"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"

venerdì 30 aprile 2010

VENI VIDI W.C. (Atto Primo)




BROCCOBAROCCO


[ONE]


Capitolo 1


René de Brubrù.

Comprava e vendeva. (E ricomprava e rivendeva e ricomprava…)

Bachi da setola.


Ehm, no, rifacciamo, fa cagare


Capitolo 2 (l’1 resta così, non si butta via niente)


René de Brubrù.

Mangiava e cagava.

Bachi da seta.


Purtropp(dovete sapere che questo René de Brubrù mangiava e cagava. Bachi-da-seta. Bachi. Da. Seta. Mangiava. E cagava. René de Brubrù! – Ho una mezza idea di continuare così per tutto il libro, tanto le mie fans lo comprano lo stesso.)


Senonché (l’idiota)


Purtropp, cagava: bachi! (morti)


E.


Mangiava.


Seta. (Pura…)


Au contraire sarebbe diventato


straricco.


Invece



divenne




soltanto






(tristissimamente)






Baricco.





[TWO]


Arturo Palombo

Salpò ubriaco da Laveno Mombello

Nell’Anno del Signore Duemilaekualkosa

Sul traghetto San Cristoforo

A scrocco


Nel cuore

La birra

La pinta

La barcamadonna

Voleva arrivare in Australia

Facendo strani giri


“Terra!” gridò

Dopo venti minuti

“È Intra, coglione”.

“Già l’America? O addirittura financo l’Australia?”

“Piemonte, pirla.”

Nessun rispetto per i sogni.


mercoledì 28 aprile 2010

Rigenitoraggio geriatrico & affini tragedie



LA RIVINCITA DI TUO NONNO



Avete presente quelle migliaia di nonni affettuosi e dolcissimi che vorrebbero sì godersi gli adorati nipotini, ma, data l’età, se possibile per non più di un paio d’orette al giorno (e non proprio tutti i giorni) in cui magari portarli al parco, raccontare delle storie, giocare insieme e offrirgli una fetta di torta di mele, prima di rispedirli, con dispiacere misto a comprensibile sollievo, a casina loro da mamma e papà loro? Quei nonni che invece ricevono una bella cartolina di precetto dalla nostra vergognosa società schiavista, del tutto priva di sostegni e organizzazione sociale, e in cui la parola “part time” è solo una presa per il culo (e un trucco dei datori di lavhorror per sfuttare di più e pagare meno), per essere di servizio dieci ore al giorno sei giorni la settimana? Anche quando sono stanchi e malati e non ne possono più? Anche quando, non essendo né stanchi né malati, vorrebbero poter fare quel sospirato viaggio rimandato per tutta una vita, perché prima c’erano i figli da crescere? Be’, questa tragedia immane, che Martin Heidegger classificava sotto la voce Mobilitazione Totale, e che io definisco Rigenitoraggio Geriatrico Obbligatorio, viene invece chiamata da certe nostre giornalistucole, pigolanti comari del tè delle cinque munite di cuoca, colf, tata e giardiniere, “la rivincita dei nonni”. La rivincita dei nonni!! Se foste nei panni di uno di questi poveri vecchietti spremuti fino alla morte, come definireste tali comari?

lunedì 26 aprile 2010

RACCOLTA DIFFERENZIATA (12) - vecchi racconti inediti del Nick


COCCINELLE



Quella notte Simone aveva sognato coccinelle.

La strada sotto casa era diventata un fiume di coccinelle appena nate. Simone non aveva mai visto delle coccinelle appena nate. Non aveva la minima idea di come fossero fatte. Poteva solo immaginare che fossero molto piccole. Ma se in quel sogno strano e confuso c’era una cosa che gli appariva chiarissima, era che quelle erano proprio coccinelle appena nate. Venivano giù per la discesa asfaltata trascinate da un rigagnolo d’acqua. Erano tantissime, un ruscelletto rosso e nero che se ne veniva giù per la via Morselli, e ogni dieci o cento piccole ce n’era una più grande. Forse le madri. Forse degli angeli custodi.

Bene, si disse svegliandosi. Le coccinelle portano fortuna.

Era molto tardi, e per colazione si preparò un semplice espresso, senza biscotti né niente.

Stava ancora lì con in mano la sua tazzina di caffè, assorto nei pensieri nella cucina ricolma di luce, quand’ebbe l’impressione che lo scooter del postino si fosse fermato davanti al cancelletto.

Uscì a vedere. Con indosso il pigiama e un golfino leggero, uscì a vedere se c’era posta per lui. Fuori c’era un venticello fresco, fresco quel tanto e quel giusto da rendere l’atmosfera frizzante, ma non troppo fredda, e fu dentro una sferzata benefica d’ossigeno che Simone discese le scale, gettando sguardi di complicità all’arbusto d’alloro che aveva ormai spinto la sua cima fin quasi oltre il tetto. Si riprometteva da tempo di chiamare qualcuno per cimare e potare l’arbusto, ma il prosperare dell’alloro era un altro segno di gloria e grandezza futura, e nessuna persona di buon senso poterebbe a cuor leggero la fortuna che gli cresce in giardino.

Nella cassetta trovò una lettera. Con la felicità del contadino che dopo tanto tempo torna a vedere un uovo nel pagliericcio del pollaio, la prese tra le mani, e ne osservò il retro.

Il francobollo era stato applicato da qualcuno, malissimo e di sbieco, sulla parte sinistra della busta. Simone non poté evitare di chiedersi che razza di persona potrebbe mai attaccare dei francobolli facendo un tale esagerato sfoggio di maleducazione e di incuria – di men che scarsa dedizione alla piccola cosa che sta facendo.

Il destinatario, scritto a penna, era Simone Collina. Doveva quindi trattarsi di una casa editrice. Soltanto per il suo ultimo romanzo, spedito due mesi prima a una mezza dozzina di editori, aveva deciso di chiamarsi col cognome della madre.

Simone Collina.

Il nome del padre non gli aveva mai portato fortuna.

Sul davanti della busta vedevi il marchio delle Edizioni Minonno. Rientrò in casa, e corse in camera sua. Emozionato, Simone aprì la busta pensando a una cosa sola. Pensava alle coccinelle. Emozionatissimo, estraeva dalla busta la missiva delle Edizioni Minonno, e intanto pensava a tutte le coccinelle che aveva sognato. Tutto quel fiume di coccinelle. Tutta quella dovizia di simboli fausti per eccellenza, che erano venuti a visitarlo, che erano apparsi proprio quella notte, e proprio a lui. Che batticuore, la carta intestata delle Edizioni Minonno, l’inconfondibile marchio stilizzato del koala che si spara una sega, dal 1876.

Era una cordialissima lettera di rifiuto:


Gentili Sinior Colina,


premettento ché la nostra casa editrice pubblica un numero estremammente limitato di autori itagliani e che in assoluto privileggia lu genere thriller, siamo costretti ti costatare, dopo attenta conziderazzione e sulla base di una relazione dettaiata, li compatibilità del suo romanzo VIAGGIO AL TERMINE DELLA NOTTE con la nostra attuale linea e di toriale.

La ringraziamo comuncue per aver voluto sottoporcello alla nostra attenzione e le auguriamo di trovare presto l’editore atatto a lei.

Molto cortialmente,



“Dopo attenta conziderazzione e sulla base di una relazione dettaiata…

Queste erano le cose che lo mandavano in bestia.

Ma porcaccia la miseriaccia zozza, si disse Simone, strappando quella lettera in mille istericissimi pezzettini. Ma se mi hai appena detto che pubblichi solo pessime traduzioni dall’inglese, e giallazzi da edicola! Una volta verificato che l’autore si chiama Simone Collina e non Simon Hill, una volta verificato che a pagina dodici non è ancora crepato uno stracazzo di nessuno, cosa diavolo avrete da considerare attentamente, cosa diavolo avrete mai da dettagliare?


Bene, si disse poi, risoluto. Se stanotte tornano le coccinelle, gli dovremo fare un bel discorsetto, alle figlie di puttana. Chi diavolo si credono di sfottere?

Io poi me ne sbatto, della fortuna. Sono un genio, io. Se non ce l’ho fatta con questo romanzo, ce la farò con MORTE A CREDITO.

E voglio vedere chi avrà il coraggio di rifiutarmi tutta quanta la TRILOGIA DEL NORD!

Coccinelle o no, gliela farò vedere io.

Poi Simone cercò un numero sull’elenco, prese il telefono, e si mise in contatto con la Floricultura Attila Spaccarami. Parlò dapprima con una segretaria, che acconsentì a passargli il titolare.

Era ora di decidersi.

Era proprio ora di decidersi a far potare quel cazzo di alloro che lo prendeva per il culo.

venerdì 23 aprile 2010

Nuova intercettazione in esclusiva! Adesso rischia grosso l'Arciguappolese!


«BRONDO, ZONO IL ROSBO…»



Clamorosi sviluppi dell’operazione di polizia denominata in codice “rospodifogna”. Sta per esplodere una Calciopoli 3? Intercettata una conversazione fra il presidente dell’Arciguappolese Gasparone Malandrano, detto Lucky Pastrano, e il designatore arbitrale per la Quarta Categoria Catterino Sarchialoca. Qualcuno parla già di “Malandropoli”. Naturalmente dobbiamo andarci coi piedi di piombo, e con tutte le cautele del caso. Nessun mascalzone, nessun manigoldo, nessun mariuolo è colpevole, ricordiamolo, finché non viene emessa una sentenza di condanna.


Sarchialoca Oh, buongiorno Gasbà, che piacere di sentirti

Malandrano Fetenzìa! Ommemmerda! Machiccazzo m’hai mannatu?!

Sarchialoca Come chi, Papperinco di Rocca Ducazzo ti avevo messo, il più fedele e malleabbile, uno che obbedisce e dice pure grazie, Gasbà, puro leccaminchia, assistenti Truficchio e Spalagatta, quarto uomo Pitale

Malandrano Me li sbattinculo gli assistenti, quattro rigori gondro ci ha dato chillu merdo infame! In otto, abbiamo finuto la gara! M’ha espelluto la mezzala perché s’è messa le dita nel naso! Chilla montagnola demmerda!

Sarchialoca Ho saputo, minchia, ho saputo. Ma l’avevi pagato in anticipo?

Malandrano Ehpporcapozzanga, mezzo maiale vivo e due capponi moribbondi ci ho infilato nel bagagliaio, porca la sua mamma!

Sarchialoca Guarda, nun mi capacito, Papperinco è il più affidato e il più migliore…

Malandrano Papperinco nun sa neanche in che buco se mette lu fischietto! Chillu abbitra pecché era albitro il nonno, chemmestai a raccontà, glielò fatta avere io la terza media falsa per poter fare l’albitro! E comunque la metà migghiore del maiale ci avevo dato!

Sarchialoca Ma poi era proprio indispensabbile tutto ‘sto casino, per battere il Mezzafava, non ci aveva già pensato domenica De Farabbottis ad ammonirgli gli otto diffidati, e poi Gasbà nun ce giocano tu’ cognato e tu’ cugino, nel Mezzafava…

Malandrano Sì, ma io volevo andare sul siguro. E invece voi mi avete ingabreddado! Begli amigi!

Sarchialoca Sentammè Gasbà, l’aggi sentutu a Papperinco, l’audio era disturbàt e si capiva nu poco nu cazzo, però…

Malandrano Ettecredo, l’ho rinchiuso…

Sarchialoca Però Papperinco mà dit così che non ha caputo bene le maglie

Malandrano Gooosa?!

Sarchialoca Dice così che quelle le maglie nun se capivano, nun se lasciavano capì

Malandrano Ma checcazzo viene a dicere, ce le ho spiegate io, ci ho detto “aiuta chilli chiari”, sgusa, nun me fa incazzà, noi stavamo bianghi e il Mezzafava stava rossobbblù

Sarchialoca E si vede che il rossobbblù per lui è chiaro, chettedevodì, nun potevi essergli più priciso? Ma adesso deve avere caputo, perché ancora non s’è fatto vedé in giro

Malandrano Ma quale in giro e in giro, vivo nello stronzatoio l’ho rinchiuso, il compaesano tuo, sta ancora lì a cagà… che se vuole uscire brima che ridornano gli addetti mardedì deve bassare ber le fogne, ma io lo asbeddo al vargo… Un fracco de legnate bisogna fargli dare, come a…

Sarchialoca Sentammè Gasbà, mi stai almeno chiamando con la scheda lussemburghese, vero?

Malandrano Ma quale amburghese e amburghese, a gasa sdo!

Sarchialoca Ho capito che stai a casa, ma stai usando la lussemburghese o no?

Malandrano Ma che sso scemo? Col fisso de gasa te ghiamo. Il lusso amburghese me gosda 4 euri al segondo me gosda… Tanto gli sbirri e i giudici che li paghiamo a fare, sgusa

Sarchialoca Imbecillo! Adesso m’incazzo io, m’incazzo! Quei sbirri e quegli giuddici sono finiti in galera ieri! Non li leggi i teleggiornali? E adesso per colpa tua andiamo a finire diritt in galera pure noi, e peccosa? Pe un cazzo!

Malandrano Pe un cazzo? Te e quell’infame di Papperinco m’avete mandato retrocesso! Vi accido tutti e due vi accido, così in galera ci vado pe quaccosa, e mi danno bure la tenuante pecché mi avete mandato retrocesso! Fetenzìe! Retrocesso m’avete mandato, porca la pozzanga!

Sarchialoca MA QUALE CAZZO DE RETROCESSO! MA LO VO CCAPI’ CHE SOTTO LA QUARTA CATTEGGORIA NUN CE STA PIU’ NA MINCHIA! NUN CI STA LA QUINTA, NUN CE MAI STATO UNA CAZZO DI MINCHIA SPIANATA, DA LI’ NUN SE RETROCEDE MANCO A SPARARSE IN TU CULO! CREDEVO CHE PAPPERINCO TE SERVIVA PE I SCUMMESSI COME AL SOLITO, CHE CAZZO DE RETROCESSIONE, E RIATTACCATE ‘NCULO STO TELEFONO COGLIOOOOOOONEEEE!

Comunicazione nu poco interrotta.

venerdì 16 aprile 2010

NON CI SONO SCRITTORI ITALIANI, by J. Stronkabook


TUTTOLEBBRA



Una travolgente ventata di novità e originalità nelle suppost… ehm… nelle proposte editoriali italiote degli ultimi tempi. Caffelatte con tampax, di Cristino Da Vena (Tiscordi Editore, € 32), narra la struggente storia d’amore adolescenziale tra Piercazzillo e Mariavulvetta. Piercazzillo, meschino, tiene una faccia un po’ da culo, e soffre di emorroidi asmatiche. Mariavulvetta è dislessica. Quindi la storia è raccontata da lei in prima persona. Non perdetela. Trenta centimetri dentro il buco del cielo è invece il nuovo capolavoro di Macho Vileda (Zozzogno, € 36). Narra la storia di un amore adolescenziale struggente. Piercazzillo ama le moto, la playstation e la figa (la figa si può dire, fa tanto figo). Mariavulvetta ama le scarpe firmate, le borsette griffate e i bei ragazzi (il cazzo non si può dire, fa tanto troia). I capitoli dispari del libro sono gli sms che Piercazzillo manda a Mariavulvetta, di cui è perdutamente innamorato. Finiscono tutti con tvb (ti voglio bene). I capitoli pari sono gli sms che Mariavulvetta manda al padre di Piercazzillo, imprenditore nel campo dei profilattici metallici, che da mesi se la tromba a bordo del suo Suv residenziale di 15 metri. Finiscono tutti con tvdd (trombi veramente da dio). L’inettitudine dei numeri sbagliati, di Giordana Paolillo (Findus, € 48), è invece la storia dello struggente amore adolescenziale fra Piercazzillo e Mariavulvetta, due sedicenni fuoricorso di quinta elementare con piccoli problemini di apprendimento. Il romanzo è curato dall’insegnante di sostegno, che però non è che si sia sforzata molto: nei capitoli dispari ci stanno i conticini di Piercazzillo, roba del tipo 2+2=5, nei capitoli pari ci stanno gli sms che Mariavulvetta manda a Piercazzillo, roba del tipo m ke t studdi ha ffa ke tnt nn kapis un k? +ttost trmbmi strnz! Nel caso non ne aveste abbastanza, ecco poi Mariavulvetta ti amo (Barilla, € 51,12), che è invece il diario scritto da un ghostwriter al posto di Piercazzillo di Amicci, notoriamente analfabestia. Piercazzillo è povero e scemo e un po’ zoppo e tiene una faccia da topo, ma in tv va alla grande perché fa pena alle mamme e alle nonne senza cervello che la guardano tutto il santo giorno. Il suo problema è essere innamorato cotto di Mariavulvetta sempre di Amicci, una gran gnoccoletta che sognava di fare da grande la prostituta in tv finché qualcuno non le ha detto Ma perché aspettare da grande? Ci sono solo capitoli dispari, e narrano, in esperanto sbagliato, delle disperate seghe che Piercazzillo si fa pensando a Mariavulvetta. I capitoli pari sono bianchi, ma lunghi, per far capire al lettore che lei non lo caga, ma anche per aumentare le pagine del libro in modo che il lettore non abbia subito abbastanza chiaro di essere stato truffato. Se vi venisse voglia di variare un po’ argomento, ecco invece Ma le palle quante sono?, il capolavoro di Giuliana Cercacassi (Cirio, € 63). Di cosa parla? Parla, tanto per cambiare, della struggente storia d’amore adolescenziale tra Piercazzillo e Mariavulvetta. E tanto per cambiare è scritto malissimo. Molto, molto interessante.

Ma veniamo invece allo stato interessante, cioè ai parti delle partorienti della Letteratura Alta, quella che qui da noi si guadagna i Premi più ambiti.

Il Premio Megera è andato quest’anno a Margherita Bellamazza Castellodritto per il suo Muco e placenta, (Scottex, € 98) cronaca ospedaliera di un travaglio difficile.

Il premio Arpia è invece andato a Piersilvia Alabbarda per il suo Preferisco quando entrano, (Zozzogno, € 102) cronaca ospedaliera di un travaglio difficile.

Il premio (Città di) Troia è infine andato a Concettina Shakespeare Vitiello Stendhal per il suo Vieni fuori stronzo se hai il coraggio, (Tiscordi&Zozzogno fusione a delinquere, € 299) cronaca ospedaliera di un travaglio difficile.

E mò me so’ rott’u caz.


J. Stronkabook


mercoledì 14 aprile 2010

IL LABIALE DI ORWELL


Verbale delibere del giudice sportivo

Santino Piersalvatore Riina Tosalepri


In piedi!


Il Signore sia con voi. Rito abbreviato:


2 giornate al calciatore Cristante, così impara a chiamarsi in modo più rispettoso.


Assoluzione per insufficienza di prove per Sbrodolin (F.C. Orcomaledettese). Una biasimevole carenza di telecamere (solo 70 in Orcomaledettese-Atletico Stucazza di Galaxian League, la vecchia C2) ha impedito di verificare se effettivamente lo Sbrodolin abbia profferito al minuto 32 della ripresa, dopo l’autorete di tacco che condanna la sua squadra alla retrocessione, l’abominevole, ingiuriosa espressione “Dio boia”, oppure, come affermato sotto giuramento dal suo procuratore Raviolo, “Rio Bo”. (Attento Sbrodolin che alla prossima ti becco, e le paghi tutte in una volta).


Mezza giornata di squalifica per Diotisaluti della Pro Divina Patria Familia di Busto Arsizio: la telecamera numero 749 ha potuto verificare che l’imputato sussurrava sì, fra sé e sé, al minuto 25 del primo tempo, dopo aver colpito quattro pali interni con lo stesso rigore-flipper, le odiose sillabe “Dio can…”, ma si redimeva poi parzialmente trasformandole in corso d’opera nella becera espressione, molto in voga nel lombardo-veneto, “Dio cantante”. Lo si condanna pertanto a passare il primo tempo della prossima partita in ginocchio a sgranare un rosario ascoltando in cuffia Little Tony. Nel secondo tempo, scaduta la squalifica, potrà tornare a giocare. Imbavagliato.


Curculionita II della Sanluparense (una volta “Dio svizzero” e due volte “Dio scappato”) viene invece assolto ma ammonito con diffida, più una penitenza di sette avemarie, un padrenostro e venti leternoriposo donalorosignore. Si consiglia museruola per un paio di settimane almeno. In caso di ricaduta, abbatterlo.


Squalifica A VITA, vista l’impossibilità di quantificare il reato, per il coreano Park Kin Son dell’Arciguappolese (quarta categoria), che al minuto 49 del secondo tempo, fermato dalla suor… ehm… dall’arbitro che fischiava fiscalmente la fine del recupero mentre si trovava a un metro dalla porta vuota per un gol che sarebbe risultato decisivo, profferiva la seguente orribile (non fatela leggere ai bambini se no denuncio pure voi) bestemmia moltiplicativa: “Dio tleno di liso sei volte polco pel ogni chicco”. Non sapendo il tipo di riso e il diametro medio approssimativo dei chicchi, ci è impossibile quantificare quanti esaporci-chicchi, per ogni metro cubo di container, siano stati vigliaccamente attribuiti dal blasfemo Park Kin Son al povero, indifeso Padre Nostro Onnipotente ed Eterno. Si consiglia anche al Park Kin Son una cura con Antiostiolin Forte, 10 mg (capsule, due volte al dì prima dei pasti principali), 2 scatole, e Sacramentin B52 (supposte-siluro, una prima di coricarsi dopo le preghiere della sera), 3 scatole.


Medaglia e applauso, infine, per il supercampione della Nazionale CAMORRAnesi, per aver recitato “O Gesù d’amore acceso” mentre colpiva violentemente con un gomito il viso di un avversario. In fondo il nostro fine educativo è insegnare ai ragazzini a non dire orribili bestemmie, mica a non ammazzar di botte la gente. Le botte, poi, sono pure virili. O vogliamo forse che ci vengan su finocchi? (E poi venerdì sera ci sarebbe da far perdere l’Inter… ehm, no, questa cancelliamola, cancelliere, o facciamola mangiare dal mangiasigilli, mi dicono che non dovevo dirla, anche se dopo l’esultanza del guardalinee ayroldi a Firenze credevo si giocasse ormai a carte scoperte, e che valesse tutto. Tranne, ovviamente, le bestemmie. Sempre sia lodato.)


Sia lode e gloria al Signore.


martedì 13 aprile 2010

E mio fratello a 7 anni inventò lo snowboard



Stavolta, invece di estrarre qualcosa dalla scatola dei ricordi, vi mostro… una scatola. Una vecchia, normalissima scatola da scarpe (diventata in seguito contenitore di decorazioni natalizie) che sono andato a riesumare in cantina, e sul cui coperchio il mio fratellino settenne Alberto aveva scritto con una biro rossa il seguente messaggio:


QUESTA E’ LA PRIMA SLITTA-SCI


Poi, su uno dei lati, aveva aggiunto:


Chi unque vuole collau=

darla e averla, si rivolga

allo Studio Alberti in Cameropoli, via comodino 6

BUON DIVERTIMEN=

to


Naturalmente il coperchio slitta-sci non se lo filò nessuno, e dalla montagnetta innevata dietro la fattoria dei vicini continuammo a scendere coi tradizionali slittini di legno, e coi primi orridi modelli in plastica di bob. Ma resta il fatto che mio fratello, a 7 anni, aveva avuto l’intuizione… dello snowboard! (Che a quei tempi o non esisteva o esisteva a nostra insaputa).

E poi il genio di famiglia sarei io…


Gli dedico questo ricordo perché oggi lui, il miglior giardiniere e il più bravo papà che abbia mai conosciuto, compie 40 anni.

Tanti Auguri fratellone!!!!

sabato 10 aprile 2010

Dimmi a che gioco giochi e ti dirò... se gioco anch'io!


Giorni fa la cara amica Stefy248 invitò alcuni amici di blog a elencare le dieci cose che li rendevano contenti. Dissi le mie, ma nella fretta dimenticai la più importante, cioè giocare. Il Gioco è per me la più meravigliosa invenzione dell’uomo insieme alla scrittura, al cinema e alla musica: come ho potuto dimenticarlo? Per farmi perdonare dalle Divinità Ludiche, ho pensato di dedicargli questo post, in cui vi chiedo i vostri giochi preferiti (e chissà che la scoperta di una passione in comune non diventi un pretesto per incontrarsi e sfidarsi, con me o fra di voi…) Ecco i miei magnifici dieci:


1 Risiko

2 Beach Tennis

3 Poker (in tutte le varianti)

4 Fantacalcio

5 Maraffone (contaminazione fra tresette e briscola, noto anche come Trionfo)

6 Calcetto (sia nel senso di calcio a cinque che di calciobalilla)

7 Scarabeo

8 Bocce

9 Minigolf

10 Ping pong

mercoledì 7 aprile 2010

RACCOLTA DIFFERENZIATA (11) - vecchi racconti inediti del Nick


I CARABINIERI A PEDALI



In quel periodo facevo ‘ste notifiche del cazzo per l’esattoria – distribuivo a piene mani nella mia zona di diciannove comuni cosucce belle come multe, tasse, sovrattasse, avvisi di mora, e intascavo £ 700 lorde a botta, che a fine mese diventavano soldoni mica da ridere – e a regola ci andavo a sbattere il grugno un giorno sì e l’altro pure.

Sto parlando delle vecchie di vedetta. Dovete sapere che ci sono sempre queste vecchie di vedetta, in quei quartieri nuovi con le villette nuove della gente arricchita. Di norma questa gente arricchita le villette non se le gode mai, perché è sempre in giro ad arricchirsi ulteriormente, come avesse fatto male i conti con la durata della vita, e nelle villette ci stanno i rottweiler, e in alcune, ma non in tutte, ci stanno le vecchie di vedetta, che vivono dietro le tendine di una finestra al secondo piano in attesa di morire.

Di solito andava così: non è che tu suonassi il campanello dell’abitazione con la vecchia di vedetta. Questo avrebbe semplificato le cose. No, tu suonavi sempre il campanello di quest’altra abitazione deserta, e non ti apriva nessuno. Allora cominciavi ad aggirarti, ma con molta discrezione, attorno alla villetta deserta. Ti mettevi a sbirciare, ma con rispetto, tra i reticolati e le siepi, per vedere se il proprietario era metti fuori in giardino a combinare dei casini con le ortensie, ed era lì che la vecchia di vedetta, che marciva dietro la tendina di una finestra sul lato opposto della strada, ti inquadrava e si insospettiva.

A volte, appena cominciavi a perlustrare una certa via, queste vecchie di vedetta le vedevi spuntare per miliardesimi di secondo dietro tendine appena scostate e subito rimesse a posto. Spuntavano per così poco che se tu facevi loro un cenno per chiedere un’informazione, il tuo cenno non lo vedevano, non facevano in tempo. Spuntavano per così poco che se tu sollevavi e agitavi il tesserino tipo tenente Colombo per far capire che non eri un ladro, il tesserino da pubblico ufficiale non lo vedevano, non facevano in tempo.

A complicare la situazione c’era il fatto che tendevo a farmi a piedi anche zone molto vaste. Nessuna paura di camminare, io. Parcheggiavo in un punto strategico e poi trottavo. Non come quei fessi che a ogni notifica devono parcheggiarti sotto casa e intralciare il traffico e diventar matti di manovre, e bruciano in benzina metà di quello che guadagnano. Fessi del cazzo. Ma c’è la controindicazione che se uno si aggira a piedi è considerato più sospetto.


La bestia più temuta da noi messi era Cuviago, il paese delle tre vie Baldi Formigoni. Giuseppe Baldi Formigoni, Gaetano Baldi Formigoni, Gino Baldi Formigoni. Tutti e tre “benefattori” non meglio precisati, che invece su queste cose varrebbe la pena essere precisi, poi magari salta fuori che uno è benefattore per aver fondato una fabbrica che ne ha ammazzati di cancro cinquantasette.

Sia come sia, i Baldi Formigoni Giuseppe Gaetano e Gino, sui frontespizi delle cartelle esattoriali avevano la tendenza perversa a diventare “G puntato”. Considerando che le tre vie erano molto lunghe, e lontanissime l’una dall’altra, per trovare qualcuno in via G. Baldi Formigoni dovevi andare a caso, o intervistare mezza Cuviago. Impazzire, dovevi. Per cui la venerabile memoria di benefattori dei Baldi Formigoni Giuseppe Gaetano e Gino veniva spesso dal messo notificatore fortemente messa in dubbio, e mandata a mezza voce in posti sempre molto brutti e sconsigliabili.

Anche Cuviago aveva i suoi quartieri con le villette nuove degli arricchiti, e le vecchie di vedetta dietro le tendine. Non nelle Baldi Formigoni, per fortuna.


Queste vecchie di vedetta avevano poi la tendenza a chiamare i carabinieri.

Allora, dopo un po’, ci sei ancora tu che cammini lungo questa via con le villette nuove, in cerca più che altro di fantasmi molto ricchi e molto miserevoli, e c’è questa gazzella dei carabinieri che spunta da una curva, alle tue spalle, e silenziosa ti si attacca al culo procedendo a quattro all’ora, che per riuscire a andare così piano e così zitta dev’essere a pedali, cazzo, e le prime volte ti spaventi pure, le prime volte hai un sussulto di palpitazione, come fossi un ladro per davvero, perché in fondo questa cosa, questo appiccicarsi al culo, questo controllo, questa violenza, questo ingiusto batticuore, in fondo un po’ ti fa sentire come se tu fossi ladro per davvero.

Ad ogni modo ti fermi, lasci che ti affianchino, li saluti, e poi, paziente, tu in piedi, loro seduti in macchina che ti guardano storto, neanche temessero che nelle mutande tieni una 44 Magnum invece del pistolino d’ordinanza, gli mostri il tesserino dell’esattoria con la fototessera venuta male, gli mostri il foglio con le marche da bollo del tuo mandato di messo notificatore.

Non te la prendi, con loro, che ti fanno pure pena.

Poi, appena i carabinieri pedaleranno via senza averti sparato né arrestato né scacciato né niente, ti vendicherai facendo ciao ciao con la manina alla vecchia di vedetta.

Eh sì, mica gliela farai passare liscia.

Ti girerai, guarderai in su, e proprio le farai ciao ciao mirando con precisione chirurgica e assoluta a quello spigolo di finestra e a quel lembo di tendina che anche in quel momento – sì, sei tu, ti ho beccata – starà oscillando un’altra volta.

Sì. Hai capito benissimo. È proprio te che sto salutando. Stronza.

giovedì 1 aprile 2010

Restyling, e nuovo nome, per il blog di Nicola Pezzoli


Dall’Inkazzo al… linkazzo:

25 anni di Zio Scriba!



Nacque per caso, 25 anni fa, come Inkazzo Kuotidiano. Niente più di un singolo foglio formato A4, a quadretti, pieno zeppo di cazzate, fatto passare di mano in mano fra i banchi di una certa Quinta C, di cui mi premeva tener alto il morale, pesantemente zavorrato da certi inqualificabili e inadeguati gioppini culincattedra che avevano il bel coraggio di definir se stessi “professori”. Divenne presto L’Inkazzo Periodiko, con molte più pagine e le prime mitiche Sqhuolastrissie (le strisce tutto testo e niente disegno – solo un banco e una cattedra stilizzati e simbolici – che se farete i bravi un giorno vi riproporrò), e in seguito L’Inkazzo Sporadiko: “l’unico giornale che esce quando cazzo gli pare, cioè quasi mai”. Non certo il classico giornalino liceale autorizzato dal preside: roba che se mi beccavano finivo espulso “da tutte le scuole del regno”, e ancora mi sorprendo di come non mi abbiano beccato, visto che la gloria dell’Inkazzo si sparse rapidamente fra le scuole della provincia e poi della regione…


E adesso, per vie ancor più casuali e inaspettate, rieccolo qua. Grazie a un blog che mi ritrovai preconfezionato, nel giugno scorso, da due carissimi amici che ora vivono a Bruxelles, e che in occasione del mio esordio letterario mi avevano regalato il sito ufficiale di Nicola Pezzoli (nicolapezzoli.net) e con esso il blog. Inizialmente ‘sto coso mi intimidiva, non sapevo che farmene. Lo lasciai inattivo fino a settembre inoltrato. Poi cominciai, con un post troppo lungo. Mica noioso e quasi geniale (scusate se sono Eugenio) ma decisamente lungo: una roba di quattro cartelle e mezza che dovevi chiedere un giorno di ferie per leggerla. I primi due commenti della mia carriera di blogger: tirate d’orecchie per la lunghezza del post.

Oggi, non saprei più farne a meno. Come non saprei fare a meno della compagnia della bella e variegata combriccola di amici e amiche di tastiera conosciuti in questi mesi. Il primo di essi, intendo il primo che non fosse già mio amico nella vita “reale” (ve li dico rispettando rigorosamente i nomi di combattimento: unwise, Greg Petrelli, Reverend Emi e Il Conte Rik) fu il carissimo Marco (Cannibal Kid) a cui, tanto per farvi capire la mia condizione di neofita assoluto, invece di un commento o del “sostegno” sul suo blog pensai bene di mandare un messaggio via e-mail, a cui rispose con squisita gentilezza.

Ecco spiegato perché il blog si chiamava col mio nome e cognome: non era megalomania né mancanza di fantasia: si trattava semplicemente di uno dei tanti link secondari del mio glorioso sito di grande scrittore. Adesso che le cose si sono ribaltate, adesso che il blog decolla, mentre il sito-vetrina se ne sta lì, poveretto, a soffrire un po’ di abbandono, gelosia e solitudine, era venuto il momento, profittando di un restyling chiestomi a gran voce da alcuni amici (allelimo e Stefy248 in primis), di trovare un nome anche per il blog: per ora sarà il linkazzo del skritore, poi si vedrà.


Ma torniamo al venticinquesimo compleanno di Zio Scriba (come mi sento giovane: grazie, mio alter ego!), e a questo linkazzo che oggi nasce ufficialmente sul web dalle ceneri cartacee dell’Inkazzo, come l’Araba Fenicottera. Ora come allora, i collaboratori della mia redazione sono i seguenti signori:

Fondatore, Presidente, Direttore Dittatoriale Assoluto: Zio Scriba.

Redazione politica e attualità: John Kedobal.

Redazione antropologica, psicopatologica e sociocriminale: John Kedumarun.

Redazione culturale: Nicola Pezzoli, Kristian d’Arc, J. Stronkabook.

Redazione sportiva: Ettore Frangipene.

Redazione satirico-umoristica: Zio Scriba.

Collaboratori esterni e saltuari: Pirlazio Perla, e altri deficienti consimili.

Vaticanista leccaculo: non c’è (ghè minga) [il n’y a pas]

Addetti alla sicurezza (e responsabili del fatto che NON abbiamo un vaticanista): Selciapi El Khopi, Selcati El Strozi, Kitty Spacca (campionessa di lotta libera e di palla prigioniera), Mivem Azerìa Tutch.

Inutile dire che, da bravo schizoide… si tratta sempre e soltanto di me. Come diceva un uomo leggermente meno importante (ma ognuno fa quel che può), un certo Winston Churchill: “L’equipe migliore è composta da tre persone, due delle quali assenti”. Qui, se ne spuntano altre due, gli spariamo proprio. Nel culo.

Editore, dall’autunno 1985: KNE (Kazzate Nick Editions)


Ultima cosa: proprio perché nasce dalle ceneri dell’Inkazzo, il linkazzo è un blog umoristico, ironico e satirico, di una sana volgarità al limite della Sindrome di Tourette, volutamente blasfemo, liberamente sboccato, irrefrenabilmente irriverente e provocatorio. Eventuali teste di cazzo permalose, o “fini di pelle” che si offendono per un nonnulla, nonché bigotti e fanatici del politically correct, sono pertanto pregati di andare a… navigare altrove!

Cercheremo di limitare un pochino le bestemmie, anche se ci piacciono molto, ma ci preme a tal proposito raccontare, a chi in italiA castiga, multa, punisce, squalifica, condanna le persone, ora persino sulla base dei LABIALI dei loro privati sussurri (un grottesco grandefratello invadente e viscido che per ora si limita ai calciatori, ma con tutte le telecamere sparse per le strade prima o poi…) ci preme raccontare a questi bacchettoni tutti d’un pezzo (di cacca) la storia dell’uomo che disprezzava sé stesso e diceva sempre PORCO D’IO, oppure quella della prostituta sospettata d’essere un trans che con veemenza rivendicava: SONO PUTTANA, MA DONNA!


Be’, direi che per oggi ho rotto a sufficienza. Come dice il grande blogger SCIUSCIA, adesso pompate il mio ego coi commenti.

Altrimenti apro un blog di preghiere in latino.