"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"
SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

CORRADINO È ADULTO. E SUA MADRE STA MORENDO.

CORRADINO È ADULTO. E SUA MADRE STA MORENDO.
IL MIO LIBRO PIÙ ATTESO. IL MIO AMORE PIÙ GRANDE. LE MIE LACRIME PIÙ VERE.

mercoledì 21 dicembre 2011

I TENERI AMICI DI CASTELBELLO – la mia favoletta per bambini, e per voi.


Foto: l’atmosfera natalizia ai tempi della Mamma.

Le favole per bambini non sono il mio mestiere, e probabilmente non lo saranno mai. Ma un paio d’anni fa, trovandomi a corto sia di soldi che di idee regalo, ne scrissi una per le mie adorate nipotine. Poi confezionai per loro due libri gemelli, in cartoncini formato A4 ben rilegati, con la copertina colorata, la dedica e delle pagine bianche tra un pezzo di fiaba e l’altro perché potessero farci dei disegni. Così, adesso, mi è sembrato un pensiero carino regalare anche a voi questa favoletta senza pretese: magari, se ne avrete voglia e se non vi sembrerà troppo brutta, potrete leggerla ai vostri figli o nipoti. O ai vostri gatti. Buona lettura, allora. E perdonate le lacune: come potrebbe dirmi un protagonista del Grande Lebowski: “Non è il tuo campo, Nick”.
L’importante è saperlo…
Un abbraccio grande grande. E i miei più dolci Auguri a tutti voi!


I teneri amici di Castelbello


Il negozio di animali TENERI AMICI ha una bella insegna colorata e tanti bei cuccioli in vetrina, e si trova nel paesino di Castelbello, in vicolo Bentivoglio al numero 7. Sembra quasi un posto inventato, come tutte le cose troppo simpatiche e carine che esistono solo nella fantasia.
Invece esiste per davvero. Ed è un negozio davvero speciale, perché il negoziante, che si nasconde dietro il finto nome di Michele Campovecchio, in realtà è un Mago. Ma un mago di quelli buoni, forse l’ultimo rimasto: il suo unico scopo nella vita è vedere felici i bambini, e rendere felici insieme a loro i cuccioli degli animali, che come tutti sanno non chiedono altro che essere amati e accuditi dal tenero cuore di un bimbo. Michele Campovecchio dimostra cinquant’anni, ma in realtà ne ha quasi quattromila.


Il mago buono indovinava sempre la bestiolina adatta per ogni bambino. Se uno andava al negozio e chiedeva l’animale sbagliato, il mago Michele non se ne preoccupava: sapeva che sarebbe bastato far incontrare gli occhi dell’animale giusto e quelli del bambino, e allora il bambino se ne sarebbe innamorato e avrebbe detto: “No, ho cambiato idea: voglio quello”. Come il piccolo Filippo che voleva un gattino, ma il Mago alla fine gli vendette per pochi centesimi (a lui non importava arricchirsi) una piccola tartaruga acquatica. Il Mago sapeva che la tartaruga era la bestiola adatta per lui, perché Filippo era un bambino scontroso e solitario che non si fidava di nessuno. Il Mago sapeva che grazie alla tartaruga, anche lei sospettosa e guardinga, ma che di lui si sarebbe fidata eccome, anche Filippo avrebbe imparato a fidarsi, e sarebbe così guarito dalla solitudine. Fidarsi, ma non di tutti. Solo di quelli giusti. Così come la tartaruga (che avrebbe poi chiamato Mordimordi, perché ogni tanto gli mordeva per gioco i ditini) si fidava, ma solo di lui, anche Filippo avrebbe imparato che le persone non sono tutte uguali. Che bisogna sapersi difendere da chi potrebbe farti del male, ma che se incontri un amico vero devi saperlo riconoscere e donargli il tuo cuore.
Della tristezza del gattino rimasto senza padrone il Mago non si crucciò: sapeva già che il giorno dopo l’avrebbe venduto a Valentina, venuta a chiedere dei pesciolini rossi ma subito conquistata dallo sguardo del micino, che era il cucciolo perfetto per lei.
Fu molto bella anche la storia di Piero: voleva un pappagallo, ma il Mago gli vendette un cagnolino che alcuni anni dopo, diventato uno splendido cane lupo, gli avrebbe salvato la vita mentre rischiava di annegare nel fiume.


Quando si sparse la voce che a Castelbello i bambini erano troppo felici, al mago cattivo Paonazzo Brubrù, che viveva in un vecchio e freddo castello in cima al Monte Nero, venne un colpo per la rabbia. Come sua abitudine in questi casi, si mise davanti allo specchio e cominciò a sputacchiare a se stesso, e a strapparsi via con molto dolore i peli duri come fil di ferro che gli uscivano a ciuffi dalle orecchie, usando le dita dei piedi.
“I bambini non possono, non devono essere felici!”, ripeteva furioso il mago Paonazzo Brubrù al sé stesso nello specchio. “Come si permettono questi qui di Castelbello di non avere mai paure né tristezze, né malattie né rimpianti né lacrime? Il mondo, il mio mondo, ha tanto bisogno di lacrime di bimbi!”
E sptù!, e sptù!, si sputacchiava in faccia nello specchio tutto sputacchio. E stràp, e stràp, si strappava i peli duri dalle orecchie con le dita puzzolose dei piedi.

Allora un brutto giorno il mago cattivo Paonazzo Brubrù arrivò a Castelbello, per indagare sul motivo di tanta fastidiosa felicità. Non ci mise molto a scoprire che la colpa era tutta del negozio di animali TENERI AMICI di vicolo Bentivoglio. Decise dunque di fare del male al mago buono e a tutti i suoi animali: micini, cagnolini, criceti, porcellini d’india, conigli, e uccellini e topini e marròfoli. Così tutti i bambini sarebbero finalmente ridiventati tristi.

Ma invece: sorpresa! Il mago buono non dovette far altro che far incontrare lo sguardo di Paonazzo Brubrù con quello del coniglietto azzurro. Era l’animale giusto per lui, e stava da più di cent’anni nel retrobottega in attesa del suo padrone ideale, che non veniva mai. Allora il coniglietto, vecchissimo, fece un sospiro di contentezza, e poi morì soddisfatto. Allora (chi non l’ha visto non ci crederà mai) il mago cattivo prese fra le sue mani il corpicino senza vita del coniglietto azzurro e si mise a carezzarlo teneramente. Come tutte le persone cattive, Paonazzo Brubrù non era mai stato capace di piangere in vita sua. Ma per la morte del coniglietto azzurro il mago cattivo si sorprese a distillare una lacrima: un’unica, solitaria, densa lacrima azzurra che fuoriuscì dal suo occhio sinistro (molto timidamente, come se pensasse di dover chiedere “permesso” prima di uscire).
E questa lacrima che pianse per il suo coniglietto lo trasformò per sempre in un mago buono.
Così i due maghi divennero amici, e si misero in società per ingrandire il negozio e fare ancor più felici i bambini.


Queste cose succedono solo a Castelbello, e una volta ogni quattordici secoli.
Ma l’importante è che succedano.
Poi Castelbello sparisce, persino dalle carte geografiche, e ridiventa per molto tempo un paese nascosto. Così che nessuno, né buono né cattivo, possa andarci a ficcanasare.
Perché da quelle parti amano tanto gli animali e tantissimo i bambini.
Ma non sopportano i curiosi.

martedì 20 dicembre 2011

Eresia flash – La banalizzazione dei Sentimenti: “Tradire fa bene all’amore”? Io direi proprio di NO!


Ma perché gli italioti debbono sempre e su tutto essere i più banali e conformisti del mondo? Eterni cantori della più grigia e squallida ipocrisia? Di scempiaggini rasoterra tipo quella secondo cui “tradire fa bene all’Amore”? Ma quando mai? C’entrerà, come al solito, il bieco cattolicesimo, quella salsina rancida e furbetta in cui vengono incarpionati da piccoli? Quella religioncina di comodo che li convince del fatto che puoi anche rubare e ammazzare, basta che poi ti confessi, e fai una bella offerta per restaurare la chiesa?
Il celebrato regista Pupi Avati dice: “Ho tradito, ma credo nel matrimonio”.
Be’, io nel matrimonio non ci credo neanche un po’. Ma il tradimento e i traditori mi fanno proprio schifo. Uno schifo da conati di vomito. È più forte di me.
Ormai lo si sarà capito: io sono italiano soltanto per capriccio anagrafico (e per l’uso di questa Lingua che ritengo Meravigliosa), ma il mio molesto parere è il seguente:
chi sceglie di essere libero, libero sia, con gioia (il che vale tanto per i single cosiddetti “farfalloni” quanto per le coppie, per loro decisione, “aperte”).
Ma chi, per scelta non imposta da nessuno, è coppia, abbia il cuore, l’anima, il cervello e le palle per essere coppia!

lunedì 12 dicembre 2011

Tre poesie dei giorni rubati (1989-1990)



PARANAJA 223



Scheisse-Stadt

Ville de merde
Quattro case e una kasèrm

Here tu ne peux be pas youself
Qui you can't etre a real man

Solo in sonno sogni freedom
La sfiori in walkman television

Qu'est-ce que c'est suicide temptation
I don't know se è la solution

E mi sento down down down
Perché vorrei volare but

I'm intrappoled dan' this
SHIT TOWN






ROSSANA



Mia cara Rossana
Non era impossibile, sai
In quella notte bugiarda e sincera
Cambiare la mia e la tua vita

Caserma Rossani
Da mesi qui dentro oramai
Prigioniero di questa bandiera
Pensando fra poco è finita

Rossana
Rossana
Rossana

Ma poi chi sarà la mia vita?






GUARDIA NOTTURNA IN PORTA CARRAIA



"Altolà
Chi va là
Passi al largo"
Forse sono
Già pazzo
Ma non
Me ne accorgo

"Ufficio
Addestramento
Geniere Pezzoli"
E in fondo
Erano tutti
Peccati
Veniali

Forse sono
In catene
Soltanto
Per sbaglio
O per poca
Fortuna

E mi trovo
A inseguire
Distratto
Quei raggi
Di luna



Pattugliando
E vegliando
Sul sonno
Dei mezzi
M'illudo
Di poter ignorare
I miei nervi
Ormai a pezzi

Stare soli
Con un fucile
E dei colpi
E' cosa assai dura
E quando mi specchio
Nel cielo mi faccio
Paura

Ma non devo
Lasciarmi
Scappare
Di mano
La speranza
Che scivola

E continuo
A inseguire
Distratto
Quei raggi
Di nuvola




sabato 10 dicembre 2011

Non solo stroncature. Consigli per le feste, per provare a difendervi dall’editoria ecospurgo-natalizia che mirerà a CONCIARVI, per le feste…. (3)



Martin Amis
L’informazione
Einaudi
Pagg 436 € 12.50
Voto:

Quella di partenza è una situazione che ricorre spesso nella narrativa moderna: il rapporto perverso fra due amici scrittori, con quello semisconosciuto e fallito (che però si ritiene più dotato, e forse lo è) a macerarsi nell’invidia per il successo commerciale e mondano (ai suoi occhi clamorosamente immeritato) dell’altro, che percepisce sempre più come individuo fortunato, superficiale e fasullo, arrivando al punto di desiderarne, e addirittura progettarne in modo concreto, la distruzione persino fisica.
Non qualcosa di particolarmente nuovo, dunque, ma nessuno l’aveva mai resa con la verve geniale e travolgente di questo riuscitissimo romanzo, pienamente comico in alcune sue trovate, pienamente tragico nel descrivere la disperazione di un uomo portato dalla sua lucida ipersensibilità, ma anche da un’ambizione smisurata e frustrata, sull’orlo della follia.

Vulcanico e talvolta un po’ arruffone, ricco, originale e generoso fino all’incasinamento, elettrico ai confini del cortocircuito, Martin Amis è un certamente ottimo scrittore, ma forse di quelli da prendere a piccole dosi non consecutive: diciamo che un paio di suoi libri all’anno potrebbe essere la giusta posologia. Piacevoli comunque il suo umorismo corrosivo, l’inventiva, il sarcasmo, la perfidia. Amis non è un amante della sintesi, almeno non qui (più di quattrocento pagine a caratteri molto minuti, altrimenti sarebbero state settecento), quindi ogni tanto un po’ di noia, ma poca poca, ve l’assicuro.

E poi, come non amare uno capace di riversare ironia al vetriolo persino sui pianeti e i loro satelliti? [pag. 66: “E ora Plutone. Non bisognerebbe mai prendere in giro gli afflitti, naturalmente, ma Plutone è davvero un disgustoso pezzetto di merda. Giove non ce l’ha fatta a diventare stella; Plutone non ce l’ha fatta nemmeno a diventare pianeta. Atmosfera rarefatta, una crosta di ghiaccio spessa 500 chilometri, e poi roccia. La massa di Plutone è circa un quinto della massa della nostra luna, e la sua luna, Caronte (altro cesso) è ancora la metà.”]

Chi non sa, o non vuol sapere (perché non gli conviene) cosa sia uno Scrittore, accusa Martin Amis di essere troppo virtuosistico, pirotecnico e autocompiaciuto. In altre parole, lo accusa della grave e imperdonabile colpa di essere troppo bravo.
Be’, che devo dirvi: se vi piacciono sciatti e mosci, come certi nostri balbettanti e presuntuosi coglioncelli, come certi nostri scolaretti politicizzati e omogeneizzati e pompati che non sarebbero degni di pulirgli una ciabatta con la lingua (o, per fare un esempio cinematografico, se preferite cinepurgoni e mediocri checchizaloni a Woody Allen), non leggete Martin Amis.
Ma se vi piacciono bravi e talentuosi, avrete già indovinato cosa sto per dirvi: non fatemi incazzare.
In ogni caso, questo è un romanzo da regalare solo a chi ama davvero leggere, che siate voi stessi o una persona a cui volete bene. Se ama solo leggiucchiare di tanto in tanto, potrebbe non apprezzare un simile dono. Questo mi pareva corretto dirvelo.
Parola di Scriba.

martedì 6 dicembre 2011

Assaggi di romanzi inediti - da GIGOLO' PER CLIENTE UNICA: stralci dei capitoli 10 e 11



Così hawajana non vale


Quel pomeriggio dovevo già recarmi in città per piazzare una puntata sul calcio dal mio bookmaker, e per tre o quattro tascabili economici che avrei comprato da Pontiggia: qualcosa per me e un regalo per Federica. Mi ero appuntato su un fogliettino nomi e numeri dei sette-otto annunci che mi interessavano. Su un altro fogliettino gli 1-X-2 della speranza. Su un terzo, titoli e autori. Non per criticare, ma ero strapieno di fogliettini del cazzo. Parcheggiai lungo un vialone alberato di periferia, accesi il telefonino e cominciai a chiamare. Sull’Okkasiùn Perbenista c’erano solo (rare) occasioni etero (sino a pochi anni fa, nemmeno quelle: solo le agenzie matrimoniali, perché quella è roba onesta, perbacco!).
Véronique avrebbe dovuto portare pazienza, oggi scopavo io. Prima setacciata:

ISABELLA, MORA, 20 ANNI, NOVITÀ!: Il numero da lei desiderato non è più attivo.
VALERIA, MAGGIORATA, CALMA, RICEVE SOLO EDUCATISSIMI: Il numero da lei desiderato non è al momento raggiungibile.
Chissà cosa starà facendo…
CHIARA, ITALIANA, 30 ANNI, MOLTO CALMA, PULITA, RICEVE SOLO DISTINTI: Risponde la segreteria telefonica del numero…

In compenso il cellulare di “Patrizia calma” suonava a vuoto. (Ma che è ‘sta fissa della calma, gli uomini han paura che je menino, i troioni?)
Come inizio non c'era male.

[....]

Poi, sorpresa: “Viki” è un’hawajana di vent’anni, appena arrivata in Lombardia! Dice che sono in due. C’è anche un’amica italiana, e potrò scegliere. Ma in cuor mio ho già strascelto la ventenne delle Hawaii. Mi dà un indirizzo facile da trovare, in una via che ha il nome di un poeta. Prima, le commissioni. Ma col pensiero a Viki, a come sarà questa Viki, a come sarà l’appartamento al poetico indirizzo, a cosa ci farò insieme alla mia Viki.

[....]

Un’ora dopo, sbrigate le mie cose, arrivo nei pressi dell’appartamento nella via intitolata al poeta, e ritelefono. La dolce ventenne hawajana mi dà istruzioni più precise: «Sul citofono “S”», dice. «“S” come Sesso».
Queste proprio ti stendono, a colpi di fantasia.
Lascio la macchina poco lontano e mi avvio a piedi. Pioviggina. Me ne accorgo allorché sento un vecchietto annunciare: “El gutìsna!” (Gocciola!) Le gambe, molli, mi sorreggono a malapena. Anche se sono un tipo navigato, è sempre come la prima volta, per me. Al numero indicatomi c’è un residence. Davanti al cancelletto non riesco a individuare la S. Le targhette fatte scorrere troppo in fretta mi danno l’effetto vertigine dei libri nella biblioteca di Federica. Sto per rinunciare, sto per chiamare di nuovo col motorola blu regalo della mamma. Poi spunta dal mazzo la S, e suono. «Vialetto a destra, scala esterna, secondo piano», dice la voce hawajana.
Entro nel giardinetto. Guardo su. Intravedo una tendina che si muove a spiare i miei capelli appena inumiditi dalle gocce fini fini. È una piccola cosa che mi fa tenerezza. È come l’essere aspettati a casa. Papà sta arrivando, bambina.
Quella che viene ad aprirmi quasi quasi mi si nasconde dietro la porta. Ci risiamo, penso. Mi sorride. Decisamente racchia. Sembra la sorella di Natasho Cozzolin. Potrebbe chiamarsi Vespasiana, per quel che ne so. Sto per incazzarmi. Lei sostiene di chiamarsi Alexia, e mi introduce nel normale ingresso-soggiorno di casa vostra: un divanetto, un tavolo rotondo, una tv sintonizzata su un programma per minus habens – unico elemento fuori posto il letto matrimoniale col copriletto zebrato. Senza paura di sembrare scortese, chiedo subito dell’amica hawajana. C’è davvero? Pare di sì, per fortuna. Vespasiana Cozzolin sparisce dietro una tenda che fa da porta-separé. Rispunta fuori tenendosi per mano con la ventenne hawajana. La ventenne hawajana è una probabile trentenne con ben poco, di hawajano. Non si capisce di dove diavolo venga. Etnia indefinibile. Bassotta e pienotta, faccia da palla di luna, senza che gliel’abbia chiesto mi dice il suo nome, che non è il Viki dell’annuncio, ma un suono strano e difficile da ricordare, Ayuba, o qualcosa di simile. A me mi puzza di Consuelo. Ma ormai ci sono. A lungo rimango indeciso tra le due, le guardo, le soppeso, nicchio, tentenno, valuto quale sia la meno peggio, ma l’hawajana Palla di Luna pur non essendo hawajana mi appare un pochino più desiderabile, di Vespasiana Cozzolin in arte Alexia – Alexia magra magra e lì che freme, che muore assurdamente dalla voglia, che mi sorride traboccante di me come volesse sposarmi. Vade retro, cocca. Sparire retro tenda, grazie. Loro approfittano della mia indecisione per propormi un triangolo racchiangolo, ma una cosa in tre costerà il doppio e io sono venuto col centone contato, e poi Vespasiana mi fa rimpisellire, allora diplomatico mi schermisco dicendo che non sono “così tanto stallone”. «Tre per un maschio solo è troppo», aggiungo. Non capiscono. Non si sono ancora accorte di Véronique.
Comunque sembrano piuttosto calme, come troie.
Come un sultano al mercato degli schiavi indico finalmente Palla di Luna, che tra l’altro somiglia alla moglie di un amico a cui una bottarella tra il lusco e il brusco in fondo in fondo la darei. Ma sì, sciolta l’indecisione, vada per Palla di Luna, la pseudo Viki non di Waikiki, e per l’immaginario da Corna Vissute. L’altra pare rimanerci male, ma tant’è, non sono mica al mondo per sfamare la famiglia Cozzolin. Sparisce retro tenda.
Palla di Luna mi sorride, dice Spogliati, spegne la tv, prende a svestirsi a sua volta, è simpatica e forse anch’io le sono simpatico, m’infastidisce soltanto il fatto che si metta a blaterare di un certo “regalino”: «Il regalino, prima il regalino», continua a farfugliare, mentre io mi avvicino e cerco di palparla un po’ da dietro, di saggiarne preliminarmente le carni, leccarle un po’ il collo. «Il regalino!» quasi si spazientisce, come se volessi fare il furbo e trombarmela gratis.
Con le femmine capita spesso, che invece di chiamarli “soldi” usino di questi mongoli eufemismi. A Véronique che tratta coi maschi e i trans non succede mai, ve l’assicuro. Pane al pane, soldo al soldo. La prossima che mi chiede “il regalino”, giuro che invece del centone le ammollo un pezzo di bigiotteria cinese da 2 ghelli, tanto per vedere che faccia mi fa.

[....]

Quando sto per andarmene, Palla di Luna mi sorprende ancora: scarta una mentina, se la mette in bocca, la succhia solo un po’, quindi con un bacio acrobatico e profondo la fa guizzare nella mia. Ipotizzo un possibile ritorno, e per dirmi va bene lei risponde: «Vale».
«Vale?», ripeto io, incredulo ma neanche troppo. «Di’ un po’ la verità, Consuelo: sei di Siviglia o di Madrid?»
«No me chiamo Consuelo. E te ho detto che sono hawajana, no?».
«A me sembri più castigliana. Non che ci siano problemi, ma gli spagnoli, dicono “Vale”».
Lei non si capacita della mia perplessità. Dice che le hawajane sono per l’appunto ispaniche, lo sanno tutti.
«A me risulterebbero più sul giapponese» le dico, «sul tahitiano».
«Le Hawaii stanno en America del Sud» m’informa Palla di Luna, incredula della mia ignoranza.
«Sì, domani» rispondo. Ma lo faccio sorridendo. In fondo, a chi importa dove sono ormeggiate le stracavolo di Hawaii? Lei sembra crederci davvero, che stanno nell’America del Sud. Perché deluderla facendo il saputello? Sulla porta ci mandiamo un bacino, e un ultimo sorriso.

domenica 4 dicembre 2011

Non solo stroncature. Consigli per le feste, per provare a difendervi dall’editoria ecospurgo-natalizia che mirerà a CONCIARVI, per le feste…. (2)



Paul Auster
La notte dell’oracolo
Einaudi
Pagg 207 € 11
Voto: 10+

Dopo l’ottimo thriller di Collins di tre giorni fa, oggi vi voglio parlare di un romanzo per palati ancor più sopraffini.
Questo è un libro da regalare innanzitutto a voi stessi, per farvi del bene, per gratificarvi, premiarvi, coccolarvi. Oppure da regalare a qualcuno che sapete particolarmente innamorato dell’Arte Narrativa (ma in questo caso dovrete essere ben sicuri di non fare un doppione, perché se è innamorato dell’Arte Narrativa è abbastanza probabile che La notte dell’oracolo sia già da tempo presente tra gli scaffali della sua libreria).
Si tratta forse del più bel romanzo scritto dal mio autore preferito, un romanzo talmente geniale che francamente non saprei che altro dire, quindi non fatemi incazzare eccetera eccetera.
L’unica cosa che posso aggiungere è che, se non l’avete ancora letto e pensate di leggerlo, non potrò far altro che invidiarvi, nel ricordo dell’irripetibile emozione che provai, qualche anno fa, al cospetto di questo libro, e di tutti i successivi di Paul Auster che divorai in rapida successione (dovendo fare una classifica, gli altri migliori sono per me, nell’ordine: Il libro delle illusioni, Trilogia di New York, Moon Palace, Follie di Brooklyn, Timbuctu, tutti con voto fra 9 e 10 – e sapete quanto sia cattivello, io, coi voti – ma consiglio anche la sceneggiatura di Smoke, o il dvd dello splendido film).
Parola di Scriba.


venerdì 2 dicembre 2011

Eresia flash: vatikaliA-lobotom italY colpisce ancora!



ASINO CHI NON LO DICE

Amici miei, quando l’ho letto non ci volevo credere: ieri, 1 dicembre, giornata mondiale contro l’AIDS (il cui vero significato per certi simpatici bigotti sembra continuare a essere Auspicato Intervento Divino Sanzionatore), è circolata in RAI una direttiva (qualcuno dice di origine ministeriale, ma al ministero negano) che ordinava, come ai tempi della peggiore censura fascistoide, di NON PRONUNCIARE mai, nemmeno una volta, per tutto il giorno, la parola tabù “profilattico”.
Lo riporta stamattina in prima pagina il Corriere della Sera, che riferisce di un’email “con priorità alta” mandata dalla tv di Stato a conduttori e giornalisti di Radio 1:
“Il ministero [della Salute!!!!] ha ribadito che in nessun intervento deve essere nominato esplicitamente il profilattico; bisogna limitarsi al concetto generico di prevenzione nei rapporti sessuali…”
Da notare che Radio 1 aveva per l’appunto in programma (guarda caso) un lungo speciale sull’argomento. Sarebbe un po’ come vietare ai radiocronisti di “Tutto il calcio” di pronunciare la parola “palla”: ne saranno usciti pazzi, quei poveracci…

Ricordando che qualcuno ha già sulla coscienza milioni di africani, per essere andato a dirgli non tanto di non pronunciarlo, quanto proprio di non usarlo (!), e in attesa di circolari che proibiscano anche “intelligenza”, “pensiero”, “onestà”, “libertà” e “civiltà” (tutte cose che comunque in vatikaliA-lobotom italY sono state già da tempo abolite di fatto), approfitto della mia fortuna di NON lavorare per la RAI per scrivere un paio di volte, o qualcosolina di più, il nome del Benedetto Coso che può salvarci doppiamente la vita, poiché agisce come barriera protettiva sia nei confronti delle malattie sessualmente trasmissibili, sia nei confronti della bomba atomica demografica destinata a spazzarci via nel giro di pochi decenni. Giuro e certifico di averlo digitato ogni singola volta, perché si tratta di una questione troppo seria, per banalizzarla con un copia e incolla:
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Mi sono stancato (l’ho scritto solo, simbolicamente, una volta per ogni anno della mia vita).
Ma potete andare avanti voi, se volete.



giovedì 1 dicembre 2011

Non solo stroncature. Consigli per le feste, per provare a difendervi dall’editoria ecospurgo-natalizia che mirerà a CONCIARVI, per le feste…. (1)



Michael Collins
Morte di uno scrittore
Neri Pozza
Pagg 464 € 19
Voto: 8

Lo ammetto: nei confronti della letteratura cosiddetta “di genere” ho sempre avuto atteggiamenti un po’ snob, che mi han portato ad arricciare il naso persino davanti allo sdoganamento (meritato) e alla successiva glorificazione (esagerata) di Simenon.
Ma è innegabile che quando a sfornare, in via eccezionale, una storia con delitto-indagine è uno scrittore coi controfiocchi, non solo le cose cambiano, ma addirittura si giunge a qualcosa di indicibilmente gustoso, si giunge al prodotto ideale da abbinare all’ideale situazione di umano relax poltrona-gatto che fa le fusa-fuoco nel camino-mentre fuori nevica.
“Ma la situazione ideale è fare l’amore!”, verrà subito a dirmi il solito guastafeste, impaziente di rovinarmi il bel quadretto. Allora facciamo così: domani hai appuntamento con una splendida ragazza appena conosciuta, e ieri, per non farti mancare niente, ti sei spaciugato un bel transettino brasiliano ventenne (se sei un vecchio modello monosessuale, scegline pure solo uno dei due). Ma stasera poltrona, libro, gatto e camino, e non rompere i maroni! O ti spedisco fuori a spalarla, la neve.
Non giro l’esempio al femminile perché so che voi ragazze ne siete già tutte consapevoli, del fatto che il sesso è (quasi sempre) sopravvalutato, e la lettura poltronesca sottovalutata…
Come al solito non svelo la trama, che per chi volesse è a portata di un paio di clic sui mille siti che si occupano di libri.
Dico solo che in questo romanzo atipico (rispetta poco gli schemi e gli stereotipi, anche se qualcuno inevitabilmente c’è) e mai noioso (malgrado la lunghezza), il delitto, anzi, i delitti, hanno risvolti inconsueti, il contesto psicologico e culturale è al tempo stesso atroce e stimolante, i personaggi sono tutti interessanti e tutt’altro che monodimensionali, le descrizioni originali e accurate, con qualche bello sprazzo poetico-visionario.
La scrittura è di medioalto livello, sapiente ma semplice, fluida (e non so perché ci abbia messo quel “ma”: se la scrittura è di medioalto livello e sapiente, è ovvio che sia anche semplice e fluida, ormai l’abbiamo capito che i barbosi sono persone che non sanno scrivere…).
Questo è decisamente il mio consiglio come regalo natalizio, quindi non fatemi incazzare e provatevi a seguirlo. E se non volete seguire il mio (e se non avete la fortuna di avere un amico libraio davvero appassionato), vi scongiuro almeno di seguirne altri di cui vi fidate, o comunque di andare a fare i vostri acquisti con le idee chiare e un bel foglietto con autori e titoli già scritti, altrimenti, in quella babele dell’ecospurghi in cui si trasformano le grandi librerie trash-commerciali in occasione delle feste, finiranno col rifilarvi le peggio cose…
Io vi ho avvertiti. Poi non venitevi a lamentare se il bestseller che vi ha appioppato la commessa faceva talmente vomitare che l’amico a cui l’avete regalato vi ha tolto il saluto, dopo aver barattato il vostro regalo da classifica italiota con una scatoletta di cibo per cani.
Parola di Scriba.