l'idea più pazza del più pazzo fra gli scrittori

"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"
SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

giovedì 28 ottobre 2010

I canguretti del maresciallo Bukowski

C’è della frutta, c’è del formaggio...



L’esercitazione NBC è un picnic nelle campagne bergamasche.
Partiamo dopo l’adunata mattutina. Due camionacci verdognoli e relativi “gonduddori”, come li chiama il Tenente Colcappello Lo Totano, e un carico di canguretti e paletti metallici e triangolini colorati con cui giocheremo a delimitare aree contaminate (dalle nostre scorregge) e amenità similari.
Il maresciallo Brucolìn ha organizzato una fermata intermedia strategica presso un negozio di alimentari poco fuori città, dove integriamo il vettovagliamento militare (grazie al cielo cucina della caserma, niente razioni kappa del kazzo) acquistando bibite, dolciumi e patatine.
L’integrazione di Brucolìn: un paio di bottiglioni di quello buono.
Dopo un tragitto fin troppo breve (ogni soldato vorrebbe che gli spostamenti, per quanto scomodi, durassero in eterno) giungiamo a quella che sembra una normale fattoria, abitata da contadini vivi. Saltiamo giù dai camion sotto gli sguardi curiosi ma non certo stupiti di alcuni ragazzini, evidentemente abituati a questo periodico rituale. Più tardi, in un momento di pausa prima del pranzo, una bambina dolcissima mi lascerà accarezzare il suo gattino e chiederà il mio nome, e io mi sorprenderò di ricordarmelo ancora.
Il resto del mattino è dedicato alla teoria, un buffo ripasso-interrogazione seduti in cerchio sull’erba durante il quale baffo grigio Brucolìn distribuisce a modo suo voti e giudizi: a chi un insulto burbero-affettuoso, a chi una bestemmia, a chi una minaccia di botte. Poi viene l’ora di mangiare. Brucolìn, che non molla per un attimo il suo bottiglione di rosso come se ci si fosse fidanzato (nessuna notizia dell’altro, qualcuno lo dà per disperso, i bene informati lo danno per vuoto) fa da padrone di casa all’aperto, e ci esorta a onorare la pratomensa con l’impeccabile classe di un maitre da cinque forchette: “Canguretti, non fatemi incazzare: qui c’è della frutta, c’è del formaggio, c’è del porco dio...”

Dopo il dessert, fra sbadigli e stiracchiamenti nel tepore di un primo pomeriggio che invita alla siesta, ci viene comunicata la brutta notizia: il Comandantealighieri Lo Totano ha pensato bene di fissare una percentuale (ridicola) di militari che potranno d’ora in avanti “godere” non già dei trentasei che danno in tutti gli altri posti, ma di quello striminzito 7-24 di merda che concedono di domenica qui a Bergamo, e che se vivi anche solo a Varese te lo godi quasi tutto in treno, e il nuovo illuminato provvedimento varrà anche per noi ospiti, i canguretti del corso NBC giunti balzellando a due a due dalle altre caserme del centronord. Del resto, non si può sguarnire una caserma operativa solo perché è domenica. E se ci attaccano i groenlandesi, o la Sampdoria, o Iva Zanicchi? E così, per colpa di quel Tenente Colcappello dei miei stivali (una delle tante fisime militari è l’esibire, col progredire di gradi o anzianità, copricapi sempre più minimal, c’è gente che bagna il basco in continuazione per rattrappirlo, e ‘sto qui invece, pur comandando un intero battaglione, tiene un’inqualificabile pizza da rana che gli ombreggia baffi e nasone come un ombrello da sole) diamo vita a un crudele sorteggio, estraendo bigliettini coi nomi dei pochi fortunati che potranno andare a casa almeno il tempo di fare “Cucù!”. E io non sono fra questi. Poco male, la volpe de la volpe e l’uva che da sempre ospito dentro me dice subito che sarà bello andare a zonzo per questa città, più fascinosa di quanto non sospettassi, e stare alla larga dalle deprimenti stazioni ferroviarie e dal loro puzzo di ruggine e piscio. E che essere già in branda, la domenica sera, è l’unico modo per non “impazzire di rientro”.
Finita l’estrazione Brucolìn attacca a raccontare sprazzi avvinazzati della sua vita, di quando arrivava tardi in caserma o non ci andava per nulla perché era intento a costruirsi la casa con le proprie mani, mattone dopo mattone, e allora un bel giorno il vecchio comandante (“Quello che c’era prima di questa testa di cazzo”) lo chiamò a sé in adunata, e invece di fargli l’atteso cazziatone lo elogiò davanti a tutti e ancora un po’ gli dava pure una medaglia.
Adesso in caserma, in sella alla sua Vespa, ci arriva abbastanza in orario anche se un tantinello brillo e sbandante, causa colazioncina a base di sgnappa.

Per onor di firma il maresciallo decide di passare alla farsa dell’esercitazione vera e propria, e così cominciamo a vagare come imbecilli per i prati spelacchiati e gibbosi, piantando qua e là gli allucinanti paletti da day after coi loro teschietti, ossicini, loghi di sfiga e messaggi di morte. Suscito l’ammirazione di un paio di compagni, che si accorgono di come io sembri nel mio avanti e indietro il più indaffarato di tutti mentre invece non faccio esattamente nulla.
E noi siamo quelli che dovrebbero capirci un qualche cazzo in caso di guerra nucleare, batteriologica o chimica. Figurarsi: io, incarico 119 (“Bonificatore NBC”) non ho neanche mai (dico mai) indossato una maschera antigas. Un po’ perché mi facevano schifo, ma soprattutto perché non c’era la misura per il mio faccione! Due scatole così nelle lezioni teoriche sul mascometro e mica mascometro, e di come lo si usa per determinare la misura, per poi scoprire che loro ne avevano una sola, naturalmente la più piccola, come per le brande, come per i banchi troppo bassi nelle aule (gli stessi della stessa ditta irpina che fornisce le nostre scuole da quarto mondo causando migliaia di scoliosi!).
Ma se per voi italnani uno stangone è un handicappato, perché non ci scartate e ci lasciate in pace a casa, noi gesucristi oltre l’uno e novanta?

Tre mesi più tardi, quando a Pavia sono arrivate le rane del Settimo, anche i due nuovi 119 sono stati spediti a Bergamo per il corso. Al ritorno raccontano che era una roba serissima e barbosa tenuta da uno scialbo tenentino (ma poi li interrogo e ne sanno ancor meno di me, e allora penso che tanto valeva lasciarci il brùcolo, che almeno per quindici giorni ci si divertiva col suo turpiloquio e i suoi improbabili racconti, come quello dell’esercitazione Nato durante la quale gettò una fialetta puzzolente a un pomposo ufficiale inglese...)
Che ne era stato di lui? Sperai non gli fosse capitato qualcosa di brutto, e nel pensarlo mi accorsi che gli volevo bene, che mi ci ero affezionato, a quel vecchio friulano alcolista e bestemmiatore.
Ho conservato come una reliquia in frigorifero, prima di decidermi a berla, “la birretta del Brucolìn”, come la chiamava mia madre, cui avevo riferito i più divertenti aneddoti legati al corso. Il giorno della nostra partenza, infatti, il maresciallo s’era impegnato a farci avere i migliori viveri “per il viaggio”, fra cui la bottiglietta di birra, prima di salutare uno a uno i suoi canguretti con gli occhi parecchio lucidi, non saprò mai se per i prodotti della vigna o per la commozione.

venerdì 22 ottobre 2010

Assaggi di romanzo (5)


da il taccuino rosso di wolfsburg
parte iniziale del capitolo 17



A luglio la frescura della chiesa era più ristoratrice di un ghiacciolo alla menta comprato all’Hostaria dei Cacciatori lì in piazza, e il primo sgocciolio d’acquasantiera sui polpastrelli e sulla fronte (il Padre) pareva scaturir da viscere di rocca di montagna.
La visita alle tombe era sfumata, per oggi. Le incombenze spalerecce avevano tenuto Gianni inchiodato alla fattoria per tutta la mattina e il primo pomeriggio, e alle sei eravamo di turno come chirichetti per servir messa alla vespertina delle vecchie, che si sarebbe prolungata oltre la chiusura del camposanto. Le cui muraglie impervie lo rendevano ben più impenetrabile di Villa K.

(...)

La chiesa parrocchiale dedicata a San Rocco, ricca di affreschi e decorazioni, era sproporzionata per Cuviago come lo sarebbe una cattedrale gotica a Lavinia. Io tutte le volte che entravo non potevo evitare di commettere peccato ripensando alla barzelletta sacrilega dello zio Renzo al matrimonio piemontese. Era la storia di uno che inciampava in chiesa, e non volendo bestemmiare si sfogava rivolgendosi ai romani nel quadro della via crucis:
“Forza fiòj! Inciodélo!”
Ma oggi, se chiudo gli occhi e penso “chiesa”, la prima cosa che mi viene in mente è don Gioele con la sua bellissima voce da baritono, e un brivido sconquassante mi percorre ora come allora da capo a piedi nel risentirlo cantare, fremendo di commozione e quasi tremando, quella strana, lunga, disperata parola: “Geementesefleeentes…” che sta nel cuor cuore del Salve Regina. Ero e sono sicuro che in quei frangenti, su quegli acuti, lui ci facesse l’amore, con la sua Regina. Ascoltandolo e guardandolo intuivo che l’amore puro era qualcosa che poteva esistere veramente, che gli angeli asessuati non erano degli esseri con qualcosa di meno, ma con qualcosa di più. Però gli ignorantoni del paese queste cose non potevano capirle, e spettegolavano che don Gioele si scopava (che schifo) la De Ropp.
La De Ropp vista da noi non era una donna, ma un’istituzione come il catechismo, l’acquedotto, il passaggio a livello. Non era roba che si potesse scopare.

Arrivammo appena in tempo. In chiesa c’erano già tutte e cinque le vecchie, che ci guardarono malissimo – eravamo ansanti e zuppi di sudore, e con l’acquasanta per la fretta invece del segno della croce bel completo avevamo finito col mimare spennellamenti a carciofo sulle fronti. Don Gioele era già in sagrestia che ci aspettava, in compagnia del Norino che lo aiutava nella vestizione. Il vecchio Norino era un personaggio dell’Italia in miniatura: piccolo, pelatino, coi baffettini da un po’ avvizzito Charlot, omino piissimo, origliava le messe dalla galleria che metteva in comunicazione sagrestia e altar maggiore, e sbucava fuori solo per ricevere l’ostia, come un topino timido attirato dal formaggio. Mai lo sentii pronunciar parola che non fosse l’impercettibile “Prosit” che sbiascicava addosso a don Gioele a fine celebrazione. Per il resto sembrava muto: se doveva redarguire noi chirichetti per il nostro arrivare chiassoso, si limitava a guardarci male e a mettere l’indice in miniatura davanti alle labbra in miniatura. Per mesi lo credetti una creatura dedita a null’altro che alla sagrestia, dove pensavo vivesse e dormisse dentro qualche custodia o tabernacolo, e fui molto sorpreso quando venni a sapere che il buon Norino Prosit era nonno: il nonno materno del terrificante bullo Pierfranchino Azzalonna.

venerdì 8 ottobre 2010

ANTROPOMETRIA - Il meritato esordio di Paolo Zardi


Oggi voglio concedermi una recensione come quelle che scriveva Bukowski: semplice e immediata, forse un poco ingenua, ma fatta con quel genuino, sincero entusiasmo che dovrebbe essere il succo di tutte le recensioni che abbiano lo scopo di mettersi al servizio dei lettori e della scrittura, e non di mettere in mostra la bravura del recensore.

E allora semplicemente vi dico, consiglio, ordino: leggete il bel libro d’esordio (l’atteso e promettente esordio) di Paolo Zardi intitolato Antropometria e appena pubblicato dalla Neo Edizioni (pagg 176, € 13), una giovane e appassionata casa editrice che oltre a fare libri originali e coraggiosi ha pure la prerogativa non da poco di fare bellissime copertine. Inutile dire che la Neo è piccola ma onesta: fossero imbroglioncelli a pagamento non ne parlerei. Siete ancora lì indecisi? Non fatemi incazzare.

Dopo tanto mio scrivere (giustamente) male di tutta quella schifosa feccia raccomandata o ben maritata che non merita un cazzo ma che a mafiopoli spopola, lasciatemi la soddisfazione di dirlo: Paolo Zardi è uno che ha talento, è uno senza peli (di nessuno!) sulla lingua, e merita che i miei amici divengano suoi lettori, e i miei lettori divengano suoi amici. I suoi racconti grondano umanità e vita vera. Ma non è la squallida, banale, deludente, rasoterra docufiction degli scrittori-magnetofono che vanno oggi tanto di moda: è la vita vera narrata da un vero artista. Ché la Narrativa è ancora un’Arte, checché ne pensino certi lobotomizzati editoriali e i loro spastici scolaretti.

Questi suoi racconti, ne sono sicuro, vi daranno qualcosa. Vi daranno molto. Se non vi dessero nulla, ci sarò qua io a rimborsarvi il prezzo del libro. Non lui: io.

Parola di Scriba.