento pagine a caratteri molto minuti, altrimenti sarebbero state settecento), quindi ogni tanto un po’ di noia, ma poca poca, ve l’assicuro.

E poi, come non amare uno capace di riversare ironia al vetriolo persino sui pianeti e i loro satelliti? [pag. 66: “E ora Plutone. Non bisognerebbe mai prendere in giro gli afflitti, naturalmente, ma Plutone è davvero un disgustoso pezzetto di merda. Giove non ce l’ha fatta a diventare stella; Plutone non ce l’ha fatta nemmeno a diventare pianeta. Atmosfera rarefatta, una crosta di ghiaccio spessa 500 chilometri, e poi roccia. La massa di Plutone è circa un quinto della massa della nostra luna, e la sua luna, Caronte (altro cesso) è ancora la metà.”]

Chi non sa, o non vuol sapere (perché non gli conviene) cosa sia uno Scrittore, accusa Martin Amis di essere troppo virtuosistico, pirotecnico e autocompiaciuto. In altre parole, lo accusa della grave e imperdonabile colpa di essere troppo bravo.
Be’, che devo dirvi: se vi piacciono sciatti e mosci, come certi nostri balbettanti e presuntuosi coglioncelli, come certi nostri scolaretti politicizzati e omogeneizzati e pompati che non sarebbero degni di pulirgli una ciabatta con la lingua (o, per fare un esempio cinematografico, se preferite cinepurgoni e mediocri checchizaloni a Woody Allen), non leggete Martin Amis.
Ma se vi piacciono bravi e talentuosi, avrete già indovinato cosa sto per dirvi: non fatemi incazzare.
In ogni caso, questo è un romanzo da regalare solo a chi ama davvero leggere, che siate voi stessi o una persona a cui volete bene. Se ama solo leggiucchiare di tanto in tanto, potrebbe non apprezzare un simile dono. Questo mi pareva corretto dirvelo.
Parola di Scriba.

martedì 6 dicembre 2011

Assaggi di romanzi inediti - da GIGOLO' PER CLIENTE UNICA: stralci dei capitoli 10 e 11



Così hawajana non vale


Quel pomeriggio dovevo già recarmi in città per piazzare una puntata sul calcio dal mio bookmaker, e per tre o quattro tascabili economici che avrei comprato da Pontiggia: qualcosa per me e un regalo per Federica. Mi ero appuntato su un fogliettino nomi e numeri dei sette-otto annunci che mi interessavano. Su un altro fogliettino gli 1-X-2 della speranza. Su un terzo, titoli e autori. Non per criticare, ma ero strapieno di fogliettini del cazzo. Parcheggiai lungo un vialone alberato di periferia, accesi il telefonino e cominciai a chiamare. Sull’Okkasiùn Perbenista c’erano solo (rare) occasioni etero (sino a pochi anni fa, nemmeno quelle: solo le agenzie matrimoniali, perché quella è roba onesta, perbacco!).
Véronique avrebbe dovuto portare pazienza, oggi scopavo io. Prima setacciata:

ISABELLA, MORA, 20 ANNI, NOVITÀ!: Il numero da lei desiderato non è più attivo.
VALERIA, MAGGIORATA, CALMA, RICEVE SOLO EDUCATISSIMI: Il numero da lei desiderato non è al momento raggiungibile.
Chissà cosa starà facendo…
CHIARA, ITALIANA, 30 ANNI, MOLTO CALMA, PULITA, RICEVE SOLO DISTINTI: Risponde la segreteria telefonica del numero…

In compenso il cellulare di “Patrizia calma” suonava a vuoto. (Ma che è ‘sta fissa della calma, gli uomini han paura che je menino, i troioni?)
Come inizio non c'era male.

[....]

Poi, sorpresa: “Viki” è un’hawajana di vent’anni, appena arrivata in Lombardia! Dice che sono in due. C’è anche un’amica italiana, e potrò scegliere. Ma in cuor mio ho già strascelto la ventenne delle Hawaii. Mi dà un indirizzo facile da trovare, in una via che ha il nome di un poeta. Prima, le commissioni. Ma col pensiero a Viki, a come sarà questa Viki, a come sarà l’appartamento al poetico indirizzo, a cosa ci farò insieme alla mia Viki.

[....]

Un’ora dopo, sbrigate le mie cose, arrivo nei pressi dell’appartamento nella via intitolata al poeta, e ritelefono. La dolce ventenne hawajana mi dà istruzioni più precise: «Sul citofono “S”», dice. «“S” come Sesso».
Queste proprio ti stendono, a colpi di fantasia.
Lascio la macchina poco lontano e mi avvio a piedi. Pioviggina. Me ne accorgo allorché sento un vecchietto annunciare: “El gutìsna!” (Gocciola!) Le gambe, molli, mi sorreggono a malapena. Anche se sono un tipo navigato, è sempre come la prima volta, per me. Al numero indicatomi c’è un residence. Davanti al cancelletto non riesco a individuare la S. Le targhette fatte scorrere troppo in fretta mi danno l’effetto vertigine dei libri nella biblioteca di Federica. Sto per rinunciare, sto per chiamare di nuovo col motorola blu regalo della mamma. Poi spunta dal mazzo la S, e suono. «Vialetto a destra, scala esterna, secondo piano», dice la voce hawajana.
Entro nel giardinetto. Guardo su. Intravedo una tendina che si muove a spiare i miei capelli appena inumiditi dalle gocce fini fini. È una piccola cosa che mi fa tenerezza. È come l’essere aspettati a casa. Papà sta arrivando, bambina.
Quella che viene ad aprirmi quasi quasi mi si nasconde dietro la porta. Ci risiamo, penso. Mi sorride. Decisamente racchia. Sembra la sorella di Natasho Cozzolin. Potrebbe chiamarsi Vespasiana, per quel che ne so. Sto per incazzarmi. Lei sostiene di chiamarsi Alexia, e mi introduce nel normale ingresso-soggiorno di casa vostra: un divanetto, un tavolo rotondo, una tv sintonizzata su un programma per minus habens – unico elemento fuori posto il letto matrimoniale col copriletto zebrato. Senza paura di sembrare scortese, chiedo subito dell’amica hawajana. C’è davvero? Pare di sì, per fortuna. Vespasiana Cozzolin sparisce dietro una tenda che fa da porta-separé. Rispunta fuori tenendosi per mano con la ventenne hawajana. La ventenne hawajana è una probabile trentenne con ben poco, di hawajano. Non si capisce di dove diavolo venga. Etnia indefinibile. Bassotta e pienotta, faccia da palla di luna, senza che gliel’abbia chiesto mi dice il suo nome, che non è il Viki dell’annuncio, ma un suono strano e difficile da ricordare, Ayuba, o qualcosa di simile. A me mi puzza di Consuelo. Ma ormai ci sono. A lungo rimango indeciso tra le due, le guardo, le soppeso, nicchio, tentenno, valuto quale sia la meno peggio, ma l’hawajana Palla di Luna pur non essendo hawajana mi appare un pochino più desiderabile, di Vespasiana Cozzolin in arte Alexia – Alexia magra magra e lì che freme, che muore assurdamente dalla voglia, che mi sorride traboccante di me come volesse sposarmi. Vade retro, cocca. Sparire retro tenda, grazie. Loro approfittano della mia indecisione per propormi un triangolo racchiangolo, ma una cosa in tre costerà il doppio e io sono venuto col centone contato, e poi Vespasiana mi fa rimpisellire, allora diplomatico mi schermisco dicendo che non sono “così tanto stallone”. «Tre per un maschio solo è troppo», aggiungo. Non capiscono. Non si sono ancora accorte di Véronique.
Comunque sembrano piuttosto calme, come troie.
Come un sultano al mercato degli schiavi indico finalmente Palla di Luna, che tra l’altro somiglia alla moglie di un amico a cui una bottarella tra il lusco e il brusco in fondo in fondo la darei. Ma sì, sciolta l’indecisione, vada per Palla di Luna, la pseudo Viki non di Waikiki, e per l’immaginario da Corna Vissute. L’altra pare rimanerci male, ma tant’è, non sono mica al mondo per sfamare la famiglia Cozzolin. Sparisce retro tenda.
Palla di Luna mi sorride, dice Spogliati, spegne la tv, prende a svestirsi a sua volta, è simpatica e forse anch’io le sono simpatico, m’infastidisce soltanto il fatto che si metta a blaterare di un certo “regalino”: «Il regalino, prima il regalino», continua a farfugliare, mentre io mi avvicino e cerco di palparla un po’ da dietro, di saggiarne preliminarmente le carni, leccarle un po’ il collo. «Il regalino!» quasi si spazientisce, come se volessi fare il furbo e trombarmela gratis.
Con le femmine capita spesso, che invece di chiamarli “soldi” usino di questi mongoli eufemismi. A Véronique che tratta coi maschi e i trans non succede mai, ve l’assicuro. Pane al pane, soldo al soldo. La prossima che mi chiede “il regalino”, giuro che invece del centone le ammollo un pezzo di bigiotteria cinese da 2 ghelli, tanto per vedere che faccia mi fa.

[....]

Quando sto per andarmene, Palla di Luna mi sorprende ancora: scarta una mentina, se la mette in bocca, la succhia solo un po’, quindi con un bacio acrobatico e profondo la fa guizzare nella mia. Ipotizzo un possibile ritorno, e per dirmi va bene lei risponde: «Vale».
«Vale?», ripeto io, incredulo ma neanche troppo. «Di’ un po’ la verità, Consuelo: sei di Siviglia o di Madrid?»
«No me chiamo Consuelo. E te ho detto che sono hawajana, no?».
«A me sembri più castigliana. Non che ci siano problemi, ma gli spagnoli, dicono “Vale”».
Lei non si capacita della mia perplessità. Dice che le hawajane sono per l’appunto ispaniche, lo sanno tutti.
«A me risulterebbero più sul giapponese» le dico, «sul tahitiano».
«Le Hawaii stanno en America del Sud» m’informa Palla di Luna, incredula della mia ignoranza.
«Sì, domani» rispondo. Ma lo faccio sorridendo. In fondo, a chi importa dove sono ormeggiate le stracavolo di Hawaii? Lei sembra crederci davvero, che stanno nell’America del Sud. Perché deluderla facendo il saputello? Sulla porta ci mandiamo un bacino, e un ultimo sorriso.

domenica 4 dicembre 2011

Non solo stroncature. Consigli per le feste, per provare a difendervi dall’editoria ecospurgo-natalizia che mirerà a CONCIARVI, per le feste…. (2)



Paul Auster
La notte dell’oracolo
Einaudi
Pagg 207 € 11
Voto: 10+

Dopo l’ottimo thriller di Collins di tre giorni fa, oggi vi voglio parlare di un romanzo per palati ancor più sopraffini.
Questo è un libro da regalare innanzitutto a voi stessi, per farvi del bene, per gratificarvi, premiarvi, coccolarvi. Oppure da regalare a qualcuno che sapete particolarmente innamorato dell’Arte Narrativa (ma in questo caso dovrete essere ben sicuri di non fare un doppione, perché se è innamorato dell’Arte Narrativa è abbastanza probabile che La notte dell’oracolo sia già da tempo presente tra gli scaffali della sua libreria).
Si tratta forse del più bel romanzo scritto dal mio autore preferito, un romanzo talmente geniale che francamente non saprei che altro dire, quindi non fatemi incazzare eccetera eccetera.
L’unica cosa che posso aggiungere è che, se non l’avete ancora letto e pensate di leggerlo, non potrò far altro che invidiarvi, nel ricordo dell’irripetibile emozione che provai, qualche anno fa, al cospetto di questo libro, e di tutti i successivi di Paul Auster che divorai in rapida successione (dovendo fare una classifica, gli altri migliori sono per me, nell’ordine: Il libro delle illusioni, Trilogia di New York, Moon Palace, Follie di Brooklyn, Timbuctu, tutti con voto fra 9 e 10 – e sapete quanto sia cattivello, io, coi voti – ma consiglio anche la sceneggiatura di Smoke, o il dvd dello splendido film).
Parola di Scriba.


venerdì 2 dicembre 2011

Eresia flash: vatikaliA-lobotom italY colpisce ancora!



ASINO CHI NON LO DICE

Amici miei, quando l’ho letto non ci volevo credere: ieri, 1 dicembre, giornata mondiale contro l’AIDS (il cui vero significato per certi simpatici bigotti sembra continuare a essere Auspicato Intervento Divino Sanzionatore), è circolata in RAI una direttiva (qualcuno dice di origine ministeriale, ma al ministero negano) che ordinava, come ai tempi della peggiore censura fascistoide, di NON PRONUNCIARE mai, nemmeno una volta, per tutto il giorno, la parola tabù “profilattico”.
Lo riporta stamattina in prima pagina il Corriere della Sera, che riferisce di un’email “con priorità alta” mandata dalla tv di Stato a conduttori e giornalisti di Radio 1:
“Il ministero [della Salute!!!!] ha ribadito che in nessun intervento deve essere nominato esplicitamente il profilattico; bisogna limitarsi al concetto generico di prevenzione nei rapporti sessuali…”
Da notare che Radio 1 aveva per l’appunto in programma (guarda caso) un lungo speciale sull’argomento. Sarebbe un po’ come vietare ai radiocronisti di “Tutto il calcio” di pronunciare la parola “palla”: ne saranno usciti pazzi, quei poveracci…

Ricordando che qualcuno ha già sulla coscienza milioni di africani, per essere andato a dirgli non tanto di non pronunciarlo, quanto proprio di non usarlo (!), e in attesa di circolari che proibiscano anche “intelligenza”, “pensiero”, “onestà”, “libertà” e “civiltà” (tutte cose che comunque in vatikaliA-lobotom italY sono state già da tempo abolite di fatto), approfitto della mia fortuna di NON lavorare per la RAI per scrivere un paio di volte, o qualcosolina di più, il nome del Benedetto Coso che può salvarci doppiamente la vita, poiché agisce come barriera protettiva sia nei confronti delle malattie sessualmente trasmissibili, sia nei confronti della bomba atomica demografica destinata a spazzarci via nel giro di pochi decenni. Giuro e certifico di averlo digitato ogni singola volta, perché si tratta di una questione troppo seria, per banalizzarla con un copia e incolla:
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Mi sono stancato (l’ho scritto solo, simbolicamente, una volta per ogni anno della mia vita).
Ma potete andare avanti voi, se volete.



giovedì 1 dicembre 2011

Non solo stroncature. Consigli per le feste, per provare a difendervi dall’editoria ecospurgo-natalizia che mirerà a CONCIARVI, per le feste…. (1)



Michael Collins
Morte di uno scrittore
Neri Pozza
Pagg 464 € 19
Voto: 8

Lo ammetto: nei confronti della letteratura cosiddetta “di genere” ho sempre avuto atteggiamenti un po’ snob, che mi han portato ad arricciare il naso persino davanti allo sdoganamento (meritato) e alla successiva glorificazione (esagerata) di Simenon.
Ma è innegabile che quando a sfornare, in via eccezionale, una storia con delitto-indagine è uno scrittore coi controfiocchi, non solo le cose cambiano, ma addirittura si giunge a qualcosa di indicibilmente gustoso, si giunge al prodotto ideale da abbinare all’ideale situazione di umano relax poltrona-gatto che fa le fusa-fuoco nel camino-mentre fuori nevica.
“Ma la situazione ideale è fare l’amore!”, verrà subito a dirmi il solito guastafeste, impaziente di rovinarmi il bel quadretto. Allora facciamo così: domani hai appuntamento con una splendida ragazza appena conosciuta, e ieri, per non farti mancare niente, ti sei spaciugato un bel transettino brasiliano ventenne (se sei un vecchio modello monosessuale, scegline pure solo uno dei due). Ma stasera poltrona, libro, gatto e camino, e non rompere i maroni! O ti spedisco fuori a spalarla, la neve.
Non giro l’esempio al femminile perché so che voi ragazze ne siete già tutte consapevoli, del fatto che il sesso è (quasi sempre) sopravvalutato, e la lettura poltronesca sottovalutata…
Come al solito non svelo la trama, che per chi volesse è a portata di un paio di clic sui mille siti che si occupano di libri.
Dico solo che in questo romanzo atipico (rispetta poco gli schemi e gli stereotipi, anche se qualcuno inevitabilmente c’è) e mai noioso (malgrado la lunghezza), il delitto, anzi, i delitti, hanno risvolti inconsueti, il contesto psicologico e culturale è al tempo stesso atroce e stimolante, i personaggi sono tutti interessanti e tutt’altro che monodimensionali, le descrizioni originali e accurate, con qualche bello sprazzo poetico-visionario.
La scrittura è di medioalto livello, sapiente ma semplice, fluida (e non so perché ci abbia messo quel “ma”: se la scrittura è di medioalto livello e sapiente, è ovvio che sia anche semplice e fluida, ormai l’abbiamo capito che i barbosi sono persone che non sanno scrivere…).
Questo è decisamente il mio consiglio come regalo natalizio, quindi non fatemi incazzare e provatevi a seguirlo. E se non volete seguire il mio (e se non avete la fortuna di avere un amico libraio davvero appassionato), vi scongiuro almeno di seguirne altri di cui vi fidate, o comunque di andare a fare i vostri acquisti con le idee chiare e un bel foglietto con autori e titoli già scritti, altrimenti, in quella babele dell’ecospurghi in cui si trasformano le grandi librerie trash-commerciali in occasione delle feste, finiranno col rifilarvi le peggio cose…
Io vi ho avvertiti. Poi non venitevi a lamentare se il bestseller che vi ha appioppato la commessa faceva talmente vomitare che l’amico a cui l’avete regalato vi ha tolto il saluto, dopo aver barattato il vostro regalo da classifica italiota con una scatoletta di cibo per cani.
Parola di Scriba.