"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"

TANTI AUGURI PER I TUOI SPLENDIDI 80 ANNI!

TANTI AUGURI PER I TUOI SPLENDIDI 80 ANNI!
Ho scoperto che il mio Eroe preferito, perfetto modello di Saggezza e Pigrizia, è coscritto di mio papà! Buon compleanno, Paperino!!

giovedì 30 settembre 2010

Sorensen Puddu - Replica (14)

bamboccione lo dici allo specchio

(parte prima)


Questo notiziario va in onda per vostra fortuna nonché culo in forma ridotta
A causa di un’agitazione pippirimerlo dei raccomandati
Chiviparla sembra un krumiro, ma è stato autorizzato dai puzzoni della redazione
Comunque non mi chiamo Chiviparla ma sono la vostra Carmina Burazzi e vi assicuro che sarei pure una discreta sgnàcchera, con qualche chilo in meno
E un ritocchetto chirurgico a queste sacche da criceta
vabbè

Secondo i clandestini, due reati su tre sarebbero commessi dall’ex ministro Pisanu
Il Pèpe, pereppìrippìripi parappirippàrapa
Eh?
Secondo l’ex ministro Padoa (gonfiare il sacchettino e bum!) Schiopp…
(Pronto, regia?... siete sicuri che devo proprio… cioè, voglio dire, che gliene frega alla gente delle opinioni di questo qua… voglio dire, anche il mio fruttivendolo ha delle opinioni più o meno balzane tuttavia… ho capito che questo era un ministro… ma se dice stron… va bene, va bene)
Dunque, secondo l’ex ministro Padoa (gonfiare il sacchettino e bum!) Schioppa…
(Sì, sono sempre io… guardate che non gliela faccio proprio, è troppo una bischerata… già me viene da ride affà scoppià er sacchettino e a dire il nome, se poi devo anche… inoltre stasera terrei l’alito un po’ fetidello, e quando il sacchettino scoppia…)

Passiamo a qualche notizia seria

Il noto pittore genovese Basilio Avardini è stato ucciso a coltellate da un giovane squilibrato cui aveva fatto per scherzo un ritratto con indosso la maglia rossoblù del Genoa.
Sampdorian Grey, il giovane omicida, sarà interrogato in mattinata o al più tardi fra un paio d’anni dal sostituto proculatone fallimentare Robertu Gnurru.

Milano. Nelle prime ore dell’alba è andato a fuoco un bordello in prossimità della stazione centrale. Mignotte le cause dell’incendio

In seguito alla denuncia di ben dieci associazioni di consumatrici, ritirata dal mercato la nota pillola per dimagrire ESODRAL. Non perché fosse pericolosa o truffaldina, ma perché si è scoperto che il nome, letto all’incontrario, suonava offensivamente, e beffardamente: LARDOSE!

La Rai, con un comunicato diramato dalla sede di Salxa Pummarola, ha accusato le reti Mediaset di circonvenzione d’incapaci per aver confuso le idee ai telespettatori più idioti (97%) mandando in onda una zoccola che vendeva pantofole. Sempre meglio di voi, hanno immediatamente replicato da Cologno Monzogno, che mandate in onda un cesso che vende cucine.
Lorina Cuccarelli ha subito sporto querela per diffamazione.

Ma per far impennare lo share vi leggiamo ora il testo, appena pervenutoci, dell’ultimo drammatico messaggio del nostro inviato (a calci nel culo) nella zona dei bombardamenti:
Io non ci volevo ve

Guerre di casa nostra: al termine della semifinale di scoppitalia alcuni spettatori sono rimasti gravemente feriti per lo scoppio di un peto.

In mattinata gli studenti liceali di Milano hanno accolto la Ministronza della Pubica Istruzione, giunta in visita da Roma, stendendo davanti ai suoi piedi una lunghissima passatroia.
Scusate, una lunghissima passatoia.

Sempre più duro e insanabile lo scontro ideologico fra i cattocomunisti di bersani e i cattoconsumisti di berlusconi. Secondo i primi le linee guida della politica italiana dovrebbero essere dettate dal santopadre. Per i secondi, dal sommopontefice.

Da uno studio di tre aragoste risulterebbe che gli scienziati non provano dolore quando vengono bolliti vivi

Pesanti accuse di razzismo per il fotografo danese Klas Pedersen, accusato di aver pronunciato l’orrenda frase “A parer mio i cinesi non sono neppure terrestri”.
“Ma questo non è razzismo”, s’è difeso il Pedersen: “è Star Trek!”
Ancora da tradurre bene e da ufficializzare la reazione del governo cinese, che pare, dico pare, sia stata del seguente tenore:
“Visto che finalmente l’avete capito, vi allendete o no, blutti tellestli di melda?”

Ma restiamo in Cina per una notizia da guinness dei primati
Una vecchia musagialla, pensate, ha dovuto aspettare 124 anni per veder realizzato il suo sogno
Qual era questo sogno?
Morire

Tragedia all’inaugurazione stagionale alla Scala di Milano
Il baritono Orazio Strazziacazzio
è scoppiato

Gossip. Burrascoso divorzio tra il magnacc… ehm… il magnate del cinema Vince Scatarrese e l’attro… l’attrice Flora Intestinale, dopo due soli giorni di luna di mierda. Il magnate si starebbe già consolando bel porco con la figlia sedicenne di lei, Suin Ellen Squirtariello.

Il ministro della prostrazione incivile Placido Bradipo avverte se piove sono cazzi vostri se grandina sono cazzi vostri se viene il terremoto sono cazzi vostri se nevica sono cazzi vostri se il vulcano erutta sono cazzi vostri se frana giù anche la madonna sono cazzi vostri se la diga cede sono cazzi vostri se viene l’alluvione sono cazzi vostri se il fiume esonda sono cazzi vostri, se tutto quanto borla giò sono cazzi vostri, se viene lo tsunami sono cazzi vostri, perché io vi avevo avvertiti. In caso di disastro verranno stanziati miliardi per la specu… ehm, per la ricostruzione, e allora a quel punto sì che diventano cazzi miei…

Disegno di legge d’ispirazione fasciopapestre per impedire a gay e lesbiche di tenere gattini
È risaputo che un gattino, sostiene l’onorevole teodef Bacchettoni Rìcino,
necessita di una figura femminile che l’accarezzi e gli riempia di latte il piattino
e di una figura macho-scimpanzorla che lo sbatta fuori a calci nel culo
Cattocomunisti e cattoconsumisti plaudono bipartisanalmente
a quest’iniziativa così profondamente moralizzatrice

Il miracoloso midollo di disarticolatosauro, qualcuno di voi lo ricorderà, gli altri ciccia:
Notizia sciòcc dagli stéits
L’america s’interroga col fiato sospeso
Per la sorte dei ventitré novantenni miliardosclerotici sporcaciùn
Il cui uccelletto s’è del tutto disarticolato e per dispettose vie interne gli è volato n’il cervello
O in ciò che ne restava

La tragedia, a dimostrazione che non tutto il male viene per nuocere (a me per esempio non ha nosso, nuociu, nociu, nocemoscata mavaff) ha ispirato i nuovi immortali versi del poeta svizzerotto Pirlazio Pùstola dal titolo zombolì zombolà che vi vado orora a declamare:

si scopron le tombe
si levano i morti
ci han fuori gli uccelli
ce li han tutti storti

A proposito di cadaveri renitenti alla sepoltura:
s’infittisce il mistero sullo zombi di Varese, ricordate?
Quel morto, in una bara, con un microfono in mano
Praticamente una Salma Responsoriale
Tu gli fai una domanda
E lui ti manda a caga… bip

(fine prima parte)

sabato 25 settembre 2010

Assaggi di romanzo (4)


da il taccuino rosso di wolfsburg

parte finale del capitolo 16


Compravamo cicche a dieci lire l’una. Erano anche una forma di investimento fruttifero. Tu ne compravi cinque o dieci, e poi nell’incartamento ci trovavi disegnati gli animali: se trovavi l’elefante vincevi un’altra cicca, col rinoceronte ne vincevi due, il leopardo tre e il leone cinque, e via cariando.

Il vero divertimento, con la bocca ricolma di cicche, era fare i palloncini passando davanti alla cartoleria nella strettoia di via Jemoli, perché i palloncini erano una cosa maleducata che mandava su tutte le furie la vecchia cartolaia. Una volta c’inseguì gridando «Kun kela bala skifosa!», con una tale furia che pensai se ci becca ci ammazza.

Siccome questa signora cartolaia aveva la peculiarità di sembrare un incrocio tra un maiale, una mucca e un’elefantessa, combinata con l’altra peculiarità di starci abbastanza sul culo, da un certo punto in poi Gianni decretò che l’avremmo chiamata la Porcomuggia Elefantata. Un animale che nelle cicche non si trovava, e neanche negli zoo.


Ma il vero brutto di via Jemoli, in cui si arrivava sudati dopo aver percorso quella mulattiera ripida che era via Indipendenza, era che alla fine di via Jemoli sbucavi in quella che per tutti era la piazza, per me il Golgota. Ci arrivavo in preda al nervosismo, sopraffatto dai tic, temendo imboscate. Ce n’era sempre una qualche mezza dozzina assiepata, di quei maledetti bulli.

Il tempio smisurato si mangiava via mezza piazza. Quest’ultima aveva il nome altisonante di Vittoria, ma con la chiesa riusciva a stento a pareggiare: lo strabordare esagerato delle sacre scalee di marmo ne faceva poco più di uno slargo, insufficiente a contenere l’ombra del campanile. Se dovevi passare, non lo evitavi il posto di blocco. Non c’era verso di aggirare la dogana.

I bulli facevano peccato dicendo bestemmie strane e colorite, e quell’altra cosa che mi scandalizzava tanto, che era Vai con Dio che alla Madonna ci penso io, e anch’io facevo peccato perché alcune di queste, era più forte di me, le trovavo divertenti. Ma soprattutto facevo peccato perché non seguivo l’insegnamento della superiora e della De Ropp: che bisogna riprendere e rimbrottare coloro che sbagliano, come dei veri capoclasse però all’aperto. E che esiste un gravissimo peccato che ha un nome che non sembra un peccato e si chiama Rispetto Umano, ed è il peccato che tu ti vergogni di essere un capoclasse religioso che rimbrotta e che riprende, oppure ti vergogni di farti il segno della croce in piazza davanti a tutti che ti prendono per scimunito. Questo Rispetto Umano era subdolo, perché dal nome sembrava una qualità positiva, invece poteva menarti diritto all’inferno.


(…)


Ad arrostire in piazza c’era solo Stefanino, lo scemo del villaggio. Stefanino era innocuo e a me stava pure simpatico, ma sembrava che il suo scopo fosse rivendicare che lo scemo del villaggio era proprio lui. Non ne voleva, concorrenza. Tutte le volte che passavi vicino alla panchina su cui stava seduto per ore lui prendeva a battersi freneticamente le ginocchia coi palmi delle mani come uno scemo, e t’invitava a imitarlo: “Deh, bambino, fai così”, diceva. “Deh, deh, bambino fai così”. Oppure si alzava dalla panchina e per un po’ ti seguiva, e ripeteva la stessa domanda: “Deh bambino, lo, lo conosci Almirante? Lo conosci Almirante?” E se tu non eri in vena di dargli corda lui andava avanti a tallonarti e tampinarti: “Lo lo conosci Almirante?”. Finché non si rispondeva da solo: “È un comuniiiista!”

Quando arrivava o se ne andava via da un posto, Stefanino era sempre in subbuglio. Era come se fingesse di essere il primo di una coda in cui tutti lo spingevano, la mimava benissimo ‘sta cosa, la sapeva recitare con maestria – rallentava, si voltava incavolato e diceva Deh, piano, stai calmo, ho detto di far piano, e se tu eri lì a guardarlo finiva che la fila indiana immaginaria di scemi che s’accalcavano dietro di lui la vedevi per davvero.

Quel giorno d’inizio luglio Stefanino sfoggiava sulla tempia sinistra un cerottone. Era accaduto che lui e tutti gli scemi in fila dietro di lui avessero pensato bene di andare a vedere il tennis al campo che c’era dietro l’utensileria, dove a sentir mio padre giocava solo “la genòria coi danée”. I tennisti, due amici danarosi con le magliette firmate da qualche stronzo, erano impegnati in una fase di riscaldamento che si protraeva già da un po’. Palleggiavano pigramente, spedivano palle dappertutto. Dopo un certo numero di scambi i capitalisti s’erano interrotti per andare a recuperare le caterve di palline morte dalle parti della rete, e mentre le recuperavano parlottavano tra loro. Stefanino dovette interpretare quel momento come la vibrata contestazione di uno dei due giocatori per una chiamata dubbia, e s’era messo a gridare: “Deh, pensa a giocare! Pensa a giocare, cretino!”. E siccome quello era uno che non lo conosceva, e che il cervello l’aveva lasciato nel tubo delle palline Dunlop, tutti gli altri della fila indiana li aveva lasciati stare, ma il capofila Stefanino s’era beccato una racchettata.

Stefanino aveva quarant’anni e il cervello di quattro, e si diceva che la madre fosse dolorosamente intenzionata a “ritirarlo” per il suo bene, e che anzi s’accingesse a farlo molto presto. Per proteggerlo da sé stesso e da gente come l’idiota del campo da tennis, che aveva quarant’anni e il cervello Dunlop di sette.

Ma a me Stefanino piaceva, un po’ per la tenerezza che mi faceva, un po’ per via che era l’unico tra quelli che potevo incontrare nella maledetta piazza che non mi avrebbe mai picchiato né preso in giro. Mi rincresceva, mi rincresceva davvero che la vecchia madre, preoccupata ed esausta, fosse costretta a ritirarlo in qualche lercio istituto, di quelli dove il personale si ricorda di assistere i tuoi cari solo in cambio di mance sontuose.

Gianni ed io lo salutammo, ma lui non ci disse nulla.

Prima di entrare in chiesa avrei voluto chiedergli: “Lo, lo conosci Kestenholz?”, per vedere se rispondeva: “Comuniiiista!”. Lasciai perdere. Non si era nemmeno accorto di noi. Se ne stava sulla sua panchina intristito e silente, a parlare da solo a testa bassa, forse più pesantemente sedato del solito, forse più consapevole di quanto non si credesse del fatto che la madre era sul punto di ritirarlo. Lo guardai un’ultima volta, e pensai: questo è l’unico modo che ha un uomo di essere buono, perché quello era un periodo che più conoscevo gli uomini più speravo negli extraterrestri. E nel frattempo, amavo i gatti.


giovedì 16 settembre 2010

RACCOLTA DIFFERENZIATA (16) - vecchi racconti inediti del Nick


LA MANO DEL CAPORALE



C’è un caporale dell’esercito, altissimo e minaccioso nella sua divisa mimetica, in piedi con in mano una paletta da vigile all’inizio di un viadotto, sperduto nelle campagne dell’Oltrepò pavese. Non è lì per fermare nessuno. Deve solo segnalare di fare attenzione.

Gli automobilisti rallentano. Gli transitano davanti adagio adagio, gli sguardi interrogativi, la paura di essere fermati mescolata alla curiosa, fetida, sciacalla speranza che sia successo qualcosa di grave. Intimoriti non certo dalla divisa mimetica di caporale dell’esercito – altissimo – ma solo perché sulle prime temevano si trattasse d’un agguato di sbirri, un posto di blocco, un autovelox.

Il caporale si sente strano e fuori luogo. Fin dall’inizio della naja, per sopravvivere alla tortura, ha preso l’abitudine di estraniarsi, di guardarsi dal di fuori come fosse la propria controfigura, come recitasse in un film. Ma ormai non riesce nemmeno più a capire il senso del film.

Una parte di lui non nasconde di sentirsi importante, in divisa, statuario e imponente a spaventare gli automobilisti sul viadotto nelle praterie pavesi. Un’altra parte di lui ancora non si capacita di come diavolo ci sia arrivato, in quel posto e in quel tempo e in quel mondo spaventoso. Un’altra ancora, quella che forse non ha perso i contatti coi sogni dell’ultima notte, è indecisa se approfittare della situazione e buttarsi dal ponte, l’unico modo per dire “passo”, e fregarli tutti davvero. Un’altra ancora… sarà bene che vi avverta. Sono tante le fratture che dilaniano l’anima di questo smarrito ragazzo. Niente paura: non verrà, qui, dato conto di tutte. Resta solo da dire che in questo grigio e umido mattino pavese un’altra parte di caporale sperduto e perplesso è preoccupata del sopraggiungere di una camionetta verdognola, col Tenente Colonnello seduto accanto all’autista. Bisognerà salutarlo bene. Bisogna proprio concentrarsi, fare mente locale, e salutare per bene coi tempi giusti e i gesti marionettistici appropriati il Tenente Colonnello Martinelli, vice comandante di Battaglione, terzo bitigì gipì Lario, gipì sta per Genio Pionieri, ma quando in ufficio i polpastrelli del caporale battono per la centesima volta al giorno gipì sulla vecchia macchina da scrivere su all’Ufficio Addestramento una stupida associazione di idee gli fa sempre pensare Gran Premio. Comunque Martinelli è un bravuomo e il saluto va bene, e se non andava bene avrà fatto finta di non accorgersi.

La mano destra ancora accostata di taglio alla tempia, la paletta lasciata penzolare aderente alla gamba sinistra a sfiorare in una carezza di plastica il cuoio dell’anfibio, la schiena scossa da un brivido di freddo, un’ultima parte di caporale sta adesso riflettendo su questa frase, di cui ha dimenticato l’autore (Rilke, Heidegger, Jünger?): ma la poesia attiene all’essenza dell’uomo, non al suo bagaglio. Continua a essere il suo documento di identificazione, il suo segno distintivo, la sua parola d’ordine.

Sapessero da subito il poveraccio che è, sapessero che si trova lì solo per via di un’esercitazione di pionieri che fingeranno di far saltare il viadotto con gli esplosivi giocattolo, probabilmente gli automobilisti gli sfreccerebbero vicini a centoventi all’ora, si farebbero beffe di lui.

Un altro po’ di grappa poppata via dalla bottiglietta mignon, un’altra mattonella di cioccolato fondente. Le “razioni di conforto” sono davvero il solo conforto all’esistere.


Il caporale non ha ancora ben capito perché abbiano aggregato proprio lui, che non fa parte della Compagnia Pionieri, a quell’orribile scampagnata. Forse perché ci sono di mezzo anche i famosi cartelloni, allestiti nel loro ufficio in nome e per conto e al posto del tenente Monopalla – al monopallide eroe piace moltissimo delegare, soprattutto a chi è di leva e non può dire di no. Allora il caporale sarebbe lì come rappresentante della Sezione, e forse dovrebbe anche considerarlo un onore, fatto sta che il sergente maggiore Cataldi l’ha fatto salire sul camion che trasportava il fragile e inutile materiale scenografico, di fianco al conducente, e ha fatto in modo di farsi sentir bene da costui mentre, ammiccando, lo istruiva: «Se corre troppo, ficcalo dentro

Quel povero cristo, una rana arrivata da poco, s’era spaventato davvero e aveva guidato da cagato sotto, aveva scarrozzato caporale, cavalletti e cartelloni a passo d’uomo, facendosela sotto a ogni sobbalzo, a ogni rattoppo dell’asfalto, come ne fosse responsabile di suo.

I pionieri stanno adesso fingendo di disporre un campo minato. È incredibile, ma veramente incredibile, quanto siano presi dalla cosa. Disporre le mine non è azione che questi cinghiali facciano con malinconia o ritrosia, pensando a una felice licenza o a una rorida figa o a una soffice branda. No. Tra le fila scorrono elettricità ed esaltazione, l’impegno è spasmodico e ligio, nei loro occhi la lucida determinazione a immaginare quelle mine vere, a sperare, anche solo per un po’, che vi s’imbattano bassi ventri di odiati nemici, o chissà, gambettine di bambini curiosi, purché con cognomi diversi dai loro.

Di solito campioni di svaccamento e sbragamento e ammutinamento spicciolo da caserma, questi cinghiali sono tutti presi dall’eccitazione del wargame, sembrano adesso sentire l’odore di sangue della guerra vera venir su dalle erbe umidicce, dai prati gibbosi, dagli arbusti rattrappiti, sono tutti in fermento, le pupille dilatate, le labbra umettate di schiuma. Siamo nel 1990, e pochi mesi dopo il caporale ritroverà quelle espressioni sui volti dei top gun inglesi che bombarderanno l’Iraq, veri e propri Hooligans con la licenza, finalmente, di uccidere. Feccia umana elevata al rango di eroe, pronta a vantarsi, dentro un microfono cnn, di voler uccidere più bambini iracheni possibili. Monopalla li osserva. Si aggira tra i suoi aspiranti eroi e assassini, fingendo di impartire ordini, ma anche lui starà pensando che cazzo ci sto a fare, che cazzo sto facendo per guadagnarmi da vivere, avevo due coglioni e uno l’ho lasciato al poligono delle bombe a mano per colpa di un coglione di soldato, fortuna che la carica ridotta è lo stesso di un petardo, ma i coglioni, porèlli, sono tanto tanto delicati.

Poco più in là, il caporale è insieme a un paio di sottotenenti del Battaglione (la paletta da vigile l’ha riconsegnata a uno di loro) davanti alla Tenda Comando, in prossimità della quale sono stati esposti, montati sui cavalletti di legno, i coloratissimi cartelloni esplicativi, che oltre a indicare le strategie della battaglia immaginaria e l’entità delle immaginarie forze in campo, sono lì per spiegarci, nella parte prettamente geografica, che in realtà non si sta giocherellando a un macabro gioco in un praticello nei dintorni di Pavia, ma si sta preparando un ormai anacronistico sbarramento antisovietico nelle vicinanze di qualche fatidico fiume del nord-est, il Tagliamento, lo Smarronamento, il Piave Mormorava o Addampazzì.


A un tratto ecco farsi avanti, circondato da una corte di tenenti e tenentini, un baldanzoso scrofone con tre stelle su ogni spallina. Gente estranea. Mai vista prima. Craxiforme e grugnomunìto, lo scrofo è un semplice capitano, ma gli sono già compagne la boria e l’insolenza dell’inutile generale da salotto che un giorno diverrà. Più insolente e più arrogante di lui, nei dintorni, c’è soltanto il sigarone – cubano, ovviamente – che fuma. Tutte quelle stelle su tutto quel maiale ti fanno venire in mente la pubblicità del salame Negroni. Un pensiero da scacciare. Potrebbe farti scoppiare in risate irrefrenabili. Potrebbe essere la tua rovina. Comunque, ti dici, gente così potrà anche dimagrire, ma resteranno sempre dei palloni gonfiati, dei cicciottelli mentali.

L’arcivescovo stringe giovialmente la mano ai nostri due sottotenenti, mentre i suoi, come un codazzo di comari, si mettono a guardare i tabelloni ridacchiando fra loro, neanche quella roba l’avesse disegnata Jacovitti, pensa il caporale, e non i miseri schiavi suoi colleghi dell’Ufficio Addestramento. Poi, dandosi il caso che lì davanti alla stupida tenda ci sia anche una terza figura alta e imponente, ecco sua eccellenza stringere la mano anche a quest’ultimo soldato. Il caporale a questo punto è confuso. Forse l’aveva giudicato male dall’apparenza, lo scrofone con sigaro, era stato giudice superficiale e frettoloso, non è da tutti gli ufficiali dare la mano così gentilmente a uno della truppa senza farsi problemi. Lo stordimento dura giusto tre secondi, il tempo che impiega lo scrofone a mettere a fuoco i suoi gradi, gli striminziti gradi del graduato di leva – o forse sono le comari, fra lazzi e sghignazzi, a fargli notare che non si trattava di un terzo onorevole sottotenente?

Adesso lo scrofoide sembra uno che voglia tagliarsi via l’avambraccio con l’accetta, o purificarsi la mano destra con l’acido muriatico, insomma la sua faccia è imbarazzata e incredula e schifata e contrariata come non mai. Si guarda intorno smarrito, si osserva le dita.

«Ho dato la mano al caporale! Cazzo, la mano al caporale!» ripete sbigottito, come se avesse assaggiato merda credendola cioccolato. «Ho dato la mano al caporale» ripete, e per fortuna c’è anche del divertimento e dell’autoironia nella sua voce, perché il caporale stava già temendo di poter essere punito, o fucilato sul posto, per aver avuto, lui, l’ardire di stringere lo zampone stellato, invece di genuflettersi e baciare l’anello.

E non crediate. Non crediate che se avesse saputo d’aver dato la mano non al milite ignobile ignoto, ma a un poeta sull’orlo del suicidio, indeciso se protrarre ancora a lungo la sua sofferta permanenza in un mondo senz’anima che affama i poeti e infama e diffama la poesia, non crediate che la sua reazione sarebbe cambiata.

Anzi sì.

Certo, che sarebbe cambiata.

Avrebbe avuto ancora più schifo.

«Ho dato la mano al caporale» continuava a ripetere, sconvolto. «Signori, avete visto cos’ho fatto? Ho stretto la mano al caporale


Non finiva più.


Non finiva mai.


venerdì 10 settembre 2010

Sorensen Puddu - Replica (13)


hysteric kennel


In quel tempo Longines, Maria Extravergine e Giuseppe no Alpitur, non avendo trovato in Marlboro Betlemme (Palestina Camel Trophy) neanche un buco Polo in un albergo Jolly Hotels, dovettero accontentarsi di una stalla Manzotin.

Essendo Maria Extravergine in stato Chicco Premaman, nella mangiatoia Mulino Bianco della stalla Manzotin nacque un bel bambino Agnelli di Dio FIAT Lux, catalizzato e con airbag di serie.

Dopo sette secondi di pubblicità, puntuali arrivarono in visita i tre Re Sponsors, guidati dalla stella Negroni: Gasparri Telecom, Marchionne Ford e Baldassarri Ina Assitalia, che portarono in dono oro, un cesso e birra. Per la precisione oro Gold Market, un cesso Inda e birra Heineken.

Un grande futuro IBM si annunciava per il bambinello FIAT: le nozze di Cana Tavernello, l’incontro con Simon Pietro Fisherman Friends, la moltiplicazione dei pani Barilla e dei pesci Findus tre per due, l’ultima cena al Ristorante Fini di Modena, e la nascita di nuovi fermenti religiosi Yomo presso un’umanità Coca-Cola desiderosa di riscattarsi dalla mela Melinda e dal serpente monetario Fininvest.

Per il momento però il bambinello FIAT riposava nella sua mangiatoia Mulino Bianco nella stalla Manzotin, nutrito Plasmon dal seno di Maria Ala Zignago, riscaldato da un bue Termozeta e accudito da un asino RAI messo gentilmente a disposizione dal Ministero della Pubblica Istruzione.

Ma torniamo al vero, inquietante mistero di Marlboro Betlemme, dove stanno per cominciare a piovere come spumante Gancia avvisi di garanzia Kenwood.

Si narra infatti che il bimbo FIAT sia cresciuto e vissuto in assoluta povertà UNICEF:

ma allora chi ca*** si è imboscato tutto l’oro Gold Market?


… ma adesso se non vi dispiace interrompiamo solo per un attimo la pubicità disonesta per trasmettere un’eccezionale patac… ehm… un eccezionale documento storico in diretta simulata virtuale. Solo due minuti, prometto, poi torniamo da voi con tanti altri begli spottini rimbambenti e truffaldini. Non cambiate canile!


Chi volete che vi liberi, Gesù o Alì Babà? urlò Strunz Pilàff alla folla oceanica

Alì Babà! rispose la folla. E oceanica lo dici a tua sorella, soggiunse

Bene! approvò Pilàff, come fosse d’accordo

Ti sei bevuto il cervello? gli gridò in una recchia il suo consigliere, Magno Goldone Sulpicio. Alì Babà è quello che ha giurato di romperc* *l culo a tutti e due!

Giudeucci! riprese Strunz Pilàff con vocina fattasi più stridula e castratella. Probabilmente non avete capito la quaestio: volete liberin liberello l’Innocente Cristo Della Madonna o il delinquente assassino lurido mafioso ladro pericoloso porco Alì Babà?

Alì Babà! tuonò ancor più fragorosamente la folla

Uff, ma allora sono proprio stronzi, s’indispettì Pilàff

Prova un’altra volta, lo incalzò Sulpicio

Forse non mi sono spiegato bene, riattaccò lo Strunz pulendosi la faccia poiché Sulpicio quando consigliava sputonzava. Venerdì avete la possibilità di appenderne uno, di attaccarlo su per benino, e di lasciarcelo finché schiatta. Ovviamente vorrete appendere quel bastardo farabutto di Alì Babà, e non l’Innocente Cristo Della Madonna!

Noo! A morte l’Innocente Cristo Della Madonna! urlò ancora all’unìsono la plebaglia inferocita, sudaticcia e puzzoncella. Partirono anche un paio di dozzine di scoregge lacrimogene

Questi non me la contano giusta, disse Pilàff a Sulpicio. Perquisiamoli, e vediamo se saltano fuori i telefonini di moggi

Sì, bravo. Li perquisisci tu? Non senti che afflatus d’ascellanza? C’è da restarci secchi al solo avvicinarsi!

Stizzito e sputazzato, Strunz Pilàff si rivolse di nuovo alla moltitudine vociante:

Se è questo che volete, io me ne sbatto i co…

Zitto, per carità!, lo interruppe, bloccandolo appena in tempo con una mano Sulpicio. Queste sono frasi che passano alla storia! Vogliamo farci riconoscere da tutti?

Ennò, cazzo

E allora devi trovare una frase più neutra e diplomatica, magari addirittura intelligente!

Ma non mi viene in mente niente! ragliò sconsolàz lo Strunz Pilàff

Si decise allora di ricorrere ai Genialoidi Creativi, che vennero urgentemente convocati a calci e convinti con le buone a riunirsi in assemblea, mentre Pilàff faceva esporre in piazza un cartello con su scritto


INTERRUZIONE STRONZATE SUL CIRCUITO INTERPIAZZALE


Le menti illuminate e pesantemente drogate dei Genialoidi Creativi cominciarono a sciorinare le più disparate soluzioni, e dopo mezz’ora consegnarono a Sulpicio un primo elenco di possibili frasi storiche, tutto lercio di microbi e oddore di suddore:

«Il dado è tratto»

«Tirèm innànz»

«L’obiettivo rimane la salvezza, con un occhio alla zona UEFA»

«Merda»

«Roma ladrona, la Lega Araba non perdona»

«Obbedisco»

«Sono a disposizione del mister»

«Vadaviaiciàpp, òstrega»

«Più lo mandi giù, e più ti viene su»

«Sono a disposizione del mister»

«È un complotto dei comunisti contro di me»

«Sono a disposizione del mister»

«Adesso basta Giudei del cazzo, Cristo lo libero e l’altro lo ammazzo»


Sulpicio le scartò tutte. L’unica decente era l’ultima, che però era pericolosa e per nulla diplomatica. L’ONU avrebbe potuto accusare Roma di antisemitismo e decretare sanzioni economiche. Per botta di culo proprio in quella se ne arrivava trotterellando belbello a cavallo di un cammello tutto scorticatosi nel tentativo di passare per la cruna di un ago nienteippopotamodimeno che mio cugino il mio gastropetologo, in arte Eugenius Lampadatis (un aladino un po’ cretino ma in compenso abbronzatissimo), già brillante inventore dello slogan sugli eunuchi (“dedicato a chi non ce l’ha”) e di quello sulla lebbra putrescente mangiaculo (“chi ce l’ha, lo sa”)

Avvenne così che, proprio mentre la folla cominciava a rumoreggiare e a fischiare (e secondo indiscrezioni giunte da fonti attendibili financo a far scoflenge con le ascelle), protestando per il protrarsi di quel lungo intervallo sotto il sole di trinità e sartana, con perfetto tempismo lo Strunz uscì dal suo buco, con l’aria soddisfatta e in mano il suo bel fogliettino che gli aveva dato mi cugino

Dopo aver fatto frustare un neonato che faceva casino, Strunz Pilàff ricominciò dall’inizio, a beneficio del solito fesso che si fosse messo soltanto ora in visione e all’ascolto

Tutto si svolse in pochi secondi, perché stava per cominciare Lazio-Maccabi per la Coppa dell’Impero di palla prigioniera, e già erano in corso i preparativi per sistemare schermi tv ad altezza moribondo davanti alle croci, perché accoppare la gente va bene, ma per negare ai morituri la diretta della palla prigioniera bisognerebbe proprio esser crudeli, e merdine nell’animo merdo


Chi volete che vi liberi, Grisù o D’Artagnan?

Ammazzali tutti e due!

Io me ne lavo le nari!

Ciò detto fece per lavarsi un piede, ma l’attento Sulpicio rimediò alla disattenzione prendendolo bellamente a calci nel culo

Pilàff concesse poi un paio di bis, firmò qualche autografo (coi piedi, Sulpicio era distratto), sorteggiò quattro tende canadesi difettose rifilate dallo sponsor, e la plebe se ne tornò finalmente a casa felice e con tenda



Finale apocrifo

(Sconsigliato ai minori di anni cerebrali 2, cioè a chiunque prenda ancora le religioni alla lettera)


Dal vangelo a tre mani di Santubaldo Apostrofo detto “’a pustola” e Barbasgnàk (Barbasgnàk era monomano)


Correva l’anno 973 in prossimità di crinciobacco, o per essere più chiari l’anno 84 dalla seconda pestilenza di crotone (quella bruttabrutta), o per essere ancora più chiari l’anno -1022 dall’invenzione dell’ambarabà-cicì-cocò versione remix.

Quel giorno ci fu una maxi golgotata: vennero crocifissi un’ottantina di genialoidi creativi, più due ladroni e un dio (la cosa che suonava strana erano i due ladroni: di solito li fanno ministri).

Ma un ladrone intuì che il dio era un dio importante e cominciò a fare il leccapiedi per adularlo e compiacerlo.

Brutto stronzo leccaculo opportunista, gli disse allora il dio: Brucerai all’inferno! Poi gli fece il gestaccio di Van Bommel, detto anche dell’ombrello, e qualcuno ai piedi della croce gridò:

Miracolo!

Poi si rivolse verso l’altro ladrone, quello che gli aveva fregato lo stereo, e disse:

Te, vaffancùz

Pronunciata che ebbe questa frase misteriosa e sibillina, gargarizzò per qualche secondo e poi gli sputò in un occhio

Miracolo!, gridò il solito pirla: Uno dei ladroni non ci vede più!

Allora il povero ladrone orbato, che forse si chiamava Pirullo ma a noi non ce ne frega, si girò verso l’altro, il buon leccaculo, che si chiamava Alì Nientebabà, e gli gridò:

Alì, Alì, lamà sputazzàni!

(Alì, Alì, questo sputa come un lama!)

Nel frattempo, ai piedi della croce (dove quello che gridava Miracolo! ogni sette secondi era stato neutralizzato con corde, bavagli e randellate) una delle 23 marie, non si sa se maria di brenta, maria stuarda o maria veronica ciccone, presa da raptus omicida, diede una stangata in testa a un’altra maria, e così il totalino marie si assottigliò a 22.


E va bene, e va bene: a grande e prepotente richiesta di massaie, gerontorelitti e studenti rincoglioniti precoci, torniamo subito alla pubicità!


sabato 4 settembre 2010

Domenica maledette cavallette della domenica


UNA SEDIA AL MARE



Pomeriggio infuocato di luglio, giorno del Signùr e delle Cavallette, in attesa della bella cosa chiamata Lunedì Mattina…

Il vostro Zio preferito arriva in spiaggia all’Oasi e, appena sbucato dal viottolo della pineta, riporta ferite in scontri frontali con: due gormiti di cui uno (il più leggero) di piombo; un frisbee d’acciaio inossidabile; il bambino idiota inossidabile che stava inseguendo il frisbee; il padre scimpanzorla del bambino che inseguiva il pargolo per, se dio vuole, menarlo a sangue, possibilmente col frisbee, di taglio; una vecchia carrarmata con le tette in titanio, in lacrime (lei, non le tette) per aver visto la madonna e averla poi subito persa di vista nell’assai poco mistico bailamme; un vecchio allo stato bradipo appena cascato dal tavolino al cui orlo era appeso per giocare a maraffa scolandosi una caraffa, di grappa; un pallone da beach volley proveniente dal campo del limitrofo Bagno Lux ove il prode Pamparani, unico rimasto su tutto il litorale a preferire il beach volley al beach tennis, gioca contro se stesso (e perde). Il vostro Zio preferito osserva allora perspicace che forse c’è un pochettino troppo casino, e la domenica pomeriggio converrebbe dedicarla tutta a un ristorator pisolino, o a danza della pioggia per originare il Fugone, detto anche Feu Di Bàl.

Intanto, nel bel mezzo della zona pavimentata (tavolini verdi maxiombrelloni crema sedie blu) s’è venuta a creare una strana isola di semideserto: c’è un omino biondo sui 45 seduto tutto solo su una sedia isolata, senza tavolo, come se gliel’avessero portato via, lo sguardo vuoto perso nel vuoto, in mano un boccale di birra, indifferenti lui la sedia e la birra a tutto il caos che li circonda.


Poco dietro di lui, una fila di persone 44 stringe d’assedio la famiglia Bonanza Educanza asserragliata nella cabina della doccia. Nei precedenti 50 minuti i Bonanza Educanza hanno proceduto alle seguenti operazioni: docciaschiuma, shampoo (prima e seconda passata), balsamo, asciugatura, rivestitura, taglio unghie, bigodini al bambino di due anni, ma ancora non si schiodano perché non trovano la presa per la spina del phon. Da più o meno metà fila partono un porcapaletta, un paio di bestemmie silenziate, un vaffanguglia neanche tanto silenzioso. Ma i Bonanza Educanza in buona sostanza se ne sbattono le balle, mica c’è esposto un cartello che fissi tempi massimi per la doccia. È già tanto se il capofamiglia non fa fuoriuscire un dito medio dalla feritoia in alto a sinistra…


Tra i vecchietti e meno vecchietti ai tavoli da maraffa con o senza caraffa c’è anche il sosia dell’attore Carotenuto, incarognito nero perché si ritiene giocatore abile ed esperto ma è dal ‘72 che non vince un trentuno. Il sosia di Carotenuto è famoso per essersi, anni fa, appropinquato non invitato allo spigolo del tavolo ove giocavamo in quattro ragazzi alle prime armi. Restò in muto e comatoso dormiveglia russante per lo svolgersi di varie mani, dopodiché, trascorsi all’incirca ore una e minuti 56, sbottò a tradimento all’indirizzo di un ragazzino alla seconda partita della sua vita: “Il do ad coppi, diobojjèèè!!”, per poi alzarsi e andarsene via disgustato.

L’omino biondo è sempre fermo e zitto sulla sua blusedia in mezzo al delirio, vuoto lo sguardo nel vuoto a perdere del mondo, il terzoquarto boccale di birra quasi vuoto anche lui.

I Bonanza Educanza al gran completo (la figlia femmina nel frattempo ha fatto cacoty, redarguita da mamma che le dice Non potevi farla nel mare? – non al cesso, giustamente, nel mare) tengono duro chiusi a chiave nella doccia. Dal settantesimo posto della fin troppo paziente fila parte ora, fragoroso come un tuono, un Boiadiquelcane, giochiamo a briscola lì dentro o cosa, boiacane?


Nel campo da Beach Tennis è in corso fin dall’alba un torneo di racchettoni organizzato da sboroni venuti da fuori. Siamo alle semifinali, e la partita di doppio misto è tutta uno show testosteronico maschile del Semi Professionista De Racchettis Bandanaitis Scurnacchiato Marabù e del Professionista Semo Rogerio Scrofigno Schisciapuleggia di Valpupazza, Terzo. Nessuno di loro è dell’Oasi. Questi tornei di doppio misto per Professionisti Semi sboroni venuti da fuori partono sempre all’insegna della galanteria, della poesia e cavalleria, del fair play e del bon ton (rose rosse a ogni battuta, baciamano al cambio campo), ma poi nelle fasi decisive per la decisiva assegnazione di una borsa sponsorizzata o di una maglietta troppo stretta si arriva molto vicini al fatidico Spostati Troia Che Le Prende Tutte Superman.

Un folto pubblico assiste all’esibizione, metà assiepato sul lato sinistro del campo, metà dietro, nella veranda del bar. Quelli di lato sono amici parenti e amanti dei Professionisti Semi, e ad ogni colpo applaudono in estasi orgasmica. Quelli dietro sono i bagnanti dell’Oasi che li guardano torvi e cagneschi e pensano: Perché i vostri tornei del cazzo non ve li fate ai vostri lidi ravennati del cazzo, dove ci sono sei cazzo di campi per ogni cazzo di bagno mentre qui ce n’è uno solo e vorremmo tanto poterci fare una partitina, cazzo, noi?

Si levano anche, in volo radente, stormi di porcapaletta in assetto di guerra, boiacàn e distinti fanculi.


Rifugiarsi nel mare? Di questi tempi l’acqua dell’Adriatico è pulita, invitante, limpida persino, ricca di cefali e cavallucci marini, ma di domenica non ci sono i cavallucci perché non c’è nemmeno l’acqua: c’è la piscia delle cavallette e i loro stronzi tartufati, e al posto dei cefali i microcefali della tintarella in riva.


L’omino biondo è sempre lì, sempre più insediato sulla sua sedia, sempre più imbirrato nella sua birra, svuotato sempre più il vuoto sguardo disperso nel vuoto che è sempre più vuoto.

Verso le 5 e mezzas de la tardes lo staff dell’Oasi riserva una piacevole sorpresa, fette di cocomero gratis per tutti, bello rosso rinfrescante e succoso, e davvero ce ne sarebbe per tutti i troppotroppi che siamo, ma ecco scattare dai blocchi il capofamiglia dei Bonanza Educanza che arraffa per la famigliola sua fette di cocomero 236, e ne butta pure la metà nella spazzatura lamentandosi pei troppi semini. Partono, in ordine sparso, dei porcapaletta, un dio treporcellini (mio), un boiacane, un vaffanculo generico e uno dedicato. Più, di uno.


I Professionisti Semi escono dal campo con l’aria di voler firmare autografi, le loro donne invece non si schiodano, anzi chiamano dentro le amiche pigolando: “Facciamone qualcuna amichevole fra noi, che fino adesso non ci siamo divertite, con quei cazzoni merdoni sboroni testosteroni”. In veranda e altrove si perde il conto di vaffa, diovincùli e paternòstar.


L’omino biondo della sedia è sempre lì, sperduto e isolato nel blu, circondato da bambini che danzano al ritmo di musiche assordanti, gabbiani che si credono avvoltoi, cavallette che si credono persone, vecchie sguaiate che gridano, culi che parlano e bucce d’anguria che tacciono. Lui sta per avere un abbiocco. Sta per addormentarsi e lasciar cadere a terra il boccale di birra. La piccola catastrofe potrebbe originare un disastro cosmico, il Buco Nero finale. Ma per fortuna (o sfortuna?) gli vibra la mutanda. L’omino si riscuote. Estrae un telefono cellulare dai mutandiferi meandri. Risponde alla chiamata (sa come si fa). Ascolta la voce di qualcuno che da qualche mondo a noi ignoto lo chiama, chiama proprio lui. L’omino biondo della sedia ascolta per un po’. Pare persino capire cosa gli stiano dicendo o chiedendo. Forse la voce all’altro capo dell’onda gli pone un quesito filosofico del tipo Dove cazzo sei?, perché l’omino biondo della sedia, con un misto di quieta disperazione e umorismo esistenziale, come risposta non esclama null’altro che: “Sono nella sedia!”. Poi riattacca. E resta lì.


mercoledì 1 settembre 2010

Assaggi di romanzo (3)


da il taccuino rosso di wolfsburg

parte finale del capitolo 10



E poi, c’era il fatto che a Cuviago la mia personalità aveva subito il suo bel disinnesco religioso. Sì, perché dovete sapere che a Lavinia la religione era stata soltanto andare a Messa con la mamma ogni sabato sera alla chiesa del Ponte. Dove c’era un prete di duecento anni che stava messo male con la lucidità ma gli lasciavano celebrare la Messa lo stesso perché altri più a posto non ne trovavano. E così questo duecentenne non più molto lucido che però non andava in pensione passava tutta la Messa a barcollare e caracollare e biascicare lamentii e lamentolii e tremolio tremens e frasi incomprensibili che capiva solo lui sempre ammesso che le capisse. Il momento peggiore era quando se ne stava in piedi per venti minuti di fila a ciancicare e pencolare, e quella era l’omelia o l’omelette che dir si voglia, insomma la predica, lo so che si dice omelia ma tanto non si capiva e allora cosa cambia come la chiami se non capisci. Durante l’omelia, che sbiascicava a se stesso con vocina stridula e impastata, come se la stesse ripassando mentalmente davanti a uno specchio poco lucido, a un certo punto s’inclinava e pendeva e avevi paura che cadesse ma non cadeva mai, era come l’Ercolino Sempreinpiedi però conciato peggio, e alla fine la mamma diceva sempre Ma poverino, non lo dovrebbero far soffrire così, e io credevo che intendesse abbatterlo come i cavalli feriti nei Tex, e mi rappresentavo la scena, e in fondo non la trovavo neanche poi così tanto disgustosa o sbagliata.

L’unico momento bello era se c’erano i canti, perché allora potevo sentire la voce della mamma, così intonata e dolce che certe persone si voltavano a guardare anche se voltarsi in chiesa era Peccato.

Invece qui a Cuviago la religione era una cosa molto seria. A Cuviago la religione era tutto. Era un affare di Stato. Non laico. A Cuviago la religio era Apparato. A Cuviago c’era la De Ropp. A Cuviago c’era una locale sezione della Santa Inquisizione. In disarmo, sì, ma solo parziale. In attesa della Restaurazione futura, e definitiva, la venerata e temuta caporalessa De Ropp era un Torquemada in sonno. E c’era chi rischiava seriamente il rogo. Come la mamma puttana di Federico. Più che una professione un vilipendio di Consiglio Pastorale, un oltraggio alla Pro Loco. A Cuviago se eri un bambino manesco ti ricattavano col Paradiso. Ho trovato in cantina un quaderno di seconda elementare in cui dico: Il primo giorno di scuola siamo andati a Messa (emme minuscola corretta in maiuscola dalla maestra) A Lavinia, invece, eravamo rimasti a scuola.

Poi c’era la dottrina. Quello che adesso chiamano catechismo. La dottrina di oggi fa meno paura perché la gestiscono delle signorine con la minigonna che gli puoi dare del tu e lo capisci subito che non capiscono un put, ma a noi era riservato l’onore di avere come insegnante una suora Superiora, ammantata nel tetro vestito della più infallibile e truce Autorità.

Ci aspettavano tre file di panchette azzurre su all’asilo, e la Superiora pretendeva ogni sabato un disegno di gente sacra sul quaderno (apostoli, santi, samaritani, l’asinoeilbue) ma io a disegnare ero una schiappa e ci pensava la mamma al mio posto.

La Superiora c’intimidiva perché diceva “sovente” invece di “spesso”, e “figliuolo” invece di “figlio”, e perché aveva il potere di non farti fare la Prima Comunione. Inoltre ci rivelò che non beveva mai, neppure a tavola, perché non le veniva lo stimolo della sete. Io la guardavo, tutta nera e incappucciata, mentre spiegava che da piccola sua madre “la riprendeva sovente” perché non beveva una sola goccia d’acqua, e pensavo che tutte le Superiore del mondo appartenessero a particolari ceppi mica tanto umani, forse derivanti da innesti genetici tra l’extragalattico e il madonnifero.

A dottrina venivamo atterriti con la colpa e l’eterno castigo. Prendevamo coscienza delle fiamme dell’inferno che attendevano le nostre soffici epidermidi peccatrici. Venivamo spaventati con edificanti storielle macabre spacciate per vere. Come quella del prete dubbioso che l’ostia consacrata fosse effettivamente il corpo di Cristo, e allora durante una Messa questo novello santommaso aveva addentato l’ostia, e quella si era messa a sanguinare. Ce le inculcavano così bene, queste sciocchezze, che quando una mia compagna impertinente, la stessa che s’era già guadagnata due millenni di Purgatorio chiedendo se anche “Dio carota” o “Dio piede” fossero da considerarsi tecnicamente delle bestemmie, osò domandare: “Non è che magari s’era morso un labbro?”, la poverina venne fulminata dai nostri sguardi cattivi ancor prima e più intensamente che da quello della Superiora. La quale una volta, una delle primissime, arrivò a raccontarci questo: che San Gregorio in persona aveva visto precipitare all’inferno un bambinetto di cinque anni. S’era macchiato di blasfemia e purtroppo era morto all’istante: il suo primo e ultimo peccato grave.

Dulcis in fundo, la Superiora, don Gioele, la De Ropp, persino la maestra Piera, consigliavano i film che noi bambini dovevamo assolutamente vedere in tv. Fra questi il più atroce, rivoltante spauracchio che mi sia mai capitato di sorbire: un cupo filmaccio biblico sull’Esodo, pieno di biechi uomini barbuti che non aspettavano altro che accoppare a pietrate in faccia altri uomini barbuti, se appena questi facevano un Peccato.

E poi, tutto quel Dio Padre. Padre! Una parola che per me grondava già di per sé prepotenza e castigo. Non si poteva fare Dio Madre?

Ma se l’apparato religioso mi aveva reso debole, se aveva fatto di me una pecorella, se aveva delupizzato il lupo che ero facendone un Lupo de Lupis, il lupo buonino e sfigato dei cartoni, nessuna figura di quello stesso apparato si sognava di fornire protezione alle giovani pecorelle insidiate dai veri lupi a due zampe.

Quanto ai professori delle medie, sapevo già di non poterci contare. Loro non erano come le maestre, che se solo malmenavi un po’ una che ti stava sul culo intervenivano e mettevano in castigo l’intera classe. Lo sapevano tutti che loro non erano così. Loro se ne impipavano. Loro se ne sarebbero stati in sala professori a cazzeggiare e a fumare la pipa finché non ci fosse scappato il morto. A meno che non ci fosse scappato prima in palestra, col quadro svedese del put.