"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"

martedì 28 giugno 2011

IL PERIODO NON COLLEGATO (COL CERVELLO) – parte terza, ulteriori varchi per kakà!



il però e il controperò


NUOVO RISULTATO METAFISICO
(E CON LE STESSE SQUADRE DI QUALCHE ANNO PRIMA!)
Catania 1 Catanzaro Lecce
(Evidentemente ‘sto Catania-Catanzaro costituisce un paradosso neuro-spazio-temporale…)
[vedasi Catania 2 Catanzaro ieri, inizio prima parte stupidario…]

AVERCELI!
È la testa che fa funzionare il cervello!
(Fulvio Collovati, Brasile-Francia)

GAFFE DI GIOCATORE SCURO DI PELLE PER LA GIOIA DEI RAZZISTI
Ho mangiato merda per cinque mesi
(Dudù, Torino-Mantova)

SEMBRI DIRLO CON SOLLIEVO…
Adesso Malù Mpasikatu, il nostro commentatore, starà qualche minuto in silenzio perché abbiamo la pubblicità
(Eurosport, Coppa d’Africa)

COME DIRE CHE UNO E’ SCEMO A LIVELLO DI INTELLIGENZA…
Giocatore più lento a livello di velocità
(commento tecnico sky, Fiorentina-Messina)

DO UT DES
Barbone! Cretino! Devi avere rispetto!
(Un dirigente di serie B all’arbitro della partita)

E TE CREDO, VISTO CHE SI GIOCA IN DUE STADI DIVERSI
La partita tra Livorno e Udinese è molto tattica
(Emanuele Dotto, Livorno-Siena)

MAGARI SE PROVAVI CON L’ARBITRO, LUI TI ASCOLTAVA
L’albitro non mi ha ascoltato
(Walter Novellino)

CON COMODO
Rimane a terra De Sanctis che poi nel corso della partita si rialzerà
(Genio sky)

NON DITELO A PATROCLE
La difesa è il tallone d’Achillo di questa squadra
(Claudio Ranieri, prima di Olimpiakos-Roma)

QUESTA ANCORA MI MANCAVA
Maldini avanza, si ferma, anzi, si tratta di Maldini, chiediamo scusa
(un frastornatissimo Antonello Orlando, Samp-Milan)

MAH, FAI UN PO’ TE…
Cafu che prova a scendere, o a salire se preferite.
(Idem)

PIOVE NEI VOSTRI CRANIETTI…
Violenti piogge in Nigeria
(Mediavideo)

MI AVETE COTTO LO RAZZO
Resiste il zero a zero
(Tavelli di sky)

E L’ITALIANO DOVE VE LO SIETE MISO?
Mazzoleni: dovevo aiutare la Lazio, ma non lo feci e fui dismiso.
(Altra perla mediavideo)

MA PARLA PURE COME CACCHIO TI PARE, NON SIAMO A SCUOLA…
Altre granda palla di Gourcuff
(Foroni, Milan-AEK)

POCHI MA BUONI
Il Copenaghen gioca con il 4-1-1-1
(Genio sky)

VANALITA’
Nell’Inter i due cambi sono due
(Monica Vanali, e oltretutto erano di più!)

MICA E’ FACILE…
… non sono pronti per la densità agonistica di questa sfiga
(Cerqueti, Inter-Roma)

UN TIRO DEL CAZZO, O GIOCAVANO A GOLF?
Inzaghi ha dovuto alzare la mazza per andare al tiro
(Bruno Longhi, Milan-Stella Rossa)

STRANISSIMI MUTANTI
Thuram ne approfitta per farsi massaggiare il polpaccio della coscia destra
(Foroni, Spagna-Francia, forse aveva un crampo al polso del cervello sinistro)

PREMIO SPECIALE “MA CHE CRISPIO STAI DICENDO”
Vi abbiamo risparmiato la traduzione di Giovanna d’Arco in francese
(Roberto Prini, Togo-Francia)

PRIMA MINISTRA TUTTOFARE
Insulti lanciati all’indirizzo dell’arbitro Merkel
(Televideoraccomandati rai, non conoscono l’arbitro Merk)

TU SI’ CHE TE NE INTENDI
Qui c’è il cross. Non riesce a colpire bene. La palla va fuori.
(Commento tecnico-tipo di Franco Causio, Spagna-Tunisia)

FARSI DARE?…
Barnetta trova il tempo per farsi dare nello spazio
(Di Gennaro, Togo-Svizzera)

BRAVO…
L’Australia mantiene la lideranza
(Josè Altafini, Brasile-Australia)

RAGAZZI, SE DITE NOMI A CASO MENTRE PARLATE D’ALTRO SE CAPIS NAGOTT!
Mahdavikia, accusato di bigamia dalla seconda moglie, Rafael Marquez
(Messico-Iran)

QUELLI CHE CHIAMANO GIOCO DI PAROLE IL BISTICCIO DI PAROLE NON SO COSA GLI FAREI
Ha chiesto palla Pauleta, scusa il gioco di parole
(José Altafini, che poi stavolta non era né gioco né bisticcio, non era un cazzo…)

SPORTIVISSIMA E SIMPATICA
Questa defezione dell’ultima ora, speriamo sia un vantaggio per noi
(Ilaria D’Amico, prepartita Italia-Ghana)

PERO’!
Sono proprio gli attaccanti, che attaccano!
(Franco Causio, Spagna-Ucraina)

L’INTELLIGENZA DELLE STATISTICHE
Un gol che per la Tunisia mancava da 4 anni in un mondiale!
(Pierluigi Pardo, a cui forse andava spiegato che i mondiali si giocano appunto ogni 4 anni)

MA CHE SAPIENTE COMMENTAZIONE!
Dopo l’eseguimento dell’inno tedesco…
(Riccardo Gentile, Germania-Polonia)

VABBE’
L’ha presa di stinco, ripeto, il gioco di parole, di parastinco
(Di Gennaro del mio stinco, Inghilterra-Trinidad)

PER CHI NON L’AVESSE CAPITO…
Il corpo indietro, la palla va alta
(Unico meccanismo calcistico-dinamico conosciuto dai vari “esperti” Mazzola, Di Gennaro, Causio ecc.)

NON AZZARDIAMO IPOTESI!
Scivolano tutti. Forse il prato è un po’ scivoloso.
(Genio Foroni, Svezia-Paraguay)

SE LO DICI TU…
La Volpe è argentino, il nome stesso lo dice
(Franco Causio, Messico-Angola)

MA QUANTE CAZZO DI VOLTE…
Era già stato ammonito contro l’Iran, per cui dovrà saltare la prossima sfida, contro l’Iràn.
(Di Marzio, stessa partita) [A meno che Iran e Iràn non siano due squadre diverse…]

OH, FINALMENTE UNO CONFESSA
Scusa, ma sto dicendo delle fesserie
(Josè Altafini, Portogallo-Iran)

RIFLESSIVO, L’AMICO
Un pallone su cui stava per pensare d’intervenire Totti
(Caressa, Italia-Usa)

PARENTAL CONTROL 2
Zambrotta prova a prenderlo tutto
(Caressa, stessa partita)
Adesso si sono accoppiati molto bene
(Bergomi, idem)

COME CAVOLO SI FA?
Young cade su se stesso
(Niccolò Ceccarini, sportitalia)

MA DAVVERO…
Il Cadice retrocede nella seconda serie del calcio inglese.
(Il solito Marco Foroni)

LE “D” EUFONICHE INUTILI MI STANNO SUL…
Zero a zero ad Empoli tra Dempoli e Inter
(Sempre lui)

INCHEZZENZO?
Kaladze bisogna dargli un calcione
(Massimo Mauro, Barcellona-Milan)

QUI SI PRENDONO DOPPIETTE PER LUPARE!
Calcio – Violenza: Con una doppietta di Marazzina il Bologna batte il Mantova nel recupero di serie B.
(Della serie: se non riesci a esprimere idiozia nel dare la notizia, puoi sempre rimediare col titolo!)

VOLERE E PODERE
Il Portsmouth evita di voler affogare.
(Genio sky da mandare a zappare)

AVANTI C’E’ POSTO
Gli effetti che tutti voi hanno visto.
(Fabio Guadagnini)

(QUASI) BUONA LA SECONDA
Rimasto contuso per i crauti. Per i crampi.
(Livio Forma, Lecce-Milan, i crampi contundenti glieli passiamo?)

MA CHE COZZOLINO VAI BLATERANDO?
Ledesma evita il fallo laterale, stupenda azione di Ledesma, Ledesma a mio avviso il migliore in campo, il tiro di Ledesma, fuori! Bella questa azione di Cozzolino.
(Idem.)

QUELLI CHE PER SDRAMMATIZZARE DEVONO AGGIUNGERE “AGONISTICO” O “SPORTIVO”
Chiederanno ancora la testa (agonistica) di O’Leary
(Massimo Marianella, Arsenal-Aston Villa)

SONO SEMPRE GLI STRANIERI A USARE MEGLIO LA NOSTRA LINGUA
È stata la juve ad avere un bel sedere, ieri sera.
(il mitico Karl Heinz Rummenigge)

MAMMA MIA
Oggi ho citato tre volte la mamma.
(Carlo Nesti, Palermo-Slavia Praga)

IO NE AVREI DI MOLTO MALEVOLU PER CHI VI RACCOMANDA!
Moratti ha espressioni molto benevoli nei confronti di Antonio Cassano.
(Televideo Rai)

MASSI’, STESSA ROBA…
Pallonetto anzi tunnel di De Rossi
(Livio Forma, Sampdoria-Roma)

IL LORO “UNO” E’ PIU’ GROSSO?
Il Chievo conduce sull’Udinese per 1-1
(Antonello Orlando)

AZZO PERO’, ANCHE I BASKETTARI MICA SCHERZANO
C’è il però e il controperò
(Casalini, Virtus-Benetton)

FORTISSIMI LORO O PIRLISSIMO TU?
Nona vittoria su otto per il Bayern in casa.
(genio sky)

LUNGHETTO, COME RECUPERO
All’849° gol di Amanatidis
(Mediavideo)

CE NE SONO ANCHE SENZA?
Ballotta è uno dei migliori portieri con i piedi
(Andrea Agostinelli, Lazio-Cittadella)

COMPLIMENTI ANCHE A TE
Complimenti alla palla!
(Idem)

IO LA CHIAMEREI IN ALTRI MODI…
La ripresa è ripresa, scusate la cacofonia…
(Emanuele Dotto, Sampdoria-Empoli)

EH?
Il Brescia sembra aver trovato un suo affannoso rincorsa
(Giampiero Galeazzi)

GUARDA CHE NON SEI OBBLIGATO, A FARE QUEL LAVORO LI’
Resta in attacco l’Austraglia. O meglio, l’Uruguay.
(Marco Foroni – notare il contorsionismo: ha già in mente di sbagliare perché gli piace dire “o meglio”, ma così s’impappina col lapsus Austraglia!)

SELF TRAVOLGING
Il Barcellona è stato travolto 5-0 al Camp Nou dal Barcellona
(Maurizio Compagnoni)

IMPAPPINATION
Deviazione del paré del gol del Sòltic in vantaggio! [gridando come un ossesso]
(Nicola Roggiero, Dundee-Celtic – e darsi una calmata?)

AD LIBITUM
I giocatori della difesa salgono, o se preferite scendono
(Antonello Orlando)

LUI LA VEDRA’ COSI’, CHEVVEDEVODI’?
L’ingresso della barella luminosa
(Dotto, Siena-Udinese)

GUADAGNINO E IL PROBLEMINO
Milan Baros ha un problema al tendine d’Achillo
(Fabio Guadagnini cun piccole problemo do diziona)

EDDAI, CHE GIOCA PURE IN ITALIA!
Kutozu, Kuzuto…
(Marco Civoli in Bielorussia-Italia prova pazientemente a dire “Kutuzov”, ma non gli viene)

ALTRA LOTTA INTESTINA
Bayer-Leverkusen 1-0
(Provenzali prova a dirci il risultato di Bayer Leverkusen-Colonia, ma non ci riesce)

ALLORA CI SIAMO…
Sta per essere arrivato il suo momento
(Massimo Tecca)

SICURO?
La vincente tra Cesena e Fiorentina affronterà proprio la Fiorentina.
(Calcagno, Coppa Italia)

MA I TRIANGOLARI NON LI FANNO D’ESTATE?
“Il posticipo è Bari-Napoli. Entriamo nello spogliatoio dell’Inter!”
(Maurizio Compagnoni)

AIUTO!
Pallone pericolosissimo perché rimbalza.
(sempre lui)

QUELLI CHE VANNO A GIOCARE A SAMPDORIA E AD ATALANTA
La Lazio deve vincere a Sparta
(Eurosport, presentazione di Sparta Praga-Lazio)

CONCETTO CHIARISSIMO…
Siccome i cavalli vanno a fare la monta, bisogna fare una volta con Iniesta, perché bisogna clonare.
(José Altafini, Barcellona-Athletic Bilbao)

GRANDI PORTIERI
Il pericolo Curci lo ha corso scontrandosi contro il palo
(Luca Marchegiani, Samp-Cesena)

SQUALIFICATEMI VI PREGO?
Juan Carlos Garrido esulta in tribuna per la sua squalifica
(Antonio Nucera, Atletico Madrid-Villarreal)

MA CHE TESTA!
Gli crossassero una lavatrice, lui cercherebbe di rinviarla di testa
(Vialli su Terry, Chelsea-Manchester City)

PRECISAZIONI INDISPENSABILI
Credo che abbiano giocato meglio dal punto di vista del gioco
(Genio radiorai, Lazio-Cesena)

MENO MALE CHE NON E’ UNO SPORT PER SIGNORINE
La veronica di Lamonica…
(genio sky)

MA GUARDA UN PO’…
Pato guarda con gli occhi Ibra.
(Caressa)

COS’HAI DETTA?
La palla è rimasta sotto il piedo
(Luigi Di Biagio, Roma-Palermo)

NO, ERANO LE MIE, E SI SONO PURE FRACASSATE!
Dicevo prima le palle proprio di Maggio
(Antonio Di Gennaro, Napoli-Udinese)

domenica 19 giugno 2011

RACCOLTA DIFFERENZIATA (21) - vecchi racconti inediti del Nick




Fraseggio



Erano quasi le otto del mattino. Era inverno. E soprattutto era domenica. L’acqua aveva cominciato a venir giù poco prima dell’alba, sferzata contro le tapparelle da un vento gelido e insistente. Nei tre palazzi gemelli della nuova periferia residenziale una luce soltanto era accesa, lassù al quinto piano della costruzione di destra. Una lucina arancione tenue tenue che vista da fuori e dal basso non squarciava il grigiopioggia neanche un po’. Era la cucina di Loffante, l’allenatore di basket.
Con movimenti felpati, per non svegliare moglie e bambini, Loffante si era alzato al momento dovuto senza bisogno di puntare la sveglia, aveva ciabattato fino in bagno, aveva pisciato e scorreggiato, e adesso era lì in cucina a prepararsi il caffè. Non pisciava più ma scorreggiava ancora. Solo un altro paio di colpetti. Assestamento, poca roba. Peto, ri-peto. Altro petino. Basta.
Accese la radiolina e la depose sul tavolo. Regolò il volume scendendo a patti col concetto d’infrasuono. Captò il segnale orario delle otto. Alzò leggermente. Per essere l’unico giorno in cui avrebbe potuto dormire a piacimento, era una bella levataccia. Adesso il volume andava bene.
La squadra di seconda divisione che allenava due sere la settimana si trovava a Cuviago, qualcosa più di quindici chilometri dalla città, e quel che era peggio aveva la pessima abitudine di disputare le partite casalinghe di domenica mattina. Loffante aveva accettato di diventarne allenatore dopo aver giochicchiato in varie altre squadre fin quasi a cinquant’anni. Si era lasciato convincere a causa del suo grande amore per quello sport, e per aiutare una società di buoni amici che, a volerla dire proprio tutta, difficilmente avrebbe trovato un tecnico vero. Era un uomo altissimo e massiccio, i baffi appena appena sgrigiti. Stazzava oltre il quintale, ma nessuno che non cercasse guai gli avrebbe dato del ciccione.
Spillò dal rubinetto l’acqua necessaria a lambire la vite interna della sua moka, facendo attenzione. Poi inserì il filtro, e tolse il coperchio di plastica dalla scatola del caffè macinato. Mise ogni cura a non sbagliare la dose, e assestò colpi rapidi e leggeri col taglio del cucchiaino per non pressare troppo la miscela, che spandeva tutt’attorno il suo profumo. Infine avvitò la caffettiera, le diede una stretta possente con quelle sue mani simili a tenaglie, e accese il più piccolo dei quattro fornelli.
Loffante non aveva neanche il patentino federale, ma in tutto il campionato di seconda divisione c’erano solo due arbitri – quel vecchio pignolo di Corcugliati e l’odioso Rizzuto Caporalo, figlio di non meglio precisato poliziotto – che gl’impedivano di sedersi in panchina e lo facevano accomodare in tribuna, oppure al tavolo dei cronometristi. Tutti gli altri chiudevano un occhio. Forse intimiditi da quei suoi capelli corti e ispidi da istrice incazzato.
Mentre aspettava il caffè, sistemò sul tavolo una tazzina con dentro una zolletta di zucchero, e si sedette a sfogliare un giornale, proprio mentre Petunia, che si era svegliata nonostante le sue precauzioni, entrava in cucina con una vestaglia viola chiaro e un’espressione tirata da mattina presto, due fessure al posto degli occhi, e andava subito ad armeggiare con la macchinetta per l’espresso, ben sapendo che Loffante non avrebbe tardato più di un minuto a magnificare l’aroma superiore del caffè fatto con la moka. Petunia aveva ventisei anni, la metà di quelli del marito, e poteva sembrare sua figlia.
Il giornale radio locale stava parlando di una tizia che era entrata in ascensore al decimo piano di un palazzo. La porta si era aperta e lei era entrata. Ma l’ascensore non c’era. Sfracellata. Una fine orrenda. La donna usciva dallo studio di una cartomante che predice il futuro.
La moka si mise a borbottare. Loffante la sollevò dal fornello e si versò il caffè, non prima di aver annusato con ostentato rapimento dei sensi, come nel peggio recitato degli spot pubblicitari, il vapore che usciva dal beccuccio.
«C’è più gusto in questa nuvoletta che in tutta la tua tazza» disse a Petunia, che stava già sorseggiando l’espresso veloce sbrodolato fuori dalla sua Gaggia.
Per tutta risposta la moglie si limitò a sfoderare un sorriso assonnato, a denti stretti e occhi più cisposi di prima, seguito da un impercettibile scuotimento di testa.
«Hai visto sul Piccione Sera di venerdì?» chiese Loffante, quand’ebbe finito la sua degustazione. «SECONDA DIVISIONE MASCHILE. IL CUVIAGO DI LOFFANTE BALZA AL QUARTO POSTO.»
«Sono soddisfazioni» commentò Petunia con un velo, appena un velo, d’ironia.
La pioggia frustata dal vento veniva giù di traverso e tamburellava sui vetri. Di cielo non ce n’era più per nessuno.
Loffante non staccava lo sguardo dal microscopico trafiletto di sport locale di quel giornale di provincia, comprato soltanto da giocatori dilettanti di calcio e pallacanestro in cerca del proprio cognome, il più delle volte scritto sbagliato, e da certe vecchine che controllavano i necrologi. Per i primi era “il Pìcius”, per le seconde “ür giurnaal”. Morire sul campo da giovane atleta avrebbe comportato doppia fama, da quelle parti. Loffante stava pensando di ritagliare quel titolo e incorniciarlo, magari dopo averlo fatto ingrandire almeno un po’.
Alla radio le previsioni meteo prefiguravano un peggioramento. Sembrava una burla. Peggiorare quel tempo da lupi. Anche se al peggio, persino lui lo sapeva, non c’è mai stato limite alcuno.
Ad ogni modo l’allenatore del Cuviago, imperterrito, continuava a godersi la notizia delle sue gesta. Guardava l’articoletto e annuiva. Guardava l’articoletto e gongolava. Guardava l’articoletto e si grattava la nuca.
«Ti chiamano Lo Bue.»
Nella cucina, arancionata dal paralume acquistato all’Ikea, si diffuse una ventata di gelo. Nemmeno Petunia sembrava in grado di spiegarsi perché avesse buttato lì quella frase. Non l’aveva fatto con cattiveria. Aveva piuttosto l’aria di una madre che cerca, a malincuore, di risvegliare un figlio da illusioni sbagliate.
«Chi» domandò il marito.
«Soprattutto quel Pedersoli. Credo si chiami così. Quello alto alto magro magro che non gioca quasi mai. Ma temo anche gli altri.»
«Lo Bue?» ripeté Loffante. Impietrito. Non gli sembrava possibile.
«L’ho sentito io. Con le mie orecchie. Era in tribuna che guardava la partita con dei suoi amici. Non lo avevi nemmeno convocato per la panchina. Era lì vicino a me. Sarà stato tre settimane fa, quella volta che ho portato i bambini a vederti. Non poteva immaginare, che sono tua moglie.»
«Se sapesse che ho una bella moglie di ventisei anni, forse mi troverebbe molto meno bue» cercò di metterla sul ridere. Ma il suo era il tono di un uomo deluso. Quello che si dice un duro, ma era bastata quella rivelazione per farlo star male. Sentì una fitta alla bocca dello stomaco.
«Pensare» aggiunse con amarezza, «che ho dato io l’okkèi per accettarlo in squadra, e viceversa. Ma tu, perché me lo dici solo adesso?»
«Non volevo che ne soffrissi» disse la moglie. «Poi ci ho ripensato. Tu ci metti troppo cuore, in questa cosa. È ora che tu apra bene gli occhi.»
«Quel magrolino del cazzo» disse. «Solo perché lo faccio giocare poco. Solo perché lo tormento un po’ per il suo bene quando sbaglia in allenamento e viceversa. Gliela farò pagare.»
«Non è solo lui, se è vero quello che diceva agli amici.»
Loffante spense la radiolina picchiandoci sopra una manata rabbiosa, che fece tremare la superficie del tavolo.
«Piano, i bambini» disse Petunia.
«Scusa» si ricompose l’allenatore Loffante di seconda divisione. «Dimmi che altro c’è».
«A sentire lui, tutti nello spogliatoio ti prendono in giro, tutti ridono alle tue spalle. Alcuni dicono che non capisci niente di basket. Altri che più che un allenatore sei un participio presente, ma questa non l’ho proprio capita.»
«Alcuni chi.»
«I fratelli Conigliaro, per esempio.»
«Quelle tre gatte morte.»
Loffante si alzò in piedi, a contemplare la pioggia attraverso la finestra. La sua caffettiera ancora calda lo guardava perplessa da sopra il ripiano del lavandino, e lui sembrava uno che si sta chiedendo se non sia il caso di tornarsene a letto. Tacque per un lungo minuto, poi:
«Che altro si dice» domandò.
«Dicono che sei andato a spiare una squadra avversaria, che è una cosa che a questi livelli non fa nessuno, e che l’hai fatto per darti importanza con te stesso. Dicono che dopo esserti sorbito cento chilometri tra andata e ritorno per spiarla, ne hai ricavato come unica osservazione che il play e l’ala “fanno un fraseggio”, e pare che questa cosa li abbia fatti scompisciare dalle risate, e che sia diventata la frase tormentone dello spogliatoio. Mentre raccontava di questo fraseggio, per poco Pedersoli non scoppia dal ridere. Era piegato in due. Gli faceva male la pancia.»
«Ci penso io a piegarli in due, martedì sera. Vai avanti.»
«Devo proprio?»
«Devi. A questo punto devi. Hai cominciato e ora devi finire. E viceversa.»
Petunia si alzò a sua volta, e si avvicinò al marito. Gli mise una mano su una spalla, come a scusarsi di ciò che stava facendo, ma anche un po’ per consolarlo. Poi arretrò di un passo per inquadrarlo meglio, e proseguì:
«Dice che chiedi cose che non stanno né in cielo né in terra, come, che ne so, stoppare con due mani invece che con una sola. Che non conosci uno schema di gioco che sia uno. Che fanno di proposito il contrario di quello che ordini durante i time out, perché altrimenti gli faresti perdere le partite… Sai che c’è? Non mi va che ti trattino così. Non mi piace. Non lo meriti. Con tutti i sacrifici che ti costa allenarli. Gratis. Rimettendoci i soldi della benzina. E le mattine di domenica. Le mattine di domenica insieme alla tua famiglia
Altro peggioramento in arrivo.
Barometro coniugale.
«Lo faccio per passione, lo sai» si giustificò Loffante, allargando le braccia.
Per la prima volta da quando lo conosceva, a Petunia sembrò d’intuire la presenza della traccia di una lacrima su quel faccione burbero. Ma doveva essere un inganno della luce, e delle gocce d’acqua fredda che si rincorrevano sul vetro.
«È ora che vada» disse l’allenatore Loffante di seconda divisione. Praticamente Serie Zeta. Lo aspettavano qualcosa più di quindici chilometri sotto la pioggia. E qualcosa meno di un’esperienza umana gratificante.
«Hey » sussurrò la moglie quando fu sulla soglia di casa: «Sii paziente, con quei ragazzi.» Gli diede un bacio, e poi se ne stette lì a guardarlo, finché tutto quel corpaccione non sparì oltre la prima rampa di scale. Sii molto paziente, ripeté col pensiero Petunia, richiudendo la porta. E viceversa, aggiunse poi a mezza voce. Ma subito si pentì di averlo detto.
C’era da preparare la colazione ai bambini, fra poco.
Di sotto la vestaglia viola chiaro, sommesso e lieve partì un peto.



lunedì 13 giugno 2011

La mia piccola esultanza ecologica e civile





ABBIAMO

VINTO


p.s.

Mi scuso coi miei adorati lettori per la latitanza prolungata, ma la tecnologia a pedali mi sta perseguitando. Non solo i problemi legati alla piattaforma Blogger, non solo il mio pc che s’è messo a fare le bizze, ma oggi sono anche costretto a postare dal computer di un’altra persona che ha la fortuna di NON avere una connessione Telecom: nella mia zona vi sarebbe un fantomatico problema che lorsignori starebbero tentando di risolvere. Nel frattempo io, naturalmente, pago.




sabato 4 giugno 2011

Assaggi di romanzi inediti - da "gémenteseflentes": la panchina grigia e il pettinatino simpatico.




Dopo il film, che quella sera era adatto, dopo la fine dei titoli di coda, quando apparvero quei loghi che mio padre chiamava “i scatulìtt”, andai in camera per chiudere bene le persiane. Se mi attendevano visite notturne del vecchio K., non era il caso di facilitargliele. Il crepuscolo si attardava, placido e liquefatto di blu intensi, viola accesi e ori sparsi. Non era ancora sceso il buio. Sembrava non dover scendere mai. I mostri verdi erano lì, più minacciosi del solito. Non sembravano un cuscino di protezione fra me e K. Sembravano piuttosto avanguardie, di K. Forse sarebbe stato prudente provare a dormire a pezzetti: un quarto d’ora e poi sveglio, un quarto d’ora e poi sveglio, un quarto d’ora e poi sveglio… Quarti d’ora: non di più. Buttai uno sguardo oltre il granturco, il più fugace possibile, perché se K. fosse stato là, fermo in piedi a spiarmi, preferivo non vederlo. Ma non potei non pensare all’avventura di otto notti prima. A tutto quello che io e Gianni avevamo visto attorno a Villa K. A tutto quello che mi aveva colpito con la sua stranezza. Le panchine, ad esempio. Cosa ci facevano tutte quelle panchine di pietra in un posto dove non andava a sedersi mai nessuno? Strano.

Anche nel giardino della nonna e della De Ropp c’era stata, anni prima, una panchina di pietra così. Una sola. Un giorno erano venuti a trovare la De Ropp una signora riccona e il suo figlio pettinatino, che aveva la riga da parte e un paio d’anni più di me. Il pettinatino mi trovò lì ginocchioni, intento a rivestire la panchina di un altro colore che a me pareva più bello. Lo facevo con grande cura, picchiettandoci sopra lo spigolo estremo di un mattone tenero e friabile tenuto in mano di sbieco, che cedeva alla superficie grigia il suo bel rosso argilla, pigmento per pigmento, millimetro per millimetro. Un lavoro da certosino di cui andavo ogni minuto più fiero. «Sei diventato pazzo tutto insieme, o è stato un pvocesso gvaduale?» mi aveva chiesto il pettinatino. Non gli avevo badato più di quel tanto. Del mio rivestimento color mattone ero proprio orgoglioso, ma poi mentre eravamo distratti erano spuntate la De Ropp e la madre riccona del pettinatino, che aveva pensato bene di sedersi proprio lì con la sua gonna da venti milioni, e allora non dico di aver smesso di essere orgoglioso, ma di certo avevo diminuito un bel po’. Era un’eventualità a cui non avevo pensato, che sulla panchina qualcuno avrebbe potuto volersi sedere! Noi artisti siamo fatti così. La De Ropp aveva guardato molto male i miei capelli e stava per avventarglisi contro, ma la riccona era una donna con un suo insospettabile corredo di nobiltà d’animo, e l’aveva fermata. Aveva detto che non era niente, e che per una gonna in tintoria non era mai morto nessuno. Io alla fine al pettinatino avevo detto “Ciao” anche se la sua riga da parte mi stava leggermente sul culo, lui invece mi aveva risposto “Cavo debosciato a mai più”, e la madre aveva fatto finta di rimproverarlo, ma col sorriso. Poi la De Ropp mi aveva concesso due ore per far tornare grigia la panchina.