"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"

domenica 30 gennaio 2011

44 anni, in fila per sei...



LO STUPORE DI ESSERCI



Questi post nel giorno della propria nascita sotto sotto li consideriamo magari un po’ stucchevoli, ma poi, gira e rigira, finiamo col farli quasi tutti. Poteva essere esente da questa debolezza quell’infantil-narciso del vostro bimbo Nick, che oggi compie la bellezza di 44 anni?
Fra l’altro, potrei considerarlo anche il primo compleanno del blog: lui era nato un po’ prima, però è solo da febbraio 2010 che mi sono davvero “lanciato” in questa folle e meravigliosa avventura. E infatti, curiosa coincidenza, il post dello scorso 30 gennaio è stato l’ultimo con zero commenti!
Quindi, chi stavolta non mi fa gli auguri è due volte brutto e cattivo, ecco.

Questo compleanno mi spinge a riflettere sulla pazzesca catena di casualità che sta dietro il venire al mondo di ognuno di noi. E non mi riferisco all’aspetto chimico-biologico, cioè al fatto dell’unico spermatozoo che la spunta su milioni di concorrenti (facendo anche del più derelitto e sfigato dei nati un Vincente per il solo fatto di essere nato).
Vi è mai successo di pensare alle migliaia di piccole e grandi variazioni che avrebbero potuto impedire ai vostri genitori di nascere, o di incontrarsi, a cominciare dal soldato romano che se non fosse perito in quella certa battaglia sarebbe diventato l’uomo della vostra (non più) antenata al posto del vostro reale antenato?
Mia madre è nata in Piemonte. Se un brutto giorno, in una ditta in provincia di Torino, suo padre non avesse avuto la sfortuna di scoprire che il direttore rubava, se in conseguenza di ciò non fosse stato perseguitato e angariato da quell’uomo potente e intoccabile ma dalla coscienza sporca, fino a provocargli un esaurimento nervoso (il mobbing quando ancora non si conosceva la parola mobbing), non sarebbe stato costretto ad andarsene, e a non trovare altro lavoro se non nella lontana e sconosciuta Varese.
La nonna paterna, e mio padre piccolissimo, avevano già i biglietti aerei per raggiungere il nonno, un avventuriero pieno d’iniziativa che aveva aperto un bazar nel cuore dell’Africa. Ma in quella scoppiò una guerra, che costrinse lui ad abbandonare tutto e a tornare in Italia da loro.
Quando poi i miei erano già fidanzati da un po’, un giorno lei disse: “Basta, lo lascio!” Ma quando il sabato lui arrivò, mia nonna, nel vederlo dall’alto parcheggiare la sua macchinetta in cortile si lasciò scappare la frase: “Poverino, è tutto felice e non sa cosa lo aspetta”, e questo bastò perché la mamma non se la sentisse più.
Per non parlare del fatto che mio padre, pochi anni prima, ebbe un frontale, mentre pedalava in bicicletta, con un’auto lanciata a folle velocità che aveva tagliato una curva (un idiota che andava a una gara, e credeva di essere già in pista) e che lo prese in pieno, ma se la cavò miracolosamente con poche escoriazioni.
Per non parlare del fatto che la nonna paterna era la seconda moglie del nonno, dopo che la prima era morta di parto a 28 anni insieme al bambino.

Potrei andare avanti così per delle vertiginose ore.
Ma poi voi non fareste in tempo a farmi gli auguri.


sabato 22 gennaio 2011

RACCOLTA DIFFERENZIATA (18) - vecchi racconti inediti del Nick



DEDIZIONE


“Questa non è un’uscita”.
(Bret Eston Ellis, American Psycho)



Il nuovo coach veniva da Gorizia. Si chiamava Maurilio Ilicic, e negli anni della sua permanenza alla Pallacanestro Lavinia saremmo riusciti a farcelo amico. Sulle prime ci mise soggezione. Introdusse sistemi d’allenamento inconsueti. Ci faceva correre palleggiando lungo il perimetro della palestra, mentre i suoi ordini fitti rimbombavano tra le pareti altissime che ne restituivano echi spezzati, inafferrabili. Si capiva un cazzo, mediamente. Si spiavano i movimenti dei compagni per indovinare come regolarsi.
Questo Ilicic era un tipo allampanato. Ombroso. Baffi incolti e biondicci. Era un timido di quelli che poi, quando meno te l’aspetti, esplodono in crisi di collera. Laureato in lettere, viveva di pane e basket. Nel parlato infilava qua e là tranci di dialetto friulano. Avevi l’impressione che lo facesse per sentirsi meno lontano da casa, senonché otteneva l’effetto, contrario, d’immalinconire pure te. Guardavi quei suoi occhi spaesati e chissà come ti mancava Gorizia, dove non eri mai stato.
Uomo caparbio, Maurilio si dedicava anima e corpo alla sua missione-passione. La pallacanestro. Allenava noi juniores e la prima squadra, e insegnava minibasket nelle scuole. Più che altro insegnava anche a noi, una volta preso atto del nostro livello tecnico davvero sconcertante. Veder giocare male gli procurava dolore fisico. Spesso, negli esercizi d’attacco, piazzava una sedia al limite dell’area dei tre secondi. L’ostacolo rappresentava un difensore da evitare, mediante un piede perno, una finta, un giro dorsale, una partenza incrociata. Al terzo errore di fila afferrava il difensore artificiale, lo innalzava sopra la testa e lo agitava bestemmiando. Quando la sedia volava via e si schiantava contro un pilone di sostegno della tribuna, capivamo che ci conveniva imparare.
Per lui era una professione, e si accontentava di guadagni appena sufficienti a tirare avanti con la moglie e due figli. Per questo lo rispettavo e lo ammiravo. L’ammirazione e il rispetto si gonfiavano dentro me in maniera esponenziale quando sentivo qualche mio compagno stronzetto e nato ricco dargli del fallito, ovviamente alle spalle, nel chiuso dello spogliatoio, o sotto il vapore delle docce, le poche volte che lo scaldabagno funzionava. Mi si gonfiavano dentro in maniera triste e indignata. Era come se quelle infamie le dicessero su di me, che avrei voluto diventare simile a lui. Differente solo per tipologia di, pazza, vocazione.

Fu per non ferire quella sua dedizione totale che la sera che stetti a casa a vedere l’Inter in TV chiesi al mio amico Julien di raccontargli che ero a letto con l’influenza. Julien eseguì diligente l’incarico e la volta dopo, a bordo della sua 127 gialla, mi disse che era tutto a posto. Perfetto. Bene così. L’avevo sfangata. Ma non era da me. Non avevo mai mentito così da vigliacco in vita mia. Così, seduto su una panca dello spogliatoio, cambiai idea. Gli avrei detto la verità. Era per me stesso che lo facevo, non per Ilicic. Quando scuola e parrocchia e famiglia per “educarti” ti immergono in una melassa da Libro Cuore, finisci col convincerti che confessare qualcosa contro il tuo interesse e senza esserci costretto possa fruttare un encomio, una medaglia, un’accresciuta considerazione della tua personalità, un umano incondizionato apprezzamento. Ovviamente non è così che funziona. Non è sparandoti ai piedi che diventi eroe guerriero.
Indossati i pantaloncini, la double face da allenamento, i calzettoni, le Nike azzurre con le stringhe azzurre e la giacca della tuta, feci il mio ingresso in palestra. Dovetti attendere. A colloquio con Maurilio c’era Julien. Mi avvicinai e ascoltai senza interrompere. Julien, chissà perché, gli stava chiedendo cosa pensasse del volley. «Dunque, la pallavolo. Sì. Sì. La palla-volo», ripetè lentamente Maurilio. Pareva animato dal più grande rispetto. Intento a scegliere e soppesare le parole per esprimere la sua scontata volontà di inchinarsi, ci mancherebbe, davanti a una diversa disciplina sportiva, un altro degnissimo sport come lo era la pallacanestro. «Sì sì, la pallavolo… xè la merda del basket!», esclamò a tradimento. «Quei che no gà testa per giocare a basket i và giocare a palavolo. Xè tuta la merda del basket. I salta i salta, i gà i mùscoi, ma i no gà un casso in dela testa. Alora i gioca a palavolo».
La curiosità di Julien era sistemata. Ora toccava a me. Mi avvicinai a Maurilio, in piedi vicino alla cesta metallica, ormai quasi vuota, dei palloni a spicchi. Erano rimasti quelli più piccoli, leggeri e spesso deformi, per lo più inutilizzabili, che chiamavo “gommini”. «Devo chiederti scusa per il mio comportamento dell’altra sera» sussurrai a mezza voce.
«Quale comportamento, Nicky?». Per tutti gli altri ero Nick. Per lui ero Nicky, o addirittura Nickily. Forse per la mia fragile magrezza. Tuttavia non lo diceva per sfottere. Lo diceva con affetto. Così alto e snello, potevo essere suo figlio. «Eri ammalato, no? È tutto a posto, Nicky» mi fece. «Vai a riscaldarti».
Presi fra le mani un pallone. Avevo pescato il peggiore di tutti. Un gommino vagamente a pera. «Ti ho fatto dire che ero malato» insistetti. «Invece sono stato a casa a vedermi l’Inter. Ti chiedo scusa. Non succederà più.»
Non si arrabbiò, ma gli cascarono le braccia. Come due pesi morti lungo i fianchi. «Che vuoi che dica», mi fece con un tono tra l’indispettito e il depresso che non prometteva nulla di buono. «Se devo aspettarmi questo da te che sei il più corretto, dagli altri che cosa mi dovrò aspettare?» Era ritto in piedi, ma sembrava prostrato sulle rovine di se stesso. Con la mia inutile, stupida sincerità lo avevo pugnalato nel petto. Anche se devo dire che il suo esagerato rammarico mi sgomentò. Era un uomo distrutto. Guardò in direzione dei due crocchi di giocatori che si riscaldavano sotto gli opposti canestri, nel gran rimbombo di palloni che rimbalzavano a grappoli sul linoleum azzurrino puzzolente di polveri e afrori di palestra. Il suo sguardo era quello del capitano di una nave ammutinata. Forse eravamo tutti maturi per passare alla pallavolo.
Per superare l’imbarazzo tentai un primo palleggio col mio pallone, che se ne schizzò via quasi rasoterra sulla destra come una palla da rugby, e andò perduto nella zona d’ombra oltre i piloni. Gommino a pera di merda. Non superai l’imbarazzo.
L’incidente si chiuse lì. Ma da quella volta, e per anni, io fui “quello che sta a casa a vedere l’Inter”, pur non perdendo mai più un allenamento, neanche con 38 di febbre, pur essendomi presentato anche la sera della finale di Coppa Uefa Roma-Inter. Era un superfluo allenamento di fine stagione, e allo Stadio Olimpico era in palio la storia. Ma io presi la macchina, la mia borsa e andai a Lavinia per allenarmi. Eravamo in sette, e Maurilio ci rispedì a casa. A vedere il secondo tempo dell’Inter.
«Non sei stato a casa a vedere l’Inter?» mi avrebbe chiesto beffardo sotto i baffi a ogni concomitanza con le coppe.
«No» mi sarei limitato a rispondere. Avevamo comprato un videoregistratore. Ogni volta, verso fine allenamento, irrompeva in palestra qualche imbecille di dirigente a strombettare il risultato.

Il nostro rapporto fra uomo e ragazzo divenne sempre più amichevole, nonostante quello fra allenatore e giocatore facesse acqua da tutte le parti, sfiorando il disastro. Di lui in particolare odiavo quegli scioperi del silenzio, quelle assurde manfrine che attuava quando le partite si mettevano male. Fasé quel casso che volé gridava abbandonando lo spogliatoio negli intervalli in trasferta sotto di venticinque punti, se qualcuno osava fiatare per contestare una sua attribuzione di colpa, o un porcodio urlato a pieni polmoni in faccia al giocatore sbagliato.
E alla ripresa del gioco si accasciava in panchina fermo, zitto, come un automa spento. Salvo riaccendersi quando le riserve, le presunte mascottes semispastiche, buttate nella mischia dal dirigente accompagnatore tanto per dar loro un contentino, un premio fedeltà, uno zuccherino amaro, rimettevano in piedi il punteggio fino a meno quattro. Allora Maurilio saltava su come una molla e chiamava il minuto di “sospenzione”. Per smitragliare istruzioni tattiche e suggerimenti, ma soprattutto per levare dal campo senza un grazie noi riserve, le presunte mascottes semispastiche, ributtare dentro i suoi stronzi campioncini boriosi Salvioni e Burgellis, spompi per aver giocato a tennis tutto il pomeriggio, e riperdere definitivamente la partita. Il fatto è che Maurilio Ilicic valeva mille volte più come istruttore che come psicologo e come stratega. Come istruttore tecnico, cadreghe sfasciate a parte, era il migliore e il più sapiente del mondo. Come stratega e come psicologo avrebbe fatto retrocedere in A2 la grande Ignis di Bob Morse e Meneghin.

Passarono gli anni. Una mattina mi trascinai di malavoglia in banca per chiudere il mio conto, che da ridisoccupato era solo fonte di stronze spese e balzelli. Mi parve di riconoscere nel funzionario che si occupò di me un giocatore del Castelprete che avevo affrontato da avversario col Lavinia. Un bestione pelato e massiccio a cui avevo fatto sentire i gomiti, uno con un cognome corto e molto buffo, che avevo sulla punta della lingua ma al momento non mi veniva. Udii un impiegato che nel passargli una telefonata lo chiamò Bum. Gli domandai se era proprio lui quel Bum del Castelprete e se giocava ancora, anche se dalla pancia che gli era cresciuta capivi subito che era una di quelle domande così, tanto per parlare. Era praticamente incinto. Disse che aveva smesso e ora faceva il dirigente incinto sempre a Castelprete. Per inerzia di fiato gli dissi che giocavo ancora a Lavinia. A lui non gliene poteva fregare di meno, è chiaro. Però mi chiese se a Lavinia c’era ancora “quel pazzo di Ilicic”. Risposi che c’era sì, quel pazzo di Ilicic, ma allenava le giovanili. Noi della prima squadra adesso avevamo un mio coetaneo che aveva giocato in serie B. Fungeva da allenatore-giocatore, e ci stava spingendo fin su in Promozione.
«Quello è un pazzo», ribadì questo Bum, che pareva interessato solo a denigrare Ilicic. «Un mentecatto. L’anno scorso si è presentato da noi a Castelprete a offrirsi di allenare. Voleva settecentomila lire al mese, voleva. Patetico. Sembrava un mendicante. Mi son vergognato io per lui. Ma trovati un lavoro vero, diocristo! Un lavoro dignitoso! E allena nel tempo libero come fanno tutti gli altri, perbacco! Invece di renderti ridicolo!»
Io a questo qui in partita avevo fatto sentire i gomiti. Eccome se glieli avevo fatti sentire. Ero magrolino e tutto, ma nei tagliafuori sapevo farmi rispettare. Così grande e grosso, non mi aveva fatto paura neanche un po’. Gli avevo fatto assaggiare i miei gomiti. Avevo anche preso un rimbalzo d’attacco nella stratosfera sopra la sua testa pelata, e poi gli avevo segnato in faccia. Ma soprattutto gli avevo fatto più volte assaggiare i miei bei gomiti affilati.
Ma adesso, incredibilmente, inarcai le sopracciglia per dargli ragione. Perché devo essere così codardo, mi dicevo nel contempo, e senza motivo alcuno per esserlo? Scossi persino il capo, per dargli ragione. Invece di ripiantargli un bel gomito in quella cazzo di pancia. Bum! Perché così vigliacco, mi accusavo, e senza vantaggio alcuno da ricavarne? Mi attestai su un distratto sorriso di circostanza. Anche se non capivo esattamente di quale, circostanza.

Ma io voglio più bene al pazzo Ilicic o a questo schiavo escrementizio, cercavo di chiarirmi, mentre da pusillanime continuavo ad annuire, a mostrarmi condiscendente, mentre dentro mi sentivo come se quelle cattiverie le stesse dicendo contro di me, pezzente ridisoccupato con ambizioni, figurarsi, letterarie che chiudeva il conto, che batteva in ritirata, con sulle labbra un indecoroso sorriso fuori luogo, un sorriso di resa, di rinuncia, di rottamazione del sé. Proprio lì dentro poi, in quella filiale che un paio d’anni prima, dopo il pensionamento di mio padre, avrebbe dovuto secondo regola non scritta della Popular Bank diventare il mio luogo di lavoro, a patto di soddisfare due postille ancor meno scritte di tutto il regolamento non scritto: aver avuto un padre lecchino (e la mia stirpe ha molti difetti, ma peli di culo sulla lingua non ne abbiamo mai avuti e non ne avremo mai), e soprattutto divenire, come requisito minimo di base, un adepto di cielle, questa setta moderna e mafiosina che adora con sincera passione il Dio Filigranato, e in sottordine Gesù di Nazareth (nella filiale c’erano entrambi: Sua Maestà il Denaro, e un disgustoso crocifissone particolarmente grosso e contorto). Che poi l’avevo solo scampata bella, ma questo è un altro discorso.

Frattanto, in coda agli sportelli, c’era questo energumeno vestito da analfabeta che si agitava sempre più. Era tutto sporco. Aveva in mano, nelle zampe bisunte, svariati milioni in contanti da versare. A un certo punto, lo Sporco si mise a scaricare insulti contro gli impiegati, colpevoli di non sbrigarsi abbastanza in fretta con gli altri clienti. Non avevano tempo da perdere, lui e i suoi contanti stropicciati. I cassieri, invece di mandarlo in culo, fecero a gara nel genuflettersi e nello scusarsi con lo Sporco. Anche il signor Bum schizzò in piedi, e abbandonò per un attimo la sua postazione defilata per andare a blandire l’arrogante energumeno arricchito e maleducato, usando la pancia per scodinzolare. Una scena stomachevole. Dai racconti che faceva mio padre quand’ero bambino, queste cose nella piccola filiale succedevano almeno due o tre volte alla settimana. Rispetto a ‘sta roba, il racconto della rapina, col vetro sfondato da una jeep, i mitra spianati e tutto quanto, mi aveva fatto assai meno impressione. Non sempre la peggior feccia è quella che i soldi, da una banca, li porta via. Anzi.

Presto! Via di qui! La sola cosa che riuscivo a pensare, guardando il bruttissimo crocifissone contorto appeso alla parete del tempio dell’usura. Mentre l’ex pivot, dopo aver leccato lo Sporco, finiva di spiegarmi. Che doveva trattenere sul conto una certa cifra di soldi miei per le “formalità di chiusura”. Praticamente tutto ciò che mi rimaneva, e che io avevo sperato di poter prelevare. Se fosse avanzato un rimasuglio di settanta-ottantamila, disse Bum, m’avrebbero poi spedito un assegno. Schifosissimi ladri.
Via! Pensavo io. Fuori di qui! Aria! Fatemi uscire!
Alla fine, indeciso se provare più pena per me stesso, per l’uomo-canestro pazzo o per l’uomo-valuta incinto, mi rinchiusi nella bussola strettissima all’ingresso con sulle spalle uno strano fardello di compassione tripartita. Mi sentivo meglio, lì chiuso. Come se la bussola fosse stata un rifugio. Un’isola di vetro dove morire in pace. E non un passaggio per uscirne fuori.



Nella foto in alto: il vostro Nick (ventenne) va a canestro nello scenario più suggestivo (e adatto a lui?) che si possa immaginare: il cortile del manicomio abbandonato di Agrigento!



mercoledì 12 gennaio 2011

Sorensen Puddu - Replica (18) + Altra Eresia Flash

mordìlla salvami tu


(parte seconda e ultima)


Giangiorgino da bambino era giovanissimo. Giangiorgino era anche un po’ figliuzzo di puttana, ma solo per parte di madre. Giangiorgino nell’adolescenza era così bruttino che le ragazze lo chiamavano Lo Spaventapassere. Finito di rompere i coglioni con questo Giangiorgino? Ok, ora la smetto. Peccato però, mi ci stavo affezionando.
Un tropposessuale è una persona parecchio complicata e a detta di taluni (invidiosi) esageratella. Nella variante del vostro Mario Véronique Sorensen Puddu, detta Variante Varia, al malato di mente in questione piacciono in ordine sparso le donne mature e maturotte, i ragazzi, le ragazze, gli angeli se esistessero, i transex diciottenni che per fortuna esistono, le tigri, le pantere nere, le aquile reali e i pettirossi. Vigliacca se uno solo di questi ci fosse mai stato, voglio dire senza pagare, almeno per un succhiotto. Eppure era un bello stangone. Ma lo chiedeva male. Sbagliava gli approcci. Usava trappole per pettirossi per catturare le tigri, ottenendo come unico risultato quello di farle parecchio incazzare. Andava in cerca di bei fichetti lassù dentro i nidi delle aquile, e anche le aquile s’incazzavano come bestie, e dalle uova quando riusciva a ciularne qualcuna o qualchedue non uscivano ragazze in tanga ma aquilotti del cazzo, o al massimo, il più delle volte, frittate.


FREE SPACE: fai seccare qui il tuo petalo di petunia anche se è già secco da far schifo, e poi ricordati di gettarlo nella raccolta differenziata oppure mangialo


E adesso eccomi con Mordilla, che in fatto di succhiotti aveva idee non del tutto innovative ma in compenso alquanto minacciose. Erano secoli che sognavo d’incontrare qualcuno a cui dedicare le parole di Vieni a vivere con me di Luca Carboni: “Potremmo dirci certe cose da far accapponar la pelle, potremmo fare certe cose che ci fucilano alle spalle”! Ero stufo di scialba normaluzzità. Ma con Mordilla si va ben oltre, e mi sa che a me mi fucileranno alle palle (sempre se sopravvivono alla vampirla, che di preferenza morde il glande, ma non solo). In fondo, provare strane esperienze è un vizio di famiglia. Mio nonno per esempio andava a letto con le galline, perché pensava che così avrebbero fatto le uova più grosse. Il mio bisnonno invece non è mai esistito e questo spiega e se non capisci rispiega e se non capisci rispiega e se non capisci vaffanculo come mai la mia vita sia un fortuito paradosso cazzo-temporale senza ombrello (sans parapluie potrebbe dire un francese anelante farsi affari miei, e io potrei anche rispondergli male). Poiché per chi non l’avesse capito la vita è uno scherzo del cazzo. Nel frattempo tirava aria di leggero razzismo, in paese, ma proprio appena appena un zichinìn. Lo capii quando ricevetti l’opuscolo Sto Paese Informa che diceva che in paese erano immigrati 72 marocchini, e a ruota il giorno dopo arrivò il numero zero di Sto Paese Inforna che malizioso si chiedeva: “Quali marocchini?”.


FREE SPACE: urlami qui il tuo barbarico SGRUNT


Mordilla, la vampirla mordiglande senza museruola, era una persona molto istruita. Era l’unica al mondo ad avere quattro diplomi di quinta elementare conseguiti in quattro scuole diverse. Appena diplomata tornava a iscriversi alla prima elementare, perché sosteneva che l’istruzione che ti danno le Elementari non te la dà nessun’altra scuola, e forse almeno dalle nostre parti è davvero così. Dalla mia maestra ho imparato tante belle cosine, dai miei docenti universitari ho imparato solo che conveniva comprare a caro prezzo il libriccino di 26 pagine scritto da loro perché le domande all’esame le prendevano solo e tutte da lì. Mordilla m’insegnò cose davvero fondamentali, come il fatto che uno sciatore è quasi sempre sci-munito, che la porcellana non si ricava dalla tosatura dei maiali, che la demenza senile non è quando alle donne impazziscono le tette, che a volte la censura può obbligarti a variare leggermente il titolo di una canzone (è il caso di Besame ‘l bucho), che la municipalizzazione della donna è una grossa fregatura, simile al federalismo che raddoppia le tasse, e che per tre punti non allineati passa una e una sola circonferenza, quindi ne passano due: “Salve, sono Una”; “Buongiorno, sono Unasola”. Si offrì anche di spiegarmi cosa fosse una spermuta d’arancia, ma io preferii continuare a non saperlo. Spazzò via dalla mia mente molti altri dubbi e inesattezze, anche se a volte le parole delle sue spiegazioni non è che mi arrivassero molto chiare e decifrabili, poiché Ella spiegava senza mai smettere di pasteggiare avidamente con la punta del mio cazzo. (Opssss: si potrà scrivere “punta”?)
Ma che goduria, con Mordilla. Che male, però. Però che goduria.


(fine)




Altra Eresia flash (ho perso il conto... fermatemi!)

Io nutro il massimo rispetto, e forse anche un po’ di struggente invidia, per chi mette al mondo dei bambini. Ma il fatto che, in un pianeta soffocato da sette miliardi di umani, ogni “panza” debba esporsi in vetrina e salire in cattedra a dar lezioni di vita mi pare a dir poco stomachevole. Adesso è il turno della scioccherella (ma furba) Nannini, che a 54 anni viene a parlarci di “Momento di verità”, nonché a sparare la cazzata “La vera creatività non è scrivere canzoni ma avere una figlia”. (Sta’ a vedere che allora i topi di chiavica sono gli esseri più “creativi” della Terra. O vale solo se a riprodursi è l’homo mica tanto sapiens?) Certo, se per canzoni intendi le tue, magari è pure vero. “Questo amore è una camera a gas...” Appunto: basta scorregge mentali, che l’ozono è già compromesso.


martedì 11 gennaio 2011

ERESIA FLASH: Kaga Kazzinger senza ritegno.



Ieri Kaga Kazzinger ha pensato di doversi pronunciare contro “il monopolio statale sulla scuola” (SIC!). Ho l’impressione che per il sicario di ermellin... ehm... volevo dire per il vicario di Cristo l’istruzione statale sia una ben grave piaga, al livello dell’Illuminismo, del Relativismo e dell’Eutanasia, le sue altre maniacali fisime. Ma il vero scandalo non sono le farneticazioni di questo figuro reazionario e oscurantista, che in fondo non fa che tirare l’acqua sporca al proprio lercio mulino (cioè invocare milioni PUBBLICI e NOSTRI per finanziare, in tempo di crisi e di sanguinosi tagli, il lavaggio del cervello ideologico delle SUE sqhuole private – private di che, dell’intelligenza?) bensì il fatto che i vergognosi servi della nostra cosiddetta “informazione” abbiano concesso più spazio a quest’idiozia di quanto non ne abbiano concesso in questi giorni al bambino morto a Bologna o alle decine di caduti nei disordini in Tunisia. Felice di tutta questa cassa di risonanza assicuratagli dalla servitù zerbinesca, il simpaticone si è anche premurato di aggiungere che “L’educazione sessuale... impartita nelle scuole di alcuni Paesi europei costituisce una minaccia alla libertà religiosa”. (!?!?!?) Clamoroso e imbecillissimo esempio di Ribaltamento Totale della Verità (operazioncina non nuova per i gerarchi teocratici di ogni tempo e luogo), laddove è facile intuire come la proposizione corretta suonerebbe invece: “L’educazione religiosa inculcata nelle tenere menti dei bambini e dei ragazzi costituisce una minaccia alla loro futura libertà psicologica, intellettiva e sessuale”. Insomma sembrerebbero battute nonsense di quelle da scompisciarsi, se non fosse che Egli è serissimo, come serissimo è chi lo ascolta e chi si genuflette nell’obbedienza politica ai suoi peti, e che quindi c’è più che altro da piangere. Ma di quali cazzo di libertà stiamo blaterando? Senza stare, per una volta, a scomodare la lercia e scimmiesca omofobia religioide, basti ricordare che ancor oggi, in paesi che si definiscono progrediti e civili, vi sono casi di genitori delinquenziali che se scoprono il loro malcapitato figliolo a tirarsi una sanissima pugnetta possono gettarlo impunemente tra le grinfie di un individuo disturbato chiamato “psicologo cattolico”, per il quale la masturbazione rappresenta non un qualcosa di fisiologicamente inevitabile, bensì un “grave disordine morale” (un vero e proprio orwelliano SEXCRIME!) e che si fa pagare assai profumatamente per “correggerlo”...
Mioddio, se esisti, liberaci da coloro che abbaiano e grugniscono nel tuo nome!
Tornando ai banchi e alle cattedre, io ai sottanoni fascisti avanzerei una modesta controproposta: “D’accordo, dài, ve la facciamo l’elemosina, ma in cambio fuori dai coglioni da tutte le scuole pubbliche gli insegnanti di religione scelti dai vescovi e pagati dallo Stato. Vi diamo quelli, di soldi, cari furbacchioni, e non un centesimo di più. Perché mai sovvenzionare scuole confessionali in sovrappiù, se quella “laica” è già una scuola cattolica mascherata?”


lunedì 10 gennaio 2011

Intermezzo - Poesie del poeta pentito (3)

Fra una Mordilla e l'altra, nuova morsicatina di versi adolescenziali.



ALFABETO



Arriveremo
Bagnati
Correndo

Diremo
Eravamo
Fuggiti
Giurando

Ho
Intuito
La
Mia
Natura
Oramai

Piangerò
Quando
Resterò
Solo

Tu,
Unico
Vero
Zingaro





ESTASI E ABBANDONO



Adesso dimmi chi sei
Ragazza-Fata-Donna-Dea
Dolce illusione nel blu
Dimmi, sei solo un'idea?
Luce infinita per gli occhi miei
Saliamo ancora più su
Stringimi un poco di più
Sei forse un sogno anche tu?
Sei forse un sogno anche tu?





L'ULTIMA SOGLIA



Il tuo trucco leggero leggero
Simboleggia dei sensi l'impero
Forse al mondo cercavo davvero

Biglie di vetro nel solaio della nonna


giovedì 6 gennaio 2011

Sorensen Puddu - Replica (17)


mordìlla salvami tu


(parte prima)



Quando incontrai Mordilla non me ne fregava più niente. Facevo colazione di sera, guardavo la tv spenta e ci facevo pure zapping, ma ubbidivo lo stesso alla pubblicità immaginaria (per esempio cambiavo magnaccia telefonico 3 volte al dì), e andavo di corpo soltanto se mi andava a genio. Al cellulare rispondevo quando aveva la gentilezza di non suonare. Cercavo anche un Asocial Network a cui si potesse iscrivere chi gli sta sulle balle la gente, ma non ne trovavo, anche perché non navigavo a Vista, ma col computer in stand by. Tenevo problemini. Ero nauseato da tutto: non guardavo neanche più nel cannocchiale con cui per mesi avevo sbirciato la ragazza dell’appartamento dirimpoppe. Ormai le avevo contate e stracontate: poppe ne aveva solo due, non ce n’erano cazzi, che noia. Quanto al bidé, con lui non ci parlavo da mesi, e avevo rotto anche con la paperella bucata, da quando l’ebbi beccozzi nel cassetto a spettegolozzi alle mie spalle sugli affari miei con tutti gli altri portatovaglioli di legno. Non ci si dovrebbe mai confidare con nessuno. Mordilla è una vampirla mordiglande. Non voglio fargliene una colpa, intendiatevi, ma le definizioni sono importanti e quindi andava detto. L’homo mica tanto sapiens ha fallito in tutto, ma è pur sempre un’ottima etichettatrice. Io per esempio, perché negarlo?, sono uno swiftiano leyneriano ascendente cyberpunk, e un suinteista boh global no parrokkial decaffeinato nein danke tre cucchiaini grazie, e se proprio volete saperlo sono un tropposessuale con l’aggravante dell’alta statura, e per di più (questa non so se confessarla, sto sudando freddo!) sono un probabile mancino mancato, e chi più ne ha più la smetta.


FREE SPACE: disegna qui il tuo tapir-struzzo cocainomane e poi mungilo piano


Il free space doveva lampeggiare, cazzo, mai che funzioni qualcosa…
Giangiorgino diceva: lo conosci quel comunistone di ciarrapico? Giangiorgino diceva: lo conosci quel filantropo di berlusconi? Giangiorgino diceva: le conosci quelle new romantic delle mogli e fidanzate dei calciatori? Giangiorgino diceva: siamo proprio sicuri che mi chiamo Giangiorgino? Guardate che Giangiorgino non era proprio del tutto scemo. Mica vero che non capiva le cose. Capiva alla rovescia, il che è parecchio diverso. Chi non capisce un cristo è come un portiere che non rinvia il pallone perché non sa che in mano ha un pallone e che lo deve rinviare. Giangiorgino il pallone lo rinviava. Di tacco dentro la propria porta. Giangiorgino dunque capiva eccome ma capiva all’incontrario: era convinto che quando i ragazzini piangono la madonna si turba mas. (Ah, dici che questa è brutta? Perché, non è un po’ più brutto terrorizzare i fanciulli con l’assurdo ricatto delle lacrime al sangue della signora Assunta Raccomandata, che se esiste avrà ben altro su cui frignare, che non le loro innocentissime seghette?) Giangiorgino poi diceva: ma perché il free space non lampeggia?
Ecché ti ci metti anche tu?
Ma Giangiorgino soprattutto diceva: come cazzo si fa a chiamarsi Giangiorgino? Che ne so: bisognerebbe entrare nella testa di straminchia dei tuoi genitori.
Quando incontrai Mordilla, la vampirla mordiglande, ufficialmente mancavano 7 secondi al mio suicidio. Solo che non avevo ancora deciso come ammazzarmi e avevo così dovuto per forza di cose interrompere il candàun. Non avevo in casa un’arma degna di tal nome. A militare c’erano i Garand che sono fucili efficaci giusto giusto se ti ci spari in bocca, ma non avevo pensato a fregarmene uno: ero ventiduenne e la vita mi sorrideva col suo falso sorriso, la stronza. Era solo dopo, a ventidue e un giorno, che avevo cominciato a soffrire di depressione ai piedi davanti. Impazzire di vita civile!, auguravano quelle rane invidiose a noi congedanti, ma avevano ragione. Se sei un povero cristo nonviolento disarmato, sono cazzi suicidarsi. Quale il sistema più sicuro? Pensai a un sapido cocktail di diazepam, lorazepam e parmigianato di potassio come antipasto, e come secondo e ultimo saltando il primo una bella dose letame di hamburger da McDollar. Dopodiché, così impasticcato e impesticchiato, ficcare la testa dentro il cellophane, e nello stesso tempo buttarmi dalla finestra impiccandomi in volo (e pazienza se abito allo zeresimo piano, non si può avere tutto, come diceva mio nonno che era ermafrodita tettuto cazzuto ma senza mignoli dei piedi), assestandomi di tanto in tanto per maggior sicurezza una cospicua dose di roncolate al tungsteno sulla testa. Poi ci ripensai. Non si addiceva al mio carattere, morire da esagerato, da sborone, da autospaccone che urla al mondo Hey guardate, poveri fessi, io sì che so farmi fuori come si deve! Nel frattempo avevo già preparato i bigliettini d’addio. Indirizzati a nessuno perché avevo finito gli amici, e i parenti mi stavano sullo stomaco peggio dell’hamburger. E allora perché scriverli, direte? Perché sì. Ci sono cose che si fanno e basta. Siamo più conformisti di quanto sembri. Voi di sicuro. Uno diceva: chi mi trova per favore dica in giro che mi sono sparato: è più affascinante, fa tanto Hemingway. Uno diceva: mi sono suicidato per alcuni motivi, ma non ve ne dico neanche uno perché mi state sui coglioni. Uno diceva: un racconto “di” Piersilvia Alabbarda è più mio che suo, ma non sto accusando lei, sto chiedendo scusa a voi. Uno diceva: un capitolo di arrigofrizzi l’ho digitato io, però sotto dettatura (non di arrigofrizzi). Uno diceva: se non la smetto con queste rivelazioni, va a finire che invece di suicidarmi mi ammazzano. Uno diceva: che cazzo continuo a cacare bigliettini, che tanto il Peto coi Tacchi vi ha già resi tutti analfabeti? Poi Mordilla disse: perché ti vuoi suicidare proprio adesso che finalmente ci sono io a rendere la tua vita più mordace?
In effetti… :-)


FREE SPACE: incolla qui il tuo pelo pubblico più artistico e frastagliato, oppure grida furtizzimamente “passo!”


Non sono certo un militarista, eppure solo sotto naia ebbi la mia utilità, il mio bel perché, solo lì non fui esistenzialmente parlando l’inutile futile caccola che fui prima e furvessi stata dopo, solo lì non mi trattarono come una puzza dei piedi.
A militare lavoravo all’Ufficio Carteggi Zegretizzimi (UCAZ) della Sezione OAI (Ordinamento, Addestramento, Imboscamento) lassù al comando centrale della caserma operativa. Nomi ne farò pochini, tanto se vi dico che quello del Comandante era Vadacca e che tutti gli ufficiali e sottufficiali lo chiamavano Vadaccaccà voi non ci credete, pensate sia una delle solite invenzioni scatologiche per le quali mi si ritiene fissatello, e coprolalìa e non copro la Lia e chi se l’è mai inculata ‘sta cazzo di Lia. Più che altro battevo a macchina i menu. Tutti i martedì e giovedì e venerdì e domenica a meno che non fosse pasqua piombava lì in ispezione annuale straordinaria il generale Pechinese. Antipastini misti piemontesi, agnolotti al sugo di lepre, pernici in agrodolce ai mirtilli e kirsch, paté di patate potate petit, formaggio di fossa con miele di castagno, frutta di stagione, frutta secca, frutta sciroppata, meringata con panna montata e marron glacées, caffè, ammazzacaffè, sigaro cubano, ammazzasigaro, ammazzachestomaco, carta dei vini a parte, quella la batte a macchina il mio collega il geniere Rognauro detto anche Del Coso per via del suo rarissimo tic verbale, qualsiasi cosa tu gli chieda lui ti risponde del coso, però per il resto è quasi normale, a parte gli occhialoni quadrati del coso e la faccia da rospo del coso dei cartoni animati del coso e il fatto che pur essendo uno studente maschio ventottenne di geologia del coso un po’ fuoricorso pare una geologa femmina però coetanea della mia bisnonna del coso e che di geologia come di tutto il resto del coso non ci capisce un Coso (quindi farà strada, perché se non l’aveste capito questa storia triste si svolge in un tristo paese del coso chiamato italiA).
Venivano schierati ad accogliere con tutti gli onori il generale Pechinese la guardia armata (vabbè, le guardie coi Garand, non stiamo a sottilizzare), l’ufficiale picchiatello di picchetto con la fascia blu di traverso sul petto, e in rappresentanza del comando il Tenente Colcappello Stitighezza della sezione Intelligence che gli baciava l’anello, nel mentre che i sottufficiali Bovo Giovinco e Lamucca (tutti veri) gli passavano una bella leccata sul cinturone. Ramazza! Vediamo di dare una pulita a questo ingresso, che sembra una stalla, gridava l’ufficiale picchiatello blufascista dopo il transito di Bovo Giovinco e Lamucca, ma dopo averlo detto non rideva perché anche se l’aveva detta lui mica la capiva.
OK, giovini, ma quando si mangia?, sbofonchiava impaziente il generale Pechinese.


FREE SPACE: fa’ un po’ tu, possibile che le idee debba averle tutte muà?



(fine prima parte)


martedì 4 gennaio 2011

L'IMMAGINE. Solidarietà e imbecillità possono coincidere? Qualche volta purtroppo sì.



Sarei curioso di conoscere l’encefalogramma tendente al piatto che si cela dietro questo genere di scritte sui pannelli autostradali. Ma non l’ha detto nessuno, a questo genio, quale grado di grave distrazione, con rischio d’incidente mortale annesso, è necessaria a un conducente per concentrarsi su un messaggio contenente un numero di telefono da individuare e memorizzare, mentre sfreccia nella notte a più di 100 all’ora? Per non parlare poi di chi avesse un animo così sensibile e generoso da volerlo far partire seduta stante mentre guida, il solidale sms... (Praticamente questa scritta costituisce istigazione a violare il codice della strada, e ad ammazzare altra gente!) Perché i Signori delle Autostrade non devolvono agli alluvionati una percentuale dei soldi che ci rapinano coi pedaggi, invece di scassare (pericolosamente) i coglioni con la facile demagogia delegante-ricattatoria del Siate Molto Solidali (ché “noi” ci mettiamo già l’idea)? Ci sono persone che l’ultima settimana del mese fanno fatica a comprare il pane per i loro figli, ma subiscono di continuo ‘sto ricattino morale odioso, vengono fatti sentire in dovere di devolvere 2, 10, 20 euro al giorno in favore di questo e di quello. Iniziative, di per sé stesse, quasi sempre giuste e meritevoli (non ci occuperemo, qui, delle lerce truffe per finanziare le ville dei soliti ignobili), e però: chi è che il più delle volte fa da testimonial per intimare ai poveri di aiutare i poverissimi? Calciatori miliardari (che magari non sganciano un cazzo, o addirittura come testimonial si fanno pagare profumatamente), modelle miliardarie (che magari non sganciano un cazzo, o addirittura come testimonial...), personaggi televisivi miliardari (che magari non sganciano un...), politici miliardari (che magari...) Il cuore dei poveri è grande, lo sappiamo, e certa gente a volte ne approfitta un po’ troppo... Ma farci anche schiantare in autostrada, per favore, NO!


domenica 2 gennaio 2011

Per iniziare il nuovo anno con un sorriso...



Variazioni sulla stazione





SORPRENDENTE
«Scusi, per la stazione?»
«Sono io.»

DELUDENTE
«Scusi, per la stazione?»
«Ghè minga.»

SFOTTENTE
«Scusi, per la stazione?»
«Fuochino.»

SCORAGGIANTE
«Scusi, per la stazione?»
«No.»

OSCURO
«Scusi, per la stazione?»
«Sì, sì, bravo, continua così, che vedrai come finisci.»

INCONCLUDENTE
«Scusi, per la stazione?»
«Dunque, mi segua con attenzione: prende la seconda a destra, ok?, poi terza sinistra, mi segue?, ancora seconda a destra, ci siamo?, e poi... boh.»

SPIAZZANTE
«Scusi, per la stazione?»
«Alla stazione ci si va in treno, ignorante!»

FRUSTRANTE
«Scusi, per la stazione?»
«Ho già dato.»

L’INTEMPESTIVO EZEQUIEL
«Scusi, per la stazione?»
«Bene, grazie. E tu?»

VOLGARE
«Scusi, per la stazione?»
«Inculammàmmata!»

ENIGMATICO
«Scusi, per la stazione?»
«Eh, hai voglia.»

EGOISTA
«Scusi, per la stazione?»
«Sai che me ne frega a me della stazione.»

FRAINTESO
«Scusi, sa dov’è la stazione?»
«Aspetta, lasciami indovinare.»

ALTERNATIVO
«Scusi, per la stazione?»
«Non lo so. Se vuoi ti dico il salumiere.»

PARADOSSALE
«Scusi, per la stazione?»
«Sono sordomuto.»

DIVAGANTE
«Scusi, per la stazione?»
«Caccia il portafogli, stronzo!»

ASSURDO
«Scusi, per la stazione?»
«Son due giorni che la cerco!»
«Pazzesco.»
«Già. Specie se consideri che sono il capostazione.»

INCORAGGIANTE
«Scusi, per la stazione?»
«Un giorno lo scoprirai.»

OMERTOSO
«Scusi, per la stazione?»
«Tz!»

OMERDOSO
«Scusi, per la stazione?»
sprot

RISERVATO
«Scusi, per la stazione?»
«Non te lo dico neanche se mi ammazzi.»

RINCOGLIONITO
«Scusi, per la stazione?»
«Voi giovani! Volete sempre tutto e subito!»

MATEMATICO
«Scusi, per la stazione?»
«Moltiplicato per la stazione COSA?»

RELIGIOSO
«Scusi, per la stazione?»
«Domandalo al Signore, e lui ti mostrerà la strada.»

PROPOSITIVO
«Scusi, per la stazione?»
«Te lo succhio io per un buon prezzo, non c’è bisogno che vai là.»

COMPLETAMENTE ANDATO
«Scusi, per la stazione?»
«An Pan, Fiol d’un Can, Fiol d’un Beco, Muri Seco, Cole Gambe Disti-rà.»

LEGGERMENTE OSTILE
«Scusi, per la stazione?»
«Vaffanculo.»

CAPITATAMI DAVVERO
«Scusi, per la stazione?»
«Ma vaffff... fino al primo, secondo, terzo semaforo, poi....»

RELIGIOSO 2
«Scusi, per la stazione?»
«Sempre sia lodato.»

RELIGIOSO 3
«Scusi, per la stazione?»
«E con il tuo spirito.»

BERTOLASO (toccarsi i coglioni)
«Scusi, per la stazione?»
«Un po’ di pazienza: la stiamo ricostruendo.»

ILLUMINAZIONE FINALE
«Scusi, per la stazione?»
«Che mi prendi per il culo?»
«Perché?»
«Guarda un po’ questo cartello. Che ci leggi, sopra?»
«Binario 18.»
«Ecco, appunto.»



Flash d’Eresia

Titolo di giornale dell’ultimo giorno dell’anno:

PICCHIATO A ROMA PERCHE’ GAY. FERMATO UN PUGILE

Titolo che mi piacerebbe leggere nell’anno nuovo:

PICCHIATO A ROMA PERCHE’ PUGILE. PREMIATO UN GAY.